Ieri Carlo De Benedetti ha rilasciato l’ennesima pagina di intervista cazzullesca al Corriere della Sera, nella sua nuova veste di padrone del quotidiano Domani. E ancora una volta il suo bersaglio prediletto è stato Giuseppe Conte, colpevole forse di non passargli informazioni riservate per fare affari. Ma il punto che ci sconfinfera è l’accusa definitiva contro il premier: “Ha dimostrato un’assoluta mancanza di visione”. Ora, sono un paio di giorni che tutti gli esponenti e i commentatori della sinistra per Salvini (quella che spara sul Pd per l’alleanza con i 5S e vuole vedere il leader leghista a Palazzo Chigi) la stanno menando con questa storia della visione che manca a Conte, al governo, alla maggioranza, a tutto quello che è giallorosa. Ma che cos’è la visione non si capisce. Delle due l’una. O il premier, peraltro devoto di Padre Pio, deve avere una visione mariana come quelle di Lourdes e Fatima. Oppure deve imitare il compianto Massimino presidente del Catania. Gli chiesero: “Al Catania manca l’amalgama”. Rispose: “Ditemi dove gioca e lo compro”. Ecco, appunto, Cdb e i suoi compagni dicano a Conte dove comprare la visione.
Il silenzio ligure di Toti: “Si vota”. E insabbia i dati
Su Facebook, dove i follower sono 103mila, no. Su Twitter e Telegram, dove sono 10 volte meno, invece sì. A poche ore all’apertura delle urne Giovanni Toti ha deciso di applicare a modo suo il concetto di “silenzio elettorale” all’epoca del Covid-19 e di non comunicare i dati giornalieri sui contagi registrati nella Regione Liguria sulla piattaforma di Mark Zuckerberg, ma solo sugli altri due canali. La motivazione: “Diversamente dagli altri social, su Facebook gli utenti possono commentare direttamente sulla pagina di Regione Liguria, fomentando discussioni che possono connotarsi come propaganda elettorale: questa attività negli spazi istituzionali non è ammessa durante il periodo di silenzio elettorale”. Una spiegazione che solleva alcuni dubbi: anche sul profilo Twitter ufficiale della Regione (@RegLiguria) gli utenti possono commentare i tweet ed eventualmente “fomentare” (espressione che per la Treccani significa “promuovere inclinazioni o condizioni dannose, immorali (…) alimentare, attizzare, eccitare, provocare, suscitare”, quindi ha un’accezione decisamente negativa che poco si addice all’argomento, ndr) discussioni.
Che poi l’interazione sia molto minore rispetto a quanto avviene su Facebook (dove i media manager dell’istituzione hanno continuato a pubblicare post che sono stati regolarmente commentati) è un altro paio di maniche: sul social dell’uccellino la Regione ha 13mila follower quando sul primo ne conta oltre 103mila, una potenza di fuoco molto diversa in termini di capacità di penetrazione del pubblico. “Che c’entra il silenzio elettorale, con un bollettino sanitario? – domanda un utente sotto al post –. Se pubblicate su Telegram e Twitter, non è silenzio elettorale, ma un modo per raggiungere meno persone possibile”.
I dati di ieri non sono allarmanti (79 nuovi casi in 24 ore, contro i 158 del 18 settembre) ma la situazione epidemiologica complessiva dice che in Liguria a poche ore dall’apertura delle urne il Covid-19 è un argomento politicamente delicato. L’ultimo monitoraggio firmato dal ministero della Salute e dall’Issà sull’andamento dell’epidemia certifica che l’indice Rt (la capacità di un individuo di trasmettere il virus) in Liguria è oltre quota 1, soglia di sicurezza: il valore registrato nella settimana 7-13 settembre è di 1,32, in rialzo rispetto all’1,13 e allo 0,92 computati nelle due rilevazioni precedenti. Un dato che si specchia nella cosiddetta “incidenza”, il numero dei contagi ogni 100mila abitanti: 33,5, ben superiore a quella di territori più colpiti come la Lombardia (13,95), il Veneto (17,28), l’Emilia-Romagna (16,32) e di quelli più interessati dai casi di positività legati ai flussi turistici (il Lazio è a 14 e la Sardegna a 17,79). Pesano il focolaio nel quartiere Umbertino della Spezia e quello legato ad alcuni centri di preghiera a Genova.
A preoccupare sono anche altre zone della penisola. A causa di un cluster con 23 positivi nel mercato del pesce, il comune di Formia ha reso obbligatorio l’uso della mascherina nei luoghi pubblici. A Palermo le 4 strutture della “Missione Speranza e Carità” di Biagio Conte sono stati dichiarati zona rossa dopo oltre 30 casi accertati tra gli ospiti.
“Il mio papà, vittima collaterale del covid”
Giorgio aveva 74 anni e amava il suo orto. In quel fazzoletto verde a Saronno coltivava pomodori, peperoni, fragole, perfino le zucchine centenarie, quelle rotonde e un po’ acquose. “Si ostinava a coltivarle, anche se non sanno di nulla!”, mi racconta la figlia Antonia. Giorgio, il 6 settembre, si è piantato due coltelli nella gola. Il suo orto era incolto da un po’. Il Covid si era affacciato nella sua vita e in quella di sua moglie qualche mese prima e una gramigna invisibile aveva infestato la sua anima. “Voglio raccontare cosa è successo nella mia famiglia in soli sette mesi perché chi dice che il Covid è finito, sappia che esistono anche i morti collaterali”, premette Antonia, che di professione fa l’avvocato. E racconta: “Mia mamma ha 75 anni, il 18 febbraio, due giorni prima del primo caso a Codogno, è entrata nella Rsa Golgi Redaelli, a Milano. Si era rotta il femore e andava lì per la riabilitazione, aveva il Parkinson”.
Era lucida?
Sì, ci chiamavamo al telefono, parlava con mio padre, quest’anno a novembre avrebbero festeggiato 50 anni d’amore.
Andavate a trovarla?
Sì, poi col lockdown hanno interrotto le visite, ma il 26 marzo sarebbe stata dimessa, eravamo preoccupati ma ottimisti. Finché il 22 marzo ci hanno chiamati dicendo che aveva la febbre. Il 26 la portano al Policlinico, ha una polmonite bilaterale, è Covid.
È stata fortunata, dalle Rsa a un certo punto non si andava più in ospedale.
Si è impuntata la responsabile del reparto, credo lo abbia fatto perché mio padre le stava addosso, anche a distanza non aveva abbandonato mia mamma neppure per un attimo. Mio padre si dedicava totalmente a mia mamma dal 2003, da quando le era stato diagnosticato il Parkinson.
All’ospedale che succede?
Le danno l’idrossiclorichina, tre giorni dopo esce e torna in rsa. Due giorni dopo va di nuovo in ospedale, ha una crisi epilettica, la dimettono. La videochiamiamo, è assente, ha gli occhi chiusi, ci parlano di danni neurologici da Coronavirus. Ha 39 di febbre e torna per la terza volta al Policlinico.
Riuscivate a comunicare con i dottori?
È stato un inferno perché era il momento più duro dell’emergenza, mio padre chiamava anche la notte, non si capiva nulla, ognuno diceva una cosa diversa, finché il 5 aprile una dottoressa ci chiama e con freddezza ci dice che mia madre stava per morire.
Come avete reagito?
Abbiamo chiesto di non farla soffrire, di darle una carezza per noi.
Tuo padre cosa ha fatto?
È scoppiato a piangere. Eravamo in sala, ognuno che piangeva nel suo angolo, senza poterci abbracciare, mio fratello al telefono.
Poi?
Passavano i giorni e non succedeva nulla. Aspettavamo solo quella telefonata. Non dormivamo, di notte io e mio padre ci raccontavamo le storie di famiglia. Finché quattro giorni dopo, il 9 aprile, ci dicono che mamma non ha più la febbre e sta combattendo con un batterio nel sangue.
Tuo padre cosa fa?
Mio padre in quei giorni annotava tutto in un diario, il 9 aprile ha scritto: “C’è stato un capovolgimento completo di quanto ci era stato detto, è come se non ci fosse in ballo la vita di una persona. A un certo punto ho chiesto se per caso non stessimo parlando di due persone diverse”. Il 10 ha scritto: “Di notte sono stato ossessionato da scenari terribili, ho pensato che mia moglie sia stata utilizzata come cavia o per qualche esperimento su medicine da testare”.
Era disperato.
Sì, finché il giorno dopo ci è stata concessa una videochiamata per vederla. Mia mamma aveva la mascherina e gli occhi chiusi. Mio papà ha cominciato a chiamarla e lei dopo un po’ con stupore di tutti, ha aperto gli occhi. Da quel momento, mia madre ha iniziato a riprendersi.
E tuo padre non smette di annotare i progressi giorno per giorno, segna nel diario il nome dell’infermiere che la cura, cosa farfuglia tua madre. A un certo punto scrive “Che mia moglie fosse un fenomeno lo sapevo già, perché l’ho sposata, ma ai suoi miracoli, a lei che esce dal coma dopo una nostra chiamata, non ero abituato”.
Annotava tutto, mio padre è stato un caregiver per 18 anni, sapeva cosa fare.
Arriviamo ormai a maggio. Tuo padre scrive che tua mamma vuole tornare a casa, che afferma di sentirsi sola come un cane. Il giorno dopo va meglio, scrive felice che sua moglie in videochiamata “ha notato la mia abbronzatura da orto”.
Alla fine è tornata a casa il 13 maggio, mio padre ha scritto: “Non è stato come lo sbarco sulla Luna ma quasi, anche noi come l’Apollo 13 abbiamo avuto qualche problema!”.
E sono iniziati altri problemi.
Noi pensavamo che il peggio fosse passato, eravamo felici, ma mia madre era 40 chili con piaghe da decubito, dopo due mesi col catetere si faceva tutto addosso, ci siamo trovati soli ad assisterla, cambiarla tre volte al giorno, a gestire un’infezione ospedaliera. Abbiamo comprato un deambulatore, le comode, il materasso anti-decubito.
E tuo padre è crollato.
Sì. Fino febbraio avevano la loro vita, vedevano film insieme, nel giro di pochi mesi è cambiato tutto. Era depresso, temeva di non poter più aiutare mia madre, un giorno ha detto che aveva avuto idee strane, ma pensavo niente di serio. Il 2 settembre si è operato lui di ernia, una piccola operazione in day hospital. Il 6 si è suicidato.
Tra il 2 e il 6 c’era stato qualche segnale?
No. La sera prima, il 5, si è lamentato del sugo per la pasta, io ho risposto che andava bene e lui ha alzato le mani come a dire: “non dico più nulla”. La mattina a colazione non si alzava. Dormiva solo, perché il rumore del materasso anti-decubito di mamma lo teneva sveglio.
Chi lo ha trovato?
Io. Era a letto, col lenzuolo tirato su fino al naso. Si è infilato un coltello in gola, poi l’altro e ha posato i coltelli sul comodino. Non ci ha lasciato nulla, neppure una riga.
Tua madre?
Io e mio fratello le abbiamo detto che ha avuto un infarto. Non le diremo mai la verità.
Di cosa è morto tuo padre?
Di solitudine e disperazione. È stato solo mentre mia madre stava per morire di Covid, è stato solo nel caregiving, è stato solo quando mia mamma ci è stata rimandata a casa “senza istruzioni”, come dicevamo noi.
A chi dice che il Covid è finito cosa vuoi dire?
Che non è finito niente. Mio padre è stato una vittima collaterale del Covid.
“Quando mia moglie è uscita dal coma ci è sembrato di averla aiutata a risalire in superficie dalla fossa delle Marianne, dove tutto sarebbe stato più chiaro. E invece la navigazione verso un porto sicuro è stata sempre più pericolosa e piena di ostacoli”. Così scriveva Giorgio quattro mesi prima di togliersi la vita.
La Bestia barcolla, ma la colpa non è degli avidi seguaci
La destra populista in Italia ha una lunga storia, un forte radicamento e, temo, ottime carte da giocarsi in futuro. Ma proprio per questo, quand’anche malauguratamente espugnasse la Toscana, sono portato a credere che in futuro non si affiderà più a Salvini e alla sua Bestia.
La giustizia a orologeria non c’entra un bel nulla. L’elettorato di destra ha già dimostrato di essere molto indulgente in materia di malversazioni e finanziamenti irregolari. Li dà per scontati e li accetta come necessari. Se la Lega è diventata il primo partito italiano nonostante la condanna definitiva per i 49 milioni truffati allo Stato, figuriamoci quanto possano influire sui comportamenti di voto la plusvalenza ottenuta dall’immobile venduto alla Lombardia Film Commission, e le vorticose partite di giro tra commercialisti, prestanome improbabili, parentele fameliche, depositi esteri.
L’inchiesta della magistratura milanese farà il suo corso, ma non rivela nulla che non fosse già visibile a occhio nudo, a prescindere dalle singole responsabilità penali: risorse pubbliche dirottate a scopi di propaganda e, in particolare, la Regione Lombardia adoperata come un bancomat per soddisfare i bilanci privati di chi all’impresa partecipa non certo perché convertitosi improvvisamente dal secessionismo padano al nazionalismo sovranista.
Se ciò valeva già per la Lega pre-Salvini, che si affidava a un avvocato come Matteo Brigandì e a un tesoriere come Francesco Belsito – non certo degli idealisti – è la riconversione operata dal Capitano che ha posto le basi della sua attuale vulnerabilità. La personalizzazione della leadership ha assorbito, nel gergo aziendale si direbbe esternalizzato, le risorse di via Bellerio. Fino al punto di cambiare il nome e la ragione sociale del partito, divenuto “per Salvini premier”. La Bestia di Luca Morisi ha soppiantato la radio e il quotidiano preesistenti, mentre i portavoce del passato, come Gianluca Savoini, si riciclavano mediatori d’affari.
Lo straordinario successo conseguito alle Politiche del 2018 e alle Europee del 2019 ha alimentato un senso di onnipotenza e di impunità, man mano che la Lega occupava postazioni nella governance economica e alla Rai. Il successo dà alla testa e, nel caso specifico, ha indotto anche chi viveva nel sottogoverno regionale a farsi più audace e sfacciato, per cogliere l’occasione.
Tutto ciò avrebbe funzionato se Salvini fosse un vero uomo di potere e un condottiero tatticamente lucido, oltre che un abile comunicatore. Invece è andato a infrangersi contro ben tre ostacoli diversi: la maldestra uscita dal governo; la difficoltà di radicare il partito al di fuori dei suoi insediamenti tradizionali; la pandemia Covid, gestita disastrosamente in Lombardia.
Così la macchina da guerra si è inceppata e, di colpo, si rivela fragile. La defezione di un custode dei segreti della Bestia, il commercialista Michele Scillieri, segnala che il vento ha cambiato giro. Il populismo italiano non ci metterà molto a trovare nuovi riferimenti, con Giorgia Meloni già pronta all’incasso.
Intanto, a Gemonio, ieri la festa di compleanno di Umberto Bossi ha radunato più leghisti nostalgici che negli anni scorsi.
A caccia dei 49 milioni (partendo da 800mila)
Sullo sfondo ci sono i soldi della Lega, i 49 milioni di euro evaporati dalle casse del partito nel giro di 5 anni e mai più ritrovati, il presunto riciclaggio, il finanziamento della Bestia di Luca Morisi, il sistema di vasi comunicanti creato dal tesoriere Giulio Centemero con la fondazione del partito parallelo, Lega Salvini Premier. Al di là delle tante operazioni sospette, però, l’inchiesta della Procura di Milano sulla Lombardia Film Commission è circoscritta ad alcuni fatti specifici. Indizi, per ora, ma abbastanza solidi da aver convinto il giudice per le indagini preliminari, Giulio Fanales, a firmare l’ordinanza che il 10 settembre ha portato ai domiciliari i commercialisti Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, insieme a Michele Scillieri – contabile presso il cui studio fu domiciliata la Lega Salvini Premier –, suo cognato Fabio Barbarossa e il presunto prestanome usato nell’operazione, Luca Sostegni, in carcere da metà luglio. Tutti accusati, a vario titolo, di peculato, turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.
Al centro dell’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi c’è la compravendita di un immobile a Cormano, a nord di Milano, per 800mila euro. Un capannone acquistato a fine del 2017 con soldi della Regione Lombardia dalla sua controllata Lombardia Film Commission. Il cui presidente – nominato dalla giunta di Roberto Maroni – era Di Rubba, professionista scelto da Matteo Salvini come direttore amministrativo del gruppo Lega al Senato. Per lui l’accusa è quella più pesante: peculato. Il contabile, in concorso con diversi altri indagati (sono 10 in tutto), da presidente di un ente pubblico si sarebbe appropriato di soldi dei cittadini. Un reato che prevede una pena da quattro a dieci anni. Come ciò sarebbe avvenuto è spiegato nei dettagli negli atti dell’indagine.
L’inchiesta si basa soprattutto su dati bancari, sui bonifici più che sulle intercettazioni. È proprio seguendo i soldi che i magistrati hanno ricostruito la vicenda. Dimostrando come, nel giro di 20 giorni, i soldi usciti dalle casse della Lfc siano finiti (in parte) nelle disponibilità personali di Di Rubba e del suo collega Manzoni, direttore amministrativo del gruppo Lega alla Camera. È la vicenda delle due ville sul lago di Garda raccontata nel pezzo qui sopra. Gli 800mila euro non sono però finiti solo ai commercialisti della Lega. A beneficiarne sono stati anche altri personaggi del cerchio magico salviniano. Uno di questi è Francesco Barachetti, elettricista della bergamasca con una condanna alle spalle per spaccio di droga, titolare di una piccola impresa edile, la Barachetti Service. Piccola, in realtà, fino a quando Salvini è diventato segretario della Lega e ha scelto come suoi fedelissimi collaboratori il tesoriere Giulio Centemero e i suoi ex compagni di università, Di Rubba e Manzoni. Da allora gli affari della Barachetti Service sono esplosi e il merito, secondo i pm, è stato proprio delle forniture svolte per la Lega e le sue società. Barachetti ha ricevuto circa 200mila euro per ristrutturare l’immobile di Cormano, ma secondo i magistrati ne avrebbe girata una parte a Di Rubba e Manzoni. Detto dei soldi arrivati sui conti dei due commercialisti e su quello del fornitore preferito dalla Lega, resta da spiegare dov’è finito il resto degli 800mila. E qui i magistrati hanno ancora molti dubbi. La fetta più grande, circa 400mila euro, ha preso la strada della Svizzera. Dopo vari rimpalli, i soldi sarebbero infatti stati trasferiti a Lugano sul conto corrente della Gleason Sa, un’impresa panamense. Che, viste le leggi societarie di Panama, può mantenere l’anonimato sull’identità titolari. A conoscerla dovrebbe essere però la banca elvetica presso cui Gleason ha ricevuto il denaro dei contribuenti lombardi. I magistrati italiani hanno inviato una rogatoria ai colleghi del Canton Ticino. Ma i tempi per ottenere una risposta potrebbero essere molto lunghi.
Con i soldi pubblici di Lfc. “The Commercialisti” si sono fatti le ville al lago
Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, i due commercialisti della Lega arrestati con l’accusa di peculato e turbativa d’asta, hanno usato i soldi della Lombardia Film Commission per comprarsi due ville in un residence sul lago di Garda. È questa la fine che avrebbero fatto una parte dei soldi pubblici della fondazione controllata da Regione Lombardia. La notizia è contenuta negli atti dell’inchiesta depositati presso il Tribunale di Milano e inviati per conoscenza agli indagati.
Il documento, datato 26 giugno 2020, è firmato dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi. I due magistrati scrivono al giudice preliminare del Tribunale di Milano chiedendo la proroga delle intercettazioni nei confronti di alcuni indagati. Per argomentare la propria tesi pubblicano una ricostruzione del giro dei soldi al centro dell’inchiesta. Ed è proprio seguendo il tragitto del denaro che si arriva al Green Residence Sirmione, a pochi metri da uno dei laghi più frequentati d’Italia. All’interno di questo complesso immobiliare con giardini e piscine, si trovano le due ville finite nella disponibilità dei commercialisti della Lega. Ogni abitazione ha il suo posto auto privato e un nome specifico. Di Rubba e Manzoni hanno scelto “Bouganville” e “Tigli”: ville costate in totale 307.999 euro. Tutto pagato con i soldi pubblici ottenuti indebitamente dalla vendita del capannone di Cormano, sostengono i magistrati nella richiesta inviata al gip, che l’ha in seguito accolta.
Per capire come avrebbero fatto i due commercialisti salviniani a comprarsi due case di villeggiatura con i soldi dei cittadini lombardi, bisogna ripartire dall’inizio della storia. La ricostruzione dei magistrati milanesi è complessa. Bisogna stare attenti a date e nomi. Il 30 dicembre 2015 la Regione, sulla base di una decisione presa dalla giunta guidata dal leghista Roberto Maroni, bonifica 1 milione di euro sui conti Lombardia Film Commission. Il presidente già all’epoca è Di Rubba. Lombardia Film Commission usa subito 800mila euro per comprare dall’Immobiliare Andromeda il capannone di Cormano. Andromeda, però, subito dopo aver incassato distribuisce quasi tutta la cifra sui conti di due società. È da qui che si arriva alle ville sul lago di Garda. Degli 800mila euro incassati, nel giro di due giorni, Andromeda – all’epoca amministrata da Fabio Barbarossa, cognato dell’altro commercialista arrestato, Michele Scillieri – ne gira 178mila alla Sdc Srl e 488mila alla Eco Srl. Sono soldi che, scrivono i magistrati, le due società ricevono “a fronte di fatture per operazioni inesistenti”. La Eco è una piccola azienda edile intestata a Pierino Maffeis (indagato per concorso in peculato), residente a Gazzaniga, paese natale di Di Rubba. La Sdc è invece un’impresa bresciana amministrata da Elio Foiadelli (anche lui indagato per concorso in peculato), fondata un anno prima con capitale versato proprio da Di Rubba e Manzoni.
Da queste due aziende, si legge nel documento della Procura di Milano, “il denaro discendeva ulteriormente tramite Barachetti Service Srl, Studio Cld Srl e Dea Consulting Srl fino alla società Taac Srl”. Tutti questi passaggi di denaro avvengono tra il 7 e il 20 dicembre 2017. Cosa succede il 21 dicembre? Sborsando 307.999 euro, la Taac firma il rogito d’acquisto delle due ville sul Garda.
La prova regina, che ha permesso di arrestare gli uomini scelti da Salvini per amministrare i conti della Lega, i magistrati la trovano guardando chi c’è dietro la Taac. Ad amministrarla è infatti Vanessa Servalli, barista di Clusone e parente di Di Rubba. Ma più che la parentela con il presidente della Lombardia Film Commission, conta che la società è stata fondata con il capitale della Dea Consulting Srl, società che all’epoca faceva capo proprio ai due commercialisti della Lega. Taac, concludono i magistrati Fusco e Civardi, è stata “costituita da Dea Consulting al solo fine di acquistare le abitazioni destinate a Manzoni e Di Rubba con la provvista rinveniente dalla Regione Lombardia”. Le ville, dunque, sarebbero il frutto del peculato.
Stanno spegnendo l’Ilva: la crisi peggiore del 2012
Al voto mentre l’ex Ilva si spegne cadendo a pezzi. A Taranto la rabbia degli operai dello stabilimento gestito da Arcelor Mittal rischia di esplodere da un momento all’altro. La trattativa tra governo e Mittal per l’ingresso dello Stato nella società avanza lentamente e senza affrontare nodi fondamentali come il numero degli esuberi. E intanto la fabbrica di Taranto sembra venire giù un pezzo dopo l’altro: dopo il crollo di due carri siluro nel reparto di Acciaieria 2 lo scorso 5 settembre, due giorni fa un nastro trasportatore è caduto nel reparto Agglomerato a causa del cedimento di una delle strutture di sostegno. Nessun ferito, fortunatamente, ma tra gli operai l’esasperazione è ormai al limite.
Ai circa 4mila (su 8mila) lavoratori diretti già in cassa integrazione, se ne aggiungeranno da domani altri per la chiusura di tre reparti: “Saranno all’incirca un migliaio – spiega al Fatto Francesco Brigati della Fiom – ma non abbiamo un numero esatto perché l’azienda ha chiuso tutte le relazioni con i sindacati e quindi lo abbiamo scoperto direttamente dai colleghi dei vari reparti”. In fabbrica, quindi, il numero di operai presenti è ormai ridotto al minimo storico con gravi rischi per la sicurezza in alcuni impianti. I sindacati metalmeccanici Fiom, Fim, Uilm e Usb hanno informato il Prefetto e la procura di Taranto che l’ulteriori riduzioni di presenze sugli impianti determinerà “un elevato rischio di incidente con serie ripercussioni per i lavoratori”. Nei reparti gli addetti sono ridotti all’osso: le manutenzioni si fermeranno generando nuove condizioni di insicurezza. I sindacati si scagliano contro il governo che resta in silenzio e annunciano battaglia: domani saranno decise le azioni da intraprendere senza escludere quelle clamorose. “Il governo intervenga immediatamente o sarà caos totale” hanno annunciato i metalmeccanici.
A 8 anni di distanza dal sequestro degli impianti e da quell’agosto infuocato del 2012 la situazione appare persino più grave. “Arcelor Mittal – scrivono Fim Fiom Uilm e Usb – mette a serio rischio la salvaguardia degli stessi impianti del siderurgico con conseguenze irreparabili ma, soprattutto, l’incolumità di chi ci lavora”.
Venerdì scorso, con una telefonata, l’azienda ha informato i lavoratori che si è svuotato il portafoglio ordini e quindi altri reparti dovranno fermarsi, tra cui i laminatoi a freddo: per tutti è solo l’ennesima presa in giro, una notizia evidentemente già in possesso di Arcelor da tempo è stata utilizzata in modo strumentale per alzare ancora il livello dello scontro. La percezione è che l’amministratore delegato Lucia Morselli stia continuando a preparare il terreno per garantire una fuga da Taranto alla multinazionale dell’acciaio. L’ipotesi che la manager possa restare al timone della società anche dopo l’ingresso dello Stato è considerato da molti il rischio peggiore per il futuro dell’acciaio italiano. Lei che nel giro di qualche mese ha parlato degli impianti ionici definendoli prima “criminali” e poi “i più belli d’Europa” è diventata nell’immaginario collettivo il volto più rappresentativo dell’inaffidabilità dei nuovi padroni.
Non vedono un futuro anche le ditte dell’indotto: a fronte di 40 milioni di fatture scadute, Mittal ha annunciato di aver provveduto al pagamento di 15 milioni. A novembre, secondo l’ultimo accordo col governo italiano, l’azienda potrà lasciare lo stabilimento pagando una penale di mezzo miliardo: a soli due mesi da quella finestra, tutto lascia ipotizzare che l’uscita degli indiani sia cosa fatta. Un intero territorio è ripiombato nell’incertezza e in pochi mesi tre operai in cassa integrazione si sono tolti la vita. Da più parti spiegano però che non era il lavoro l’unico problema di quegli uomini, ma tutti sono concordi nell’affermare che la precarietà del futuro non ha certo migliorato la loro condizione.
Da Boschi a Bellanova a Borghi: rappresentanza territoriale addio
“Ma il tedesco alla fine lo ha imparato?”. Quando Maria Elena Boschi, mercoledì, è sbarcata a Bolzano per sostenere il sindaco uscente Renzo Caramaschi qualche malalingua si è ricordato della sua promessa durante la campagna elettorale del 2018: “Imparerò il tedesco” aveva annunciato dopo esser stata paracadutata tra i monti dell’Alto Adige per tenerla più lontana possibile dal suo collegio di Arezzo, dove i risparmiatori di Banca Etruria non la volevano più vedere. Un collegio uninominale vinto in scioltezza grazie al voto della Svp. Dopo allora, in Alto Adige, Maria Elena non si è quasi mai fatta vedere, se non un paio di volte per incontrare sindacati e imprenditori, e del suo impegno politico qui si ricorda solo una sua accorata denuncia contro il consiglio provinciale che aveva cancellato i termini “Alto Adige” e “altoatesino” nella legge sugli adempimenti della Provincia autonoma all’Ue. Un po’ poco.
Ma quello della Boschi è solo l’ultimo caso della Seconda Repubblica di parlamentari paracadutati fuori dal proprio collegio “naturale”, fenomeno che si è moltiplicato grazie a leggi elettorali con le liste bloccate – dal Porcellum (2006-2014) al Rosatellum del 2018. Ma finora nessuno dev’essersene accorto e oggi i fautori del No al referendum gridano al vulnus della “rappresentanza” in caso di vittoria del Sì perché i piccoli territori non avrebbero più il proprio parlamentare di riferimento. Solo che già oggi il rapporto tra eletto ed elettori non esiste più da tempo. I dati parlano chiaro: se nella legislatura 1996-2001 i paracadutati erano solo il 7%, nel 2008 sono raddoppiati al 16% fino al 20% del 2018. Negli anni Duemila tra chi si è fatto eleggere con il Porcellum per poi scordarsi del proprio collegio, ci sono molti volti noti del centrosinistra: la romana Giovanna Melandri eletta nel 2008 con il Pd nella circoscrizione della Liguria ma anche l’allora tesoriere Luigi Lusi, oggi ricordato dai liguri solo per aver fatto ristrutturare una palestra in un istituto cattolico con i soldi del Senato. Un altro volto noto è la toscana Rosy Bindi – grande fautrice del “No” al taglio dei parlamentari perché si “indebolisce la rappresentanza” – che sette anni fa fu eletta in Calabria, a 800 chilometri dalla sua Sinalunga (Siena).
Alle politiche del 2018 con il Rosatellum i “paracadutati” sono stati tantissimi: solo nei 348 collegi tra Camera e Senato, su 1.392 candidati i paracadutati erano ben 277. Un quinto (un terzo solo del centrodestra). Oltre alla Boschi, la romana Beatrice Lorenzin ha ottenuto un seggio in Emilia Romagna, la bergamasca Valeria Fedeli a Pisa, il romano Pier Carlo Padoan a Siena ma anche Guido Crosetto passato da Ivrea a Bergamo fino a Giorgio Mulè che da siciliano doc è stato candidato a Sanremo. Poi c’è chi è stato ripescato con le liste bloccate: dal leghista Claudio Borghi eletto in Toscana fino a Teresa Bellanova che, dopo essere arrivata terza in Puglia, è diventata deputata grazie al generoso collegio dell’Emilia-Romagna. Dal giorno dopo gli emiliani non l’hanno più vista. Quando si dice la rappresentanza.
Taglio, Regioni e Comuni: il Covid non ferma le urne
Oggi dalle 7 alle 23 e domani dalle 7 alle 15, 49 milioni di italiani sono chiamati alle urne per il referendum confermativo sulla riforma costituzionale che prevede il taglio di 345 parlamentari rispetto ai 945 attuali (la Camera passerebbe da 630 a 400 eletti, mentre il Senato da 315 a 200). I cittadini dovranno votare “Sì” se sono d’accordo con il taglio dei rappresentanti e “No” se invece sono contrari. Come ogni referendum confermativo, rispetto a quello abrogativo, non esiste un quorum: il voto è valido indipendentemente dal numero dei votanti.
In sei Regioni d’Italia – Valle d’Aosta, Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia – 18 milioni di elettori sono chiamati anche a rinnovare il consiglio e la giunta regionale dopo il rinvio delle elezioni di maggio, causa emergenza covid-19. Il voto disgiunto – la possibilità di votare una lista e un candidato diverso – è possibile ovunque, tranne che nelle Marche. Le leggi elettorali delle sette regioni prevedono che i consigli regionali siano eletti in base a un sistema proporzionale mentre i presidenti di Regione con un maggioritario puro: vince chi prende più voti. Le Regioni si sono adeguate alla normativa nazionale che impone l’obbligo della doppia preferenza di genere, mentre in Toscana vige una legge elettorale che prevede il ballottaggio tra i due candidati più votati se nessuno supera la soglia del 40%.
Oggi e domanisi vota anche in 1.177 comuni, di cui tre capoluoghi di regione (Aosta, Trento e Venezia) e altri 15 capoluoghi di provincia: Agrigento, Andria, Arezzo, Bolzano, Chieti, Crotone, Enna, Fermo, Lecco, Macerata, Mantova, Matera, Nuoro, Reggio Calabria, Trani). Infine, i cittadini di Verona e Sassari votano anche per due elezioni suppletive: il collegio Veneto-09 e Sardegna-03. Sembrerebbe rientrato l’allarme seggi partito nel pomeriggio di ieri alla notizie di diverse rinunce di presidenti e scrutatori. Dal Comune di Milano, Torino, Napoli e Bari gli scrutatori sono stati trovati grazie agli appelli sui social. Sono state oltre 100 le sostituzioni di presidenti di seggi nel capoluogo meneghino dopo un appello via social ai cittadini. Così come a Torino grazie alla piattaforma “Torino Giovani” è stata messa una toppa sulle oltre 500 defezioni. A Roma un quinto dei seggi è stato surrogato dal Comune (530) mentre a Napoli, per coprire le 250 defezioni, saranno impiegati i dipendenti di Anm. Apertura delle urne regolare anche a Bari, dove l’amministrazione ha comunicato che “nonostante qualche difficoltà, si sono costituiti regolarmente”.
Il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri (M5S), ieri ha rassicurato sulle modalità di accesso al voto: “Non ci sono rischi perché è stato fatto un lavoro preparatorio attento”. Ai seggi sarà misurata la temperatura, la mascherina sarà obbligatoria e le matite sanificate prima e dopo l’utilizzo. Per votare sarà necessari un documento d’identità e la tessera elettorale.
Tanti i punti di contatto: a dividere sono i rifiuti
La doppia sfida più importante della tornata di Regionali di oggi e domani si gioca in Toscana e Puglia. Sull’esito del voto avranno molto peso le decisioni degli elettorati 5Stelle e Pd, alleati al governo, ma divisi in cabina elettorale. Per colmare la distanza tra i due mondi è però sufficiente andare a confrontare i programmi dei candidati presidenti “giallorosa” nelle due Regioni per accorgersi della consonanza degli obiettivi e delle promesse elettorali.
In Puglia sovrapposizione totale quasi su ogni settore tra i programmi di Michele Emiliano (Pd) e Antonella Laricchia (M5S). In quello di Emiliano però si possono leggere “più numeri”, come i 120 milioni promessi per la rigenerazione olivicola, 2 milioni in più per le borse di studio dedicate ai dottorandi, la piantumazione di 4 milioni di alberi nei prossimi 5 anni e arrivare al 10%/20% massimo di dispersione della rete idrica nel 2025, oggi è circa il 45%.
Obiettivi e azioni presenti anche nel programma 5S, nel quale si nota però una distanza sulla gestione dei rifiuti. Laricchia propone di iniziare un programma di progressive chiusure degli impianti privati di smaltimento, fino a arrivare alla loro chiusura nel 2050.
Per i 5Stelle si dovrebbe maggiormente puntare al recupero dei materiali, anziché quello dell’energia e i Comuni dovrebbero prendere accordi direttamente con le aziende private di riciclo, prediligendo piccoli impianti, aerobici e al di sotto delle 40mila tonnellate. La green economy sarà il vero volano di ripartenza industriale, ma in entrambi i programmi la questione ex Ilva rimane fumosa. Soltanto parole generiche sulla chiusura progressiva delle fonti inquinanti.
Il programma di Eugenio Giani (Pd) parte dalla modalità di attuazione: l’immediatezza. Ovvero agire subito in risposta alla pandemia.
Irene Galletti (M5S) affronta invece la prova elettorale con un piano suddiviso per macrotemi. Come in Puglia anche nella storica regione rossa vi è una forte somiglianza tra i programmi e una maggiore pragmaticità in quello di centrosinistra. Il richiamo al Recovery Fund è forte, assente invece in quello di Galletti. Grazie anche all’aiuto Ue per la Toscana, il candidato Pd promette 5 miliardi di investimenti e un sì convinto ai fondi del Mes. Parità di genere, innovazione e ambiente questi i principali obiettivi strategici comuni ai due candidati. Galletti promette però una differente gestione dei rifiuti, tema invece non toccato da Giani.