“Patria” contiene un plagio: accuse al best-seller di Aramburu

Patria, il best-seller di Fernando Aramburu potrebbe contenere un plagio. A lanciare la bomba, per la verità non ancora esplosa in patria, è il quotidiano spagnolo online eldiario.es. La casa editrice Tusquetz smentisce, l’autore non risponde e Guanda, che ha portato il libro in Italia ritiene la notizia inverosimile. Eppure il testo – si tratterebbe de Lo difícil es perdonarse a uno mismo, biografia del terrorista dell’Eta, Iñaki Rekarte, raccolta dal giornalista Mikel Urretabizkaia – di passaggi molto simili ad alcune pagine di Aramburu ne contiene, stando alla ricostruzione del diario.

Secondo il racconto dello stesso Urretabizkaia, editorialista del quotidiano online, nonché professore universitario e documentarista, lui stesso avrebbe scoperto le somiglianze tra il suo libro, pubblicato nel 2015 per una casa editoriale del Grupo Planeta, di cui fa parte anche quella di Aramburu, Tusquets, e Patria dopo un’attenta lettura, la seconda, durante il lockdown. “C’erano cose che mi dicevano qualcosa e, ovvio, attirarono la mia attenzione già alla prima lettura di Patria”, confessa Urretabizkaia al giornalista del diario. “Il terrorista di Eta, Joxe Mari mi risultava molto conosciuto e quando poi ho riletto con più tranquillità e con più distacco, mi sembrò ovvio. Perché la percentuale di terroristi dell’Eta che si sono pentiti è minima e quelli che entrano in carcere privi di una ideologia chiara e lì se ne formano una, anche”. Dunque, secondo il professore basco, nel libro Premio della critica, Premio Euskadi di letteratura, Premio Strega europeo, più di un milione di lettori, 34 edizioni e una serie Hbo che ha già incuriosito per le polemiche sulle immagini crude della locandina, contiene un personaggio, Joxe Mari, che altri non sarebbe che Iñaki Rekarte, il terrorista che si pente in Lo difícil es perdonarse a uno mismo.

Entrano entrambi in Eta per un gesto ribelle, senza aderire alle ideologie del gruppo terroristico basco; entrambi subiscono torture in carcere e le descrizioni sono molto simili; entrambi vengono spostati a Madrid e si scontrano con il generale della Guardia Civile; nella vita di entrambi compare un episodio, la sparatoria di Morlans, raccontato in modo molto simile; entrambi partecipano a uno sciopero della fame: di 38 giorni Iñaki e di 41 Joxe. Uno perde 20 chili, l’altro 19. Le similitudini non si fermano qui, secondo quanto esaminato dal quotidiano spagnolo. Quella di Rekarte, d’altronde, è una biografia, che Aramburu in un’intervista a El Mundo dice di aver letto. Plagio o adattamento di una storia reale al romanzo?

Fede, economia e carità. Il sì di Merkel ai migranti

Bambini ritratti mentre dormono sotto il filo spinato con coperte di fortuna, altri che fissano l’obiettivo con sguardo di rimprovero.

Sono queste le immagini che dominano l’informazione e la stampa tedesca dal 9 settembre, giorno dell’incendio nel centro di accoglienza per migranti di Moria sull’isola greca di Lesbo.

Martedì scorso è arrivato, attesissimo, l’annuncio del governo Merkel: saranno accolti in Germania 1.553 migranti riconosciuti come titolari di protezione internazionale dai campi di accoglienza nelle isole greche.

Si tratta di 408 famiglie con bambini già sottoposte alla procedura di asilo, a cui si sommano i 153 minori non accompagnati, annunciati la settimana scorsa nell’ambito dell’accoglienza di 400 minori in 10 paesi europei e gli ulteriori 53 minori non accompagnati di Moria annunciati dal ministro dell’Interno Horst Seehofer. A distanza di 5 anni, stavolta dietro all’accordo si schierano quasi tutti: conservatori, socialdemocratici e i verdi all’opposizione. Un effetto emotivo lampo o la crescita di un movimento di opinione? Di certo l’incendio e la diffusione del Covid-19 nel campo di Lesbo hanno potenziato il senso di vergogna per una situazione estrema alla periferia d’Europa. Negli ultimi giorni le offerte di disponibilità si sono moltiplicate: 10 sindaci di importanti comuni tedeschi hanno firmato una lettera aperta per chiedere al governo di accogliere i disperati di Moria. Il candidato alla presidenza della Cdu, Norbert Roettgen, si è fatto promotore di un’altra lettera al ministro degli Interni, firmata da 16 deputati dell’Unione Cdu-Csu per accoglierne 5.000 e prima di lui oltre 60 comuni avevano offerto aiuto. Perfino l’amministratore delegato di Siemens, Joe Kaesar, ha twittato per dire che la reazione a Moria è una questione di umanità.

Potrebbe sembrarlo, ma non è un’isteria collettiva del momento. Il campo di Moria a Lesbo non è mai scomparso dai radar dell’opinione pubblica tedesca da quando, a settembre 2019, persero la vita una madre e un bambino durante l’incendio di un container. Da allora, passeggiando per le vie di Kreuzberg a Berlino, è normale vedere striscioni alle finestre con le scritta “evacuare Moria subito”.

Non è un mistero che la questione sia sensibile per l’associazione delle chiese evangeliche così come per le associazioni non governative impegnate nell’assistenza ai migranti, come Pro-asyl, o quelle attive nei salvataggi in mare, come la nuova rete che mette insieme Ong e chiese, “Salvare insieme”. Ma nei mesi si è creato un movimento di opinione.

L’associazione delle città e delle comunità tedesche, il Dbb, si è fatto avanti. Sono migliaia i posti liberi nei centri di accoglienza: “In tante città ci sono posti liberi perché i migranti del 2015 nel frattempo abitano in appartamenti regolari o non sono più in Germania”, ha detto a Rbb il presidente Ulrich Silberbach. Anche dal mondo dell’economia sono emerse voci a favore: prendere rifugiati “ha senso sia da un punto di vista umanitario che dal punto di vista dell’interesse economico”, dice il responsabile dell’azienda di surgelati Frosta, ricordando l’ottima esperienza con i rifugiati “che senza eccezioni si sono tutti bene integrati e sono molto motivati”, riporta Handelsblatt.

Già a giugno il ministro degli Interni tedesco aveva annunciato di accogliere dalle isole greche 243 bambini malati insieme alle famiglie, per un totale di circa 1.000 persone. Solo dalla Grecia quest’anno ne arriveranno 2.750 e altri è si è disposti ad accoglierne, purché in una cornice europea di redistribuzione, fa sapere il portavoce del governo. Ma su questo punto anche Angela Merkel potrebbe gettare la spugna: “La Ue non ha proprio una politica migratoria” ha ammesso, ormai liberata dalla ghigliottina elettorale e unchained come Django. La situazione a Moria “era nota a tutti e da tempo” e con questa misura “non dobbiamo risvegliare l’illusione che il problema sia risolto” avrebbe detto alla riunione del gruppo parlamentare. Troppe le differenze tra i duri dei Paesi di Visegrad, capitanati dal premier austriaco Sebastian Kurz, e gli altri. Il duello Merkel-Kurz sui migranti sembra la vera replica della crisi del 2015. Perchè la linea dell’accoglienza, quella del tanto sbeffeggiato “ce la possiamo fare”, Merkel non l’ha mai rinnegata. E se non ha fatto tanti proseliti in Europa, almeno a casa, i tedeschi sembrano seguirla.

Sua Castità difesa dagl’intrepidi zuavi di Papa Saviano

“Questa mattina le truppe italiane poste sotto il comando del generale Cadorna aprirono alle ore 5,30 il fuoco contro le mura di Roma fra porta Pia e porta Salaria. Alle 10 antimeridiane le nostre truppe, dopo viva ma breve resistenza, entrarono nella città”. Gazzetta ufficiale del Regno, 20 settembre 1870. È la breccia di Porta Pia, l’ultimo miglio del Risorgimento e dell’unità nazionale: l’Italia è fatta, il Papa si arrende alla fine dello Stato pontificio.

Esattamente 150 anni più tardi, c’è un’altra breccia che si prepara nel cammino dello Stato italiano. Le dimensioni, ce ne rendiamo conto, sono infinitamente più modeste. Si tratta stavolta di aprire un varco a Montecitorio e Palazzo Madama, i fortilizi della “Casta” (sia letto con massima ironia). Ovvero di tagliare il numero degli eletti nelle due Camere di 345 unità. Altre e più cruente battaglie si sono combattute sull’integrità del Parlamento, eppure attorno a quest’ultima si combatte una vera guerra di religione (per lo più, va detto, sui giornali).

I toni sono mistici, epocali: la sopravvivenza della democrazia italiana è legata a un “No”, come il destino dello Stato pontificio all’improbabile tenuta dell’esercito papale. L’ultimo numero della Civiltà cattolica racconta con ampia dovizia documentale le ultime disperate resistenze di Pio IX a pochi giorni dalla resa. Il pontefice, “fermo nello adempimento dei suoi sacri doveri e confidando pienamente nella divina Provvidenza, respinse recisamente ogni proposta” di accordo, convinto com’era che oltre alla volontà divina fosse sostenuto da “20 milioni” di italiani sui 24 di allora.

Giochiamo un po’. Oggi il ruolo solenne di Pio IX può calzare all’aura un po’ sacrale e un po’ tragica di Roberto Saviano, il più arcigno intellettuale che si è speso contro il taglio dei parlamentari. Lo immaginiamo, in senso figurato, in abito bianco, mentre dispensa pepite di verità rivelata contro gli “opportunisti” del Sì al referendum.

In questa strana battaglia l’esercito degli zuavi pontifici ha una composizione bizzarra, c’è dentro un po’ di tutto. Il vecchio Carlo De Benedetti, simbolo dell’establishment e del giornalismo italiano, che si è consegnato tutto intero alla difesa dello status quo, potrebbe prendere la divisa e le medaglie del generale Hermann Kanzler, Capo di Stato Maggiore delle truppe papali. Sotto di lui, i direttori di Stampubblica Maurizio Molinari e Massimo Giannini. Decisamente più in basso, un milite ignoto come la sardina Mattia Santori. E poi soldati eccentrici come Vittorio Sgarbi e zuavi usurati da mille battaglie in difesa della reputazione o della personale sopravvivenza politica: Paolo Cirino Pomicino, Pier Ferdinando Casini, Ciriaco De Mita, Clemente Mastella. C’è Carlo Calenda con Matteo Orfini, Emma Bonino con Giancarlo Giorgetti. C’è il vate Sabino Cassese. Non poteva mancare tra i “pontifici” una figura Celeste: Roberto Formigoni. E come uno spirito al di sopra di questa truppa scombiccherata, il fantasma dell’uomo che in fondo ha generato l’antipolitica, Bettino Craxi.

Non meno improbabile a ben vedere è l’esercito del Sì. La breccia del 1871 fu fatta da un gruppone misto di garibaldini, mazziniani, democratici, liberali. Destra e sinistra. Fedeli al re e tifosi della Repubblica.

Oggi, similmente, “un’accozzaglia” (citazione renziana d’antan) con Di Maio, Salvini, Zingaretti e altre schegge sparse. Se c’è un generale Cadorna è Beppe Grillo: la breccia della Casta se l’è inventata lui.

Abbiamo l’impressione che il nuovo 20 settembre – proprio come quello di 150 anni fa – sarà una battaglia all’acqua di rose: Pio IX era pronto alla resa “appena aperta la breccia”, oggi tra i sostenitori dell’integrità del Parlamento c’è un’atmosfera grama. Come ha ricordato Paolo Mieli sul Corriere, al successivo plebiscito sull’annessione di Roma allo Stato Italiano, il No prese lo 0,1%.

Il contratto collettivo dei rider è una farsa. Sindacati nero e giallo alleati dei padroni

Paghe a cottimo, zero tutele per ferie o maternità e “licenziamento” libero con 30 giorni di preavviso. Ecco il primo contratto collettivo per i rider del cibo a domicilio, firmato martedì sera dall’Assodelivery – associazione che riunisce Glovo, Deliveroo, Just Eat e Uber Eats – con un solo sindacato: l’Ugl. La sigla a giugno si era appositamente alleata con l’Anar, un gruppo di fattorini con posizioni molto vicine alle aziende. L’intesa è arrivata dopo trattative tenute fino all’altro ieri segretissime, portate avanti mentre le stesse imprese fingevano di partecipare a un tavolo, voluto dalla ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, con Cgil, Cisl, Uil e Rider X i diritti.

Matrimonio di convenienza, dunque, celebrato infatti di nascosto. Così le multinazionali del food delivery aggirano in un colpo leggi e sentenze grazie alla condiscendenza di un sindacato disposto ad accettare le condizioni super-precarie imposte dai big di settore: rider non assunti come dipendenti ma inquadrati come “partite Iva”, retribuiti a consegna e senza salari orari, sprovvisti di protezioni per malattia. Contro questa impostazione sono nate, quattro anni fa, Rider Union Bologna e Deliverance Milano, e poi si sono accodati i sindacati tradizionali. A novembre 2019, il governo Conte bis ha stabilito per legge il diritto a un contratto collettivo per i fattorini, da sottoscrivere entro novembre 2020. A gennaio 2020, la Cassazione ha confermato che ai rider spettano le tutele da dipendenti, come lo stipendio orario della logistica. Le piattaforme sono corse ai ripari. A giugno l’Anar, che – pur essendo nata a settembre 2019 dopo alcune riunioni nelle sedi di Glovo – tiene a dire di “non essere un sindacato di comodo”, ha stretto un’alleanza con l’Ugl, un sindacato strutturato per portare avanti la sua battaglia per l’autonomia dei rider e i pagamenti a consegna. Per evitare il contratto farsa, Nunzia Catalfo ha convocato a fine luglio un tavolo ministeriale, senza l’Ugl. Ma, come detto, la partecipazione dell’Assodelivery a quella riunione è stata un’astuta recita: mentre aspettava la nuova convocazione, attesa per fine settembre, ha incontrato l’Ugl e firmato il contratto così come volevano le aziende. Il testo scolpisce nella pietra la regola dei compensi in base alle consegne, aggiungendo che un’ora di lavoro effettivo non può essere retribuita con meno di 10 euro lordi. Attenzione: un’ora effettiva significa 60 minuti passati a consegnare, non un’ora di semplice disponibilità. Rider X i Diritti ha subito definito l’accordo “pirata”. “Cgil, Cisl e Uil – scrivono – intendono intraprendere tutte le azioni possibili per contrastare l’applicazione di questo contratto”. La guerra contro questo delitto perfetto è iniziata.

Fiamme devastano il porto, l’ipotesi del corto circuito

Il sindaco di Ancona allunga la chiusura delle scuole (compresi nidi e centri diurni per disabili) anche per oggi e rassicura dopo la dispersione nell’atmosfera del fumo nero prodotto dal mega-incendio esploso l’altra notte nella zona industriale del porto: “Non siamo a Chernobyl e non sono ricadute le ceneri come a Pompei – ha riferito Valeria Macinelli –. In via del tutto precauzionale chiudiamo scuole e affini e consigliamo di non fare sport e mangiare insalata”. I risultati dei campionamenti dell’aria effettuati dai tecnici dell’Arpa Marche e del Comune hanno escluso, per ora, la presenza di sostanze cancerogene, tra cui l’amianto.

Resta qualche dubbio sull’acido cianidrico prodotto dalla combustione di poliuretano (gommapiuma), coi risultati di laboratorio resi noti soltanto tra oggi e domani, oltre all’impatto delle polveri sottili, con valori fino a venti volte oltre il limite. Ieri le auto del Comune hanno girato il territorio per chiedere ai cittadini di restare in casa con le finestre chiuse. Per un attimo sembrava di essere tornati ai messaggi dei mesi di lockdown tra marzo e aprile a causa della pandemia. Fino a ieri sera i vigili del fuoco non erano riusciti a domare le fiamme divampate all’interno di un megacapannone adibito alla logistica e allo stoccaggio di merci a causa del pericolo crolli della struttura. L’area ex Tubimar (tubificio Maraldi nato nel 1960) è di quasi 60mila metri quadrati e per quasi due terzi è andata distrutta. Le indagini, affidate alla Squadra mobile di Ancona in collaborazione con la struttura investigativa dei vigili del fuoco, non avrebbero ancora escluso alcuna pista, compreso l’atto doloso. Tuttavia, sembra molto più probabile un corto circuito all’impianto fotovoltaico che ricopre circa la metà del grande capannone. Poche ore prima, stando a quanto appreso da fonti investigative, la ditta che ha montato l’impianto per rendere autosufficienti le attività avrebbe effettuato la manutenzione.

Contro la nomina di Cantone ricorre anche il pm Paci

Fioccano ricorsi al Csm non solo contro la nomina del procuratore di Roma, Michele Prestipino, ma anche per quella del procuratore di Perugia, Raffaele Cantone. Al Tar del Lazio è stato depositato il secondo ricorso per Perugia, la procura che ha accusato l’ex pm di Roma Luca Palamara di corruzione. È l’ufficio che ha la competenza sui magistrati della Capitale. Ha presentato ricorso Gaetano Paci, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, ex magistrato antimafia di Palermo, neppure preso in considerazione dalla competente Quinta commissione del Csm. Prima di Paci, aveva fatto ricorso il procuratore aggiunto di Salerno Luca Masini, che ha perso in plenum contro Cantone, a giugno. Quella di Paci, si legge nel ricorso che Il Fatto ha potuto leggere, è una esclusione “illogica” e “contraddittoria”, in “violazione” della normativa. La stessa commissione, infatti, elogia il profilo professionale di Paci, dice che è “prevalente” rispetto a Cantone per esperienze organizzative esercitate in ambito giudiziario (connesse alle funzioni semi-direttive a Reggio Calabria e lì stesso pure direttive, come ex reggente della procura). Inoltre, anche per la Quinta, Paci è prevalente per le funzioni giudiziarie di coordinamento: per essere stato a capo della Dda di Palermo e poi di Reggio Calabria mentre Cantone non ha mai esercitato questa funzione nei suoi 15 anni da pubblico ministero, cioé fino al 2005, quando è andato al Massimario della Cassazione. Ma per il Csm, Cantone, votato a maggioranza, è davanti a Paci, da 28 anni ininterrotti pubblico ministero, con ruoli di coordinamento pure internazionali. Perché? E qui il ricorso esce dal tecnicismo e va alla sostanza: “Le ragioni addotte dalla Commissione” per preferire Cantone “si fondano sul servizio prestato dal vincitore quale presidente di un organo di nomina politica, l’Autorità Nazionale Anti Corruzione”. Cantone fu nominato presidente dell’Anac dal governo Renzi.

Piemonte contro le linee guida di Speranza: al fratello d’Italia Marrone non va la Ru486

Anni di lotte per tutelare i diritti delle donne e anni di ricerche mirate a preservare la loro salute rischiano di essere cancellati in Piemonte, dove l’assessore agli Affari legali della Giunta Cirio, Maurizio Marrone (Fratelli d’Italia), cerca di vietare la pillola abortiva nei consultori. La delibera che Marrone vorrebbe attuare – in contrasto con le recenti linee guida del ministro della Salute – non solo abolirebbe la somministrazione della Ru486 in regime di day hospital, costringendo le donne a ricoveri ospedalieri forzati, ma incentiverebbe il sostegno ad associazioni pro vita spesso gestite da integralisti cattolici senza scrupoli, noti per intimorire e imbarazzare, appostati fuori dai consultori, donne in procinto di abortire. Interpellato telefonicamente dal ministro agli Affari regionali Francesco Boccia, ieri il governatore del Piemonte, Alberto Cirio, avrebbe detto che l’idea di Marrone sarebbe soltanto in fase di valutazione. Critiche sono arrivate anche dalla sindaca, Chiara Appendino, che tuona: “Sull’aborto il diritto di scelta non si tocca”.

Mail Box

 

“Il governo pensi anche a noi operai siciliani”

Siamo giunti al 72esimo giorno di protesta davanti al Comune di Priolo Gargallo (Siracusa). Ci stiamo umiliando di fronte all’Italia intera per difendere un sacrosanto diritto revocato da una sentenza ingiusta. Continuiamo a chiedere, ancora una volta, così come hanno fatto già il presidente dell’Osservatorio nazionale amianto Ezio Bonanni, l’intervento del ministro del Lavoro e della previdenza sociale, Nunzia Catalfo, affinché si possa risolvere questa incresciosa e vergognosa vicenda dei lavoratori di Priolo Gargallo. Ministro intervenga! Venga a trovarci così potrà rendersi conto personalmente della grave situazione in cui versano i lavoratori. Andremo insieme a visitare il nostro luogo di lavoro, oramai dismesso e abbandonato, dove per oltre 25 anni abbiamo creato ricchezza respirando ferro e amianto e riempiendo i nostri polmoni di fibre pronte a colpire quando meno te lo aspetti, come già accaduto ai nostri colleghi e amici deceduti. Ministro le chiediamo solamente di non essere trattati come carne da macello. La aspettiamo.

Calogero Vicario
Coordinatore Ona Sicilia ed ex-operaio delle Industrie meccaniche siciliane

 

Voterò Sì per dire basta a una disgustosa politica

Non ho rinvenuto alcuna previsione di “esperti” circa l’esito del referendum che faccia cenno a una circostanza di valenza, a mio avviso, decisiva. Mi riferisco alla possibilità che alle urne si riversi una gran massa di elettori che, disertori abituali disgustati da una classe di politici che in maggioranza fanno di tutto per manifestare la propria inadeguatezza, colgano la esaltante occasione di contribuire alla riduzione del loro numero con un eccitante Sì. Potrebbe manifestarmi il Suo pensiero sulla probabilità di un tale evento?

Avv. Antonio Paglia

 

Caro avvocato, chi va a votare decide di scegliere. Chi non ci va è libero di farlo, ma poi non può lamentarsi se in Italia non cambia nulla.

M. Trav.

 

È giusto il legame tra eletti e territorio

Caro Travaglio, lei è un ottimo giornalista, ma continua a contestare i lettori che propendono per il No al referendum, motivandolo con la minore rappresentatività dei territori, il fatto che si viene eletti senza vincolo di mandato e gli eletti rappresentano tutto il Paese. Ma per onestà intellettuale lei dovrebbe riconoscere che è una pura utopia e una meschina bugia. Cosa può interessare a un eletto a Enna di cosa accade a Gorizia e di difenderne gli interessi? Ma neppure un eletto a Padova sarebbe interessato a ciò, dato che i goriziani non votano certo per lui. Non nascondiamoci dietro un dito di una norma che fu scritta per altri motivi, cioè per evitare che l’eletto fosse ricattato dal suo partito in caso di scelte eticamente contrastate. D’altra parte la Costituzione del ’48 fu scritta da uomini e gli uomini possono anche sbagliare.

Enrico Costantini

 

Caro Costantini, l’articolo 67 della Costituzione dice così: non posso farci niente del resto. Nel 2018 i bolzanini hanno votato la Boschi che è di Arezzo e 20 anni fa Mattarella che è di Palermo. I parlamentari non devono fare marchette per il loro orticello: devono fare leggi utili e valide per tutti gli italiani.

M. Trav.

 

“Legge e ordine”: le parole delle destre

“Legge e ordine” è stato sempre il motto delle destre. Eppure la destra normale sembra indifferente al decreto legge 16 marzo 2020 n.33, attualmente in vigore. Trattasi di una norma di buon senso che recepisce il parere degli esperti in materia, virologi ed epidemiologici, e prevede l’uso della mascherina nei luoghi pubblici al chiuso e il divieto di assembramenti. Osservare tale regola non comporta grandi sacrifici, né significa rinunciare a libertà costituzionalmente garantite, così come l’obbligo di arrestare l’auto al segnale di stop non è una misura che compromette il diritto di circolare liberamente. Invece, Salvini non sente ragioni: “La mascherina non ce l’ho e non la metto”, “mia figlia a scuola senza mascherina”. Morale: i felpatini di casa nosrtra hanno rinnegato il motto delle destre “, oppure la legge alla quale si ispirano è quella della giungla. Tertium non datur.

Maurizio Burattini

 

Estradare Assange è un grave errore

La libertà di stampa è sempre sotto attacco, basta guardare la media di 88 giornalisti assassinati annualmente in tutto il mondo, oltre a tutti quelli incarcerati. Ho paura che l’estradizione di Assange in Usa sia solo una questione di tempo. Secondo me, non esiste una vera democrazia in qualsiasi nazione se i politici/militari possono nascondere eventuali atti incostituzionali o criminali dietro il segreto di Stato e se il popolo non può sapere la verità ed i giudici non possono giudicare.

C. T.

 

IL FATTO QUOTIDIANO

Martedì a pagina 14, nell’occhiello del pezzo su “Il virus dei ‘miscredenti’. 5.000 infetti in un giorno”, abbiamo scritto che Israele si prepara a festeggiare il Natale, ma ci riferivamo alle celebrazioni per il Capodanno ebraico. Ci scusiamo con i lettori per la gaffe.

FQ

Contagi. I dati sono disomogenei: l’Italia non è paragonabile all’Iran

 

Caro “Fatto Quotidiano”, ogni giorno leggo i numeri e le statistiche legate al Covid, e ogni giorno ho lo stesso dubbio: perché nel mondo siamo ventesimi come numero di contagi e sesti in quanto a morti? In teoria l’Iran ha una sanità migliore della nostra. Grazie

Silvano Berti

 

Caro Berti, i dati diffusi dai singoli Stati non sono sempre omogenei. In Italia c’è voluto un po’ perfino per uniformare quelli delle Regioni. Ci sono problemi di trasparenza e affidabilità delle istituzioni di numerosi Paesi, oltre che di capacità dei sistemi sanitari di intercettare il virus sui vivi e sui morti. Il paragone tra Iran e Italia, per esempio, non lo possiamo fare: la Repubblica islamica dichiara 407 mila contagi e 23 mila 400 morti; noi 291 mila positivi e 35 mila 600 decessi. Ma nemmeno con il Pakistan, che con 303 mila infetti e appena 4.600 vittime avrebbe fatto meglio della Germania (265.014 e 9.300 per un tasso di letalità apparente del 3,53% contro il 2,11% di Islamabad: tutti dati presi ieri dal sito della Johns Hopkins University). Tuttavia in Italia il virus ha colpito molte più persone di quelle certificate dai tamponi. Secondo l’indagine di sieroprevalenza condotta dall’Istat tra maggio e luglio, gli italiani entrati in contatto con il virus erano quasi un milione e mezzo (1.482.000), il che riporta attorno al 2% il tasso di letalità tuttora sopra i 12%, superiore ai valori indicati dagli studi scientifici accreditati. Però anche i morti, nel nostro Paese, potrebbero essere di più, almeno secondo l’eccesso di mortalità registrato dall’Istat tra marzo e aprile. Morti di Coronavirus? Per il Coronavirus? Con il Coronavirus? Lo sappiamo per una parte dei casi, il resto lo diranno nei prossimi anni le statistiche, come accade tutti gli anni anche per l’influenza (che da noi fa in media 8 mila vittime l’anno) o le polmoniti (media 12 mila) che quest’anno però, secondo gli esperti, dovrebbero aver fatto meno danni. Insomma, i dati in Internet dobbiamo continuare a guardarli, sapendo però che l’Italia non è l’Iran e nemmeno gli Stati Uniti. In Europa sembra di poter dire che solo la Germania, intercettando i positivi fin da gennaio, ha fatto meglio di noi. Anche questa però è una valutazione provvisoria.

Alessandro Mantovani

Contro i dirottatori del referendum

 

Caro Salvatore, il tuo articolo sul Fatto del 2 settembre mi aveva convinto a votare ‘Sì’ al referendum, ma mi ha anche spinto a leggere tanti altri interventi, per il ‘Sì’ e per il ‘No’. E dopo aver letto tante voci discordanti sono di nuovo perplessa e confusa: ci sono tanti argomenti per tutte le due posizioni, e la discussione è tortuosa e difficile da seguire con tanti risvolti. Non sarà meglio tenersene alla larga, e non andare a votare?

Marianna

 

Cara Marianna, ti do ragione due volte, ma non tre. Hai ragione quando dici che sul referendum ci sono argomenti tanto per il SÌ quanto per il NO; e hai ragione quando dici che la discussione in merito è spesso tortuosa e confusa.

Ma hai torto se credi che con queste premesse è impossibile scegliere, ed è meglio astenersi. Non votare in un referendum senza quorum come questo vuol dire ‘votare’ per chi vincerà, chiunque sia e quali che siano i suoi argomenti. Vuol dire arrendersi, dichiarare forfait per timore di non capire. Prima di prendere questa strada, prova a ragionare a fondo sui perché del SÌ e del NO. Io provo intanto a proporti qualche criterio per orientarsi nella selva delle argomentazioni, quelle buone e quelle speciose.

Primo criterio. La Costituzione è per sempre. Perciò nei referendum costituzionali valgono solo gli argomenti sul merito della riforma proposta su un punto molto specifico, e nessun altro. Per esempio, la riforma Renzi-Boschi meritava di essere liquidata da un sonoro NO non perché a volerlo fare era quel governo, ma perché pretendeva di cambiare in un colpo 47 articoli della Carta. Nel referendum del 20 settembre la domanda da farsi è una sola: ridurre il numero dei parlamentari è positivo per il funzionamento della nostra democrazia? O è negativo? O indifferente?

Secondo. Meglio non arrendersi alla tribù dei Benaltristi: quelli che davanti a qualsiasi problema, perfino un referendum costituzionale, proclamano: “i vorrebbe ben altro”. Chi dice che questa riforma non ridurrà le ingiustizie sociali, non cancellerà la disoccupazione né migliorerà sanità e ricerca, scuola e tutela del paesaggio dice il vero, ma usa un argomento che col referendum non c’entra nulla. Controprova: e se vince il NO, quale di questi problemi si risolve d’incanto?.

Terzo. Bisogna insospettirsi davanti a ogni tentativo di dirottamento. Per esempio, se ti dicono: ma se voti SÌ sarai in cattiva compagnia, perché così votano X, Y, Z, ricordati che pochi anni fa la riforma Renzi-Boschi fu bocciata non per la travolgente, isolata forza di una sinistra rivoluzionaria, ma perché votarono NO anche la Lega e Forza Italia. Era una pessima compagnia, ma in un referendum costituzionale deve contare, per te come per ciascun elettore, il merito della decisione da prendersi, e non chi, per ragioni tattiche non sempre impeccabili, ha finito per votare come te.

Quarto. A chi ti dice che più sono i parlamentari e più sono rappresentati i territori, le minoranze o i micropartiti, prova a obiettare: e perché allora non proponete di accrescere il numero dei parlamentari, per rendere il Parlamento ancor più rappresentativo? E come mai non avete protestato quando la Camera approvò questa riforma con oltre il 90% di maggioranza? Perché mai avete aspettato il referendum per esprimere il vostro dissenso? E quale sarebbe secondo voi il numero ideale perché la rappresentanza funzioni al meglio? Il numero odierno di senatori e deputati, a cui si è giunti combinando quanto disposto dalla Costituente con leggi successive, è la pura e insindacabile perfezione? E perché?

Quinto. Se ti dicono “la Costituzione non si tocca !”, rispondi: è proprio vero, e dunque non si tocca nemmeno l’articolo 138, dove si prescrive che la Costituzione può essere modificata, e si spiega come e con quale procedura. Settantacinque anni di Repubblica hanno mostrato che le riforme puntuali, di uno o due o tre articoli, “passano”, anche quando non sono un granché (come quella dell’art. 81 sul pareggio di bilancio), mentre i tentativi di stravolgere la Carta modificandone in un sol colpo 40 o 50 articoli vengono respinti dai cittadini. Lo hanno imparato a proprie spese Berlusconi e Renzi.

Sesto. Chiediti sempre da che pulpito viene la predica. Non è necessario ricordare tutto di tutti, ma molto si può controllare. C’è chi oggi vota NO perché la riduzione dei parlamentari è populista, antiparlamentarista etc.: verifica in Rete, e se trovi che la stessa persona ha sostenuto il contrario due, tre, cinque anni fa saprai in un fiat che non ha ragionato sul merito, ma sulla convenienza del momento.

Settimo. È vero, questa riduzione del numero di parlamentari richiede altre riforme complementari (regolamenti delle Camere, legge elettorale, riduzione della rappresentanza regionale nel corpo elettorale del Capo dello Stato): tutte in ritardo, nessuna approvabile prima del referendum. Segno che anche i fautori del SÌ hanno perso più d’un treno, e hanno badato al merito e alla sostanza meno di quel che avrebbero dovuto. Ma basta per votare NO? Non sarebbe meglio, una volta passata la riforma, stargli col fiato sul collo perché anche le norme “di contorno” vengano approvate?

Ottavo. Ti diranno che il taglio dei parlamentari è una valvola di sfogo della rabbia sociale diretta contro la “Casta”, e che le pittoresche manifestazioni per il SÌ a suon di forbici sono grottesche. Lo penso anch’io. Ma non dobbiamo scambiare questi falsi argomenti dei fautori del Sì come potenti argomenti in favore del NO. Gli uni e gli altri eludono la sola sostanza: quali sono le conseguenze della riduzione del numero dei parlamentari?

Nono. Non esiste un “numero ideale” dei parlamentari, che garantisca la miglior rappresentanza possibile. Di solito i Parlamenti dei Paesi più piccoli sono più affollati (67 deputati per meno di 500.000 cittadini a Malta), e hanno meno membri nei Paesi più grandi (i 330 milioni di cittadini Usa sono rappresentati da 435 deputati e 200 senatori). Stando alle proporzioni di Malta, l’Italia dovrebbe avere 8.040 parlamentari; se volessimo seguire l’esempio americano, ci toccherebbero 80 deputati e 36 senatori. La rappresentatività non si misura sul numero complessivo, ma sui meccanismi elettorali e sull’effettivo radicamento degli eletti nei territori di provenienza.

Ultimo. Comunque deciderai di votare, non cedere mai alla tentazione di coprire di insulti chi non la pensa come te, o di minacciare l’apocalisse se non vince chi la pensa come te. Rileva, quando è il caso, la debolezza di questo o quell’argomento, l’incoerenza delle posizioni, gli errori di fatto di certe affermazioni. Contrapponi i tuoi argomenti, se parli con qualcuno che ha voglia di ascoltare. E va’ a votare, serenamente rimettendoti a quella che sarà la volontà popolare.