Febbre, il Tar col Piemonte. “Misurarla anche a scuola”

Il Tar del Piemonte ha respinto la richiesta di sospensiva d’urgenza avanzata dai ministri dell’Istruzione Lucia Azzolina e della Salute Roberto Speranza, della delibera con cui il governatore Alberto Cirio imponeva alle scuole piemontesi di verificare la temperatura degli studenti all’inizio delle lezioni senza quindi affidarsi alle sole famiglie che, secondo le indicazioni ministeriali, avrebbero dovuto avere la responsabilità di misurarla a casa. Un via libera almeno fino al 14 ottobre, quando la causa sarà discussa in Camera di Consiglio. La decisione di negare la sospensiva, secondo quanto circolato ieri, si basa sul fatto che l’ordinanza regionale non sovverte quanto stabilito dallo Stato ma lo integra e il rischio sanitario è comunque tale da giustificare provvedimenti straordinari. Insomma, a leggere tra le righe, una misurazione non esclude l’altra: ai genitori la responsabilità di evitare che i figli se ne vadano in giro sui mezzi pubblici da malati e alle scuole un doppio controllo in entrata. Il problema sorge qualora i genitori dovessero sentirsi de-responsabilizzati e nei casi in cui gli istituti non dovessero riuscire a gestire bene le entrate degli alunni con il rischio che si creino ulteriori assembramenti oppure ulteriori ritardi (con orari d’ingresso già messi a dura prova dalla sanificazione delle mani e dalla distribuzione delle mascherine).

Intanto, sul tema sicurezza, ieri i presidi (in realtà il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli) hanno voluto spingere sulla richiesta di una ulteriore tutela normativa in tema di responsabilità civile e penale, criticando la decisione di respingere un emendamento al decreto Semplificazioni col quale di fatto si chiedeva una attenuazione della responsabilità penale datoriale per l’applicazione delle norme anti Covid. “Un evidente indice della scarsa sensibilità della politica nei confronti della categoria dei dirigenti scolastici” ha detto ieri Giannelli.

Dal ministero sono fermi nel ribadire quanto avevano già spiegato in una nota pubblicata il 20 agosto e cioè che “gli obblighi da parte del dirigente sono assolti adottando le misure organizzative e protettive previste dai Protocolli di sicurezza stipulati a livello centrale e scolastico. L’adempimento dei doveri d’ufficio rappresenta, di fatto, la garanzia rispetto a qualsivoglia diffida”.

Il Tar della Sardegna ha invece accolto il ricorso del governo e la domanda cautelare di sospensiva dell’ordinanza del governatore Solinas che imponeva test Covid a chiunque arrivi nell’Isola. Il 7 ottobre ci sarà l’udienza di merito. Resta invece in vigore – perché il ricorso non è stato accolto – l’obbligo di utilizzo delle mascherine per 24 ore in tutti gli ambienti chiusi o aperti dove sia concreto il rischio di assembramento, ma anche l’insieme di disposizioni che, in vista della riapertura delle scuole il 22 settembre, portano fino all’80% l’occupazione dei posti a sedere nei mezzi del trasporto pubblico locale.

Siri di nuovo indagato per corruzione: “Promesse di denaro”

L’indagine della Procura di Roma su Armando Siri si allarga. Con un’accusa di corruzione che raddoppia. Era noto infatti che l’ideatore della Flat Tax fosse indagato per aver tentato di promuovere provvedimenti per favorire l’ex parlamentare forzista Paolo Arata in cambio della promessa di 30 mila euro. Accuse che il senatore leghista ha sempre respinto. Ma non è questa l’unica contestazione che i magistrati capitolini muovono a Siri: c’è un nuovo episodio per il quale il senatore è stato iscritto. Sulla vicenda in Procura si tiene il massimo riserbo, ma il sospetto degli investigatori è che ci sia un altro episodio simile a quello contestato e che coinvolgerebbe un imprenditore diverso (il cui nome è tenuto segreto). In sostanza i magistrati hanno evidenza, per un fatto diverso, di un’ulteriore promessa di denaro diretta al senatore. Le bocche sono cucite, ma è nell’ambito di questa attività che nei mesi scorsi sono state effettuate (non nei confronti di Siri, ovviamente) alcune perquisizioni.

Si tratta, dunque, di un episodio diverso da quello già contestato al senatore, costretto a maggio 2019 a lasciare il ruolo di sottosegretario alle Infrastrutture dopo che venne fuori la notizia dell’indagine a suo carico.

Al centro dell’inchiesta, quello che nelle carte della Procura viene definito uno “stabile accordo tra il corruttore Paolo Franco Arata, imprenditore nel settore eolico con significativi investimenti in Sicilia e con trascorsa attività politica da cui trae molteplici relazioni ancora in atto con i massimi livelli istituzionali”, e il senatore Armando Siri “costantemente impegnato – attraverso la sua azione diretta nella qualità di alto rappresentate del governo e ascoltato membro della maggioranza parlamentare – nel promuovere provvedimenti regolamentari o legislativi che contengano norme ad hoc tese a favorire gli interessi economici dell’Arata(…)”.

A inguaiare Siri è stata una conversazione del 10 settembre 2018 tra Paolo Arata e il figlio. Quel giorno, come annotato in un’informativa della Dia di Trapani del 6 maggio 2019, si discuteva “delle problematiche finanziarie, che attanagliavano le loro società operanti nel settore eolico” e Paolo Arata “ribadiva l’importanza per la sopravvivenza economica delle stesse che i loro impianti eolici potessero aver accesso alle tariffe incentivanti più remunerative”. “Al riguardo – scrive la Dia – informava i suoi interlocutori che il ‘viceministro’ (titolo con cui Arata indica sovente il sottosegretario Siri) gli aveva da poco comunicato che il testo dell’emendamento che avrebbero voluto inserire nella legge di conversione del decreto ‘mille proroghe’ non era stato scritto adeguatamente”. E aggiungono: “Proseguendo sull’argomento, Arata confessava di dover ricompensare Siri per il suo impegno con una somma di denaro di 30mila euro”.

Ecco l’intercettazione di quella sera del 10 settembre di ormai due anni fa. Paolo Arata a un certo punto dice: “(…) Per me quello che non mi fa dormire di notte è il fronte incentivi… perché la grande soluzione di tutti i problemi nostri è il fronte incentivi… allora… l’emendamento che non è stato fatto bene mi ha detto il viceministro, che mi ha chiamato prima, che gli do 30mila euro tanto perché sia chiaro tra di noi… Io ad Armando Siri ve lo dico (…) gli do 30mila euro… Però… è un amico come lo fossi tu… però gli amici mi fai una cosa io ti pago…”.

Per questa promessa di 30mila euro, che Siri ha sempre negato, l’ex senatore è stato iscritto per corruzione. Ora Il Fatto è in grado di rivelare che lo stesso reato è contestato anche per un altro episodio. Non solo. Agli atti della Procura di Roma ci sarebbe pure un’intercettazione in cui il senatore è finito “per caso”: è questo uno di quegli episodi in cui la voce del parlamentare è intercettata solo perché parla con qualcuno il cui telefono è sotto controllo.

Gli investigatori, quindi, stanno valutando la rilevanza di quelle conversazioni: qualora dovessero ritenerle utili alle indagini per utilizzarle nel fascicolo, vi è bisogno di una richiesta specifica alla Camera di competenza.

Insomma, l’indagine della Procura di Roma non si è arenata. A differenza di quanto sostenuto da Matteo Salvini che, ai microfoni di Radio Rai1, l’11 settembre scorso ha detto: “Lei si ricorda del senatore Siri, per mesi sui giornali come la persona più cattiva e truffaldina del mondo? Ne ha più sentito parlare? No, perché non ha fatto niente”. In realtà l’inchiesta è ancora in corso.

 

“Ecco come ho spostato 400 mila euro a Lugano”

I soldi, dunque. Dall’Italia alla Svizzera. In particolare 400 mila euro frutto di una presunta evasione fiscale per la vendita del capannone di Cormano dalla Paloschi all’immobiliare Andromeda. Quello che poi finirà alla Lombardia Film Commission per il doppio.

È il primo capitolo di un’inchiesta, quella sui presunti fondi neri della Lega, ancora tutto da raccontare. Un capitolo involontariamente confessato da Luca Sostegni, prestanome dei commercialisti della Lega, intercettato grazie al trojan il 26 maggio scorso.

Il dialogo, secondo la Procura, è fondamentale per ricostruire il modo in cui il gruppo che fa riferimento ai commercialisti della Lega Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni avrebbe portato in Svizzera i soldi del presunto reato (e non solo, secondo i pm). Sostegni parla con un noto imprenditore di Milano. Discutono della vicenda Film Commission, delle notizie uscite sui giornali. Poi Sostegni inizia la confessione: “Il problema qual è? Che in realtà i 400 mila euro con i quali è stato acquistato il capannone non sono mai stati spesi! Perché quei soldi che dovevano andare alla Paloschi per l’acquisizione del capannone in pratica li ho bonificati io sul conto svizzero”. Un particolare che emergerà dopo l’arresto dei tre commercialisti. Uno di loro, Michele Scillieri, è direttamente coinvolto. Il conto svizzero di cui parla Sostegni fa riferimento alla società Gleason con sede a Panama. Lo conferma anche Roberto Tradati che dirige la fiduciaria Fiderev sui cui conti sarebbe transitata, secondo i pm, parte della provvista. “La Gleason – spiega a verbale Tradati – è riferibile a Scillieri”. Ma torniamo al racconto di Sostegni in presa diretta: “Il passaggio dall’Andromeda alla Paloschi è stato fatto con degli assegni che sono stati incassati gradualmente, volta a volta veniva fatto un bonifico a me di 50 mila euro che io giravo su questo conto svizzero”.

Riprende Tradati con i pm: “Sulla posizione Gleason sono pervenuti a estinzione del debito 400 mila euro originariamente bonificati da Sostegni”. Di nuovo l’intercettazione: “Quei 400 mila euro non sono stati mai pagati (alla Paloschi di cui Sostegni è stato liquidatore, ndr) ma sono tornati indietro, è lì il giochino, però ora purtroppo io c’ho le mani legate, perché il nostro amico ci ha fatto l’ennesima porcata. Perché io non sapevo nella confusione di quando abbiamo aperto questo conto svizzero della società panamense, la fiduciaria, io non sapevo che ero titolare del conto, poi qualcuno li ha movimentati quei soldi che non sono stato io. Per questo che è stato molto solerte a farmi avere i soldi, per la paura che venisse fuori il casino. Secondo me è stato Michele”.

Il riferimento, secondo i pm, è a Scillieri, la cui operatività su Gleason è confermata da Tradati, che spiega come il conto di Scillieri fosse stato spostato sulla Credinvest di Lugano: “Aveva disponibilità per 1,4 milioni, di cui 400 mila a garanzia di un finanziamento a Gleason”. Scillieri appare nell’inchiesta come il reale protagonista della vicenda. Tanto strana da far dire a Tradati: “Nonostante la signoria vostra mi ricordi che sono un professionista esperto nelle gestioni patrimoniali, non riesco a dare una compiuta spiegazione a questa operatività”. Par di capire, quindi, che Gleason inizialmente è riferibile a Scillieri, nel frattempo arrivano i 400mila e solo dopo Sostegni entra come firmatario. Chiuso il giro del denaro, quel denaro riparte. E come spiega Sostegni: “A movimentarlo è stato Michele”. Ora bisognerà capire che fin ha fatto il denaro. Se è ancora all’estero, oppure è “rientrato” come spiega il presunto prestanome del gruppo dei commercialisti. Insomma, prima Sostegni e poi Tradati illustrano alla Procura di Milano in modo chiaro il giro del denaro gestito dai revisori contabili del partito di Matteo Salvini.

Lega, l’accusa è riciclaggio. Flussi di soldi fino a 50 mln

Riciclaggio. Questo il nuovo titolo di reato che irrompe nell’inchiesta sul caso Lombardia Film Commission (Lfc) e sui presunti fondi neri della Lega di Matteo Salvini. A far di conto sono circa quattro i milioni movimentati da persone vicine al Carroccio. Indagato per riciclaggio è Roberto Tradati, che amministra la fiduciariaFidirev , sul cui conto “omnibus” aperto presso la filiale milanese di Banca Piemonte sarebbero transitati i 400mila euro della vendita dell’immobile di Cormano dalla Paloschi di Luca Sostegni all’immobiliare Andromeda. Andromeda che poi lo rivenderà per 800mila euro a Lfc, ente pubblico controllato dalla Regione. L’inchiesta, dunque, accelera: la nuova ipotesi di reato per il solo Tradati – mentre peculato ed evasione fiscale sono contestate ai commercialisti – è oggi identica a quella della Procura di Genova che indaga sulla scomparsa dei 49 milioni di rimborsi pubblici della Lega.

Ma c’è altro. Dalla lista degli istituti di credito citati nelle carte dell’indagine non compare più solo la filiale Ubi di Seriate. Nel mirino della Procura sono finite altre sei banche e relativi fiduciari. La caccia ai presunti spalloni della Lega è aperta e dall’Italia passa in Svizzera, Lussemburgo e a San Marino. Lo si comprende da una nota della Guardia di finanza sulla fiduciaria milanese Fidirev: qui transita parte dei soldi della vicenda Lfc per poi finire nelle casse di una società panamense con conto svizzero.

Roberto Tradati, già sentito in Procura, risulta essere stato in rapporti con Michele Scillieri, uno dei tre commercialisti finiti ai domiciliari e nel cui studio ha eletto il suo primo domicilio la nuova Lega di Salvini. Scrive la Finanza: “Alcuni soggetti di interesse investigativo intrattengono rapporti fiduciari con la Fidirev”. Tra questi Scillieri e l’amico Luca Sostegni, oggi in carcere per estorsione. Si comprende che, oltre ai sei nuovi dirigenti di altrettante banche, sono finiti nel mirino della Procura ben 52 rapporti bancari riferibili a Fidirev. Un mare di documenti e un giro vorticoso di denaro. Lo schema societario è ritenuto dalla Procura di “rilevante interesse investigativo”. Partiamo dai rapporti bancari. In molti il passaggio di denaro è cospicuo. Su uno di quelli investigati, ad esempio, si registra un flusso complessivo in entrata di 50 milioni di euro, stessa cifra che si osserva uscire. Su un altro conto “Top clients” di Fidirev chiuso nel 2019 entrano 5.611.000 ed escono 5.611.000. Ma è soprattutto uno il conto che interessa più di altri. È il conto omnibus 81309 aperto presso la filiale milanese di Banca Piemonte in Foro Buonaparte riferibile a Fidirev e sul quale i pm hanno chiesto delucidazioni a Tradati. Su questo conto, emerge dagli atti esibiti dalle banche su esplicita richiesta della Procura, arriverebbe parte dei soldi dell’operazione Film Commission orchestrata dai revisori della Lega Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, entrambi ai domiciliari. Tra il 15 marzo e il 15 maggio 2018 Sostegni bonifica sul conto omnibus 250mila euro in più tranche, poi altri 140mila con un assegno e infine 26mila euro. Il 31 luglio, 26 mila ripartono a favore di Scillieri. Mentre tra il novembre 2018 e il marzo 2019 dal conto di Banca Piemonte escono 1,6 milioni, poi bonificati sul conto di Banca Profilo riferibile alla Futuro Partecipazioni collegata a Scillieri. La casuale dell’operazione è “finanziamento soci infruttifero”. La Finanza rileva poi un’altra anomalia: “In corrispondenza delle operazioni di addebito alla Futuro Partecipazioni sono state riscontrate speculari ed equivalenti operazioni di accredito di somme provenienti da un rapporto estero intestato alla stessa Fidirev e acceso presso la Banca Credinvest di Lugano”. Mentre la società di Scillieri riceve 1,6 milioni, la stessa cifra nelle stesse date arriverebbe su un conto svizzero riferibile a Fidirev e aperto presso Credinvest. Si tratta di movimentazioni definite “rilevanti” e di “interesse investigativo” per seguire il denaro che, nell’ipotesi dei pm, potrebbe essere riferibile ai commercialisti della Lega e al partito stesso.

Di più: sul conto omnibus di Banca Piemonte “si registrano – scrive la Finanza – operazioni di accredito e di addebito a valere su altri rapporti esteri intestati alla stessa fiduciaria Fidirev e accesi presso istituti di credito svizzeri”. Ben 11 banche, per un totale di 55 rapporti. Ma non c’è solo la Svizzera. Secondo la Finanza, alla Fidirev, che ha una gestione fiduciaria di circa 150 milioni, sono riferibili cinque rapporti presso la Banque de patrimoines prives Luxembourg e presso la Cassa di risparmio della Repubblica di San Marino.

Turatevi il naso

Le Regionali di domenica e lunedì sono nelle mani dell’unico partito che non rischia di vincerle: i 5Stelle. Non parlo dei vertici, che han già fatto la loro non-scelta (stare col centrosinistra al governo e contro il centrosinistra nelle Regioni, Liguria a parte). Parlo degli elettori, che faranno la differenza in Toscana, Marche e Puglia. E dovranno essere più responsabili e lungimiranti dei leader. Così come gli iscritti, che un mese fa han votato Sì su Rousseau alle alleanze nei territori contro le aspettative di chi (Casaleggio in primis) non le vuole. Quel voto è arrivato alla vigilia della chiusura delle liste, troppo tardi per ribaltare una situazione già compromessa. Infatti Conte e Di Maio si sono appellati ai grillini di Marche e Puglia perché si sedessero al tavolo col Pd, offrendo alleanze in cambio di impegni programmatici. Invano. Quindi ciò che non han potuto o voluto fare i vertici nazionali e locali dovrà farlo la parte più avveduta degli elettori: usare bene il voto disgiunto, almeno in Toscana e Puglia dov’è consentito. Cioè votare la lista del M5S, per dargli forza nei consigli regionali, e il candidato presidente del Pd: il toscano Giani,il pugliese Emiliano.

Di Giani sappiamo pochissimo: è uno storico e un politico di lungo corso, nato nel Psi ma rimasto incensurato e financo intonso da scandali, caso clamoroso in quell’ambientino. La sua voce non l’ha mai sentita nessuno, e non è un difetto nella banda di urlatori e vaiasse che infesta la politica. Il suo difetto è di piacere all’Innominabile, che però ormai è un pelo superfluo della politica. Certamente non è un uomo di rottura: un semolino sanza infamia e sanza lode che nessuno potrebbe mai appassionarsi a votare se non avesse come alternativa Susanna Ceccardi. Nessuno può dire che Giani e Ceccardi pari siano. E, siccome se perde Giani vince la Ceccardi, chi non vuole consegnarle la Toscana deve pensarci bene prima di votare Irene Galletti, candidata presidente M5S che ha zero possibilità di vincere, ma ottime possibilità di far perdere Giani. Il voto disgiunto consente agli elettori dei 5Stelle di sventare l’avvento della peggior destra e di votare per i propri consiglieri regionali, così da averne un buon numero per fare opposizione a Giani e tenerlo d’occhio.

Di Emiliano invece sappiamo ben di più: ex pm antimafia e antitangenti, buon sindaco di Bari, molto contestato nel primo mandato di presidente, personalmente onesto ma disinvolto nelle alleanze (ha messo insieme un po’ di tutto nelle sue ben 15 liste e ora deve costringere a ritirarsi due impresentabili), molto vicino ai 5Stelle sulle questioni ambientali Ilva, Xylella e Tap fino a guadagnarsi la fama di “protogrillino” e quinta colonna M5S nel Pd.

Dunque odiato dall’Innominabile e da Calenda, che gli hanno scatenato contro nientemeno che Scalfarotto. Nessuno può affermare che Emiliano e Fitto pari siano. Malgrado abbia 10 anni in meno di Emiliano, Fitto è infinitamente più vecchio, avendo sgovernato la Puglia 20 anni or sono, prima di Vendola, cioè nella preistoria, fra scandali e scelte scellerate. Basti pensare che nella sua lista “La Puglia prima di tutto”, alle Comunali 2009, spiccavano le candidate Patrizia D’Addario e Barbara Montereale: due delle escort della scuderia Tarantini più amate da B. Poi naturalmente, appena B. declinò, don Raffaele lo tradì per vagolare fra centri e centrini finché fu raccattato dalla Meloni. Certo, obietterà un 5Stelle, c’è Antonella Laricchia, consigliera regionale giovane, capace e pugnace, anche se lievemente intollerante alle critiche: è brava, è onesta e senza di lei molti pugliesi schifati da Fitto e delusi da Emiliano non andrebbero alle urne. Tutto vero. Ma, per quanti voti prenda (pare tanti), Laricchia è a distanze siderali sia da Fitto sia da Emiliano (contro cui già perse nel 2015). Cioè dagli unici vincitori possibili.
Anche in Puglia, non essendo venute meno le ragioni per contrastare molte politiche di Emiliano, i 5Stelle potranno seguitare a fargli opposizione, pur se convergeranno su qualche punto. E la forza della Laricchia aumenterà i loro consiglieri. Ma assistere impassibili, anzi ignavi allo scontro fra Emiliano e Fitto come se l’esito non riguardasse tutti i pugliesi sarebbe da irresponsabili. Molti lo sanno, come lo sapevano i molti grillini dell’Emilia-Romagna che alla fine optarono per il voto disgiunto contro la Borgonzoni (cioè Salvini): lista 5Stelle, presidente Bonaccini (molto più indigesto di Emiliano). Anche allora, come ora in Puglia e Toscana, pesò il fattore nazionale: cioè quel malcostume tutto italiano che legge nelle elezioni regionali, comunali e financo nei referendum un giudizio di Dio pro o contro il governo. Non ci sono solo Salvini, la Meloni e il redivivo B. che attendono lunedì sera con la bava alla bocca per dare il benservito a Conte, cioè al primo e forse ultimo premier scelto dai 5Stelle: ci sono pure l’Innominabile e le sue quinte colonne rimaste nel Pd e tutti i poteri economico-finanziari con i loro giornaloni, che non vedono l’ora di cacciare i 5Stelle dal governo e spodestare Zingaretti che difende l’alleanza con loro, per mettere le zampe sui miliardi del Recovery Fund e del Mes e tornare agli inciuci e alle razzie del passato. Pronti addirittura a voltare gabbana dal Sì al No sul taglio dei parlamentari pur di abbattere Conte. Quindi, per farla breve e parafrasare Montanelli: turatevi il naso e votate disgiunto.

Contro facili piagnistei e i “no” degli editori. “Vodka siberiana” lo pubblico da sola

Soltanto negli ultimi due anni, ho scritto qualcosa come quattro romanzi. Va bene, direte, ma chi se ne frega, sì in effetti, eppure io faccio questo, di mestiere. Al secolo: poverissima. L’editoria con me storce il naso, non la capisco, ricambiata c’è da dire. Predilige nomi aurei? Perfetto. Ad ogni modo, decido di pubblicare un romanzo da me. D’un tratto, come destata da una specie di dormiveglia. La mia amica grafica, è un’artista, Alina Catrinoiu (nonché la moglie di mio fratello, vedete vi racconto tutto), mi dice: ma basta, ma alzati. Per dire: un colpo di reni. Sì. Hai questo romanzo, dice, è bello. Pubblicalo. Da sola.

Vodka siberiana è il titolo. Lettere, perché è un romanzo epistolare. Quindi io e Alina lo abbiamo trasformato in un libro, in due giorni. Annuncio l’idea in un post su Facebook e in un’ora raccolgo cento prenotazioni. In un’ora. Ecco, penso ai piagnistei da protocollo degli editori: questi musetti afflitti, lamentazioni infinite sull’assenza di lettori. E le domandone: quante copie vendi? Due, tre, quattromila? Poche. Sorry. Niente da fare.

Cioè l’editore pretenderebbe replicazioni di magister oltreoceanici (King? Anche), un fenomeno seriale. Uno che, ipso facto, venda. Di solito potrebbe accadere – secondo questo apocalittico vagheggiamento editoriale – aggiustando testi normodotati, che può leggere persino il “bifolco tipo” davanti a un rutto e a un big burger e a una pinta di coca. Applauso. In una tale visione sprezzante e classista, lo scrittore furente di poetica ne esce più o meno a pezzi, alla stregua del miserabile visionario, da tenere sotto scacco con residui di concessioni, il libricino, la presentazione in un buco di una provincia nel Varesotto, chessò, niente ovvero; lo scrittore che diventa scrittorino; o altrimenti un folle bipolare che al massimo aspirerà a un destino di Xanax. E dunque ancora una volta: niente.

Pubblico il mio romanzo, allora, da me. Quarta di copertina, bandella (in gergo, il risvolto, la sovraccoperta), biografia. Sapete, un attimo. La copertina mi è sembrata perfetta al secondo tentativo, ho ringraziato Alina, le ho detto commossa: mi sento tanto la Sagan. In due anni, il testo ha dormito. Il mio agente alzava le spalle. Una major aveva rigettato il testo senza una ragione. Mi sono sentita offesa. In America, nelle università, il mio romanzo d’esordio (Sangue di cane, nda) è diventato oggetto di studio. È uscito un saggio, per la Press University di Toronto. Non dovrei dirlo io. Ma lo dico.

E qui: qui sono appena un manoscritto che non sarà nemmeno letto e al limite rifiutato.

Il mio romanzo d’esordio. Fu considerato un caso letterario. Ma non mi è servito a niente. A quest’ultimo romanzo, Vodka siberiana, tenevo molto. Ne parlo a Marco Travaglio, a lui piace molto l’idea, mi dà questa possibilità, raccontarlo sulle pagine del Fatto; Peter Gomez fa lo stesso sulla piattaforma on line. Cosa avrei fatto senza il loro placet? Nulla. Volete leggermi? Scrivetemi. Io vi ringrazio.

Addio al miglior Gesù della storia (e di Pasolini )

Addio a Enrique Irazoqui, per tutti – ma non per lui – il Cristo del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Aveva 76 anni, è morto in un ospedale di Barcellona.

Il ruolo di Gesù nel classico del 1964 fu quello di una vita, e non fu facile ottenerlo: non da parte sua, ma di Pasolini, che era rimasto colpito dalla bellezza antica, ammonitoria e spigolosa del giovane spagnolo. Nato il 5 luglio 1944 nel capoluogo catalano da una famiglia borghese, professo ateo e indefesso comunista, Enrique non era interessato, la sua missione politica lo portava altrove, nondimeno il cachet era allettante e scese a compromesso. La trattativa economica fu condotta dal produttore Alfredo Bini per il film e dalla madre italiana – natali a Salò – per Enrique, sicché Pier Paolo ebbe il suo Gesù eterodosso, Irazoqui un signor stipendio con cui avrebbe finanziato il movimento clandestino antifranchista e l’appoggio ad hoc del regista. Era stato il sindacato universitario di Barcellona a finanziargli il viaggio in Italia nel febbraio del 1964, con l’obiettivo di avvicinare e convincere i nostri intellettuali, quali Pietro Nenni, Giorgio Bassani, Elsa Morante e appunto PPP, a sostenere l’opposizione a Franco tenendo conferenze negli atenei spagnoli. Ne viene quel film indimenticato e indimenticabile, il bianco e nero che sfronda il devozionismo, i riferimenti pittorici e musicali (Mozart, Bach, Prokofiev, gospel), il décor antropologico incistato tra i sassi di Matera e avvinghiato al nostro Sud, il Cristo gramsciano, Irazoqui che sulla croce dà, letteralmente, i numeri, consapevole che poco importa, tanto verrà doppiato da Enrico Maria Salerno. Il Leone d’Argento – Gran Premio della giuria e il riconoscimento dei cattolici dell’OCIC alla XXV Mostra di Venezia, il successivo plauso di Martin Scorsese, “è il miglior film su Cristo”, e l’imprimatur tardivo dell’Osservatore Romano, “il più bel film su Gesù di tutti i tempi”, eppure, Enrique non se ne fa un vanto, anzi, professa scetticismo, non si rivede, non lo rivede. Distanziamento ideologico, certo, ma anche la volontà di non farsi imbrigliare, di non ridursi a santino, ovvero a immagine e somiglianza di quel Cristo, cui per tutta la vita si sforzerà di negare l’explicit deciso da Pasolini: “Ed ecco, io sono con voi per sempre, fino alla fine del mondo”. Un Cristo che per i parametri della Spagna franchista è anticonformista e rivoluzionario, e al rientro in patria vale al suo interprete qualche noia con l’autorità. Ma il cinema sarà presto una terra straniera per Irazoqui: si sposta dapprima a Parigi, dove si laurea in Economia, poi dopo una carriera da manager subitaneamente abortita si trasferisce negli Stati Uniti, dove ne consegue un’altra in Letteratura spagnola e inizia a insegnare. Fil rouge la passione, e quasi la professione, per gli scacchi: eccelle, batte un vecchio campione quale Marcel Duchamp e infiniti computer, contribuendo ad affinare e sviluppare lo scacchismo informatico. Un film per caso, una vita per i pezzi, tre mogli e tre figli, forse Enrique Irazoqui non è stato, come piace dire agli americani di attori e artisti, larger than life, ma ha saputo costruirsi un fuoricampo pieno e libero: no, nemmeno Pasolini e Cristo gli hanno dato scacco matto.

 

La “straniera nuda” si vende bene: libri falsi per soldi e divertimento

Tra l’approvazione dello Statuto dei lavoratori e i moti di Reggio Calabria qualcuno in Italia denunciò l’editore di Nuda venne la straniera, libro porno-soft con copertina fucsia in cui una donna inginocchiata su una pelliccia di leopardo offriva al lettore la vista delle natiche e delle piante dei piedi. Correva l’anno 1970 e correva parecchio: i Beatles si scioglievano mentre usciva Let it be, Gheddafi saliva al potere, negli Stati Uniti veniva nominata la prima donna generale. Nuda venne la straniera uscì per Sugar, sigla trasgressiva e colta che approfittava dell’incipiente conformismo delle case editrici più grandi pubblicando titoli come Il pasto nudo di William Burroughs. Fondatori due compagni di liceo a Milano: Massimo Pini e Pietro Sugar, futuro produttore discografico e marito di Caterina Caselli.

L’autrice rispondeva al nome di Penelope Ashe. La trama era semplice: Gillian conduceva insieme al marito in radio il Billy & Gilly Show, incarnando l’ideale della coppia perfetta. Tutta apparenza: Billy la tradiva. Quando lei lo seppe si vendicò facendosi mezzo vicinato a Long Island: tredici uomini, tra i quali non poteva mancare un italo-americano, un rabbino, un ginecologo e un pugile minidotato e permaloso: “Poi c’era stata una ragazza nel Bronx che aveva detto che era così piccolo che non riusciva neanche a tenerlo in bocca. E lui le aveva spezzato via due denti in un colpo solo”. Naked Came the Stranger in realtà era opera di un gruppo di giornalisti americani – 19 uomini e 5 donne – tra cui premi Pulitzer e corrispondenti di guerra, coordinati dal collega Mike McGrady, autore di un apprezzato libro sul Vietnam. Il loro intento era dimostrare come fosse semplice fabbricare un best-seller scommettendo sul cattivo gusto. Questa la ricetta del junk food: ogni capitolo doveva contenere un paio di scene spinte ed essere privo di qualsiasi qualità letteraria, ovvero mal scritto. Per ottenere quest’ultimo risultato ci furono diverse revisioni. Ma alla fine la scommessa fu vinta: la “straniera nuda” iniziò a scalare le classifiche americane, da anni dominate da romanzetti pruriginosi stile La valle delle bambole. E del resto era stata questa piega deteriore a motivare McGrady, deceduto nel 2012 proprio mentre imperversava la trilogia delle Cinquanta sfumature (si stava meglio quando si stava peggio).

In Italia il libro, la cui natura beffarda veniva esplicitata nel risvolto di copertina, si beccava una denuncia per oscenità anche se l’archiviazione era scontata. Intanto McGrady dava alle stampe un racconto della vicenda, il cui sottotitolo era significativo: “Come pubblicare libri zozzi per divertimento e profitto”. In tutto “la straniera nuda” avrebbe venduto 400mila copie. Il collettivo si rifiutò di scrivere un seguito, ma naturalmente ricevette proposte in tal senso.

Qualche anno più tardi in Italia andava in scena una beffa letteraria non meno geniale ma naturalmente di stampo politico. Nel 1977 il Nuovo Politecnico pubblicava le Lettere agli eretici di Enrico Berlinguer, con prefazione di Giulio Einaudi e l’annuncio di prossime uscite come il Trattato del non saper scrivere di nulla di Umberto Eco. Un falso. Nell’epistolario il segretario comunista scriveva a Toni Negri: “Carissimo Antonio, mi dicono che da qualche tempo hai ripreso a rimestare nel torbido e ne sono ben lieto”. Vale a dire: le reprimende del Pci contro gli autonomi devono essere considerate un incitamento a smuovere lo stagno della politica. L’ignoto autore del falso fu accusato di essere un “reazionario” da Giulio Bollati su Tuttolibri. Si prese anche una denuncia dalla Einaudi. Si chiamava Pierfranco Ghisleni e come McGrady sarebbe uscito allo scoperto e avrebbe scritto un resoconto della vicenda, Il caso Berlinguer e la casa Einaudi, rivendicando l’intento sovversivo. Tra i favorevoli alla trovata situazionista Roberto Calasso, il cui articolo sul Corriere si concludeva così: “Chapeau”.

La storia dei “falsi editoriali” è antica come quella dei libri, ma l’espressione ha assunto una connotazione tragica con opere come I protocolli dei savi di Sion, pietra miliare della letteratura complottista, creata dalla polizia zarista agli inizi del 900 e ancora diffusa in ambienti antisemiti nonostante un secolo di smentite. Altro valore hanno le beffe anche se alcune sono finite male. Come quella architettata da Romain Gary per rifarsi una verginità pubblicando sotto pseudonimo La vita davanti a sé, il suo libro più bello. La cosa gli sfuggirà di mano facendogli vincere per la seconda volta il Goncourt, dandogli il colpo di grazia e spingendolo al suicidio nel 1980. Bisogna riconoscere a quel periodo dell’editoria un certo vitalismo, talvolta mortale.

Inneggiare a Franco ora è reato

“Pensavamo di aver superato la guerra, invece ci riportano sempre lì”. Tradotto, pensavamo di averla sfangata, di poter continuare a tenere in piedi una Fondazione intitolata alla figura del dittatore più recente d’Europa e invece i soliti socialisti si sono messi di traverso. A promettere battaglia, nei panni della vittima, alla proposta di legge appena uscita dal Consiglio dei ministri spagnolo è Juan Chicharro, presidente della Fondazione Francisco Franco coi suoi 1.500 soci, che “minaccia” di traslocare in un altro Paese non appena il testo del governo di Pedro Sanchez sulla Memoria storica verrà approvato dal Parlamento. La Fondazione infatti potrà essere dichiarata fuori legge, insieme a tutte le sorelle sopravvissute alla dittatura, alla morte del caudillo, alla Transizione, alla Costituzione: alla democrazia, in una parola.

Oltre a queste, anche inneggiare al franchismo diventerà reato, dopo appena 40 anni dalla morte del generalissimo.

Nella bozza del governo, che raccoglie in 66 articoli anche le raccomandazione del Tribunale dei diritti Umani del 2007, anche la creazione di una sorta di Tribunale della Memoria democratica con il quale lo Stato spagnolo vuole garantire per la prima volta il diritto alle indagini sui crimini commessi durante la Guerra civile o il franchismo, cosa che finora si scontrava con la famosa Legge dell’Amnistia. Quest’ultima, firmata nel 1977 per favorire la Transizione dalla dittatura alla democrazia e che prevede l’amnistia per i prigionieri politici e per tutti i reati politici commessi fino al dicembre dell’anno precedente, è stata più volte segnalata da Human Right Watch così come da Amnesty International nonché dall’Onu come un ostacolo alla giustizia reclamata dalle vittime e dai familiari delle vittime del regime. Ora l’obiettivo del governo Sanchez è superarla affinché i reati della dittatura possano essere oggetto di indagine anche in Spagna, e non solo in Argentina, come avvenuto finora. Inoltre, lo Stato è pronto a farsi carico per la prima volta della creazione dell’Anagrafe delle vittime della Guerra civile e del franchismo, questione che riapre anche il capitolo sulle sparizioni forzate del periodo della dittatura, mai riconosciute né indagate mai ufficialmente. Una legge divisiva quella che inizia il suo iter parlamentare in un momento critico già per il Paese, senz’altro più dell’amnistia o del foglio bianco su cui la Spagna ha preteso di scrivere la democrazia ritrovata alla morte di Franco. Ma l’obiettivo potrebbe valere la pena: “chiudere i conti con il passato e dare vita a una narrazione comune, basata sulla difesa della pace e del pluralismo e la condanna di qualsiasi forma di totalitarismo politico che metta a rischio la libertà e la dignità umana”.

Giustizia, il ministro al sole con l’avvocato di Sarkozy

Il neoministro della Giustizia di Macron, Éric Dupond-Moretti, avvocato di fama, ha trascorso alcuni giorni di vacanza con Thierry Herzog, un suo vecchio amico, oltre che legale di Nicolas Sarkozy. Il problema è che, come l’ex presidente francese, anche il suo avvocato, Herzog, sarà giudicato per presunta corruzione in un processo che si aprirà in autunno a Parigi, e che fa capo alla Procura nazionale finanziaria, posta sotto l’autorità del Guardasigilli: Dupond-Moretti.

A rivelare il conflitto d’interessi è il giornale online Mediapart. Tutto è iniziato i primi di agosto, quando il settimanale Paris-Match ha pubblicato un lungo servizio fotografico sulle vacanze in Costa Azzurra del neo ministro. In una foto Dupond-Moretti compare in occhiali scuri, camicia fuori dai pantaloni e senza mascherina mentre passeggia mano nella mano con la compagna, la cantante canadese Isabelle Boulay, al porto di Saint-Jean-Cap-Ferrat. Ma il passaggio che ha interessato Mediapart è un altro: la lunga dichiarazione che Thierry Herzog ha rilasciato a Paris-Match, in cui racconta la sua amicizia di lunga data con Dupond-Moretti, incontrato alcuni giorni mentre era a Nizza.

Ne parla come il suo “amico di sempre”. “Éric non è proprio cambiato – osserva Herzog – è una persona formidabile. Continua a dire sempre quello che pensa, come faceva a fine udienza. Continua a amare il cibo buono, preparare il barbecue a casa sua e cucinare la pasta”. Nel pieno dell’estate e dell’epidemia di Covid, che ha assorbito l’informazione, l’articolo di Paris-Match non ha sollevato reazioni. Ma non è sfuggito a Mediapart: “La messa in scena della vicinanza tra Herzog e il ministro non potrebbe creare turbamenti all’interno della Procura, che dovrà pronunciarsi contro ‘l’amico di sempre’? Senza mettere in causa la presunzione di innocenza alla quale Herzog ha diritto – scrive ancora il giornale – è da considerare normale che il ministro trascorra le sue vacanze con il futuro imputato di un processo?” “Ho diritto alla mia vita privata e alla mia libertà di espressione – ha risposto Dupond-Moretti qualche giorno dopo essere stato contattato da Mediapart –. Preferisco i veri processi, dove gli imputati sono presunti innocenti, ai processi alle intenzioni. Thierry Herzog è mio amico e lo resterà”. Il processo in cui Herzog comparirà al fianco di Sarkozy, primo processo per corruzione per un ex presidente francese, riguarda il caso detto “Paul Bismuth” che risale al 2014: Sarkozy è sospettato di aver tentato di corrompere un alto magistrato per ottenere informazioni sullo scandalo dei presunti finanziamenti illegali della sua campagna elettorale del 2007. Da intercettazioni telefoniche, gli inquirenti scoprirono che l’ex capo dello Stato e il suo legale si chiamavano su cellulari acquisiti sotto falsa identità. Sarkozy si faceva chiamare Paul Bismuth. Dupond-Moretti ha poi un altro conflitto d’interesse con la Procura finanziaria, fa notare ancora Mediapart.

A fine giugno il settimanale Le Point aveva rivelato che, nell’ambito delle intercettazioni sul caso “Bismuth”, la Procura aveva consultato i resoconti delle fatture telefoniche di numerosi avvocati parigini, tra cui anche Dupond-Moretti: si sospettava la presenza tra loro di una “talpa” che forniva illegalmente informazioni a Sarkozy. La vicenda aveva sollevato uno scandalo, tanto che l’ex ministra della Giustizia, Nicole Belloubet, aveva chiesto all’Ispezione generale della giustizia di aprire un’inchiesta. Dupond-Moretti aveva sporto denuncia contro la Procura, definendo “pazzi” i magistrati. Poi, una volta al governo, aveva ritirato la denuncia. Ieri l’Ispezione ha pubblicato il suo rapporto, concludendo che i metodi della Procura erano stati del tutto legittimi. Un rapporto rimesso nelle mani del ministro, che nella procedura figurava come avvocato.