Lavoro e tasse, le sfide del Recovery

Il presidente del Consiglio ha trasmesso al Parlamento le linee guida del piano per accedere ai 209 miliardi di fondi previsti dal Recovery fund. Il governo è pronto a riferire alle Camere.

Meno tasse sui ceti medi e sulle famiglie, puntare al raddoppio della crescita a un livello in linea con la media Ue dell’1,6%, con più lavoro e più investimenti. Ma anche salario minimo, posti letto e ricerca. Queste le linee guida su cui si articola il Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (Pnrr) per accedere al Recovery fund, che il premier Giuseppe Conte ha inviato al Parlamento dettagliando le misure pensate per risollevare l’economia italiana. E che ora diventano il banco di prova del governo. “Se perdiamo la sfida, mandateci a casa”, dice Conte cercando di spostare l’attenzione dalla prossima tornata elettorale alla partita dei 209 miliardi di fondi previsti dall’Europa, di cui 127 miliardi sotto forma di prestiti e altri 81 come sovvenzioni. Così in 38 pagine e 32 slide vengono elencate le missioni che il governo punta a realizzare dal prossimo anno e fino al 2026.

Gli obiettivi sono stati fissati: raddoppiare il tasso di crescita dell’economia italiana portandolo dalla media del +0,8% degli ultimi 6 anni, aumentare gli investimenti portandoli al 3% del Pil, aumentare il tasso di occupazione dal 63% al 73,2% in linea con la media Ue, portare la spesa per ricerca e sviluppo al 2,1% rispetto all’attuale 1,3%. Il governo vuole procedere a tappe serrate con questi progetti di massima. Conte si dice pronto a riferire alle Camere sul loro contenuto qualora i parlamentari “lo riterranno opportuno”. Nelle linee guida rientrano anche alcune riforme già annunciate come quella del Fisco, già anticipata dal primo intervento sul cuneo fiscale partito a luglio. Tra gli obiettivi ora c’è la riforma dell’Irpef per ridurre le tasse per il ceto medio e le famiglie, l’alleggerimento della pressione fiscale e lo stop agli aumenti di Iva e Accise. Poi c’è anche la digitalizzazione della Pubblica amministrazione e della sanità, la creazione di una rete nazionale in fibra ottica, lo sviluppo del 5G, la revisione delle concessioni autostradali, l’arrivo anche sulle grandi arterie di collegamento di colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici, il via libera al Family Act e il piano per il Sud.

Nelle linee guida entra anche il salario minimo che garantirà ai lavoratori nei settori a basso tasso di sindacalizzazione un livello di reddito collegato a uno standard minimo dignitoso. Già a inizio anno la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, aveva annunciato di essere vicina a un accordo con tutta la maggioranza. Per quanto riguarda la sanità, uno dei settori più delicati visto l’impatto che ha avuto la pandemia, l’obiettivo primario è quello di migliorare la qualità ricettiva degli ospedali, aumentando i letti in terapia intensiva. Una delle maggiori criticità durante l’emergenza sanitaria.

Tregua finita, sfilza di scadenze fiscali e dei mutui in piena crisi

Il peggio per le famiglie e le imprese non è affatto passato con il tax day affrontato ieri in cui sono ripresi i versamenti di ritenute, addizionali Irpef, Iva e contributi Inps dei mesi di marzo, aprile e maggio, sospesi a causa del Covid-19 dai decreti Cura Italia e Liquidità. Per milioni di contribuenti più che un autunno sarà un inverno caldo. Rinvii di date di pagamento parziali, spostati di volta in volta, ora rischiano di mettere in difficoltà imprenditori, professionisti e mondo del lavoro cui è stato presentato un conto salato. Dopo il lockdown, il 30% delle imprese italiane è a rischio liquidità. Secondo alcune stime, a ottobre rischiano di chiudere un quarto degli esercizi commerciali, mentre ci sono oltre 2 milioni di famiglie già sovra indebitate. Da oggi in avanti sarà sempre peggio. Nelle prossime settimane, anche se il decreto Agosto ha previsto un’ulteriore parziale proroga per le scadenze fiscali (il 50% del dovuto si poteva versare in un’unica soluzione entro ieri o in 4 rate mensili di pari importo e il restante 50% in massimo 24 rate mensili, di cui la prima in scadenza entro il 16 gennaio 2021), si ripresenteranno comunque tutte le altre scadenze fiscali e i vari pagamenti. Le cartelle esattoriali che erano state momentaneamente sospese, andranno saldate entro il 30 novembre in un’unica soluzione. Chi, invece, aveva aderito alla rottamazione ter e al saldo e stralcio dovrà pagare tutto entro il 10 dicembre 2020. Ma la sospensione riguarda solo i contribuenti che sono in regola con il pagamento delle rate. E per questa scadenza non è neanche prevista la consueta tolleranza di 5 giorni successivi. Sul fronte dei mutui, è stata prorogata a fine anno la moratoria del pagamento delle rate. Ma si tratta di una sospensione, per un periodo massimo di 18 mesi. Questo vuol dire che nel frattempo si allunga l’ammortamento del mutuo, mentre il mutuatario continua a pagare alla banca metà degli interessi. La maratona fiscale ha messo a dura prova anche i commercialisti che avevano proclamato uno sciopero poi revocato.

Ursula: “Sì ai salari minimi”. Ora l’Italia non ha più alibi

Più di un filo lega il primo discorso sullo stato dell’Unione europea pronunciato ieri a Bruxelles dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, con l’annuncio del premier Giuseppe Conte sul Piano nazionale di ripresa per accedere al Recovery fund europeo. Non solo l’idea di “una Unione della sanità” e di un vertice globale sul tema che si terrà in Italia, o l’abolizione del regolamento di Dublino per un “nuovo piano” di governance dell’immigrazione. Soprattutto una piena sintonia sui temi sociali. Per uscire dalla fragilità scatenata dalla pandemia, Von der Leyen vuol riformare il welfare perché “il popolo europeo sta ancora soffrendo”. “Per troppe persone il lavoro non paga”: per la presidentessa Ue “bisogna porre fine a questa situazione”. La Commissione lavora a una proposta “su una norma per sostenere gli Stati membri e istituire un quadro di salari minimi. Tutti devono avervi accesso”.

A Bruxelles ha fatto eco Roma. In Italia ci sono 5 milioni di lavoratori che hanno salari sotto la soglia di povertà. Dopo anni di dibattito, ieri il governo Conte ha annunciato un piano per il salario minimo legale. Ad aprile 2019 il M5S presentò un disegno di legge, prima firmataria la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, per stabilire una paga oraria di 9 euro per i lavoratori con retribuzione minima inferiore al 50% del salario mediano, sollevando però obiezioni di Cgil Cisl e Uil che rilanciano i contratti collettivi validi decisi “nella contrattazione tra imprese e sindacati”. L’Italia è tra i pochi Paesi Ue a non avere norme in materia. Nel 2016 il 7,2% dei lavoratori Ue percepivano il salario minimo. Nel 2019 erano 22 gli Stati membri che applicavano queste misure. Secondo Eurofound, quest’anno i salari minimi sono aumentati in tutti gli Stati membri che li applicano: dal +17% annuo in Polonia (a 611 euro) al +1,2% in Francia a 1.539 euro. I braccianti agricoli con salario minimo sono il 15% del totale Ue, nel commercio il 13%, tra gli addetti alle pulizie il 25%. Polonia, Slovacchia e Spagna hanno annunciato piani per portare il salario minimo al 60% di quello medio, ma nella maggior parte dei Paesi resta sotto il 60% o il 50% del salario mediano: 7 percettori su 10 sono comunque in difficoltà. I governi lo usano per aiutare le persone colpite dalla crisi scatenata dalla pandemia e ridurre il gap salariale di genere, poiché a riceverlo sono in gran parte donne.

Von der Leyen ha ribadito anche altri punti chiave del programma della Commissione: “Alzare al 55% il target per il taglio delle emissioni al 2030” e portare le spese per il Green Deal al 37% delle risorse del Next Generation Eu, il Recovery fund, destinandone un altro 20% al digitale oltre a misure contro le discriminazioni sociali di ogni forma. L’altro cardine dei piani di Bruxelles riguarda l’immigrazione: “Il regolamento di Dublino verrà abolito e sostituito da un nuovo sistema di governance” che “avrà una struttura comune per gli asili e i rimpatri e un meccanismo di solidarietà molto forte e incisivo. Ci sarà un dibattito, punti su cui andremo d’accordo e meno. Anche la presidenza tedesca vuole dei risultati”, ha spiegato Von der Leyen. “Salvare vite umane non è un optional. Se noi acceleriamo, mi aspetto che accelerino anche tutti gli Stati membri. Le migrazioni sono una sfida europea e tutta l’Europa deve fare la sua parte. Quei Paesi che adempiono ai loro doveri giuridici e morali o che sono più esposti di altri devono poter contare sulla solidarietà dell’intera Ue”, ha detto Von der Leyen. Mercoledì prossimo la Commissione presenterà il Migration Pact, la sua proposta di riforma del sistema Ue di asilo per i migranti.

Mini lockdown a La Spezia e Toti a “caccia” di dominicani

Un Toyota della Protezione civile avanza tra i (pochi) passanti del pedonale Corso Cavour. “Si ricorda che è obbligatorio indossare la mascherina per tutto il giorno nei luoghi pubblici. Si raccomanda di lavare spesso le mani con sapone o soluzione igienizzante”, dice la voce registrata dagli altoparlanti. Cartolina distopica da La Spezia, nuova trincea d’Italia, la prima città in cui la seconda ondata fa temere un coprifuoco come quello di marzo. Ieri l’aumento dei casi ha concesso una tregua: “solo” 35 nel territorio dell’Asl provinciale, a fronte dei 91 di martedì. Ma è comunque la metà dei 73 nuovi contagi di tutta la regione. Al San Bartolomeo di Sarzana, l’unico ospedale Covid del Levante ligure, i ricoverati positivi sono 83: la capienza di 88 posti letto – ricavati nei reparti di Geriatria, Pneumologia e Medicina interna – sta per esaurirsi. E l’ospedale è pronto a convertire anche i 14 letti di Ortopedia, costringendo un’altra categoria di pazienti a rivolgersi al Sant’Andrea, l’ospedale Covid-free del capoluogo, o alle cliniche private.

Non va meglio in terapia intensiva. Tra ieri e martedì tre intubati hanno affrontato un viaggio di 100 km da Sarzana al San Martino di Genova. Deciso – dice una fonte qualificata dell’ospedale – perché al San Bartolomeo non c’era più posto: degli 11 letti del reparto quelli utilizzabili sono solo 7, perché per gli altri manca il personale. Ma per il governatore Giovanni Toti, che nel pomeriggio arriva in città a incontrare il sindaco Pierluigi Peracchini, la situazione è “quella del tempo di pace”.

I trasferimenti a Genova sono dovuti a “quadri clinici particolarmente gravi”. E la colpa del picco di casi in città è di “una comunità che per usi, costumi e abitudini di vita è particolarmente a rischio di contrarre il virus”. Cioè quella dominicana, che Toti ha individuato da subito come responsabile del contagio. Neanche un cenno alla festa per la promozione in serie A dello Spezia, quando 30 mila persone si sono ammassate per le strade del centro, o alla struttura psichiatrica Cardinal Maffi di Castelnuovo Magra, dove ieri si sono scoperti oltre 20 positivi.

È proprio in funzione anti-dominicana che l’ordinanza regionale di sabato scorso ha imposto una particolare restrizione nel quartiere Umbertino, dove si concentra la comunità. In queste poche strade si può transitare ma è vietato fermarsi, cioè stazionare all’aperto. A mezzogiorno il rettangolo di piazza Brin sembra il set di un western: non si vede un’anima. “Ogni mattina passa la polizia locale a far alzare gli anziani che siedono da soli sulle panchine”, racconta Roberto, che gestisce un bar gelateria. “Negli ultimi quattro giorni ho avuto un calo della clientela dell’80%. La gente ha paura, pensa di non poter nemmeno prendere un caffè al bar. So già che oggi pomeriggio non verrà nessuno”. “In questo momento io e lei siamo fuorilegge”, sintetizza il consigliere comunale Pd Massimo Baldino, appoggiato alla fontana della piazza. “Ho fatto un accesso agli atti per chiedere i dati epidemiologici che giustificano un provvedimento del genere. Per adesso nessuna risposta”.

“La verità – attacca Francesco Battistini, consigliere regionale spezzino della lista Linea Condivisa – è che non c’è alcuna evidenza che a portare il Covid siano stati i dominicani. La prima teoria di Toti, che riconduceva il focolaio a una festa tra latinos oltre il confine toscano, è già stata smentita dalle autorità sanitarie. Se molti positivi risultano appartenenti alla comunità è perché i tamponi si sono fatti solo qui, all’Umbertino, avendo già deciso che il problema era quello. Così il tessuto commerciale di un intero quartiere, già messo in ginocchio dal Covid, sta morendo. Della festa ultras non si vuole parlare perché è evidente la responsabilità di Toti e Peracchini, che non hanno fatto nulla per sensibilizzare i tifosi, anzi hanno incoraggiato quel clima da “liberi tutti” che ha portato a questa situazione”.

“Solo l’Alta velocità viaggia al 50%: così si liberano di Italo”

“Se va vanti così l’Alta velocità non avrà più un concorrente privato”. Gianbattista La Rocca, ad di Italo, la società dei treni veloci, da settimane conduce una battaglia sotterranea. Chiede al governo di equiparare l’Av al resto dei trasporti nelle linee guida anti-Covid e permettere una capienza fino all’80%. Oggi sono fermi al 50. Martedì il Comitato tecnico scientifico (Cts), dopo averlo ascoltato per ore, ha deciso per un rinvio.

Cosa succede ora?

Se non cambiano idea, entro due mesi saremo costretti a fermare i treni. Abbiamo 200 milioni di perdita, e chiuderemo l’anno in rosso di 400 milioni. Impossibile da sostenere.

Perché vi sentite più danneggiati degli altri?

Il trasporto aereo viaggia da mesi al 100% di capienza, quello pubblico locale – autobus, metro, tram e treni regionali – all’80%, solo l’Av è rimasta al 50, eppure vale solo il 10% del trasporto ferroviario. Che senso ha?

La salute ha priorità sui conti delle società. Non c’è un rischio maggiore sui treni ad Av?

Non siamo contro la sicurezza, ci mancherebbe, ma le regole o sono uguali per tutti o non lo sono. Da un punto di vista tecnico non c’è minor sicurezza a viaggiare in un treno Av, anzi rispetto al trasporto regionale ci sono maggiori misure di sicurezza. Ne abbiamo presentate e attuate 14 per convincere il Cts, nessuna presente nel trasporto locale: misurazione della temperatura; biglietto nominativo, così si rintracciano i contatti a rischio; sanificazione delle superfici continua; consegna gratuita della mascherina ogni 4 ore… Tutto questo non avviene nel Tpl, dove ci sono posti in piedi e seduti, mentre da noi è vietato. Sulla carrozza di Italo possono starci massimo 88 persone, 70 con il limite dell’80%, in quella di un regionale 135 persone. Il doppio di Italo.

Nei regionali, però, i tempi di percorrenza sono minori, i finestrini si possono aprire e le porte si aprono più spesso perché le fermate sono più frequenti.

Sfido chiunque a sostenere che in un regionale le persone viaggiano per meno di 15 minuti, il tempo considerato sufficiente per contagiarsi. Ci sono treni regionali che hanno percorrenze di 3-4 ore, la Torino-Ventimiglia o la Napoli-Paola 4 ore e 22 minuti. Sui treni Av il tempo medio tra una sosta e l’altra è 45 minuti. Ora quando aprono le porte esterne si aprono anche tutte le interne per favorire il ricambio d’aria. Il sistema di aerazione è a pressione positiva, come gli aerei, e flusso verticale. Il tempo di riciclo è di 2,5 minuti; 6 minuti per il ricambio totale dell’aria. In teoria è come nel Tpl, solo che il nostro treno più vecchio ha 7 anni, lì 35. Anche all’80% avremmo posti a scacchiera non frontali.

I vostri concorrenti di Trenitalia non si lamentano come voi.

C’è una grande disparità tra concorrenti. Noi viviamo solo dei biglietti, Trenitalia è anche sui servizi regionali, che sono sussidiati, così come gli Intercity. Da una parte un privato e dall’altra un’impresa sussidiata tramite altri business. Non c’è partita.

Perché allora il Cts ha deciso di dire di no?

Non ce ne capacitiamo. Martedì ero da loro a spiegare le nostre misure, durante la seduta ci sono stati diversi membri che si sono detti favorevoli. Il sospetto è che la motivazione non sia tecnica ma politica. Non si vuol tutelare un’impresa privata minando la concorrenza a favore dell’operatore pubblico.

È un’accusa pesante.

È una constatazione oggettiva, che speriamo il governo smentisca uniformando le norme. Dal punto di vista della sicurezza noi siamo equiparabili e perfino più sicuri del Tpl. Se questa è la situazione, e non abbiamo avuto confutazioni, non capiamo perché il nodo non si scioglie. Siamo entrati nove anni fa e abbiamo sempre investito. Ora i ricavi non coprono i costi. Ci fermiamo ed è un danno grave. Parliamo di 5mila lavoratori con l’indotto, ma anche di un impatto importante a livello di sistema Paese.

La roulette dell’antinfluenzale: “Serve”. “No, abbassa le difese”

Le Regioni in ordine sparso. Il grande classico del Covid-19 si ripete, con tanto di strascichi in sede di giustizia amministrativa ed esiti opposti. Il tema stavolta è il vaccino antinfluenzale: Lazio, Calabria e Campania lo hanno reso obbligatorio in vista dell’autunno, ma i provvedimenti di Nicola Zingaretti e Iole Santelli sono stati impugnati davanti ai rispettivi Tar. Se i giudici laziali hanno negato la sospensiva al Codacons che chiedeva di annullare l’ordinanza che dal 15 settembre rende obbligatoria la vaccinazione per gli over 65 e il personale sanitario, i magistrati di Catanzaro hanno annullato l’analogo provvedimento della governatrice di Forza Italia: per loro è in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione che vieta di introdurre trattamenti sanitari obbligatori per via amministrativa e viola la divisione delle competenze tra Stato e Regioni perché l’obbligo vaccinale può essere deciso solo dal primo.

Le due ordinanze condividono una logica di fondo, l’utilizzo del vaccino in funzione “diagnostica”. “In questa fase di ripresa dell’epidemia e con l’autunno in arrivo – spiega Massimo Andreoni, direttore delle Malattie infettive del Policlinico di Tor Vergata a Roma – un grande problema sarà l’insorgenza di patologie respiratorie che ogni volta creeranno il dubbio se si tratti di Covid o no. L’ordinanza punta a ridurre al massimo i casi di influenza per rendere più semplice il riconoscimento di quelli di coronavirus”. Non tutti concordano. “Il vaccino serve e protegge, ma in questo caso potrebbe esporre a rischi – afferma Corrado Perricone, già direttore del Centro di Riferimento Regionale per le Emocoagulopatie della Campania –. I vaccini contengono tre varianti di anticorpi, oltre a una sostanza che ne stimola la produzione. La vaccinazione, quindi, aiuta l’organismo a produrre anticorpi selettivi, che valgono cioè soltanto per contrastare un tipo di virus. Di conseguenza diminuisce la produzione degli altri, anche di quelli che servirebbero contro il Covid-19. Così la difesa immunitaria ne viene nel suo complesso a risentire”. Il risultato, secondo il professore, già membro del Consiglio Superiore di Sanità, è che “in caso di contemporaneità delle due virosi chi si è vaccinato si troverebbe sì protetto dall’influenza, ma maggiormente esposto al SarsCov2”. Un problema che riguarda in particolare gli anziani, che le ordinanze si propongono di tutelare: “Con l’avanzare dell’età la capacità di produrre anticorpi si riduce, quindi la risposta immunitaria di chi non è più giovane ne uscirebbe ulteriormente indebolita”.

Per Andreoni, invece, gli over 65 “sono le persone più fragili, che possono risentire maggiormente di entrambe le patologie e andare incontro a quadri gravi sia di influenza che di Covid. Quindi – spiega – si tratta di anticipare una parte del lavoro. Per loro il vaccino non è mai stato obbligatorio, ma se si andasse a vedere i numeri in termini di mortalità e di morbosità dell’influenza e i costi in termini di sanità pubblica e vite umane ci si domanda perché non sia stato reso obbligatorio prima”. Su una cosa concordano i due esperti, l’utilità di immunizzare i bambini. “I più piccoli hanno una grande capacità di sviluppare anticorpi –osserva Perricone –, quindi la vaccinazione pediatrica è una misura sensata”. “Il problema è quanto i bambini potranno gravare sui laboratori che effettuano il tampone – aggiunge Andreoni –. Incrementarne la richiesta potrebbe mettere in difficoltà la nostra capacità di diagnosi rapida che è l’unico strumento valido per contenere l’epidemia”. Ben venga, quindi, l’analisi differenziale tramite vaccino. Che, però, per chi non appartiene alle categorie a rischio potrebbe essere difficile da trovare.

Secondo Assofarma, dopo che la Conferenza Stato-Regioni ha deciso di destinare ai farmacisti 250 mila dosi, l’1,5% di quelle acquistate dalle Regioni, quest’anno ogni farmacia potrebbe disporre di appena 13 dosi.

“Il gel Covid è un bel business”

Non solo fatture e giri di soldi triangolati con società di Panama, il gruppo attorno ai commercialisti della Lega non ha avuto remore a pianificare l’ingresso nell’affare dell’emergenza Covid. Scrive la Guardia di finanza: “L’emergenza dovuta alla pandemia si è rivelata propizia per rimarcare la vicinanza, o meglio la fidelizzazione, tra Andrea Manzoni e Francesco Barachetti”. Il commercialista e l’elettricista, sotto l’ombrello del partito, progettano affari. In particolare quello della sanificazione definito “un bel business”. Manzoni spiega all’imprenditore di averne parlato con il tesoriere del partito, Giulio Centemero. Dice Manzoni: “Sai che sono qua per te, a fare i tuoi interessi. Allora gli faccio a Centemero: Giulio guarda che Barachetti ha tutti i protocolli lì per la sanificazione”. Nelle intercettazioni Manzoni fa anche riferimento, scrive la Finanza, “alla recente acquisizione, al momento non riscontrata, della divisione pulizie e sanificazione” di una società da parte della Barachetti, “quale condizione necessaria per procacciarsi i lavori presso i locali del partito”. A Centemero spiega che i servizi di pulizia potranno essere pagati il doppio come sanificazione. Annota la Gdf: “Molto suggestiva si rivela la chiosa in cui Manzoni equipara i servizi speciali di sanificazione a normali servizi di pulizia con l’unica variante del corrispettivo evidentemente più elevato”. Si ascolta dalle intercettazioni di Manzoni: “Questa cosa all’atto pratico è come se fosse un pulizia normale, però la paghi”. Manzoni dice a Barachetti di parlarne con Di Rubba: “La sanificazione falla e poi fai fare un preventivo per le pulizie, parlane con Alberto”. Manzoni conosce bene temi e protocolli visto che è anche revisore presso l’Ats di Milano. A Barachetti propone poi la pulizia dei locali della sede della Lega in via Bellerio. Gli dice: “Secondo me adesso ti faremo fare la sanificazione, ne parlavo proprio con Calderoli ieri (…) è un’attività separata completamente slegata dall’attività di costruzione”. Chiede ancora: “Riusciresti anche a venderci i gel per lavare le mani? (…) Hai presente il gel quello che va di moda adesso? (…) Se riesci a prendere piede su quello (…) la pulizia secondo me tutti incominciano a essere più attenti, eh”. L’affare è importante. Non c’è solo la sede della Lega. “Se pensi – dice Manzoni – già solo io e Alberto (Di Rubba, ndr) tra uffici, ‘Non solo auto (…) adesso in Lega, cioè vedi che il lavoro arriva”, anche per i locali di Radio Padania dirà Manzoni a Barachetti.

Il commercialista della Lega: “Se parlo io è un bel casino”

“Questi non mi devono scassare le balle, perché io di cose ne so, e vorrei tenermele per me e portarmele nella tomba, però se apro quel cassetto”. Michele Scillieri, uno dei tre commercialisti indagati dalla Procura di Milano per la vicenda Film Commission e i presunti fondi neri della Lega, è molto più che arrabbiato mentre parla con un amico avvocato. A scatenare la sua rabbia il fatto che Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, professionisti vicini alla Lega di Salvini (ai domiciliari come Scillieri), lo accusino per le pretese economiche di Luca Sostegni, prestanome dei commercialisti in carcere da luglio accusato di estorsione. Il trojan nel suo telefono registra tutto. In più passaggi farà capire di poter aprire il “cassetto della memoria” che creerebbe danni enormi ai commercialisti della Lega e al partito. Vicende che andrebbero oltre il denaro. “È una cosa diversa – dice Scillieri – che non ho mai detto”. Va ricordato che nel suo studio milanese ha avuto il primo domicilio la nuova Lega di Salvini. Magistrati e finanzieri saltano sulla sedia e annotano: “Scillieri, in un impeto di rara schiettezza, tira fuori tutto scagliandosi contro Di Rubba, Manzoni e il loro fidato braccio operativo Francesco Barachetti”.

Partiamo allora dall’elettricista di Casnigo, anche lui indagato e i cui uffici sono stati perquisiti per quattro giorni dalla Guardia di finanza. “Barachetti service! – esclama Scillieri –, un milione e mezzo di fatturato in un anno, questi qua prendono i soldi della Lega e si comprano le ville e fanno la bella vita. Di Rubba ha messo su un bellissimo concessionario in Val Seriana. Barachetti è un elettricista che ha la casa accanto a Di Rubba e che un bel giorno ha deciso: ora divento un imprenditore di successo. Alberto tramite la Lega gli ha dirottato tonnellate di soldi, non di lavori, di soldi!”. Poi sul duo Di Rubba-Manzoni: “Loro su quella società hanno fatto 160mila euro di fatture fasulle. Questi sono dei mascalzoni che ti rubano la marmellata appena la tiri fuori. Perché io non so dove sono finiti i 49 milioni, ma molte cose le so”. Poi sul denaro da dare a Sostegni: “Tirino fuori 25mila euro perché ce li hanno e se non li hanno li rubano come hanno sempre fatto”. Manzoni e Di Rubba, prosegue, “fanno il cazzo che vogliono, fanno le porcate con le società e vogliono dettare le condizioni economiche”. Dopodiché il commercialista ritorna “sui tristemente noti 49 milioni di euro”: “Ho imparato che gente sono, se non stai attento ti rubano il pezzo di carta. Hanno ciucciato una montagna di soldi alla Lega. Ma una montagna! Non ti dico i 49 milioni ma non siamo lontani sai? Te lo dico io, perché una parte li hanno mandati (…). Casualmente hanno costituito le leghe regionali e lì hanno dato dei soldi. Dieci milioni. Una parte li hanno mandati su e sono tornati indietro, li hanno cuccati”.

Il riferimento alle leghe regionali da usare come possibili casse esterne al partito per evitare sequestri sarà confermato dall’ex direttore della filiale Ubi di Seriate Marco Ghilardi. A lui i commercialisti hanno chiesto di aprire conti per le associazioni territoriali del partito. Operazione poi bloccata dai vertici di Ubi. Scillieri è un fiume in piena. Prosegue: “Questo sono loro, venderebbero la madre per un euro”. Il 14 maggio il commercialista prosegue il suo j’accuse parlando con Sostegni. E sempre riferendosi a Di Rubba e Manzoni spiega: “Hanno sempre fatto i furbi, hanno sempre rubato a mani piene”. Se però i due non pagano Sostegni, prosegue Scillieri, “vanno nei guai. Perché forse tu non hai elementi sufficienti, io ne ho quanti ne voglio, che non rompessero il cazzo. Li vogliamo sentire solo quando finiranno in galera”.

Dopodiché Scillieri cala l’asso: “Qui non parliamo di 30 mila euro, di 300 mila euro, non parliamo di cazzate, parliamo di una questione molto diversa della quale non ho mai detto niente. Ecco non fatemelo dire! Perché a me non si apre quel cassettino nella testa, non si è mai aperto, ecco non fatemelo aprire. Sono dei criminali, dei banditi, perché se non la finiamo il cassetto lo apro”. Che cosa contenga il cassetto delle memorie di Scillieri al momento non è dato sapere. Il commercialista si è avvalso della facoltà di non rispondere e non si è presentato all’interrogatorio del gip. Forse lo aprirà nell’interrogatorio di domani davanti al procuratore aggiunto Eugenio Fusco e al pm Stefano Civardi. Del cassetto di Scillieri parla anche Sostegni: “Io fossi in loro mi guarderei bene di far aprire il cassetto a Michele perché se apre il cassetto qui chi finisce nei casini…”.

Il 19 maggio la vicenda Sostegni pare sbloccarsi. I soldi arriveranno attraverso il fidato Barachetti. Sostegni ne parla con Scillieri. Si comprende che i commercialisti e i vertici del partito temono la vicenda Film Commission. Sostegni: “Io sono felice perché vuol dire che si sono mossi i vertici”. Scillieri: “Sarà che questa cosa qui non ha un prezzo”. Sempre Sostegni a colloquio con un noto costruttore di Milano spiega le connessioni tra gli affari del duo Di Rubba/Manzoni e i vertici della Lega. “Di Rubba, Manzoni, Centemero, Salvini, andavano tutti a scuola insieme no? Quella società di noleggio auto (Non solo auto, ndr) ha fatto il contratto con la Lega di 1,3 milioni in un anno, cioé sono anche coglioni”. Conclude su Di Rubba: “Prima o poi scoppia, appena perde gli appoggi politici che lo tengono in piedi, lì sai il pentolone che viene fuori?”

Di Battista dice Sì. Il ritorno sul palco però è un azzardo

Alla fine lo hanno convinto, e sarà un ritorno che può fare rima con azzardo. “Antonella Laricchia se lo merita” ha spiegato a chi in queste ore gli ha chiesto perché. Tanto è bastato ufficialmente ad Alessandro Di Battista per decidersi a tornare su un palco: e non potrà essere indolore, comunque vada. Non potrà essere una serata qualsiasi quella di domani, quando alle 21.30 l’ex deputato sarà in piazza Diaz a Bari per chiudere la campagna elettorale della candidata governatrice in Puglia dei Cinque Stelle assieme a Barbara Lezzi, senatrice pugliese a lui vicinissima. È stata Lezzi ad aiutare Laricchia a convincerlo, con una pioggia di messaggi e telefonate. Sufficiente per smuoverlo da settimane di (quasi) silenzio, chiuso in famiglia per la nascita del secondo figlio. Fermo anche per riflettere sul suo futuro politico, appeso a mille variabili: dall’esito delle urne del 21 settembre agli Stati generali, il congresso ancora senza data del M5S, fino alla guerra tra i big e Davide Casaleggio, che ha proprio in Di Battista l’unico maggiorente rimastogli accanto. Ma in poche ore l’ex deputato si è rimesso in gioco: prima con il sì all’evento in Puglia, poi ieri con un articolo su Tpi per il sì al referendum sul taglio dei parlamentari. “Ma Alessandro quando si deciderà a fare un post sul voto?” si chiedevano da giorni big ed eletti del Movimento, non esattamente benevoli. E il testo è arrivato, sotto forma di attacco frontale “all’establishment e alla monarchia editoriale degli Elkann” contro cui “bisogna votare sì”.

Di Battista morde “l’Ingegner De Benedetti”, il senatore dem Luigi Zanda e le Sardine, “pesci piccoli dell’establishment”. Invoca una legge elettorale con le preferenze. I 5Stelle leggono con sollievo, ma tutti parlano del palco di domani. “Di Battista vuole intestarsi un buon risultato in Puglia” è il siluro ricorrente. Basato sugli ultimi sondaggi ufficiali che davano Laricchia sopra il 15 per cento (ma lei punta almeno al 20). Eppure quelle cifre sono la lastra di ghiaccio su cui si muove l’ex eletto. Basta ascoltare alcuni veterani del M5S: “Alessandro rischia di rimetterci in ogni caso: se Laricchia andasse bene potrebbe far perdere il dem Michele Emiliano, e quindi a Di Battista darebbero la colpa di una sconfitta pesante anche per il governo. Se invece il risultato del M5S sarà deludente, diranno che non sposta più voti”. Ergo, “sarebbe stato meglio non andare”.

Anche per non rovinare il filo con Palazzo Chigi intessuto in queste settimane dall’ex parlamentare. Con Giuseppe Conte che si è convinto della sua lealtà al governo con il Pd. Ma la discesa in Puglia rischia di suscitare dubbi, ansie. E l’ex deputato lo sa. “So perfettamente che proveranno a darmi colpe non mie – ha detto Di Battista in alcuni colloqui –, ma non mi importa, Antonella ha lavorato e lavora bene, e va sostenuta”. Quindi rieccolo in piazza. E nel M5S già si chiedono cosa dirà sul governo e sul Pd. Luigi Di Maio ha fatto diverse date in Puglia, proprio come la sua fedelissima Laura Castelli. “Però non ha mai attaccato Emiliano” fanno notare. Come a dire che ha rispettato gli alleati. Invece il descamisado Di Battista è un’incognita. Sul palco di Bari proverà a prendersi una folla, in attesa di decidere se tentare di prendersi il Movimento. Ma dovrà stare attento a non inciampare.

Incubo Toscana: qui Zinga e Salvini si giocano il futuro

Se non è l’Armageddon, poco ci manca. La partita della Toscana non riguarda più solo il mito della regione rossa e la frattura – condita da una buona dose di campanilismo – tra il centro (la “ricca” Firenze) e la periferia (la “povera” costa). Alle elezioni regionali di domenica, in ballo c’è molto di più: il futuro politico di Nicola Zingaretti e Matteo Salvini. La Toscana ormai è la cornice, la leadership del segretario Pd e di quello leghista il quadro. “Zinga” vuole respingere lo scalpo, già annunciato, di Stefano Bonaccini in caso di sconfitta nell’ultima regione rossa d’Italia, mentre Salvini sogna la “liberazione” della Toscana dopo “cinquant’anni di governi comunisti” intestandosi l’unica possibile vittoria alle regionali contro il probabile cappotto di Luca Zaia in Veneto e di Giorgia Meloni che ha piazzato Francesco Acquaroli e Raffaele Fitto nelle Marche e in Puglia. Due partite che si incrociano, inesorabilmente, con il futuro del governo Conte che, in caso di sconfitta in Toscana, potrebbe anche traballare. E allora sia Zingaretti sia Salvini tra oggi e domani sbarcano in regione per il tour de force finale della campagna elettorale: il leader del Pd solo oggi farà tappa a Viareggio, Pisa, Livorno, Lucca e Pistoia con chiusura domani a Firenze, mentre il leader leghista arriverà domani partendo per la costa (da Pisa a Carrara) fino al comizio finale con Giorgia Meloni e Antonio Tajani in piazza della Signoria a Firenze.

Dopo una prima fase sulla difensiva, adesso Zingaretti gioca all’attacco presidiando il territorio. “Nicola ha capito che in Toscana si gioca la faccia, per non dire qualcos’altro” dice a mezza bocca un alto dirigente dem. Al quinto piano di via Forlanini a Firenze, sede del Pd toscano, sono ore concitate: l’arroccamento dei mesi estivi, i caminetti delle correnti, la composizione delle liste con le guerre fratricide tra Lotti e Nardella e le trattative per uno strapuntino nella futura giunta sembrano ormai un lontano ricordo. Da qualche giorno Zingaretti ha mandato dal Nazareno due suoi fedelissimi, il coordinatore politico del Pd Nicola Oddati e il responsabile comunicazione nazionale Marco Furfaro, per raddrizzare la campagna elettorale di Eugenio Giani e resistere all’assalto della leghista Susanna Ceccardi. I due hanno istituito un gabinetto di guerra in via Forlanini dove ogni giorno si confrontano con la segretaria Simona Bonafè e il vicesegretario Valerio Fabiani. La strategia degli ultimi due giorni di campagna elettorale è chiara: andare nelle piazze e nei mercati delle città sulla costa – soprattutto Massa Carrara, Viareggio, Pisa e Livorno – per mobilitare il vecchio elettorato di sinistra non entusiasta di un candidato debole come Giani “agitando la paura dei fascisti alle porte”. Anche a costo di “prenderci qualche vaffa” è la comunicazione fatta arrivare nelle chat a militanti e candidati. In ballo ci sono 10mila voti decisivi per la vittoria finale. Dal punto di vista della comunicazione, i dem hanno assoldato l’ex filmmaker di Barack Obama e guru della campagna elettorale di Bernie Sanders, Arun Chaudhary, che sta sponsorizzando i candidati migliori sui social e nelle piazze: tra questi c’è l’ex consigliera regionale Alessandra Nardini, lo studente Iacopo Melio e, sorpresa, il sindaco di Rignano sull’Arno (ex amico dei Renzi) Daniele Lorenzini che si candida in una lista in sostegno a Giani.

Matteo Salvini invece sta girando le piazze toscane insieme alla zarina Ceccardi da inizio agosto, da quando ha preso casa a Forte dei Marmi. Poche le sue apparizioni in altre regioni, Marche e Puglia, e iperpresenzialismo in Toscana, l’unica regione in cui il leader del Carroccio ha candidato una propria fedelissima. Tutto senza commettere gli stessi errori che hanno portato alla sconfitta in Emilia: la nazionalizzazione del voto (“Se vinciamo in Toscana non chiederò le dimissioni di Conte” va dicendo) e coup de théâtre come quella del citofono. Tant’è che nei giorni scorsi, Salvini ha rinunciato a lanciarsi dal paracadute ad Arezzo: la leadership della Lega vale più di un atterraggio pirotecnico.