Il governo Adib non decolla e resta ostaggio di Hezbollah

Il governo del premier Mustafa Adib (nella foto in basso) sembra morto ancor prima di nascere. Il primo ministro aveva preso l’impegno di formare l’esecutivo in tempi brevi, ma sono già passati quattro giorni in più dalla scadenza e il Libano resta un naufrago alla deriva, immerso nella sua disperazione fatta di proteste sociali e mancanza di servizi primari. A sorvegliare a vista Beirut è la Francia, tanto che ieri il presidente Macron ha sollecitato di nuovo l’omologo Aoun a darsi da fare: in ballo c’è un tesoretto che Parigi ha ancora in cassa destinato alle riforme dei Paese dei cedri, ormai ostaggio della peggiore crisi economica e politica degli ultimi 30 anni. Proprio durante l’ultima visita di Macron nella capitale libanese, l’1 settembre, i leader dei vari partiti e lo stesso Aoun avevano assicurato che in due settimane il governo avrebbe preso forma. Ma questo non è accaduto e ora alcuni giornali libanesi – fra cui il Daily Star – ipotizzano che il premier incaricato possa farsi da parte. Il suo nome era stato annunciato come quello della svolta, un tecnico capace di farsi largo fra le invidie e le gelosie della società libanese, ma così non sembra. Innanzi tutto, c’è sempre l’ombra di Hezbollah, il movimento armato sciita che è espressione dell’Iran, e che aspira a controllare alcuni dicasteri di prima importanza, fra cui le finanze, da cui passa la gestione degli aiuti umanitari dopo l’esplosione del 4 agosto nel porto di Beirut, e dei negoziati col Fondo monetario internazionale che dovrebbe concedere una somma adeguata per uscire dalla crisi economica.

A proposito della deflagrazione che ha raso al suolo una parte consistente del porto, salgono a 193 le vittime ufficiali, anche se, calcolando i dispersi, le autorità libanesi indicano un numero complessivo a 200. Tornando al premier Adib, tutta la sua esperienza di diplomatico sembra infrangersi sullo scoglio di chi comanda davvero in Libano. Ambasciatore in Germania dal 2013, Adib aveva ottenuto 90 voti su 119 ricevendo l’appoggio dei principali blocchi politici del Paese, tre settimane dopo che il governo di Diab si era dimesso in blocco sull’onda delle proteste popolari seguite all’esplosione. Ma le buone intenzioni sembrano rimaste tali e la sua dichiarazione subito dopo aver accettato l’incarico – “Il compito che ho accettato si basa sul fatto che tutte le forze politiche sono consapevoli della necessità di formare un governo in tempi record, e di iniziare ad attuare le riforme, partendo da un accordo con il Fondo monetario internazionale” – suona come una nota stonata.

Trump non balla su TikTok. Stop all’app “spia” cinese

Il braccio di ferro tra gli Usa di Trump e la Cina di Xi su TikTok è a un passaggio cruciale: Trump annuncia il divieto di scaricare le app cinesi TikTok e WeChat da domani, domenica 20 settembre. Ma la decisione, formalizzata da un ordine del Dipartimento del Commercio, potrebbe saltare se andassero in porto, con le modifiche sollecitate dalla Casa Bianca, le trattative in corso per un’intesa tra TikTok e Oracle, dopo il fallimento di quelle con Microsoft. Secondo fonti di stampa, che anticipano le mosse dell’Amministrazione statunitense, TikTok e WeChat saranno rimosse domenica dagli app store Usa: gli utenti che già le usano, potranno temponeamente mantenerle sui propri cellulari, ma WeChat potrebbe presto diventare inutilizzabile causa l’indisponibilità degli aggiornamenti software; e TikTok sarebbe illegale dal 12 novembre.

Il segretario al Commercio Wilbur Ross, vecchio sodale del magnate presidente, conferma quanto apparso sui media: “Su indicazione del presidente, abbiamo deciso di contrastare in modo tangibile la malevola raccolta di dati personali degli americani da parte della Cina, difendendo, nel contempo, i nostri valori e le regole della democrazia … Il Partito comunista cinese usa le app per minacciare la sicurezza nazionale, la politica estera e l’economia statunitensi”. Stizzita la reazione di TikTok: “Siamo in disaccordo con la decisione del Dipartimento del Commercio, e siamo delusi dal blocco dei nuovi download e dal divieto di uso della nostra app dal 12 novembre”. Una reazione delle autorità di Pechino è attesa nelle prossime ore. La battaglia di TikTok è un episodio della guerra commerciale tra Usa e Cina ed è pure un capitolo del contorto romanzo delle ingerenze straniere nelle presidenziali statunitensi. Trump e il suo rivale Joe Biden hanno avuto un botta e risposta a distanza sulla Cina giovedì sera, parlando il presidente nel Michigan e lo sfidante in Pennsylvania: Trump ha ripetuto un suo mantra: “Se Biden vince, vince la Cina”; Biden ha fatto un distinguo fra la Cina, un concorrente, e la Russia, un avversario, che “la pagherà per le sue interferenze” (in Asia, invece, “dobbiamo rafforzare le nostre relazioni”). Poco prima, il direttore dell’Fbi Christopher Wray aveva confermato, in un’audizione al Congresso, che Mosca continua a cercare di interferire nel voto, specie denigrando Biden: l’Fbi “non tollererà” interferenze straniere sulle elezioni presidenziali, aveva assicurato Wray, senza però sprecare parole sulla Cina. La indicazioni di Wray coincidono con le sensazioni che un ex capo Cia, Dan Coats, confidò tempo fa al giornalista del Washington Post Bob Woodward: “Putin ha qualcosa in mano che condiziona Trump”.

Non è escluso che tutte le mosse e contromosse su TikTok e WeChat vengano presto vanificate dall’accordo di partnership tra Oracle e TikTok, di cui – scrive il New York Times – il co-fondatore di Instagram, Kevin Systrom dovrebbe essere l’amministratore delegato. Il posto di Ceo di TikTok è vacante da fine agosto, quando Kevin Mayer si dimise a causa delle pressioni politiche conseguenti allo scontro tra Washington e Pechino. Il Ceo ad interim è Vanessa Pappas. Systrom si dimise da amministratore delegato di Instagram nel settembre 2018 con l’altro fondatore della app, Mike Krieger, per contrasti sull’autonomia della piattaforma rispetto a Facebook, che acquistò Instagram nel 2012.

L’accordo fra TikTok e Oracle non convince, però, Trump, nonostante le modifiche già apportate dal Dipartimento del Tesoro e approvate dalla cinese ByteDance e da Oracle: il presidente ritiene che l’intesa non fughi i timori sulla sicurezza nazionale. Anche la Cina dovrà dire la sua sull’operazione; e il via libera di Pechino non è affatto scontato. Un ‘no’ suonerebbe politicamente motivato: uno schiaffo di Xi a Trump, a sette settimane dal voto Usa. Secondo indiscrezioni, l’accordo tra TikTok e Oracle prevede, nell’attuale versione, che la partnership coinvolga anche Walmart e abbia sede negli Usa, ma che la maggioranza azionaria resti in mani cinesi: Oracle ne avrebbe solo il 20%. A Trump ciò non piace: vuole che la maggioranza dell’app sia nelle mani di investitori americani, per mettere al sicuro i dati dei suoi cittadini. Come se non fosse stata proprio l’americanissima Facebook nel 2016 a venderne milioni, favorendo la sua elezione.

Atlantia-Cdp: trattativa ferma. La palla torna all’esecutivo

A due mesi dall’accordo del 14 luglio che doveva sancire l’uscita dei Benetton da Autostrade e chiudere la ferita del Morandi lo scenario è il peggiore che si potesse ipotizzare. La trattativa tra Atlantia, Cassa Depositi e Prestiti e il governo si è arenata e lunedì il risultato delle elezioni regionali non avrà riflessi solo sulla maggioranza giallorosa ma sarà dirimente anche per capire il da farsi.

Il governo aveva ottenuto l’impegno dalla holding controllata dai Benetton (che a sua volta controlla Autostrade per l’Italia) di far entrare Cdp con un aumento di capitale che la portasse al 33% di Aspi; un altro 22% sarebbe stato rilevato da investitori istituzionali graditi alla Cassa e poi Autostrade sarebbe stata quotata in Borsa permettendo ai Benetton di uscire.

L’obiettivo si è rilevato complesso. Atlantia ha proposto soluzioni diverse, i suoi azionisti vogliono che Cdp paghi a caro prezzo il controllo di Aspi . I fondi valutano Autostrade almeno 12 miliardi, valori non lontani da quelli pre Morandi. Cdp puntava a una valutazione intorno ai 7-8 miliardi, già da sola in grado di garantire una plusvalenza ad Atlantia.

Il nodo decisivo, però, riguarda le manleve legali che Cassa chiede per dare l’ok all’operazione, rifiutandosi di accollarsi i rischi legati ai contenziosi del Morandi e di altri incidenti. Vale la pena ricordare che per le mancate manutenzioni sulle gallerie, Aspi è stata costretta a effettuare lavori che hanno paralizzato la Liguria, con richiesta di danni che sfiora il miliardo. Atlantia non vuol concedere la manleva e ha pure spedito una lettera (la quarta) a Bruxelles denunciando il comportamento del governo.

La trattativa è ferma, Atlantia temporeggia in attesa delle elezioni. Al ministero delle Infrastrutture è fermo anche il rinnovo della concessione, perché subordinato all’impegno a cedere il controllo a Cdp che la holding non vuole concedere. È qui che il governo può intervenire per costringere i Benetton alla resa. Sul tavolo resta poi l’arma, spuntata, della revoca. Si torna alla casella di partenza.

Borsa, vince la cordata “italiana”

L’azzardodel governo e di Cassa Depositi e Prestiti sembra aver pagato: la cordata formata da Euronext, Cdp appunto e Banca Intesa tratterà in esclusiva la vendita di Borsa Italiana con gli attuali proprietari londinesi: il prezzo, secondo indiscrezioni, si aggira attorno ai 3,5 miliardi e comprende anche Mts, la piattaforma su cui vengono trattati i titoli di Stato italiani.

Aquesto punto è il caso di tornare indietro di qualche mese e cioè al momento in cui London Stock Exchange, proprietaria di Piazza Affari da oltre un decennio, ha capito che avrebbe dovuto venderla per ottenere dalle autorità di regolazione europee il via libera alla fusione col colosso dei dati Refenitiv (alcune divisioni si sovrappongono infatti alle attività di Borsa Italiana).

Ad agosto la partita ha subito un’accelerazione improvvisa, dopo che l’esecutivo era sembrato inerte per mesi. Intanto è stata messa in piedi la cordata tra le italiane Cdp e Intesa con Euronext, la società delle Borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles e altre (in sostanza le piazze di scambio più rilevanti dell’Eurozona escluse Francoforte e Madrid). Ancor prima il governo ha infilato nel cosiddetto “decreto Agosto” una norma che aumentava i poteri di controllo e interdizione di Consob in caso di vendita di Piazza Affari: in sostanza, una pistola sul tavolo di chiunque fosse interessato all’affare e non avesse la benedizione del sistema Italia, per così dire.

Al momento delle offerte vincolanti, una settimana fa, Lse ha scoperto di avere tre candidati: Cdp e Euronext appunto, i tedeschi di Deutsche Borse e gli svizzeri di Six, che secondo indiscrezioni aveva presentato l’offerta economicamente più vantaggiosa ed erano pronti persino a un rilancio (così pochi mesi fa s’è portata a casa la Borsa di Madrid proprio contro Euronext). L’offerta di Six ha avuto anche il sostanziale appoggio dell’establishment d’Oltremanica: persino il Financial Times ha scritto un pezzo contro la norma varata un mese fa dal governo italiano, denunciandola come un’ingerenza politica in una trattativa di mercato. Alla fine però Lse deve aver capito che non conviene scommettere contro uno Stato intenzionato a riprendere un certo grado di controllo su una infrastruttura considerata “strategica” (e questo vale più per Mts e il debito pubblico che per Borsa in quanto tale): ieri è così arrivato l’annuncio che Londra tratterà in esclusiva con Euronext, Cdp e Intesa.

Alla fine Cassa depositi dovrebbe avere la stessa quota in Euronext della sua analoga francese (8%, e Intesa il 2,2%) e soprattutto aver voce sul management di Borsa Italiana e anche posti nella governance del gruppo a partire da una poltrona nel supervisory board e quella di presidente a un candidato italiano indipendente. Anche Consob verrà invitata a far parte del Collegio dei Regolatori di Euronext. “È un’operazione strategica per lo sviluppo delle imprese italiane”, ha detto l’ad di Cassa Fabrizio Palermo.

La via spagnola per Mps spacca la politica italiana

Grazie al matrimonio tra le spagnole CaixaBank e Bankia, “pilotato” dal governo di Madrid, il ruolo dello Stato nel credito torna al centro del dibattito politico anche in Italia. CaixaBank è una grande banca catalana controllata al 40% dalla Fondazione La Caixa. Bankia invece è nata nel 2010 dalla disastrosa fusione di sette casse di risparmio regionali: appena due anni dopo ha dovuto chiedere il salvataggio pubblico. La messa in sicurezza da 22,4 miliardi, realizzata grazie ai fondi europei intermediati dalla Troika è stata gestita dall’esecutivo spagnolo attraverso il Fondo per la ristrutturazione ordinata delle banche (Frob) che ha il 62% di Bankia.

Le concentrazioni bancarie sono spinte dall’impatto negativo sui margini causato della politica espansiva della Bce e dalle attese di nuove ricadute sui prestiti per la crisi innescata dalla pandemia. L’acquisizione carta contro carta di Bankia da parte di CaixaBank consentirà di ridurre i costi (770 milioni) e aumentare i ricavi (290 milioni) ma provocherà 8mila esuberi su 51mila dipendenti e la chiusura di un quarto delle filiali. Sorgerà il nuovo campione nazionale spagnolo, con una capitalizzazione di 16 miliardi e attivi per 664 miliardi a fronte dei 419 della concorrente Bbva e dei 335 di Santander, che gestirà con il 31% del credito nazionale, il 28,4% dei depositi, il 33% del mercato pensionistico e assicurativo e il 25% di quello dei fondi di investimento. La Fondazione La Caixa controllerà il 30% di CaixaBank mentre il Governo spagnolo scenderà dal 62 al 16% ma resterà azionista e avrà un consigliere.

L’operazione ha un riflesso anche in Italia, dove lo Stato è della partita. Dopo il salvataggio del 2017, il Tesoro è alle prese con i rebus di Mps (ne possiede il 68%) e della Popolare di Bari, che dopo il commissariamento è ora al 97% del Mediocredito Centrale del gruppo pubblico Invitalia. In base all’accordo con la Ue, lo Stato dovrà uscire dal Monte entro il 2021. Il ministro dell’Economia ha firmato il decreto che ne predispone la privatizzazione e continua inesorabile l’opera di moral suasion del Tesoro su Banco Bpm – che però seguita a smentirla – perché convoli a nozze con Siena, evitandone lo spezzatino.

Mentre si avvicina l’assemblea di Mps del 4 ottobre che approverà la cessione di 8 miliardi di crediti deteriorati ad Amco, la bad bank del Tesoro, M5S rilancia però l’idea di una banca pubblica. Nei giorni scorsi il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, ha inserito tra i progetti candidati alle risorse del Recovery Fund europeo anche 2 miliardi necessari in tre anni a creare attraverso Mediocredito una banca per gli investimenti, ruolo attualmente svolto da Cassa Depositi e Prestiti. Per Carla Ruocco, presidente della Commissione parlamentare sul sistema bancario, “non è il momento di svendere Mps”. Se lo Stato uscisse dal Monte, ai corsi di Borsa oggi ricaverebbe (forse) solo un miliardo sugli 8,5 investiti, perdendo il 90% dei fondi iniettati. Secondo la Ruocco occorre invece “rafforzare il sistema bancario stimolando la nascita della terza-quarta banca nazionale”.

A una nuova banca pubblica si oppone il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco: “L’esperienza delle gestioni pubbliche si è non di rado caratterizzata per gravi inefficienze”. Senza nominarlo, Visco ha anche attaccato l’ad di Mediobanca Alberto Nagel che ha lanciato l’allarme sulle nuove norme della Bce sui crediti deteriorati, definiti una “bomba atomica” per i bilanci delle banche, specie ora che la marea delle sofferenze sta per montare di nuovo per la crisi innescata dalla pandemia. La cris bancaria non è finita. A Madrid lo Stato banchiere gioca un ruolo. In italia, per ora, divide soprattutto la politica.

Il Tour e noi dannati delle parabole

Il paziente lettore ricorderà forse la mia telenovela kafkiana con Sky. La riassumo nell’essenziale. Io sono un abbonato Sky, posso godere di tutta la sua produzione. Ma a me interessa solo il calcio di cui questo network ha l’esclusiva.

Quando a metà estate sono ricominciate le partite di Champions mi sono precipitato sui canali Sky dedicati al calcio, ma sullo schermo appariva l’odiosa scritta “mancanza di segnale”. Potevo vedere sport tipicamente americani, come il basket o il baseball, con i Los Angeles Lakers o i Golden State Warriors, di cui non me ne potrebbe fregar di meno, ma anche le trasmissioni di calcio parlato, non le partite. Contattare Sky, come ho raccontato, è stata un’odissea, quando finalmente ho raggiunto un essere umano costui mi ha risposto che la responsabilità era del mio condominio. Quando con molte difficoltà ho raggiunto il tecnico del condominio, tale Formichetti, costui non si è nemmeno peritato di salire sulla terrazza a controllare le parabole mettendomi in una posizione di debolezza con Sky che aveva gioco facile a rimpallarmi al condominio. Ma anche l’amministratore del condominio Bressan ci ha messo del suo, cioè niente, perché si è completamente disinteressato della questione che riguardava, oltre a me, anche un altro coinquilino. Del resto si sa cosa sono, in genere, questi amministratori: degli architetti falliti. Se ho potuto vedere qualche partita è per i magheggi di mio figlio Matteo che è una specie di hacker.

Bene. Il 29 agosto è cominciato il Tour. Mi sono detto: perdio, il Tour non me lo toglie nessuno perché lo dà Rai2. Vado su Rai2 all’ora della tappa e sullo schermo appare la solita scritta “nessun segnale”. Vado allora su Eurosport che non è di Sky ma viene ospitato dalla piattaforma Sky. Lì per lì sembra funzionare, ma a un certo punto il telecronista comincia a balbettare. Oddio, non gli sarà venuto un coccolone? No, è il preannuncio di quello che avverrà poco dopo: sullo schermo appare… Telefono disperato a mio figlio che mi dice “vai sul 5002 e lì probabilmente puoi vedere le tappe”.

Anche il ciclismo subisce l’eccesso di razionalizzazione e di economizzazione. Non è più uno sport di campioni solitari che fanno imprese eccezionali, alla Pantani, ma è uno sport di squadra, il che appiattisce tutto. Cosa fa la squadra più forte che quest’anno è la Team Jumbo-Visma di Roglic, che ha un fortissimo sponsor? In una tappa impegnativa, di salita, mette davanti un suo uomo che tira a tutta. A quella velocità nessuno può azzardare uno scatto. Dopo che il primo ha fatto il suo lavoro, ne subentra un altro e un altro ancora. La corsa è paralizzata. Vengono fatti fuori campioni importanti che in altre circostanze potrebbero dire la loro, ma che qui vengono pian piano eliminati, perché non reggono quel passo ossessivo com’è successo l’altro giorno a Quintana e al vincitore del Tour dell’anno scorso Bernal. Insomma sembra essere ritornati a quelle gare di eliminazione su pista dove a ogni giro l’ultimo della fila finiva fuori.

Nostalgia del vecchio ciclismo. C’erano delle specificità nazionali. I velocisti erano tutti belgi e qualche olandese. Campioni delle “classiche”, le gare di un solo giorno. Italiani e francesi erano grandi scalatori o passisti scalatori che vincevano il Tour o il Giro (Coppi, Bartali, Magni, Nencini, che fumava come un turco e si faceva anche un whisky prima della partenza, Louison Bobet, Jacques Anguetil). Qualche scalatore solitario c’era anche in Spagna, Bahamontes per andare molto indietro, e per andare ancora più indietro, a prima della guerra, “Trueba la pulce di Torrelavega”. Vincevano tappe, mai un Giro. I soli a essere rimasti se stessi, come da tradizione di un Paese dove non succede mai nulla, sono gli svizzeri. Cronoman eccezionali. Ai tempi di Anquetil e soci c’era Rolf Graf che vinceva tutte le cronometro. Ma se doveva stare in mezzo al gruppo era un disastro perché in gruppo si “lima”, come si dice in gergo, e lui non ne era capace. La tradizione è stata poi proseguita da Alex Zulle, peraltro anche passista scalatore e uomo da Giro, Tour e Vuelta (qualcuno ricorderà la crono di Trieste del 1998: 40 chilometri alla media di 53,77, record insuperato su quella distanza) da Fabian Cancellara e oggi Marc Hirschi (22 anni). Non c’è che dire, gli svizzeri sono sempre rassicuranti. Non solo nel ciclismo.

Quando ero ragazzo gli italiani tenevano ovviamente a Coppi, Bartali, Magni. Io tenevo a Rik Van Steenbergen, il più grande velocista di tutti i tempi. A me piacciono gli “assoluti”, quelli che in una determinata specialità sono imbattibili. Quando al Giro o al Tour si profilava un arrivo in gruppo mio padre che dirigeva Il Corriere Lombardo, quotidiano del pomeriggio, faceva mettere in piombo “1°Rik Van Steenbergen” per guadagnare qualche minuto sui rivali de La Notte di Nino Nutrizio. Di Van Steenbergen ricordo una memorabile vittoria nel Campionato del mondo (ne vinse tre) del 1957 a Waregem, in Belgio. Era il primo Campionato che trasmetteva la Tv. Ma le telecamere non erano mobili, erano fisse, si vedeva solo l’ultimo chilometro. Ad un certo punto lo speaker annunciò: “Sono fuggiti in sei, tre francesi, Louison Bobet, Jacques Anquetil, Dedè Darrigade e tre belgi, Fred De Bruyne, Rik Van Looy…”, e qui lo speaker fece una sapiente pausa ”…e Rik Van Steenbergen”. Dalla folla che seguiva la corsa sul circuito si levò un urlo: con Rik la vittoria era assicurata. Nell’ultimo chilometro c’era un ponticello le cui spallette coprivano i corridori. Ma sulle spallette si vide elevarsi una gobba, era Van Steenbergen che lanciava la volata agli ottocento metri (oggi un velocista se, dopo essere stato pilotato dai compagni, parte ai cento è già tanto). Alla sua ruota si mise l’infido Van Looy che teoricamente era un suo gregario, sperando di bruciarlo negli ultimi cento metri. E così fece. E qui si assistette a una scena comica. Uscito dalla scia di Van Steenbergen, che era alto 1,88 e possente, Van Looy invece di avanzare cominciò ad arretrare. Arriverà quarto o quinto. Negli ultimi anni era apparsa una nuova stella come velocista, lo spagnolo Poblet che aveva uno sprint fulminante negli ultimi cinquanta metri. In un Giro che doveva essere del 1961 o 62, non ricordo, Van Steenbergen aveva vinto in volata quattro tappe, Poblet pure. Ma c’era l’ultima tappa che si concludeva al Vigorelli. Era una sfida all’O.K. Corral fra Van Steenbergen e Poblet. Sul circuito apparve prima Van Steenbergen con la scritta Cora su una maglia nera, che completava il suo aspetto piuttosto tenebroso. Dietro Poblet. Ai cinquanta metri, Poblet lanciò il suo sprint micidiale, ma Van Steenbergen con un colpo di reni formidabile lo fulminò. Van Steenbergen, che se avesse voluto avrebbe potuto anche correre per la vittoria in un Giro o in un Tour, in quello del 1951, vinto da Magni, si mise alle spalle Kubler e Coppi.

Vabbè, ho parlato come sempre del passato. Del resto “passato è bello” mi aveva soprannominato il mio caro amico Walter Tobagi, che credeva di avere un grande futuro che gli fu invece spezzato da due ragazzi male educati.

Al liceo Socrate come a Parigi: le minigonne diventano bandiera

Il loro corpo è stato blindato in casa per mesi, quasi dematerializzato a furia di didattica a distanza e incontri su zoom. Hanno vissuto un’estate sotto il segno del contagio, magari nella casa dei nonni a Oriolo Romano, perché non tutte potevano permettersi la Costa Smeralda. Hanno atteso la riapertura con ansia, pure loro che comunque su Instagram ci vivono, ma anche basta troppa virtualità. Così il primo giorno di scuola, che a dirla tutta proprio una festa non era – esultate voi, seduti sulle sedie e senza banchi, senza toccarsi, con la mascherina sul viso, la ricreazione senza muoversi che ti viene un embolo e se non bastasse 35 gradi – alcune studentesse del liceo Socrate di Roma hanno scelto di mettersi una gonna. Forse per l’afa, forse per sentirsi, chissà, ancora vive. E una vicepreside, in quel contesto surreale, ha deciso che l’emergenza fosse invece quella, la gonna troppo corta perché a qualche professore “poteva cadere l’occhio”, con una logica anni Cinquanta che nessuno crederebbe ancora in circolo e che invece di colpevolizzare il voyeurista di turno accusa il soggetto guardato. Un modo migliore per incendiare la situazione, se mai ce ne fosse il bisogno, non c’era. E così è partita la “protesta delle gonne”, chiesta dagli studenti del liceo e dai gruppi del Collettivo politico Galeano, insieme a Ribalta Femminista, sulla scia delle colleghe francesi, che pure hanno fatto del primo giorno di scuola una protesta contro l’invito a “vestirsi appropriate”. Una reazione che ricorda antiche e felici rivendicazioni anni Settanta, declinate al tempo dei corpi compressi (e del climate change). Che poi, se parliamo di appropriatezza, sarebbero da bandire anche certi tagli di capelli maschili e brache e maxi-scarpe, che pure varcano i portoni scolastici. Immuni da commenti idioti, nonostante l’occhio ci cada, eccome. Che la bruttezza, comunque, è sempre peggio di un paio di gambe.

Mail Box

 

Non sono d’accordo con il voto disgiunto

Mi permetta di dissentire dal suo editoriale in cui sostiene l’opportunità del voto disgiunto M5S-Pd in Toscana e in Puglia. In riferimento alla Toscana, pur presentando i due schieramenti antagonisti del M5S volti completamente differenti (Giani è persona rispettabile e certamente conosce il territorio) rifiuto la scelta di voto “utile per paura delle destre” tanto più in una regione in cui i programmi elettorali sono sovrapponibili (privatizzazione e centralizzazione della sanità, sviluppo infrastrutturale miope e anacronistico) e incompatibili con il M5S. A questo aggiungo che un periodo di governo del centro-sinistra così lungo in Toscana ha portato il Pd a una evidente scollatura dalla realtà dei cittadini e si potrebbe addirittura giovare di qualche anno all’opposizione. Infine, se malauguratamente dovesse vincere la destra, il Movimento 5 Stelle e il Pd toscani, caratterizzati ad oggi da reciproca incomunicabilità, potrebbero trovare più facilmente un terreno di confronto compatibile con le rispettive identità.

Luca Rossi Romanelli

 

Caro Rossi Romanelli, non pensa che sarebbe una magra consolazione, visto che la Toscana finirebbe nelle mani della Ceccardi, cioè di Salvini?

M. Trav.

 

 

Vivo nelle Marche: meglio turarsi il naso

Buongiorno Direttore, sono un appartenente alla sempre più numerosa famiglia del Fatto. Le chiedo lumi riguardo al suo editoriale riguardo il voto disgiunto. Ormai da molti giorni la mia convinzione e indicazione di voto era sulla stessa sua posizione. Però leggo che il voto disgiunto è ammesso solo in Puglia e in Toscana e non in altre Regioni. Quest’anno da luglio sono tornato residente in Italia e più precisamente nelle Marche che risulta essere il mio collegio. A tal fine volevo chiederle se effettivamente nella mia Regione è ammesso o meno il voto disgiunto il che mi porterebbe a fare una scelta alla “turandosi il naso” come il Grande Nonno (lo chiamavo così dentro di me per la grande somiglianza con il mio avo ma con lo sguardo più spiritato rispetto a quest’ultimo) una volta mi disse quando, io ventenne e ignaro della politica, ci incontravamo per caso ma ripetutamente ai giardini di Porta Venezia a Milano che oggi portano il suo nome. Buon lavoro e avanti così, nuotando controcorrente pronti a evitare tutti quegli squali di cui è pieno il mare.

Giancarlo Rossini

 

Caro Giancarlo, no: nelle Marche chi tentasse di disgiungere il voto annullerebbe la scheda. Quindi voi marchigiani, se volete evitare gli squali, il naso dovrete turarvelo con entrambe le mani.

M. Trav.

 

 

Tracciamo il contante invece di abolire il Rdc

Caro Direttore, stamattina quasi tutte le testate online riportavano la notizia secondo cui, i fratelli Bianchi, accusati dell’omicidio del povero Willy, percepirebbero il reddito di cittadinanza. Purtroppo devo constatare ancora una volta che questa misura assistenziale viene costantemente connotata da un’accezione negativa, quasi ci fosse un qualche astratto collegamento tra la richiesta indebita e la commissione di reati. Dietro alla notizia, si nasconde sempre il sotteso secondo cui, i contribuenti finanzierebbero con le loro tasse soggetti che non hanno bisogno, o che addirittura si macchiano di gravi reati. E questo è evidente se si presta attenzione ai titoli recenti dei giornali, dove ormai, non c’è un titolo di un arresto senza che sia accompagnato alla frase: “percepiva il Reddito di cittadinanza”, quasi fosse diventato un’aggravante del reato. Sinceramente non vedo alcun collegamento tra i due fatti, né ritengo che sia un’informazione così sorprendente dal momento che forse è naturale aspettarsi che chi è solito violare la legge, possa farlo anche per percepire aiuti assistenziali non dovuti. L’unico motivo per il quale si crea il caso è quello di criticare una legge dei 5 Stelle, che sortirà però come unica conseguenza quella che presto, i percettori del Reddito, verranno considerati tutti nullafacenti talvolta anche disonesti, e questo non credo sia giusto nei confronti delle tante persone che hanno avuto accesso alla misura per reali difficoltà. Invece che contrastare il Reddito proporrei immediatamente disposizioni per favorire il tracciamento del contante.

Valentina Felici

 

 

Non posso “disgiungere”, così appoggerò il Pd

Ho fatto un post su vari gruppi di Facebook in cui incitavo gli elettori del M5S del 2018 che alle Europee si erano astenuti a votare Sì al referendum. Tutti danno per sicura la vittoria del Sì ma io, tra astenuti e quelli che voteranno a destra alle Regionali, non ne sono tanto sicuro. Sono un sostenitore del Movimento, ma nelle Marche in cui abito, non c’è il disgiunto e ho deciso, turandomi il naso come diceva Montanelli, di votare per il Pd. Sono stato alle riunioni del M5S e questa guerra a oltranza solo per egoismi personali non mi piace. L’ho detto anche a loro, ma nessuno l’ha capito. Mi sembrano come quello che per fare dispetto alla moglie si tagliava i coglioni.

Aurelio Scuppa

Referendum “Sto col Sì per rispetto del Parlamento”. “Ma No ai populisti”

 

Gentile Direttore, siamo sicuri che il Covid non ci regali sorprese nelle urne? Non credo sul referendum, dove comunque non c’è quorum e la scriteriata campagna di quelli del No non sposterà poi di molto il voto. Ma vuoi vedere che la paura del Covid in un elettorato tra i più vecchi d’Europa non sconvolga tutti i sondaggi?… A martedì, allora: insieme al risultato del referendum, potremmo vedere qualcos’altro di nuovo.

Marco Maria Cortellari

 

Caro direttore, votare Sì al referendum è un dovere anche nei confronti del Parlamento, e questo non è un motivo di poco conto. Che non sia necessario avere un Parlamento così numeroso ce lo dicono due cose: il 70-80 per cento di assenteismo e l’indecisionismo costante… Inoltre, per noi elettori, è necessario avere la possibilità di scegliere chi deve andare a rappresentarci, senza farlo decidere alle segreterie dei partiti: serve quindi una nuova legge elettorale. Incominciare con il Sì al referendum è l’unico percorso, anche perché la politica possa riconquistare i cittadini.

Roberto Mascherini

 

Gentile direttore, quando la volontà popolare viene fuori al di là del processo di formazione può produrre guai enormi. Come ci spiega un bellissimo libro di Zagrebelsky, il popolo scelse Barabba. Si dice che in quell’occasione la folle fosse stata, almeno in parte, corrotta con denaro dal “reddito di cittadinanza”. Quindi si sceglie Barabba anche se non ci piace, senza perdere però l’illusione delle promesse dei privilegi. Contro il logorio del populismo moderno… al referendum voto No!

Celso Vassalini

 

Caro Vassalini, questa riforma segue scrupolosamente la norma costituzionale (articolo 138) sulle modifiche alla Carta e anche il suo spirito (ritocchi limitati e puntuali). In più è stata approvata dal Parlamento stesso, nell’ultima e decisiva lettura, con il 98 per cento dei votanti. E non modifica la Costituzione originaria del 1948, ma un’altra riforma costituzionale scritta dalla Dc nel 1963 sotto il governo Fanfani IV. Se è stata sottoposta a referendum non è su richiesta dei cittadini, ma di 71 senatori voltagabbana che l’avevano appena approvata.

Marco Travaglio

Domani e lunedì persino Internet si schiera per il taglio

“Non si tratta, com’è ovvio, di superare la democrazia rappresentativa, ma precisamente di farla evolvere verso una ‘democrazia deliberativa’, in cui la cittadinanza occupi un ruolo più attivo e partecipativo non solo nei processi di promozione del consenso, ma anche in quelli di costruzione della decisione”

(da Política e Democracia na era digital di João de Almeida Santos – Parsifal, 2020 – pag. 150)

Trecentomila euro al giorno. Cento milioni all’anno. Mezzo miliardo in una legislatura. E, anche se fosse solo la metà, scusate se è poco. Ma, quale che sia la cifra esatta, non è questo in realtà il “focus” del referendum costituzionale in programma domani e dopodomani.

Mettiamo pure da parte, per un momento, la querelle sull’entità dei risparmi che la riduzione del numero dei parlamentari comporta. Concentriamoci piuttosto sullo snellimento e sulla maggiore rapidità dei lavori parlamentari che una vittoria del Sì può verosimilmente innescare. Come? Con un effetto di accelerazione favorito dalle tecnologie digitali e dai nuovi strumenti di comunicazione, da Internet ai social network.

Attraverso la Rete, il deputato o il senatore può innanzitutto gestire meglio e più direttamente i rapporti con i suoi elettori via email o WhatsApp. È vero che – la Costituzione – non ha un “vincolo di mandato”, ma il parlamentare deve pur sempre interloquire e confrontarsi con la sua constituency per rappresentarne le legittime aspettative, senza piegarsi a logiche clientelari nell’ottica dell’interesse nazionale. La tecnologia gli consente di ridurre eventualmente i comizi, gli incontri o le visite alle sezioni di partito superstiti, e quindi i trasferimenti logistici, per aumentare piuttosto il numero e l’intensità dei suoi contatti.

Al tempo della democrazia digitale, il deputato o il senatore ha gli strumenti per partecipare di più ai lavori e alle votazioni; per accedere agli archivi o ai documenti e provvedere più agevolmente all’elaborazione e alla stesura delle proposte di legge; per attendere meglio alla comunicazione con i componenti del proprio gruppo o con i propri collaboratori, oltre che con la propria base elettorale. E così si riuscirà forse a contenere la proliferazione delle sedi e degli uffici disseminati intorno a Montecitorio e a Palazzo Madama. Lo smart working e il voto online possono valere anche per i peones, gli assenteisti e i trasformisti.

Per tutte queste ragioni è opportuno che il numero dei parlamentari, in un equilibrato rapporto con la popolazione, diminuisca fisiologicamente com’è accaduto per tante altre categorie: dai dipendenti pubblici agli impiegati o funzionari di banca, compresi i giornalisti e i poligrafici. In qualsiasi campo o settore, oggi meno persone svolgono più compiti, mansioni e funzioni di quelle che svolgevano i loro colleghi sessant’anni fa: cioè quando una legge costituzionale stabilì nel 1963 che i deputati dovevano essere 630 e i senatori 315, per un totale di 945, con tutti i loro privilegi, indennità e immunità. Adesso anche loro sono in condizione di lavorare meglio e produrre di più.

Non è un paradosso, perciò, sostenere che nell’era digitale il taglio dei parlamentari – anziché ridurre la democrazia rappresentativa, come sostengono i fautori del No – possa favorire piuttosto l’avvento di quella “democrazia deliberativa” auspicata dal sociologo e filosofo tedesco Jürgen Habermas, insieme a tanti altri studiosi internazionali. Sì, quindi, a una democrazia più partecipata, circolare ed efficiente. Insomma, più adeguata ai tempi in cui viviamo.