Puglia e Toscana come l’Emilia: i giallorosa per il voto disgiunto

Il voto disgiunto è un protagonista del voto di oggi e domani. La tecnica che consente di votare il partito di riferimento e un candidato presidente che eviti il peggio occupa silenziosamente il dibattito del M5S, dove al silenzio dei principali dirigenti corrisponde un tacito assenso, anche se Alessandro Di Battista si è schierato furiosamente contro. Ma non è escluso che il problema attraversi anche partiti come Italia Viva (ieri Teresa Bellanova ha invitato a votare in Puglia Michele Emiliano invece che Ivan Scalfarotto, lapsus poi subito corretto). A parte le Marche, dove è vietato dalla legge, è possibile ovunque, ma anche l’attenzione è tutta per Toscana e Puglia.

Il fatto è che nell’Italia finto-bipolare, con sistemi elettorali sconnessi l’uno dall’altro e un sistema partitico instabile ormai da almeno trent’anni, il voto disgiunto è una presenza costante.

Il caso Emilia. Si è fatto largo all’inizio di quest’anno, nel corso della campale campagna emiliana quando Stefano Bonaccini, attuale presidente della Regione, vinse anche grazie a un forte scarto di voti tra il voto personale e quello delle liste che lo sostenevano. L’Istituto Cattaneo ha stimato in 70mila voti, circa il 3%, i consensi provenienti dal voto disgiunto, non solo dal M5S, ma anche da molte altre liste di sinistra e di destra.

Non scattò in misura sufficiente, invece, in Lombardia nel 2013 quando i “montiani” che sostenevano Gabriele Albertini fecero un appello a votare per Umberto Ambrosoli contro Roberto Maroni. Nonostante il candidato del centrosinistra avesse ottenuto 180mila voti in più della propria coalizione, e Albertini 20mila in meno, il candidato leghista ebbe la meglio.

Due Camere, due voti. Ma il voto disgiunto esiste da sempre. Come spiega ancora l’Istituto Cattaneo in uno studio del 2013, trova origine nel bicameralismo italiano che consente di votare per Camera e Senato in modi diversi. Tra il 1987 e il 2008 la percentuale che ha votato per due partiti diversi nelle due Camere “ha oscillato tra il 5 e l’11%” con una crescita dopo la crisi sistemica del 1992. Prima, quando l’appartenenza ai partiti era molto più forte, lo sdoppiamento del voto era molto limitato. Negli anni 2000, invece, oscilla tra il 6 e il 10%, in particolare nelle regioni del Sud, molto meno nelle regioni “rosse”. A utilizzarlo sono stati soprattutto i giovani (8,9% in media tra il 1987 e il 2008) mentre la media scende al 4,8% tra gli over 65.

Ballottaggio speciale. La tecnica è fortemente invocata alle Regionali, le uniche con sistema maggioritario a un turno. Chi arriva primo, prende tutto (tranne in Toscana se il primo arrivato non supera il 40%: in quel caso si passa al ballottaggio). Il voto disgiunto diventa così un modo per formarsi da soli un ballottaggio in un turno solo. Con un voto si sceglie la lista preferita e con l’altro il candidato in grado di evitare il peggio.

Da D’Alema a Bertinotti. Massimo D’Alema, da presidente del Consiglio nel 2000, in vista delle Regionali che gli costarono il posto, fece appello al voto disgiunto dei Radicali ricevendo un cortese no. Rifondazione comunista ne fu destinataria d’eccezione, specialmente quando alle Politiche vigeva il Mattarellum, una scheda per il proporzionale e una per il maggioritario. La pressione fu tale che nel 2001 indusse Fausto Bertinotti a scegliere la “desistenza” rinunciando a presentare liste nei collegi uninominali della Camera.

Il voto disgiunto fece capolino anche alle Politiche del 2008, le prime del nuovo Pd guidato da Walter Veltroni. Alla Sinistra arcobaleno capeggiata proprio da Bertinotti, si chiedeva un voto disgiunto tra Camera e Senato (terreno di scontro più decisivo). Bertinotti rispose: “I sondaggi ci danno in crescita ovunque, saremo utili comunque”. Per contrappasso, a quelle elezioni la sinistra radicale scomparve per la prima volta dal Parlamento.

 

 

Autolesionismo Chi farà vincere la destra è il re del tafazzismo

Come sappiamo, oggi e domani gli elettori 5stelle possono costituire l’ago della bilancia che decide la vittoria o la sconfitta nelle due Regioni chiave della Toscana e della Puglia. Ma da essi può anche dipendere il futuro della maggioranza e del governo Conte. Perché delle due l’una. Possono fare buon uso del voto disgiunto segnando sulla scheda sia il simbolo M5S, sia il nome del candidato del centrosinistra (Emiliano in Puglia, Giani in Toscana). E manderanno un segnale positivo per l’alleanza giallorosa, che si potrà dare come possibile orizzonte la fine della legislatura. Possono invece non usare il voto disgiunto, comunque non in misura tale da determinare la vittoria dei due nomi del centrosinistra. E manderanno un segnale esattamente opposto. Oltre a minare la sopravvivenza del governo, sanciranno l’impossibilità di un patto non precario tra M5S e Pd, condannati in un futuro prossimo al ruolo di minoranze distinte e senza peso. Si spianerà inevitabilmente la strada al regime Salvini-Meloni. Puro tafazzismo.

Antonio Padellaro

 

Rischio Nessuno mi rappresenta però guai se si favorisce fitto

Il quadro pugliese definisce bene lo smarrimento del M5S, che ha scelto di autosabotarsi senza neanche dare ascolto ai propri iscritti, che si erano espressi a favore delle alleanze col Pd. Da tarantino che li ha sostenuti, dopo aver visto cosa è successo su Tap e Ilva dico che non esiste più un M5S credibile e la Laricchia non ha un progetto politico sulla Puglia. Alle ultime elezioni ho strappato la scheda perché mi rifiutavo di votare il meno peggio. Ma mi sono accorto che al fondo del barile non si arriva mai e, se non si può votare il miglior rappresentante, sceglierò almeno il mio avversario. Mi spiego: Emiliano non mi rappresenta, soprattutto per il suo progetto di decarbonizzazione per una fabbrica come Ilva che invece va smantellata, però lui è un avversario politico con cui posso confrontarmi, Fitto invece rischia di portarci indietro di 40 anni. Non sono tutti uguali. Perciò meglio votare il proprio avversario politico: da terrone non permetterò che la Lega Nord possa issare la sua bandiera qui.

Michele Riondino

 

Rimpianti Un errore non allearsi e oggi manca pure l’effetto sardine

Purtroppo a poche ore dal voto in Toscana e in Puglia siamo in mano solo alla speranza e questa è la tragedia. Nel senso che 5 Stelle e Pd dovevano pensarci prima e non si sarebbe dovuti arrivare a questo punto. A sinistra hanno avuto anni per pensare a dei candidati migliori, perché non è stato fatto? Il discorso vale anche in Campania, perché anche se De Luca vincerà con l’etichetta del Pd, resta il piu leghista di tutti.
Ora nelle Regioni contese il voto disgiunto potrebbe replicare in parte quanto accaduto in Emilia, ma c’è una grossa differenza. Allora Stefano Bonaccini fu molto aiutato dalle Sardine, che avevano una forza dirompente e che spostarono voti anche dei simpatizzanti del Movimento. Se Emiliano e Giani avessero beneficiato della stessa forza di piazza che aiutò Bonaccini, non ci sarebbero dubbi sulla loro vittoria. Qui invece non solo le Sardine non ci sono più, ma credo ormai si siano pure inimicati l’elettorato grillino col No al referendum sul taglio degli eletti.

Domenico De Masi

 

Scelte Qui la sinistra ha sbagliato, ma è inutile “buttare via” un voto

Il vero problema in Toscana è che 5Stelle e sinistra non siano riusciti a presentarsi insieme di fronte a una destra che è una delle peggiori di sempre. La tendenza autolesionista della sinistra ha prodotto uno dei tanti errori di questi anni. Dunque, capisco se i 5Stelle o gli elettori di estrema sinistra non sono convinti di Giani, anche perché col tempo si sono creati piccoli centri di potere locali che non hanno aiutato l’immagine di chi ha amministrato la Regione. Ma l’ipotesi del voto disgiunto permette di evitare il peggio e scegliere un proprio rappresentante in un’altra lista. Si tratta di votare il meno peggio, certo, ma forse è così che funzionano le cose in democrazia. È inutile votare il meglio del meglio se significa “buttare via” un voto e regalare la vittoria a chi è all’opposto rispetto a te. Per dirla con una battuta: come purtroppo ci capita di dire ormai da anni, è meglio turarsi oggi il naso che doverci tappare qualcos’altro da lunedì.

Paolo Hendel

 

Harahiri Votare chi perde di sicuro è suicidia. Emiliano è meglio di fitto

Per un elettore M5S dovrebbe essere naturale praticare ora il voto disgiunto. Votare il simbolo ha senso. Votare Galletti e Laricchia è invece suicida, perché entrambe non hanno chance di vittoria. Null’altro che un regalo alle destre.
Se però osi ragionare così, i talebani duri&puri prima ti insultano e poi farneticano deliri tipo questo: “Anche quando la Bresso perse in Piemonte dettero la colpa a noi!”. Certo. Ma era secoli fa e, soprattutto, al tempo il M5S non governava (anche) col Pd. Intendiamoci: capisco eccome le difficoltà di votare un’espressione (peraltro minore) del renzismo come Giani. Da toscano lo so bene. Lì il Pd ha colpe ataviche ed è pure recidivo. Ma fare la guerra a Emiliano, “il più grillino dei pidini” persino in tempi non sospetti (infatti Renzi lo odia), è folle. Se vincerà Fitto, sarà anche colpa di Laricchia, Lezzi e tutti quei salviniani (inconsapevoli?) che stanno anteponendo la loro comica vanagloria al bene di una regione. E di un Paese intero.

Andrea Scanzi

 

Duri e puri Il totem della coerenza non fa vedere i pericoli alle porte

Chi non vive la politica come compromesso personale o abitudine all’intrallazzo prova disincanto nei confronti di questo voto in Puglia. Io stesso ho interesse nei confronti dei 5Stelle, ma col tempo hanno abbandonato molti temi delle origini e qui hanno fatto compromessi su temi delicati come il Tap e l’Ilva. Non è un caso che in questa campagna elettorale tutti si siano tenuti alla larga dall’Ilva, perché sanno che meno se ne parla e meglio è, essendo una questione ormai in mano all’economia mondiale più che alla politica. Detto questo, mi metto nei panni dei grillini e so che il voto disgiunto non è il massimo. Ma in politica a volte si fanno alleanze anche tra forze diverse per scongiurare un rischio grave. Questa visione sana, purtroppo, sfugge a chi fa della coerenza un fatto assoluto e non riesce a vedere il pericolo di aprire le porte pure al Sud alle parole d’ordine della destra di Salvini e alla sua politica becera.

Alessandro Marescotti

Laricchia&Laricchio

Alessandro Di Battista che non fa un solo comizio per il Sì al referendum, ma arringa la folla pentastellata di Bari contro il mio consiglio agli elettori 5Stelle toscani e pugliesi di “turarsi il naso e votare disgiunto” mette tristezza. E ricorda il compagno Antonio: il comunista di Avanzi interpretato da Antonello Fassari che nel 1993 si risvegliava dopo vent’anni di coma e non ritrovava più nulla del suo piccolo mondo antico, tranne i Pooh. Con eleganza pari all’acume politico, Di Battista paragona il turarsi il naso, cioè scegliere il candidato meno lontano per scongiurare la vittoria del peggiore, a “un cesso pubblico”. E, con sicumera pari alla disinformazione, attribuisce il voto disgiunto alla “vecchia Democrazia cristiana”, che mai neppure lo nominò in 50 anni di vita perché nel sistema proporzionale non c’era niente da disgiungere. Poi scomunica le alleanze che “distruggono i progetti”, dimenticando che tutti i risultati ottenuti dal M5S nell’ultimo biennio con i governi Conte sono dovuti alle alleanze (potrebbe spiegarglielo Barbara Lezzi, che si spellava le mani alle sue spalle: al ministero del Sud chi ce l’ha portata? L’alleanza con la Lega o la cicogna?). Poi elogia Conte (troppo popolare per non prendere fischi attaccandolo), ma anche la candidata presidente Antonella Laricchia, che proprio all’invito di Conte a sedersi al tavolo con Emiliano rispose picche e ora non ha alcuna possibilità di vincere, ma ne ha parecchie di far vincere il peggiore di tutti: Fitto. Ma, per Di Battista, Emiliano e Fitto pari sono. Anche se uno faceva il magistrato e l’altro l’imputato. Anche se uno vuole decarbonizzare l’Ilva, come pure il governo Conte, coi soldi del Recovery Fund e l’altro nel suo programma l’Ilva non la cita neppure per sbaglio. Anche se uno, con tutti i suoi difetti, predica da sempre l’alleanza con i 5Stelle e l’altro li ha sempre schifati. Lo stesso vale per Giani e Ceccardi in Toscana, come ben sa chiunque abbia visto curricula, programmi e discorsi. Non vale invece per la Campania, dove De Luca è pure peggio di Caldoro e benissimo fa il M5S a correre da solo con l’ottima Valeria Ciarambino.

Qualcuno dovrebbe spiegare al compagno Antonio, alias Dibba, che siamo nel 2020, non nel 2009 quando i 5Stelle nacquero in piazza contro tutto e contro tutti. La politica è cambiata, in Italia e in Europa, anche grazie a loro (senza i loro voti, col cavolo che sarebbe stata eletta la Von der Leyen, avremmo avuto gli Eurobond e i 209 miliardi di Recovery Fund e che ora si parlerebbe di abolire i regolamenti di Dublino sui migranti). Il Pd non è più quello di Napolitano e Renzi, equivalente al centrodestra, con cui infatti governava giulivo.

E i 5Stelle non sono più all’opposizione, ma al governo. Perché han saputo turarsi il naso, non per finire nei cessi pubblici, ma per fare alleanze e compromessi, così come i loro alleati: prima la Lega, che li ha traditi, ora il centrosinistra, che li rispetta. Altrimenti sarebbero ancora lì in piazza a strillare senza portare a casa nulla. Ma soprattutto bisognerebbe spiegare a Di Battista cos’è il voto disgiunto (o panachage), previsto in molti Paesi Ue: non un vile e sotterfugio vetero-partitocratico, ma un potere in più che la legge dà agli elettori per differenziare, se vogliono, la scelta sul presidente della Regione da quella sulla lista dei consiglieri. Una specie di doppio turno a turno unico. Se anche nelle Regioni, come nei Comuni, fosse previsto il ballottaggio, oggi i grillini voterebbero M5S e Laricchia; poi, al secondo turno, nello scontato derby Emiliano-Fitto, molti sceglierebbero il meno lontano Emiliano. Ma in Puglia si vota a turno unico, dunque il voto disgiunto consente di concentrare in una sola tornata la scelta che nel ballottaggio si fa due settimane dopo: voto di lista ai 5Stelle e possibilità di scegliere fra i due presidenti possibili. Fra i quali Laricchia, come sanno benissimo anche lei e Dibba, non c’è. Lo stesso vale per la Toscana (che va al ballottaggio solo se nessuno supera il 40%): anche lì la brava candidata Irene Galletti è a distanza siderale da Giani e Ceccardi.
Ora spetta agli elettori M5S decidere, calcolando il danno che le vittorie di Fitto e Ceccardi farebbero alla Puglia, alla Toscana e, vista l’assurda politicizzazione delle Regionali, al governo Conte e all’Italia intera. Così come fecero a gennaio in Emilia-Romagna, quando un terzo di loro votò disgiunto 5Stelle/Bonaccini, scongiurando la vittoria della Borgonzoni in Salvini. L’anno prossimo, se Raggi e Appendino andranno al ballottaggio a Roma e Torino contro i candidati di destra, toccherà agli elettori del centrosinistra turarsi il naso e votare disgiunto: non perché Raggi e Appendino puzzino, anzi sono donne perbene, ma perché non sono amatissime da Pd&C. Il voto disgiunto, fra l’altro, non solo non danneggia i 5Stelle, ma ne aumenta addirittura i voti: i loro simpatizzanti tentati dal Pd per paura di favorire Salvini&C. o di indebolire il governo potranno scegliere serenamente la lista M5S e il presidente Pd. Laricchia e Galletti arriveranno comunque terze, ma il M5S avrà più consiglieri regionali per tener d’occhio e combattere Giani ed Emiliano ogni volta che lo meriteranno. Se invece chi arriva terzo si arrocca e impedisce ai suoi elettori di scegliere fra gli altri due, condanna i 5Stelle all’irrilevanza. E lavora per Salvini e/o per Draghi. Magari a sua insaputa, che è pure peggio.

Rileggere Mortati farebbe bene a chi deve riscrivere la legge elettorale

Se la politica istituzionale leggesse saggi come quello di Costantino Mortati, il dibattito pubblico sarebbe bonificato.

La ripubblicazione de La legge elettorale cecoslovacca si deve alla cura di Fulco Lanchester, professore di Diritto costituzionale e comparato alla Sapienza di Roma, che a Mortati ha dedicato gran parte dei propri studi. Il testo era stato edito nel 1946 dal ministero per la Costituente e rappresentava il tentativo del costituzionalista, forse il più rilevante della storia italiana, di spingere il dibattito post-bellico su alcune linee guida. La centralità di una legge elettorale proporzionale, il ruolo pubblicistico dei partiti in quanto strumenti necessari per manifestare, come scrive Lanchester, “le fratture e gli interessi sociali nel politico”.

Il sistema proporzionale è l’unico modo per “assicurare l’intervento nella gestione della cosa pubblica delle varie correnti politiche”, l’unico a non violare nella sostanza “il principio maggioritario” (e in effetti solo con le leggi proporzionali governa chi ha la maggioranza assoluta dei voti). Mortati è contrario alle preferenze, in ossequio a una concezione organica della rappresentanza basata soprattutto su programmi. Ma ha il culto del “riconoscimento dei partiti”, per il quale si batterà anche in Costituente, sostenendo la massima trasparenza di questi soprattutto nel processo di formazione delle liste. Fino all’idea, che a molti appare oggi blasfema, della “decadenza del mandato politico in conseguenza dell’espulsione decretata da un partito contro un deputato riuscito eletto nelle liste presentate” sempre però in presenza di “apposite procedure e quindi di regolamenti interni”. Dopo il referendum, la lettura del saggio di Morati farebbe bene a molti.

La legge elettorale cecoslovacca Costantino Mortati – Pagine: 96 – Prezzo: 11 – Editore: Giuffrè Francis Lefebvre

 

Ligabue, artista a suo agio solo con la natura

In una pianura deserta e verdissima, con qualche sparuta fronda tropicale, un leopardo attacca e ferisce un bufalo mentre una iena – sullo sfondo – assiste allo spettacolo; un leone dalla folta criniera in mezzo alla foresta, avviluppato tra le spire di un serpente, si dibatte per non rimanere soffocato; e ancora un altro leopardo, stavolta in una selva notturna, sfodera famelico le zanne e gli artigli contro una scimmia che prova a fuggire via.

Non si tratta delle scene da un safari o un reportage naturalistico, no, sono i soggetti di alcuni dipinti di Antonio Ligabue (1899-1965) – nell’ordine: Leopardo con bufalo e iena (1932), Re della foresta (1959) e Vedova nera (1951) – che potremo ammirare all’interno dell’importante esposizione consacratagli a Parma Dare voce alla natura (Palazzo Tarasconi, fino al 30 maggio, a cura di Augusto Agosta Tota, Marzio Dall’Acqua e Vittorio Sgarbi).

A elevarli dalla seppur meritevole categoria di cartolina esotica ed esercizio di evasione è un dettaglio che restituisce almeno in parte la cifra del pensiero del pittore: nei quadri che consacra alla natura selvatica – in altri, per esempio Cortile (1930) o Ritorno dai campi (1959), narra la quotidianità agreste della bassa padana – vi è spesso un teschio, una carcassa o uno scheletro.

Citando le Vanitas del Seicento, Ligabue si arrende – nella sua maniera di vivere e dipingere definita così esattamente naïf – all’ineluttabilità del dolore e della fine: qualcuno, tra il serpente e il leone, come tra tutti noi, soffrirà e morrà.

Le campiture abbondanti, i verdi vivissimi e scalati delle piante, il realismo di manti e piumaggi dimostrano la natura “animale” di Ligabue, cioè corporea, come raccontano i molti autoritratti in cui l’artista parla a se stesso e insieme a noi, soprattutto però ci “tocca”.

In Autoritratto con sciarpa rossa (1956), Ligabue si ritrae dopo essersi colpito il volto con un sasso per dirci l’angoscia, lo smarrimento del vivere.

Solo la natura lui comprendeva, e solo nella natura – libera, ribelle, incontrollabile – si sentiva compreso: lui che amava correre sull’argine del Po vestito col suo vecchio cappotto a chiamare gli animali emettendo i loro versi, per poi prendere lo specchietto che teneva appeso al collo e controllare chi fosse quella strana creatura di nome Antonio Ligabue. (A conclusione del percorso, 15 opere plastiche dell’artista contemporaneo Michele Vitaloni, connesso al maestro per il comune interesse verso il mondo animale.)

Dare voce alla natura Parma, Palazzo Tarasconi, fino al 30 maggio

Un feroce serial killer che cava gli occhi nell’India non violenta del Mahatma Gandhi

Come cambiano le parole, da un secolo all’altro. Assembramento, per esempio. Oggi in pieno tempo pandemico l’assembramento ha completamente perso il suo significato politico a favore di quello sanitario. Durante il lockdown sono stati infatti rigorosamente vietati ovunque, dalle abitazioni alla Chiesa. Invece, una volta, con gli assembramenti si poteva conquistare l’indipendenza di un Paese. “I poliziotti si schierarono e l’ufficiale si portò il megafono alla bocca. ‘Questo assembramento è proibito dagli articoli della legge sui crimini anarchici e rivoluzionari del 1919. Disperdetevi immediatamente o sarete arrestati’”.

Siamo nell’immensa Calcutta nel dicembre del 1920, cent’anni fa. Gandhi ha promesso l’indipendenza dall’Impero britannico entro l’ultimo dell’anno (in realtà avverrà oltre un quarto di secolo dopo). Sam Wyndham è un poliziotto inglese e combatte i suoi demoni (la moglie morta per l’epidemia di Spagnola durante la Grande Guerra) nelle fumerie d’oppio dei quartieri più sporchi e degradati della metropoli. Ed è lì quando di notte c’è un’irruzione dei suoi colleghi della Buoncostume. Lui scappa su per una scala, s’infila in una botola e si trova vicino a un uomo in fin di vita, che muore dopo pochi secondi. Coltellate in petto e occhi cavati. Il poliziotto continua la sua fuga sui tetti e il giorno dopo nessuno sa niente del cadavere. Scomparso. Ma la serie degli omicidi non si ferma. Un’infermiera e poi anche uno scienziato. Stesso rituale. Sam indaga con il suo collaboratore, un bengalese rinnegato dalla famiglia ché continua a lavorare con gli odiati inglesi. Fumo e cenere di Abir Mukherjee, scozzese di origini indiane, è un accurato giallo storico che qua e là offre variazioni hard-boiled o da spy story. Sullo sfondo, l’epocale parabola della non violenza gandhiana come lotta politica.

 

Fumo e cenere Abir Mukherjee – Pagine: 300 – Prezzo: 18 – Editore: Sem

Cucirsi un “Mantello” per ripararsi dal lutto

“Tanti quadrati o rettangoli uniti tra di loro, alcuni ormai sfilacciati, scintille di colore, petardi in un giorno di festa”. Scampoli di stoffa a comporre un mantello per il figlio. Così fece Clara Sandoval, madre di Nicanor Parra, tra i poeti più amati da Roberto Bolaño, e quando lui morì la bara fu avvolta in quel mantello, abbraccio materno eterno. Aneddoto che ha ispirato Marcela Serrano, scrittrice di origini cilene che poco ha da invidiare alla più celebre lsabel Allende, per il titolo di quest’intima opera autobiografica, Il mantello, a sondare le forme del dolore e le sfumature dell’assenza in seguito alla morte nel 2017 della sorella Margarita.

Agile, indomita e curiosa da bimba, da adulta giornalista di successo, Margarita ha sempre occupato un posto speciale nel cuore di Marcela: compagna di giochi prediletta ma pure perenne opposto con cui confrontarsi. Il mantello che Serrano cuce per lei è un patchwork: pezzette cucite tra loro con fili di parole. Ricordi nostalgici, quasi mai più lunghi di un paio di pagine, a volte persino di poche righe, eppur gioiosi come quelli nel sud del Cile, in provincia di Ñuble, sulle rive del fiume Itata, dove Serrano crebbe spensierata sino a quando la riforma agraria di Allende la depauperò delle radici più profonde, confiscando la proprietà (Serrano fu costretta all’esilio, a Roma, prima di tornare in Cile), e altrettante le emozioni legate alla difficoltà di accettare che qualcuno di amato non ci sia più. La scrittura diviene così atto creativo capace di cauterizzare le ferite, come faranno i collage di cui diverrà abile artigiana (è diplomata in incisione ed esperta di arti visive), con spesso al centro l’immagine della sorella.

“Con una mano soffrire, vivere, palpare il dolore, la perdita. Ma c’è l’altra, e scrive”. Una delle epigrafi scelte, tratta da La venue à l’écriture di Hélène Cixous, svela subito natura e sostanza del testo: l’immersione nel trauma al fine di elaborarlo e l’inchiostro a fissare su carta il passato. A tre giorni dal funerale Serrano decide infatti di concedersene 100, in isolamento. “Dovevo incarnare il lutto nello spazio che apparteneva a noi due, nel frutteto, in mezzo agli alberi di avocado e agli aranci, con le colline tutt’intorno. Sola, tenacemente sola”, confida. E, sola, si mette a scrivere. Non più di fiction ma della cruda realtà che il lutto porta con sé, accordandosi a penne come quella di Joan Didion e Philip Roth, che prima di lei hanno maneggiato il tema. Cita la visione di Roland Barthes sulla natura astratta dell’assenza che, tuttavia, è straziante e concorda con C.S. Lewis quando, narrando la morte della moglie in Diario di un dolore, si chiede perché nessuno gli abbia mai detto che il dolore rende pigri. Tutto a Lewis pare faticoso, perfino radersi, e anche Serrano ammette di economizzare i gesti, “devo razionare l’energia, come il pane per chi ha patito la fame troppo a lungo”. Sul suo comodino occhieggia sempre Il libro contro la morte di Elias Canetti, “Canetti è diventato il mio complice. Insieme soffiamo sopra gli ultimi respiri. E li odiamo” e chiude con una certezza, non consolatoria ma progettuale: “L’unica cosa importante è lei tra i viventi. La sua memoria. Non regalerò la vittoria alla morte. Continuerò a scrivere”.

 

Dialoghi banalotti e una Genova da cartolina: questa “Petra” lascia di sasso

Nel primo episodio ha avuto a che fare con uno stupratore seriale. Nel secondo, in onda lunedì alle 21.15 su Sky, la vedremo impegnata con il caso di un omicidio legato a un giro di cani di razza rubati. L’ispettore Petra Delicato, interpretata da Paola Cortellesi, è la protagonista di Petra, miniserie in quattro puntate girata da Maria Sole Tognazzi. La serie è tratta dai romanzi della spagnola Alicia Giménez Bartlett ambientati a Barcellona. Da Delicado a Delicato, dalla Catalogna a Genova: accompagnata dal vice-ispettore Antonio Monte, Petra si trova catapultata dall’archivio dove si era autoreclusa ai carrugi.

Che sia un tipo strano, l’ispettore Delicato, lo si capisce subito. Ha smesso di fare l’avvocato per entrare in polizia e mettersi a spolverare scartoffie; si è trasferita a Genova ormai da due anni ma vive ancora in mezzo agli scatoloni; come animale di compagnia ha scelto un ragno. “Una donna libera”, per usare le parole di Paola Cortellesi, che si è lasciata alle spalle due matrimoni e ora cerca solo rapporti occasionali, ogni indagine un uomo diverso. Scontrosa, sarcastica, spesso volgare, isolata dagli auricolari che porta sempre nelle orecchie. L’ispettore Delicato non sta simpatica a nessuno ma trova in Monte, un poliziotto vecchio stile dai modi compassati, il partner ideale.

Ecco: il difetto di Petra, intesa come la serie, è che somiglia un po’ troppo al vice-ispettore Monte. L’impressione è quella di un poliziesco piuttosto classico e talvolta troppo prevedibile. Anche i dialoghi tendono a scadere nel banale (“E tu perché sei diventato poliziotto?”. “Da ragazzino guardavo i film di Clint Eastwood…”). Genova poi, una location inizialmente osteggiata e poi sostenuta con entusiasmo dall’autrice dei romanzi, merita un discorso a parte. Perché è vero che la città è ben presente nel racconto: ma è una Genova senza genovesi, che così rischia di diventare soltanto una cartolina.

 

Shakespeare fatto a pezzetti

Per precauzione, Il Fatto Quotidiano ha deciso di tornare a teatro in modo sicuro, ovvero non tornarci, tanto non serve neppure alzarsi dal divano per vedere Table Top Shakespeare: At Home Edition della compagnia inglese Forced Entertainment, tra le prime a inaugurare il ricco cartellone della 35esima edizione di Romaeuropa Festival.

Presentate per la prima volta in Italia nel 2016, queste operette riducono i classici shakespeariani a “giochi da tavolo” di 40-60 minuti ciascuno: performance per attore solo e un po’ di oggetti di uso comune – righelli, contenitori per sale e pepe, spugne e bottigliette – da muovere qua e là sul desco come personaggi in commedia. Ora i teatranti di Sheffield, guidati da Tim Etchells, si sono inventati una “edizione quarantena”, disponibile per quattro sere alla settimana in diretta streaming sul sito di Romaeuropa: una immersione nelle 36 pièce del Bardo – una alla volta – per tutta la durata del festival.

Per il debutto (di impeccabile puntualità; altro che il Teatro) la compagnia ha scelto Macbeth, la tragedia scozzese interpretata dal bravissimo Richard Lowdon direttamente dal salotto di casa sua: davanti ha un tavolo di legno, dietro la libreria (compreso qualche faldone distraente: chissà cosa conterrà), proprio come nei frusti talk televisivi. “Orrore”: alla vista della libreria come sfondo lo spettatore sprofonda nel divano, distraendosi col bere, mangiare, fumare, fonare i capelli, ritoccare lo smalto sulle unghie… Ma l’attore è così magnetico e preciso da sedurre il pubblico: ecco spuntare le streghe, gomitoli serpentini; il Re Duncan, detersivo per piatti; i figli Malcolm e Donalbain, saponette; i nobili Macduff, Lennox, Ross, detergenti vari; il dottore-collutorio. Macbeth – il cattivone perso nella sua testa, prima nei dubbi e poi nelle allucinazioni – è una flacone di cera liquida per pavimenti, quasi vuoto, come vuota è sua moglie Lady Macbeth, un vasetto senza niente. Sono una coppia sterile, è chiaro, a differenza dell’amico Banquo, una boccetta di colla verde, e di suo figlio Fleance, una boccetta di colla verde in miniatura. Persino i killer professionisti – due ampolle zeppe di chiodi e ferraglia – hanno più contenuto dei coniugi Macbeth, così come i vari sottoposti, alias bombolette vecchie e sgarrupate.

È simpatica e minimale questa versione della tragedia, pur nella sciatteria della messinscena: riprese scadenti, luci peggio. Il merito va soprattutto a Lowdon, capace di far vedere quello che in Shakespeare non c’è: le didascalie, il corridoio, le camere, gli spostamenti di questo e quello, chi va dove, chi sta con chi, dalla parte di chi. Letteralmente. Lo spazio è magistralmente apparecchiato, non solo sul tavolo: la struttura della pièce è tersa, cristallina, geometrica. Ma di una geometria fin elementare, quella che spiegano a scuola coi bastoncini e i sassolini; così, alla fine, Macbeth scivola via con troppa facilità e inconsistenza, quasi vuoto come il suo tristo protagonista. Didascalica e didattica, persino la drammaturgia sferruzza le citazioni celebri, sciogliendole e spiegandole: “Orrore”. Shakespeare è fatto a pezzetti, più che a oggetti.

Forced Entertainment, Table Top Shakespeare: At Home Edition, fino al 15 novembre, gratuito e online su www.romaeuropa.net

Table Top Shakespeare: At Home Edition – Fino al 15.11

Gruppo di famiglia in un interno di aspiranti suicidi

Essere il migliore non basta, bisogna anche provarsi. Charlie Kaufman, che è un genio, non s’accontenta, e cambia le carte in tavola: dobbiamo provarci noi migliori, per seguirlo. Succede con Sto pensando di finirla qui (I’m Thinking of Ending Things), la sua terza regia dopo Synecdoche, New York (2008) e Anomalisa (Leone d’argento – Gran premio della giuria alla Mostra di Venezia 2015). Va da sé che dopo questi e dopo le sceneggiature di Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, che gli vale l’Oscar, la promessa di felicità è essere Charlie Kaufman.

Qui lo è in purezza, complice il provvido portafogli di Netflix: la fotografia di Łukasz ŻZal (Cold War), che nel formato 4:3 non ci lascia scampo; le formidabili prove attoriali di Jessie Buckley, Jesse Plemons, Toni Collette e David Thewlis; prima, l’idea. Che un film possa aspirare a una vita propria, possa essere mondo e annettersi tanto del nostro, possa perfino cambiarlo, il nostro mondo. La sineddoche è il film, e anziché rimaneggiare pare eccedere la nostra realtà, come già fu con David Lynch.

Abbiamo tra gli occhi qualcosa di scomodo, straniante, subdolo, inquietante, che ci costringe a chiederci che cosa significhi ancora oggi vedere un film. La cui storia, se dobbiamo ridurre a sinossi, è banale: una ragazza (Buckley, Chernobyl) accompagna il fidanzato, Jake (Plemons), in visita alla fattoria dei genitori (Collette e Thewlis) e si chiede, tra le altre cose, se non sia il caso di darci un taglio. Nel mentre, Kaufman ci preclude ogni via di fuga, non bastasse il quadrotto di ŻZal, ostruisce e claustrofobizza, inzeppando i dialoghi e il rimuginio over della ragazza senza nome, o con più nomi, incarnata dalla Buckley con case (quella dei genitori è un labirinto tempo-spaziale da far invidia a Shining), libri (Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace), auto (il teatro primo del film), viaggi (la meta è il viaggio dei due fidanzati, e pure il nostro), fogli di giornale (la collettanea delle recensioni di Pauline Kael sul New Yorker), a cui vanno aggiunti i musical (Oklahoma! in primis), i film (A Beautiful Mind puntualmente scippato) e i frappé (bleah).

Rimarremmo a bocca aperta, se Kaufman si accontentasse, invece no, ci spinge a guardarci dentro, a chiederci quanto il suo horror psicologico o meglio la sua psicologia dell’orrore intercetti della vita, del libero arbitrio: possiamo ancora scegliere? Spalancato su una non retta via che va da Stephen King a David Lynch, il baratro sconfessa esperienza e conoscenza, le nostre, e rivendica al cinema un altro mondo possibile, un universo parallelo che tracima le aspettative dello spettatore ed esonda un flusso di coscienza autoriale e, oltre, demiurgica. Kaufman non è facile, ma è democratico: dà quanto chiede, si divide la standing ovation, ci lascia (con) una canzone. Si chiama Lonely Room, ma l’abitiamo insieme. Sto pensando di finirla qui è su Netflix, ed è un capolavoro: fatevi sotto.

Sto pensando di finirla qui Charlie Kaufman

My Generation da 55 anni. E Keith Moon è il suo profeta

In vista dei Giochi di Londra del 2012 il Comitato Olimpico britannico contattò Bill Curbishley, manager degli Who. I papaveri dello sport avevano pensato di coinvolgere Keith Moon per una memorabile cerimonia d’apertura. C’era un problema: non conoscevano l’indirizzo del batterista. “So dov’è”, rispose Bill. “Ma procuratevi un piattino e un tavolino rotondo. Alloggia al Golders Green Crematorium. Da 34 anni”. E aggiunse: “Sulla lapide troverete la scritta ‘spero di morire prima di diventare vecchio’. Keith l’ha onorata”. Quel verso: il seme avvelenato della nidiata nichilista dei futuri punk, il patto d’onore degli sbandati Mod. Era una scudisciata alla Britannia Felix, che Roger Daltrey aveva cantato (con una finta balbuzie che innescò polemiche e il bando della BBC) il 13 ottobre 1965, giorno della registrazione in studio del singolo My generation, la decisiva rasoiata rock che apriva voragini tra i padri usciti dalla guerra e i figli insofferenti ai rituali della società perbenista. Pete Townshend aveva scritto la canzone per il disgusto che gli aveva procurato l’ordine della Regina Madre di rimuovere il carro funebre reale parcheggiato a Belgravia, la cui vista immalinconiva la Queen Mum. La Morte era presagio e simbolo, in quell’inno di disagio giovanile. Ma chi offrirle in sacrificio se non un fool shakespeariano come Keith Moon, che ancora molto tempo dopo il trapasso sarebbe stato protagonista della formidabile gaffe a cinque cerchi?

Una delle tante volte in cui Moon si era dilettato a devastare la stanza d’albergo, tra mobili buttati dalla finestra e dinamite per far esplodere il cesso, era stato proprio Curbishley a salvarlo: l’aveva trovato esanime e pieno di tagli per la ceramica del water volata in ogni direzione. Soffiò a Keith: “Ora ti farò ricucire la faccia: voglio che torni carina, perché te la spaccherò per tutti i casini che combini”. Danni fino a mezzo milione di dollari, con gli Who banditi dagli Holiday Inn e malvisti agli Hilton. Una sera il concierge lo chiamò: “Mr. Moon, potrebbe abbassare il registratore?”. “Venga su”, rispose il musicista. Che aprì la porta e mise dei candelotti nella toilet. “Sentito? QUESTO è rumore forte”. Un joker patologico, un bambino mai cresciuto. Sulla pagella gli insegnanti scrivevano: “si comporta da idiota”. Durante un tour lo stavano portando all’aeroporto. Keith urlò all’autista: “Torna indietro! Ho dimenticato una cosa in hotel!”. Rientrò nella camera e fece saltare il wc. Al party per i suoi 21 anni a Flint, nel Michigan, scatenò una battaglia a torte in faccia: piede in fallo e due denti rotti. Poco dopo, ubriaco, scivolò con una Lincoln dentro la piscina. Negli Who, solo il bassista John Entwistle gli dava spago, anzi gli accendeva le micce. Invece Townshend non lo sopportava: esasperato, inseguì Keith con un coltello in un treno affollato. Nel ‘73, nel mezzo di un concerto a Daly City il chitarrista perse la pazienza dopo il secondo svenimento di Moon. Di solito lo ridestavano a forza: quella sera no. “Portatelo via”, disse glaciale Pete ai roadie. E al pubblico: “Qualcuno se la cava con le bacchette?”. Si fece avanti un fan, Scott Halpin. Certo, nessuno valeva Keith: in qualunque lista dei migliori drummer della storia del rock lui e John Bonham li trovi sempre. Eppure i criticoni lo bollavano di essere solo un “fracassone”. Lo era, ma per altri motivi: Townshend è rimasto sordo a vita da un orecchio per l’“incidente” del ‘67 in diretta tv allo Smothers Brothers Comedy Hour (è l’incipit del docu The kids are alright). Keith aveva riempito la cassa con polvere pirica, ma la dose era dieci volte quella consueta. Alla fine di My generation il segnale video saltò dopo un botto sensazionale: fumo in studio, Townshend con i capelli dritti, batteria ribaltata, il braccio di Moon aperto dalle schegge. L’azzimato presentatore prese a calci i resti della chitarra semidistrutta da Pete.

Keith era comunque un ineguagliabile strumentista, che perse definitivamente il senno per lo stress del lavoro ritmico su un album epocale, la rock-opera Quadrophenia. Un campione: ma l’anima fragile, in perfetto stile mod, lo faceva sentire precario. Dopo 15 anni negli Who diceva di esserne il “batterista provvisorio”. E cercava lavoro altrove. Idolatrava i Beach Boys, si propose agli Animals, ideò il nome dei Lead (con la a) Zeppelin e nel ’77 a Los Angeles salì sul palco con loro al fianco di Bonham.

Nella gloria degli anni Sessanta avvicinò McCartney in un club: “Posso unirmi ai Beatles?”. Paul equivocò: “Prendi una sedia”. “Intendo: vi serve uno dietro ai tamburi?”. “Chiedi a Ringo”, rispose McCartney (l’aneddoto è nel libro Pretend you’re in a war, di Mark Blake). Starr restò sempre grande amico di Moon. I due se la filarono per sbevazzare, la notte del ’74 in cui John e Paul improvvisarono l’ultima session insieme. Peccato. Ma Keith aveva già suonato live con la Plastic Ono Band nel ’69 e cantato nei cori di All you need is love. I Beatles erano nel suo destino. Poche ore prima di morire Moon andò al cinema con la compagna Annette, Paul e Linda McCartney. Tornato a casa, ingoiò 32 pillole di sedativo: voleva ripulirsi dall’alcol. Lo trovarono morto all’alba del 7 settembre ’78. Aveva 32 anni. Tempo addietro aveva regalato una batteria a Zak Starkey, il figlioletto di Ringo. Diventato adulto, Zak prese il suo posto, lui sì “provvisorio”, negli Who.