Le banche chiedono aiuto, ma per Visco non c’è problema: arriva il “bail-in 2”

Ignazio Visco, secondo noi, ha due personalità: la prima la chiameremo “tutto bene, madama la marchesa”, la seconda “io l’avevo detto”. Ieri il governatore della Banca d’Italia, per la disperazione dei presenti, s’è presentato all’Esecutivo dell’Abi nella prima versione: quando i fatti gli daranno torto – come fu per il bail-in – passerà senz’altro alla seconda.

I fatti. Da qualche tempo, in pubblico e ancor più in privato, i banchieri italiani chiedono di essere salvati dal calendar provisioning, cioè alcune norme volute dalla Bce e introdotte nel 2019 grazie a un regolamento del Consiglio e del Parlamento europeo: orgoglioso relatore, sia detto en passant, fu Roberto Gualtieri. E che prevede questo “calendario”? Che il rischio dei crediti in sofferenza (Npl, non performing loan) e persino di quelli leggermente in ritardo (Utp, unlikely to pay) sia interamente coperto a passo di carica: due anni per quelli senza garanzia, otto per quelli con. Insomma, norme che penalizzano l’attività bancaria tradizionale (cioè prestare a famiglie e imprese) e spingono gli istituti a concentrarsi sulla finanza.

Nel 2019 l’opposizione fu quasi nulla, ora si sono svegliati tutti: Alberto Nagel (Mediobanca) l’ha detto persino in Parlamento. In breve: ora che finiranno moratorie e garanzie statali si vedranno gli effetti della crisi scaricarsi sulle banche: nonostante alcune norme siano sospese, il calendar provisioning bloccherà il credito e costringerà in poco tempo diversi istituti a fare aumenti di capitale (sai che risate mentre il Tesoro “vende”, come chiede sempre Visco, Mps?). Tradotto: la crisi sarà ingigantita dal comportamento delle banche grazie a quelle norme pro-cicliche. E Visco? Sereno: “Nella vigilanza la flessibilità si è trovata, ma le regole del gioco del calendar provisioning sono uniformi” e la trattativa ha concesso “un periodo lungo” alle banche. Fra un paio d’anni, poi, ci spiegherà che lui l’aveva detto che con quel calendar lì era un casino.

Senza drammi: il covid risalirà ma in futuro basta lockdown

Trovo insopportabili questi piagnistei sui bambini fotografati in ginocchio davanti a una sedia che funge da banco a scrivere o a disegnare, come è avvenuto alla scuola elementare Maria Mazzini di Genova. Da che mondo e mondo i bambini quando sono a casa scrivono e disegnano in ginocchio su un foglio appoggiato al pavimento. Se da ragazzi avevamo sempre le ginocchia sporche, per la disperazione delle nostre madri (“vai a lavarti!”) era anche per questo. Il problema autentico a me pare un altro ed è quello della quarantena. Poniamo che in una classe di una scuola sia trovato un bambino o un ragazzo col Covid. Tutta la classe insieme ai genitori del bambino viene messa in isolamento. Per 14 giorni i ragazzi non potranno studiare, ma quel che è peggio i loro genitori non potranno lavorare. Non solo. Bisognerà rintracciare le persone con cui negli ultimi giorni sono venuti in contatto i genitori. Anche queste devono andare in isolamento? A rigor di logica sì. E se fra questi soggetti che sono venuti in contatto con i genitori del bambino o ragazzino o ragazzo si trova un positivo anche questo, a rigor di logica, dovrà essere messo in isolamento? E se fra i conoscenti dei conoscenti del genitore del bambino si trova un positivo anche questo, a rigor di logica, dovrà essere messo in isolamento e ricercate le persone con cui è venuto in contatto fra le quali si potrebbe trovate qualcuno positivo al Covid in una filiera interminabile? E questo partendo da un solo caso di un bambino trovato positivo in una classe. Ma è molto probabile che bambini o ragazzini o ragazzi positivi a scuola se ne troveranno a centinaia e quindi si creerà una ragnatela che in poco tempo potrebbe investire mezzo Paese. È così o sto dicendo cazzate? Su questo punto mi piacerebbe avere una risposta precisa dal governo, dal ministero della Pubblica Istruzione, dal Comitato Tecnico Scientifico e non da un epidemiologo intervistato da un giornale perché abbiamo visto che non ce n’è uno che sia d’accordo con l’altro. Trovo del tutto strumentali le polemiche che si sono fatte sulle “criticità”, parola orribile, che si sono manifestate nei primi giorni del ritorno a scuola di oltre otto milioni di studenti dopo sei mesi di lockdown (mancanza di banchi, carenze di mascherine, parco docenti insufficiente, ridotti al minimo gli insegnanti per i disabili) sono situazioni così intricate che nemmeno il mago Zurlì, potrebbe risolvere in un sol giorno e nemmeno in una settimana e forse in un mese. Il governo e il ministro della Pubblica Istruzione non si sono preparati a tempo? Può essere. Ma “c’è chi naviga e va per mare e c’è chi sta a terra e giudica”. È troppo facile, come fa Salvini, sparare da terra su un battello in difficile navigazione. Adesso con la riapertura delle scuole e la ripresa di tutte le attività lavorative la curva del Covid risalirà per forza. È necessario accettare questa realtà, non fare drammi per qualche morto in più e soprattutto non ritornare al lockdown. Io resto dell’idea che sarebbe stato meglio lasciare che l’epidemia facesse il suo corso e poi se ne andasse come se ne sono andate, storicamente, e in tempi relativamente brevi, tutte le epidemie. Ma una decisione del genere avrebbe dovuto essere presa a livello globale, da tutti i Paesi, diciamo dall’Oms. Così ci trascineremo questo Covid quasi insignificante per numero di morti, ma devastante dal punto di vista economico, sociale e psicologico, per decenni. Credo anche che il tanto agognato vaccino servirà a poco, perché il Covid, per difendersi, muta di continuo e si adatta alle nuove condizioni. Insomma è un po’ più intelligente dell’uomo.

P.S. Berlusconi ha dichiarato di aver avuto un Covid con una carica virale mai riscontrata in nessun altro paziente. Anche malato e conciato da paura deve essere sempre il primo.

 

A Milano niente topi né buche (e grazie alla stampa amica)

I topi a Milano non ci sono. Le mamme che ne hanno fotografato una colonia nei pressi della scuola materna comunale di via Vico sono come quei pazzi americani che ogni tanto fotografano gli ufo. Il milanese che ha postato su Instagram il video di un nutrito (in tutti i sensi) branco di ratti che scorrazzano in una aiuola della centralissima piazza San Babila è un mago degli effetti speciali al cinema. I cittadini che li vedono in piazza Vetra sono affetti da allucinazioni. Dagospia che pubblica video e foto di topi a Milano è un sito scandalistico poco attendibile che dovrebbe essere chiuso. Coloro che ripetutamente segnalano topi o ratti (non sanno neppure distinguerli) nelle periferie milanesi sono nemici politici del sindaco Giuseppe Sala che strumentalizzano le povere bestiole, topi o ratti che siano, per fini politici. È ora di finirla. Basta con le visioni di topi a Milano. A Milano i topi non ci sono. Hanno chiuso per una settimana la scuola materna di via Verga, causa derattizzazione, ma dev’essere una invenzione delle maestre per non andare a lavorare. Le continue apparizioni di pantegane sui Navigli e sulla Martesana sono leggende metropolitane, come quella degli alligatori che girano nelle fogne di New York. Poi ci sono gli scienziati pazzi, come i biologi Bobby Corrigan e Michael H. Parsons, che scrivono su una rivista che i simpatici roditori, dopo il lockdown, hanno cambiato abitudini alimentari e sono diventati più coraggiosi e aggressivi, dunque più visibili. Ma la pandemia, con la diffusione del virus e dei virologi, ci ha insegnato che non ci possiamo fidare degli uomini di scienza. Secondo una associazione dal nome lirico, Aidaa (Associazione difesa animali e ambiente), a Milano vivono 5 milioni di topi. La stima è di qualche anno fa, dunque potrebbero essere aumentati, e anche di molto. Ma non crederemo mica alle stime degli amici degli animali, che difenderebbero anche le zanzare? No, a Milano i topi non esistono.

Come non esistono, a Milano, le buche e le strade sconnesse. Da questa colonna abbiamo commesso l’errore di segnalarne l’esistenza, indicando (e fotografando) anche la nostra preferita, la Luisona, che si allarga placida lungo i binari del tram proprio davanti alla stazione Centrale in piazza Duca d’Aosta, a pochi metri dal Pirellone sede della Regione Lombardia. È una voragine lunga qualche metro che viene rattoppata da anni, periodicamente. La vediamo da così tanto tempo che ormai ci siamo affezionati. Scompare sotto l’asfalto nuovo, ma alla prima pioggia ritorna.

Buche e strade sconnesse causano ogni anno a Milano incidenti, danni alle auto, cadute di ciclisti e motociclisti, scivoloni e fratture dei pedoni, specialmente anziani. E ora attentano alla vita dei poveretti che corrono in monopattino. Sono almeno 2 mila ogni anno le richieste di danni al Comune, di solito respinte. Perché a Milano le buche non esistono. Ci siamo sbagliati: la città è liscia e compatta, ottima e abbondante. La Luisona non è una buca, è una performance, un’opera d’arte concettuale. Facciamo autocritica. Basta parlar male di Milano, città perfetta dove le strade sono morbide e vellutate come il culetto di un bambino e i topi sono allucinazioni dovute probabilmente al fatto che in città si fa un largo uso di cocaina e altre sostanze. Se le buche esistessero, se i topi ci fossero, la libera stampa milanese e nazionale, che è attenta e imparziale e non pratica certo il metodo dei “due pesi e due misure”, scatenerebbe su Milano e sul suo sindaco (uscente) Giuseppe Sala campagne giornalistiche uguali, se non addirittura più severe, a quelle scatenate su Roma e sulla sua prima cittadina Virginia Raggi. Se non lo fa, è perché qui, sotto la Madonnina, le buche non ci sono e i topi non esistono.

Lavoro, basta con i tabù. Si può ridurre l’orario

Lo slogan “lavorare meno per lavorare tutti” dà un’idea errata del problema della riduzione dell’orario di lavoro. Sottintende l’idea che si possa prendere il numero complessivo delle persone disposte a lavorare, dividerlo per il numero dei posti esistenti e calcolare così di quanto debba ridursi la durata lavorativa per addetto in modo da garantire la piena occupazione. Ma se questa visione non ha fondamento scientifico, altrettanto infondata è quella che ritiene assolutamente immodificabile l’attuale assetto dell’orario di lavoro; vige in molti l’illusione secondo la quale quanto più lunga è la permanenza di un individuo nel luogo di lavoro tanto migliore sarà la qualità e la produttività del lavoro. I guai e le distorsioni operative derivanti da questa illusione non sono minori di quelli derivanti dalla prima.

Il problema della durata dell’orario di lavoro va invece affrontato razionalmente, specie ora che la pandemia ha stimolato profondi cambiamenti strutturali. Due ulteriori fatti inducono a ragionare sul problema: da un lato la grande diversità delle ore lavorate per addetto nei diversi Paesi. Come è noto, l’Italia con le sue 1719 ore medie di lavoro all’anno per addetto (contro le 1360 della Germania) è ai primi posti in classifica, ma ciò nonostante è agli ultimi posti nella scala della produttività per addetto; d’altro lato la tendenza storica: perché mai si dovrebbe arrestare ora questa tendenza proprio mentre il tasso di progresso tecnico e la riduzione dei coefficienti di lavoro subiscono un’accelerazione?

Il problema ha molte facce (qualità della vita, impatto sull’ambiente, etc.). Limitando la riflessione agli aspetti economici, tre principali ordini di problemi vanno approfonditi e su questi si può ormai registrare una gran varietà di esperienze concrete. Il primo riguarda l’organizzazione del lavoro a livello di impresa. La riduzione dell’orario di lavoro comporta una grande sfida di riorganizzazione dei processi produttivi, perché non sempre una specifica mansione può essere suddivisa in più frazioni complementari per aumentare (o consolidare) il numero degli addetti: si potrebbe rischiare di compromettere la produttività totale dell’impresa. Quand’anche la riorganizzazione dei processi e la riduzione dell’orario fossero accompagnati da un aumento della produttività del lavoro, questo impedisce di pensare che la riduzione dell’orario si converta automaticamente in un proporzionale aumento degli addetti. Il che, a livello macroeconomico, significa che non si può assumere una relazione di proporzionalità tra riduzione dell’orario e aumento dell’occupazione. Circa la relazione tra aumento di produttività e riduzione dell’orario si può ipotizzare un rapporto causale bidirezionale: molti studi teorici e molte rilevazioni empiriche suggeriscono che la riduzione degli orari individuali di lavoro generi un incremento di produttività oraria. Si aggiunga che la strutturazione per turni accresce il COT (capital operating time) contribuendo a ridurre il costo totale per unità di prodotto. Il secondo ordine di problemi riguarda il livello del salario. È chiaro che se la riduzione dell’orario di lavoro è accompagnata da un corrispondente incremento della produttività per ora lavorata, la produttività per addetto, e con essa il salario, può essere mantenuta costante. Ma se così non fosse, sarebbero inevitabili ripercussioni o sul salario, o sui profitti, o sui prezzi relativi. Sarebbero quindi necessari accordi contrattuali per definire un giusto equilibrio. Il terzo ordine di problemi riguarda l’ambito di applicazione. Una riduzione generalizzata imposta a tutto il sistema economico creerebbe non pochi stravolgimenti del tipo sopra descritto proprio come conseguenza dei diversi tassi di crescita della produttività. Sarebbero preferibili riduzioni concordate settore per settore o azienda per azienda, per individuare specifici equilibri tra le variabili in gioco. Ma ciò a sua volta potrebbe dar luogo a diseguaglianze troppo accentuate in termini di durata dei tempi di lavoro. Resta l’opzione dell’intervento dello Stato per integrare il salario laddove la riduzione dell’orario comporti una perdita della produttività per addetto. Esperienze svedesi, la proposta del sindacato tedesco IG Metall, ma anche il recente “Fondo per le Competenze” in Italia, sono su questa via. D’altronde se la riduzione dell’orario comportasse una riduzione dei licenziamenti lo Stato risparmierebbe sui sussidi di disoccupazione.

In conclusione: il problema merita di essere affrontato e varie soluzioni operative devono essere esaminate, “laicamente”. Ci sono molti studi teorici e molte esperienze concrete, soprattutto a livello internazionale, a disposizione. Le parti sociali e il governo hanno abbondante materiale su cui riflettere per individuare soluzioni graduali ed equilibrate.

* Presidente dell’Inapp (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche)

 

È nato “Ieri”: un giornale che tutela le minoranze (e le centrali turbogas)

L’altroieri è uscito il primo numero di Ieri, il nuovo quotidiano che è come edito e diretto dal Gruppo Bilderberg per interposte persone. Su 20 pagine, 5 sono di pubblicità: una proporzione significativa (un quarto, ovvero due ottavi, ovvero quattro sedicesimi, e se questo vi confonde figuriamoci cosa capirete leggendo gli articoli di economia), una proporzione che dimostra la volontà del capitale di dare i soldi a chi già ce li ha. (Infatti Ieri costa solo un euro, sensibilmente meno degli altri quotidiani: o non gli servono i soldi, o fanno scrivere i pezzi a dei cinesi in uno scantinato). Sei pagine sono dedicate alla politica italiana, una alle disgrazie, una alle dicerie, una alle occhiate, il resto ad articoli di approfondimento su qualcosa.

Ieri nasce dall’iniziativa – e con la paghetta – dell’ingegner Obtorto Collo, 85 anni, a lungo importantissimo manager italiano e primo editore della Gazzetta dei soldi miei. Nel 2019, Collo tentò di ricomprare parte delle quote del giornale, dopo aver molto criticato in pubblico le scelte dei suoi figli, cui l’aveva ceduto; i figli, sconcertati, rifiutarono l’offerta (un chilo di tonno in scatola) definendola inaccettabile, per poi cederlo al maggior concorrente per un chilo di cetriolini in agrodolce. Collo decise allora di fondare un nuovo quotidiano, pieno di grandi firme: ma gli andò male, e ripiegò su questo. Nell’editoriale del primo numero, la direttrice Lotte Krapp – 36 anni – scrive che Ieri “ha l’ambizione di costruire insieme ai suoi lettori un destino differente da quello prodotto dalla somma di scelte ed errori passati”, frase in cui molti hanno letto un endorsement neanche tanto velato a Draghi (o a Magalli: erano compagni di classe al liceo, quindi perché no? Di Maio è addirittura ministro!); critica “venticinque anni di politica populista” (Collo ha sempre preferito governi amici, i cui ministri dell’industria gli permettessero di costruire maxicentrali elettriche turbogas da 750 megawatt per produrre energia bruciando metano, con massima ricaduta degli inquinanti nel raggio di 5 km, densamente abitati, preferibilmente in un paesino dove esistano già quattro impianti industriali – due farmaceutici, uno di vernici e uno di pesticidi – che, secondo la “legge Seveso”, sono a “rischio di incidente rilevante”); e dice che “la nostra priorità saranno le disuguaglianze”, di cui la più profonda “riguarda l’ambiente” (tutti devono poter costruire maxicentrali elettriche turbogas). “Questo giornale si chiama Ieri perché, come i giornali del passato, vuole capire innanzitutto cosa è successo. I giornali imparziali non esistono. Quelli onesti dichiarano le proprie preferenze: io, per esempio, sono spaventata dalle canoe. Oltre a ciò, Ieri difenderà le ragioni della democrazia liberale, che si intreccia a quella del libero mercato”. (Perché nulla ha bisogno di essere difeso come il libero mercato, specie da quando fa tranquillamente affari con le dittature di mezzo mondo). “Interi gruppi sociali sono emarginati” (dalle dinamiche internazionali del libero mercato, ndr): “le donne, i giovani, i profughi, i poveri. Ieri vuole offrire loro voce”. (Se questa era davvero la mission, Collo faceva prima a finanziare il manifesto). “Per essere credibile, del resto, un giornale deve solo essere indipendente: infatti l’ing. Collo, rotolandosi il cappello lungo il braccio, mi ha garantito che non si impiccerà. Non più di tanto, almeno”. (Sì, continua a sognare). “Avremo anche la pubblicità”. (Per essere liberi di prendere posizione contro le aziende danarose che pagano profumatamente per pubblicare la loro pubblicità. Tipo Benetton, che sulla Gazzetta era di casa). “Quanto allo slogan, ho pensato questo: ‘Ieri. Meglio che guardare il pavimento’. Onesto, no?”.

 

Le nostre vite senza gli abbracci

Dopo tanto pessimismo, una dichiarazione ci fa ben sperare. L’ha fatta il ministro della Salute, Roberto Speranza. “Resistere ancora qualche mese: una cura e un vaccino per il Covid sono vicini”. Spero che non venga smentito dai fatti, come purtroppo è avvenuto con questo maledetto virus, ma l’andamento della pandemia ci conforta, unitamente ai traguardi della terapia, dei quali si parla poco. Non si accettano delusioni. Purtuttavia le cicatrici saranno inevitabili. Anche il ministro ha più volte affermato che “nulla sarà come prima” . Qualcuno aggiunge… ”perché sarà peggio”. Ma dipende da tutti noi, inutile dire: “Piove, governo ladro!”. Dobbiamo chiamare a raccolta tutte le nostre energie per “vivere”, accettando anche la sfida (spesso positiva) di cambiare quasi tutto. Oltre a chi malauguratamente ha perso i suoi cari, ognuno di noi sta perdendo qualcosa nei comportamenti quotidiani. A sentire il direttore generale dell’Oms non ci saluteremo nemmeno con il colpo di gomito, azzerando ogni contatto fisico. Ancora per tanto tempo, ci priveremo della dexiosis (in greco antico, stringersi la mano destra) che da ben 5.000 anni è il segno dell’accordo, dell’amicizia. La prima testimonianza di questo gesto risale addirittura al Nono secolo a.C. Abbiamo eliminato l’abbraccio, che veniva (era pre-Covid!) indicato come una terapia per il nostro benessere. La famosa psicoterapeuta statunitense Virginia Satir ha indicato la necessità giornaliera di quattro abbracci per sopravvivere, otto per mantenerci in salute e dodici, ai bambini, per crescere serenamente. Trasmettono sicurezza, sostegno morale, condivisione. Cancellati. Con quale gesto sarà sostituito? Gli studiosi di Cinesica (scienza che studia il linguaggio del corpo) ci stanno pensando, spero. L’effetto più detestabile del virus ci fa considerare ogni persona che incontriamo, un possibile infetto, un untore. Ci difendiamo con la mascherina, indossarla è utile ma ci ha tolto il volto, il linguaggio non parlato che ci distingue dagli animali. Ci ha tolto la possibilità di intuire il pensiero dell’altro attraverso la mimica facciale. Ci rassegneremo? Forse ci salverà l’astrofisico Ron Mallett, che crede di aver trovato un’equazione scientifica che potrebbe essere la base di una vera macchina del tempo. Attendiamo i risultati, ma faccia in fretta!

direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Lotta a difesa del clima: non abbiamo più scuse

Alla prossima emergenza climatica non si dica, come per la pandemia da coronavirus, che non si erano fatti per tempo piani di intervento e valutazioni dei rischi. È da decenni che se ne producono in tutto il mondo da parte dell’Onu-Ipcc (Intergovernmental Panel on climate change

), della Banca Mondiale, dell’Unione europea. E pure qui da noi con la presentazione del rapporto “Analisi del rischio cambiamenti climatici in Italia” del CMCC di Lecce (Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici), abbiamo ora una fotografia aggiornata sugli impatti che il riscaldamento globale imporrà alla nostra società e alla nostra economia.

È un lavoro che ha coinvolto trenta ricercatori, basato sulla miglior conoscenza scientifica disponibile. Il clima italiano entro metà secolo si riscalderà, ma possiamo ancora decidere di quanto: da un paio di gradi in più, con danni moderati a cui possiamo far fronte, a cinque gradi in più se non si farà nulla, con calamità straordinarie e irreversibili.

Avremo più siccità estive, minore produzione agricola, più incendi boschivi, più ondate di calore soprattutto nelle zone urbane, meno neve d’inverno, più eventi meteorologici estremi (che negli ultimi vent’anni sono già cresciuti del 9 per cento), un aumento del livello dei mari con rischio di inabitabilità delle zone costiere. Recita il rapporto che “i cambiamenti climatici hanno un imponente costo economico. Il loro impatto da qui a fine secolo può arrivare fino all’8 per cento del prodotto interno lordo pro capite. Senza interventi per arrestare la marcia del riscaldamento climatico aumenterà anche la diseguaglianza economica Nord-Sud e tra fasce di popolazione più povere e più ricche”. Turismo, agricoltura e infrastrutture saranno i settori più colpiti, ma non bisogna sottovalutare che non tutto è monetizzabile, come la sofferenza delle persone.

Il rapporto CMCC spiega dove investire per diminuire i rischi e dimostra che una politica della prevenzione creerà anche nuove opportunità di lavoro, in sintonia con il Green Deal

promosso dalla Commissione Ue.

Rischio Puglia e Giani debole: colpa di Renzi

È difficile credere che il voto alle Regionali di domenica possa in qualche modo dipendere dalle inchieste sui commercialisti della Lega. O sulla mozione di sfiducia di Matteo Salvini contro il ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina. Davanti a una questione morale grande come i 49 milioni, imbarazzante come i camici del cognato di Fontana, oltreché misteriosa come i rubli di Mosca e gli annessi paradisi fiscali non saranno certo i traffici intorno al capannone della “Lombardia Film” a far cadere dal pero gli elettori: ma tu guarda, mi sembravano personcine così perbene, sai che c’è non li voto più. E non sarà certo un velleitario atto parlamentare (in genere dalle mozioni di sfiducia i ministri escono più fiduciati) a far cambiare all’ultimo momento idea (e voto) a chi pensa che con tutti i problemi di questo mondo si sia fatto il possibile per mandare a scuola più di cinque milioni di studenti.

Non occorre chissà quale scienziato dei sondaggi per capire che a quattro giorni dalle urne la quota di incerti resta quella fisiologica di sempre (con la tendenza a polarizzarsi sui favoriti). E che, come sempre, decisiva sarà innanzitutto la forza dei candidati e delle coalizioni in campo. Come in Toscana, dove la rimonta della salviniana Susanna Ceccardi viene da molti addebitata allo scarso appeal

politico del renziano Eugenio Giani, che rischia di consegnare alla destra una regione che la sinistra ha governato da sempre. Mentre in Puglia il vantaggio del meloniano Raffaele Fitto, più che alle qualità di un politico che sembra riemergere da un sarcofago democristiano deriva dalle divisioni nel campo del presidente uscente, Michele Emiliano. Che dovrà vedersela anche con la determinata candidata 5stelle, Antonella Laricchia. E con Ivan Scalfarotto di Italia Viva, accreditato di circa un tre per cento. Proprio quel margine minimo che potrebbe mancare a Emiliano, e far pendere la bilancia a favore di Fitto. Sere fa, da Lilli Gruber, parlando di Giani e Scalfarotto, l’ingegner Carlo De Benedetti sosteneva che la sera del 21 settembre, in una eventuale sconfitta nelle due regioni chiave del Pd e della maggioranza di governo, Matteo Renzi avrebbe delle precise responsabilità. Noi non lo diciamo, ma lo pensiamo.

Costa vuole levare gli sconti al gasolio. Guerra sui rincari

Al ministero dell’Ambiente sono decisi ad andare fino in fondo o almeno ad arrivare là dove possono (ovvero a Palazzo Chigi, prima della legge di Bilancio) con le proposte di tagli dei Sad, i cosiddetti “Sussidi ambientali dannosi”. Il primo indiziato è lo sconto sulle accise che gravano sul gasolio rispetto a quelle sulla benzina: in sintesi, da gennaio potrebbe esserci un aumento del costo del diesel per automobilisti e autotrasportatori in nome della transizione ecologica.

Quando si parla di Sad, ci si riferisce a 19 miliardi l’anno (stimati in un apposito censimento che viene redatto annualmente dagli uffici del ministero dell’Ambiente) di agevolazioni che hanno l’obiettivo di sussidiare i consumatori e l’industria ma che hanno senz’altro un costo ambientale, visto che sono indirizzate verso attività che aumentano le emissioni nocive e l’inquinamento. È un punto cardine della politica del ministro dell’Ambiente Sergio Costa, meno del resto del governo (un po’ perché si vorrebbe che quei soldi servissero per fare cassa, un po’ perché si teme di indispettire determinate categorie produttive) nonostante sia stato calcolato che questa abolizione riporterebbe nelle casse dello Stato dalla sola parificazione fiscale tra benzina e gasolio almeno 2,67 miliardi di euro entro il 2030 (l’accisa sulla benzina è infatti pari a 728 centesimi a litro, quella sul gasolio a 617, la parificazione richiederebbe diversi anni). È la voce più importante.

Altri 61 milioni arriverebbero dall’abolizione della riduzione delle accise sul gas per usi industriali (termoelettrici esclusi) con consumi superiori a 1,2 milioni di metri cubi l’anno, 15,5 milioni dalle agevolazioni delle accise sui carburanti utilizzati dalle forze armate, 23 milioni dalla revisione delle disposizioni di accise sul gas per usi industriali, 1,5 milioni da altri aumenti in settori meno mainstream, come i lubrificanti per la produzione della gomma ai cantieri per l’estrazione di idrocarburi fino alla produzione di magnesio dall’acqua di mare.

Quello che interessa però la stragrande maggioranza dei cittadini, i petrolieri e le loro associazioni rappresentative è la voce più corposa, che si tradurrà in un aumento delle accise sul gasolio che dovranno raggiungere il livello della benzina. Alla fine dei conti, se la misura dovesse passare, o i petrolieri, furiosi, accetteranno di pagare di più allo Stato per distribuire questo carburante o, come prevedibile, aumenteranno il costo al rifornimento per i consumatori. Che poi, per il ministero, entrambi gli scenari porterebbero allo stesso risultato: il primo potrebbe spingere produttori e distributori a cambiare modello di business (improbabile), il secondo i consumatori a virare verso soluzioni più ecologiche, come metano ed elettrico per evitare l’aumento dei prezzi.

Intanto è iniziata una strenua difesa dello status quo da parte dei petrolieri, le loro osservazioni sono sulle pagine dei giornali ma soprattutto negli esiti della consultazione pubblica che il ministero dell’Ambiente ha avviato dal 31 luglio al 27 agosto sul suo sito con le proposte di cambiamento e a cui hanno risposto in 327 tra privati cittadini, imprese, ricercatori, ambientalisti e associazioni di categoria. Se, ad esempio, Legambiente rileva e propone che le stesse misure siano applicate anche al gas e al metano e non solo a benzina e gasolio, l’unione Petrolifera, ha osservato che “aumentare l’accisa per generare risorse da destinare alla mobilità elettrica”, come temomo accadrà, non sia condivisibile perché “si interviene in modo non equo e socialmente ed economicamente non sostenibile senza garantire effetti ambientali certi e significativi”. Annotano che i recenti sviluppi nella tecnologia dei veicoli e dello stesso diesel abbiano già impatti positivi in termini ambientali e propongono che i cambiamenti siano per favorire lo sviluppo di componenti rinnovabili nei carburanti (ad esempio riducendo lì le accise) e rimodulando la fiscalità tra benzina e gasolio con gettito a “somma zero” ma in favore del rinnovo del parco macchine circolante con mezzi più green ma indipendentemente dal tipo di alimentazione che usano. La “somma zero” immaginata per ora dal ministero, invece, prevede che le risorse in più siano convertite in incentivi ecologici in favore dei settori interessati dai tagli. Bisognerà capire, ora, di che tipo e si vedrà se lo scontro arriverà ai livelli francesi dove l’aumento di gasolio e benzina del 2019 portò in piazza i gilet gialli. L’ultima parola è lontana dall’esser spesa.

Dopo 5 anni l’Italia s’è scordata il dieselgate

Al quinto anniversario dello scandalo Dieselgate (che ricorre domani), le emissioni fuorilegge delle auto diesel continuano a causare un aumento della mortalità. Però nessuno è ufficialmente colpevole, né in Europa, né in Italia. La Procura di Verona ad aprile ha chiesto l’archiviazione delle quinquennali indagini per frode contro Volkswagen. Nell’autunno 2019 aveva già dismesso la parallela causa per l’ipotesi di reato ambientale, con minaccia alla salute pubblica, che è invece valsa una condanna negli Usa nel 2017. Storia vecchia, superata dalla crisi pandemica? Non proprio. L’Istituto Superiore di Sanità pubblicherà infatti uno studio che calcola la percentuale aggiuntiva di individui deceduti per il virus a causa dell’esposizione sia al particolato atmosferico (PM) che al biossido di azoto (NO2). Quest’ultimo è un inquinante rilasciato principalmente dai diesel. L’Agenzia ambientale europea gli attribuisce 75mila morti premature all’anno. Oltre 21 mila in Italia. Di queste, quasi 400 causate dal PM secondario generato dalle emissioni di NO2 che eccedono i limiti legali, secondo uno studio del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston. Un terzo è imputabile a Fiat Chrysler, Renault e Volkswagen, il colosso tedesco che il 18 settembre di 5 anni fa fu smascherato per primo dalle autorità americane trascinando nel putiferio tutti gli altri. A norma durante i test di omologazione grazie a occulti software di bordo (defeat device), gli scarichi di NO2 di tutti i veicoli si rivelarono nella realtà ben superiori alle soglie di legge. Oltre 50 milioni di vetture sporche sono tuttora in circolazione, con un aumento del 74% dal 2016 al 2018, secondo un rapporto dell’ONG Transport & Environment. Ce ne sono quasi 7 milioni in Italia dove i vecchi Euro 6 sono andati a ruba nell’estate 2018 (metà dei quali di Fca, con 25mila vetture vendute). Complici le agevolazioni e le immatricolazioni a Km 0, pubblicizzate da costruttori e concessionari per smaltire gli ultimi esemplari prima che venissero messi fuori mercato dalle più stringenti regole Ue. Un inganno nell’inganno benedetto dai governi europei che hanno allungato i tempi di adeguamento.

Le nuove prove su strada, oltre a essere obbligatorie esclusivamente per i veicoli immatricolati dal 2019 in poi, permettono addirittura di rilasciare quantità di NO2 doppie rispetto al valore legale. La deroga, seppur bocciata dalla Corte di giustizia Ue due anni fa, varrà fino al 2021. A essa si aggiungono i ritardi sui divieti ai diesel nei centri urbani. A Milano, una delle città europee coi più alti livelli di inquinamento stradale, le restrizioni lassiste concordate da Comune e Regione (bonus chilometrico per le zone a traffico limitato e rinvio del blocco nell’area B per gli Euro 4, 5 e 6 rispettivamente al 2021, 2024 é 2027) non renderanno l’aria molto più pulita.

Stando ai dati Aci del 2018, quasi il 20% di tutti i diesel Euro 4, 5 e 6 immatricolati nel capoluogo lombardo sono di Fca, responsabile quindi di una quota importante delle emissioni illegali. Sono queste ad aver spinto le concentrazioni di NO2 nelle strade milanesi oltre il massimo consentito dalla Direttiva europea sulla qualità dell’aria (40 microgrammi per metro cubo).

Lo dimostra un nuovo studio presentato domani da Legambiente, la società di consulenza Arianet e la rete Dottori per l’Ambiente. Il superamento del tetto Ue è stato rilevato dal 94% dei campionamenti effettuati tra febbraio e marzo dall’Associazione Cittadini per l’aria. La violazione ci è costata una procedura d’infrazione della Commissione europea nel marzo 2019, che potrebbe concludersi con una multa salata, da pagare coi soldi dei contribuenti, non certo dei costruttori.

Milano e Lombardia totalizzano la maggioranza dei 1.250 decessi da Dieselgate registrati nella penisola fino al 2015 (oltre che quelli da Covid-19 quest’anno), equivalenti al 28% del necrologio complessivo in Europa. Lo dice uno studio del 2017 dell’International Institute for Applied Systems Analysis di Vienna. L’Associazione dei consumatori Codacons aveva allegato lo studio agli esposti per inquinamento depositati l’anno scorso sia a Verona, sede italiana di VW, che nelle altre procure del paese che hanno fatto eco ai pm veronesi con altrettante richieste di archiviazione.

“La battaglia sul fronte della salute si sarebbe potuta combattere qualora fosse continuato il processo per frode, poiché in sede dibattimentale avremmo potuto contestare anche l’effetto deleterio dell’inquinamento fraudolento sui cittadini”, spiega l’avvocato di Federconsumatori Matteo Ferrari Zanolini che giudica scandaloso l’aver mandato all’aria cinque anni di perizie pagate dalle casse pubbliche che hanno provato l’esistenza del defeat device nei modelli Volkswagen sotto sequestro. “La procura si è limitata a dichiarare che il management italiano di Volkswagen non c’entra nulla, poiché l’installazione del software è stata decisa dalla casa madre in Germania – afferma Zanolini – ma non si è sprecata a chiamare in causa i dirigenti d’oltre frontiera”. Ciò che invece ha fatto, in senso opposto, la procura tedesca di Francoforte che ha chiesto la collaborazione di quella di Torino per l’indagine aperta contro le presunte emissioni fraudolente di Fca. Nel mirino c’è soprattutto la Fiat 500x 2.0 Multijet, l’utilitaria Euro 6 più venduta dal gruppo, campionessa assoluta dell’inquinamento diesel con emissioni 18 volte sopra il limite Ue (0,080 grammi per km). Lo scorso luglio la Guardia di Finanza ha acquisito la documentazione richiesta, perquisendo la sede torinese della casa italiana che era riuscita finora a evitare procedimenti legali, se non negli Usa dove a gennaio 2019 ha patteggiato una multa di circa 670 milioni. A lasciar sperare in un risarcimento almeno per frode, se non per i familiari delle vittime del Dieselgate, resta la class action promossa da Altroconsumo al Tribunale di Venezia, replicata da omonime organizzazioni in Belgio, Spagna e Portogallo. L’obiettivo è arrivare allo stesso accordo raggiunto recentemente tra la società tedesca e la federazione dei consumatori tedesca VZBV, che prevede un indennizzo complessivo di 830 milioni euro, ossia tra 1350 e 6257 euro per acquirente. La settimana scorsa Codacons ha avviato un ricorso stragiudiziale in Germania chiedendo anche per i conducenti nostrani un’equa compensazione pari al 15% del prezzo di acquisto. Ad oggi, ad averci guadagnato è solo lo Stato italiano che nel 2016 ha incassato i 5 milioni di euro della sanzione amministrativa comminata a Volkswagen dall’Antitrust. Ma che non ha mosso un dito per difendere i suoi cittadini contro gli abusi dei costruttori.