La spedizione dei Mille: sì, allo stadio. L’Emilia-Romagna, con un’ordinanza del presidente Bonaccini, riapre le porte del campionato ai tifosi già domani, alla “prima”: in mille potranno così assistere a Parma-Napoli dagli spalti del Tardini e a Sassuolo-Cagliari al Mapei di Reggio Emilia, mentre dal 31 ottobre al 1° novembre 13.147 persone saranno ammesse a Imola per il Gp di Formula1. Non sono aperture isolate quelle emiliano-romagnole: il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha infatti annunciato che tutti gli eventi sportivi all’aperto potranno essere seguiti da un massimo di mille spettatori; il governo dovrebbe ufficializzare la decisione nelle prossime ore, anche grazie alle caute rassicurazioni del Comitato tecnico scientifico e del ministero della Salute, che si sono confrontati martedì col capo dipartimento per lo Sport. Ai tifosi smaniosi di calcio e F1 si aggiungeranno presto anche quelli del tennis: domani e lunedì, per le semifinali e le finali degli Internazionali di Roma, il Foro italico tornerà a ospitare mille spettatori a sessione.
Vademecum sui test Covid per le Regioni (e il governo)
L’asse costituito tra il Veneto e il Lazio nella lotta al Covid-19 si consolida. Mentre i contagi sono in aumento (ieri sono stati 1.907 contro i 1.229 di appena 4 giorni fa), la Regione che ha sperimentato l’utilizzo del tampone diffuso per l’individuazione precoce dei positivi (il Veneto) e quella ha fatto da apripista sull’uso dei test sierologici e dei tamponi negli aeroporti (il Lazio) si sono allineate nell’acquisto congiunto di un milione di test rapidi da utilizzare per lo screening nelle scuole. Ma, anche se non ancora strutturata a livello istituzionale, esiste una cooperazione che passa per il dialogo tra Andrea Crisanti, tra gli ideatori del cosiddetto “modello Vo’ Euganeo” che ha evitato alla Regione di Luca Zaia il destino della Lombardia, e l’Istituto nazionale per le malattie infettive “Spallanzani” di Roma, struttura di riferimento di Pisana e ministero della Salute in materia coronavirus.
I lavori procedono a ritmi serrati. Il 10 settembre scorso Renato Botti, direttore generale della Sanità in Regione Lazio, e Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani, erano a Padova per una riunione con Crisanti e alcuni rappresentati della Regione Veneto. Il 17, poi, Crisanti è stato a Roma per un nuovo incontro.
Quella tra il direttore del Laboratorio di microbiologia dell’ospedale di Padova e i dirigenti della struttura che per prima in Italia ha isolato il virus, è una collaborazione “in cui si mettono insieme idee, spunti ed esperienze” – racconta chi partecipa ai lavori – che inizia a livello di rapporti tra singoli ricercatori, ma sembra destinata ad andare oltre. L’obiettivo: suggerire a livello scientifico alle rispettive autorità, Palazzo Balbi e la Pisana, gli strumenti più idonei da utilizzare a seconda delle situazioni epidemiologiche.
È il caso dei test: la loro validità, spiegano le fonti, varia in base all’obiettivo che si vuole raggiungere, dal compromesso che si è disposti accettare in termini di rapporto costi/efficacia e dalla situazione epidemiologica. “Utilizzare lo strumento sbagliato nella circostanza sbagliata può creare più danni che benefici”, è l’assunto di fondo. Per questo Crisanti e Spallanzani stanno lavorando alla compilazione di un documento scientifico in cui sono catalogati e descritti tutti gli strumenti ora a disposizione e che entro 10 giorni arriverà sulla scrivania dell’assessore alla Sanità Alessio D’Amato. Per ogni test sono indicate le prestazioni e le condizioni epidemiologiche in cui il prodotto dà il risultato migliore in termini di sanità pubblica. “Tamponi orofaringei”, “antigenici”, “sierologici”, “salivari” e “rapidi molecolari” sono le categorie in cui tutti i prodotti disponibili verranno incasellati. Di qui l’associazione tra ogni test e il suo miglior uso.
Esempio: se ad Amatrice si vuole monitorare le scuole o una particolare attività produttiva non c’è possibilità di fare l’analisi della Pcr, perché i laboratori che processano i campioni sono lontani. Allora si può utilizzare il test antigenico rapido e poi sottoporre a tampone gli eventuali positivi. È la logica alla base del piano varato dalla Regione Lazio per lo screening nelle scuole, che si baserà sulle cosiddette “Unità mobili”, i camper in funzione a Roma durante il lockdown, messe a punto da Crisanti.
La prossima settimana D’Amato firmerà una direttiva per il via libera ai tamponi rapidi in tutti i laboratori, pubblici e privati. I test consentiranno di alleggerire la pressione su quelli molecolari, il cui tempo medio di attesa è di 2-3 giorni a fronte degli appena 90 minuti necessari a processarli. I “rapidi” restano strumento di screening, cui deve seguire quello “classico” per la diagnosi, che rimane in capo alla rete di laboratori pubblici (Coronet). Ma allo Spallanzani si lavora anche sui salivari e sui “molecolari veloci”, che potrebbero abbattere il tempo di analisi fino a 45 minuti. Anche su questi punti, la sinergia Lazio-Veneto potrà fare da apripista per le future decisioni del ministero, di cui il centro di ricerca dell’Inmi – gestito da Giuseppe Ippolito – è diretta emanazione.
Il commercialista parla per ore ai pm
Continuano gli interrogatori dei magistrati milanesi. Ieri è stata la volta di Michele Scillieri, il commercialista vicino alla Lega finito agli arresti domiciliari con i colleghi Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, ha risposto alle domande dei pm titolari dell’inchiesta su Lombardia Film Commission. Un interrogatorio iniziato in mattinata e proseguito nel pomeriggio. Sul contenuto c’è il massimo riserbo. Le prime domande si sono concentrate sull’affare del capannone di Cormano il cui prezzo di vendita, secondo i pm, sarebbe stato gonfiato. Il ruolo di Scillieri viene descritto da Luca Sostegni, il presunto prestanome, che ha cominciato a parlare con gli inquirenti. “Scillieri si vantava delle amicizie che aveva con Di Rubba e altri esponenti locali della Lega, tanto da aver ricevuto un incarico per cercare di vendere la sede della Lega di via Bellerio. Ricordo che c’era fretta di concludere l’operazione perché, trattandosi di un immobile di proprietà della Lega, si correva il rischio del sequestro dalla procura di Genova, in relazione alle indagini per la truffa sui rimborsi elettorali”, ha spiegato Sostegni in un interrogatorio del 29 luglio. Operazione poi sfumata. E proprio sui rapporti con il Carroccio e sui conti correnti potrebbe aver risposto il commercialista. Scillieri è considerato l’uomo dietro la società panamense Gleason Sa. 400mila euro usciti dalle casse della Lfc sarebbero finiti, per i pm, sul conto svizzero della società panamense.
Scoperti sul conto della Lega movimenti anomali da 14mln
Dopo i commercialisti del partito, ora l’Antiriciclaggio e la Procura di Milano indagano sul conto corrente della “Lega per Salvini premier”. Nel mirino “una operatività anomala” in entrata e in uscita, tra il 2018 e il 2019 per circa 14 milioni di euro. Attorno a questo rapporto bancario appoggiato su un istituto di credito di Milano, emerge una galassia di cento soggetti con decine di conti correnti e transazioni. Soggetti “con un pessimo profilo reputazionale, anche con precedenti penali, o nullatenenti o irreperibili”. I documenti dell’Antiriciclaggio sono agli atti dell’indagine milanese sul caso Film Commission e sui presunti fondi neri del partito. Le segnalazioni per operazioni sospette (Sos) scritte dall’Uif della Banca d’Italia riguardano i movimenti di denaro legati al Carroccio o ad aziende vicine. Da una di queste triangolazioni, scrive la Uif, usciranno anche i soldi per pagare Luca Morisi, Matteo Pandini e Leonardo Foa (figlio del presidente della Rai), tutti membri della Bestia, la macchina per la comunicazione di Salvini. Vengono segnalate anche due carte prepagate, una delle quali usata dall’ex autista di Umberto Bossi e dove “si riscontrano spese poco coerenti con l’uso dichiarato”. Insomma un giro vorticoso di soldi, di fatture e versamenti al partito con cifre non adeguate al tenore economico di chi le fa.
Tutti temi affrontati nella Sos che riguarda l’attuale conto corrente del partito aperto nel 2017 e gestito dal tesoriere del Carroccio, Giulio Centemero. Qui, si legge nel documento, “l’operatività anomala” è collegata al “trasferimento di fondi al partito con alimentazione del rapporto (…) da persone fisiche o giuridiche ideologicamente legate al partito a titolo di sostegno per importi non adeguati al profilo economico delle stesse”. Ancora: “Si rilevano pagamenti, spesso a vista, di fatture a cifra tonda a società fornitrici della Lega”.
Gli 007 di Banca d’Italia si concentrano in particolare sui movimenti complessivi in entrata e in uscita del conto gestito da Centemero, non indagato nell’inchiesta su Film Commission, ma a processo sempre a Milano con l’ipotesi di finanziamento illecito per 40 mila euro ricevuti dalla su ex associazione “Più Voci” da Esselunga. Rispetto al conto i sospetti sono prima di tutto legati ai movimenti. Si legge: “Sul conto si registra un aumento considerevole dei volumi alimentati. Nel 2018 risultano 223 movimenti in avere per 2.444.133 e 234 movimenti in dare per 1.163.353”. Le cose cambiano drasticamente nel 2019. Qui, si legge nella nota, “dall’inizio del 2019” si sono registrati 3.082 movimenti in entrata “per 5.882.317” e solo 916 in uscita per “euro 5.113.346”. In due anni, dunque, i milioni movimentati sono 14. Nel 2019 buona parte di ciò che entra esce quasi subito. Dei 3.082 movimenti censiti fanno parte 3mila bonifici eseguiti dai parlamentari del partito “a titolo di rimborso spese o erogazioni liberali”.
Anche qui la Uif annota forti anomalie. Tra queste si segnala il parlamentare, ex poliziotto ed ex segretario generale del Sap, Gianni Tonelli, “che in sette mesi avrebbe disposto” 15 bonifici per complessivi 41mila euro, a fronte di un reddito dichiarato nel 2017 di “36.920 euro”. Il 3 giugno 2019 si registra un bonifico di 100 mila euro dalla società Coseco “il cui titolare effettivo” è “il cognato dell’ex governatore della regione Veneto Giancarlo Galan”. Tra i bonifici in uscita dal conto della Lega, la Uif segnala la società Cpz di Marzio Carrara che non è indagato. La Cpz è una tipografia bergamasca che stampa materiale per la Lega. “Nel 2019” la Cpz “riceve” dal partito “cinque bonifici per 318 mila euro” e altri 8 pagamenti per 400mila euro. Nel 2018 i bonifici erano 5 per 190mila euro. “Carrara – annota la Uif – negli ultimi anni tramite un risiko di acquisizioni ha avuto una espansione esponenziale”. Tra agosto 2018 e luglio 2019 la Cpz riceve dalla Lega 1,1 milioni.
Dal conto amministrato da Centemero risultano uscite per oltre un milione verso Pontida Fin e a Radio Padania. “La provvista incamerata è utilizzata per bonifici in favore di beneficiari legati al partito”. A usufruire maggiormente di questi bonifici è la Barachetti service, società di Francesco Barachetti e della moglie russa Tatiana Andreeva. Barachetti, ex consigliere comunale di Casnigo e vicino di casa di Alberto Di Rubba, è oggi indagato per peculato a Milano. Nei suoi uffici la Guardia di finanza ci è rimasta quattro giorni. A lui, secondo la Procura, arriveranno parte dei soldi della truffa legata all’immobile di Cormano poi venduto alla fondazione regionale Lombardia Film Commission. Anche Barachetti, che dal 2016 riceverà dal partito e da soggetti collegati circa 2 milioni di euro, è protagonista di una nota della Uif. “La società nel corso degli ultimi anni – si legge – è risultata essere controparte di numerose transazioni finanziare con il partito della Lega e altre persone collegate”. Tra queste lo stesso Centemero. Si legge ancora: “Tali operazioni di accredito, connotate da importo tondo e da periodicità non in linea con gli usi di mercato, erano seguite da operazioni in segno contrario in favore di professionisti o società riconducibili al partito”.
Tridico: “Da Boeri contro l’Inps solo chiacchiere da bar”
“Basta reddito di cittadinanza agli assassini” grida il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani. E con lui tutta la destra e gran parte dei quotidiani, tutti ad affibbiare un reddito di cittadinanza inesistente agli assassini di Willy, a Colleferro, quando invece il sussidio è dei genitori.
Tutto è buono per sparare a zero sulla misura che costituisce la bestia nera dell’establishment e viene associata direttamente all’antipolitica (ignorando tutta la letteratura seria e di sinistra sul tema).
Il reddito di cittadinanza fa venire l’itterizia a chi per decenni ha sostenuto che bastasse finanziare a pioggia le imprese per creare lavoro e benessere.
Ma accanto agli strepiti ossessivi e sguaiati, ci sono anche quelli espressi con lo sguardo soave e brillante del professor Tito Boeri che a Piazzapulita, giovedì sera, affermava tranquillamente che “all’Inps c’è chi sostiene che la metà dei percettori del reddito di cittadinanza siano degli evasori”.
Boeri, che dell’Inps è stato presidente, evidentemente ha mantenuto contatti e voci all’interno, ma ciò non toglie che la sua affermazione viene etichettata dall’attuale presidente dell’Inps come “una chiacchiera da bar”.
Pasquale Tridico parla con il Fatto ovviamente infastidito dall’ennesima polemica che immancabilmente mira al suo istituto: “Ma si rende conto della castroneria? In Italia abbiamo 3 milioni di evasori. L’evasione pesa circa 120 miliardi di euro. Il reddito di cittadinanza costa al bilancio dello Stato circa 7 miliardi. Se la metà dei percettori del Rdc – prosegue Tridico – che sono 3 milioni, fosse composto da evasori, vorrebbe dire che i ‘poveracci’ che il Rdc aiuta, per 1,5 milioni almeno avrebbero ricchezze pari a 60 miliardi”.
Ma Boeri se la prende con l’Inps anche per i mancati controlli sul patrimonio dei percettori del Rdc: “Non mi stupisce che avessero il reddito sotto una certa soglia. Quello che mi stupisce è la parte patrimoniale: avevano auto e macchine intestate, questo doveva saltare fuori”. Anche qui Tridico si scalda: “I controlli sui redditi non li deve fare l’Inps, ma la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle entrate. Noi controlliamo i requisiti economici”. E poi, “le banche dati in comune con l’Agenzia delle entrate, o le banche, sa da quando esistono? Da quando c’è il reddito di cittadinanza”.
Al 21 giugno scorso, secondo la Guardia di Finanza, sono 709 i “furbastri” scoperti nel 2019 nell’ambito dei 22.151 interventi. Secondo i dati Inps, il reddito medio del reddito di cittadinanza è di 521 euro mensili. I 709 beneficiari indebiti scoperti sono costati quindi 4.432.668 euro, poco meno di 4,5 milioni di euro su un totale di 7,5 miliardi.
Frasi come quella di Boeri o la cagnara che viene fatta attorno a massacri come quello di Colleferro servono a far passare i percettori del rdc come evasori mentre, aggiunge Tridico, “sulla base di redditi falsi si usufruisce di sanità pubblica, asili nido, mense scolastiche” e di tutto il welfare disponibile. Che si fa, si taglia tutto in via preventiva?
Ma il punto è più di fondo e si collega al passaggio referendario. Come spiega chiaramente, finalmente, Stefano Folli su Repubblica, “il voto sul taglio dei parlamentari è un voto sul Movimento 5 Stelle”. L’occasione della resa dei conti con la marea dell’antipolitica. I colpi al reddito di cittadinanza fanno parte del disegno. Il resto sono, appunto, chiacchiere da bar.
Sfida in piazza: i “bruti” assediano il muro rosso
C’è la piazza che va all’assalto della Toscana rossa e quella, a qualche centinaia di metri di distanza, che prova a respingere i “barbari” e i “fascisti” alle porte. I “bruti” contro le “virtù” dantesche. La fine delle “ideologie” e delle “tessere di partito” contro la difesa dell’antifascismo e della Costituzione. La “leonessa” Susanna contro il “mesto” Eugenio. Ceccardi contro Giani. Ma soprattutto i leader del centrodestra – Salvini, Meloni e Tajani – che provano a sfondare il muro rosso, contro nessuno, perché Zingaretti ha chiuso la campagna in Toscana giovedì fuggendo dall’ultima battaglia campale. Firenze, per una sera, diventa il cuore della politica italiana. La distanza tra piazza della Repubblica, quella che ospita il centrodestra, e piazza Santissima Annunziata, presa in affitto dal centrosinistra, è molto più ampia dei pochi voti che dividono Ceccardi e Giani.
Poco dopo le 18, l’immagine di piazza della Repubblica, a pochi passi da Palazzo Vecchio, è quasi straniante per una città governata da cinquant’anni dalla sinistra: non più le bandiere rosse ma quelle del Granducato di Toscana, non più le maglie del Che ma le mascherine con Alberto da Giussano, non più i cappellini della Cgil ma i cartelli con la scritta “prima gli italiani”. E allora il primo a infiammare la folla è Matteo Salvini che sale sul palco per il selfie di rito (il mal di spalla deve essergli passato). Clic. Poi c’è Antonio Tajani che annuncia la chiamata di Silvio Berlusconi che, dopo la guarigione dal covid, parla provato. Ma la solfa è sempre la solita: “Lunedì libereremo i toscani dai comunisti”. Applausi. Giorgia Meloni è a suo agio e cita più volte, forse involontariamente, Fiorella Mannoia: “Ai toscani dico: non abbiate paura, è il momento di cambiare da una sinistra che è talmente stanca di vincere che si è scordata di governare”. Matteo Salvini fa il moderato, dopo il solito ritornello sui magistrati che lo vogliono processare e il saluto alla vedova del ristoratore fiorentino che si è ucciso per il lockdown: “Oggi Firenze è la capitale mondiale della libertà – urla – non è un voto ideologico e di partito e il governo non c’entra niente”. Poi esagera: “Questa è la terra di Michelangelo, Galileo, Montanelli e Oriana Fallaci e per questo dico: dopo cinquant’anni la Toscana eppur si muove”. Qualcuno si rivolterà nella tomba. Sulla stessa linea la candidata Susanna Ceccardi che, prima di chiudere la campagna elettorale nella sua Cascina, chiede di “lasciare da parte le ideologie” e poi vola alto citando Gandhi: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci”. Una speranza, più che altro.
Poco più in là, davanti allo Spedale degli Innocenti ci sono i duemila per Giani che ha scelto di far salire sul palco solo toscani perché “i leader nazionali da martedì si dimenticheranno della Toscana”. Beppe Sala e Stefano Bonaccini mandano contributi video, Matteo Renzi c’è ma non parla e il padrone di casa Dario Nardella punta sulla paura: “La Toscana è libera e antifascista, i nostri avversari sono lupi travestiti da agnelli”. Il governatore uscente Enrico Rossi lo dice dritto: “Ai compagni del M5S chiedo di usare il disgiunto per far vincere noi”. Giani inizia a parlare alle 20 ma non scalda la platea. Sia perché l’eloquio è quello che è, sia perché il suo è un esercizio di aneddoti sulla storia della Toscana: Brunelleschi, Della Robbia, Dante . Poi la drammatizzazione: “Respingeremo Salvini e chi vuole cambiare, lunedì sarà primavera”. In chiusura, parte un corale “Bella Ciao”. Il messaggio è chiaro: la Toscana è già stata liberata una volta. Chissà se sarà davvero così.
Voto disgiunto: il tifo silenzioso dei big 5S per evitare il disastro
Dichiararlo pubblicamente è impossibile. Esporsi adesso è troppo scomodo e non è neanche certo che porterebbe i risultati sperati. A microfoni spenti e nelle chat interne sono però tanti i 5Stelle di governo che confermano una silenziosa speranza per il voto alle Regionali di domenica e lunedì, ovvero quel voto disgiunto dei simpatizzanti del M5S che potrebbe salvare Michele Emiliano in Puglia ed Eugenio Giani in Toscana, evitando il cappotto della destra e i conseguenti scricchiolii per il governo.
Per questo parecchi ministri del Movimento hanno condiviso l’invito a “turarsi il naso e votare disgiunto” pubblicato ieri dal direttore del Fatto Marco Travaglio: “È quello che speriamo, ma nessuno lo può dire”, allarga le braccia un big dell’esecutivo.
L’unico a parlare in chiaro è Luigi Di Maio a Otto e mezzo, che sembra affidarsi a una insolita libertà di coscienza: “Non sono uno che pensa che agli elettori bisogna dire quel che devono fare, decideranno loro a chi affidare la loro sanità, le chiavi dei vostri ospedali. Parlare oggi di disgiunto o di altri temi vorrebbe dire non tenere fede al fatto di essere leali con i nostri candidati”. Poi un siluro nei confronti di Vito Crimi (in giornata aveva già sottolineato la necessità di una “leadership forte”): “Io avrei gestito le Regionali in maniera differente, perché se al governo prendiamo un indirizzo, anche a livello regionale bisogna orientare le politiche territoriali a quelle nazionali”.
D’altra parte i numeri sono chiari: in Toscana Giani e la leghista Susanna Ceccardi sono vicinissimi e la M5S Irene Galletti ha una dote di voti tale da essere decisiva. Allo stesso modo, in Puglia, Antonella Laricchia è accreditata – negli ultimi sondaggi pubblicabili – di percentuali in doppia cifra, sufficienti a mettere in crisi Emiliano contro Raffaele Fitto. Difficile però che qualche 5Stelle si sbilanci in pubblico a favore del disgiunto.
E non è solo una questione di opportunità: “A differenza dei partiti tradizionali – ragiona un altro big del Movimento – non siamo in grado di assicurare che il nostro appello per il disgiunto abbia seguito. Non abbiamo circoli o strutture che spostano pacchetti di voti”.
Se endorsement diretti non possono arrivare aiuta però un certo atteggiamento, quasi a non ostacolare il pensiero di chi, tra gli attivisti, propendesse per il disgiunto. In Toscana Di Maio e gli altri maggiorenti si sono visti poco e per lo più lontani da Firenze, dove ci si gioca il grosso dei voti. Idem in Puglia, dove il ministro degli Esteri ha partecipato a qualche evento con la Laricchia ma dove l’ala governista del Movimento avrebbe volentieri fatto a meno dell’arringa finale di Alessandro Di Battista, arrivato ieri a Bari per sostenere la candidata 5 Stelle: “Ormai si comporta come un capocorrente – si maligna nel M5S – è inutile anche tentare di parlarci. I big del Movimento però stanno tutti da un’altra parte”. Anche perché, è l’accusa nei confronti di Di Battista, “tanto lui non deve preoccuparsi della tenuta del governo, anzi…”.
E se in Puglia c’è la grana Di Battista, in Toscana c’è pure un problema identitario per il Movimento. Essere anti-sistema, da quelle parti, ha sempre significato schierarsi contro un potere storicamente di sinistra. Il Pd non ha fatto nulla per togliere dall’imbarazzo gli alleati di governo, candidando un ex socialista (ai tempi di Bettino Craxi) poi divenuto renziano. Motivo per cui “il disgiunto in Toscana non possiamo neanche permetterci di chiederlo”, spiegano dal gruppo 5 Stelle della Camera, tanto che dalla Regione ci si aspetta un flusso poco più che fisiologico di voti dal Movimento a Giani.
Si può allora solo sperare nell’opera di convincimento dei candidati di centrosinistra, come accadde in Emilia-Romagna a gennaio: detto delle difficoltà di Giani a farsi votare dai grillini, Emiliano potrebbe riuscire nell’impresa.
Senza dimenticare che, sullo sfondo delle Regionali, resta la partita del referendum: se una sconfitta alle Regionali si può parare con qualche sforzo, un eventuale No al taglio dei parlamentari avrebbe conseguenze peggiori: “La vittoria del No avrebbe certamente un impatto devastante per il governo”, avvisano dall’esecutivo i 5Stelle, ammettendo che il tema è stato più volte sollevato nelle chat dei vertici. Anche per questo il Movimento va verso il pugno duro con i dissidenti: “È molto più di un’ipotesi – spiegano all’Adnkronos fonti vicine al collegio die probiviri – Chi vota No tradisce il programma elettorale. Ci sono tutti i presupposti per intervenire”. A farne le spese, tra gli altri, potrebbero essere Andrea Colletti, Marinella Pacifico ed Elisa Siragusa. In attesa di una resa dei conti interna che, come chiarito ieri da Di Maio, arriverà all’inevitabile nodo Rousseau: “Il primato sta alla politica, gli strumenti si devono adeguare”.
1983-2016: quei 13 tentativi in Aula andati sempre a vuoto
Il tentativo di riduzione del numero dei parlamentari ha 37 anni di storia. Per ben 17 volte infatti deputati e senatori hanno provato ad autoriformarsi. Ai quattro Sì del Parlamento negli ultimi due anni, non vanno dimenticati tutti i tentativi fatti nelle precedenti legislature per ridurre il numero dei suoi componenti. Deputati e senatori hanno già votato, infatti, tredici volte una riforma costituzionale che comprendesse una riduzione del numero dei seggi di Camera e Senato: 8 votazioni in tutto dal 2004 al 2016, 5 precedentemente. Fu approvata quattro volte la riforma Renzi-Boschi, poi bocciata dagli italiani nel dicembre 2016. Tra la modifiche dei 47 articoli della riforma vi era anche quello del numero di uomini e donne eletti direttamente in Parlamento, che da 945 sarebbero diventati 630, con il Senato trasformato, di fatto, in un’assemblea delle Regioni.
Anche la devolution, la riforma costituzionale voluta da Berlusconi e approvata anche quella quattro volte dal Parlamento, prima di venire bocciata dai cittadini nel referendum del 2006, avrebbe ridotto i deputati da 630 a 518, mentre i senatori da 315 a 252. Nella Prima Repubblica, invece, sono andati a vuoto i tre tentativi di riforma delle commissioni bicamerali, due delle quali comprendevano una riduzione del numero dei seggi, complessivamente votati cinque volte da deputati e senatori. Nella prima, del 1983, tra le varie ipotesi formulate, c’era anche quella di portare a 514 i deputati e 282 i senatori. Ma non arrivò mai un testo unitario e la commissione fu sciolta. Nella terza, quella presieduta da Massimo D’Alema, il numero dei deputati sarebbe stato ridotto a 400-500, demandando a una decisione successiva il numero esatto, e 200 senatori elettivi. Oltre che da deputati e senatori della bicamerale il testo fu portato in Parlamento, dove però non fu mai discusso a causa della fine anticipata della XIII Legislatura.
“Ecco perché molte ragioni del No non stanno in piedi”
Il 23 agosto su Repubblica, Gustavo Zagrebelsky ha concluso così un suo articolo sul referendum: “Alla fine si deciderà per ragioni che hanno poco a che fare con quelle propriamente costituzionali: fare un favore a questo o un dispetto a quello; rafforzare un partito rispetto ad altri; consolidare la maggioranza o indebolirla; mettere in difficoltà una dirigenza di partito per indurla a cambiare rotta e, magari, a cambiare governo o formula di governo”.
Ma sono motivi sensati per votare Sì o No a una riforma, per quanto piccola e puntuale, della Costituzione?
“Ha ragione nel dire che siamo chiamati a votare su una questione specifica, non su altre. I cittadini devono sentirsi liberi di votare indipendentemente dalle indicazioni e dalle prospettive politiche dei partiti. I referendum, abrogativi o costituzionali che siano, sono fatti per questo. Non sono elezioni. Per come si sono messe le cose in questa occasione, ma anche nelle due precedenti, sembra invece che si sia chiamati a votare la fiducia ai promotori o agli oppositori. Il voto sembra interessare non la modifica costituzionale, ma le prospettive politiche, che oltretutto sono nelle mani di un futuro d’incertezze. Per sgonfiare le speculazioni politiche sul voto referendario e restituirgli il suo significato di atto di libertà non pregiudicato dai giochi di partito, ci sarebbe stato un modo semplicissimo: dire fin dall’inizio che l’esito del referendum non avrebbe avuto alcuna conseguenza sulla vita del governo”.
Professore, come spiega il cambio di rotta di molti parlamentari? La riforma è stata votata, in ultima lettura, con una maggioranza bulgara. I cittadini possono avere fiducia in persone che cambiano opinione tanto facilmente?
La coerenza e la connessa fiducia non albergano nelle stanze della politica. Valgono le convenienze e le tattiche, cioè i calcoli secondo le mutevoli circostanze. In politica, fidarsi è forse bene, ma non fidarsi è certamente meglio. Per questo, è bene non farsi mettere nel sacco.
Ad esempio?
Il “taglio” dei parlamentari sarebbe malfatto perché “lineare”. Quante volte l’abbiamo sentito dire? Premesso che non mi piace sentire il linguaggio triviale di chi parla di tagli di poltrone, mi vien da dire: meglio forse un taglio cubico o sferico?
Parliamo di cose serie. È vero che con meno deputati e senatori ci sarà un vulnus di rappresentanza?
Riducendo i numeri, si alza implicitamente la soglia per accedere al seggio parlamentare. Ciò crea difficoltà per i piccoli partiti e porta con sé un effetto maggioritario. Questo è un argomento serio, ma non necessariamente a favore del No. Dipende da quel che si pensa in tema di rappresentanza politica. I piccoli e piccolissimi partiti sono un bene o un male per la democrazia? Non abbiamo detto negli ultimi lustri che sono una complicazione e che meglio sarebbe la semplificazione? Semplificare non vuol dire annullare, ma promuovere confluenze e concentrazioni in gruppi più vasti con i quali esistano affinità.
C’è poi un argomento, sostenuto dal fronte del No, che bisogna chiarire: la rappresentanza dei territori.
I deputati e i senatori non sono i rappresentanti dei territori. Questa idea è una reminiscenza d’un tempo antico, l’Antico Regime. Lei ricorda certamente che cosa era la rappresentanza agli Stati generali riuniti a Versailles nel 1789. Se insistiamo sulla rappresentanza dei “territori” (qualunque cosa questa parola suggestiva voglia dire), ritorniamo a una concezione pre-democratica e corporativa, ai cahiers de doléance e ai baillages, le circoscrizioni feudali amministrative e giudiziarie nelle mani dei “balivi” o – come disse un tempo Massimo D’Alema – dei “cacicchi” locali. La rappresentanza territoriale significa oggi soprattutto favorire i faccendieri locali che dispongono di pacchetti di voti clientelari, i lobbisti che intrallazzano a Roma.
I territori e le loro esigenze non hanno da avere rappresentanza?
Al contrario. Ma devono esprimersi politicamente. Sottolineo: politicamente. I deputati e i senatori “rappresentano la Nazione senza vincolo di mandato”. Non lo dice solo la Costituzione, ma lo dice la concezione moderna della politica come cura di interessi generali. Per esempio, lei sa che se si ha “sul territorio” il proprio rappresentante nella politica centrale (parlamentare, ministro, sotto-ministro, ecc.) è facile farsi costruire la strada o l’autostrada che interessa in loco (pensi all’autostrada Voltri-Gattico-Sempione), oppure promuovere l’assunzione di schiere di dipendenti nelle amministrazioni locali (pensi ai postini in Abruzzo, regno d’un famoso ministro delle Poste). Questo è caciccato. Diversa è la gestione dei trasporti o dell’impiego pubblico all’interno di una visione generale nella quale anche le esigenze locali possono trovare il loro giusto spazio. Questa è la rappresentanza politica.
Lorenza Carlassare ha scritto che la legge elettorale ideale è fatta così: proporzionale con soglia di sbarramento non superiore al 3% senza liste bloccate e pluri-candidature. Ma poi che fine fa la governabilità?
La governabilità – parola truffaldina: ne abbiamo parlato più volte – dipende dalla struttura del sistema politico, molto meno dal sistema elettorale. Ne abbiamo avuto la riprova pratica con le riforme degli anni 90 che miravano, per l’appunto, a costruire solide maggioranze di governo come effetto di leggi elettorali. È andata così?
Quindi la legge elettorale ha poca importanza?
Nient’affatto. Ne ha poca per la governabilità, ma ne ha molta per altri importanti aspetti. Come tutte le leggi, anche questa deve ispirarsi a un qualche concetto di giustizia, di giustizia elettorale. Mescolare elementi contraddittori, un po’ di proporzionale e un po’ di maggioritario, liste e candidature singole, liste bloccate e preferenze, voto congiunto e disgiunto, eccetera, può incontrare l’interesse di questo o quel partito, ma non degli elettori che alla fine non ne capiscono più nulla. Lo stesso Parlamento risulta un guazzabuglio di legittimazioni diverse. Insomma: il primo requisito d’una buona legge elettorale è la chiarezza nella quale l’elettore possa ritrovarsi facilmente.
E dell’idea della professoressa Carlassare?
Francamente, tra proporzionale e uninominale a doppio turno, sono incerto. Di primo acchito, sarei per la proporzionale con qualche ragionevole sbarramento. Di secondo acchito, mi rendo conto dei pregi, ma anche dei difetti delle liste con preferenze. Insomma, sospendo il giudizio. L’unica cosa è che, una volta scelta la legge elettorale, non la si modifichi tutti i momenti, secondo le occorrenze e le convenienze.
Si discute molto sul modo di migliorare la qualità della rappresentanza.
È il grande tema che dovrebbe occupare il dibattito pubblico, infinitamente più importante della quantità della rappresentanza. Bisognerebbe incominciare con l’abbandono della falsa visione della democrazia di coloro che dicono: siccome siamo un Paese intaccato dalla corruzione, non possiamo stupirci che anche la corruzione venga rappresentata in Parlamento, sulla base dell’assunto che le Camere sono lo specchio del Paese. Una posizione smaccatamente giustificazionista del peggio. Nella vecchia tradizione costituzionale, si diceva che il Parlamento dovrebbe rappresentare il meglio del Paese. Se è il contrario, possiamo stupirci del discredito dell’istituzione parlamentare, discredito diffuso non solo tra gli antiparlamentaristi per principio, ma anche tra tante persone, diciamo così, “perbene” democraticamente parlando.
Secondo alcuni è grave che non siano state contestualmente corrette le maggioranze per l’elezione del presidente della Repubblica: così, dicono, i delegati delle Regioni peseranno troppo (passano dal 6 al 10 per cento circa).
L’aumento del peso dei delegati delle Regioni è semplicemente un effetto indotto della riforma. Non mi pare un aspetto di chissà quale importanza. Nell’elezione del presidente della Repubblica i delegati regionali hanno sempre svolto un ruolo trascurabile. Ciò che conta è l’appartenenza partitica, che non fa differenza, che si sia parlamentari o delegati dei consigli regionali. Piuttosto, c’è un aspetto politico, in presenza di un’avanzata della destra nelle regioni. Questa avanzata può attribuire un peso maggiore a quei partiti nell’elezione presidenziale. Ma è questione tutta politica, non costituzionale.
Un altro grande argomento a sostegno del No è che ad accompagnare questa piccola modifica non ci sia una grande riforma, a iniziare dal bicameralismo paritario. Che ne pensa?
Non si era detto, dopo la débâcle delle due gradi riforme del 2006 e del 2016, “d’ora in poi solo modifiche puntuali della Costituzione”? E comunque: siamo di fronte all’ennesimo argomento specioso. Mi spiego: tutti i precedenti progetti di revisione della forma di governo prevedevano una riduzione del numero dei parlamentari. Ma se si procede per ora su questo punto, che cosa vieta che, dopo, si metta mano al bicameralismo paritario? Il meno, che è già qualcosa, impedisce un più. Dove sta la logica?
Lei è favorevole a ritoccare il bicameralismo, vero?
Sono favorevole al mantenimento di due Camere, differenziate per composizione, procedure e funzioni. Naturalmente non a quel pasticcio, che è stato sventato con il referendum di quattro anni fa. L’ho anche scritto, con proposte che si sono perdute in un bailamme.
Con il Sì verrà rafforzato l’esecutivo a discapito del Parlamento?
E perché mai?
Alcuni sostengono che la scelta del Sì rafforza i sentimenti, perniciosi, dell’antipolitica.
Anche questa obiezione mi pare una sciocchezza. Se i sentimenti antipolitici e antiparlamentari ci sono – e ci sono – non è che la prevalenza del Sì li rafforzerebbe. Semplicemente a loro darebbe espressione e costringerebbe i partiti a prenderne atto e ad agire di conseguenza per neutralizzare i fattori che l’antipolitica alimenta e che, assai spesso, dipendono da loro. Il referendum è semplicemente una conta numerica che serve a dare l’immagine di ciò che c’è nella nostra società. Far finta di niente, come per anni s’è fatto, è solo politica dello struzzo. Non è che con il No quei sentimenti si indebolirebbero. Semmai, il contrario. Poi, è chiaro che una netta vittoria del Sì con il Movimento 5 stelle che da solo si è mobilitato per quel risultato giustificherebbe che se la intestasse come un proprio successo politico. Insomma, paradossalmente il No di chi vuol dare una lezione al Movimento 5 Stelle rischia di provocare un effetto boomerang: noi soli contro tanti, direbbero, l’abbiamo voluta e abbiamo vinto.
Ma quindi lei alla fine come voterà?
Secondo lei?
La voce dei padroni
La voce dei padroni squilla forte e chiara a edicole unificate. “No”, dice il Sole 24 Ore (Confindustria). “No”, tuonano Repubblica, Stampa, Espresso, Secolo XIX, Huffington Post e giornali locali Finegil (Agnelli-Elkann-Fca). “No”, strilla il Giornale di B.. “No”, ripetono Messaggero, Mattino e Gazzettino (Caltagirone). “No”, pigola Domani, giornale senza padroni nel senso che ne ha uno solo (De Benedetti). “No”, spara Libero (Angelucci). “No”, ringhia il Riformista (Romeo). “No”, fa eco Avvenire (vescovi). I problemi nascono quando lorsignori devono spiegare perché mai si oppongano alla riduzione dei parlamentari, promessa e voluta da tutti per 40 anni, in linea col resto d’Europa: si arrampicano sugli specchi, violentano la logica, dicono e contraddicono, sommano le mele con le patate, agitano fantasmi e spaventapasseri, sparano supercazzole che oggi Zagrebelsky smonta a una a una nella magnifica intervista a Silvia Truzzi (pagine 2 e 3). Più parlano e meno convincono. Perché si capisce benissimo che dietro i loro No non c’è né la difesa della Costituzione, della democrazia, del Parlamento, della rappresentanza, dei territori, del popolo, tutti valori che la riforma non sfiora neppure.
C’è dell’altro che nessuno osa mai confessare per non gettare la maschera. Almeno fino alla discesa in campo di Billy Costacurta che, siccome era un ottimo stopper del Milan, Repubblica ha promosso a padre ricostituente. E lì, come il bambino davanti al re nudo, ha detto senza tante ipocrisie ciò che lorsignori nascondono: “Voto No perché non voglio più vedere i 5Stelle”. Evviva la faccia: finalmente, fra tanti Tartuffe, un tipo sincero. Qualcuno dovrebbe spiegargli che la riforma costituzionale è stata votata da tutti i partiti (13 volte nelle precedenti legislature, quando il M5S non c’era, e quattro in questa) e nessuno l’attribuirebbe ai 5Stelle se tutti i partiti che l’han votata fossero coerenti e la sostenessero. Peraltro il M5S non è la prima forza parlamentare in virtù di un golpe militare o di una marcia su Roma, ma di libere elezioni previste da quella Costituzione che i signori del No dicono di difendere (quando fa comodo a loro). Dunque chi vuole liberarsene può votargli contro alle elezioni regionali, comunali e politiche. Ma chi pensa di sbaragliarlo bocciando una riforma che condivide è come quel coglione che, per far dispetto alla moglie, si tagliò i coglioni. E, se nel novero ci fosse solo Costacurta, poco male. Ma c’è pure tutto il fior fiore del potere, con giornalisti al seguito. Ieri al partito di Costacurta s’è iscritto il riportino più amato dal Sistema: Stefano Folli, il quale su Repubblica ci ammonisce che “Il referendum è un voto sui 5Stelle”. Apperò.
La prosa, al solito alquanto sepolcrale, è la consueta accozzaglia di nonsense: il M5S è “lacerato”, “schiacciato”, fallito, praticamente morto (infatti governa da due anni e mezzo col suo premier); e ha pure “rinnegato buona parte dei suoi principi” (infatti sta portando a casa anche il taglio dei parlamentari: e poi non è Folli a ripetere ogni giorno che al governo i 5Stelle fanno quel che vogliono e il Pd subisce?). Ma il meglio deve ancora venire: il referendum è “una zattera di salvataggio da afferrare come ultima salvezza prima che sia troppo tardi”, anzi “un plebiscito sul ‘grillismo’”. Questo notista politico che bivacca nei palazzi da 40 anni non s’è neppure accorto che i 5Stelle del referendum avrebbero fatto volentieri a meno: l’hanno voluto contro di loro 71 senatori, quasi tutti di FI e Lega che, subito dopo aver votato il taglio in Parlamento (l’ultima volta col 98%), hanno raccolto le firme per indire il referendum e rinviare l’entrata in vigore della riforma: speravano che intanto accadesse qualcosa, tipo una crisi di governo che ci mandasse al voto prima del referendum con 945 posti in palio anziché 600. Tutto volevano fuorché regalare la “zattera di salvataggio” e il “plebiscito” ai 5Stelle.
Ma ormai i fatti sono un optional e la logica un fastidioso impaccio sulla strada della Grande Restaurazione sognata da tutti i poteri, palesi e occulti. Che infatti sperano in una disfatta del centrosinistra alle Regionali e del Sì al referendum per abbattere l’ultimo diaframma che separa le loro zanne dal bottino del Recovery Fund (e magari del Mes): il governo Conte a trazione 5Stelle in alleanza col Pd tornato a sinistra dopo le sbornie napolitan-renziane. Si spera che gli elettori “grillini” l’abbiano capito e in Liguria, Puglia, Marche e Toscana votino di conseguenza. Del resto come spiegare l’incredibile campagna contro il Reddito di cittadinanza fondata sulla fake news che ne beneficiassero i presunti assassini di Willy? La verità è che lo ricevevano tre genitori; sono stati scoperti perché i controlli funzionano; e ora chi non ne aveva diritto restituirà fino all’ultimo cent. Ma questo vale per tutte le misure di welfare, in un paese ad altissimo tasso di criminalità, evasione e lavoro nero. Che si fa: si aboliscono le pensioni, la cassa integrazione, il sussidio di disoccupazione, gli sconti e i bonus ai poveri perché qualcuno potrebbe truffare o ammazzare? Anche qui, come sul No al referendum, ci si arrampica sugli specchi pur di non dire la verità: il Reddito di cittadinanza non piace perché funziona e l’han voluto i 5Stelle. Che restano l’unico ostacolo da rimuovere dalla scena politica, malgrado gli scandali che stanno emergendo sulla Lega e sono già emersi su FI. Anzi, proprio per quelli.