La resilienza salverà il mondo, lo dice anche il “Recovery plan”

C’è una nuova parolina magica che salverà il mondo: resilienza. Mutuata dalla fisica (la capacità di un materiale di mantenere le proprie caratteristiche dopo aver subito un evento perturbante) è approdata alla psicologia umana e infine alla economia politica.

Il mega-piano dell’Ue varato a giugno dal Consiglio, ora in discussione in Parlamento, per rilanciare l’economia post-Covid ha preso il nome di Recovery and Resiliance Facility Plan. Secondo le definizioni delle agenzie Onu per resilienza si deve intendere “la capacità di qualsiasi sistema di conservarsi nel tempo attraverso ogni choc e stress, adattandosi e trasformandosi positivamente verso la sostenibilità”. Il che ci riconduce tautologicamente al concetto di sostenibilità. Vecchia conoscenza.

È dalla Dichiarazione dell’Onu sull’Ambiente umano della Conferenza di Stoccolma del 1972 che i potenti della terra inseguono lo Sviluppo sostenibile. In altre parole la crescita del valore monetario delle merci prodotte e vendute (il Pil) e la contemporanea diminuzione inversamente proporzionale (decoupling, disaccoppiamento) degli impatti del sistema produttivo e di consumo sull’ambiente naturale. Una chimera. Un fallimento più e più volte certificato dal progressivo surriscaldamento del globo, dalla perdita di biodiversità e di fertilità dei suoli, dall’acidificazione degli oceani, dall’aumento costante delle materie prime estratte dalla terra e dei rifiuti scaricati e, da ultimo, dalla diffusione delle epidemie. Dal 1970 al 2017 il consumo mondiale di materiali è cresciuto a un ritmo doppio rispetto a quello della popolazione. Abbiamo raggiunto la impressionante media di 14,5 tonnellate annue pro-capite (acque escluse). In Italia non stiamo andando meglio, vedi il Rapporto 2020 del Circular Economy Network.

Insomma, mentre il denaro messo in circolazione cresce come un fiume in piena, i “servizi” ecosistemici che il “capitale” naturale gentilmente ci mette a disposizione gratuitamente (ossigeno, acqua pulita, carbonio, azoto e fosforo al suolo, piante e animali di genere vario) degradano e collassano. Evidentemente c’è qualcosa nel sistema socioeconomico che funziona alla rovescia. Ha detto l’economista britannico Graeme Maxton, già segretario del Club di Roma, a proposito del Green Deal europeo: “Tutti vogliono trovare una soluzione semplice per poter continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto”.

Giusto cinque anni fa, il 27 settembre a New York, 150 capi di Stato firmarono solennemente gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals). Un’Agenda traguardata al 2030 con 17 obiettivi e 169 target specifici. Povertà e fame zero, lavoro per tutti e tutte, diminuzione delle disuguaglianze, salute e benessere, pace e soprattutto: acqua, energia pulita, rigenerazione della vita terrestre e acquatica. Ci sarà da fare un bilancio dettagliato e rigoroso dei trend e degli scostamenti. E non basterà sostituire l’aggettivo sostenibile con resiliente per giustificare il mantenimento di un modello di crescita/sviluppo che si è rivelato controproducente. Il banco di prova per tutti gli stati europei saranno i piani nazionali del Recovery Plan.

Le Linee guida e lo sterminato elenco di interventi contenuti nel documento “Progettiamo il rilancio”, elaborato dal Comitato interministeriale presso la presidenza del Consiglio, sono un’incredibile accozzaglia di progetti che non fanno riferimento all’Agenda 2030 e nemmeno alle modeste “condizionalità” verdi del Green Deal Europeo. Poi, dal 15 ottobre, se ne discuterà in Parlamento e capiremo finalmente cosa vuol dire resilienza.

 

È necessario lavorare meno, ma lavorare tutti

Ancora sul lavoro. Se andiamo alle radici etimologiche della parola ci accorgiamo che in latino non esiste una parola per indicare lavoro. Non certo labor: usato solo in tardo medioevo e con altra accezione. L’ipotesi più accreditata sulla etimologia della parola lavoro nelle lingue neolatine sta nella parola tripalium: strumento di lavoro costituito da tre pali coi quali il maniscalco metteva in leva dolorosa la zampa equina per immobilizzarla e procedere a posizionare il ferro sullo zoccolo dell’ungulato. Da strumento per infliggere dolore al cavallo, breve il salto a strumento di tortura usato per infliggere sofferenza al malcapitato di turno. Dal concetto di sofferenza lo slittamento semantico ad indicare il lavoro nella parola neolatina travaglio: utilizzato, guarda caso, sia per le donne, per indicare la sofferenza legata alla nascita – il “travaglio da parto”, sia per indicare il lavoro (in gran parte manuale e faticoso) maschile e femminile. In piemontese vadu a travajè, in siciliano vadu a travagghiari, in Francia travalieurs, in Spagna los trabajadores. Lavoro come sofferenza, dunque. Ora, ne sono consapevole, questa introduzione a un pezzo che state leggendo su Il Fatto Quotidiano, è un po’ come parlare di corda in casa dell’impiccato. Ma tant’è. Le parole continuano a essere pietre. Tanto più tenuto conto del travaglio come si è evoluto in questi ultimi anni. La sofferenza è direttamente proporzionale alla assoluta non volontà da parte del Capitale finanziario di dare un prezzo ai lavori immateriali, relazionali, emozionali, creativi che sono sempre più preponderanti nella composizione dei lavori.

In pratica si continua a ragionare in termini di bulloni avvitati e si impedisce di dare valore in senso economico (cioè un prezzo) a un sorriso o a una carezza a un bambino che soffre perché, non essendo una merce, non è possibile fare un prezzo unitario. Si tratta, come si dice, di valori inestimabili. Per giunta la politica, addomesticata e nominata dal padrone (argomento di accesa discussione recente), in questi ultimi anni ha legiferato, da destra e da sinistra per precarizzare il lavoro. Cioè, nei fatti, per aumentarne la sofferenza. A tutti i livelli. Giornaloni e mainstream mediatico informativo continuano a stressarci i cabbasisi, sulle disuguaglianze che aumentano. Salvo poi informarci che gli azionisti delle grandi multinazionali, proprio nella attuale crisi legata alla pandemia, hanno aumentato a dismisura i loro profitti, precarizzando il lavoro. Ora: capiamoci. Il modello turbocapitalista trionfante sta gestendo al meglio, dal suo punto di vista, i problemi della produttività del lavoro, manifatturiero e non, con robot e software. I lavoratori che svolgono lavori poco creativi e ripetitivi, a tutti i livelli, scompariranno nell’arco di una decina di anni. Cioè, in pratica, nella vita reale, scompariranno, a livello globale, centinaia di milioni di posti di lavoro e, con essi, la possibilità per altrettanti nuclei familiari di guadagnarsi da vivere. La conseguenza politica sarà che miliardi di persone non riusciranno più a condividere più la narrazione, indispensabile a dare un senso, una direzione, un ruolo, una motivazione alla propria esistenza, delle disuguaglianze che, da migliaia di anni, accompagnano la vita dell’umanità.

Narrazione, ci dice saggiamente Piketty nel suo ultimo libro Capitalismo e ideologia, la cui condivisione “ideologica”, frutto frequente di uno scontro di ideologie, appunto, consente all’umanità di procedere sulla strada evolutiva cercando di limitare i danni e rimanendo, malgrado tutto, coesa. Bisogna capirsi. Qual è l’obiettivo dell’economia? È il miglioramento della qualità della vita delle persone? Ovvero l’accumulo di denaro nelle tasche di un numero di persone sempre più ridotto? Personalmente opto per la prima ipotesi. Ingredienti della pozione ideologica che può invertire la tendenza attuale: la riduzione generalizzata e brusca dell’orario di lavoro a parità di salario.

Investimenti nei lavori creativi e non ripetitivi con obiettivi variegati: migliorare la qualità delle ricerche e delle conoscenze, la qualità del paesaggio e dell’ambiente, la qualità delle relazioni, la qualità delle emozioni, riducendo i rischi. In termini tecnici migliorando il paesaggio epigenetico che condiziona l’espressione del nostro Dna in senso positivo o negativo. Agevolazione della riproduzione finanziando le donne, che nel settore hanno il monopolio, da inizio gravidanza al compimento del secondo anno di vita del neonato, considerando l’estrema importanza che rivestono “i prime mille giorni” sulla salute della persona. In pratica: travagliare meno, lavorare tutti. Meditate gente, meditate.

 

Applausi ai pappagalli che sanno recitare il dramma della Woolf

E per la serie “Chiudi gli occhi e apri la bocca”, eccovi i migliori programmi tv della settimana:

Rai 4, 0.40: Supernatural, telefilm. Uno dei fratelli Winchester mette a rischio la propria vita per una decisione impulsiva. Sam: “Hai rubato un polmone d’acciaio?” Dean: “Credevo fosse vuoto!”.

Premium Action, 21.15: The Last Kingdom, telefilm. Uhtred si fa aiutare dai suoi uomini per dare la caccia alla veggente che lo ha maledetto. Si ritrovano tutti trasformati in un set di pentole antiaderenti.

Rai 1, 10.15: La Santa Messa, fiction. Gesù, stanco di fare miracoli, vuole dedicarsi solo all’amata Maria di Magdala. Ma l’arrivo di una nuova minaccia, Satana, lo costringe a tornare in azione…

Sky Cinema Uno, 21.15: 12 Round, film-thriller. Miles, uno spietato criminale, rapisce la fidanzata di Danny, il detective che l’aveva arrestato alcuni anni prima. Per salvare la sua ragazza, Danny è costretto a prendere parte a un gioco mortale: il ramino.

Fox Crime, 21.05: Delitti in paradiso, telefilm. Un paziente viene ucciso in un ambulatorio durante un esame di routine. Jack deve risolvere il caso, mentre lui stesso è oggetto di una colonscopia.

Rai 1, 21.25. Superquark, documentario. Piero Angela, a 91 anni, ha perso del tutto i freni inibitori, a giudicare da come introduce il primo filmato, un reportage sulla riapertura delle scuole: “Detesto i bambini. C’è chi li trova meravigliosi, ma io non dimentico che sono qui per rimpiazzarci. Quando guardo negli occhi i bambini, ci leggo sempre il messaggio: ‘È solo questione di tempo, zio.’ Maledetti!”.

Canale 5, 21.15: Scene da un matrimonio, film drammatico. Johan e Marianne hanno una vita tranquilla, una casa, due bambine educate, due professioni rispettabili. Sono una coppia esemplare, e Johan è l’amante di una sua studentessa. Dopo il divorzio, anche Marianne si concede delle avventure. A distanza di anni, entrambi sposati con un’altra persona, i due passano insieme un weekend nel cottage di un amico; scoprono di amarsi ancora e in maniera molto più profonda, molto più matura: da cornuti. Di questo capolavoro di Ingmar Bergman colpiscono la semplicità narrativa; la perfetta caratterizzazione psicologica dei personaggi, interpretati magistralmente da Erland Josephson e Liv Ullmann; e la ricchezza dei dialoghi, che sono eleganti pur non scostandosi da una quotidianità in cui qualsiasi coppia può ritrovarsi specchiata. Johan: “Ho una gran sete, ma sono così stanco che non riesco ad alzarmi dal divano”. Marianne: “Bevi la tua urina, stronzo”.

Rai 1, 1.20: Applausi. Dal Teatro Regio di Torino, “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, il celebre dramma di Albee, in una versione del 1984 recitata da una compagnia di pappagalli ammaestrati, per la regia di Luca Ronconi.

Rai 3, 13.15: Passato e presente, documentario. All’inizio degli anni 60 quattro semplici ragazzi di Liverpool formano un gruppo rock, i Beatles, e in poco tempo scalano le classifiche di tutto il mondo. Scoppia la “Beatlemania”, che li porta a mettere in discussione le loro convinzioni, in particolare la promessa di rimanere casti fino al matrimonio. Paolo Mieli ne parla con il professor Ferdinando Fasce.

Rai Movie, 21.10: Arrival, film-fantascienza. Alcune navicelle aliene atterrano sulla Terra. L’esperta di linguistica Louise Banks viene selezionata per far parte di una squadra che deve capire le loro intenzioni. Niente, dovevano solo dare una controllatina a olio e gomme.

 

Il conto di qualche spicciolo di vacanza

È presto e azzardato parlare di peggioramento della situazione pandemica. È infondato, al momento, parlare di seconda ondata. Tappate, per favore, la bocca ai catastrofisti di sempre. Certamente in piena estate stavamo tutti meglio, con i casi di Covid azzerati e i contagi al minimo. Il motivo? Probabilmente abbiamo vissuto di rendita dopo il lockdown, probabilmente le misure minime, quali l’uso delle mascherine e lavarsi spesso le mani, nonché evitare assembramenti, hanno ridotto la diffusione del virus.

Adesso stiamo invece vivendo le (inevitabili, aggiungo) conseguenze delle vacanze estive. Che ci sarebbe stato un generale rilassamento con qualche trasgressione, lo sapevamo tutti. Con i ragazzi, soprattutto, avevamo tirato molto la corda. L’estate, le vacanze, poter frequentare luoghi per ritrovarsi sono stati il leitmotiv della stagione.

Mi chiedo se ci sia consentito stupirsi. Anche noi adulti, seppur con un po’ più di senso di responsabilità, in gran parte dovuto alla nostra età, abbiamo tirato un sospiro di sollievo e ci siamo concessi qualche tenera trasgressione. Chi non ha, almeno una volta, dimenticato di indossare la mascherina, chi non ha abbracciato un amico che non vedeva da tempo, scagli la prima pietra.

Questo virus bastardo (nel vero significato del termine) ci sta presentando il conto di qualche spicciolo di vacanza. Ma noi adesso siamo più ricchi di prima (ça va sans dire), non certo di moneta ma di esperienza, conoscenza. Per questo il conto non sarà molto salato. Cosa accadrà? Abbandonando gli annunci di propaganda politica sul vaccino, senza ricorrere a improponibili misure restrittive, come il lockdown, probabilmente l’onda lunga della penitenza dovuta al “peccato estivo” sarà modesta e si esaurirà. Ma visto che il virus continua e continuerà a girare ancora almeno per mesi, è molto probabile che la stragrande percentuale della popolazione si infetterà. Se saremo solleciti a individuare i sintomatici, limiteremo al massimo i decessi che, già oggi, sono in percentuale molto bassa. Se il “bastardo” si comporterà come la maggior parte dei virus pandemici, si placherà e, speriamo, si estinguerà.

Per adesso non ci resta che aspettare che passi l’onda lunga per poi trarre delle considerazioni. Insomma le spiegazioni, a volte, sono più semplici di quanto appare. Ma vuoi vedere che ci ha fregati il colpetto di gomito che, solo adesso, l’Oms ci sconsiglia di usare?

 

Sì o no, sarà una scelta da Colosseo

Nei referendum si vota “contro” per definizione. Il referendum di domenica prossima non sfugge alla regola. Non date retta, del numero dei parlamentari importa poco o nulla (provate a chiedere in giro quanti sono oggi i deputati e i senatori e quanti potrebbero essere domani, e vedrete tanti sguardi persi nel vuoto). Ammettiamolo, il Sì e il No ci danno le stesso piacere malvagio del pollice verso dei combattimenti al Colosseo, ai tempi di Nerone.

Pensate davvero che lunedì le schede deposte nell’urna saranno ispirate da complessi ragionamenti giuridico-costituzionali? Dal calcolo del rapporto tra elettori ed eletti? Dai timori di un possibile golpe populista? O non piuttosto dal gusto del pollice giù?

Scriveranno No, per affossare i 5 Stelle e “per non vedere le facce trionfanti di Toninelli e Di Maio” (tendenza Billy Costacurta). No, per affossare il governo Conte (tendenza pure “se avevo detto Sì chissenefrega”, di Salvini&Meloni). No, per affossare in un colpo solo sia i 5 Stelle sia Conte, (tendenza attacco alla Costituzione, di Massimo Ghini: “sono figlio di un partigiano”). No, per dare una spallata alla segreteria di Zingaretti che ha detto Sì (tendenza “profondo disagio nel Pd” di Giorgio Gori). No, ma non si sappia in giro (tendenza Renzi). No, perché così mi si nota di più, o forse era meglio Sì ma ormai ho detto No (tendenza Mattia Santori). No, perché “non è questo il problema” (tendenza Roberto Vecchioni). No, contro quegli “imbecilli dei Sì” (tendenza Oliviero Toscani). No, “perché mi hanno convinto quelli che dicono Sì” (tendenza Makkox “pure a me stanno sulle palle”). No, ma avrei voluto dire Sì (tendenza Massimo Giannini). No, perché “i parlamentari sono troppi, ma dirò di no (tendenza Prodi, mi spezzo ma non mi spiego). No, in modo che i Sì vincano di meno (tendenza quella volpe di Veltroni). No, perché non ho capito la domanda (tendenza c’è solo l’imbarazzo della scelta).

Quanto ai Sì, basta capovolgere le motivazioni dei No. Sì, per attenuare l’eventuale Caporetto delle Regionali (tendenza Di Maio, Conte, Zingaretti). Sì, per trovare subito un posto libero sul carro dei vincitori (i nomi sceglieteli voi). Sì, per goderci la sera di lunedì le facce dei No (tendenza Travaglio-Padellaro).

Relazioni pericolose: così si va al voto in terra di mafia

Rapporti pericolosi, frequentazioni con pregiudicati, parentele imbarazzanti e citazioni nelle vecchie relazioni di scioglimento dei Comuni di Limbadi e Briatico. C’è addirittura chi, su facebook, si è apertamente dichiarato amico di uno dei figli dei boss Mancuso che spadroneggiano nella zona. Nei due paesini in provincia di Vibo Valentia si torna a votare dopo lo scioglimento nel 2018 per infiltrazioni mafiose. Mercoledì il presidente della Commissione antimafia, Nicola Morra, ha annunciato che “il prima possibile presenterà una lista di ‘impresentabili’ per i Comuni già sciolti per mafia che andranno al voto”. La lista non c’è ancora, ma sul sito Il Vibonese si legge già qualche nome. A Briatico, per esempio, il candidato a sindaco Costantino Massara era primo cittadino, quando il Comune è stato sciolto nel 2003, e assessore comunale nel 2018, quando l’amministrazione fu mandata a casa per lo stesso motivo. Seppur risalenti nel tempo, agli atti dell’ultimo scioglimento, ci sono le frequentazioni di Massara con i boss di Briatico, Pino Bonavita e Antonino Accorinti, il primo imputato nel processo “Costa Pulita”, il secondo condannato a 14 anni . L’aspirante sindaco sostenuto dalla lista “Limbadi Libera e democratica” è, invece, Rosalba Sesto (nella foto), due anni fa consigliere comunale di minoranza quando il Comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. La candidata Sesto è moglie di Aurelio Mario Bruzzaniti e, quindi, cognata di Giovanni Antonio Bruzzaniti, ritenuto dalle forze dell’ordine vicino alla cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti.

Regionali, liste ai raggi x: ecco chi non votare

Domenica e lunedì i cittadini sono chiamati alle urne per le Regionali in Campania, Puglia, Toscana, Marche, Liguria, Veneto e Valle d’Aosta. Più 1.184 Comuni.

Anche quest’anno non mancano nelle liste dei diversi partiti soggetti che in passato hanno avuto qualche grana giudiziaria o che semplicemente si ricordano per comportamenti non esattamente apprezzabili. La Commissione antimafia alcuni li ha inseriti in una lista dei cosiddetti “impresentabili”.

Nei giorni scorsi è stata annunciata una black list dei candidati, almeno secondo il Codice di autoregolamentazione dei partiti e la legge Severino: le Regioni che non passano l’esame dopo le verifiche della Direzione Nazionale Antimafia sono Puglia, Valle D’Aosta e Campania. “Molti gruppi politici hanno consultato la Commissione per esaminare le offerte di candidatura ed evitare quelle imbarazzanti. Ma lo sforzo avviato di autopurgarsi non è stato perfetto”, ha detto il presidente della commissione, Nicola Morra. Noi, con criteri diversi e senza certo negare il diritto a candidarsi secondo le norme di legge, abbiamo passato al setaccio i nomi dei candidati. Ecco dunque la nostra black list regione per regione.

 

Campania Dai guai dei big al voto di scambio

Non ci sono solo i nove “impresentabili” scovati dalla Commissione antimafia, il derby vinto da De Luca su Caldoro 5 a 4. Anche il governatore Pd e il rivale azzurro hanno qualche pendenza con la giustizia, compatibile col codice di autoregolamentazione. De Luca è imputato di abuso d’ufficio in appello per il Crescent di Salerno dopo essere stato assolto in primo grado, ed è tecnicamente indagato a Napoli (ma viaggia verso l’archiviazione) per truffa e falso per i quattro vigili urbani salernitani promossi nel suo staff. Il secondo invece è imputato in udienza preliminare per traffico d’influenze in un rivolo dell’inchiesta sul ‘sistema Romeo’ a Napoli.
E poi ci sono altri ‘semplici’ indagati. Con l’eccezione di Ernesto Sica (Italia Viva), 10 mesi in primo grado per il dossier diffamatorio marchiato P3 contro Caldoro, e Marco Nonno, Fdi, 8 anni in primo grado per gli scontri anti discarica di Pianura. E proprio la lista Fdi è stata composta senza pretendere l’illibatezza dei candidati: oltre a Nonno ci sono Michele Schiano di Visconti, indagato di voto di scambio con l’aggravante camorristica, e Pietro Diodato, che in passato fu rimosso dal consiglio regionale per le scorie di una vecchia condanna per disordini elettorali. Il voto di scambio (ma senza aggravante) è l’accusa anche di una candidata di De Luca, Flora Beneduce (Campania Libera).
Vin. Iur.

 

Puglia Tra Voltagabbana e uomini del disastro Ilva

C’è Michele Mazzarano (Pd) che è imputato per corruzione elettorale, un altro ex assessore regionale dem accusato di favoreggiamento nel processo Ambiente Svenduto sull’inquinamento provocato dall’Ilva di Taranto. C’è l’ex assessore comunale forzista Umberto Ingrosso che si scusò per i disastri finanziari della sua giunta. Con Emiliano corre Mauro Vizzino che poco dopo l’elezione alle Regionali del 2015 fu accusato di peculato ed è ancora sotto processo per aver intascato, da dipendente del Cup, finti rimborsi. Per “Fitto presidente” c’è invece l’ex senatore di Forza Italia Antonio Azzollini che a gennaio scorso è stato condannato a un anno e 3 mesi (pena sospesa) per il crac della Casa della Divina Provvidenza di Bisceglie, un mese dopo l’assoluzione dall’accusa per truffa sul porto di Molfetta. Le liste di aspiranti consiglieri regionali pugliesi a sostegno di Fitto, Emiliano e del renziano Ivan Scalfarotto sono un minestrone di vecchio e nuovo. Indagati, condannati ma anche tanti voltagabbana e “casi curiosi”. Come la nuora dell’ex ministra An Adriana Poli Bortone, Chiara Montefrancesco, che sostiene Michele Emiliano. Oppure l’ex vendoliano Patrizio Mazza con Fitto. E ancora l’ex leghista Angelo Di Lena che, si è risvegliato renziano.

Francesco Casula

 

Veneto Razzisti e nostalgici divisi tra zaia e salvini

Presentabili, impresentabili o solo spericolati? Giudicate voi, districandovi fra le tre liste della Lega in Veneto: “Lega Salvini”, è quella del partito. “Zaia Presidente”, è dell’asso che vuole pigliare tutto. “Lista Veneta Autonomia” LVR, è quella degli amministratori. Così con Zaia c’è l’ex sindaco di Jesolo, Francesco Calzavara, che da consigliere regionale nel 2015 parlava di “profughi della Costa d’Avorio nella piscina di un residence” ma erano cuochi africani in trasferta. O l’ex presidente del consiglio comunale di Scorzè, Gabriele Michieletto (Lista Zaia), che accostava l’ ex ministra Ce’cile Kyenge a un orgango e insultava Garibaldi, “ bandito razziatore”. O Mirko Bertoldo che votò col saluto romano sul caso Diciotti. Con Salvini c’è Alain Luciani, che scriveva “Maometto come Hitler e Mussolini, vietiamo l’Islam”. E anche il sindaco di Carceri, Tiberio Businaro, che nel 2011 fu indagato e archiviato nell’inchiesta sul clan Catapano e nel 2016 pagò per un buco milionario del Consorzio Padova Tre (30 milioni di euro) di cui era vicepresidente: espulsione commutata in 9 mesi di sospensione. C’è poi Giampiero Possamai, che aveva usato il finanziamento regionale per il contrasto al bracconaggio per pagare i rinfreschi alle associaizioni dei cacciatori. Ed Enrico Corsi, due mesi per propaganda razzista nel 2008 con risarcimento ad alcune famiglie sinti.
G. Pietrob.

 

Toscana Assolti e indagati: c’è posto per tutti

L a Lega a Livorno candida Lorenzo Gasperini, 29enne segretario anti-immigrati, che il 7 novembre 2016 è stato condannato dal Tribunale di Livorno per aver dato dei fannulloni su Facebook a quattro operai del Comune di Cecina. Poi si passa al centrosinistra dove Giani è sostenuto da sei liste. Nel Pd, a Firenze, c’è Andrea Vannucci assolto a fine luglio in primo grado per l’indagine sulle piscine comunali: l’assessore al Welfare del Comune era stato rinviato a giudizio con l’accusa di falso e turbativa d’asta. Il 3 settembre 2018 invece era stato archiviato Alessandro Cosimi, ex sindaco di Livorno e oggi candidato con IV, indagato insieme al suo successore del M5S Filippo Nogarin sulla gestione di Aamps, la partecipata dei rifiuti: la richiesta di archiviazione però aveva messo in luce la malagestione dell’azienda e il fascicolo è stato inoltrato alla Corte dei Conti. In Toscana le indagini hanno lambito anche i vertici regionali: da giugno i pm di Firenze indagano sul governatore uscente Enrico Rossi per turbativa d’asta per la gara del trasporto pubblico, mentre il suo possibile successore Eugenio Giani, anche se non indagato, è finito nelle carte dell’inchiesta sui parcheggi di Firenze: l’arrestato Nicola Raimondo racconta alla moglie di una telefonata con Giani che gli avrebbe fornito il numero di un chirurgo dell’ospedale di Careggi disponibile a operarla. “Capito? Gli fa comodo a questo qui perché parcheggia a cazzo” dice Raimondo riferendosi a Giani, che però ha sempre smentito tutto.
Giacomo Salvini

 

Marche Croci celtiche e amici degli inquinatori

La prima figuraccia è quella fatta alla fine di agosto da Goffredo Brandoni (Fratelli d’Italia), sindaco di Falconara per due mandati fino al 2017. La sua conversazione telefonica con l’ad della Raffineria Api della città a due passi dal capoluogo gli ha causato alcuni grattacapi. Brandoni definiva delle ‘Teste di c…’ chi aveva segnalato le continue e pesanti esalazioni, in particolare i vertici del comitato Mal’Aria. Poi c’è la famosa cena fascista del 28 ottobre del 2019 ad Acquasanta Terme (Ascoli Piceno) nell’anniversario della Marcia su Roma del ’22. Il volto del Duce sul menu e una commemorazione del Ventennio con tutti i crismi. A tavola quella sera, tra i commensali, il candidato presidente del centrodestra, Francesco Acquaroli, oltre al coordinatore regionale di Fratelli d’Italia, Carlo Ciccioli. Nell’Ascolano, c’è Andrea Antonini, ex assessore alla cultura della Provincia di Ascoli, fotografato allo stadio Del Duca con al collo una sciarpa con simboli celtici. Nell’Anconetano, il leghista Sandro Zaffiri nel luglio del 2019 ha dedicato un post su Facebook all’allora prefetto di Roma Franco Gabrielli: “Porco di un comunista al servizio del Pd… ti daremo tanto olio di ricino”. Ha una condanna, sentenza di I° grado del Tribunale del Lavoro, Giuseppe Pezzanesi, l’amato e odiato sindaco di Tolentino che ha gestito la fase post-sisma del popoloso centro del maceratese.
PFC

 

Liguria c’è Pure l’aspirante ancora in carcere

In Liguria c’è un aspirante governatore che si candida da dietro le sbarre: è Carlo Carpi, imprenditore 37enne recluso dal 1° luglio 2019 nel carcere di Sanremo, dove sta scontando la condanna definitiva a 1 anno e 10 mesi per diffamazione, calunnia e stalking nei confronti di un magistrato. È sostenuto dalla “Lista Carlo Carpi – Gruppo radicale Adele Faccio”. Un altro candidato presidente, invece, è sotto processo per voto di scambio: si tratta dell’ex leghista Giacomo Chiappori, sindaco di Diano Marina (corre per la lista Grande Liguria). Secondo l’accusa avrebbe nominato l’imprenditore calabrese Domenico Surace amministratore unico della municipalizzata Gm (Gestioni municipali) in cambio del suo appoggio alle elezioni comunali del 2011. Il reato sarebbe già estinto per prescrizione, a cui però Chiappori ha rinunciato. Tra i candidati consiglieri, nel collegio di La Spezia in cima alla lista Toti c’è Giacomo Giampedrone, assessore uscente alla Protezione civile, indagato in quanto ex sindaco del comune di Ameglia per la bancarotta di Ameglia servizi turistici, società partecipata che si occupava della gestione del porticciolo di Bocca di Magra. Al di fuori delle vicende giudiziarie, nel collegio di Genova si segnala il capolista di Fratelli d’Italia, l’ex vicesindaco Stefano Balleari. Il suo nome compare in un elenco, divulgato nel 2014, di massoni italiani censiti dalle prefetture. “Roba vecchia, sono fuori da almeno trent’anni”, si era giustificato con Il Secolo XIX.
Paolo Frosina

 

Valle d’Aosta in pista i politici del caso casinò

Nelle dodici liste per il Consiglio regionale della Valle d’Aosta, a spiccare per i guai giudiziari recenti non è solo l’ex presidente della Regione, Augusto Rollandin, collocato dal presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra nella rosa degli “Impresentabili”. La condanna in primo grado per corruzione valsagli la sospensione da consigliere regionale del marzo 2019 non gli impedisce di tornare in corsa (nona volta dal 1978), ma nella neonata “Pour l’Autonomie” dopo il divorzio dall’Union Valdôtaine. Ribadisce di essere “presentabile, candidabile ed eleggibile”, ma se fosse eletto (e detiene il record di preferenze individuali, 13.907 nel 2008) non potrà sedere in Consiglio fino al prossimo novembre, quando scadranno i 18 mesi della “Severino” (in assenza, ad ora, di una sentenza d’appello). A scuotere la “verda vallaye”, nell’ottobre 2018, furono le condanne della Corte dei conti a 18 politici, in una causa su 140 milioni di finanziamenti regionali al Casinò di Saint-Vincent. L’appello è a ottobre e sette troneggiano sui cartelloni elettorali: lo stesso Rollandin, l’assessore alla Sanità Mauro Baccega, il governatore Renzo Testolin, l’ex assessore Aurelio Marguerettaz, il presidente del Consiglio in carica Emily Rini e i consiglieri Pierluigi Marquis e Claudio Restano. Infine, l’assessore Albert Chatrian: tre mesi per finanziamento illecito nella “rimborsopoli” valdostana.

Christian Diemoz

La Task force di Bergoglio per “liberare la Madonna dalle processioni di mafia”

Solo negli ultimi anni ci sono state decine di episodi. Parliamo delle processioni religiose fatte passare sotto la casa dei boss, con la statua della Madonna che va a rendere omaggio al mafioso di turno. O l’utilizzo dei simboli religiosi (Maria e l’Arcangelo Gabriele) durante i riti di affiliazione alla ’ndrangheta. O il “padrino mafioso” nei battesimi o alle comunioni. Ora il Vaticano ha deciso di intervenire per opporsi a tutto ciò con un’apposita task force, un dipartimento all’interno della Pontificia Accademia Mariana, l’istituzione della Santa Sede dedicata a promuovere la scienza mariologica (di Maria) in Italia e nel mondo. Ne faranno parte 37 persone coordinate da Fabio Iadeluca (sociologo e criminologo), tra cui prelati, docenti universitari, magistrati antimafia e forze dell’ordine. Tra i nomi, il fondatore di Libera don Luigi Ciotti, l’ex presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, il prefetto Francesco Paolo Tronca, l’arcivescovo di Palmi Francesco Milito, quello di Campobasso, Giancarlo Bregantini.

“Liberare Maria dalle mafie e dal potere criminale”, è il nome dell’iniziativa presentata ieri a Roma. Perché è proprio sulla figura della Madonna che camorra, Cosa Nostra e ’ndrangheta spesso fanno leva per accrescere il loro consenso sociale. “I mafiosi si pongono come persone religiose, devote, usano i simboli della cristianità per entrare in sintonia col popolo. Tutto ciò deve essere rigettato”, afferma Stefano Cecchin, presidente della Pontificia Accademia. Da qui l’idea del dipartimento con il compito di studiare e monitorare le interferenze criminali nella religione, che sfocerà in una relazione annuale e in un archivio digitale consultabile da tutti. Ma pure di creare sinergie tra Santa Sede e organi inquirenti. Iniziativa fortemente voluta da papa Francesco, che ieri ha inviato un messaggio. “Bisogna escludere una religiosità fuorviante. Le manifestazioni mariane devono essere conformi al Vangelo”, le parole di Bergoglio.

“Le processioni in onore dei boss purtroppo sono un fenomeno nel centro sud e non solo. Ma l’uso della spiritualità lo vediamo anche in Messico e in America Latina da parte dei narcos”, spiega Iadeluca. Le processioni italiane a volte hanno visto la complicità di sacerdoti locali. “Le regole dei vescovati sono molto severe: c’è la scomunica. Ma nella maggior parte dei casi i sacerdoti non ne sanno nulla, perché non sono loro a decidere il tragitto di una processione, che magari viene deviata all’improvviso. Spesso i preti sono vittime inconsapevoli”, aggiunge padre Cecchin. In particolare il Vaticano di recente ha messo in guardia i sacerdoti nelle zone “a rischio” chiedendo un attento esame di chi elargisce denaro, spesso di provenienza mafiosa.

Nel totosindaco c’è Galimberti: proteste all’Ordine

Alessandro Galimberti, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, nella rosa dei candidati sindaco di Milano tra le file del centrodestra. La notizia, pubblicata ieri da Il Giorno ha sollevato una polemica nel Consiglio dell’ente. Il quotidiano scrive che la Lega gli “ha chiesto la disponibilità” e il giornalista “è pronto a scendere in campo”. “L’Ordine non può trasformarsi in un trampolino di lancio per nessuno dei suoi componenti”, mettono nero su bianco i consiglieri Lucia Bocchi, Francesco Caroprese, Fabio Cavalera, Roberto Di Sanzo e Rossella Verga. “Il Giorno svela una trattativa politica in corso che coinvolge il nostro presidente dell’Ordine”, prosegue la nota. “È necessario a nostro avviso che il presidente Galimberti faccia chiarezza affinché l’istituzione da lui guidata non venga trascinata nel teatro della politica, per lo più nell’imminenza delle scadenze elettorali, con grave danno anche di immagine”, è l’appello dei consiglieri.

“Entrare in un novero puramente ipotetico di candidati a un ruolo di civil servant (quale è quello di sindaco di Milano da almeno 25anni) non credo possa essere considerato un illecito – la risposta di Galimberti, salito alla ribalta agli inizi di luglio per aver deferito Selvaggia Lucarelli, firma del Fatto, rea di aver “reso possibile l’identificazione di suo figlio minorenne a mezzo stampa”, in violazione della Carta di Treviso durante una polemica con Matteo Salvini – e, tra persone non malevole, neppure uno stigma”. “Non un atto di amministrazione dell’ente – e men che meno alcuno dei numerosi articoli che scrivo per il Sole (24 Ore, ndr) e neppure una delle mie decine di apparizioni su network tv nazionali – ha mai offuscato l’immagine e la sostanza di indipendenza, professionalità, onestà ed etica che trasfondo nelle attività che svolgo. Immagine che forse è stata apprezzata anche dalla società civile. Il resto sono chiacchiere malevoli – conclude – e diktat sempre più maleducati nel tono”.

“Siete amici del Cinema America? Addio sponsor”

Siete partner del Cinema America? Allora vi togliamo la pubblicità. La battaglia degli imprenditori del grande schermo contro i ragazzi di Trastevere è arrivata a questi livelli di bassezza. Il segretario di Anec Lazio (la lobby degli esercenti) Massimo Arcangeli, senza nemmeno alzare il telefono, ha stracciato una sponsorizzazione concordata con Radio Rock con un vocale su Whatsapp: “Senti – dice Arcangeli a una dirigente dell’emittente capitolina – mi hanno informato i miei che c’è questa vostra partnership con Carocci (Valerio, presidente del Cinema America, ndr). In questa fase è per noi proprio una pregiudiziale, mi dispiace. Ne ho parlato anche con la mia presidenza (Mario Lorini, ndr) e assolutamente mi hanno posto un veto assoluto e totale”.

Il discorso è terra terra: se siete amici del Cinema America, siete nemici nostri. Il “veto assoluto e totale” riguarda una sponsorizzazione già concordata tra Anec Lazio e Radio Rock di 10mila euro. L’accordo prevedeva la collaborazione su un altro festival estivo romano, il Moviement Village. Erano previsti spot, interviste e un aiuto a organizzare il cartellone. Tutto stracciato con un file audio, per ripicca.

Radio Rock ha ignorato il ricatto di Anec e continuato a patrocinare l’associazione di Carocci: l’emittente è un marchio storico nell’etere romano, è la radio indipendente più ascoltata del Lazio, con un’audience di quasi 200mila spettatori. Il rapporto con il Cinema America va avanti da tre anni a titolo completamente gratuito, nel nome proprio della gratuità del cinema in piazza.

La guerra di Anec è stata un buco nell’acqua: malgrado pressioni di vario genere, anche la scorsa estate le arene dell’America sono state allestite con successo in diverse piazze di Roma. Per l’associazione degli esercenti non è un periodo felice: la gestione di Lorini e Arcangeli ha prodotto una spaccatura che potrebbe presto trasformarsi in scissione.