Willy, bufala sul “reddito” ai 4 del branco. A percepirlo sono i padri di tre di loro

I familiari dei presunti assassini di Willy hanno incassato per mesi il Reddito di cittadinanza. E il centrodestra prende la palla al balzo per fare campagna elettorale e chiedere la revoca della misura. A pochi giorni dalla tornata elettorale, cronaca nera e dibattito politico tornano a incrociarsi. Lo spunto è arrivato mercoledì, quando un sito online locale aveva lanciato la notizia che i quattro arrestati per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte – Marco e Gabriele Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia – intascassero il sussidio per i disoccupati a fronte di uno stile di vita fatto di auto di lusso, vestiti di marca e viaggi. I media nazionali avevano rilanciato la notizia, che però nella giornata di ieri si è scoperta imprecisa: gli assegni dell’Inps – che non riguarda i Belleggia – sono solo due e a percepirli sono il padre dei fratelli Bianchi e quello di Pincarelli. Sul secondo, fra l’altro, a quanto apprende Il Fatto, ci sono accertamenti in corso. Diverso il discorso per la famiglia Bianchi, che secondo la Guardia di Finanza di Colleferro avrebbe “omesso di indicare nelle autocertificazioni compilate dati dovuti, creandosi in tal modo le condizioni per accedere al beneficio”. Su circa 33mila euro percepiti la somma da restituire sarebbe di 28.747 euro. Ma “i due ragazzi non sanno neanche cosa sia”, ha detto ieri il legale Massimiliano Pica.

Gli accertamenti della procura di Velletri sono nati dal tenore di vita sbandierato sui social dai fratelli. Una villa, vacanze di lusso, auto costose, orologi d’oro, vestiti firmati. Insostenibile per due giovani di 26 e 24 anni, uno disoccupato e l’altro gestore di una frutteria. Gli inquirenti ritengono che i “gemelli” Bianchi svolgano la “professione” di esattori per i pusher, da cui le dieci denunce per lesioni, una delle quali è valsa una condanna a Marco Bianchi.

Il caso ha scatenato la bagarre politica. “I 4 delinquenti giravano in suv e con abiti costosi e prendevano il Reddito di cittadinanza. Willy, ragazzo di una famiglia umile, lavorava fino a tardi nella cucina di un ristorante. Va bene così?”, ha attaccato Giorgia Meloni. Le ha fatto eco Matteo Salvini: “Il presidente dell’Inps si dimetta”. Mara Carfagna (Forza Italia), ne chiede “lo stop” perché “non è la prima volta che scopriamo che il ‘reddito di delinquenza’ finisce nelle tasche di criminali ed ex terroristi”. Anche Stefano Bonaccini, presidente Pd dell’Emilia-Romagna, attacca: “È il lavoro che dà dignità, non un assegno per stare sul divano”. A tutti loro replica Gianluca Castaldi, M5S, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento: “Strumentalizzazioni vergognose. Il Reddito di cittadinanza sostiene 3 milioni di italiani, con un aumento del 25% da gennaio di quest’anno. Bevono tutti champagne in piscina? Io non credo proprio”.

Claudio Fava su Giletti in gilet: “Dopo quella da talk, abbiamo l’Antimafia col giubbotto”

Claudio Fava contro Massimo Giletti dopo la sua passeggiata in gilet antiproiettile a Roma. “Penso alla tristezza infinita di queste immagini. Penso ai cento che sono caduti in questi anni senza aver mai (mai!) nemmeno immaginato di indossare un giubbotto antiproiettile per il senso di sobrietà che animava ogni loro gesto e penso alla miseria di un Paese in cui l’esibizione della vita ha preso il posto della vita reale”, attacca il presidente regionale della Commissione Antimafia su Fb, dopo la pubblicazione delle foto del conduttore di Non è l’Arena (La7) sul settimanale Diva e Donna (Cairo editore, come La7). “Da oggi all’antimafia da talk-show e fanfare dobbiamo aggiungere quella da giubbotto antiproiettile”, conclude Fava. Giletti da fine luglio vive sotto scorta. Lo ha deciso due mesi fa la Prefettura di Roma a seguito di alcune minacce del boss Filippo Graviano, intercettato in carcere, rivolte a Giletti nei giorni seguenti alle polemiche di Non è l’Arena sui giudici di sorveglianza che avevano disposto i domiciliari per alcuni boss causa rischio Covid.

A Vo’ col botto, Casellati tampona l’auto di Mattarella

Un’inaugurazione letteralmente col botto. All’apertura dell’anno scolastico a Vo’ con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è filato tutto liscio o quasi: ore di gioia, canti e commozione in mezzo ai bambini felici del nuovo inizio dopo la tragedia che tante vittime ha mietuto da quelle parti. Ma prima della festa c’è stato pure un brutto quarto d’ora che ha rischiato di guastare tutto: l’auto della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, stando al racconto di chi ha assistito alla scena, ha tamponato in corsa il corteo quirinalizio mandando in fibrillazione i cerimoniali delle due più alte cariche dello Stato. Come da protocollo infatti il Capo dello Stato doveva essere l’ultimo ad arrivare per essere accolto dalle autorità presenti all’evento (a partire dal presidente della Regione Veneto, Luca Zaia a fare gli onori di casa), ma la macchina della Casellati era rimasta indietro. E così ha tentato di superare un’altra auto che ne ostacolava la corsa andando però a rovinare sulla fiancata di Mattarella. Un mezzo disastro anche se poteva andare pure peggio. Ma tant’è una volta a Vo’ gli animi si sono placati, come raccontano i filmati oltre che gli staff dei diversi politici presenti: tutti sistemati al posto assegnato secondo i riti del rigidissimo cerimoniale oltre che delle norme anti virus. Quando invece si è trattato di entrare nella scuola intitolata a Gianni Rodari, c’è stata un po’ di ressa e la Casellati, che da grande aspirerebbe ad arrivare al Colle, ha avuto il suo bel daffare per tener dietro al Capo dello Stato, ospite d’onore insieme al ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina. Eccola dunque accelerare nei corridoi dell’Istituto per riacciuffare il duo. E accaparrarsi un posto in prima fila al girotondo dei bambini, che ha scatenato flash e telecamere, anche al prezzo di sgomitare un po’ per dire “Cheese!”

Processi e arresti, Riprende fiato la protesta No Tav

Come prevedibile, gli agenti della Digos si presentano prima che sorga il sole. È ancora buio quando Dana Lauriola, 38 anni, storica militante del movimento No Tav, anima del centro sociale Askatasuna di Torino e da qualche anno paesana di Bussoleno, viene arrestata. Esce di casa con un maglione e gli occhiali, i capelli legati. Molti No Tav, dopo aver vegliato sotto casa sua per giorni, la aspettano per l’ultimo abbraccio: “L’ affetto che mi state dimostrando riempie il cuore. Se stiamo insieme non ci sconfiggeranno mai”.

È l’ultimo messaggio che l’attivista aveva lasciato su Facebook. Lauriola è stata trasferita al carcere delle Vallette di Torino. Dovrà scontare due anni per aver partecipato a una protesta nel 2012: aveva, con altri No Tav, bloccato il casello di Avigliana. I legali avevano chiesto misure alternative alla galera. Il Tribunale di Sorveglianza le ha negate. E così ieri mattina è scattato l’arresto. La notizia ha suscitato manifestazioni in varie parti d’Italia. A Torino un presidio si è formato davanti al Palagiustizia, dove alle 9.30 è iniziato il maxi processo d’Appello bis per gli scontri dell’estate del 2011. Oltre trenta No Tav sono imputati (l’inchiesta era della Digos) per essersi opposti allo sgombero della cosiddetta “Libera Repubblica della Maddalena” (27 giugno 2011) e per aver partecipato agli scontri contro le forze dell’ordine al cantiere di Chiomonte, il 3 luglio dello stesso anno. I tafferugli durarono nove ore, tra bombe carta, pietroni, lacrimogeni e fumo irrespirabile. “La lotta No Tav continua, in solidarietà a Dana Lauriola”, ha dichiarato ieri in aula, a nome anche di altri imputati, Giorgio Rossetto, storico leader di Asakatasuna. Ieri è scattato l’arresto (ai domiciliari) anche per Stefano Milanesi. I carabinieri sono venuti a prendere l’ex terrorista di Prima Linea per una condanna a cinque mesi per resistenza. Nel 2015 aveva partecipato a una protesta al cantiere della Torino-Lione.

Da Ken Loach a Enzo Ghigo, il Tff cancella il Premio Cipputi

Il rivoluzionario francese Camille Desmoulins scriveva nel 1790: “Cittadini attivi sono quelli che hanno presa la Bastiglia, sono quelli che dissodano i campi, mentre i poltroni del clero e della corte sono piante vegetative”. A differenza di quanto pensava Desmoulins, la direzione del Torino Film Festival ha deciso di disattivare i suoi “cittadini attivi”. Così, ufficialmente per ragioni di costi e di bilancio, dopo 25 anni ha cancellato il Premio Cipputi, dedicato ai film sul mondo del lavoro e ispirato all’omonimo personaggio in tuta blu creato da Tullio Francesco Altan, che è diventato simbolo dei lavoratori e della fabbrica.

Il nuovo direttore del Tff, Stefano Francia di Celle, ha scritto la Repubblica Torino, “ha deciso che questo riconoscimento è sacrificabile. Il motivo? Problemi di budget, costa troppo. Ragione che agli organizzatori del premio pare pretestuosa. I costi sono minimi, legati al massimo alla trasferta dello stesso Altan, e non ci sono né riconoscimenti in denaro per chi vince né emolumenti per giurati e organizzatori”. Tutto ciò, però, poco conta per il citato Francia di Celle e per Enzo Ghigo, vecchia conoscenza della politica berlusconiana, già governatore del Piemonte in quota Forza Italia, che è presidente – non si sa per quali arcani meriti cinematografici – del Tff. Il direttore Francia di Celle ha anche dichiarato che il “Cipputi” è un premio “collaterale”, sebbene in passato sia stato assegnato, tra gli altri, a Ken Loach (alla carriera).

Il Premio Cipputi scompare, in verità, non per ragioni di vil denaro, bensì perché si è macchiato troppo a lungo del peccato di valorizzare il racconto del lavoro, delle lavoratrici, dei lavoratori, di tutto il mondo. Sembra paradossale in una città come Torino, dove il lavoro operaio, seppure strangolato, conta ancora qualcosa; eppure non lo è. Nel pensiero dominante dei Francia di Celle e dei Ghigo, infatti, o di quelli che per Desmoulins erano i “poltroni del clero e della corte”, si ritiene che il lavoro operaio o “per li rami”, le fabbriche, appartengano al secolo passato, che tanto breve, comunque, non fu. Non si accorgono, tuttavia, come diceva Jean-Paul Marat, un altro rivoluzionario, su L’Ami du peuple, il 30 giugno del 1790, che “essendo meno numerosi di noi, quale sicurezza avreste di raccogliere i frutti del vostro lavoro?” .

Fontana ignora pure la procedura penale: e dire che è avvocato

Avvocato dal 1978 e vicepretore onorario in quel di Gavirate (Varese) fino al 1988, Attilio Fontana, attuale presidente della Regione Lombardia, nel 1989 è stato evidentemente colto in contropiede dalla riforma del codice di procedura penale. E oggi, a 31 anni di distanza da quella rivoluzione giuridica che ha trasformato il rito inquisitorio in rito accusatorio, dimostra di non essersi ripreso dallo choc. Tanto che arrivati al 2020, per sfortuna sua e nostra, non ha ancora chiaro cosa secondo la legge si può o non si può fare. A raccontarlo è un memorabile intervento del Fontana presidente che, mercoledì 15 settembre, affronta i giornalisti e li accusa di aver commesso un reato. Quando un cronista gli chiede una valutazione sull’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari una serie di commercialisti vicini alla Lega, Fontana prima tenta di salvarsi in corner spiegando di non aver letto gli atti. Poi, quando gli viene detto che il contenuto dei documenti giudiziari è stato ampiamente riassunto dai giornali, afferma di non voler parlare “perché quegli atti sono coperti da segreto istruttorio” e quindi “si deve presumere che le vostre informazioni non siano precise perché la lettura è impedita anche a voi”.

I cronisti rumoreggiano: “Presidente le carte le abbiamo e sono state riportate correttamente”. “Le avete?”, sobbalza Fontana, “È molto grave. Perché così riconoscete che è stato commesso un reato perché non si possono rendere pubblici e distribuire questi atti. Mi auguro che qualcuno avvisi la Procura. La cosa mi inquieta perché io credo nello Stato di diritto e voi state violando uno dei suoi principi fondamentali”. Più che la Procura andrebbero però avvisati l’Ordine degli avvocati (a cui Fontana è ancora iscritto) e la neurodeliri (ospedale in cui Fontana da mercoledì scorso pare ambire a essere ricoverato).

Dal 1989, come è noto a qualsiasi studente di Giurisprudenza, il segreto istruttorio non esiste più. Esiste invece il segreto investigativo che, a differenza di quanto accadeva fino a 31 anni fa, copre solo le notizie legate a un’indagine che non siano conosciute o conoscibili da parte degli indagati. Quando, per esempio, qualcuno viene arrestato un giudice firma un’ordinanza per motivare la decisione di farlo finire in carcere e mette a disposizione sua e dei suoi legali tutti i documenti utilizzati per scriverla. Il perché, visto che viviamo in uno stato di diritto (un po’ più moderno rispetto a quello in cui Fontana dice di credere), è semplice. Chi è finito in prigione deve potersi da subito difendere. Deve capire bene di cosa è accusato.

Dal momento in cui sono stati messi a disposizione delle parti, gli atti e l’ordinanza diventano pubblici, ma non pubblicabili. Detto in altre parole: l’indagato e gli avvocati possono darli e farli leggere a chi vogliono. I giornalisti possono raccontare cosa c’è scritto dentro, ma non possono pubblicarli integralmente. In questo modo i cittadini vedono tutelato il loro diritto di essere informati e la stampa può esercitare sue funzioni di controllo anche sull’attività della magistratura. Se un’ordinanza è palesemente infondata o contiene gravi errori il giornalista che l’ha letta può denunciarlo subito. A Fontana, avvocato cassazionista dal 1994, tutto questo però sfugge. Ed è un peccato perché se davvero le cose funzionassero come dice lui, in Italia avremmo la categoria dei desaparecidos. Decine di migliaia di persone inghiottite ogni anno dalle galere senza che nessuno, come in una dittatura sudamericana, possa né raccontare né sapere il perché.

 

Mediaset ospita solo la destra. Alla faccia della par condicio

Ha fatto bene Conte a rinunciare alla comparsata a Domenica In per gli auguri agli studenti che rientravano a scuola. Sotto elezioni bisogna fare attenzione. E poi certe regole vanno rispettate. In Rai come altrove. Solo che altrove non succede. Guardiamo a Mediaset. Ci accorgeremmo che la riapertura della stagione politica televisiva viene scandalosamente appaltata alla destra nella maggior parte dei talk di rete. E senza che nessuno se ne scandalizzi. Nella prima puntata di Quarta Repubblica (31 agosto) ospite di Porro è Salvini (aveva chiuso la serie precedente il 27 luglio). Sempre Salvini inaugura la nuova stagione di Fuori dal coro l’8 settembre, e anche qui da sottolineare che c’era stato alla penultima puntata prima dello stop estivo. A Dritto e Rovescio Del Debbio invita la Meloni a benedirne l’esordio il 10 settembre: Salvini, sempre lui, aveva chiuso la stagione del programma il 25 giugno. Il 14 settembre è la Meloni ad andare da Porro mentre Del Debbio il 17 ospita, indovinate chi? Ancora Salvini. E siamo a tre.

Triplo Salvini, dunque, e doppia Meloni, per questo nuovo (nuovo?) inizio di stagione a Rete4: come dire, il buongiorno si vede dal mattino. Proprio i due che hanno vivacemente protestato contro la presenza di Conte dalla Venier. Ma siamo in periodo elettorale e pure per le tv private s’imporrebbe il rispetto della par condicio. Però Mediaset se ne infischia e quando non lo fa il giochino (sporco) è facilmente scoperto: sovraesporre i leader della destra con ricorrenti ospitate riservando un tempo magari uguale non ai leader della sinistra ma soprattutto a esponenti politici minori nel ruolo di foglia di fico. Per il pluralismo va tutto bene, ma si capisce che è una truffa. Dal 31 agosto al 16 settembre e a pochi giorni da un importante voto regionale, lo rimarchiamo magari per facilitare il compito dell’Autorità di vigilanza (ma oramai è tardi), nei talk di Rete4 hanno avuto spazio in maniera ricorrente solo i due leader della destra, più Renzi che è stato da Porro il 7 settembre e Di Maio che il 15 è stato da Giordano. Gli altri ospiti politici non restituiscono affatto allo spettatore il senso del pluralismo: infatti nei tre talk sono apparsi, a destra, Capezzone più volte, Sgarbi, Centinaio, Musumeci, Cirio, Ceccardi, Tremonti, Tajani, a sinistra invece, Lorenzin, Sileri, Migliore, Provenzano, Fedeli. La sproporzione è evidente, la recidività acclarata: se dal 6 agosto al 5 settembre Salvini e Sgarbi hanno dominato nei tempi di parola su Rete4, a giugno il quadro si era presentato identico (di luglio l’Agcom non dice). Idem a maggio.

Insomma al netto del mancato intervento del premier, la Rai finora ha rispettato la par condicio, non così è stato per il polo privato. Che fa politica, eccome, a favore di una parte ugualmente quando la legge glielo vieterebbe. Lo si vede guardando anche ai contenuti trattati: la scuola, un po’ di Covid-19 e poi migranti, ancora migranti. Chissà, da quelle parti non vedevano l’ora di rimetterli al centro dell’attenzione (non certo per aiutarli). Lo fanno bene Porro e Giordano: quest’ultimo offre a Salvini, oltre ai migranti, anche un altro dei suoi leit-motiv propagandistici, la scarcerazione dei boss. Invece dell’orrendo delitto di Colleferro né l’uno né l’altro sentono il bisogno di parlare, neanche per pochi minuti; lo fanno solo dopo 10 giorni. I migranti restano per questa “destra televisiva” una risorsa essenziale, come la mafia per il primo Santoro. Ma vanno fatte le debite differenze. Perché a parlare di quella si rischiava la vita.

 

Impegni, non promesse: il “contratto” di Conte

Parlando agli studenti dell’Istituto Battaglia di Norcia, e a pochi giorni dalle elezioni regionali e dal referendum, Conte ha usato un linguaggio piuttosto inusuale per un capo di governo, specie se il governo in questione è attaccato da più parti. In primo luogo ha detto che alla parola “promessa” preferisce la parola impegno, e già questo è un piccolo strappo che rende diverso il suo linguaggio. Veramente inatteso è tuttavia quel che ha detto a proposito del cospicuo Fondo di aiuti e prestiti che verrà dall’Unione europea, detto Next Generation EU. Ben sapendo che non solo i poteri forti, ma anche le mafie sono desiderose di mettere il naso e le mani sul denaro che affluirà in Italia, Conte ha fatto capire che il suo destino e quello del suo governo dipendono oggi essenzialmente da questo: la buona gestione e la giusta destinazione dei Fondi. Sembra ovvio quello che ha spiegato agli studenti nel momento in cui li descritti come principali destinatari del Recovery Fund, ma non lo è affatto: “Se noi perderemo questa sfida, voi avrete il diritto di mandarci a casa”.

Conte si ritiene legittimo come presidente del Consiglio non solo perché ha i numeri in Parlamento, o l’appoggio di una coalizione di partiti. Non vuol dipendere dai loro appetiti, dalla guerra che si stanno facendo. Si ritiene legittimo se mostra di sapere ben gestire e ben usare i soldi della ricostruzione all’indomani di una pandemia che ha affrontato molto bene ma che non è finita. Il fallimento in questa gestione delicatissima equivarrà al fallimento del suo governo, e a quel punto i cittadini “avranno il diritto” di mandarlo a casa.

Il presidente del Consiglio è stato subito deriso da Carlo De Benedetti, che ha visto nel patto offerto a Norcia una sorta di previsione catastrofica, come se Conte avesse detto che prima “farà una frittata mandando a picco il paese”, poi eventualmente accetterà di andarsene. De Benedetti non ha capito quel che ha ascoltato – o meglio ha finto sordità – perché le parole di Norcia sono del tutto inattese e stupefacenti, per le classi dirigenti italiane e anche europee. Difficile immaginare una frase simile detta dagli attuali prìncipi che pretendono di governarci: i capi di governo tendono a rimanere in carica curando innanzitutto i rapporti con i potenti della politica, dell’economia, dell’editoria. Non stringono un contratto dettagliato e di medio periodo con i cittadini (“me ne vado se non faccio bene questo o quell’altro lavoro specifico”).

Nella storia del dopoguerra, in Francia, un politico ebbe una visione analoga della propria legittimità, offrendo al paese lo stesso tipo di contratto. Era Mendès France, presidente del Consiglio a partire dal giugno 1954, radical-socialista in origine e poi socialista, e anche se governò poco tempo è diventato un mito nel suo Paese, al punto di esser soprannominato il De Gaulle di sinistra. È diventato un mito proprio per il patto prospettato nel suo discorso di investitura alla Camera. Il Paese aveva alle spalle la disfatta di Dien Bien Phu, e Mendès disse ai parlamentari che un regolamento pacifico del conflitto in Indocina sarebbe stato raggiunto entro quattro settimane: “Se entro tale data non si troverà alcuna soluzione soddisfacente, sarete liberati dal contratto che ci lega, e il mio governo rassegnerà le dimissioni al presidente della Repubblica”. La pace con l’Indocina fu raggiunta e così accadde per altri “contratti”, concernenti l’inizio della decolonizzazione in Tunisia e Marocco. Molto indipendente, troppo indipendente, Mendès evitava accuratamente – come Conte – la parola “promessa”. Simili contratti non sono più immaginabili nella repubblica presidenziale confezionata da De Gaulle (la Quinta Repubblica che blindò l’esecutivo, e che Mendès France avversava). Macron non sarebbe neppure lontanamente capace di un patto analogo, che in tempi di crisi inaugura una dialettica innovativa fra governanti e governati. Né, fuori della Francia, ne sarebbero capaci Angela Merkel o Boris Johnson.

Il contratto fondato su precise azioni politiche e su chiare scadenze temporali, che il governante offre non già ai partiti ma direttamente ai cittadini o ai loro rappresentanti, è un esperimento democratico raro, tentato allora come oggi in situazioni eccezionali, dove sono in gioco la pace e la guerra, la vita le pandemie e la morte. Il momento Covid che viviamo è una di queste situazioni limite, che mettono alla prova la legittimità dei governi. Le situazioni limite possono generare dittature o democrature, repubbliche presidenziali, parlamenti esautorati o stati di eccezione. Possono anche aprire la strada al semplice, trasparente e impegnativo contratto che il presidente del Consiglio ha offerto martedì agli studenti di Norcia, e indirettamente ai loro rappresentanti in Parlamento.

 

Referendum, attenzione alla fallacia del bastone e del contagio (per il Sì)

Questo è un referendum di tipo “confermativo” (Valerio Onida, Domani, 13.09.20)

Quello del 20 e 21 settembre non è un referendum confermativo (Nadia Urbinati, Domani, 16.09.20)

Nelle ultime due settimane, la discussione pubblica sul referendum mi pare non abbia aggiunto nulla di significativo a quanto mi disse, il 25 agosto scorso, la cuoca cinese di zia: nipote di Qing Jiang e Mao, di politica ci capisce, e quando ho dei dubbi le chiedo lumi, anche se in un piede porta il 32 e nell’altro il 45. Dopo di lei, la maggioranza dei costituzionalisti e degli opinionisti italiani ha dovuto convenire che la decisione per il Sì e per il No, alla fin fine, è solo di natura politica (le cui tendenze estreme sono votare No contro il governo, e Sì pro): la motivazione economica del risparmio non regge (si risparmierebbe molto di più tagliando le spese per il personale di Camera e Senato, e i compensi dei parlamentari e dei loro assistenti). Nessuno, poi, è riuscito a spiegare (perché è impossibile) in che modo una riduzione del numero dei parlamentari migliori le prestazioni del Parlamento; e quanto alla rappresentanza, solo la cuoca di zia ha distinto quella territoriale (per la quale il numero dei parlamentari è arbitrario: si tratta puramente di decidere, su un ipotetico cursore che va da 1.000 parlamentari a zero, a che punto la democrazia finisce) e quella politica (il taglio lineare ottenuto con i Sì penalizzerà i partiti piccoli, specie al Senato: servirà un’altra legge costituzionale). La cuoca di zia, in più, faceva una premessa: la proposta Ferrara-Rodotà del 1985 (una sola Camera di 500 deputati eletti con una legge proporzionale) era perfetta perché riaffermava la centralità del Parlamento contro la sua sudditanza ai governi che decretano d’urgenza, e non creava scompensi come il taglio lineare ora in palio. Inoltre, notava con malizia che meno parlamentari ci sono più sembra naturale il vincolo di mandato che piacerebbe ai fautori della cosiddetta “democrazia diretta” (“Una dittatura della maggioranza che azzera la voce delle opposizioni”, dice Yu, sbocconcellando una frisella intinta nel Fernet), dopo il quale si potrebbero far votare solo i capigruppo, una vecchia idea di Berlusconi.

Sostenere il Sì dicendo che il fronte del No raggruppa un sacco di gente che in passato era per il Sì lascia il tempo che trova: innanzitutto perché, come già detto, la scelta è politica, e in politica il contesto è dirimente (ogni voto è sempre usato per altri interessi, oltre a quelli nominali); poi perché lo stigma su chi cambia idea implica che sia sempre spregevole farlo, e che non si debba imparare dall’esperienza, o approfittare di un’occasione, una cosa che fanno tutti. Infine, sostenere il Sì dicendo che votano No Berlusconi e Formigoni è la classica fallacia del contagio, come lo è usare l’endorsement dei vip; paventare l’arrivo delle destre se vince il No, invece, è la fallacia del bastone (e istiga chi è di destra a votare No). È giusto auspicare riforme che rendano il sistema parlamentare meno confuso. “Ma dopo le Regionali chissà cosa succederà”, commenta Yu, bravissima a cucinare pugliese, crede lei, mentre prepara una puccia per la mia colazione (è un panino di semola senza mollica, farcito con un soffritto di melanzane, pomodorini e aglio). “Per sanare le disfunzioni attuali, dovreste rivedere un po’ di cose: le commissioni parlamentari, i tempi contingentati, lo squilibrio fra il triciclo concesso agli emendamenti dei parlamentari e la Porsche di cui godono i maxi-emendamenti del governo”. Poco dopo, ho dovuto ammettere a me stesso che una puccia come quella non l’ho mai mangiata in vita mia. E non la mangerò mai più.

 

Mail box

 

 

A proposito di Veltroni e del suo No alla riforma

La spiegazione di Veltroni sul suo No mi ricorda quando mio padre si sposò. Se doveva farlo quando avesse avuto una casa, un lavoro stabile, i soldi per la cerimonia e per il viaggio di nozze, non si sarebbe mai sposato.

Però iniziò con un Sì.

Mario Placidi

 

“Domani” fa pubblicità ingannevole in tv

Sono indignato e mi piacerebbe che qualcuno denunciasse alla Autority per pubblicità ingannevole il nuovo quotidiano Domani come si fa a dichiarare nella pubblicità televisiva che è un quotidiano indipendente senza padroni! Il pubblico televisivo non sempre è attento e informato… senza padroni?

Tanino Armento

 

Caro Tanino, ci sta pensando il padrone Carlo De Benedetti con il suo tour televisivo a smentire la pubblicità del suo giornale senza padroni.

M. Trav.

 

Guardando agli Usa voterò per il taglio

Anni fa mi capitò di visitare il Campidoglio a Washington Dc e lì ebbi modo di vedere l’aula del Senato. Come si sa, il Senato degli Stati Uniti è composto da 100 senatori, due per ogni Stato. Vedendo quei 100 scranni, ho sentito il potere che ne emanava come un effluvio, un potere immenso, che si propaga anche al di là degli Usa. Che potere hanno i nostri 315 senatori? In Italia ci sono venti Regioni, ragionando “all’americana” dovremmo averne 40! Il ridurli da 315 a 200 è fare un favore a questi nostri rappresentanti, diciamoci la verità. Chi ha il coraggio di dire agli statunitensi che da loro c’è un forte deficit di democrazia perché hanno solo 100 senatori?

Pier Giorgio Righetti

 

Approviamo un reddito universale in Italia

L’idea di Beppe Grillo di un reddito universale slegato dal lavoro dovrebbe essere approfondita dai politici nostrani. Le parole del fondatore e garante del Movimento 5 Stelle non sono da sottovalutare: “Serve un reddito universale non legato al ricatto del lavoro”. È indubbio che, in questa asfittica società globale, che lascia innumerevoli vittime sul terreno, tantissimi cittadini e cittadine siano senza lavoro e senza una remunerazione economica minima per poter vivere con dignità.

Marcello Buttazzo

 

Un plauso a Raggi, Appendino e Azzolina

La cananea che è stata sollevata contro Appendino, Raggi e Azzolina è davvero deprimente. Credo, purtroppo, di essere uno dei pochi italiani che tiene in esercizio la propria memoria, perciò quando sento fare delle critiche feroci nei confronti di queste tre donne (che hanno la disgrazia di essere grilline) non posso fare a meno di mettermi le mani nei capelli pensando al solito Berlusconi, a Tremonti, a Sala, a Fontana, a Formigoni, Alemanno e devo per forza citare la Moratti, la Gelmini, Fede, Fornero.. Ho fatto dieci nomi a caso, ma chi ha una buona memoria sarà certo in grado di citare centinaia di personaggi. Quando ho sentito dire dal ministro Azzolina: “se volete posticipare l’apertura delle scuole ditelo adesso” avrei voluto urlare: brava! Raggi è stata strepitosa quando ha impedito di far svolgere le Olimpiadi e i torinesi hanno capito l’enorme differenza tra l’Appendino e Fassino. Dozzine di quotidiani, centinaia di giornalisti, continuano a gettar fango contro queste tre donne che, non saranno perfette, però sono nettamente al di sopra di coloro che le hanno precedute.

Angelo Annovi C.

 

Nessuna indignazione su Roberto Formigoni?

Mi piacerebbe sapere come mai tanti titoli contro Bonafede (che non ha colpe) dicendo che dà libertà a delinquenti e mafiosi, ma nessuno si scandalizza del perché un delinquente del calibro di Formigoni trovi spazio, con interviste e richiesta di pareri, su giornali e televisioni. Misteri.

Francesco

 

Bisogna intervenire anziché filmare la scena

La radio ha appena trasmesso la notizia di un anziano finito in ospedale per aver cercato di sottrarre una ragazza alle botte del fidanzato. L’energumeno è stato riconosciuto e catturato grazie ai filmati dei passanti. Bene, bravi. Ma a nessuno di questi solerti cittadini viene in mente di utilizzare, invece dello smartphone, un ombrello, le mani nude, o qualcos’altro per tentare di fermare l’aggressore? Penso a Willy, massacrato davanti a una folla: uniti avrebbero potuto fare la differenza.

Giuditta

 

L’“eroico” Calenda pensa di risolvere tutto

Il governo si sta dando un gran daffare per fronteggiare gli enormi problemi di questo Paese. È proprio vero che sono una manica di incompetenti e incapaci, non si accorgono che hanno a portata di mano un uomo capace di risolvere tutto in un attimo? Cosa aspettano a rivolgersi a lui? Parlo di Carlo Calenda, naturalmente, l’unico che sa come riformare la Costituzione, la scuola, la giustizia e il lavoro, come fermare il Covid. Gli italiani cosa aspettano a portare il partito di un simile genio all’80 per cento dei consensi?

Carlo Stevan