Lo sport e i campioni. In Italia basta una vittoria e subito scatta la retorica

 

 

Mi piace il tennis senza cadere nel fanatismo, però mi diverte il gridare all’“abbiamo dei campioni” solo perché dei tennisti italiani sono avanti nel torneo di Roma: in Italia basta poco, e in ogni sport, per cercare l’eroe. Che spesso si tramuta in bluff.

Francesco Cianci

 

 

Gentile Francesco, lo sport, specie in Italia, soffre di una patologia difficile da sradicare: quella della retorica che, a sua volta, enfatizza ineluttabilmente le iperboli. I resoconti delle cronache sportive sono spesso ostaggio di sensazionalismo. Vizio, peraltro, diffuso in tanti altri settori della società (in)civile, a cominciare dalla politica. Il rischio è che si scivoli nel nazionalismo, e che i successi, come il loro relativo prestigio, vengano strumentalizzati per motivi economici. E propagandistici: come ben sanno le dittature, abili nel manipolare gli entusiasmi popolari per consolidare identità e orgoglio. Purtroppo, allora come oggi, lo sport è vetrina della potenza e del prestigio di un Paese. I campioni diventano eroi e le loro imprese miti. Il fascismo fu maestro nell’imporre tale narrazione, enfatizzando l’educazione e la pratica sportiva. Gli italiani dovevano essere un popolo di atleti pronti a diventare soldati, lo sport era sinonimo di forza e coraggio (quante società sportive mantengono il motto caro al regime?), di salute e prestanza. La retorica di allora si è adeguata alle nuove tecnologie e al business. Ma è diventata più ossessiva e subdola: ascoltate le cronache Rai del ciclismo o quelle del calcio Sky. Uno scatto in salita e già si evoca Pantani. Un dribbling, ed ecco osannare il calciatore, manco fosse Totti. Un turno superato al torneo romano di tennis, e c’è chi inneggia al nuovo Panatta. Salvo restare delusi e incazzati alla prima sconfitta. Vogliamo tutto e subito. Vediamo il dito, non la luna che indica. Nel caso, la cultura dello sport e i suoi valori fondanti: lealtà, serietà, rispetto degli avversari, umiltà. S’impara subito a vincere, mai a perdere. Quanto alle strutture sportive scolastiche, un deserto. Lo Stato delega ai privati e alle parrocchie. Lo sport è sacrificio, fatica, impegno: prezioso alleato dello studio, dunque, non suo nemico. Basta non lasciarsi sedurre dal canto delle sirene che consacrano un campione al giorno, quando di vero c’è solo il giorno.

Leonardo Coen

Il no di Emma dalla finestra di Palazzo

Ma Povera Emma Bonino. Ieri ha mostrato la sua contrarietà al taglio dei parlamentari srotolando un gigantesco “No grazie” da due alte finestre del Palazzo della Politica. Voleva essere una trovata scenografica, buona per i telefonini e qualche telecamera. Ma naturalmente il colpo d’occhio generava l’effetto opposto, quello di una parlamentare asserragliata lassù da un tempo non brevissimo – se non sbagliamo dal 1976, 44 anni filati, un po’ a sinistra, poi a destra, poi al centro, ora sopra – dentro le confortevoli mura del potere, mentre mostra sorridendo al popolo dei passanti la sua indiscutibile permanenza: ehi, laggiù, mi vedete?

Essendo ossessionata dalla casta molto più di qualunque militante dell’anticasta, Emma crede di cavarsela dicendo che il suo No lo offre in difesa della democrazia contro chi pretende di ferire la Costituzione “con un taglio lineare”, feroce quanto una decapitazione, in cambio di un risparmio equivalente al costo di un caffè. Cioè una sciocchezza in cambio di un principio. Ma il punto dal quale lo dice, il davanzale del Palazzo, finisce per ricordarci il vecchio Longanesi quando scriveva:

“Non appoggiatevi troppo ai principi, perché si piegano”.

La lista di Speranza: 64 miliardi alla sanità

Nel giorno in cui la Commissione europea pubblica le linee guida per usare al meglio i 672 miliardi di euro del Recovery and Resilience Facility, emergono nuovi dettagli sui progetti che alcuni ministeri hanno messo a punto per accaparrarsi parte dei 209 miliardi destinati all’Italia. La lista è in continua evoluzione e va sfoltita parecchio. Negli scorsi giorni sono circolati dei dossier che indicavano in oltre 670 miliardi di euro l’ammontare dei progetti sul tavolo del premier Conte.

Ad avere più possibilità degli altri dicasteri di non ritrovarsi i progetti falcidiati è il ministero della Salute, che ne ha presentati oltre 20 per un totale di 64,1 miliardi da realizzarsi nei prossimi 5 anni. Un investimento che già la scorsa settimana era stato anticipato da Quotidiano Salute e che il ministro Roberto Speranza non smentisce, ricordando però che si tratta di un piano ancora al vaglio dei tavoli tecnici. “Il lavoro fatto – dice – rappresenta uno sforzo importante per realizzare prevalentemente la riforma della sanità territoriale e interventi per l’ammodernamento degli ospedali” che tanto sono andati in sofferenza a causa dell’emergenza Covid. Tanto che la metà dell’investimento totale – 34,4 miliardi – dovrebbe andare in nuovi ospedali “sicuri, tecnologici, digitali e sostenibili”. Il progetto prevede, poi, 2,5 miliardi in 5 anni per potenziare l’assistenza e le cure domiciliari; 5 miliardi sono destinati alle Case della comunità coi medici di famiglia: punto di riferimento per i cittadini, “dove trovare risposta alla maggior parte dei bisogni, attraverso la garanzia dell’accesso e della presa in carico”. Gli altri ambiti di intervento vanno dalla salute mentale al fascicolo sanitario elettronico, fino alle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) per anziani, a cui il ministero vorrebbe destinare 1,5 miliardi in 5 anni.

Punta, invece, all’aerospazio e alla collaborazione con il mondo dell’industria e della ricerca italiana il piano per la Space Economy attraverso i progetti dei ministeri dell’Università, dello Sviluppo economico e del sottosegretariato di Stato alla presidenza del Consiglio con delega alle Politiche spaziali e aerospaziali, guidato da Riccardo Fraccaro. Il piano vale 3,5 miliardi di euro in 6 anni per sviluppare competenze e tecnologie necessarie per realizzazione delle infrastrutture spaziali. Oltre un miliardo è stato richiesto per la realizzazione di una costellazione di satelliti.

L’Italia, come gli altri Stati membri, dovrà presentare i piani di rilancio al massimo entro il 30 aprile 2021, ma già entro metà ottobre si potrà fornire una bozza. Ieri nelle linee guida pubblicate dalla Commissione Ue è stato spiegato ai governi che devono presentare riforme e investimenti “coerenti”, ma anche “sostanziali e credibili”. Sette le aree di intervento indicate: si va dall’energia alla efficienza energetica, dai trasporti green alla banda larga e al 5G, fino alla digitalizzazione della Pa e all’incremento delle competenze digitali.

Rete unica, ecco gli ostacoli: i soldi a Enel e l’Antitrust Ue

Francesco Starace ora ha la sua ricca offerta per la metà di Open Fiber in capo all’Enel; Fabrizio Palermo di Cdp e Luigi Gubitosi di Tim qualche grattacapo in più sulla via della società unica della fibra; il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri un percorso meno sgombro di come aveva sperato nella soluzione “sub-ottimale” (cioè a favore di Tim) dell’antica questione della rete unica. E questo persino al netto di quel che deciderà di fare l’Antitrust Ue: secondo l’agenzia Bloomberg si appresta a bloccare tutto perché un’azienda unica a maggioranza Telecom sarebbe un ostacolo alla concorrenza; per il Tesoro “non è previsto alcun veto”; per la Commissione europea “l’operazione non è stata ancora notificata” e quindi non ci sono commenti da fare.

Per capire serve un breve riepilogo. Il governo ad agosto si è mosso con decisione verso una società unica della rete secondo i desiderata dell’ex monopolista dei telefoni: un’azienda di cui Tim alla fine dovrebbe avere oltre il 50% delle quote, ma accettando di essere in minoranza nel cda. A questo fine è stato firmato un accordo preliminare con la pubblica Cassa Depositi e Prestiti, che è azionista (al 50% con Enel) della concorrente Open Fiber.

Contestualmente la fu Telecom ha dato il via alla creazione di FiberCop, società in cui ha conferito la sua rete secondaria (dagli armadietti in strada alle case) insieme agli americani di Kkr e a Fastweb (l’infrastruttura è di fatto valutata 7,7 miliardi). L’obiettivo finale è creare AccessCo, aperta a tutti gli operatori Tlc, in cui confluirebbero anche la rete primaria Telecom (la cosiddetta “dorsale”) e la quota di Open Fiber di Cdp: Tim avrebbe la maggioranza assoluta, ma non il controllo della governance. La soluzione è “sub-ottimale” perché configura comunque un monopolio privato della rete, ma d’altra parte senza la rete Tim finirebbe a gambe all’aria o, al meglio, molto ridimensionata (troppi debiti, troppo personale, poca presenza internazionale per diventare solo un fornitore di servizi).

Tutto questo castello di buone intenzioni aveva bisogno di Enel, che come detto detiene la metà di Open Fiber, società nata a fine 2015 per volere di Matteo Renzi che sta cablando l’Italia (pochissimo) in concorrenza con l’ex Telecom. L’ad Starace – nonostante il Tesoro abbia ancora il 23,6% del gigante dell’elettricità – è da sempre contrario all’integrazione con Tim, soprattutto perché deve giustificare agli altri azionisti la scelta di investire soldi in una società avara di soddisfazioni: ieri, però, ha incassato una vittoria non da poco.

Il cda di Enel ha ricevuto infatti l’offerta ufficiale del fondo australiano Macquarie (ora si prenderà un mese per analizzarla): 2,65 miliardi per il 50% di Open Fiber al netto dei debiti (e dunque, ad oggi, una valutazione totale della società che supera i 7 miliardi di euro) che consentirebbe a Starace di uscire dalla fibra con una ricca plusvalenza (diciamo un miliardo e mezzo). Questo, però, incasina la nascita di AccessCo: questione di soldi, ovviamente, e del ruolo di Tim.

Gualtieri ha chiesto a Cdp, che ha un diritto di prelazione sulla quota di Enel in Open Fiber, di salire almeno al 60% della società: il prezzo, però, a questo punto è quello fissato dall’offerta australiana, sensibilmente più alto di quello che la Cassa si aspettava di pagare. Poco male se si dà vita a un’azienda profittevole. La supervalutazione di Open Fiber, però, complica la strada alla costituzione di AccessCo anche per altri motivi: per lasciare a Tim il 50,1% della società unica a venire senza dover sborsare un euro, infatti, il patrimonio conferito dagli altri attori non deve valere troppo.

Tutto questo risiko che finora ha distribuito solo bei soldi ai consulenti (tra cui alcuni ex manager pubblici di peso) potrebbe essere fermato, come detto, dalle varie Autorità di regolazione italiane o europee: tutte si sono già espresse in passato contro i sistemi verticalmente integrati (nel senso che chi possiede la rete poi vende pure servizi sulla rete). Difficile abbiano cambiato idea e l’indiscrezione di Bloomberg, agenzia “semi-ufficiale” della Commissione Ue, è un segnale chiaro. Il problema è la maggioranza assoluta a Tim.

“La riforma passerà anche se molti dei No l’avevano approvata”

Lo ripete più volte, come a rivendicare lo spirito grillino che fu: “Se prevarrà il Sì non sarà la vittoria del M5S, ma quella dei cittadini, la Costituzione è di tutti e va aggiornata con riforme puntuali”. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro giura che non è questione di bandiere da sventolare, “votare Sì servirà per rendere il Parlamento più efficiente e la legislatura più solida”.

A poche ore dal voto, il Partito democratico è sempre più diviso sul referendum. Ieri su Repubblica si è espresso per il No anche Walter Veltroni, primo segretario e fondatore del partito. Teme conseguenze?

Si tende a confondere la posizione dei cittadini e la loro libera espressione con quella dei partiti e dei politici, e per me fare questa confusione è un errore. La direzione del Pd si è espressa a netta maggioranza per il Sì, e la riforma è stata approvata quattro volte in Parlamento da quasi tutti i partiti.

Esprimere un’opinione diversa è lecito.

Certo, ma non si può approvare una riforma e poi invitare a votare No al referendum. È un atteggiamento bipolare. E comunque girando per l’Italia la mia impressione è che i cittadini siano fortemente per il Sì.

Anche il centrodestra ha votato la riforma, ma in questi ultimi giorni è ambiguo sull’orientamento, senza dimenticare il No esplicito del leghista Giorgetti. Mettendo assieme i contrari trasversali magari i cittadini potranno essere influenzati, no?

È vero, ufficialmente i leader del centrodestra invitano a votare Sì per coerenza, ma i loro eletti ammiccano al No con l’obiettivo di far cadere il governo. Ma per la mia esperienza ormai questi giochi da vecchia politica non funzionano più.

Il solo taglio dei parlamentari, senza una riforma più complessiva dell’assetto istituzionale, rischia di essere una mossa solo propagandistica. Lo dicono tutti i sostenitori del no: hanno proprio torto?

Molti costituzionalisti hanno sempre detto che è meglio varare riforme puntuali, piuttosto che un pacchetto di norme, così da sottoporre ai cittadini quesiti chiari. Meglio procedere per singoli passi.

Ma una legge elettorale è indispensabile, no?

Serve, ma a prescindere dalla riduzione dei parlamentari. Dobbiamo restituire ai cittadini la possibilità di scegliere chi li rappresenta, indipendentemente dal numero degli eletti.

Due giorni fa Alessandro Di Battista ha invocato una legge con le preferenze.

È una storica richiesta del Movimento. Noi siamo assolutamente a favore delle preferenze, ma la legge elettorale è pertinenza del Parlamento, e il governo farebbe meglio a non entrarci.

Per capire: il Pd le vuole o no?

Spero e penso di sì. Noi 5Stelle non siamo maggioranza da soli. Se ne discuterà.

Da giorni non si parla altro che di rimpasto dopo le urne. Lei che ne pensa?

Tutti, me compreso, vanno valutati in base al proprio operato e ai risultati, e non in base al fatto che un candidato governatore abbia perso o meno. Non ci può essere correlazione tra le Regionali e il governo. Un’eventuale valutazione andrebbe fatta solo sul merito. E comunque io penso che il governo stia lavorando bene.

Per il ministro degli Affari regionali, il dem Francesco Boccia, “sul Mes il M5S dovrà decidere se stare con Meloni e Salvini oppure con l’Europa e il Pd”.

Per noi del Movimento non è e non può essere un tema ideologico. Il Mes è un prestito, ma presenta delle criticità per i trattati su cui si basa. Ora dobbiamo occuparci di utilizzare al meglio i soldi del Recovery Fund, che non dà questi problemi.

Ma sul Fondo salva-Stati dovrete decidere prima o poi…

Lo ripeto, non può essere una questione ideologica: se ci sarà un confronto bisognerà valutare se è utile al Paese. Noi diciamo di no.

Taglio parlamentari: i quaranta modi di dire Sì

Quaranta nomi, quaranta motivi, quaranta Sì al taglio dei parlamentari. Nei giorni scorsi, i più noti costituzionalisti, intellettuali, giornalisti, professori, attori, comici e personaggi dello spettacolo italiani si sono espressi favorevolmente al referendum di domenica sulla riforma costituzionale per ridurre 345 eletti tra Camera e Senato. Nel giorno in cui anche Conte ribadisce il suo Sì (“non si riduce la rappresentanza”) si sono aggiunte anche la giornalista Selvaggia Lucarelli secondo cui questo “è un bel segnale di un Parlamento che si autodisciplina” e l’attrice Monica Guerritore che vota per “ridare forza e autorevolezza al Parlamento”.

In primis tra i favorevoli alla riduzione dei parlamentari ci sono le migliori menti del diritto costituzionale italiano – da Enzo Cheli a Lorenza Carlassare passando per Mauro Volpi, Gian Candido De Martin, Roberto Zaccaria e gli ex presidenti della Corte costituzionale Valerio Onida e Ugo De Siervo – che argomentano il proprio Sì sulla base di decenni di studi sull’argomento: Carlassare ha ricordato come, già nella Costituente del 1946, gli onorevoli Francesco Saverio Nitti e Giovanni Conti “avevano chiesto di ridurre i parlamentari”, Cheli, che “con le Regioni e il Parlamento Ue oggi non c’è più l’esigenza di avere 945 parlamentari”, e Onida spera che con il taglio “le due Camere potranno lavorare meglio”.

I due economisti Roberto Perotti e Tito Boeri, oltre a mettere in evidenza un miglioramento “nell’efficienza del Parlamento”, invece, spiegano il proprio Sì facendo i conti in tasca alla riforma: il taglio, secondo i loro calcoli, dovrebbe portare un risparmio totale di 100 milioni all’anno, pari a mezzo miliardo a legislatura per i contribuenti. Non proprio bruscolini. Sempre Boeri e Perotti, nei giorni scorsi, hanno sottolineato come il 40% dei deputati e il 30% dei senatori nella passata legislatura hanno disertato un terzo delle sedute: quindi, basterà non pagare più gli assenteisti e il gioco è fatto.

Poi ci sono molti intellettuali di sinistra che si oppongono a coloro che, dall’altra parte, votano No gridando al “vulnus di rappresentanza” e al rischio di una ipotetica “deriva autoritaria”: da Barbara Spinelli (“Molti sono contrari solo per far fuori il Movimento 5 Stelle”) a Erri De Luca (“Così si ridurrà un privilegio”), passando per Salvatore Settis fino all’ideologo del Partito democratico, Michele Salvati, che spera nelle ulteriori “riforme” e per aiutare il governo Conte. Sempre tra i padri nobili dei dem, ieri Enrico Letta sul Fatto ha spiegato che “negli ultimi decenni già un terzo dei parlamentari non lavora” mentre l’ex senatore dem Felice Casson ha ricordato ai compagni di partito che “già nel 2008 questa era una riforma voluta dal Pd”. Nella formazione dei Sì ci sono anche molti noti giornalisti tra cui il fondatore del Fatto Antonio Padellaro, Gad Lerner, Giovanni Valentini, Antonio Polito, Beppe Severgnini e i volti televisivi come Lucia Annunziata e Giovanni Floris. Qui a fianco trovate tutti i loro motivi per votare Sì: il Fatto è in ottima compagnia.

“In Procura m’hanno chiesto di Lotito”

Altro che scudetto: il 24 settembre, Claudio Lotito sarà a Palazzo Madama per l’udienza pubblica che gli riconoscerà ufficialmente il titolo di aspirante senatore della Repubblica, alla fine di una lunga contestazione per il seggio occupato da Vincenzo Carbone. Il quale è transitato tra i banchi renziani dopo aver capito che il suo partito, Forza Italia, lo aveva mollato per il patron della Lazio, che al Senato ha amicizie importanti e pure ad Arcore. A partire da Adriano Galliani con cui fa fronte comune sui diritti tv della Serie A. Per tacere degli altri papaveri azzurri che non ci hanno messo molto a scaricare Carbone, specie dopo aver visto all’opera il Cavaliere in persona.

“All’ultimo brindisi di natale Berlusconi mi ha preso sottobraccio per dirmi che dolore era stato per lui dover rinunciare al seggio a Palazzo Madama” racconta il senatore oggi renziano, lì per lì stupito per la confessione core a core del Cavaliere a cui era scappata persino una lacrimuccia. Ma poi aveva capito l’antifona: lo stava preparando al patibolo anche perché al cin cin sotto il vischio riservato ai soli parlamentari azzurri era stato invitato pure il presidentissimo biancoceleste. Che è già della squadra: fa avanti e indietro dal Senato come se fosse già casa sua. Ha mobilitato tutte le sue conoscenze per andare a segno oltre che frotte di giuristi che si sono messi al servizio della sua causa: giubilare il mal capitato Carbone, mollato dai suoi colleghi di Forza Italia che da tempo lo hanno invitato a rassegnarsi all’inevitabile decadenza: Lotito vuole a tutti i costi il suo scranno.

Perché? “Non saprei, chi lo conosce? So solo che mi hanno convocato in Procura a Santa Maria Capua Vetere dove qualcuno è interessato a saperne di più dei suoi rapporti con i big di Forza Italia” sgancia il siluro Carbone che insiste. “Io l’ho visto una volta. Gli altri che ne so? Sono solo amareggiato perché i miei ex compagni che ritenevo amici in qualche caso mi hanno detto di non fare storie, ché in fondo mi posso anche accontentare di aver fatto il senatore un paio d’anni. Manco fossi un abusivo che deve ringraziare il cielo per qualcosa che non gli spettava. Per questo, no, non ho fatto una mandrakata a passare con Renzi: è stata legittima difesa e poi a Italia Viva mi hanno accolto con calore e io ricambio impegnandomi come prima, più di prima”.

Ora Carbone non sarà famoso come Lotito, ma non è esattamente un novizio della politica: già sindaco di Palma Campania, consigliere della città metropolitana di Napoli e soprattutto amico dei Cesaros. Del capostipite Luigi e pure del figliolo Armandino, come lui nel frattempo scaricato da Forza Italia: per questo il suo cartellino per Italia Viva in Campania vale un tesoro. Non di San Gennaro, ma di San Giggin ’a purpett.

Emiliano e De Luca fanno il pieno degli impresentabili

Cinque anni fa vennero giù fulmini e saette perché Vincenzo De Luca, anche allora aspirante presidente di Regione bollato dall’Antimafia Rosy Bindi con il marchio di infamia dell’impresentabile, gliela giurò a morte suscitando la rivolta al Nazareno contro di lui che aveva osato definirla, tra le altre cose, “infame”.

Dopo un lustro sarà ben felice di essere tornato puro come un giglio o quasi, come ha certificato l’attuale presidente pentastellato della commissione di Palazzo San Macuto, Nicola Morra, che però mette le mani avanti: “Se De Luca vorrà fare altri video come quello sarcastico e irrispettoso che riservò a chi mi ha preceduto è libero di farlo. La Bindi fece solo il suo lavoro”. Perché allora De Luca aveva ancora sul groppone alcune accuse da cui – precisa Morra – “è stato assolto dopo 18 anni nel 2016”.

Oggi però, nonostante tutto, si è preso in carico ben cinque candidati che sono ben felici di appoggiarne la candidatura e di portagli voti concorrendo alle elezioni nonostante il bollino nero della commissione Antimafia: a partire da Carlo Iannace nei guai da tempo per aver falsificato alcune cartelle cliniche con cui venivano spacciati interventi estetici al seno per operazioni ordinarie. Un’accusa odiosa che gli è valsa in primo grado una condanna a sei anni per peculato, truffa e falso a cui è già seguita una sospensione dal consiglio regionale e poi il reintegro oltre che una lunga battaglia legale per mantenere il seggio arrivata fino alla Consulta. Come lui ha già provato l’ebbrezza della legge Severino (che fa decadere solo i condannati in via definitiva, mentre negli altri gradi di giudizio impone uno stop al mandato per 18 mesi) anche Augusto Rollandin in Valle d’Aosta: nel 2018 è stato sospeso dalla carica di consigliere regionale e addirittura di vicepresidente della Giunta dopo che gli sono stati inflitti quattro anni e sei mesi (più l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni) per il reato di corruzione. Ma la cosa non deve averlo scoraggiato e infatti ci riprova e conta di essere rieletto pure se rischia di dover stare un po’ in panchina.

Al setaccio della Commissione Antimafia sono invece risultate “pulite” le liste in Toscana, Liguria, Veneto e Marche. Campania e pure Puglia non passano invece l’esame. Oltre a Iannace altri quattro candidati che appoggiano De Luca hanno un conto aperto con la giustizia, anche se ad oggi “solo” rinviati a giudizio e con dibattimento in corso: Sabino Basso (riciclaggio), Aureliano Iovine (plurimi reati tra cui associazione a delinquere a stampo mafioso), Michele Langella (riciclaggio), Francesco Plaitano (estorsione). Di impresentabili ne ha pure Caldoro: Orsola De Stefano, Maria Grazia Di Scala e Francesco Silvestro, tutti imputati per concussione più Monica Paolino a cui è stato contestato il reato si scambio elettorale politico mafioso. Insomma 9 su 13 impresentabili segnalati in totale dalla Commissione Antimafia allignano in questa regione con buona pace del codice di autoregolamentazione che avrebbe dovuto sconsigliare i partiti di farli correre alle elezioni.

Così come in Puglia dove facendo le pulci alle liste dei candidati si è scoperto che Silvana Albani è imputata dei reati di falsa perizia, corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio, e corruzione in atti giudiziari, aggravati dal fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose, mentre Vincenzo Gelardi deve rispondere per il trasferimento fraudolento di valori aggravati dal fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose: entrambi appoggiano Michele Emiliano. Che ieri dopo la rivelazione dell’Antimafia ha battuto un colpo: “Devono immediatamente sospendere qualsiasi attività di campagna elettorale”. Quelli di ritirarsi però non ci pensano proprio. Come il terzo impresentabile pugliese Raffaele Guido della Fiamma Tricolore che appoggia il candidato presidente Franco Piero Antonio Bruni: è imputato tra l’altro di tentata violenza privata, lesioni aggravate e minaccia, aggravati dal fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose.

Fondazione Gimbe i tamponi calano: “in 7 giorni -58mila”

Gli esperti lo ripetono da settimane: per tenere sotto controllo l’epidemia di Covid-19 occorre aumentare il numero dei tamponi. Andrea Crisanti, ordinario di Microbiologia all’Università di Padova e tra gli ideatori del cosiddetto “modello Vo’” ha persino presentato al governo un piano per portarli a 350 mila al giorno. Invece indicazioni e buone intenzioni sono rimaste sulla carta. Ieri il ministero della Salute ha comunicato l’esecuzione di 101.773 test (che hanno portato alla luce 1.585 nuovi casi, 13 le vittime), ma nella settimana tra il 9 e il 15 settembre, ha calcolato la Fondazione Gimbe, ne sono stati eseguiti 58.573 in meno rispetto ai 7 giorni precedenti: una flessione del 9,2%. Nel frattempo l’aumento dei positivi è rimasto stabile (9.837 contro i 9.964 della settimana precedente, -1,3%) mentre continua a salire la pressione sugli ospedali: ci sono 462 ricoverati in più (da 1.760 a 2.222, +26,3%) e i letti occupati in terapia intensiva sono passati da 143 a 201 (+40,6%).

Qualcuno l’ha definito il risultato di un’estate “brava”, specie in alcune Regioni, con movide e assembramenti come negli anni in cui il SarsCov2 non era ancora all’orizzonte. Un ritorno alla normalità che si è tradotto in una risalita della curva epidemica. Esemplare il confronto con i dati di due mesi fa: dai 1.408 casi registrati tra il 15 e il 21 luglio si è passati ai 9.837 della settimana scorsa, con un incremento del rapporto positivi/casi testati dallo 0,8% al 2,7%. Di qui l’aumento degli attualmente positivi: da 12.482 a 39.712. Che finiscono, poi, per gravare sulle strutture sanitarie.

“Si tratta di numeri ancora bassi – commenta il presidente dell’osservatorio, Nino Cartabellotta – e per ora non risultano segnali di sovraccarico dei servizi ospedalieri, ma il trend in costante aumento impone di mantenere la guardia molto alta, soprattutto in alcune Regioni”. Quali? La risposta è nel tasso di ospedalizzazioni: rispetto a una media nazionale di 4 per 100 mila abitanti la Liguria ha il 9, il Lazio l’8, la Sardegna il 6,3, la Campania e la Puglia il 5,4. “In questo scenario – è il monito di Cartabellotta – le Regioni devono potenziare l’attività di testing e tracing, in calo dopo il boom dei tamponi sui vacanzieri”. Le premesse lasciano molti dubbi.

“Io, psicologo isolato per 2 mesi, così stavo per diventare pazzo”

“Sono libero di ritornare alla mia vita e al mio lavoro dopo 51 giorni”. Il dottor Lorenzo Berti è uscito finalmente da un’odissea che sembrava non finire mai, confinato tra quattro mura nella sua casa di Rimini fino a lunedì scorso. Psicologo e psicoterapeuta, spiega: “Stavo impazzendo e io ho gli strumenti per reagire, moltissime persone tuttora in quella condizione non ce li hanno e andrebbero aiutati con supporto psicologico”.

A fine luglio ha scoperto di essere positivo al SarsCov2. Come si è contagiato? Sintomi?

Presumibilmente il contagio è avvenuto su una spiaggetta delle Tremiti nella seconda metà di luglio. Febbre, mai altissima. Leggera tosse e spossatezza.

Per quanto sono durati i sintomi del Covid-19?

Una settimana scarsa, non di più.

E poi è cominciata l’odissea? Ha passato tutto agosto chiuso in casa…

Esatto, una situazione paradossale perché sono risultato diverse volte negativo al tampone, ma il secondo test, quello decisivo, poi risultava positivo. E la quarantena continuava. Eppure sia il medico di base che un esperto dell’azienda sanitaria sostenevano fossi clinicamente guarito. Immagini di sentirsi dire una cosa di questo tipo, ma di non poter uscire di casa… la normativa sanitaria è molto chiara, la quarantena doveva continuare fino al doppio tampone negativo. L’assurdo è che il tampone di per sé non ci dice se il virus è ancora attivo, nel senso che una positività può essere rilevata da frammenti di Rna del coronavirus non più attivo, ne consegue che il tampone non definisce per davvero la capacità di trasmissione del SarsCov2.

Lei che è uno psicologo dice: “Stavo impazzendo”…

Esatto e pensi ai miei 350 pazienti. Ho dovuto tenere piani terapeutici fermi per cinquanta giorni. Ho passato gran parte dell’estate isolato dalla mia famiglia, ho tre figli di sei, dieci e sedici anni. E una madre di 92 anni per la quale ovviamente ero molto preoccupato. Quello che ho vissuto io e che ripeto è un’esperienza non così rara di questi tempi, è una mazzata oltre che a livello economico e sociale soprattutto a livello psicologico. Proprio una mia paziente ha perso il fidanzato ventiquattrenne che, dopo mesi di isolamento, si è suicidato.

Può essere devastante…

Consideri, ripeto, che io ho gli strumenti: lo sentivo negli ultimi giorni in modo crescente che stavo sviluppando sintomi psico-patologici. Lasciando perdere gli indicatori fisici: ho perso sette chili. A un certo punto non sai davvero più che cosa devi fare.