General Motors e Fca: la guerra tra i due colossi non trova pace

Vent’anni di guerra, e nemmeno tanto fredda. General Motors e Fca proprio non si amano, e non fanno nulla per nasconderlo. L’ultima scaramuccia in ordine di tempo è la seconda denuncia dell’azienda guidata da Mary Barra nei confronti di Auburn Hills, dopo che la prima era stata rigettata da un tribunale federale, depositata stavolta presso una corte statale del Michigan e coinvolgendo anche due ex manager di Fca Usa già condannati per appropriazione indebita in un’indagine per corruzione che ha riguardato il potente sindacato dei metalmeccanici americani, la UAW. Le accuse? In estrema sintesi, quel che già era stato sostenuto la prima volta: spionaggio industriale ai danni di Gm e utilizzo di conti offshore per il pagamento di tangenti.

A prescindere dalla vicenda, che avrà il suo svolgimento in tribunale, ci si chiede il perché di tanto accanimento. Possibile che ancora bruci la famosa “opzione put” con cui Marchionne sfilò due miliardi di dollari dalle casse Gm, con cui poi comprò una Chrysler sull’orlo del fallimento? Può essere. Ma c’entra pure la volontà di ostacolare il futuro matrimonio con Psa, che se consumato farebbe retrocedere quello che un tempo era il colosso più massiccio di Detroit al quarto posto tra i costruttori mondiali. Relegandolo di fatto, dopo il ritiro dall’Europa e al mezzo disimpegno dall’Oriente, al ruolo di potenza regionale. Anche perché mentre gli altri si organizzano e si alleano (si pensi anche a Ford con Volkswagen), General Motors è tra le poche ad essere rimasta da sola. E, forse, col cerino in mano.

Da Hiroshima al mondo, il secolo Mazda

Buon secolo, Mazda. La più eccentrica delle marche giapponesi ha festeggiato i suoi cent’anni con la covid-sobrietà che il periodo impone, invitando a piccoli gruppi i giornalisti europei in Baviera per rivedere e ri-guidare un drappello di auto vintage sulle verdi colline intorno ad Augusta. La storia della Mazda – che inizialmente si chiamava Toyo Cork Kogyo e produceva sughero artificiale, per poi virare verso utensili e macchinari, compresi i fucili per l’esercito imperiale – ruota intorno a tre pilastri. La sua città, Hiroshima, celebre per il bombardamento atomico dell’agosto 1945. La sua vettura più nota e fascinosa, la roadster MX-5 (aka Miata), che da 31 anni è la sportiva abbordabile più cool del mondo, venduta in oltre un milione di pezzi. La sua fissazione, il motore rotativo inventato dal tedesco Felix Wankel, soluzione tecnica che ha tolto il sonno a centinaia di ingegneri e che solo la Mazda ha industrializzato per decenni. Ma che intriga assai perché, in teoria, sarebbe piccolo, leggero e potente. In pratica, non è andata sempre così. Con la magìa dei rotori è riuscita ad affascinare un paio di milioni di acquirenti, dal 1967 ai giorni nostri, e anche a vincere la 24 Ore di Le Mans del 1991. Finito in panchina con l’uscita di scena della RX-8, il Wankel sta per tornare in campo con la squadra Mazda. Lo farà, diciamo così, da “aiutino” (range extender) della zero emissioni della marca, la MX-30, per ricaricare la batteria del motore elettrico e accrescere l’autonomia.

Il primo veicolo a motore uscito dagli impianti di Hiroshima si chiamava Mazda Go, un tre ruote composto da una moto di ispirazione Harley e un cassone per il trasporto merci. Dopo che dall’Enola Gay fu sganciato l’ordigno responsabile di almeno 80 mila morti in città, la Mazda impiegò meno di quattro mesi per riprendere la produzione. Invece la prima vera vetturetta, la deliziosa city car R360 Coupé, è arrivata nel 1960.

Nella sua storia Mazda ha venduto sinora oltre 60 milioni di auto, con la 3 in cima alla lista (6 milioni abbondanti), seguita dalla 323 (4 milioni). Viaggia intorno al milione e mezzo di vendite mondiali annue e, nonostante la corsa alle concentrazioni, amerebbe vivere da single ancora a lungo, dopo aver provato le gioie e i dolori del rapporto di coppia attraverso l’alleanza con la Ford.

Ferrari Portofino M: il coupé che si guida come una cabrio

È un lavoro di cesello quello che Ferrari ha fatto sulla nuova Portofino M. Là dove “M” sta per modificata, più nella meccanica che nel design a dire il vero. Quest’auto “è un mix perfetto fra coupé e cabrio”, dice Flavio Manzoni, Direttore del Centro Stile Ferrari: “La silhouette del tetto è definita da una sola linea continua, come sulle GT fastback del passato. E questo dona una nuance distintiva alla vettura, resa unica dal trattamento scultoreo della carrozzeria, che la rende una miscela di eleganza e sportività”.

Rivisto il V8 biturbo da 3855 cc di cilindrata, che fa parte della stessa dinastia di 8 cilindri a V vincitrice del premio International Engine of the Year per quattro anni consecutivi: eroga 620 cavalli, 20 in più rispetto a prima ed è accoppiato a un cambio automatico a doppia frizione nuovo di zecca, con 8 rapporti. Sicché la Portofino M scatta da 0 a 100 km/h in 3,45 secondi e supera i 320 orari.

All’esordio pure il nuovo Manettino, che consente di variare il comportamento dell’auto – incide sulla risposta di motore, trasmissione e controllo di trazione – in base ai desideri del guidatore: ora le mappature sono cinque, grazie all’aggiunta della modalità ‘Race’, che lascia maggiore libertà alla coda di scivolare verso l’esterno in uscita di curva e libera tutta la furia del V8. Inalterata la poliedricità della progenitrice, ideata per ammaliare una clientela trasversale, che ama i coupé ma al contempo non vuole rinunciare alla possibilità di viaggiare col vento fra i capelli: da qui spiegata la scelta del tetto retrattile in lamiera.

Da Maranello, poi, confermano in toto il piano industriale 2018-2022, che prevedeva l’esordio di 15 modelli: “Siamo a quota 7 e a breve saranno 8: ci sarà un’altra novità prima di fine 2020. Nonostante qualche ritardo a causa del Covid-19, teniamo fede al nostro programma”, spiega Enrico Galliera, a capo del marketing Ferrari. E a chi obietta che allargare la gamma potrebbe far sbiadire l’esclusività del brand, Galliera risponde che la strategia rimane quella di “combinare sapientemente domanda e offerta. La nostra waiting list è lunga e diamo al mercato una vettura in meno di quelle richieste”. Allora perché proporre così tanti modelli diversi? “Far aspettare troppo i clienti non è piacevole. Quindi, abbiamo deciso di puntare su nuovi segmenti e prodotti inediti, fra loro complementari, senza far crescere i numeri produttivi di quelli già esistenti, così da avvicinarci anche a chi prima non avrebbe mai comprato una Rossa”. Ecco spiegato il suv del Cavallino, in arrivo nel prossimo biennio: servirà per dare una risposta ai diversi bisogni di una clientela più eterogenea che mai, ma senza intaccare l’esclusività.

“Nonno Chagall, un artista politico. Ma sognatore”

“Vale per l’arte ciò che vale per ogni aspetto della realtà: la lettura letterale delle cose è sempre pericolosa”. Decisa e tersa, la voce all’altro capo del telefono direttamente da Parigi è quella di Meret Meyer, nipote di Marc Chagall (1887-1985), che oggi sarà a Rovigo a Palazzo Roverella in occasione della mostra dedicata al nonno Anche la mia Russia mi amerà (a cura di Claudia Zevi, da domani al 21 gennaio), che qui allinea più di cento opere deputate a narrare la figura di Chagall come un’anima errante tra più tradizioni, ma mai smarrita, sempre consapevole del suo arcipelago di identità: le capanne della nativa Vitebsk con i suoi riti ebraici e favole campestri, i rabbini e le capre, si mescolano amabilmente a Parigi, i suoi violini e la salvifica luce notturna fatta di promesse al neon. Un racconto-mondo dal celebre La passeggiata (1918) in cui l’artista tiene per mano la moglie Bella mentre lei galleggia felice nel cielo verde a Le Dimanche (1954), un paesaggio parigino con Notre-Dame sullo sfondo giallo e altri innamorati fluttuanti, passando per le puntesecche per le illustrazioni di Le Anime morte di Gogol’. E proprio i colori, la loro forza e il modo inedito in cui suo nonno li usò, ci spiega Meret – vicepresidente del comitato Chagall e figlia di Ida, primogenita del pittore e artista anch’essa: “Fu mia madre, rimasta in Francia quando lui fuggì in America a causa del nazismo, a liberare le casse con tutte le opere sequestrate dalle autorità spagnole” –, hanno in qualche modo impedito di comprendere la stretta attualità della poetica di Chagall. “Ha declinato i colori come nessuno mai: ora trasparenti, ora coprenti, ora protagonisti dei dipinti. Per molto, le sue opere sono state considerate il tentativo di evasione dal mondo attraverso il sogno. Di certo era un sognatore, ma occorre ribaltare tale rappresentazione semplicistica. Chagall si è nutrito di una serie di ricordi, fantasie e linguaggi per indagare tutti i piani dell’immagine e riuscire ad andare più vicino e in profondità alla realtà, creando simboli universali. Temi come l’esodo o i migranti sono ancora stringenti”.

Soprattutto perché lui stesso fu costretto a fuggire in Francia e in America.

Prendiamo per esempio La vache à l’ombrelle (1946) è un dipinto dal forte valore sociopolitico. Qui abbiamo la sua lettura dell’ebreo errante, che deve lasciare il suo paese per trovare una nuova identità, visto come un mucca, che però non è ferita: è bella bianca, carica di speranze, allatta un vitellino, e da un lato ci parla in modo fantastico ma, come tutti gli animali di Chagall, è vigile, sa dov’è e dove sta andando, e si concede pure il vezzo di un ombrello, ha pure l’occasione della leggerezza. Chagall trascende la drammaticità didascalica, non vuole rappresentare il dolore con il rosso del sangue, ma il legame con la Storia resta saldo, e anche con la contemporaneità: ripenso all’ultima volta che sono scesa alla stazione di Milano, la miseria in cui vivono quei migranti nel patio appena fuori mi ha molto scossa.

Anche il legame con la religione è stretto, se pensiamo che illustrò la Bibbia.

Va letta anche quella come un’opera politica. Si serve del linguaggio dei profeti per combattere tempi poco profetici. Chagall inizia a lavorarci negli anni 30, durante i primi movimenti antisemiti in Germania. Così, Geremia, David, Gesù vengono inseriti in uno sviluppo narrativo carico di simboli: bandiere rosse della rivoluzione, una sinagoga data alle fiamme, la Torah gettata a terra nel fuoco, un vecchio che scappa portando con sé un rotolo sacro. Tutti messaggi di denuncia politica celati dietro uno stile fantastico.

Ci permetta di spiare (idealmente) nell’atelier di suo nonno.

Studiava tantissimo: aveva uno splendido rapporto con i classici. Adorava Tintoretto, Rembrandt, Van Dick e i fiamminghi. Chi lo immagina come un visionario sognatore in attesa dell’illuminazione sbaglia. Lavorava molto all’esplorazione dell’idea: cartoni preparatori, disegni, gouaches, collage. Non era mai stanco di scoprire nuovi aspetti di una stessa idea, che per lui erano come tappe necessarie nel lungo cammino che conduce a finalizzare un’opera. Viveva l’arte come un’urgenza di comprensione.

È vero che dipingeva nudo, come ha scritto lui stesso?

Quand’era giovane, forse (ride). Anche qui, torno al discorso di prima: non bisogna leggere le cose sempre alla lettera. Siamo sicuri che con “nudo” non intendesse che dedicava tutto se stesso all’arte senza sconti o reti di protezione?

Invece com’era da nonno?

Le posso dire che il nonno che è artista resta sempre prima di tutto artista (Pausa). Ci sono quadri di mio nonno cui sono legata perché si trovavano nella casa della mia infanzia come Le porte del cimitero immerse tra forme blu o il vecchio e grigio Venditore di giornali che da bambina sembrava mi parlasse. La loro presenza mi ha segnato: erano le mie foto di famiglia, li guardavo per appropriarmi di un universo che non mi apparteneva ma sentivo mio, come per affacciarmi alla finestra alla scoperta del mondo e insieme di me stessa.

“I controllori russi fecero cadere l’aereo di Kaczynski”

Sono stati i controllori a trasmettere false coordinate, rotta sbagliata, dettagli fuorvianti e adesso Varsavia chiede giustizia. Quello che è accaduto il 10 aprile 2010 a Smolensk non è stato un incidente: l’aereo Tu-154, dove volavano a bordo il presidente Lech Kaczynski e altre 96 alte cariche dello Stato polacco, si schiantò sul suolo della Federazione russa perché i tre addetti alla gestione del traffico aereo dettarono informazioni manipolate ai piloti in volo, sapendo di condurli alla catastrofe. La tragedia che ha impresso la cicatrice più profonda nella storia del Paese è legata a catena a un’altra pagina nera scritta nel Novecento: le autorità decedute nell’incidente stavano andando a omaggiare le migliaia di vittime polacche che avevano perso la vita a Katyn nel 1940, per mano della polizia segreta sovietica.

“Questo è solo il primo passo per emettere un mandato d’arresto internazionale, abbiamo già inviato la richiesta di fermo temporaneo per i tre controllori”. Ewa Bialik, portavoce del capo procuratore di Varsavia, è diventata ieri il megafono delle istituzioni che, già nel 2017, avevano accusato gli impiegati dell’aeroporto di aver “deliberatamente provocato” l’atterraggio mortale. Adesso la commissione presieduta dal ministro dell’Interno Jerzy Miller ha nuovamente analizzato i colloqui tra la torre di controllo di Smolensk, i militari russi e i piloti polacchi, per stabilire una seconda volta ciò che la Polonia aveva già asserito in passato. Il Cremlino, distratto dall’oppositore Navalny e dai riflettori europei rimasti puntati su di lui dopo il risveglio dal coma, alza le spalle e proibisce da sempre l’estradizione dei suoi cittadini all’estero. “Non so di cosa state parlando” ha risposto Dimitry Peskov, portavoce di Vladimir Putin, che non sapeva nemmeno se il procuratore polacco avesse già spedito le accuse ufficiali all’omologo russo. Ignaro ha tagliato corto: “Dirò solo che in generale reagiamo negativamente”.

Tripoli, il premier Sarraj “licenziato” dalle milizie

Per l’ingegnere Fayez al-Sarraj, che dal 2015 guida il governo di Accordo Nazionale libico basato a Tripoli, è giunto il momento di fare fagotto. L’uomo riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma non da alcuni Paesi membri di peso, in primis la Francia, come il legittimo primo ministro della Libia, ha dovuto annunciare le proprie dimissioni per ottobre. Fra un mese si aprirà dunque un nuovo capitolo nella ormai decennale guerra civile iniziata con la rivolta contro Gheddafi nel 2011.

Ma intanto anche gli attori stranieri che si fanno la guerra per accaparrarsi il petrolio e il gas libico, oltre a una nuova zona di influenza devono trovare un leader, seppur transitorio, diverso e comunque più autorevole agli occhi dei tripolini che sono scesi in piazza alla fine di agosto a protestare proprio contro Sarraj per il deteriorarsi delle condizioni di vita, contro il sequestro dei fondi libici da parte della Turchia e il pagamento profumati dei mercenari siriani.

Nelle proteste successive i manifestanti hanno chiesto il reintegro del potente ministro dell’Interno Fathi Bashagha, leader di Misurata, licenziato dal premier libico. Proprio una milizia della città simbolo della rivoluzione contro il tiranno Gheddafi, ha avuto un ruolo dirimente nella caduta di Sarraj. La maggior parte delle milizie di Misurata, ossia quelle fedeli al ministro Bashagha, in particolare la milizia Al-Somoud guidata da Salah Badi, è entrata in azione durante le proteste per difendere i manifestanti duramente repressi da alcune milizie di Tripoli allora ancora fedeli a Sarraj. Il primo ministro ammise davanti alle tv unificate vaghe “trasgressioni” da parte dei suoi ma accusò la gente in piazza di non aver completato le procedure legali per ottenere le autorizzazioni a manifestare dalle autorità, ed essersi così esposta a infiltrazioni da parte di “estranei.” Ecco perché, appena finito il discorso televisivo, le manifestazioni si sono riaccese. I manifestanti a quel punto hanno chiesto le dimissioni di Sarraj con slogan inequivocabili : “Vattene, vattene, vattene.” Le proteste si sono quindi evolute in un movimento di disobbedienza civile per le strade della capitale.

Diverse altre città della Libia occidentale, tra cui Sabrata e Mazda, si sono unite al movimento di protesta, in un momento in cui fonti libiche hanno rivelato l’identità di coloro che hanno sparato a manifestanti pacifici. Si tratta delle milizie islamiche legate alla Fratellanza Musulmana, Nawasi e Radaa che hanno condotto anche una vasta campagna di arresti. Dopo il discorso di Sarraj, Ihmida al-Jarou, portavoce della milizia di Al-Somoud, ha attaccato Sarraj via Twitter; il premier avrebbe allora cercato l’aiuto dell’intelligence turca di stanza a Tripoli per far infiltrare il movimento popolare spontaneo da individui a lui fedeli, che avrebbero sollevato richieste in linea con gli interessi turchi. Ma la truffa ai danni dei libici è fallita e ora la Turchia affossa il leader che aveva fin qui protetto per non perdere la propria guerra.

Il 5 ottobre meeting in Germania

L’Onu e la Germania vogliono replicare una formula di confronto sulla crisi libica che non ha portato risultati. Il 5 ottobre si svolgerà una conferenza virtuale con il segretario generale Guterres, i rappresentanti di Germania, Stati Uniti, Italia, Gran Bretagna, Francia, Cina, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Congo, Egitto, Algeria. C’è da ricordare che a iniziare dall’embargo sulle armi ignorato da Turchia, Russia ed Emirati, le conclusioni della conferenza di gennaio finora non sono state messe in atto.

Trump show: ex modella lo accusa, lui attacca Biden

Non c’è giorno che i media non lo prendano con le mani nella marmellata. Uno potrebbe persino pensare a una persecuzione mediatica, se non fosse (quasi) tutto vero: The Guardian pesca un’accusa di violenza sessuale datata 1997, il Washington Post dà dettagli su presunte illegalità nella gestione delle sue proprietà; e Twitter lo becca di nuovo a diffondere “contenuto multimediale manipolato”, dopo avergli bloccato un deepfake di un Joe Biden addormentato durante un’intervista alla Berlusconi di Crozza: in realtà, era Harry Belafonte. Ma lui, Donald Trump, presidente candidato alla sua successione, tira dritto: litiga con gli scienziati sul vaccino anti-coronavirus, che – assicura – ci sarà prima delle elezioni; e spara a zero sul voto per posta, a causa del quale “quest’anno, il risultato delle elezioni del 3 novembre non sarà mai determinato in modo accurato”, scrive con quel suo modo tipico tutto maiuscolo d’anticipare la contestazione di un’eventuale sconfitta. Le accuse di violenza sessuale arrivano da Amy Dorris, all’epoca dei fatti modella di 24 anni – lui ne aveva 51 –: in un’intervista al Guardian, racconta di avere dovuto subire un bacio con “la lingua in gola” da Trump durante gli Us Open di tennis del 1997, all’uscita dalla toilette di un box da vip, dove erano entrambi ospiti. La Dorris, che vive in Florida, afferma di avere provato “disgusto” e d’essersi sentita “violata”: “Mi infilò la lingua in gola e io lo spinsi via con i denti, penso di avergli fatto male”, ma lui “continuò a stringermi sempre di più e ad allungare le mani ovunque, toccandomi il sedere, il seno, la schiena, qualsiasi cosa”. I legali di Trump, contattati dal giornale, smentiscono: nessuna aggressione sessuale e nessun comportamento inappropriato. La Dorris, all’epoca, non denunciò il fatto né ne parlò nel 2016, quando il magnate si candidò alla presidenza. Il Wp ha invece ottenuto documenti del Secret Service da cui risulta che il Trump magnate ha fatturato al Trump presidente 1,1 milioni di dollari, incluso l’affitto di quattro stanze nella sua proprietà di Bedminster, nel New Jersey, chiusa causa pandemia. La manipolazione che, infine, contesta Twitter è un video rilanciato da Trump in cui Biden utilizza una hit di un cantante portoricano per sollecitare il voto ispanico in Florida; il brano è stato però sostituito da un rap contro la polizia. Trump ha pure ritwittato un altro video manipolato di Biden sul cambiamento climatico, dove un soldato passa con il lanciafiamme su un campo di grano.

Greta e i suoi sono tornati. Azioni legali sui governi

Afermarli poteva essere, paradossalmente, solo una pandemia. O neanche quella. Anche se, a scuole chiuse, veniva difficile scioperare ogni venerdì. Ma è bastato che l’anno scolastico ripartisse perché anche Greta Thunberg, la giovane attivista per il clima, e i suoi “fratelli” internazionali del movimento Fridays For Future riprendessero le attività.

“Settimana 108 di sciopero per il clima”, scriveva su Twitter il 10 settembre la portavoce del movimento, fotografata con i suoi compagni brandenti cartelli contro i cambiamenti climatici bardati di mascherine a tema, nel primo, ennesimo, nonché primo post-pandemia, venerdì di protesta.

D’altronde chi è cosciente che sia già troppo tardi per salvare il Pianeta e che – complice anche il Covid-19, che ci ricorda il male che abbiamo fatto al Pianeta, il classico cane che si morde la coda – sa che non c’è un minuto da perdere, né manifestazione da rimandare, seppur “rispettando le distanze di sicurezza come previsto dalla norme anti-Covid. Ma cinque mesi di lockdown non sono intanto passati invano. In attesa di tornare per strada o di fronte ai grandi della Terra con i loro slogan, i giovani per il clima hanno impugnato un’altra arma: la denuncia contro governi e istituzioni di mezzo mondo per non aver rispettato l’Ambiente. Dal Portogallo, alla Spagna, al Messico, all’Australia, sono decine le Istituzioni chiamate a rendere conto del proprio operato – mancato – contro i cambiamenti climatici dai ragazzi. “Con il Covid non abbiamo potuto proseguire con le proteste in strada. E cercavamo un’altra maniera di combattere il cambiamento climatico”, spiega Tom Webster Arbizu dall’Australia, 15 anni e leader negli ultimi 18 mesi degli scioperi giovanili del suo paese. Ora Tom è passato a far parte degli otto minori tra i 13 e i 17 anni che hanno denunciato la ministra dell’Ambiente, Sussan Ley, in procinto di autorizzare l’ampliamento della miniera di carbone del Nuovo Galles del Sud. A sostenerli nella battaglia, vista l’impossibilità per i minorenni di rivolgersi direttamente a un giudice, è una suora di 85 anni, Marie Brigid Arthur, che ha già avuto un ruolo in altre cause come quelle dei rifugiati contro il governo. Nella denuncia presentata al Tribunale federale, i giovani, assistiti dai legali di Equity Generation Lawyers, ricordano gli effetti che stanno avendo sul cambiamento climatico le emissioni di gas serra nell’atmosfera e le conseguenze per l’Australia, “incendi, inondazioni, siccità, tornado ecc..”.

L’Australia chiama il Messico, dove un altro gruppo di giovani tra i 17 e i 23 anni dello Stato della Bassa California, ha inviato una denuncia al suo governo per non aver ancora preso misure concrete contro il surriscaldamento globale. “Dobbiamo alzare la voce, perché ciò che è chiaro è che il futuro nostro e delle generazioni prossime è sotto minaccia”, scrive uno dei giovani firmatari messicani, Nelson Garduño, che prosegue: “la generazione che oggi governa e prende decisioni ha un debito morale che aumenta man mano che non si prendono decisioni concrete contro l’inquinamento”. Anche i messicani, così come i ragazzi portoghesi – che hanno deciso di portare in Tribunale ben 33 Paesi che non stanno attuando politiche ambientali contro il surriscaldamento globale – fanno parte del movimento Youth V. Gov (giovani contro il governo), una rete se non perfettamente sovrapponibile a Fridays For Future, indissolubilmente relazionata al movimento globale di Greta Thumberg e che da lei e dalle sue azioni dipende. Ma non c’è posto per i distinguo, una rete appoggia l’altra, ci si ritwitta a vicenda le azioni, in un movimento mondiale che non è stato frenato neanche dalla pandemia. Oggi, infatti, è il gran giorno del rientro in scena dei giovani ambientalisti, che in una conferenza stampa virtuale, annunciano la prossima azione congiunta globale alla presenza di giovanissimi leader da tutto il mondo. Nicole Becker e Eyal Weintraub dal- l’Argentina; Kevin Mtai, Kenya; Mitzi Jonelle Tan, Filippine, Disha A Ravi, India; Laura Verónica Muñoz, Colombia e Greta Thunberg, Svezia, si danno appuntamento il 25 settembre per oltre 2.500 scioperi climatici in 30 Paesi per chiedere un’azione urgente per affrontare la crisi climatica. “Le azioni saranno online e nelle strade nel rispetto dei regolamenti anti-Covid 19. “Lottiamo per il nostro presente, non solo per il nostro futuro: gli scioperi globali giovanili per il clima sono tornati”, promettono.

“A soli cento giorni di viaggio dalla Terra può esserci la vita”

Il 20 luglio del 1969, durante la diretta dello sbarco dell’Apollo 11 sulla Luna, Giuseppe Ungaretti – che alla luna, “piuma di cielo”, aveva dedicato liriche sublimi – apparve in Tv seduto a tavola davanti a un piatto di pasta: “Non si dirada il mistero, ma si infittisce”, disse. C’era chi temeva che la Scienza spinta a un tale livello di progresso potesse erodere la magia dall’universo. Due giorni fa è stato pubblicato su Nature Astronomy uno studio in cui si dimostra la presenza nell’atmosfera di Venere di una molecola, la fosfina, che sulla Terra è associata alla vita. È una scoperta rivoluzionaria, di cui ci facciamo spiegare la portata da Amedeo Balbi, professore di Astronomia e Astrofisica all’Università di Roma “Tor Vergata”.

Professor Balbi, cosa è stato scoperto?

C’è una molecola che si chiama fosfina, che è un composto del fosforo, nell’atmosfera di Venere. Osservando le righe spettrali, cioè il modo in cui la luce viene modificata nel passaggio attraverso l’atmosfera di Venere, s’è vista un’impronta legata agli elementi presenti nell’atmosfera, una linea che corrisponde alla fosfina.

Sulla Terra la fosfina è prodotta dall’attività antropica, o anche da altri fenomeni biologici?

Viene prodotta dall’uomo, per esempio a livello industriale, o da processi biologici. È relativamente rara anche sulla Terra.

Qual è l’ente o la Nazione che ha condotto lo studio?

Un’équipe internazionale che comprende ricercatori del Regno Unito, degli Usa e del Giappone.

C’è un margine di errore?

Sì. Stiamo cercando di identificare un elemento a distanza, osservando la luce. La spettroscopia è usatissima in astronomia, ma la misura del singolo elemento può essere delicata.

È la prima volta che viene osservata nel nostro sistema solare?

No, è già stata osservata nelle atmosfere di Giove e Saturno. Ma lì ce lo aspettavamo, conosciamo i meccanismi che possono produrla. Nel caso di Venere è stata una scoperta sorprendente.

Nel suo libro Dove sono tutti quanti, del 2016, si interrogava sulla presenza di vita sugli altri pianeti e ipotizzava che gli strati nuvolosi di Venere potessero avere condizioni compatibili con la vita. Su che base?

Esiste uno studio classico degli anni 60, a firma anche di Carl Sagan. Siccome ci sono forme di vita che vivono nelle nubi terrestri, per analogia si è ipotizzato che potessero esservi anche su Venere.

Quanto sopravvive la fosfina nell’atmosfera venusiana?

Questo è il punto. Poiché la fosfina è un elemento reattivo, deve esserci qualcosa che la produce attivamente.

Potrebbe essere il residuo di un’attività biologica risalente a un periodo in cui Venere è stato abitabile?

Potrebbe darsi che la vita sia apparsa su Venere miliardi di anni fa e poi non è andata estinta quando le condizioni sono cambiate, si è semplicemente adattata spostandosi nelle nubi.

Quando si dice vita s’intende una forma di intelligenza?

No, a meno di non ritenere i batteri intelligenti.

Andare a vedere, cioè avvenerare sul pianeta a 170 milioni di chilometri da qui, è possibile?

È stato tentato dai sovietici negli anni 70 e 80: hanno mandato delle sonde per, come ha detto? avvenerare; ma a 500 gradi di temperatura e 90 atmosfere di pressione le sonde hanno resistito qualche decina di minuti. Mentre l’atmosfera si può esplorare facilmente.

Quanto ci vuole ad arrivarci?

Qualcosa come 100 giorni. È più facile che andare su Marte.

Se ci fossero batteri, di cosa si nutrirebbero?

Questa è la cosa che fa guardare al tutto con più scetticismo. Come fai ad avere un ecosistema nelle nubi di Venere? Dovrebbero essere organismi autotrofi, come alcuni sulla Terra, in grado di sintetizzare da sé ciò che gli serve.

Lei ha firmato con un ricercatore italiano che lavora in Svizzera uno studio statistico in base al quale potrebbero esserci centomila esopianeti, estranei al sistema solare, abitati. È possibile che ci siano forme di vita antropomorfe su pianeti simili al nostro?

Nel sistema solare no. Fuori, la questione è aperta. Ma l’evoluzione segue cammini che sono dettati in larga parte del caso, non mi aspetterei di trovare su un altro pianeta attorno a un’altra stella forme di vita uguali a noi.

Qual è il contributo di questa scoperta per la conoscenza?

La ricerca è orientata a capire quali sono le firme associabili alla vita su pianeti su cui non puoi andare con le sonde. Se è vita o processo chimico ignoto, in ogni caso abbiamo guadagnato qualcosa dal punto di vista della conoscenza. La scoperta più grande sarebbe la presenza della vita, ma la ricerca avanza anche con cose noiose.

Crede che il mondo si sia assuefatto alle notizie, che siano bufale o grandi scoperte, e sia privo del candore di cui parlò Ungaretti al tempo della conquista dello spazio?

Viviamo un momento particolare, forse siamo provati dalla situazione causata dalla pandemia. È difficile alzare lo sguardo e pensare ad altro che non sia il nostro complicato quotidiano.

Hannah Arendt scrisse che il telescopio di Galileo spostò il baricentro umano: era la leva che sollevava il mondo dalla sua centralità fornendo il punto di vista dello spazio. Questa è una scoperta di analoga portata?

Se scoprissimo che è un risultato della vita, vorrebbe dire che la vita è davvero più comune di come pensavamo.

Più comune, ma anche più potente e tenace.

E più in grado di adattarsi a condizioni estreme. Negli anni 70 abbiamo scoperto gli organismi estremofili, in Antartide sulle rocce, sui fondali oceanici senza luce… La Terra ha una biosfera molto sviluppata, la vita riesce a trovare nicchie strane in cui adattarsi; un pianeta che è tutto ostile e che potrebbe avere solo quel tipo di vita è un’ipotesi molto più affascinante.

Juve sempre in pole Inter, scuse finit. La sorpresa? I viola

Con il mercato ancora sotto sopra, rischiare la griglia è un po’ come battere un calcio di rigore a occhi chiusi. Domani si ricomincia, ci provo.

1. JUVENTUS. Da Sarri a Pirlo. Da Pjanic ad Arthur. Da Higuain a chi: Suarez il promosso o Dzeko il promesso? Cristiano centravanti, mai. Dybala frigge. E su Kulusevski, un plebiscito: vedrete che roba. E allora? Chiellini, la difesa a tre, il motore da rinfrescare, la solita ossessione Champions. Più un genio, in panchina, che dovrà insegnare, non più risolvere. Tanti dubbi. Eppure la lascio dov’era: in pole.

2. INTER. La scalata di Barella, il secondo posto e la finale di Europa League: aspettando le filippiche di Conte, si riparte da qui. Hakimi velocizza le fasce, Lukaku e Lautaro non si discutono. Con Vidal e Kanté nel mirino e una rosa potenzialmente esplosiva (Eriksen, Nainggolan, Perisic): da scudetto. E alibi, zero.

3. ATALANTA. Dopo due terzi posti, avanti tutta per l’ultimo balzo. Miranchuk allarga l’arsenale, ma Gasp lo sa: nessun califfo deve andarsene e, tasto delicato, Ilicic deve tornare Ilicic.

4. MILAN. Il Diavolo post pandemia sprizzava salute. Con Tonali, Pioli aggiunge stoffa in mezzo. Brahim Diaz, scuola Real, è un jolly che potrebbe moltiplicare le munizioni. Con Ibra a snellire il traffico e Calhanoglu ago della fantasia.

5. NAPOLI. La chiave è Osimhen. Per il ruolo (centravanti) e per le referenze (Lilla, leggi Hazard). Gattuso gongola. Mancherà, questo sì, il paracadute tattico che apriva Callejon. Fondamentale la conferma di Koulibaly (anche se ignoro quanto desiderata dal boss).

6. ROMA. La scossa più imponente riguarda la staffetta, al vertice, fra Pallotta e Friedkin. E poi: Dzeko o non Dzeko? Boh. Milik ci cova. Quindi Pedro, usato sicuro, e Kumbulla, 20 anni, erede di Smalling. Devastante il nuovo k.o. di Zaniolo. A Fonseca l’onore e l’onere dell’ennesima rifondazione.

7. LAZIO. Lanciatissima, fu sgonfiata dal lockdown. Inzaghino assicura continuità, Fares alternative in corsia. Domanda: saprà ripetersi, Immobile? Su Muriqi mi fido di Tare. Buon segno, il blocco dei titolarissimi: da Luis Alberto a Milinkovic-Savic. Occhio, però, agli scrosci di Acerbi.

8. FIORENTINA. Me la gioco come sorpresa della stagione. Che quadrilatero, Amrabat, Bonaventura, il Borja Valero di ritorno e Castrovilli. Ribéry è Ribéry: e se Chiesa aggiusta la mira, alé.

9. SASSUOLO. Palla al piede, da orgasmo. Palla agli altri, da incubo. Trovare una sintesi, ecco la missione di De Zerbi. Con “questo” Locatelli, e se Caputo non si sgonfia, perché no.

10. TORINO. I 15 anni di Cairo hanno bisogno di un punto esclamativo, dopo troppi puntini di sospensione. Rodriguez e Linetty sono cerotti generosi, ma Giampaolo invoca Torreira in regia. Lo capisco. Parola d’ordine: non lasciare solo Belotti.

11. CAGLIARI. Squadra strana, capace di impennate gloriose e di crolli mortificanti. Di Francesco adora il 4-3-3, troverà un signor portiere (Cragno) e un grande vuoto: Nainggolan.

12. BOLOGNA. Cruciali, i progressi di Dominguez e Barrow. Il vecchio Palacio è il confine. Come gioco, ci siamo. Come equilibrio, non ancora. Mihajlovic, urge un bomber.

13. UDINESE. Squadra che si salva, non si cambia: a cominciare dal mister, il bravo (e trascurato) Gotti. Certo, un Fofana al massimo avrebbe fatto ancora comodo. Musso, De Paul: argentini al potere.

14. SAMPDORIA. A Ranieri, il più efficace dei carri attrezzi, Ferrero ha consegnato, in pratica, la stessa Samp. Si arrangi, fra le rughe di Quagliarella e i misteri di Gabbiadini.

15. PARMA. C’era una volta Kulusevski. Non sarà tutto, ma non è poco (10 gol). E poi il corista Liverani al posto del contropiedista D’Aversa. Nessun dorma.

16. VERONA. Il calcio di Juric è doccia, non goccia. Ha perso fior di colonne (da Amrabat a Kumbulla), e perfino il pazzo Pazzini. Fra Cetin e Benassi dovrà inventarsi un nuovo Hellas. Ne è capace.

17. BENEVENTO. Filippo Inzaghi avrà fatto tesoro di gavetta e cantonate. Glik, Caprari e Lapadula lo aiuteranno a evitare i precipizi più spericolati.

18. GENOA. Preziosi va matto per i mercati-roulette. Viene da un paio di salvezze tribolatissime, Maran è bussola preziosa. La velocità di crociera è legata al rebus dell’attacco.

19. CROTONE. A Stroppa piace coniugare il sacchismo con la ragion di Stato. Bunker fragile, Cigarini radar, Simy torre: senza paura.

20. SPEZIA. Al debutto assoluto, Italiano insegue un altro miracolo. Il cuore batte forte e la manovra scorre(va) liscia, gradevole, ma temo che la Serie A esiga corazze più robuste.