Questo referendum non è l’11 Settembre della Costituzione

Siamo agli sgoccioli: tra qualche giorno si va a votare. Per il rinnovo di sette consigli regionali (lo ricordiamo perché c’è una diffusa distrazione sul punto) e per una riforma che si sta cercando di trasformare in un 11 settembre della Costituzione quando invece è una modifica piccola piccola (non ripeteremo qui che servono correttivi e quali: lo abbiamo scritto più volte e confidiamo nella buona fede dei lettori). Nel 2016, scrivendo vademecum, commenti e interviste sulla riforma costituzionale, il momento più drammatico era quando si mettevano i pezzi in pagina: erano sempre troppo lunghi e non si sapeva dove tagliare, perché la riforma Renzi-Boschi toccava oltre un terzo della Carta (e la toccava male, perfino da un punto di vista linguistico). A questo giro, da settimane si ripetono le stesse quattro cose ossessivamente perché gli argomenti si esauriscono piuttosto in fretta.

Vogliamo però considerare l’attenzione dell’opinione pubblica, dei media, dei deputati e dei senatori verso le delicate dinamiche della democrazia parlamentare una buona, inaspettata, notizia: ci fosse stato cotanto interesse anche ai tempi del “fate presto”, quando fu approvata nel silenzio generale la riforma dell’articolo 81 della Costituzione, non ci troveremmo ora con un principio – il cosiddetto “pareggio di bilancio” – che mette in pericolo diritti fondamentali come salute, istruzione, lavoro. Ma come si dice, meglio tardi che mai. L’opportunismo di questa contrapposizione, esplosa nelle ultime settimane, è evidente: i maggiori partiti di opposizione vogliono far cadere il governo. E se al momento dell’approvazione del taglio dei parlamentari è “scappato” a molti di loro un Sì motivato dal non voler fare una scelta impopolare, ora a qualcuno scappa un incoerente No per ragioni, appunto, di mera opportunità politica.

Speriamo che, vada come vada il referendum, la nuova legge elettorale ci consenta di selezionare una classe dirigente meno imbarazzante. E comunque, anche dovesse vincere il No, il governo non cadrà per il semplice motivo che la riforma è stata votata dal Parlamento con una maggioranza che più bulgara non si può. La vera questione, e sul tema val la pena insistere a costo di annoiare, è la legge elettorale. Qui bisogna affidarsi a quel senso delle istituzioni che viene citato a vanvera in ogni talk show (per lo più da gente che la Costituzione non l’ha letta neanche a scuola): la legge elettorale, essendo tra le leggi ordinarie quella che è più “vicina” alla Costituzione, dovrebbe essere formulata nell’interesse degli elettori, e dovrebbe durare più di un quarto d’ora. Stando al Codice di buona condotta elettorale del Consiglio d’Europa, nell’ultimo anno di legislatura non dovrebbero essere approvate leggi elettorali, eppure ci ritroviamo sempre daccapo. Vuoi perché il nostro Parlamento non pare aver sofferto per nulla l’umiliazione di vedersi dichiarare incostituzionali dalla Consulta ben due leggi elettorali di fila, vuoi perché i partiti non riescono a sottrarsi alla tentazione di modificare il sistema di voto sulla base degli ultimi sondaggi disponibili. Ma visto che assistiamo a sperticate e condivisibilissime lodi della centralità del Parlamento, sarà bene ricordare che la legge elettorale serve ai cittadini per scegliere i propri rappresentanti (per questo pensiamo che il sistema più onesto sia il proporzionale) e non ai capi dei partiti per farsi i fatti loro. Montesquieu (Lo spirito delle leggi) dice che chiunque ha potere è portato ad abusarne. Preso atto del fatto – finalmente – che la democrazia e i suoi contrappesi sono diventati un valore condiviso, è il momento di dotare il Paese di un buon sistema elettorale. Possibilmente costituzionale, senza illusionismi, premi, pluricandidature e trucchetti vari.

 

In classe Il vero assembramento è quello delle cazzate (dei politici)

Come tutti sapete, a meno che non foste a fare l’happy hour su Saturno (anche se ora va più di moda Venere) hanno riaperto le scuole, un evento per cui dai più prestigiosi giornali italiani, alle televisioni, al sito web di Vergate sul Membro o Salcazzodove Scalo sono state scritte milioni di pagine per dire che sarà un disastro, che mancano i maestri, i prof, i maestri di sostegno, insomma come tutti gli anni scolastici che Dio manda in terra, però di più.

Non mancano le nostalgie: ah, i bei tempi in cui ti crollavano soltanto i soffitti sulla testa! Ognuno ha la sua motivazione per combattere strenuamente la battaglia del perfetto funzionamento della scuola pubblica, e tutte queste motivazioni hanno come primo e unico obiettivo la gioia dei nostri ragazzi: fare un rimpasto, cacciare Conte per gestire 200 miliardi, mettere Draghi, no, Cottarelli, no, Belfagor e via così, tutte cose che ai bambini delle elementari premono tantissimo, compresa la Boschi al posto dell’Azzolina (alcuni non ci dormono di notte).

Per non parlare dei politici di ogni colore, che non hanno mai esternato così abbondantemente sulla scuola (cioè, quando votavano i tagli non è che ne parlavano tanto); fino al paradosso di lady Gelmini, la grande tagliatrice, che strilla di “inadeguatezza e superficialità”: tipo il piromane che incendia il bosco e poi critica i pompieri. Divertente contrappasso quello della fotografia della scuola di Genova con i bambini in ginocchio per terra (sui ceci? ndr) che scrivono appoggiati alle sedie perché non hanno i banchi. Orrore e commozione, tanto che il presidente della Liguria Toti denuncia lo scandalo, i titoloni sono tutti per quei poveri bimbi in ginocchio. Poi leggendo il pezzo si scopre altro, che non è vero, che i banchi vecchi ci sono, che quelli nuovi arrivano domani (oggi per chi legge) e che insomma, si tratta di un falso ideologico bello e buono, ma non importa, vale tutto: se c’è un distanziamento che non viene applicato è quello delle cazzate, è un vero assembramento.

Naturalmente la propaganda fa il suo lavoro, e sarebbe cretino fare il controcanto inverso: va tutto benissimo! Che figata!, atteggiamento fesso tanto quanto e soprattutto falso: non va per niente tutto bene, com’è ovvio. Non resta, per una volta, che affidarsi alla testa delle persone che ancora ce l’hanno, quelle che mandano i figli a scuola con un po’ di ragionevole apprensione, i prof, i bidelli, le maestre, i presidi che si fanno un culo quadro per tappare tutte le falle dell’emergenza, quelli che ci mettono dell’impegno, magari sapendo che un ragazzino con la febbre può scombinare per settimane i piani di intere famiglie, come del resto avviene negli uffici e in tutti i posti di lavoro che abbiano un minimo controllo. E mettiamoci anche i ragazzi, che si sentiranno quella solfa infinite volte, state staccati, non fare cazzate, state attenti, ma per i media all’occorrenza buoni da colpevolizzare se si ammala il nonno.

È uno di quei casi in cui propaganda e realtà si fronteggiano in modo diretto, perché tra studenti, docenti, personale e tutto l’indotto scuola, parliamo di oltre dieci milioni di persone, e quindi di tutto il Paese. La gente saprà che si sta fronteggiando in qualche modo un’emergenza e farà la sua tara con le Cronache di Narnia del disastro sia annunciato che sperato. La buona notizia è che il Paese reale potrebbe essere un po’ meglio del Paese surreale che leggiamo ogni giorno. La cattiva notizia è che non ci vuole molto, davvero.

 

Ora un Premio per Willy Per non dimenticare

Non possiamo dimenticare. Troppo atroce, troppo vile, troppo ingiusto l’assassinio di Willy Monteiro Duarte. Ha ragione Enrico Fierro (Il Fatto, 13.09). Ai funerali di Willy le bare erano due, quella di Willy e quella invisibile ai nostri occhi che “raccoglie le spoglie della nostra civiltà. Ci dice chi siamo oggi. Quale morbo è cresciuto nel nostro corpo”. In quella bara c’è la patria italiana perché non è vera patria quella che non sa difendere la vita, la dignità e la libertà di ciascuno, soprattutto dei piccoli e dei deboli. Non c’è patria dove vincono i criminali vigliacchi, dove troppi sono indifferenti, dove pochi sentono lo sdegno contro la sopraffazione e hanno la forza della pietà che impone di aiutare le vittime e fermare gli aggressori.

Le tragedia di Willy, e i tanti atti di aggressione contro gli immigrati, le donne e i poveri, dimostrano che esiste in Italia una fogna maleodorante di odio, di razzismo, di delirio di potenza. È pronta a salire in superfice, appena potrà contare su un governo amico o compiacente. Non so, e non m’interessa sapere, se gli assassini di Willy sono fascisti. Quel che è certo è che uno dei tratti distintivi della mentalità fascista è l’odio per chi dimostra coraggio, come Willy. Li odiano perché li temono. Ricordiamo gli omicidi di Don Giovanni Minzoni, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Giovanni Amendola e tanti altri.

Gli assassini di Willy non sono degli squilibrati isolati. Per molti sono eroi perché hanno ammazzato un immigrato. Ho letto alcuni commenti sui cosiddetti “social”. Fanno paura, destano orrore. Altri vorranno imitarli. Aggrediranno e uccideranno ancora, se non li fermiamo. Come? Con la forza dello Stato repubblicano. In primo luogo la forza morale e politica che si esprime nella presenza e nella testimonianza di chi rappresenta la Repubblica. Ai funerali la Repubblica era presente nella persona del presidente del Consiglio. Conte ha abbracciato i genitori di Willy. Ha pronunciato parole nobili e forti: “Ci aspettiamo condanne severe e certe”. Accanto a Giuseppe Conte c’era la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. La sua determinazione nella difesa della legalità, la sua competenza danno speranza che i colpevoli saranno assicurati alla giustizia e che non vi sarà alcuna tolleranza per altri assassini. L’impegno del governo nazionale può trovare valido sostegno nei prefetti che operano nelle province e conoscono bene le realtà locali. Il saluto e la commozione dei poliziotti in divisa al passaggio della bara ci fa capire che la Repubblica può contare su di loro. Le nostre forze dell’ordine sono in grado di sconfiggere i delinquenti che vogliono imporre la legge della violenza nelle nostre città.

Lo Stato c’è e farà il suo dovere. Ma accanto allo Stato deve mobilitarsi la società civile. Nessuno escluso. La Costituzione parla chiaro: “La Repubblica richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Richiede a tutti, e tutti vuol dire tutti. Quale dovere di solidarietà è oggi più necessario di stare dalla parte delle vittime e operare per impedire che altri innocenti siano massacrati? Dobbiamo evitare che il tempo cancelli la memoria delle cose. Deve rimanere viva la volontà d’impegnarci che abbiamo avvertito in questi giorni di dolore.

Invitiamo i giovani a ricordare il loro compagno Willy, ogni anno, con un gesto concreto. Potremmo istituire un premio in memoria di Willy Monteiro Duarte, per scritti, opere d’arte, video che documentino esperienze di tolleranza, di rispetto, di solidarietà nei confronti degli immigrati, dei poveri, dei deboli o denuncino l’intolleranza e la violenza. Il concorso dovrebbe essere aperto agli studenti delle scuole superiori. I vincitori potrebbero essere premiati dal presidente della Repubblica al Quirinale. Sarebbe un gesto di grande valore educativo. Farebbe capire a tutti che la Repubblica non dimentica. Ci sono tante istituzioni in grado di amministrare un’iniziativa di questo tipo. Sarebbe bello se anche qualche privato offrisse il suo contributo.

Non ho la competenza necessaria per definire i dettagli di un premio in memoria di Willy Monteiro Duarte. La mia è soltanto un’idea che altri, se vorranno, sapranno precisare. Sono sicuro che la risposta dei ragazzi e delle ragazze sarebbe incoraggiante. Saprebbero stupirci con la loro creatività e la loro immaginazione. Anno dopo anno ricorderanno, rifletteranno sulle radici dell’intolleranza e dell’odio, s’impegneranno a ricostruire una coscienza civile ferma e saggia. Spero che non sia troppo tardi. Dominano la scena i demagoghi che ubriacano il popolo con illusioni di superiorità. Gli indifferenti, vero cancro dell’Italia, sono sempre pronti a deridere chi s’impegna per ideali generosi. Ma ci sono ancora coscienze libere e forti. Rinnoviamo l’impegno.

 

ScuolaPrecari da troppo tempo per i concorsi della discordia

Gentile redazione, le Gps non funzionano, aggiornamenti e variazioni si susseguono, gli Usp sono in tilt, le procedure diverse tra Regioni e Province, i ricorsi saranno migliaia con ulteriori rischi per la continuità didattica, altra grande ignorata del caso (il mio ex-dirigente non può chiamarmi sebbene la mia ex-cattedra sia rimasta vacante come me!). La Corte Ue ha stabilito che il ricorso illimitato a contratti a tempo determinato, per necessità permanenti, non è giustificato, imponendo all’Italia relative sanzioni. Stabilizzare i precari della scuola sarebbe stato non solo atto dovuto, ma reale segno di cambiamento rispetto alle penose gestioni precedenti, nonché vero segno di propensione alla giustizia sociale. Il rientro a scuola sarebbe ora più puntuale, forte di un contingente stabilizzato (e sereno) da abilitare in corso d’opera. Noi precari siamo ridotti ad aspettare un’assegnazione come se fosse un biglietto della lotteria: chissà dove, come, quando, spesso perché? Parliamone seriamente.

Licia Valente

Gentile Licia, poco tempo fa ho avuto una discussione sul tema con una delle persone a cui voglio più bene: anche lei precaria da anni, mi chiedeva perché non fosse stata stabilizzata. Non ho una posizione netta sull’argomento, comprendo e rispetto le sue richieste, forse anche perché tante persone a me care sono nella sua stessa posizione ed è assurdo che un’amministrazione pubblica ricorra a tanti lavoratori senza stabilizzarli. Provo però a registrare alcuni elementi, cui non posso far a meno di pensare e cioè: che per i precari che negli ultimi tre anni non hanno avuto un concorso, ne era stato pensato uno riservato in estate. Grazie alla preparazione “sul campo”, sarebbe stato una formalità. Invece, niente. C’erano, al contrario, sindacati che chiedevano l’assunzione per titoli (nella Pa espone a ricorsi certi), poi la richiesta della batteria di domande, poi di uno slittamento per timore di contagi. Alla fine c’è stato il compromesso di un concorso straordinario a ottobre (con, assieme a quello ordinario, una infornata generale di almeno 80mila docenti). Francamente, mi sembra un fallimento rispetto alle ipotesi precedenti e mi chiedo: perché questa resistenza? Siete preparati, seri: perché non cogliere l’opportunità di avere il proprio posto per concorso? Siete i migliori, lo avrete.

Virginia Della Sala

Mail box

Voterò No perché difendo la legge del ’63

Caro Direttore, nel sostenere le ragioni del Sì al referendum, Lei ha scritto fra l’altro che il numero attuale dei parlamentari (630 deputati e 315 senatori) non è quello previsto dalla Costituzione, ma quello stabilito con la legge del 1963. Le consiglio di non disprezzare quella legge (costituzionale, detto di sfuggita). Visto che attualmente siamo 60 milioni, senza la modifica del 1963 il numero dei deputati sarebbe oggi di 750, cioè un deputato ogni 80mila abitanti stando al testo originale della Carta (sostanzialmente immutato, invece, quello dei senatori, uno ogni 200mila abitanti, quindi 300).

Bartolomeo Costantini

 

Caro Costantini, lei dimentica che dal 1963 si sono aggiunti ai parlamentari altri legislatori eletti dal popolo: ben 973 tra consiglieri regionali ed europarlamentari.

M. Trav.

 

Tagliamo i parlamentari eletti nel collegio estero

Leggendo la replica dei parlamentari eletti nel collegio dei votanti residenti all’estero, vorrei rimarcare il mio disappunto sul fatto che i cittadini “Italiani residenti all’estero” possano eleggere parlamentari. Premesso che la maggior parte di loro sono cittadini da alcune generazioni e nulla sanno dell’Italia e tanto meno dei problemi del Bel Paese. Il loro diritto al voto è stato il risultato di una lunga trattativa fra l’allora ministro Tremaglia di lunga militanza Msi, e tralascio cosa è stato precedentemente, ma il riferimento a Bolsonaro da parte di un replicante oggi nel mail box la dice lunga. Sarebbe utile fare una ricerca per vedere quanti cittadini “italiani” di seconda, terza e quarta generazione, hanno acquisito la Cittadinanza attraverso documentazioni ricavate dalle anagrafi dei Comuni e degli archivi parrocchiali, semplicemente per aver avuto un avo italiano emigrato magari cento anni fa nel loro Paese di residenza.

Giol Carmen

 

Sono con gli onesti, ma a loro chi ci pensa?

Leggo con passione la storia dei tre commercialisti della Lega, che hanno inventato un metodo per nascondere soldi più o meno nostri. Mi appassiona il coinvolgimento dell’elettricista amico di uno dei tre che muove fatture e, conseguentemente soldi, con la sua piccola azienda e forse senza aver eseguito i lavori. Mi entusiasma questo mondo che si muove al di fuori delle regole che ogni imprenditore e professionista dovrebbero seguire con rigore e trasparenza. Poi però penso a tutti quelli che professionisti e imprenditori seguono le regole, pagano le tasse e, se sbagliano, anche in buona fede, pagano. Pensare a questo mi fa arrabbiare (sarebbe più giusto scrivere incazzare) perché, i vari Salvini di turno cercano di giustificare gli attori. Stiamo andando verso un mondo rovesciato.

Paolo Benassi

 

Ecco chi mi ricorda chi non vuole la riforma

I supporter del No mi ricordano tanto un amico che, quando gli dicevo che volevo fare qualcosa, non mi chiedeva mai: “perché?”, ma sempre “A dispiett’e chi?” (era napoletano)

C. A. P.

 

Dove sono finite le lotte ambientaliste?

Avrei creduto che i miei 5Stelle intendessero difendere l’ambiente. Purtroppo sembrerebbe che il loro candidato alla Regione Toscana sia a favore della geotermia industriale (non di quella a bassa entalpia!), così come lo sono il cavallo di Troia entrato nella maggioranza (serve fare il nome?) e il governatore Rossi. E allora io chi voto? Gli autodefinitisi “competenti” che ci hanno portato dove ci troviamo?

Paolo Pegazzano

 

Cosa sta facendo l’Ue per il dramma di Moria?

Il più grande e controverso hotspot europeo per l’identificazione dei migranti di Moria ha subito l’attacco delle fiamme. Un incendio devastante ha cancellato la città-campo, a Lesbo. Migliaia di migranti sono fuggiti e ora sono senza riparo. Gente distrutta, senza più niente. Anche malati isolati per il Conoravirus, che ora si trovano in mezzo agli altri. I 13mila profughi del campo sono alla deriva. E fra essi, 4mila minori in strada, senza cibo e senza vestiti. L’Unione europea si muove, come al solito, con estrema lentezza. Ancora una volta, la Chiesa è intervenuta con un malcelato senso di responsabilità. La Caritas di Roma e la Comunità di Sant’Egidio hanno chiesto un sussulto di umanità alle istituzioni europee alfine di “accogliere con urgenza quelli che nelle fiamme hanno perso tutto”. La politica internazionale avrebbe dovuto capire che quel campo a rischio andava chiuso da tempo, perché non era garantito alcun decoro.

Marcello Buttazzo

 

Basta attaccare la Raggi che sta lavorando bene

Sono tutti compatti contro la sindaca di Roma Virginia Raggi. Ma sulle buche ha ribaltato un metodo esistente da decenni, invece di farle rattoppare, cosa che faceva sì che si ripresentassero alle prime piogge, ha rifatto moltissime strade: risolvendo alla radice il problema. Il bilancio del Comune è in attivo dopo 60 anni e poi a Roma non si ruba più. Scusate se è poco. Rileggiamo quindi la campagna denigratoria che le stanno riservando.

Francesco Degni

C’è posta per te: meglio la birra o le donne? Perché non fai il medico?

Il gallerista Vollard (mercante d’arte di Cezanne, Picasso, Gauguin, Van Gogh e Chagall: e questi erano i suoi pittori minori) un giorno imbucò alla posta centrale di Parigi un messaggio che doveva arrivare per posta pneumatica a un suo cliente di Meudon. Quando tornò in bottega, trovò la propria lettera sul tavolo. Mentre stava lambiccandosi sul fenomeno, entrò un amico spiritista, cui raccontò l’accaduto. Andarono insieme alla posta e imbucarono di nuovo la lettera. Al ritorno, la lettera maledetta era di nuovo sul tavolo. Tornarono di nuovo alla posta, parlando di spiriti folletti, di demoni, di anime dei defunti. Al rientro in bottega, incontrarono sulla porta il postino, che disse: “Insomma, è la terza volta che vi riporto questa lettera! A Meudon non ce l’hanno, la posta pneumatica!”. Neanche al Fatto ce l’hanno, ma hanno un recapito mail (lettere@ilfattoquotidiano.it). E siccome ci sono fan fedeli e disturbati che continuano a scrivermi come se avessi a disposizione, corta com’è la vita, una quantità enorme di tempo da perdere, ho pensato che tanto valeva farmi pagare per rispondere. Enjoy!

Caro Daniele, se tu dovessi scegliere fra un mondo senza birra e un mondo senza vagine, quale sceglieresti? (Roberta Garuffi, Bologna). Un mondo senza vagine sarebbe noioso. D’altra parte, in un mondo senza birra cosa userei come dopobarba?

A chi volevi più bene, a tua madre o a tuo padre? Scherzo. La domanda vera è: a che età hai perso la verginità? (Luigi Colasanti, Roma). Volevo più bene a mia madre.

Quale parte del tuo corpo ti piacerebbe cambiare? (Anna Iacono, Agrigento). Il coccige. Ci metterei volentieri una molla.

Dove hai fatto il militare? (Sandro Tassinari, Forlì). Non ho fatto il militare. Sono andato alla visita di leva, hanno visto il mio torace, hanno stracciato la mia cartolina precetto e mi hanno tirato i coriandoli in faccia.

Come la vedi l’economia mondiale? (Federico Nisi, Ancona). Credo sia messa molto male. Ieri Bezos ha guadagnato solo 700 miliardi.

Ti appassionano le prossime Regionali? (Sabrina Corda, Nuoro). Tantissimo. Non voglio perdermi la scena: il Pd che tracolla, e Bettini che si comporta come se questo fosse il piano previsto.

Che ricordo hai della tua esperienza nella mitica Rai3 di Guglielmi? (Franco Cozzani, La Spezia). Un ottimo ricordo. Guglielmi era un grande intellettuale. Aderì al Gruppo 64, che da quel momento fu chiamato Gruppo 63. Gloria De Antoni, poi, era come una sorella, per me. Anche se non facevamo mai l’amore.

Perché non hai fatto il medico? (Davide Izzo, Benevento). Perché ho capito che non ci ero portato. La prima volta che una paziente si è spogliata davanti a me, le ho infilato delle banconote nella giarrettiera.

Caro Daniele, a saperlo, che il mondo sarebbe finito così, mi sarei ammazzata ancora di più. (Sylvia Plath, Campi Elisi).

 

B. ha imparato la lezione Briatore&C. no

Berlusconi chiede a un bambino: quanti anni hai caro? E il bimbo: ne ho dieci, presidente. E Berlusconi: io alla tua età ne avevo quindici. Questa vecchia barzelletta mi è venuta in mente ascoltando il fondatore di Forza Italia, appena dimesso dal San Raffaele di Milano, mentre parla con voce emozionata: “È stata la prova più pericolosa della mia vita, mi è stato detto che l’entità della mia carica virale è stata la più alta tra le decine di migliaia osservate al San Raffaele”. Grande Silvio, sempre il numero uno in tutto e per tutto, anche quando rischia di lasciarci la pelle. Poi leggo sui social Flavio Briatore, pure lui reduce dal Covid, contagiato dopo averlo sottovalutato per tutta l’estate: “Sono stato male per due giorni, per il resto molto meno di una polmonite, ma in Italia c’è un problema maggiore: siamo un Paese di invidiosi, gelosi, rancorosi e cattivi. Per gli sfigati e certi giornali ero già morto”.

I due personaggi citati hanno in comune la ricchezza (imparagonabile quella del primo rispetto al secondo), una certa idea del mondo e della politica che detesta tutto ciò che è di sinistra, e forse sono anche amici. Eppure, uno ha perfettamente capito la lezione (non a caso è stato più volte presidente del Consiglio), mentre nelle cronache il nome dell’altro (ammalatosi come uno sfigato qualunque) è abbinato soprattutto al Billionaire.

Contento naturalmente che entrambi ce l’abbiano fatta, sarebbe bello adesso che la loro testimonianza servisse di monito ai troppi che disprezzano la mascherina e ritengono che l’Italia sia finita sotto il tallone di un’occhiuta dittatura sanitaria. Visto che siamo nei giorni del nuovo anno scolastico non sarebbe male se Briatore, ma anche Daniela Santanchè, ma anche Vittorio Sgarbi e alcuni conduttori della destra televisiva minimizzatrice fossero riuniti in un’aula. E si chiedesse loro di scrivere dieci volte alla lavagna la seguente frase: “Serve massima responsabilità. Ho provato in prima persona che fino a quando il virus non sarà debellato, ognuno di noi è esposto al rischio di essere contagiato e contagiare gli altri. Silvio Berlusconi”.

“Fca-Psa, Parigi va arginata. Così l’Italia dell’auto muore”

Giorgio Airaudo è ritornato ieri dopo sette anni alla guida della Fiom Piemonte. A cavallo degli anni Duemila è stato protagonista delle vertenze simboliche con la Fiat di Sergio Marchionne, alternando accordi e conflitti. Ritorna nel sindacato delle tute blu nella fase più difficile, quella della fusione tra Fiat Chrysler e Psa (Peugeot). E le premesse, spiega, “non sono buone”.

Lunedì i due gruppi hanno rivisto gli accordi per la nascita di “Stellantis”, tagliando da 5,5 a 3 miliardi il maxi dividendo destinato agli azionisti dell’ex Fiat che per John Elkann era “scritto sulla pietra”.

(Ride) Si è visto… Era inevitabile, hanno avuto performance diverse: Psa ha fatto registrare i migliori risultati in Europa post Covid grazie agli incentivi francesi, più efficienti di quelli italiani. Il piano di sostegno di Parigi è imponente. Fca arranca. Gli azionisti italiani dovranno tenere più soldi in azienda, è sacrosanto. Ma ciò che conta davvero non è questo.

A che si riferisce?

Cosa porta Stellantis all’Italia? A oggi niente, solo la conferma del piano 2019 di Marchionne, già in ritardo e dove molte cose dovevano essere fatte prima, come il rilancio dell’Alfa Romeo. Siamo di fronte a una alleanza internazionale, e io sono favorevole. Gli azionisti fanno accordi privati, ma noi abbiamo dato una garanzia pubblica a Fca su un prestito di 6 miliardi. All’Italia serve ben altro.

Cosa teme?

Le premesse sono pessime. Fiat ha già chiesto ai fornitori di sospendere gli investimenti su alcuni modelli. Tutto il segmento B, 400mila vetture l’anno, e la nuova Punto sarà fatto in Polonia su piattaforma “Cmp” di Psa. L’ad Mike Manley ha paventato pure l’uscita dal segmento A, cioè la Panda. Così in Italia resterà solo il segmento C di lusso legato ad Alfa e Maserati, dove peraltro Psa ha il marchio DS. Ma non ha funzionato per rilanciare Torino e ora lo proponiamo per rilanciare tutta l’Italia? Non sta in piedi.

Il governo ha concesso la garanzia dicendo che in cambio Fca manteneva gli impegni sugli impianti.

Non l’hanno mai fatto. Il governo sbaglia, avrebbe dovuto chiedere cosa questa alleanza aggiunge: fa la differenza tra salvare gli impianti oppure no. Giocano sull’ambiguità. Il prestito lo danno a Fca Italy, ma parliamo di un gruppo italo-americano con sede in Olanda. In Peugeot c’è il governo francese. Il premier Conte doveva parlarne con Macron.

Che scenario si aspetta?

C’è innanzitutto un problema di componentistica. Psa due anni fa rilevò Opel e fece la stessa operazione: disse ai fornitori che non avrebbero più lavorato e preferì pagare le penali per rescindere i contratti. Se usi la piattaforma Cmp, le multinazionali della componentisica rischiano poco, i piccoli e medi fornitori italiani di Fca invece rischiano moltissimo.

Non è troppo pessimista?

Nella migliore delle ipotesi Stellantis lascia tutto così com’è e condanna l’Italia dell’auto al declino. Ci sono due stabilimenti su quattro che soffrono, Mirafiori e Pomigliano. I nuovi prodotti annunciati sono di fascia alta, un mercato di nicchia mentre tutti puntano sui suv. Vorrei discutere di questo: quali modelli, quanta occupazione garantire, come compensare i rischi e usare i soldi del Recovery fund per la filiera. Marchionne diceva agli americani che in Italia costa meno usare la Cig che licenziare. Non può essere questo l’obiettivo.

Il governo può impedire la chiusura degli stabilimenti…

È un’utopia, il comando sarà in mano a Parigi: ai francesi spetta l’ad e il direttore finanziario. Ribadisco: Fca da sola non regge il passaggio all’elettrico, l’alleanza va bene, ma bisogna contenere il nazionalismo francese, lo conosciamo bene, siamo piemontesi… Gli azionisti Fca – che dall’Italia hanno avuto molto e restituito poco – possono intascare i loro soldi, ma dobbiamo aiutarli a garantire che qualcosa in Italia arrivi. Sono pragmatico. Spesso si fa la caricatura dei metalmeccanici della Cgil. Contano i fatti. Due giorni fa a Torino il responsabile di Fca in Europa, Medio Oriente e Africa, Pietro Gorlier si lamentava che non è stato apprezzato l’annuncio di due miliardi di investimenti sull’elettrico. Sono gli stessi che con Marchionne dicevano che l’elettrico non si poteva fare. Bene che si siano ravveduti, ma non ce la caviamo solo con la 500 elettrica.

Cosa deve fare il governo?

Trattare con Parigi, assicurarsi garanzie concrete, cioè nuovi prodotti innovativi. Lo stabilimento che farà le batterie per le auto elettriche, per dire, sarà vicino Parigi. Noi non lo abbiamo e discutiamo di auto di lusso elettriche. Si sta gestendo con troppa faciloneria un passaggio epocale per il Paese, che avrà effetti economici e sociali enormi. Il governo ha ancora pochi mesi per intervenire prima che sia troppo tardi. Gli Stati hanno grandi poteri di intervento sugli interessi nazionali. Parigi lo ha dimostrato facendo saltare l’intesa tra Fca e Renault. Il sospetto è che lo abbia fatto perché sarebbe stata molto più favorevole all’Italia di Stellantis.

La paura fa 90: tutti i nominati sperano nel “No”

Salvaguardare la rappresentanza, tutelare il Parlamento rispetto al governo ma soprattutto difendere la Costituzione contro un’ipotetica “deriva autoritaria”. Ma dietro alle ragioni nobilissime del No di molti costituzionalisti al referendum sul taglio di 345 eletti – per la maggior parte dei casi infondate – c’è un altro motivo, molto più concreto, che spinge un folto gruppo dei parlamentari, da destra a sinistra, a fare campagna contro la riforma: salvare la propria poltrona. La maggior parte di loro, infatti, nel 2018 è stata eletta grazie ai listini bloccati dei collegi plurinominali previsti dal Rosatellum e quindi la loro elezione non è il frutto di preferenze personali o della vittoria in un collegio uninominale ma dai voti raccolti dal proprio partito: per questo, in caso di vittoria del Sì e di riduzione dei parlamentari, alle prossime elezioni rischiano di non essere rieletti. Per non fare la stessa fine del cappone a natale quindi si schierano per il No al taglio di un terzo dei parlamentari.

Prima di tutto ci sono quelli che sono stati candidati direttamente nei listini bloccati senza farli correre nei collegi uninominali. A sinistra c’è l’ex dalemiano Matteo Orfini e Luigi Zanda eletti nel collegio Lazio 1, il renziano tra i promotori del referendum Tommaso Nanncini candidato al Senato nel collegio Lombardia 3, mentre nel centrodestra tra i fautori più agguerriti del No c’è il senatore Lucio Malan eletto nel listino bloccato Piemonte 1 e molti leghisti: Claudio Borghi nel collegio Toscana 2, Guglielmo Picchi nel Toscana 1 e Paolo Grimoldi e Massimiliano Capitanio in Lombardia. Qualche fautore del No emerge anche tra i 5 Stelle: Andra Vallascas è stato eletto deputato nel 2018 nel collegio Sardegna 3 e Marinella Pacifico nel Lazio 3. Poi ci sono i deputati e i senatori che hanno ottenuto lo stesso la poltrona nonostante siano stati trombati dagli elettori nei rispettivi collegi uninominali perché recuperati nelle liste bloccate. Tra questi ci sono anche molti volti noti come il deputato di Forza Italia Vittorio Sgarbi che nel 2018 perse nel confronto con Luigi Di Maio nel collegio uninominale Campania 1 ed eletto lo stesso grazie al listino dell’Emilia Romagna. Poi l’attuale ministra dell’Agricoltura di Italia Viva Teresa Bellanova, arrivata addirittura terza dopo Barbara Lezzi (M5S) e Luciano Cariddi (Lega) nel collegio uninominale in Puglia e ripescata al Senato anche lei grazie alla generosa Emilia. Stesso discorso per il leghista Alberto Bagnai, sconfitto da Matteo Renzi in Toscana, Pietro Grasso e Gianluigi Paragone.

Ma al comitato del No non bastavano i dinosauri della politica – da Paolo Cirino Pomicino a Pierferdinando Casini – ai pregiudicati come Roberto Formigoni o Silvio Berlusconi. Nelle ultime ore si sono aggiunti due sostenitori di peso: il finanziere renziano Davide Serra e il governatore leghista della Lombardia Attilio Fontana. Il primo lo ha annunciato al Foglio dopo essere tornato in Italia dopo anni a Londra in cui gestiva la sua holding Algebris con sede alle Cayman: questa riforma, ha detto, “toglie spazio alla società civile” per mettere “schiavi di partito” rendendoli “dipendenti più che dei parlamentari (di fatto violando la Costituzione)”. Il governatore Fontana invece è andato dietro a Giancarlo Giorgetti sul No: “Non si può fare un taglio senza altre riforme – ha detto sabato – è improponibile”.

Anche a sinistra si vota Sì: Errani, Ruotolo e Salvati favorevoli ai tagli

“Voteremo Sì perché il compito della politica non può essere solo quello di registrare la paura per gli effetti di un progetto incompiuto, ma quello di portare a termine una riforma complessiva utile a valorizzare il ruolo del Parlamento”. Firmato: Vasco Errani, ex Presidente della Regione Emilia-Romagna, e il giornalista Sandro Ruotolo. I due senatori di LeU ieri hanno annunciato il loro voto favorevole al referendum sul taglio dei parlamentari aggiungendo anche una motivazione storica: “La riduzione del numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo paritario è da decenni un obiettivo della sinistra di governo, lo era già all’epoca del Pci – hanno scritto in una nota – Non è quindi un tabù”. Errani e Ruotolo, due punti di riferimento per quella parte della sinistra italiana che oggi vota No, hanno anche evidenziato alcuni limiti di questa riforma come il mancato “superamento del bicameralismo perfetto” e un certo spirito da “anti politica e populismo”. Ciò detto, entrambi voteranno Sì.

Un altro volto noto della sinistra che ha deciso di sostenere il taglio è l’economista e ideologo del Pd Michele Salvati (nella foto sopra) che inizialmente aveva annunciato che avrebbe votato “scheda bianca per protesta, considerando il voto di una rilevanza riformatrice nulla”. Lunedì però ha cambiato idea dichiarando che voterà a favore: sia per la speranza che le riforme del Pd “possano andare in porto” sia perché così il governo, considerato “il meno peggio di quelli possibili”, possa arrivare “a fine legislatura”. Ieri è scoppiata una polemica perché il gruppo del M5S alla Camera ha finanziato dei post di Salvini e Meloni della pagina Facebook “Io voto Sì” in favore del taglio spendendo 2mila euro.