“Per decenni hanno lavorato solo i due terzi dei parlamentari”

“Voto Sì. Ho sempre proposto e supportato riforme costituzionali che comportavano la riduzione dei parlamentari: mi sentirei in contraddizione con me stesso se mi comportassi diversamente”. Enrico Letta, ex premier, oggi lavora a Parigi e insegna alla Grand Ecole Sciences Po. Ha appena finito di ascoltare il discorso di Ursula Von der Leyen sullo Stato dell’Unione: per lui anche un riconoscimento della ritrovata centralità dell’Italia.

Presidente, nel merito perché dice Sì?

Il nostro Paese ha oggi un numero di parlamentari eccessivi rispetto alle funzioni del Parlamento, che le ha perse verso l’alto (a favore del Parlamento europeo) e verso il basso (con i poteri legislativi affidati alle Regioni). Quando il numero fu fissato non c’erano né l’Europa, né le Regioni. C’è poi un elemento che nessuno sottolinea.

Quale?

Il Parlamento, soprattutto nella Prima Repubblica, ma anche nella Seconda, è sempre stato retto e gestito da due terzi dei parlamentari. Gli altri non andavano neanche in Commissione, ma si occupavano dei partiti. Questa cosa, che prima era considerata normale, oggi non è più tollerata. Dunque, il taglio dei parlamentari è assolutamente naturale. Accanto a questo, bisogna lavorare all’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, perché i partiti devono avere gente retribuita. Bisogna che i cittadini diano il 2 per mille ai partiti e che questi siano controllati. Come dimostrano gli scandali.

Cosa risponde a chi dice che il taglio riduce il valore della rappresentanza?

Con l’Europa, due Camere e le Regioni abbiamo una larga rappresentanza. Il vero guaio è la nostra legge elettorale oscena. Il sistema delle liste bloccate – partito con il Porcellum e adesso in vigore con il Rosatellum – è la madre di tutte le nefandezze. Quello riduce la rappresentanza, con ogni leader che si porta dietro la sua corte.

Si cambierà davvero se vince il Sì?

Il Sì obbliga a cambiare. E lo spirito della Costituzione è a favore di riforme puntuali e non complessive.

Perché tanti che dicevano di Sì alla riforma Renzi, ora dicono No?

Molti votano guardando alle conseguenze politiche e al proponente. Io sui referendum mi sono sempre dato la regola di non farlo: ho votato Sì nel 2016, nel merito. Nonostante sapessi che la vittoria del No avrebbe portato le dimissioni di Renzi: cosa che non poteva dispiacermi.

Ci saranno conseguenze sul governo se vince il No, anche se nessuno nella maggioranza le ha messe sul tavolo? E con una sconfitta alle Regionali?

La mia impressione è che non dovrebbe cambiare niente. Per quel che riguarda le Regioni: non c’è un’alleanza tra M5S e Pd, tranne che in Liguria. Quindi il risultato non si può traslare a livello nazionale. Aggiungo che andare alle elezioni ora, mentre devi occuparti del Recovery Fund sarebbe un suicidio.

Non ci sarebbe un altro governo, magari a guida Draghi?

Sono convinto che dopo questo governo esiste solo il voto.

È giusto che sia Conte a gestire il Recovery Fund?

Questa è la maggioranza che ha elaborato e negoziato il Recovery fFund: bisogna dare atto a chi ha guidato la trattativa di aver riportato l’Italia al centro. È giusto che siano loro a gestire questa fase. Ma devono essere conseguenti con gli Stati Generali: ci vuole il coinvolgimento delle parti sociali. È determinante capire come usciranno i Paesi occidentali dal post-Covid: usciranno bene quelli come la Germania, che hanno una rete di protezione sociale, male quelli come la Gran Bretagna, con un’economia finanziarizzata. Noi assomigliamo di più alla Germania.

Lei vede manovre dei cosiddetti poteri forti per gestire i fondi?

Non so. Nel mio attuale status vedo solo la scena. E mi pare una situazione più lineare di quanto sembra, con il ritorno della destra e della sinistra.

A proposito della centralità dell’Italia, la Von der Leyen ha fatto un discorso importante.

Mi ha molto stupito. Non mi aspettavo tanta determinazione. Finalmente è arrivata una apertura sui migranti e sul cambiamento del Trattato di Berlino, in nome del fatto che il salvataggio in mare non si discute. Si rompe un tabù. E poi è molto importante l’apertura all’Europa della Salute: la Ue non ha competenze in materia sanitaria per colpa della Gran Bretagna. Ora con la pandemia hanno capito tutti che l’approccio britannico non funziona. Nel 2020, con gli inglesi che se ne sono andati e l’Italia che è rientrata, nasce l’Europa sociale di Prodi e di Delors.

Goffredo Bettini sostiene che è finita la vocazione maggioritaria del Pd. Va bene un partito del 20%?

Sono molto pragmatico: fai con i voti che prendi. Il Pd ha subito tre scissioni e resta l’architrave del sistema. La pazienza di Zingaretti la considero una qualità, non un difetto. Ho molto apprezzato il discorso di Modena.

Voto utile compreso?

Domani chiudo la campagna elettorale a Cascina, in provincia di Pisa, il paese della Ceccardi. E mi sento di fare un appello ai Cinque Stelle, per la mia Regione. Perché la Toscana è il brand italiano più riconosciuto nel mondo, è la madre di tutte le battaglie. Martedì prossimo se il candidato M5S avrà preso il 5, il 10 o il 15, se lo saranno dimenticato tutti. Ma se Salvini vincerà, ci saranno danni per tutti.

Vede un futuro di Conte come leader del centrosinistra?

Aiutiamolo a fare quel che deve fare ora. Non credo si voti a breve. Come ha detto lui, verrà giudicato dal Recovery fund.

Minzione di sfiducia

L’altra sera, a Otto e mezzo, Alessandro Sallusti ne ha detta una giusta: “Ci mancherebbe altro che il governo non riuscisse a riaprire le scuole!”. Già, ma fino al giorno prima l’intera stampa e tutti gli iscritti al partito dominante – il Partito Preso – dicevano che le scuole non avrebbero riaperto e, se qualcuna si fosse azzardata a farlo, si sarebbe presentata agli studenti senza aule, né sedie né banchi né cattedre né insegnanti né bidelli né mascherine né lavagne né gessetti né cessi né niente. Questo continuo annunciare catastrofi e apocalissi che poi non si verificano mai è uno dei motivi per cui la gente non si fida più dei giornali. Il Reddito di cittadinanza non si farà mai! Fatto. Il blocco della prescrizione non passerà mai! Passato. Non oseranno mai cacciare i Benetton da Autostrade! Cacciati. Il governo M5S-Pd è impossibile! Infatti. Conte non eviterà mai la procedura d’infrazione! Evitata due volte. Gli Eurobond non passeranno mai! Passati. Conte non avrà mai 173 miliardi di Recovery Fund! Ne ha ottenuti 209. Tutti prenderanno il Mes e Conte e M5S caleranno le brache! In Europa non lo vuole e non ne parla nessuno, a parte Cipro e i nostri giornaloni. Non riusciremo mai a far abolire i trattati di Dublino sui migrantii! Ieri Von der Leyen ne ha annunciato l’abolizione. Conte cade! Oggi no, domani vedremo. Così le scuole: fino al giorno prima di riaprire, non dovevano riaprire.

“I sindacati allaAzzolina: ‘La scuola non riaprirà’” (Giornale, 18.7).

“Salta il banco. Disastro Arcuri-Azzolina. Caos scuola su tavoli e sedie. Rivolta delle aziende contro l’assurdità del bando: ‘Ci vogliono 5 anni per 3,7 milioni di banchi’” (Giornale, 23.7).

“I presidi denunciano i ritardi del ministero: così non riusciamo a ripartire. Assufficio e Assodidattica: ‘Qualcuno si pone il problema se la gara dei banchi andrà deserta?’” (Repubblica, 24.7).

“‘La gara andrà deserta’. Il pasticcio di Arcuri e Azzolina sui banchi” (Luciano Capone, Foglio, 24.7).

“Scuola, rischio caos per settembre. I produttori: impossibile fornire 3 milioni di banchi. Assufficio: le condizioni di gara non sono accettabili. I produttori potrebbero disertare il bando” (Sole 24 Ore, 28.7).

“Azzolina-Arcuri, 2 incapaci coperti da Conte. Il bando andrà deserto, è scritto coi piedi” (Mario Giordano, Verità, 29.7).

“Arcuri fa cagate di bandi” (Nicola Porro, 30.7).

“Sui banchi anche la Scavolini scarica Arcuri. Se non saranno gli stranieri né i colossi italiani, chi salverà la scuola? Un altro bluff, ma di breve durata. Le aziende non si sono fatte avanti, né i colossi italiani ne quelle straniere” (Capone, Foglio, 31.7).

Poi al bando partecipano 14 aziende italiane e straniere e lo vincono in 11 per consegnare 2,4 milioni di banchi entro ottobre. Ma subito si ricomincia.

“La resa del governo sulla scuola: lezioni da casa. In sei mesi non è cambiato nulla” (Libero, 1.9).

“La scuola riapre con le classi a turno. Studenti obbligati a rimanere a casa” (Verità, 3.9).

“Coperte solo 3 cattedre su 10” (Messaggero, 4.9).

“Scuole in alto mare: ‘Rinviamo l’apertura’” (Repubblica-Roma, 5.9).

“Scuola, ultimi in Europa. Linee guida oscure e diffuse all’ultimo momento. Nessun collegamento coi servizi territoriali. E il record di chiusura. Il confronto con l’Ue è impietoso” (Espresso, 6.9).

“Scuole al via senza banchi. E manca un docente su 4” (Messaggero, 7.9).

“Banchi in ritardo, l’ansia del Quirinale” (Corriere della Sera, 7.9).

“Scuola, caos a una settimana dal via” (Messaggero-Roma, 8.9).

“Colle pronto a bocciare Giuseppi sulla scuola. Mattarella è stufo di lui” (Maurizio Belpietro, Verità, 8.9).

“La scuola riparte solo a metà” (Repubblica, 9.9).

“Scuola, le spinte per il rinvio. Molti presidi chiedono di ritardare l’avvio delle lezioni” (Corriere della Sera, 9.9).

“In aula un giorno a settimana o turni di 3 ore: è una giungla” (Messaggero, 9.9).

“Senza banchi né prof: ‘Costretti ad aprire, ma non siamo pronti’” (Repubblica-Roma, 10.9).

“I presidi si ribellano: ‘Così è impossibile partire’” (Stampa, 10.9).

“La campanella della scuola si prepara a suonare a morto” (Libero, 10.9).

“Conte: al via il 14. Ma i presidi si ribellano” (Stampa, 10.9).

“Conte: scuole al via. Presidi in trincea: il 14 è impossibile” (Messaggero, 10.9).

“Lezioni da casa per tutto l’anno” (Messaggero, 11.9).

“Scuola al via, mascherine già un miraggio” (Stampa, 11.9).

“Scuola senza aule, banchi e mascherine” (Verità, 11.9).

“Una scuola su 4 è a rischio chiusura” (Giornale, 12.9).

“Promesse mancate. Il tempo perso che rende pericoloso tornare in aula” (Luca Ricolfi, Messaggero, 12.9).

“Per tornare in classe ci rimane il Padreterno. Manca tutto, resta solo la fede” (Libero, 13.9).

Poi la scuola riapre, all’italiana ma molto meno peggio delle attese, e subito sparisce dai radar dei giornali. Che già preparano la prossima bufala. Ci vorrebbe una mozione di sfiducia, se non ci avessero già pensato i lettori.

“L’arte è Liberazione Persino dalla sofferenza: come Gramsci sui muri della sua Sardegna”

Oggi, mentre gli intellettuali per lo più tacciono, inghiottiti dall’abulia dell’indifferentismo, in Sardegna gridano le pietre dei muri. Gridano un messaggio colorato di rivoluzione.

Fu nel 1969 che un gruppo anarchico milanese realizzò a Orgosolo il primo murale, ma il vero avvio di questa mirabile arte di strada risale al 1975, quando il pittore senese Francesco Del Casino sceglie la città barbaricina come sede del suo insegnamento di educazione artistica nelle scuole medie. È una miscela esplosiva: un vero artista che è anche un appassionato insegnante, una terra antica e ribelle, i ragazzi che si affacciano alla vita, con la loro sete di giustizia. E il risultato è un fiume di coloratissima pittura, che invade i muri grigi e polverosi in un profetico anticipo di street art. Lo stile è alto, e riesce a tenere insieme le scomposizioni del più “classico” Picasso alla presa diretta del realismo di Guttuso: e gli eroi dei murali sono il popolo della Sardegna e i suoi figli più ispirati, da Antonio Gramsci a Emilio Lussu, e a molti altri…

Abbiamo scelto di chiudere queste meditazioni di liberazione con uno dei murali più umili tra quelli di Francesco Del Casino: sulla parete scrostata e scalena di una stradina povera e del tutto secondaria di Orgosolo (una strada in cui urbanistica e architettura vogliono urlare al mondo la loro indifferenza per la giustizia e l’eguaglianza), un angelico Gramsci afferma col sorriso il suo odio per gli indifferenti. Del Casino ha trasformato il corpo di Gramsci in una ricorrente icona artistica e politica. Quel corpo imperfetto, malato: il corpo fragile di un Gramsci che nel 1921 viene vituperato da Benito Mussolini come gobbo e deforme. Sembra che Del Casino, rappresentando la statura gigantesca di Gramsci in una grande testa avvolta di capelli come una nave dalle vele, abbia voluto render visibile la pagina in cui un altro gigante morale, Piero Gobetti, scriveva che in Gramsci “il cervello ha soverchiato il corpo. Il capo dominante sulle membra malate sembra costruito secondo i rapporti logici necessari per un piano sociale, e serba dello sforzo una rude serietà impenetrabile; solo gli occhi mobili e ingenui ma contenuti e nascosti dall’amarezza interrompono talvolta la bontà del pessimista, il freddo rigore della sua razionalità”. Cosa, se non l’arte, può liberarci perfino dalle sofferenze del nostro corpo, dalle nostre sofferenze private, mettendoci in comunione con quella lotta di liberazione collettiva che ancora, nonostante tutto, si misura ogni giorno con l’ingiustizia del mondo?

L’arte e la scuola; i ragazzi, e chi spende la propria vita per dar loro un futuro liberato; i muri delle città, che gridano come le pietre: cerchiamola qua, l’arte. L’arte che – morta nelle collezioni dei ricchi, morta nei musei ridotti a supermercati, morta nelle mani dei potenti – è viva come non mai quando ci affida, ancora una volta, le parole rivoluzionarie e profetiche di Antonio Gramsci: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano”.

Quell’“Orrido famigliare” sepolto in fondo alle foibe

A pagina 83 di Orrido Famigliare ­– il primo romanzo a fumetti di Giorgio Franzaroli –, c’è la tavola più potente in drammaticità e importanza. Intanto, scontornato, c’è il Maresciallo Tito che è decorato di Gran Cordone – dunque tra i grandissimi custodi della Costituzione – ma soprattutto ci sono le foibe, “voragini tra le rocce, burroni nascosti”.

Gli storici considerano un inciampo il vissuto dei singoli. Le esistenze di ognuno vanno ad affastellarsi nel purgatorio dell’oblio, giammai nella storicità, ma Franzaroli, con gli strumenti suoi – lo humour, il segno e il disegno – affronta la memoria d’innocenza della propria famiglia istriana svelando le contraddizioni di tutti nella gara a chi l’ha fatta più sporca. Nelle foibe ci finivano gli italiani, si sa, ma è come non volerne sapere di quella vicenda: “Spesso le persone venivano buttate giù ancora vive, in mucchio come le bestie. Le foibe erano davvero le porte dell’inferno”. La didascalia di Franzaroli che pure mette le mani avanti professando l’antifascismo brilla d’onestà intellettuale – “Terribile e ingiustificabile la ritorsione comunista” – ma il senso comune, il sentimento civile d’Italia, sorvola ben volentieri su questa pagina del Novecento tutt’oggi preda di tre fuochi.

Quella che la nonna Lucia racconta al nipote Giorgio è la storia col vigore maiuscolo del vissuto: “‘Lo capisci in quale brutta situazione eravamo?’. Per i titini, gli italiani d’Istria erano tutti nemici, per i tedeschi tutti traditori”. Ma sono tre i fuochi: “Ci aspettavano le bombe degli americani”. Tutto doloroso in questa pagina che diventa romanzo. Una come nonna Lucia – “che si è salvata dai partigiani jugoslavi non si faceva certo spaventare dai tedeschi” – viaggia per giorni con mezzi di fortuna per tornare ad Arsia, la città istriana da dove era stata costretta a scappare e lì recuperare qualche soldo vendendo il tavolo e le sedie di casa. Dalla sua seconda fuga si ritrova a Trieste ma da profuga incontra il sospetto di tutti. Tutto complicato. Il nonno, Franco, è un comunista. Nell’estate del 1943 recupera una copia de L’Unità; titolo: “L’arresto di Mussolini”. La moglie è sbalordita, diffidente: “Pensi che le cose cambieranno in meglio?”. Nonno Franco, invece, è ben contento: “Significa niente più fascisti, niente più arresti, botte, ammazzamenti”. Il dolore e la complicazione, da lì a poco, sono già storia: “All’inizio i partigiani prendevano di mira solo fascisti e soldati, ma presto cominciarono ad ammazzare chiunque, fascisti o socialisti gli italiani finivano tutti quanti giù nelle foibe”.

Il romanzo di Franzaroli è un inaudito per il sentimento diffuso. L’oblio cui è costretta la storia degli esuli, grazie a Orrido Famigliare, va a svaporare e torna alla luce un aspetto non laterale della tragedia, quello della persecuzione cui furono sottoposti anche gli attivisti istriani del Partito comunista, uccisi dai partigiani di Tito. Il gulag di Goli Otok fu l’esempio più atroce: tra il 1948 e il 1953 morirono 4.000 internati accusati di essere “stalinisti”, una sorta di contrappasso. Come Emilio Tomaz, il direttore de La Voce del Popolo, il giornale dei comunisti fiumani, sopravvissuto. O come il sardo Andrea Scano, uno tra i tanti comunisti italiani del “controesodo”, ovvero quelli che sceglievano di andare a vivere nella Jugoslavia di Tito. Ritrovatisi tutti detenuti nel campo che Milovan Gilas, prima braccio destro del Maresciallo, poi dissidente, definisce “la nostra macchia più vergognosa”. Il nostro orrido famigliare.

Troppi indifferenti a Moravia

Nella fredda sala del Campidoglio di quel fine settembre del 1990 (il 26, ndr), gli addetti alle pompe funebri sigillarono la bara di Alberto Moravia e gli amici si accorsero con meraviglia di una croce di legno sul coperchio che provarono a strappare.

Tenuta in spalla da Bernardo Bertolucci, Enzo Siciliano, Enzo Golino e il sottoscritto, la bara si avviò sui gradini in discesa. Ci fu un momento di panico, quando Bernardo si fermò per riallacciarsi una scarpa… Immaginammo che la bara scivolasse sui gradini, aprendosi sulla piazza gremita di gente avvolta da un silenzio assoluto, interrotto dalla breve commemorazione affidata a Umberto Eco. Invitò i presenti e gli assenti a smettere di scrivere di lui, a lasciarlo riposare, officiando per primo l’oblio che puntualmente seguì.

Il critico della neoavanguardia, Angelo Guglielmi, profetizzò che di Moravia si sarebbero salvati soltanto i libri dei numerosi viaggi africani. Ancora oggi sui social ripetono quel mantra. Alfredo Giuliani aveva già stroncato gli ultimi romanzi di quel gigante del Novecento. Quando pubblicai Moravia, una vita controvoglia, i recensori, pochi, sottolinearono quelli che ai loro occhi sembravano gossip, dalla nobildonna che rifiutò di sposare un “ebreo”, ai burrascosi rapporti con Elsa Morante, allo scandaloso matrimonio con la giovanissima Carmen Llera. Moravia lasciava le sue donne libere, tormentandosi per i loro tradimenti. Si potrebbe scrivere un libro intero sulla gelosia nei suoi romanzi.

Nel primo decennio dalla sua morte i giornali pubblicarono lettere dell’autore a Ciano e a Mussolini, etichettandolo come fascista. Per cancellare quella diffamazione pubblicai sull’Espresso le veline dell’Ovra, la polizia fascista, che lo pedinava dal 1929 alla fine del regime… Non bastò. Moravia era considerato dai più “un animale a sangue freddo”. Sempre sull’Espresso scrissi un articolo in cui discutevo delle idee di Pasolini e di Moravia. Si aprì un dibattito: Fortini, Sanguineti, Vassalli e tanti altri si scatenarono contro l’autore degli Indifferenti. Mentre l’editore ristampava le sue opere, si disse che i giovani non lo leggevano… Quando fu ristampato Agostino negli States e divenne subito un best-seller, non ne parlarono. Anche critici doc come Giulio Ferroni lo hanno sottovalutato. Per lo più gli preferiscono la sua compagna Elsa Morante, che ebbe un enorme successo con La Storia e Moravia a ricordare che aveva scritto molto tempo prima La ciociara. Sposandola, Moravia l’aveva sottratta ai signori facoltosi con cui si accompagnava per sbarcare il lunario, compreso un collaboratore famoso del Corriere della Sera. La sottrasse anche agli amori con una signora romana, di cui ho letto l’epistolario in privato, visto che quelle missive gli eredi non le hanno fatte pubblicare alla mia amica Giusy Rapisarda. La Morante, come del resto Dacia Maraini, devono molto al loro uomo.

Da ultimo sono uscite le lettere alla Morante, lettere che gridano il suo amore . E sono testimone delle telefonate mattutine di Elsa a un uomo sempre più tormentato. Sui social spesso si legge che la Morante è di gran lunga superiore a suo marito: è gente che non lo ha letto. Un ultimo mantra che circola su Moravia è che la sua borghesia è morta, che rimane incomprensibile uno scrittore borghese contro la borghesia, che il mondo è cambiato, come se le masse planetarie non fossero sfruttate da gente che certo non fa parte di una classe “illuminata”. Pasolini diceva che la borghesia italiana era la più ignorante d’Europa. Ma poi, non si può leggere Dante perchè il suo mondo è scomparso? E allora Omero? Che sciocchezza è questa.

Io sospetto che l’ultima generazione non legge Moravia, nonostante Carrère che gli somiglia, perché non vuole avere a che fare con i borghesi moraviani, imbevuti di sesso e denaro, di Marx e Freud, anche questi “scomparsi”. Certo i pariolini parlano come i borgatari, ma il loro conto in banca è sempre sostanzioso. Gli indifferenti è un romanzo sul sesso ma anche sul denaro…

Ultimamente qualche scrittore quarantenne sembra fare i conti con Moravia, prendendosela con quelli che bofonchiano su di lui, senza averlo letto. Tuttavia su Nuovi Argomenti, la sua rivista, raramente si trovano scritti in sua difesa. Ad esempio, in Francia, Moravia è considerato uno scrittore francese. In America, come ho detto, è ristampato. Da noi è ancora visto come un autore pornografico, quando il sesso nei suoi romanzi è a dir poco funerario.

Ricordo una denuncia per oscenità riguardante La noia di un prete aquilano, nostalgico di quando Moravia figurava messo all’indice dalla Chiesa cattolica. E spero che in occasione del trentennale si abbandonino i pregiudizi e le invidie incartapecorite per permettere il suo ingresso nel pantheon dei classici del Novecento.

Assange come El Chapo: questo lo aspetta negli Usa

È la più dura tra le prigioni di massima sicurezza negli Stati Uniti. Si chiama Adx Florence, si trova in Colorado e vi sono rinchiusi criminali violenti come El Chapo, Unabomber e Zacarias Moussaoui, l’unico finito in galera per gli attentati dell’11 settembre. È in questa prigione che Julian Assange rischia di finire, se gli Stati Uniti riusciranno a estradarlo e condannarlo per la pubblicazione dei documenti segreti del governo americano, che hanno permesso di rivelare crimini di guerra e torture in Afghanistan e in Iraq e le identità dei 779 detenuti di Guantanamo.

A spiegare che il fondatore di WikiLeaks rischia di essere sepolto a vita in questo penitenziario è stato ieri Eric Lewis, avvocato americano che ha difeso vari prigionieri nel lager di Guantanamo. Lewis è uno degli esperti chiamati a testimoniare dalla difesa di Julian Assange, durante il processo di estradizione attualmente in corso a Londra. L’avvocato statunitense ha chiarito che, al momento, non c’è la certezza che Assange finirà nella stessa prigione de El Chapo, perché la decisione ultima sulla destinazione dei condannati spetta allo U.S. Bureau of Prisons, ma se gli Usa lo condanneranno a una pena estremamente severa, come quella che rischia – 175 anni – è probabile che finisca nel Colorado, considerando che il governo americano accusa Assange di aver gravemente danneggiato la sicurezza nazionale. Le condizioni di detenzione in questo penitenziario sono così estreme che sono finite spesso nel mirino delle organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International, e dei media, come il New York Times. Ma, anche prima della sentenza, la situazione di Julian Assange sarebbe molto seria, secondo Eric Lewis. Se infatti l’Amministrazione Trump riuscirà a ottenere l’estradizione dall’Inghilterra – dove il fondatore di WikiLeaks si trova, in prigione nell’istituto di massima sicurezza di Belmarsh, in attesa che la giustizia britannica decida il suo destino – Assange finirà, in tutta probabilità, in custodia cautelare nell’Alexandria Detention Center, in Virginia, in attesa del processo. È il penitenziario in cui in passato si trovavano criminali come Zacarias Moussaoui e Robert Hanssen, condannato a quindici ergastoli per spionaggio.

Anche qui le condizioni saranno molto dure: uno stato di isolamento per 22 ore al giorno in una cella delle dimensioni di un parcheggio, con il rischio di misure speciali tipo quelle che prevedono l’ora d’aria solo di notte, quando nessun altro detenuto si trova nei paraggi, senza possibilità di esercizio fisico all’aperto o di accesso all’aria fresca, impossibilità di comunicare con gli altri detenuti e i contatti familiari generalmente ridotti a una telefonata di quindici minuti al mese. “Reporters Sans Frontières è preoccupata per le condizioni di Julian Assange nella prigione di Belmarsh, aggravate dal rischio Covid, ma queste condizioni impallidiscono al confronto di quelle che Assange si troverebbe ad affrontare se estradato negli Usa”, dichiara al Fatto Rebecca Vincent, direttore delle campagne internazionali di Reporters Sans Frontières, che monitora il processo di estradizione. Vincent ci dice che il caso deve essere chiuso: “Julian Assange deve essere rilasciato immediatamente”.

A Washington accordo di pace fra Israele e arabi mai combattuti

Nel giorno in cui alla Casa Bianca si firma l’accordo di pace fra Israele, Emirati e Bahrein – una sigla per ufficializzare quanto era stato stabilito settimane addietro sul nuovo corso dei rapporti fra arabi e Stato Ebraico – i palestinesi fanno sentire tutta la loro delusione con due razzi lanciati verso le città di Ashkelon e Ashodod. Uno dei due razzi è stato intercettato dall’Iron Dome, il sistema di difesa anti missili, l’altro avrebbe causato alcuni feriti. Mentre alla Casa Bianca si festeggia – forse fin troppo, nessuno usa mascherine e il presidente americano Trump regala le chiavi della Casa Bianca all’omologo Bibi Netanyahu – nella Striscia di Gaza e nei Territori si grida al tradimento contro quei fratelli arabi che in nome degli affari hanno voltato le spalle alla “causa” palestinese. I termini più usati ieri durante la cerimonia a Washington sono stati “pace” e “accordo storico”. Sulla prima non ci sono certezze, anzi; sull’accordo storico tutti si sbracciano, per vari motivi. Per il presidente americano Trump è un fiore da mettere all’occhiello della sua campagna elettorale in vista delle elezioni del 3 novembre, un risultato da sbattere sul muso ai Democratici: “Un giorno storico per la pace, nasce un nuovo Medio Oriente con un accordo che nessuno pensava fosse possibile e che a breve verrà firmato da altri cinque o sei Paesi arabi”, declama The Donald. Replica Netanyahu, anche lui con un occhio alle contestazioni interne della sua leadership: “A tutti gli amici di Israele in Medioriente, a quelli che sono con noi oggi e a quelli che si uniranno a noi domani dico salaam alaikum. Questo risultato era inimmaginabile alcuni anni fa, ma con decisione, determinazione, abbiamo una nuova visione su come si fa la pace”. I due ministri degli Esteri di Emirati e Bahrein, rispettivamente Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Khalid bin Ahmed bin Mohammed Al Khalifa, ascoltano compiaciuti: per non guastare la festa, nessuno ricorda che guerra fra Israele, Emirati e Bahrein non c’è mai stata, e che questa firma non può essere paragonata a quella che siglò la fine del conflitto con l’Egitto nel 1979 e con la Giordania nel 1994. Ma tant’è: Israele da ieri riconosce il mondo arabo e assieme all’alleato americano alza una palizzata per isolare il nemico comune, l’Iran degli ayatollah. Messa la sigla, The Donald pensa già agli affari e dice che potrebbe essere una buona idea vendere i jet da combattimento F-35 agli Emirati. Israele frena: amici sì, ma senza esagerare.

Il virus dei “miscredenti” 5.000 infetti in un giorno

Mentre l’aereo del premier Benjamin Netanyahu toccava la pista della base aerea Andrews, vicino Washington, per la firma degli accordi di normalizzazione con gli Emirati Arabi Uniti officiata dal presidente Donald Trump alla Casa Bianca, Israele toccava il numero massimo dei contagi giornalieri. La situazione in Terra Santa è davvero grave, gli ospedali sono al completo da giorni per la seconda ondata del virus, le scuole sono state riaperte e richiuse, fermi tutti i commerci. E da venerdì – che inaugura in Israele il periodo natalizio con la festa di Rosh Hashana – inizieranno tre settimane di lockdown. Solo quando il Paese ha toccato il più alto tasso di contagio mondiale, in relazione al numero di abitanti, il governo ha dato il via alle misure richieste da settimane dallo “zar” antivirus – il dottor Ronni Gamzu – per arginare la pandemia, che si è ripresentata puntuale come previsto dagli scienziati. Nel lessico del governo era stata data prima sconfitta, poi debellata e infine arginata quando i casi invece si moltiplicavano.

Ci sono due ordini di problemi alle spalle di questa seconda ondata. Il primo riguarda certamente i religiosi, un buon 30% degli israeliani, fedeli alla loro visione della vita secondo la quale il virus è una maledizione di dio che colpisce solo i miscredenti. In piena prima ondata l’allora ministro della Salute, il religioso Yaakov Litzman violava per primo le indicazioni che venivano dal suo ministero, partecipando a cerimonie religiose, bagni rituali, meeting nelle sinagoghe. In una riunione del governo contagiò altri 11 ministri. Litzman, ora ministro dell’Edilizia, ha così motivato le sue dimissioni: “La politica del governo impedirà a centinaia di migliaia di ebrei andare pregare nelle sinagoghe”. Un’eresia.

Le nuove misure previste dal governo – massimo 500 metri di distanza da casa, uscite solo per supermercato e farmacie, distanziamento sociale – sono piene di eccezioni per i “religiosi”: possibili incontri fino a 20 persone, nessuna limitazione nella socialità familiare. Esercito e polizia stabiliranno posti di blocco per controllare che gli spostamenti siano solo quelli “autorizzati”, ma sarà davvero difficile. È un mese di festa in Israele e sono una consuetudine – come avviene anche in Italia nel periodo natalizio – il convivio, le cene familiari, le visite a parenti e amici vicini e lontani. C’è poi il fronte del commercio, del turismo, della ristorazione. La El Al ha tutti i suoi aerei a terra, nella grande hall del Ben Gurion Airport si sentono solo i passi dei poliziotti in servizio. Mai, nemmeno durante le numerose guerre che ha combattuto, Israele è stato così “deserto”: alberghi chiusi, ristoranti sbarrati, tavoli e sedie accatastati fuori da bar e pub, deserte le strade dello shopping di Gerusalemme e Tel Aviv, serrande calate e parcheggi vuoti nei grandi mall.

“La situazione economica è grave quanto quella sanitaria”, spiega Roee Cohen, presidente di Lahav, la Camera israeliana delle organizzazioni indipendenti e delle imprese; 30.000 hanno già chiuso afferma Cohen, “a fine anno saranno 80.000 e forse più, quando in un anno normale le chiusure non arrivano a 50.000”. I proprietari di piccole imprese e gli operatori indipendenti minacciano la disobbedienza civile e di tenere le attività aperte. “Ci stiamo avvicinando all’anarchia – sostiene Cohen – un nuovo periodo di chiusura è una condanna a morte”. E conclude: “Il governo ha perso da tempo legittimità agli occhi dei cittadini”.

Israele appare sull’orlo della disobbedienza civile di massa. Era uscito dalla prima ondata di coronavirus con un numero contenuto di contagi e vittime, ma pagando un prezzo sociale ed economico elevato a causa del blocco. Il governo ha poi però dichiarato troppo rapidamente la vittoria – “esci e festeggia”, aveva esortato il premier – senza una strategia per ripartire. Ora, con il numero di nuovi casi di virus a quota 4.000 al giorno il fallimento del governo appare più evidente. La disfatta nella lotta al coronavirus si è poi intrecciata con una grave crisi politica e costituzionale, il cui esito è una diffusa sfiducia in Netanyahu tra larghe fasce dell’opinione pubblica. Lo dimostrano le manifestazioni settimanali che proseguono da tre mesi davanti alla residenza del premier in Balfour Street a Gerusalemme, per chiedere le sue dimissioni. Il clima di generalizzata sfiducia mina la solidarietà tra le varie componenti della società israeliana. Il motto del momento sembra essere: “Ognuno deve poter fare quel che vuole”.

“Possiamo scambiarci i fogli?” I mille quesiti dei miei piccoli alunni

“Maestro, ma l’Azzolina vuole che prendiamo i fogli di carta?”. Nell’anno scolastico 2020/2021 il nome più citato dai miei alunni in questi primi due giorni di scuola è quello della ministra dell’Istruzione. Fino al mese di marzo neanche sapevano chi fosse, ora tutti i bambini la conoscono. Nel bene e nel male: se devono fare l’intervallo seduti è “colpa” della Azzolina così come la ringraziano perché ha detto sì al rivedersi tutti insieme in presenza. La prova del nove finora è andata bene. Per una settimana noi insegnanti abbiamo studiato ingressi, uscite, percorsi; appeso cartelli per ricordare la necessità del distanziamento di un metro tra l’uno e l’altro; preparato il gel igienizzante in classe; appiccicato a terra bollini che indicano dove deve stare il banco. E ora che è suonata la prima e anche la seconda campanella, è arrivato il momento della verifica.

Alle 8,30 noi maestri siamo già tutti a scuola con tanto di mascherina chirurgica sulla bocca e il naso. Ce le avevano promesse e sono arrivate. Anzi a chi ha chiesto la visiera, pur non essendo insegnante di sostegno, è stata comunque comprata. La porta per far entrare i bambini non è più una ma sono quattro e ad aprirle non è solo la bidella ma anche noi insegnanti. La prima classe accede da quella che fino allo scorso anno era la sala mensa; la seconda e la quarta dall’ingresso principale ma in momenti diversi; la terza raggiunge la sua aula attraverso la palestra e la quinta ci arriva dalle scale anti-incendio. In pochi minuti son tutti in classe con tanto di mascherina fornita dal Commissario straordinario per l’emergenza Domenico Arcuri. Non ci credevamo che sarebbero arrivate e invece almeno per i primi due giorni ogni alunno e ogni maestro l’hanno avuta. “Maestro ma ora quale mettiamo, la nostra o quella che ci ha dato la scuola?”. Risposta difficile visto che ufficialmente potrebbero usare anche la loro purché sia sanificata ogni giorno. Ma chi controlla che sia stato fatto e come? Meglio tagliar corto: “A scuola usate quella chirurgica”.

E la febbre? “Bambini l’avete provata a casa?”. Pronta la risposta: “Certo. Io ho il termometro a pistola”, dice Michael. “Io ho ancora quello vecchio, invece ma mamma dice che è meglio”, spiega Alice. Chissà qual è il migliore: non sta certo al maestro dirlo. Il nostro compito è un altro e in questi primi giorni di accoglienza la parola d’ordine è: emozioni.

Con le colleghe abbiamo scelto di spiegare le regole ma soprattutto di fermarci a parlare dei sentimenti che i bambini hanno provato nei mesi scorsi, affrontando persino il tema della morte. Abbiamo deciso di riflettere con i bambini su tre parole chiave che ci accompagneranno in questa prima settimana: serenità, pazienza, divertimento. Le filastrocche di Roberto Piumini ci aiutano. Così anche Gianni Rodari.

Gli occhi di Lucia, Donato, Marco, Chiara, William e degli altri sono sgranati. Una volta seduti al banco finalmente rivedo il loro volto, il loro sorriso, le smorfie, il ghigno beffardo. Qualcuno ha avuto l’ordine dai genitori di tenere la mascherina sempre. Provo a spiegare che non serve ma la paura vince sulle mie parole. E la distanza? Quella c’è, quasi sempre. Quasi, perché Mirko non vede bene la lavagna e non può che spostarsi un pochino. Nicolas ha il sole che entra dalla finestra puntato proprio su di lui e non resta che accorciare le distanze. E poi l’istinto di alzarsi dal banco per andare a dire qualcosa all’orecchio del compagno non lo ferma nessuno, nemmeno il mantra di noi insegnanti. I più diligenti a ogni passo alzano la mascherina ma c’è anche chi è distratto e raggiunge il banco (non abbiamo la cattedra per fortuna) del maestro senza che me ne accorga.

Alle 10 tutti in bagno. Rigorosamente in fila, sempre lontani l’uno dall’altro. Almeno ci si prova. Il corridoio è così corto che se dovessero mettersi proprio a un metro di distanza vedrei solo una parte della fila, perdendo di vista qualcuno. E l’intervallo? Fuori, all’aperto. Almeno finchè si può. Unica regola: tutti divisi, nessuna classe può incontrarsi. Nessun bambino di quarta può giocare con il compagno di quinta. Addio alla comunità scolastica. La sicurezza vince sulla pedagogia, ahimé!

Li osservo, si divertono comunque ma qualche dubbio c’è: “Maestro ma come mangio la merenda con la mascherina?”. Me l’aspettavo questa domanda: “Puoi toglierla in questo momento”.

Alle 12,30 la campanella di fine scuola. Si esce sempre a distanza: la mia classe, una quinta, si è già organizzata in maniera autonoma ma anche stavolta il metro mentre si scendono le scale diventa 80-70 centimetri. Forse anche 60. Impossibile riuscire a tenere a bada il primo della fila e l’ultimo. Impareranno, pian piano. L’educazione è l’arte della pazienza.

Anche oggi è andata. Domani s’inizia con la mensa. No pardon, con il lunch box. I bambini mangiano in classe. Ancora non ho capito chi dovrà pulire i tavoli prima e dopo il pranzo. Qualcuno dice che toccherà a me farlo. Credo che forse sia un compito della bidella o degli addetti alla refezione. Forse dovrei fare come i bambini: chiederlo alla Azzolina.

“Hanno ucciso don Roberto, la dolcezza è aiutare ancora”

È stato ucciso da uno di quelli a cui portava aiuto. Don Roberto Malgesini, “prete degli ultimi”, è stato accoltellato da un senzatetto di origini tunisine con problemi psichici. Lo ricorda don Virginio Colmegna. “Non era un prete sprovveduto che faceva il buonista, aveva fatto una scelta comprendendo la complessità”.

È stato ucciso da uno di quelli a cui portava aiuto. Don Roberto Malgesini, “prete degli ultimi”, è stato accoltellato a morte ieri a Como da un senzatetto di origini tunisine con problemi psichici. Lo ricorda con affetto don Virginio Colmegna, il fondatore della Casa della Carità di Milano.

Come ha conosciuto don Malgesini?

Don Roberto, prete della diocesi di Como, una quindicina d’anni fa aveva chiesto al suo vescovo di poter lavorare in situazioni di marginalità. E il suo vescovo lo aveva mandato qui da noi, alla Casa della Carità. È stato con noi un annetto. Lavorava alle docce: da noi arriva una massa di persone senza casa a cui diamo la possibilità di lavarsi. Poi è tornato a Como. Ho capito che era una persona che aveva scelto questo impegno per un suo desiderio che ha a che fare con il Vangelo e con il suo modo di essere prete. Ora che è stato ucciso, il vescovo di Como ha detto che don Roberto è “un santo della porta accanto”, della normalità, della quotidianità. Le indagini ci daranno come è successo, ma la sua è un’esperienza forte, non soltanto per dare un servizio d’assistenza, ma per tentare di ricostruire un mondo con una speranza di fraternità e umanità.

Che tipo d’uomo era? Come lo ricorda?

Era un prete con un gran desiderio – lo dico senza poesia, ma con concretezza – di vivere il Vangelo stando con quelli che oggi Papa Francesco chiama gli ultimi, i resti. Con una dimensione che è anche sociale, ma con una tensione che nasce dal Vangelo. Noi della Casa della Carità voluta dall’arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, abbiamo visto in lui lo stesso desiderio di vivere la gratuità, ma con sapienza e intelligenza. Non era un prete sprovveduto che faceva il “buonista”, era uno che ha fatto una scelta comprendendo la complessità della situazione in cui operava. Lui non si definiva “prete di strada”, viveva la vicinanza con gli ultimi. Lui lavorava “sulla strada”. Il suo è un martirio, nel Vangelo e per il Vangelo. Oggi il rischio è realizzare tante cose, tanto fare, ma smarrendo quella freschezza a cui ci richiama Papa Francesco, il senso di un fare che ha una tensione sociale e anche, se vogliamo, politica, ma che deve nascere da una passione, da una tensione, da una scelta evangelica, una testimonianza di fraternità che nasce dal Vangelo.

È morto ucciso da una persona che voleva aiutare.

Sì, la sua morte ci interroga su un problema su cui da tempo abbiamo cominciato a riflettere.

Come aiutare persone con disagi psichici che possono anche diventare violenti?

Sì. Come intervenire su immigrati, senza permesso di soggiorno, che vengono abbandonati senza cure e che hanno anche disagi psichici. Noi in Casa della Carità, accanto agli educatori e ai volontari, abbiamo a tempo pieno anche tre specialisti che io chiamo “psichiatri senza camice”, che operano con competenze, che conoscono l’uso dei farmaci, perché ci sono persone, che siano immigrati o italiani, che vivono in strada, senza cure e senza farmaci, che ci hanno spinto a sperimentare percorsi come il “Progetto Diogene”: i volontari escono la sera nei quartieri, non solo per dare da mangiare, che è cosa importante, ma per cercare di incontrare persone che soffrono psicologicamente ed entrare in relazione con loro. Invece di offrire servizi che “attendono” le persone, dobbiamo dare servizi che “vanno incontro” alle persone.

Don Malgesini non è il primo prete ucciso in Italia.

No, oggi mi è tornato alla memoria don Isidoro Meschi, diventato prete con me a Milano nel 1969, che è stato ucciso negli anni Settanta, anch’egli da persone che cercava di aiutare.

Don Malgesini era stato multato in passato dai vigili urbani di Como per aver dato la colazione ai senzatetto che si trovavano sotto il portico dell’ex chiesa di San Francesco, che la Lega vorrebbe chiudere con una grata. La mozione sarà discussa in questi giorni in consiglio comunale.

La nostra dolcezza è quella di non smettere mai di aiutare le persone in quanto persone. Qualsiasi intervento di esclusione deve incontrare pacificamente il fatto che ci sarà sempre della gente che non smetterà mai di aiutare le persone, anche per riconoscere loro dei diritti. L’allarme sociale è legittimo, ma abbandonare le persone non migliora le cose, aumenta anzi i pericoli e moltiplica l’insicurezza dei cittadini.