Si erano lasciati da poco. Lei tornò quel pomeriggio nella casa dove avevano convissuto per recuperare le sue cose. Si fece accompagnare dalla mamma, che l’aspettava fuori, in macchina. Lui chiuse a chiave la porta e cominciò a colpirla. La donna sentirà riecheggiare per sempre le urla strazianti della figlia, una dolce e bella ragazza di Pescara, Jennifer Sterlecchini, di appena 26 anni. Ammazzata senza pietà, quel 2 dicembre del 2016, con ben 17 coltellate dall’uomo che le aveva spergiurato amore. Uno dei femminicidi più barbari e abietti degli ultimi anni. Davide Troilo, grazie al patteggiamento, misura che gli evitò l’ergastolo, fu condannato a 30 anni di carcere, e la pena fu confermata in appello, per omicidio volontario aggravato da futili motivi. Ma adesso quella doppia sentenza è stata annullata perché la Cassazione, accogliendo il ricorso dell’avvocato dell’assassino, ha rimesso in discussione questa aggravante. Tutto rinviato alla Corte d’Assise d’Appello di Perugia. E Troilo potrebbe vedersi persino dimezzare la sua condanna, così gli resterebbero 11 anni di reclusione. Meno di un anno per coltellata.
Storia di Lara, foreign fighter italiana e fragile
“Per diversi giorni sono rimasta legata in casa. Ero prigioniera di Abu Mounir. Mi ha puntato la pistola addosso più volte. Mi ha costretto a sposarlo. A un certo punto però è come se mi fossi innamorata di lui”. Fragile, dipendente dal marito e poi dal capo jihadista, ma consapevole del proprio credo e delle proprie azioni: supportare l’organizzazione terroristica e aiutare il leader della milizia siriana in cui era stata assoldata, trasferendo documenti dalla Siria in Turchia. Per questi motivi il tribunale di Alessandria ha condannato a due anni e otto mesi Lara Bombonati, 29 anni di Garbagna (Alessandria), arrestata tre anni fa dopo essere tornata dalla Siria, luogo in cui era andata a combattere con l’ex marito Francesco Cascio (poi morto nella guerriglia dell’Isis). Nelle motivazioni i giudici ripercorrono la vita di Lara (poi Kadja), una delle prime foreign fighter italiane. Ragazza che a vent’anni si converte all’Islam e si radicalizza. Fino ad espatriare. Oggi Lara, che era stata fermata dalla Digos di Alessandria nel 2017, dopo aver scontato due anni di carcere alle Vallette vive in una comunità in libertà vigilata.
È la prima donna piemontese ad avere raccontato (intercettata) fatti e retroscena del battaglione qaedista, a cui si unì col marito nel 2016. Il pm Enrico Arnaldi Di Balme, dopo aver valutato le perizie che la indicano semi-inferma di mente, ha chiesto e ottenuto la condanna dimostrando che, dopo la morte del marito, lei, in Siria, avrebbe aiutato il capo dell’organizzazione terroristica compiendo una missione da staffettista: oltrepassare il confine tra Siria e Turchia, per recuperare, a Istanbul, documenti preziosi. Il compito fallisce. Lara viene arrestata dalla polizia turca. Tornata in Italia, viene monitorata dalla Digos per mesi. Quando gli agenti capiscono che sta per partire per il Belgio per sposare un altro terrorista e tornare in Siria, scattano le manette.
Bimbo dimenticato sull’autobus si libera da solo
Si è svegliato nell’autobus che lo avrebbe dovuto portare a casa da scuola, trovandosi da solo e prigioniero del mezzo con tanto di porte bloccate. Ma un bimbo di 6 anni, protagonista della disavventura, non si è fatto prendere dal panico e mettendo in atto quanto gli avevano spiegato a un corso sulle emergenze ha preso il martelletto frangicristallo e ha spaccato un finestrino. Non vedendo nessuno e impossibilitato a chiedere aiuto, con tanto di zainetto al seguito, si è arrampicato, è uscito dal bus e si è seduto su una panchina ad aspettare che qualcuno si ricordasse di lui.
È accaduto a Treviso, dove era finito in sosta un bus dell’Azienda Trasporti Veneto Orientale (Atvo) in servizio tra Venezia e il capoluogo della Marca per il trasporto di studenti di diversi plessi scolastici. A bordo, durante il viaggio, oltre all’autista anche un’inserviente del campus tecnologico H-Farm di Roncade (Treviso), che doveva accudire gli studenti più piccoli ma che si è “scordata” di lui. Il bimbo aveva preso sonno durante il tragitto e non si è accorto né delle varie fermate né del “fine corsa”. Il piccolo, che nella disavventura si è procurato solo un piccolo taglio uscendo tra i vetri, è stato poi notato da alcune donne di passaggio che lo hanno avvicinato e raccolte le informazioni necessarie hanno avvisato la mamma, che è corsa a recuperarlo portandolo a casa.
Tutti da chiarire i perché dell’imprevisto, probabilmente provocato dal fatto che le presenze a bordo sono gestite da una app. Atvo rileva come il servizio di trasporto non preveda la sorveglianza, che è a carico di H-Farm che si è subito scusata: “Siamo molto dispiaciuti – ha fatto sapere – per l’accaduto. Stiamo ricostruendo tutti i dettagli dell’episodio e verificando le responsabilità”. L’azienda di trasporto, oltre a scusarsi, ha notato che “va bene la tecnologia ma non basta. Se una app mi dice che non c’è nessuno a bordo e invece c’è un bambino addormentato, servono anche gli occhi”.
Care ragazze in minigonna, però a scuola non perdete il senso del decoro
Era il 1989. Ministro dell’Istruzione ai tempi era l’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Sui banchi del parlamento sedeva Ilona Staller, detta Cicciolina che sollevò la questione della minigonna dopo che una preside l’aveva vietata a scuola.
La risposta di Mattarella fu: “Se è innegabile il diritto dei giovani di indossare modelli di abbigliamento diffusamente proposti dalla moda corrente e ormai naturalmente accettati, è altrettanto innegabile che le stesse famiglie, tranne rare eccezioni, si aspettano che nella scuola la naturale esuberanza dei giovani sia contenuta a livelli compatibili con un ambiente ove si esercita istituzionalmente una funzione educativo-didattica”.
Trent’anni dopo le parole del capo dello Stato tornano buone per riflettere sulla vicenda della minigonna vietata dalla vice preside del liceo “Socrate” perché “lì casca l’occhio dei professori”.
Insegno alla primaria ma vengo spesso invitato a parlare alle superiori. Finiamola con l’ipocrisia: molte ragazze (non tutte) arrivano a scuola vestite come se dovessero andare in discoteca o in spiaggia. C’è persino chi esce da casa in un modo e poi si cambia. Non è una questione di genere. Accade anche che vi siano dei ragazzi che arrivano in classe in pantaloncini corti e t-shirt elasticizzate per mostrare i muscoli. Si è perso il senso del decoro, calpestando l’istituzione scuola.
Non sarò certo io da educatore a vietare comunque le minigonne. Ma non siamo ipocriti: i corpi attraggono. Non è questione di farne un oggetto ma un professore che si trova davanti a delle 18enni in minigonna, pur non essendo un molestatore, non può bendarsi gli occhi. E guardare (certo non in maniera maniacale) non mi risulta essere una violenza sessuale. Quanto alla prof del “Socrate” forse avrebbe fatto meglio a ragionare, riflettere con quelle ragazze, non vietare!
Il surriscaldamento costa all’Italia fino all’8% del Pil
In Italia – Nei giorni scorsi pareva luglio al Centro-Nord, invaso come tutta l’Europa occidentale da aria nordafricana. Primato settembrino di 35 °C lunedì 14 a Capo Mele, Savona (11 °C sopra media!), ma notevoli pure i 36,2 °C di Latina (dati Aeronautica Militare). Temporali invece all’estremo Sud (122 mm di pioggia in 3 ore lunedì a Catania, massimo in 17 anni di misure, allagamenti), intorno a una depressione che si è mossa verso lo Ionio evolvendo poi nell’intenso ciclone battezzato “Udine” dall’Istituto di Meteorologia dell’Università di Berlino e “Ianos” dall’agenzia meteorologica greca: l’Europa meteonomastica è ancora da fare. Questo vortice simil-tropicale o “Medicane” (da Mediterranean hurricane), tipologia già vista in passato ma che potrebbe divenire più frequente con il mare più caldo, prima di colpire la Grecia ha lambito giovedì la Calabria (nubifragio a Isola di Capo Rizzuto). Nonostante la molta neve invernale e il fresco giugno 2020 la Società Meteorologica Italiana ha misurato una perdita di 80 cm di spessore al ghiacciaio Ciardoney, Gran Paradiso, a causa dei calori tardivi di agosto e settembre, un bilancio meno estremo degli anni recenti (circa 2 m persi nel 2012, 2015 e 2016) ma sempre sfavorevole. Secondo le immagini del satellite Sentinel-2, analizzate su Earth System Science Data anche dall’Università di Milano (Glacier shrinkage in the Alps continues unabated), i 4.395 ghiacciai delle intere Alpi coprono circa 1.800 km2 di area, in riduzione del 14 per cento dal 2003 e del 60 rispetto a metà Ottocento. Tra alluvioni, aumento dei livelli marini e delle ondate di caldo, e perdita di produzione agricola, i cambiamenti climatici implicheranno costi enormi per l’economia italiana in questo secolo, fino all’8 per cento del Pil: è solo uno dei dati allarmanti del rapporto “Analisi del rischio” del Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici. Per affrontare le crisi future bisognerebbe imparare qualcosa dalla pandemia di Covid: se ne parlerà il 26-27 settembre ai “Colloqui di Dobbiaco”.
Nel mondo – Caldo inedito per settembre in decine di località tra Francia, Benelux e Germania, 34,8 °C a Treviri, 35,1 °C a Lille e 35,4 °C a Charleroi. Intanto, seppur attenuati, sull’Europa sono arrivati i fumi dei vasti incendi nell’Ovest americano, i peggiori della storia californiana con 14 mila km2 bruciati finora nel 2020 (come l’area del Trentino-Alto Adige). Raro affollamento di uragani tropicali in Atlantico: Sally, Paulette, Teddy e Vicky. Sally ha spazzato Florida e Alabama, ora in pieno oceano è nata la tempesta Wilfried e così, esaurita la lista di nomi stabiliti per il 2020 dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale, si deve passare alle lettere dell’alfabeto greco, come era avvenuto solo nel 2005. Ianos ha imperversato sulle isole greche Cefalonia e Zante con venti a 130 km/h, onde da 5 m e gravi danni anche per le piogge da 300 mm. Inoltre alluvioni nel Sahel e piena secolare del fiume Niger. L’agenzia meteo americana Noaa dice che sia agosto sia l’estate 2020 sono stati i più caldi nell’emisfero boreale (anomalie +1,2 °C), e rispettivamente in seconda e terza posizione a livello mondiale (+0,9 °C). Ma l’aumento termico dell’aria è solo la punta dell’iceberg del riscaldamento globale: l’89 per cento dell’energia in eccesso accumulata nel sistema-Terra nell’ultimo mezzo secolo a causa dell’effetto serra è finita negli oceani. Per neutralizzare il crescente sbilanciamento energetico e salvarci da disastrosi cambiamenti climatici bisognerebbe riportare la concentrazione di Co2 dalle attuali 417 a 350 parti per milione. Lo dice il rapporto Where does the energy go? di 38 tra i migliori scienziati mondiali del clima tra cui il grande Jim Hansen della Columbia University.
Don Roberto. Aiutare il prossimo può essere rischioso: ringraziamo chi lo fa
“Cercate prima il regno e la giustizia di Dio” (Matteo) dice Gesù in una serie di insegnamenti conosciuti come il sermone sulla montagna. In questo brano, in particolare, il maestro di Nazareth parla delle ansie e preoccupazioni che accompagnano l’esistenza umana, specie in una società in cui non è scontato trovare i mezzi di sussistenza, salvaguardare la propria vita, avere un domani. E invita a osservare gli uccelli del cielo (“non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre”) e i gigli dei campi (“non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro”) per concludere: “Non farà molto di più per voi, o gente di poca fede?”. E ancora: “Il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più”.
Dunque, Gesù invita ad alzare lo sguardo verso la creazione di Dio che ha in sé un principio di equilibrio che la società creata dagli esseri umani sembra avere perduto. Cercare “prima” il regno e la giustizia di Dio significa cercare di tornare a quell’equilibrio del disegno divino. Attenzione: Gesù non dice cercate “solo” il regno e la giustizia di Dio, come se fosse un predicatore di un ideale ascetico, né si riferisce al senso temporale del “prima” e del “dopo” (la politica dei due tempi, che non funziona quasi mai), ma intende “prima” nel senso di “priorità”. C’è una priorità nella vita, c’è qualcosa che devi mettere in cima alla tua scala di valori e impegni personali e sociali, qualcosa che vale la pena di porre come fine e non solo come mezzo della tua esistenza, qualcosa per cui vale la pena anche di sacrificarsi: “il regno e la giustizia di Dio”, cioè qualche cosa che non è mercantile ed economico, che non si inquadra nella paura e nell’autodifesa ma, al contrario, nella gratuità e nell’amore, in quel principio di equilibrio contenuto nel suo disegno creatore.
E poi: “Tutte le altre cose vi saranno date in più”. Come nella preghiera del Padre nostro che Gesù ha insegnato: prima si invoca “venga il tuo regno” e poi “dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Matteo). Entrambe le cose, dunque, ma con un ordine di priorità preciso. In una vita così riorientata anche le ansie e preoccupazioni vengono ridimensionate se non sconfitte. Specie se non sono solo i singoli a riorientare la loro esistenza ma anche le società a riorientare le proprie culture e scelte politiche, in modo che nessuno resti indietro, abbandonato, schiacciato da ansie e preoccupazioni.
Credo che fossero queste le motivazioni di don Roberto Malgesini, il “prete di strada” ucciso martedì scorso a Como da un senzatetto che conosceva e che aveva disturbi mentali, tanto da rivoltarsi verso la mano amica, forse l’unica, che lo aiutava. Il suo assassino era di origini tunisine e con vari decreti di espulsione sulle spalle. Un vero “scarto della società” per chi ha scatenato la solita indegna polemica politica. Ma per don Roberto, quell’uomo era solo l’ultimo degli ultimi, un poveraccio che forse aveva già superato la fase dell’ansia e della preoccupazione per il domani, perché già il suo oggi era impossibile. Aiutare il prossimo non è una passeggiata, l’amore cristiano ha dei costi, può essere rischioso avvicinare e affrontare l’esclusione e il disagio. Ringraziamo chi lo fa, spesso al posto nostro, anche perché ci indica una giustizia più grande.
La politica per vincere punta sulla cattiveria
La cattiveria è il segno più netto del nostro tempo. Attrae attenzione e incontra favore. Al punto che il rovinoso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha serie possibilità di essere rieletto per guidare per altri quattro anni la più grande democrazia del mondo, perché sembra che non siano pochi coloro che apprezzano le sue esibizioni di cattiveria, ciò che umilia e fa male a qualcuno, purché sia debole. La campagna elettorale americana è esemplare. Comincia il giorno in cui, davanti alla Casa Bianca sostano uomini, donne e bambini, in gran parte neri, classe media, tipo “Diritti civili”, che pacatamente protestano contro i maltrattamenti verso i neri da parte della polizia americana. È il 2 giugno 2020. Non c’era tensione elettorale. Ma a Trump dà noia quella folla che lo fa sembrare assediato. Decide che deve uscire in persona dalla Casa Bianca, e mostrare il suo potere. Ordina, come in una scena del film Il Dottor Zivago, che la polizia a cavallo gli sgomberi la strada. E così, davanti alle telecamere, i cavalli si muovono a schiera compatta. La sorpresa è grande anche per i commentatori televisivi. La folla arretra, nel modo disordinato ma anche spaventato di una folla, qualcuno inciampa, qualcuno cade, e bisogna recuperare i bambini che, in una America normale, amano i cavalli e vorrebbero toccarli. Trump fa la sua figura quando attraversa la strada esibendo con orgoglio una Bibbia e la lunga cravatta, seguito da una decina uomini in nero. È evidente che l’uomo, spesso goffo e bugiardo, sta mostrando che ha potere. Parte di qui tutta la serie di eventi in cui le polizie di molte città americane si sentono autorizzate ad agire anche in modo estremo (il ginocchio strangolatore sul collo di George Floyd, gli spari alla schiena o dentro le auto di neri in fuga, con l’ausilio di volontari bianchi), e il tutto ha due scopi: uno, ti faccio vedere chi sono io. Due, gli aggrediti cadono nella trappola. Compaiono in strada gruppi di neri armati, Adesso il quadro è perfetto. I militanti del potere bianco potranno dire che “c’è guerra civile”. I liberal appena un po’ centristi possono parlare di “opposti estremismi”, nel Paese in cui il presidente, mesi prima, aveva sequestrato, e in parte non ha mai restituito, i bambini degli ispano-americani che tentavano di passare il confine degli Usa (circa 2000 bambini tuttora dispersi in campi di concentramento). E così, a mano a mano che le cattiverie di Donald Trump si accumulano, si erode il vantaggio iniziale dello sfidante democratico Biden che non ha alcuna cattiveria da vantare, è stato solo un bravo e attivissimo vicepresidente degli Stati Uniti (presidente Obama) quando i problemi erano aprire i confini e aprire gli ospedali. Ma guardiamoci intorno, guardiamo da vicino.
Quali sono i titoli che hanno portato Orbán a una trionfale rielezioni in un Paese civile e colto come l’Ungheria? Ha chiuso giornali, tribunali, università, ha intimidito quanto basta per dominare il Parlamento con una maggioranza di oltre due terzi. E la grandezza di Erdogan, il “sultano turco” ha in quantità molto più vasta, le stesse credenziali: 135mila prigionieri politici, tra cui i direttori di tutti i giornali non servili al regime, l’arresto degli avvocati difensori dei presunti colpevoli (tra di essi la avvocata Ebru Timtik che si è lasciata morire di fame, detenuta illegalmente in una di quelle prigioni). Se volete, potete mettere in quella lista Putin, che provvede a far politica con il veleno per i suoi avversari. O del suo dipendente Lukashenko (Bielorussia) che si elegge da solo e sa come provvedere a chi dissente.
Qui vorrei precisare che sto parlando di politica perché, se il tema è “cattiveria”, è facile e inevitabile fare un elenco della cattiveria del mondo se associata al potere. Ma l’episodio italiano del giovane Willy ammazzato di botte, in pubblico, o il tetro evento del fratello che uccide la sorella perché lui (con i suoi genitori, i suoi amici, il suo intero Paese) non tollera la scelta di vita della ragazza, ci dicono che da tempo siamo entrati in un cono d’ombra nel quale è la cattiveria a trovare la ragione per agire in modo feroce, e non una esasperazione ideologica o politica che spinge occasionalmente all’azione feroce. Non ci sono opposti estremismi, come si ama scrivere, pensate a Trump e Biden, ma anche a Willy e ai fratelli Bianchi. In questo cono d’ombra c’è una folla che preferisce non sapere e approvare. E approva di più, come sta accadendo a Trump, se aumenta la cattiveria e il disprezzo per la vittima. Pensate alle Cancellerie del mondo che si apprestano a onorare Erdogan come se non fosse un carceriere. Oppure Orbán, che pure si vanta di avere abolito il liberalismo. Come per il coronavirus, non abbiamo il vaccino di questo male. Ma non tocca agli scienziati. Tocca a ognuno di noi. E a quei centri di civiltà che una volta erano la politica e i partiti.
Osman e la cliente più affascinante mai vista al gran bazar d’Istanbul
Dalle novelle apocrife di Auguste de Villiers. Nel cuore di Istanbul c’è una città nascosta, piena di meraviglie, tesori, memorie: il Gran Bazar, un edificio di pietra immenso, circondato da alte mura grigie, che sbalordisce chi, portato dalla folla ondeggiante, s’avventura nel suo dedalo di vie semioscure. È una vera città, con moschee, e crocicchi e fontane e negozi. In uno di questi, nel 1523, vendeva le spezie Osman, un giovane ebreo. Fra i musulmani manteneva la sua fede, fra i ladri restava onesto, ma le bellezze turche, circasse, arabe, persiane, lo mandavano ai matti. Sua moglie era banale, se paragonata alle clienti voluttuose che ogni giorno penetravano nel bazar. Un giorno accadde: Osman sollevò gli occhi dalla stadera, e vide la cliente più affascinante che fosse mai entrata a far compere lì. Alta, grandi occhi scuri, labbra tumide, il feregé purpureo non bastava a nascondere le sue forme splendide. Con una voce che era pura musica, ordinò varie spezie, mentre Osman la guardava sbigottito, eseguendo i comandi come in sogno. Quando se ne fu andata, Osman scoprì che si era dimenticata qualcosa sul bancone: un piccolo sacchetto di raso nero, contenente 12 chicchi di grano. A casa, quella sera, apparve così pensieroso e distante che sua moglie trovò infine il coraggio di chiedergli se era lei il problema. Lui scosse la testa, e inventò che un uomo misterioso, un ricco commerciante, gli aveva dato la piccola sacca nera con 12 chicchi di grano, promettendogli una ricompensa se ne avesse risolto l’enigma. “Ma questo enigma è semplice,” disse sua moglie. “L’uomo vive nel mercato del grano alla casa numero 12, quella con la porta nera”. Il giorno dopo, Osman andò a verificare quella teoria. Trovò la casa con la porta nera. Bussò. La porta si aprì, e la bellissima cliente apparve sulla soglia. Nelle sue mani aveva un catino d’acqua: senza una parola, vuotò l’acqua in strada e tornò dentro. “Che sciarada deludente”, disse la moglie, quella sera. “L’acqua versata indica un corso d’acqua, e la porta chiusa significa ‘non qui’. Nel giardino del mercante sicuramente troverai una sorgente, e lì il tuo mistero sarà risolto”. Il giorno dopo, Osman scavalcava un alto muro di pietra, e con cautela raggiungeva il piccolo corso d’acqua che attraversava il giardino di quella casa con un dolce mormorio. Nel frattempo, sua moglie era andata alla polizia. Mezz’ora dopo, mentre Osman stava risolvendo con vigore quel mistero, intrecciato in un nodo d’amore con la bella sconosciuta presso il rivolo d’acqua, come letto i fiori del giardino, le urla della polizia infransero l’incanto. Con lazzi di gusto discutibile, i poliziotti fecero irruzione, e trascinarono gli amanti in prigione. C’era una tradizione, a Istanbul: ogni cittadino poteva portare una torta ai carcerati, come offerta in memoria di qualcuno che era morto. Così la moglie di Osman sfornò delle torte e andò alla prigione: entrata nella cella della donna, la guardia fuori, bisbigliò qualcosa, le due si scambiarono gli abiti, l’altra uscì col canestro, e lei restò in cella. Quando i due amanti furono portati davanti al cadì per essere giudicati, Osman restò sbalordito al vedere sua moglie nel ruolo della prigioniera. La moglie si appellò al giudice: “Il posto che abbiamo scelto per fare l’amore era insolito, ma era privato, e la nostra azione non sfidava la moralità pubblica. Siamo una coppia legalmente sposata, come molti testimoni potranno confermare”. Il cadì li lasciò andare. A casa, tremando, Osman le chiese perdono; e lei non ebbe difficoltà a concederglielo. C’è forse altro da fare? Impedire a un uomo equivale a mandarlo. E anche a una donna.
Mail box
Formigoni ai domiciliari e non per beneficenza
Sabato scorso a Milano si è svolta una manifestazione/maratona in difesa del no al referendum. Nella locandina vi erano molti nominativi di vari esponenti politici, tra cui Formigoni, ovviamente ciò ha suscitato varie critiche che sono state travisate. Il problema di Formigoni non è l’essere di destra, ma l’aver devastato la sanità lombarda, privilegiando il privato e penalizzando il pubblico; peraltro vorrei ricordare che sarebbe agli arresti domiciliari e non certo per aver fatto beneficienza. Quindi il problema non è che bisogna parlare con tutti, cosa che io faccio regolarmente, e nemmeno che ciò influenzerà il voto al referendum, ma che forse sfilare e comparire in locandina con un condannato in terzo grado forse non è politicamente e eticamente corretto. Tutto qua. Quelli che invece hanno partecipato lo ritengono ben fatto?
Albarosa Raimondi
È venuto a mancare l’accademico Ferré
È morto ieri, venerdì, all’Ospedale di Valencia dove era stato ricoverato per una peritonite aggravata da insufficienza renale, Facundo Tomàs Ferré, docente di Storia dell’arte nella facoltà di Belle Arti dell’Università di Valencia. Aveva settant’anni. Nel 1974-75, esule a Milano perché membro del Frap, un gruppo politico clandestino, pubblicò presso l’editore Gabriele Mazzotta, con lo pseudonimo di Pablo Puertas, “Antifranchismo e lotta di classe, 1936-1975”. Come storico e teorico dell’arte, si è occupato del pittore Joaquìn Sorolla e dello scrittore Vicente Blasco-Ibanez, del quale ha curato la riedizione completa delle opere. Fra i suoi saggi, “Forme artistiche e società di massa”, studio sulla genealogia del gusto fra Ottocento e Novecento.
Gian Piero Dell’Acqua
Sono in disaccordo sul “turarsi il naso”
Raramente sono in disaccordo con Lei, Travaglio, ma stavolta faccio un’eccezione ed è quella su voto utile e sul famoso turarsi il naso. Avrebbe fatto lo stesso appello per De Luca in Campania? E su Roma con la Raggi il Pd farà così? Ma perché non la si smette di chiedere il voto “per evitare che..” e non lasciare invece liberi i cittadini di votare come vogliono? il Pd perde consensi nelle sue roccaforti storiche, dove ha sempre governato, ed invece di chiedersi il perché, si chiede agli elettori del M5S di sostituire col loro voto quelli persi dal Pd e sorbirsi gli stessi (s)Governatori che hanno gestito le Regioni vedi Emiliano in Puglia dove ha contribuito a distruggere il Sistema Sanitario Pugliese.
Michele Lenti
Caro Lenti, l’ho già scritto: la logica del “turarsi il naso” vale solo se le alternative non sono alla pari. De Luca, per me, è persino peggio di Caldoro: infatti non ho proposto ai 5 Stelle di appoggiarlo e, se fossi in Campania, voterei per la loro candidata. Così come, in Puglia e in Toscana, adotterei il voto disgiunto per la lista 5 Stelle e, come governatori, per Emiliano e Giani contro Fitto e Ceccardi.
M. Trav.
Stufo delle utopie vacue della Von der Leyen
Caro Travaglio, nel suo discorso sullo “stato dell’Unione Europea”, Ursula Von der Leyen ha detto fra le altre utopie, irrealizzabili nei modi e nei tempi che prospetta, che lei è contro “Europa first”, prima l’europa, e che col multilateralismo si deve arrivare a bandire dalla società l’odio che è un crimine. Se la prima aspirazione mi fa desiderare di essere Neozelandese, visto che uno dei capi del mio continente considera che l’Europa debba essere all’ultimo posto dei suoi pensieri e azioni, mentre non mi risulta che Trump o Putin la pensino così, la seconda invece mi fa ridere.
Come vieterà la Von der Leyen l’odio? Potrà fare lo stesso con l’invidia, il rancore e la paura? Sono sentimenti, e nulla può vietarli o esigere che non esistano. Certo siamo tutti d’accordo che nessun sentimento deve nuocere agli uomini, ma da qui a vietare di provarlo ce ne passa. Io rivendico, come lui, il diritto a provare avversione per qualcuno, senza per questo volergli assolutamente fare del male.
Enrico Costantini
Toscana, Galletti ambigua sull’ambiente
Temo di dover fare le scuse al candidato M5S per la Toscana che indicavo come poco sensibile all’ambiente, mentre avrei voluto riferirmi a Giacomo Giannarelli, che è ambiguo sulla geotermia industriale. Ho letto il programma di Irene Galletti e ho notato che è favorevole alle rinnovabili. All’ultimo punto, però, dice di esser contraria alla geotermia ad alta entalpia, senza specificare che questa non può essere definita rinnovabile e finanziata con i soldi dei cittadini. Almeno, sicuramente non in Maremma e sull’Amiata, dove è gravemente dannosa.
Paolo Pegazzano
Il voto avrà conseguenze sul governo
Matteo Salvini: “Il governo non cade se perde le Regionali”.
Giorgia Meloni avvisa Mattarella: “Non fa il notaio, se vince il centrodestra deve intervenire”.
Dai giornali
Onde evitare che la conclamata (dai sondaggi) popolarità del premier Conte possa condizionare il voto a favore della destra, il solito Matteo Salvini double face fa il finto rassicurante (tranquilli, si vota soltanto per cambiare le cose nelle Regioni e nelle città). Pronto a scatenare l’inferno, a urne chiuse, se i risultati dovessero essere quelli che egli si augura. In questo caso, anche se dubitiamo di un intervento diretto (e, come si dice, irrituale) del Quirinale, Giorgia Meloni si mostra più trasparente del suo alleato preconizzando un gran casino. Soprattutto nella maggioranza, in caso di vittoria dell’opposizione 6 a 1, o 5 a 2.
L’altra sera, il viso tirato di Nicola Zingaretti, intervistato nel tg di Enrico Mentana, non sembrava sprizzare particolare ottimismo quando il discorso è caduto sulla Toscana. Perché nella niente affatto peregrina ipotesi che la Regione (ex?) rossa finisca nelle mani della leghista Susanna Ceccardi, il segretario del Pd finirebbe sotto il bombardamento di quel cosiddetto fuoco amico che tutto è tranne che amico. Non è difficile immaginare che a quel punto il tema focale di ogni dibattito, dentro e fuori il partito, saranno le sue dimissioni. Con il venire allo scoperto del fronte che candida al Nazareno il governatore emiliano Stefano Bonaccini. In Puglia, poi, un’eventuale sconfitta di Michele Emiliano sarebbe scaricata sui vertici 5Stelle (Luigi Di Maio in primis), con l’accusa di non avere saputo contenere la concorrenza di Antonella Laricchia. Per non parlare della bomba a orologeria Matteo Renzi, se il suo candidato di disturbo Ivan Scalfarotto dovesse sottrarre a Emiliano i voti decisivi. Tutti noi facciamo un tifo sfegatato per Ferruccio Sansa in Liguria, ma è evidente che se l’esito dell’intesa elettorale Pd-M5S non fosse quello sperato, chi li sente poi quelli che osteggiano l’alleanza organica tra i due partiti?
Non è per fare i menagrami, ma i problemi ci sono eccome. Ovviamente, se come fortemente speriamo Toscana e Puglia dovessero restare nel campo del centrosinistra (assieme alla Campania, dove Vincenzo De Luca viene pronosticato vincente), la maggioranza ne uscirebbe rinvigorita. Per il governo Conte sarebbe un balsamico uno-due, considerato il contemporaneo e prevedibile successo del Sì al referendum sul taglio dei parlamentari. Nell’ipotesi più fausta per il governo, dunque, il premier sarebbe messo nelle condizioni per affrontare, senza guardarsi le spalle, le difficili battaglie autunnali: dalla recrudescenza del Covid alla gestione dei 209 miliardi del Recovery fund. In ogni caso, come diavolo si fa a dire che il voto di oggi e di domani non avrà conseguenze sul futuro degli italiani?
Antonio Padellaro