Siamo agli sgoccioli: tra qualche giorno si va a votare. Per il rinnovo di sette consigli regionali (lo ricordiamo perché c’è una diffusa distrazione sul punto) e per una riforma che si sta cercando di trasformare in un 11 settembre della Costituzione quando invece è una modifica piccola piccola (non ripeteremo qui che servono correttivi e quali: lo abbiamo scritto più volte e confidiamo nella buona fede dei lettori). Nel 2016, scrivendo vademecum, commenti e interviste sulla riforma costituzionale, il momento più drammatico era quando si mettevano i pezzi in pagina: erano sempre troppo lunghi e non si sapeva dove tagliare, perché la riforma Renzi-Boschi toccava oltre un terzo della Carta (e la toccava male, perfino da un punto di vista linguistico). A questo giro, da settimane si ripetono le stesse quattro cose ossessivamente perché gli argomenti si esauriscono piuttosto in fretta.
Vogliamo però considerare l’attenzione dell’opinione pubblica, dei media, dei deputati e dei senatori verso le delicate dinamiche della democrazia parlamentare una buona, inaspettata, notizia: ci fosse stato cotanto interesse anche ai tempi del “fate presto”, quando fu approvata nel silenzio generale la riforma dell’articolo 81 della Costituzione, non ci troveremmo ora con un principio – il cosiddetto “pareggio di bilancio” – che mette in pericolo diritti fondamentali come salute, istruzione, lavoro. Ma come si dice, meglio tardi che mai. L’opportunismo di questa contrapposizione, esplosa nelle ultime settimane, è evidente: i maggiori partiti di opposizione vogliono far cadere il governo. E se al momento dell’approvazione del taglio dei parlamentari è “scappato” a molti di loro un Sì motivato dal non voler fare una scelta impopolare, ora a qualcuno scappa un incoerente No per ragioni, appunto, di mera opportunità politica.
Speriamo che, vada come vada il referendum, la nuova legge elettorale ci consenta di selezionare una classe dirigente meno imbarazzante. E comunque, anche dovesse vincere il No, il governo non cadrà per il semplice motivo che la riforma è stata votata dal Parlamento con una maggioranza che più bulgara non si può. La vera questione, e sul tema val la pena insistere a costo di annoiare, è la legge elettorale. Qui bisogna affidarsi a quel senso delle istituzioni che viene citato a vanvera in ogni talk show (per lo più da gente che la Costituzione non l’ha letta neanche a scuola): la legge elettorale, essendo tra le leggi ordinarie quella che è più “vicina” alla Costituzione, dovrebbe essere formulata nell’interesse degli elettori, e dovrebbe durare più di un quarto d’ora. Stando al Codice di buona condotta elettorale del Consiglio d’Europa, nell’ultimo anno di legislatura non dovrebbero essere approvate leggi elettorali, eppure ci ritroviamo sempre daccapo. Vuoi perché il nostro Parlamento non pare aver sofferto per nulla l’umiliazione di vedersi dichiarare incostituzionali dalla Consulta ben due leggi elettorali di fila, vuoi perché i partiti non riescono a sottrarsi alla tentazione di modificare il sistema di voto sulla base degli ultimi sondaggi disponibili. Ma visto che assistiamo a sperticate e condivisibilissime lodi della centralità del Parlamento, sarà bene ricordare che la legge elettorale serve ai cittadini per scegliere i propri rappresentanti (per questo pensiamo che il sistema più onesto sia il proporzionale) e non ai capi dei partiti per farsi i fatti loro. Montesquieu (Lo spirito delle leggi) dice che chiunque ha potere è portato ad abusarne. Preso atto del fatto – finalmente – che la democrazia e i suoi contrappesi sono diventati un valore condiviso, è il momento di dotare il Paese di un buon sistema elettorale. Possibilmente costituzionale, senza illusionismi, premi, pluricandidature e trucchetti vari.