Tra il 2018 e il 2019 il Fatto Quotidiano pubblicò un paio di inchieste giornalistiche sul “sistema Capri” degli abusi edilizi: amicizie, commistioni e conflitti di interessi intorno a una cricca del mattone che coinvolgeva politici, tecnici, pubblici ufficiali. Con un unico interesse sullo sfondo: proteggere gli abusi dei vip ottenendone in cambio incarichi. E ora è arrivata una condanna, pesante, per i protagonisti di uno degli abusi più chiacchierati: la villetta di Silverio Paone, della famiglia del marchio Kiton. Il giudice monocratico di Napoli ha inflitto 3 anni e 4 mesi per l’ex dirigente del settore edilizia privata dell’Utc Massimo Stroscio, e 4 anni per Paone e per il costruttore edile Biagio Gargiulo. Peraltro, dell’esistenza di un “sistema Capri” sospettava anche il Gip che tre anni e mezzo fa arrestò Stroscio proprio per le pratiche di questa villetta. Sottolineando nell’ordinanza la “concreta possibilità che tali condotte non costituiscano un caso isolato, vista la professionalità e l’acutezza delinquenziale dimostrata da soggetti sia pur incensurati”.
Aifa: “I morti per vaccino sono 22, pari a 0,2 casi ogni milione di dosi”
In un anno di campagna vaccinale sono state segnalate 109 sospette reazioni avverse ai vaccini contro il Covid ogni 100 mila dosi, per complessive 117. 920 segnalazioni su un totale di oltre 108 milioni di somministrazioni. Nella stragrande maggioranza dei casi tutto si è però risolto con un po’ di febbre, astenia, dolori muscolari o nella sede dell’iniezione, mal di testa. Solo il 16,2 per cento delle segnalazioni è infatti riferito a reazioni gravi, che in pochissimi casi hanno portato anche al ricovero in ospedale o alla morte. Di queste ultime, infatti, il 4,8 per cento ha richiesto l’ospedalizzazione, l’1,1 ha portato al pericolo di vita e lo 0,7 per cento al decesso.
L’Agenzia italiana del farmaco, ha completato e presentato l’atteso rapporto sulla sicurezza dei vaccini, il decimo (cumulativo) che prende in esame tutto il periodo della campagna vaccinale fino al 26 dicembre dello scorso anno. Prendendo quindi in considerazione anche le vaccinazioni dei bambini dai 5 agli 11 anni. “In questa fascia d’età sono state 173 mila le dosi somministrate, con 1.170 segnalazioni, per più di tre quarti non gravi e pari all’1 per cento di tutte le segnalazioni dell’età pediatrica”, ha spiegato ieri Franco Locatelli, coordinatore del Comitato tecnico scientifico, che ha partecipato alla presentazione del rapporto.
Quanto all’efficacia dei vaccini, come ha osservato il direttore generale dell’agenzia, Nicola Magrini, “i grandi studi registrativi hanno sancito una efficacia del 94-95 per cento”. Soprattutto, ha precisato Magrini, è emerso “un dato di lunga durata dell’immunità di memoria che a oggi sappiamo andare oltre un anno”.
Una reazione avversa è una cosa diversa da un evento avverso. Quest’ultimo non è necessariamente causato dall’assunzione di un farmaco o di un vaccino, mentre nel primo caso è possibile stabilire un nesso causale. Distinzione importante anche per comprendere i dati sui decessi. I casi fatali rilevati sono stati 758 e hanno riguardato persone con una età media di 79 anni.
Di questi però solo 22 sono stati valutati correlabili con il vaccino, vale a dire lo 0,2% per milione di dosi somministrate, in dieci casi a causa di trombosi dopo un siero a vettore virale. In generale, in maggioranza le reazioni più gravi si sono manifestate lo stesso giorno della vaccinazione o il giorno immediatamente successivo, indipendentemente dalla tipologia del vaccino.
Nell’anno preso in considerazione il siero Pfizer è stato quello più utilizzato (69,1%), seguito da Moderna, AstraZeneca (di cui nel corso del 2021 è stata poi interrotta la somministrazione in seguito ai decessi per i quali è stata stabilita la correlazione) e da Johnson&Johnson. E le sospette reazioni avverse si sono avute soprattutto proprio con la somministrazione di Pfizer (68%), seguito da AstraZeneca (19,8%), da Moderna (10,8) e da Johnson&Johnson (1,4). Le segnalazioni hanno riguardato soprattutto le reazioni avverse alla prima dose, con 163 casi ogni 100 mila somministrazioni, mentre seconde e terze dosi si sono fermate rispettivamente a 81 e 21,7. Proprio per quanto riguarda le terze dosi, iniziate lo scorso mese di settembre, sono state registrate 3.510 segnalazioni a fronte di più di 16,1 milioni di inoculazioni. Anche in questo caso, la maggioranza, pari all’84,1% sono comunque riferite a manifestazioni non gravi.
Le stesse caratteristiche si presentano poi per le vaccinazioni eterologhe, quelle cioè che hanno previsto due diversi tipi di vaccini, in larga parte quelli a mRna dopo la somministrazione di un siero a vettore virale, come AstraZeneca.
In merito all’età delle persone che hanno manifestato disturbi dopo la vaccinazione, la maggioranza delle segnalazioni si hanno nella fascia d’età compresa tra i 30 e i 49 anni. Da rilevare che tra i colpiti ci sono stati i medici, con il 35,6% del totale.
“Ridate lo stipendio ai No vax”. Dal Tar primo stop all’obbligo
Per ora sono tre decreti provvisori d’urgenza che ordinano all’amministrazione della Giustizia di pagare gli stipendi non versati ad altrettanti agenti della polizia penitenziaria, sospesi per violazione dell’obbligo vaccinale anti-Covid. Li ha emessi il 1° febbraio Leonardo Spagnoletti, presidente della quinta sezione del Tar del Lazio. Dovranno essere riesaminati e in caso confermati dal collegio dopo la camera di consiglio del 25 febbraio.
I ricorrenti, scrive il giudice prospettano “profili di illegittimità costituzionale della normativa concernente l’obbligo, per determinate categorie di personale (…), di certificazione vaccinale (…)”, ma “in relazione alla privazione della retribuzione e quindi alla fonte di sostegno delle esigenze fondamentali di vita, sussistono profili di pregiudizio grave e irreparabile” e pertanto “accoglie l’istanza (…) limitatamente alla disposta sospensione del trattamento retributivo”. Insomma, uno dei temi dei ricorsi promossi dagli avvocati Luigi Parenti e Niccolò Maria D’Alessandro, è la sospensione dello stipendio, una sanzione assai pesante che secondo le norme attuali potrebbe durare sei mesi, fino a giugno. La mancata vaccinazione, si legge nei decreti in parte convertiti, non ha natura disciplinare, però i regolamenti delle forze armate e di polizia prevedono l’assegno alimentare – metà stipendio – quando la sospensione è disposta per motivi disciplinari o, in sede cautelare, per i dipendenti sottoposti a procedimenti penali per fatti anche gravissimi. Comunque la si pensi sui vaccini che ci hanno risparmiato migliaia di morti e di ricoveri per Covid-19, i non vaccinati puniti in modo più severo dei delinquenti e questo forse pone qualche problema sotto il profilo del principio di eguaglianza (articolo 3 della Costituzione) e del diritto del lavoratore a “una retribuzione sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (articolo 36).
Si vedrà il 25 febbraio, il Tar Lazio potrebbe anche rivolgersi alla Corte costituzionale. Altre sezioni, peraltro, hanno respinto analoghe istanze cautelari di militari e poliziotti, sostenuti da numerosi sindacati. Il Consiglio di Stato (terza sezione, presidente Michele Corradino) il 4 febbraio ha confermato la legittimità dell’obbligo per un operatore sanitario veneto, mentre il Consiglio di giustizia amministrativa siciliano attende spiegazioni dal ministero della Salute sui fondamenti scientifici dell’obbligo.
Sono stati sospesi per mancata vaccinazione circa 10 mila tra agenti e militari, oltre 7 mila tra medici e infermieri e oltre 3 mila medici, oltre 4 mila infermieri e migliaia di lavoratori della scuola. Dal 15 febbraio può toccare a tutti i lavoratori ultracinquantenni.
Presidenzialismo, legge FdI in aula il 28
“Il 28 febbraioarriva in aula la proposta di legge di FdI sul presidenzialismo e vedremo come si comporteranno le forze politiche al di là dei proclami”. Giorgia Meloni ieri pomeriggio, in occasione della presentazione del libro inedito di Pinuccio Tatarella “La desta verso il futuro”, ha rilanciato la battaglia presidenzialista dopo la rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale: prima ha promosso una raccolta firme (siamo già a quota 25 mila) e poi ha annunciato l’appuntamento alla Camera. “Un presidente votato dagli italiani è la più grande riforma costituzionale che si possa regalare ai cittadini – ha detto Meloni – vediamo chi ci sta”.
Il “Grande Centro” è già scoppiato: tutti contro tutti (e Brugnaro paga)
“Al centro! Al centro!”. La grancassa è suonata per giorni e a battere il ritmo col piede un paio di volponi dc come Clemente Mastella e Paolo Cirino Pomicino. Ma pure, in Transatlantico, Bruno Tabacci. Perché nei giorni delle schizofreniche trattative per il Colle, sono tornati in scena alla grande. Centristi di ogni ordine e grado, di matrice cattolica e d’imprinting laico-liberale. Tutti li cercano e loro a suggerire, rassicurare, disegnare scenari. Anche a loro, ovvero Giovanni Toti in asse con uno spezzone forzista, si deve l’impallinatura di Elisabetta Casellati. Ed è col loro contributo che il nome di Sergio Mattarella si è gonfiato a ogni votazione. Fino al beau gest di Pier Ferdinando Casini, che si fa elegantemente da parte,ma solo dopo aver appurato di non avere chance.
Insomma, la rielezione di Mattarella come vittoria del centrismo, che è riuscito a riportare all’ovile pure pecorelle smarrite come Matteo Salvini e Giuseppe Conte. E dopo tutti a godersi il momento immaginando un futuro radioso: un Grande Centro che rinasce grazie al caro vecchio proporzionale. Subito Toti e Matteo Renzi annunciano la federazione con gruppi uniti e un nome nuovo che sa di antico: Italia al centro. Ma poi: puf. Le immagini iniziano a dissolversi e i contorni a sbiadire. E quando c’è da fare l’appello, silenzi, dinieghi e imbarazzi. Casini? “Io federatore? Come se avessi accettato, ma non ho più il fisico”. Carlo Calenda? “La parola centro mi fa schifo!”. E dire che quel suo 19,8% alle comunali romane aveva riacceso le speranze. Luigi Brugnaro? “Non mi piacciono le alleanze che nascono a cena e finiscono il mattino dopo”. Maurizio Lupi? “Renzi si dice in sintonia con Letta, noi vicini al Ppe e al centrodestra”. Pure Lorenzo Cesa è desaparecido. Insomma, Brugnaro, Lupi e Cesa tornano a guardare al vecchio zio Silvio, anche lui però tentato dal sogno centrista. Da Arcore intanto partono telefonate a raffica: “Ma dove andate? State qua!”. E lì nel mezzo un fuggi fuggi affannato, Generali senza più truppe, un mosaico con pezzi mancanti. Qualche avvisaglia di divisione c’era stata, però, quando Brugnaro aveva votato Casellati e Toti no. I centristi in sonno negli altri partiti attendono fiduciosi l’evolversi degli eventi: Gelmini, Carfagna e Brunetta in FI e le truppe di Luigi Di Maio tra i 5S.
E quindi, che si fa? “C’hanno rimasti soli, quei 4 cornuti”, sembrano dire, parafrasando I soliti ignoti, Renzi e Toti, col “centrino” in mano. Ma il progetto va avanti. “Dopo le amministrative nascerà la federazione tra Italia Viva, Idea e Cambiamo. Sarà la scintilla per un contenitore da riempire fuori dal Palazzo. Il centro è un luogo politico che si ricava dalla profonda crisi delle coalizioni, in tanti arriveranno…”, prevede Gaetano Quagliariello. Serve il proporzionale, però. “È utile ma non decisivo, un processo politico non può essere legato alla legge elettorale”, aggiunge il senatore.
Da notare che, se non sarà della partita, Brugnaro ci rimetterà 140 mila euro messi di tasca propria in Cambiamo, mentre Toti potrà contare sui fondi del comitato “Toti Liguria” ancora da spendere. Anche per questo è probabile che il sindaco di Venezia rientrerà, magari tentando di portarsi dietro un pezzo di FI. Gli altri, vedremo. Ma per adesso, liberi tutti.
Grillo a Roma vede i big. Il bivio: ricorso e voto-bis
Oggi il Garante che non vuole rimetterci sonno e denaro sarà a Roma. Perché oggi lui, Beppe Grillo, terrà le sue consultazioni sulla crisi a 5Stelle. Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, i capigruppo di Camera e Senato, probabilmente l’appena disciolto comitato di garanzia con Luigi Di Maio – presenza certa, al tavolo di oggi – Roberto Fico e Virginia Raggi: uno dopo l’altro incontreranno il fondatore, l’unica autorità rimasta operativa nel M5S congelato da un’ordinanza del Tribunale civile di Napoli. Sentirà tutti i maggiorenti, Grillo, e cercherà una via d’uscita in bilico tra norme, cavilli e ragion politica. Ben sapendo che ogni mossa ora sarà come muovere un passo sopra un campo minato. Un piede messo male, e saranno ancora ricorsi, con il Garante, che sarebbe il primo a risponderne in tribunale. Ed è questa la prima preoccupazione del fondatore. Ma dall’altra parte il primo interlocutore naturale è il presidente congelato, l’avvocato Conte, che in queste ore ha già parlato moltissimo con Grillo. E che assieme ai suoi legali riflette su come riemergere dalla palude. Ha varie ipotesi in testa, l’ex premier, e oggi ne riparlerà faccia a faccia con il Garante, dopo un martedì in cui lo ha compulsato tramite telefono e videochiamate.
La prima opzione che Conte potrebbe proporgli è un’istanza per chiedere la revoca dell’ordinanza, da presentare a una diversa sezione del tribunale civile o alla Corte d’Appello di Napoli. Un ricorso che punterebbe sulla presentazione del vecchio regolamento per le votazioni del M5S, antecedente quindi l’insediamento di Conte, votato come presidente nell’agosto scorso. E sarebbe la risposta ai rilievi del tribunale, secondo cui prima di escludere un terzo dagli iscritti dal voto dello statuto di Conte – quelli iscritti da meno di sei mesi al M5S – sarebbe stato necessario prevederlo in un nuovo, apposito regolamento.
L’ex premier potrebbe far notare che tale cautela era sempre stata adottata dal Movimento, così da prevenire l’iscrizione di “truppe cammellate” a ridosso delle votazioni più delicate. Ma Conte, sussurrano fonti qualificate, valuta anche un’altra strada, a naso più impervia. Ossia quella di convocare comunque l’assemblea degli iscritti per far rivotare il suo statuto e quindi farsi rieleggere come presidente. Questo perché, da presidente bloccato ma non revocato, potrebbe presentare questa decisione come uno degli atti ancora possibili in questo stallo. Però vorrebbe dire forzare, e in uno scenario così friabile non appare la prima scelta. Più facile invece che Grillo nomini comunque un nuovo comitato di garanzia di tre persone, da scegliere tra una rosa di sei nomi su cui dovrebbero esprimersi gli iscritti sul web. Da lì in poi, si sarebbe di fronte a un bivio. La prima via porterebbe al varo di un nuovo regolamento, con cui disciplinare una nuova votazione dello Statuto contiano. Quindi con l’avvocato di nuovo presidente, una segreteria e un Consiglio nazionale. L’altra invece conduce all’elezione di un organo collegiale, quel “comitato direttivo” di cinque persone immaginato dagli Stati generali, sorta di congresso del Movimento tenutosi sul finire del 2020. Ma da qui si precipita su un altro nodo, politico. E un big lo riassume così: “Il comitato verrebbe votato dagli iscritti, certo, ma Conte accetterebbe di farne parte? E soprattutto, che assetto uscirebbe dalle votazioni?”. Tradotto meglio, il rischio sarebbe quello di ottenere un vertice tutt’altro che omogeneo, fatto di 5Stelle diversissimi tra loro. Ingestibile, anche per Grillo. I “generali” dei due fronti, quello contiano e quello dimaiano, lo sanno e cominciano a discuterne. Per ora con spirito e idee molto diverse.
Dalle parti di Conte raccontano di un avvocato “molto determinato”. Al punto da rispondere con un secco no a qualche 5Stelle che, come già raccontato dal Fatto, nelle ultime ore è tornato a sussurragli di formare un nuovo soggetto politico “perché altrimenti non ne usciremo più”. Ma il leader insiste. Per ora non ha riaperto i canali con Di Maio. Il ministro che attende, in silenzio. E che ai suoi da giorni predica calma, convinto che una soluzione politica sia l’unico modo per tenere assieme il M5S. Ossia che serva un accordo complessivo per tenere dentro sia i dimaiani che Conte, in un’ottica di disarmo generale.
Una tregua a cui Grillo lavora già da giorni. Ma per arrivarci bisogna passare sempre da lì, dagli avvocati. Ancora su posizioni distanti tra loro, a fare la tara ai vari sussurri che si rincorrono. “Bisogna parlare anche con Lorenzo Borrè” teorizza un 5Stelle addentro alla partita. Ossia con il legale del ricorso di Napoli, quello che ha paralizzato un Movimento. Necessità di cui Grillo, pare, si è già fatto promotore. Ma tutto ancora va capito e deciso. Compreso – e non è affatto una questione residuale – su quale piattaforma votare: se su Rousseau, la creatura di Davide Casaleggio nel frattempo svuotata dei dati degli iscritti, o sul nuovo portale SkyVote. Un’altra possibile botola, per il Movimento flagellato dalle buche.
“Il consenso ai 5S è strutturato e il Pd senza di loro perde”
Prima nello studio dei fenomeni di massa in Europa, dai greci di Syriza agli spagnoli di Podemos, prima ad aver analizzato ogni refolo di vento che ha sospinto i 5stelle in alto e ora è in attesa di capire il carattere del capitombolo politico dei 5stelle.
Donatella Della Porta, lei insegna Scienza politica alla Normale ed è l’accademica che conosce meglio di tanti le virtù e i vizi dei grillini. Prima domanda: reggeranno alla bufera oppure si schianteranno?
La vita del Movimento ha già qualche annetto sulle spalle. Gode di un voto oramai strutturato, non marginale, non provvisorio né occasionale. Mi aspetto che scenda di qualche punto ancora, ma si assesterà ben oltre il dieci per cento che con il proporzionale significa avere una bella dote elettorale.
Oltre ai grillini, chi dovrebbe fare scongiuri perché non si indeboliscano troppo?
Il Pd, non c’è alcun dubbio. Ha tutto l’interesse che il Movimento resti a questi livelli per due motivi. Primo: nelle sue tasche non arriverà che qualche misero voto se dovesse accadere il temuto default. Un punto, forse due percentuali. Null’altro. Quindi guadagno quasi zero. Secondo: quanto più forte è il Movimento tanto più predominante sarà la presenza del Partito democratico. Senza i Cinquestelle non ha un bel futuro.
I grillini però sono il caos.
La scelta di collocarsi nel campo progressista è un’indicazione che li costringe a strutturarsi, a perdere quell’improvvisazione che poi declina verso un groviglio di contraddizioni che sfociano nel riferito e perdurante caos. Coloro che votano ancora il Movimento sono fedeli a battaglie decisamente più di sinistra. Tutti i temi ambientali sono nettamente in questo campo qua.
Quattro delle cinque stelle segnano temi ambientali, eppure sembrano stelle ormai cadenti.
Sarebbero stati perfetti per dare all’Italia un grande partito verde. Ma la scelta di indicare Cingolani come ministro per la Transizione ecologica è stato uno schiaffone per il popolo grillino.
Cingolani l’ha voluto Grillo, il padre di tutti.
Grillo può aiutare il Movimento, ma può anche danneggiarlo. Dipende dove si mette. Fare il padre nobile è naturalmente la sua destinazione naturale. Se invece la base lo percepisse come padre-padrone troverebbe delle difficoltà impreviste.
Ha più da guadagnare il Movimento dalla leadership di Giuseppe Conte o quest’ultimo?
Conte ora dà un volto al Movimento e anche un destino. È stato colui che è riuscito a valorizzare la crisi con la Lega che io giudico come l’alleanza di governo gravemente sbagliata.
E Luigi Di Maio?
Gli consiglierei di non avventurarsi a immaginare altre ipotesi. Non credo che abbia un futuro fuori dal Movimento. I suoi virtuosismi tattici non sembrano molto apprezzati dalla base.
Ma il popolo grillino di che pasta è fatto?
Il Movimento ha goduto di appoggi trasversali e coincidenti nel tempo di una proliferazione di organizzazioni locali, nel segno del civismo. I Cinquestelle non hanno quella narrazione collettiva, quella radice dentro la società matura della sinistra che invece hanno Podemos e Syriza. Tutti i movimenti che si fanno partito hanno andamenti ciclici: piroetta in alto e poi inabissamento. Mi aspetto per esempio che in Spagna Podemos – dopo le difficoltà – ritorni con forza sulla scena.
I Cinquestelle pescavano ovunque e si dicevano al di fuori o al di sopra della destra e della sinistra.
Ma poi le scelte seguite hanno provocato la decisione di scegliere un campo. E mi pare che il declino elettorale sia conseguente anche a questo assestamento.
Vanno ai partiti di destra i voti degli elettori di destra ora ex Cinquestelle?
No, la massa riprenderà la strada dell’astensione.
Partiti: gli statuti sono carta straccia
Primarie dimenticate, incarichi farlocchi, deroghe su deroghe per aggirare obblighi auto-imposti. Negli ultimi anni ciascun partito ha interpretato con una certa fantasia il rapporto con il proprio statuto, disatteso nei fatti da tutti i leader senza neanche che gli elettori se ne accorgessero. La delibera con cui il Tribunale di Napoli ha sospeso il nuovo Statuto del Movimento 5 Stelle dà però l’occasione di guardarsi intorno e accorgersi dell’anomalia in cui sguazzano i partiti.
Lega nord Militarizzato
Lo statuto della Lega Salvini premier risale al 2017 e ricalca quello della vecchia Lega Nord bossiana con qualche modifica legata al passaggio dal partito nordista a quello nazionale (le 13 “nazioni” del Nord sono diventate le 21 regioni, chiamate “articolazioni territoriali”). Poi è stato permesso agli iscritti alla vecchia Lega di passare anche alla Lega Salvini premier tramite una riforma statutaria del 2019: una modifica che ha permesso agli iscritti di poter avere due tessere contemporaneamente. Se la Lega Nord esiste ancora come partito dormiente con un debito da 49 milioni con lo Stato italiano (alcune rate sono già state pagate), la Lega Salvini premier ha praticamente gli stessi organi del vecchio partito. Con la differenza che negli ultimi due anni è stato militarizzato dal leader: oltre alla segreteria, il massimo organo è il consiglio federale composto da segretario, tesoriere, vicesegretari, governatori e 21 segretari regionali. Un organismo che dovrebbe rappresentare tutte le anime interne, ma in realtà non è così: Salvini negli ultimi mesi ha nominato commissari regionali di sua fedeltà e non ha mai fatto ripartire la macchina dei congressi locali e regionali chiesti a gran voce dal Nord. Un modo per silenziare il dissenso.
Fdi Liste di nominati
Secondo lo statuto di FdI, il partito “adotta le primarie come metodo principale di individuazione delle candidature agli organi istituzionali di ogni livello”. Un principio rimasto solo su carta, dato che – basti pensare alle ultime elezioni politiche – FdI ha compilato le solite liste di nominati, senza porsi il problema di consultare la base neanche per le candidature alle elezioni locali. Quanto alla leadership, Giorgia Meloni è stata eletta nel 2014, quando era unica candidata alle primarie per la presidenza, e poi riconfermata “per acclamazione” nel 2017, unico altro congresso nazionale del partito.
FI Ruoli che non esistono
Che Forza Italia, il partito personale per eccellenza della Seconda Repubblica, abbia uno statuto è già una notizia. Peccato che sia un documento di 50 cartelle praticamente inattuato. A partire dalle cariche più importanti nel partito e dal congresso che si svolge ogni tre anni e dovrebbe ricalcare le funzioni di una adunata tradizionale di partito con tanto di tessere, delegati e discussione sulla linea politica. Peccato che sia solo un proforma perché, dal 1994 a oggi, la linea di Forza Italia l’ha decisa il suo padre-padrone, cioè Silvio Berlusconi. Nel partito azzurro però c’è anche un’altra anomalia che ha fatto irritare l’ala governista: la nomina di Antonio Tajani a “coordinatore nazionale”. Una promozione ad personam arrivata il 15 febbraio 2021, due giorni dopo il giuramento del governo Draghi, come risarcimento per la mancata nomina a ministro. Peccato che il ruolo di “coordinatore nazionale” non esista nello statuto di FI e Tajani è solo vicepresidente del Ppe. Anche Licia Ronzulli non ha alcun ruolo formale nell’organigramma del partito ma è solo vicepresidente dei senatori: è lei, però, a fare le veci di Berlusconi e gestire il partito tant’è che è stata lei, al vertice di centrodestra, a leggere la lettera della rinuncia di Berlusconi al Quirinale.
Pd Le farse ai gazebo
Il Pd ha una rigida gabbia di regole e principi che da anni infrange senza troppi problemi di digestione. La spina più evidente è quella delle primarie: “La selezione delle candidature per le assemblee rappresentative avviene a ogni livello con il metodo delle primarie o, dove il sistema elettorale preveda l’espressione di preferenze, con altre forme di ampia consultazione democratica”. Non proprio il faro che ha guidato la chiusura delle liste nel 2018, su cui si consumò un furioso scontro tra la minoranza del partito e i renziani, accusati di aver gestito in maniera familistica le candidature, facendo fuori decine di nomi “scomodi” senza alcuna condivisione con le diverse anime dem. Basti pensare a Maria Elena Boschi, toscana paracadutata nel collegio di Bolzano, o a Gianni Cuperlo, infilato all’ultimo minuto a Sassuolo: “L’ho scoperto alle tre del mattino – dirà lui rinunciando per protesta alla candidatura – Ho capito che quella scelta non era stata mai discussa con i circoli di lassù”. Non che le cose siano andate meglio quando le primarie ci sono state. Per restare agli ultimi casi, a Roma Giovanni Caudo – sfidante di Roberto Gualtieri – ha denunciato “file di stranieri col santino in mano” ai gazebo “senza sapere nemmeno chi devono votare”. A novembre il Pd ha dovuto congelare un bizzarro boom di tessere in vista del congresso provinciale di Avellino: 1.300 pagate dalla stessa carta prepagata.
C’è poi, tra le tante questioni aperte, quella del limite ai mandati. Se il vincolo delle due legislature agita tanto i 5S, quello del tetto massimo di 15 anni per i dem non è un tema all’ordine del giorno. Eppure lo Statuto specifica: “Non è ricandidabile alla carica di componente del Parlamento nazionale ed europeo chi ha ricoperto detta carica per la durata di tre mandati consecutivi”. I leader del Pd hanno giustificato le eccezioni con il ricorso a singole “deroghe” per ricandidare illustri parlamentari. È evidente però che la ratio della deroga (e della relativa regola) viene meno se a beneficiarne sono decine di eletti. E così il Pd ha riproposto volti stranoti come Paolo Gentiloni, Dario Franceschini, Gianclaudio Bressa, Roberto Giachetti (poi passato a Iv), Marco Minniti e Roberta Pinotti. E tra un anno, magari, arriverà una nuova deroga.
Italia Viva Matteo Chi?
Matteo Renzi chi? Se si scorrono lo Statuto e la formazione degli organi nazionali di Italia Viva, il nome dell’ex premier non compare mai, né di persona né attraverso forme a lui riconducibili (per esempio, il “fondatore”). I presidenti sono Teresa Bellanova ed Ettore Rosato. Nello Statuto si citano il congresso, il comitato di tesoreria, il tesoriere, i due presidenti, il comitato nazionale e l’assemblea nazionale. Ne segue che formalmente Renzi partecipa ai lavori collegiali solo in quanto “parlamentare”. Singolare, visto l’attivismo con cui l’ex premier smonta e rimonta i governi parlando a nome dei ministri di Iv (celebre la conferenza stampa di gennaio 2021, quando annunciò lui le dimissioni di Bellanova e Elena Bonetti). Ma forse è questo che intendeva Renzi quando si definiva “un senatore semplice”.
Silenzio da Draghi e Pd. Con lui FI, Toti e centristi
“Un atto dovuto, scontato e ampiamente atteso”. Così Matteo Renzi e Maria Elena Boschi commentavano nella chat dei parlamentari di Italia Viva la richiesta di rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta Open. Ricevendo in cambio solidarietà, abbracci e incoraggiamenti. Poi, dopo l’annuncio di Renzi della denuncia ai magistrati, il silenzio è calato anche nelle chat. C’è molta perplessità dentro Iv e anche nel Pd. Non tanto per le richieste della Procura di Firenze – che riguardano anche Luca Lotti rimasto nei dem – quanto per la scelta di Renzi di denunciare i pm. “Uno che fa così sembra matto”, è la battuta, carpita a mezza bocca. Perché le reazioni ufficiali sono poche e contenute. Non arriva nessun commento da Palazzo Chigi, anche se Iv è un partito della maggioranza. Non dice nulla neanche Enrico Letta, che anche con Iv dovrebbe fare il futuribile “Campo largo”.
Uno dei pochi a esporsi è Franco Mirabelli, vicecapogruppo del Pd in Senato: “Ci auguriamo che tutti alla fine risultino innocenti. I processi si fanno in tribunale. Ci si difende nel processo e non dal processo”. Qualche reazione di solidarietà – viceversa – arriva dai centristi: non è chiaro se e quando il Grande centro si concretizzerà, ma intanto il senatore di Scandicci è ancora essenziale per il progetto. E dunque, ecco Giovanni Toti: “Solidarietà a Matteo Renzi, sono certo che ogni cosa verrà chiarita e non fermerà il suo lavoro per il Paese”. Ma anche Enrico Costa (Azione): “L’indagine su Renzi finirà nel nulla. Spero che quel giorno sia già legge la mia proposta di valutare, ai fini delle progressioni di carriera dei pm, gli eventuali flop delle loro inchieste”. Parla di “processi mediatici” Riccardo Nencini (Psi): “Un eccesso di esposizione giornalistica teso a influire sulle vicende politiche”. Solidarietà pure da qualche forzista come Antonio Tajani e Osvaldo Napoli.
Nel frattempo, spicca il caso Lotti. Dopo che finì intercettato (ma mai indagato) nell’indagine di Perugia su Luca Palamara, era autosospeso dal Pd su richiesta specifica di Luigi Zanda, allora tesoriere con Nicola Zingaretti segretario. Poi, prima del voto sul Capo dello Stato, aveva deciso di interrompere tale auto sospensione, senza informare Letta. Lotti non ha alcuna intenzione di fare atti formali dopo la richiesta di rinvio a giudizio di ieri. Né Letta ha intenzione di chiederglieli. Lotti, durante tutte le trattative per il Quirinale, ha avuto un ruolo estremamente attivo, giocando di sponda con Renzi e con i filorenziani del Pd per arrivare ad eleggere Pier Ferdinando Casini. Disegno bloccato dal no di Salvini, ma anche dalla scelta del segretario del Pd che, quando il leader di Iv ha fatto il nome del senatore al tavolo, si è alzato per telefonare. La questione è politica ed esula dalla vicenda Open. Ma gli intrecci non sono facili da gestire. Ieri, Renzi ha rilanciato anche politicamente: “Se Letta fa un ragionamento alla Scholz, o alla Macron non è un campo largo, è il campo riformista ed è casa mia”. Come dire, non ha intenzione di fare passi indietro. O di risolvere imbarazzi altrui.
“Fondi a Più Voci finiti alla Lega”. Chiesti 8 mesi per Centemero
“Trasparenza” (politica) è la parola usata ieri dal pm milanese Stefano Civardi nel processo al tesoriere della Lega Giulio Centemero accusato di finanziamento illecito ai partiti. Sul piatto i 40mila euro che nel 2016 Esselunga erogò all’associazione Più Voci di cui Centemero fu presidente. La Procura ha chiesto 8 mesi per il fedelissimo di Salvini. A far da timone è così “la trasparenza” mancata. Per spiegarla il pm ha fatto riferimento ai “costituenti” e all’art. 49: “I cittadini hanno diritto di associarsi (…) in partiti per (…) determinare la politica”. Arriverà, nel ‘74, la legge sul finanziamento illecito. Il fatto oggi: “Il 13 giugno 2016 Esselunga eroga 40mila euro alla Lega”. Soldi “camuffati da una liberalità a favore di Più Voci”. I denari andranno a Radio Padania (10mila) e (30mila) a Mc partecipata dalla Lega. Il finanziamento arriva per “strade traverse” nelle casse di una “sconosciuta associazione”. “Attività culturale”, dice Centemero. Il “vestito” di partito di Più Voci, per il pm, si capisce dai fondatori: figure di primo piano della Lega. “L’associazione ha fatto due cose: pagare Radio Padania e Mc”. Radio Padania, indebitata all’epoca, è la miccia. Civardi cita il verbale d’aula di Marco Zambelli ex di Esselunga per i rapporti istituzionali: “Incontrò due volte Centemero in via Bellerio. Che disse: se siete disponibili ad aiutarci fate un contributo a Radio Padania”. Il “ci è la Lega”. Centemero poi dirà “di pagare Più Voci”. Così sarà