Ieri i giornali e i best-seller anti-casta: oggi tutti pro

C’erano una volta la Casta e un Paese che voleva tagliarla. La Casta è ancora lì dov’era prima, ma quel Paese sembra d’improvviso cambiato, almeno nel sentimento espresso dai partiti, dai grandi giornali e dalle sempre venerabili riserve della Repubblica.

Fatto sta che da una quindicina d’anni, all’incirca da quando Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo pubblicarono il best-seller La Casta (Rizzoli, 2007), l’opinione pubblica si era talmente indignata da costringere la politica ad almeno una parvenza di taglio ai propri sprechi, col risultato che d’improvviso il Quirinale sbandierava l’austerità di una cerimonia senza più tartine e le auto blu del governo finivano all’asta su eBay. Il problema è che adesso, con una riforma che taglia 345 parlamentari e i loro staff, garantendo un risparmio di mezzo miliardo a legislatura (il 7% del costo del Parlamento), pare che il taglio ai costi della politica non sia più un valore o che, al massimo, sia un residuo forcaiolo della cieca antipolitica grillina.

Per chi vuole tornare all’atmosfera di qualche anno fa, quando ridurre i privilegi della Casta era una battaglia ampiamente condivisa, restano allora gli archivi web di giornali e agenzie di stampa.

Come detto, tutto partì da La Casta di Stella e Rizzo. Neanche il tempo di sfogliare l’introduzione e si arriva a un punto più che mai attuale: “Tra i grandi Paesi occidentali l’Italia è quello col numero più alto di parlamentari eletti. Senza contare i senatori a vita (come non contiamo i Lords, la cui assemblea non ha i poteri della Camera dei Comuni ed è composta ancora in larghissima parte da gente nominata) abbiamo un parlamentare ogni 60.371 abitanti contro ogni 66.554 in Francia, ogni 91.824 in Gran Bretagna, ogni 112.502 in Germania, per non dire degli Stati Uniti: uno ogni 560.747”.

Da lì altre 200 pagine di scandali e sprechi, abbastanza perché il direttore del Corriere della Sera di allora, Paolo Mieli, decidesse di puntare forte sul libro dei suoi due giornalisti lanciando una campagna del giornale contro i costi eccessivi della politica. In pochi mesi uscirono decine di inchieste ed editoriali al riguardo: “Personale, stipendi e scorte. Il Quirinale dà il via all’operazione tagli” (29.07.07); “Einaudi, la casta e l’Italia del ‘19” (28.09.07); “Il no dei parlamentari per un giorno: la pensione? Non si tocca” (29.09.07); “Più Stato, più auto blu. Solo una cura dimagrante ridurrebbe gli sprechi” (13.10.07) e così oltre. Sempre ricordando qua e là “La Casta da record” a ogni ristampa del libro.

Che dire poi de L’Espresso, che oggi non ha tardato ad allinearsi sul No al referendum in coerenza col resto del gruppo Gedi (quindi Elkann, quindi Fiat). Una volta, invece, della lotta agli sprechi faceva una battaglia identitaria: “Casta per sempre” (giugno 2016), “Onorevole si dia un taglio” (febbraio 2007), “I privilegi di chi vi fa le prediche” (addirittura marzo 2000). Tutte copertine uscite negli anni d’oro di quello che oggi l’Espresso definirebbe forse “vento dell’antipolitica.”

D’altra parte il già citato libro di Stella e Rizzo aveva creato un filone editoriale in cui si erano infilati in molti, da Stefano Livadiotti (L’altra casta e L’ultracasta) a Nicola Porro e Mario Cervi (Sprecopoli). Pure la politica, fiutato l’andazzo, non era stata da meno, tanto che si ricordano comunicati stampa tragicomici delle istituzioni e dei leader per pubblicizzare risparmi infinitesimali.

Al Quirinale, per esempio, nel 2013 si faceva festa per quattro anni di sacrifici: “Risparmiato l’1,4% sul 2009”. Nello stesso anno Giorgio Napolitano decise di ridimensionare i festeggiamenti in onore delle forze armate, come riportò La Stampa: “Sobrietà, sobrietà, sobrietà”. Urca. “Ieri mattina il Capo dello Stato ha ricevuto il capo di Stato maggiore dell’Esercito, il generale Claudio Graziano, accompagnato da una rappresentanza di allievi ufficiali. Il generale Graziano aveva pensato a fare le cose in grande: cerimonia presso l’Ippodromo Militare, alzabandiera, carosello di lance, carica di cavalleria, schieramento della brigata di formazione, afflusso di medaglieri e labari, conferimento di onorificenze. E invece niente”. Niente cosa? Neanche un rinfresco. Udite udite: “Il Colle ha risparmiato qualche decina di migliaia di euro in tartine e spumante”. Ci si accontentava.

L’anno dopo, anche la Camera aveva modo di esultare: “Nel 2014 un costo da 1.037 milioni, risparmio dell’1,68% sul 2013”. Non c’è da meravigliarsi, se si ripensa a quanto l’agenzia Ansa aveva diffuso un paio d’anni prima proprio per inaugurare la stagione dei tagli: “Costi politica: è quasi gara tra Camera e Senato”. Una corsa al risparmio guidata da Gianfranco Fini a Montecitorio e da Renato Schifani al Senato, pronti a metter via ogni monetina pur di averla vinta sull’altro: “È sfida tra le Camere per tagliare i costi della politica. Dopo Montecitorio, anche Palazzo Madama ha infatti deciso di intervenire sui trattamenti economici e pensionistici dei parlamentari”. E quindi? “Quella che doveva essere un’azione congiunta dei due rami del Parlamento è risultata una gara senza esclusione di colpi tra le Camere”. E attenzione: il tutto “complice lo zampino della Lega, che non ha esitato a fare di tutto per mettere zizzania tra i due organi istituzionali”. Alla fine di tanta prosa, ecco i numeri: “Schifani, a Palazzo Madama tagli per sei milioni”. E per fortuna che era “senza esclusione di colpi.”

Come non ricordare poi le auto blu messe all’asta online da Matteo Renzi tra il 2014 e il 2015: oltre 150 tra Bmw, Maserati, Jaguar e altri bolidi che fruttarono in tutto circa 900mila euro.

Non un granché, soprattutto perché negli anni, di auto blu, i ministeri ne avrebbero comprate molte altre.

Ma abbastanza per garantire almeno una slide di propaganda, quando i tagli alla casta andavano di moda.

Grillo fa schermo a Davide Casaleggio: “Il M5S lo ringrazi”

Per il fondatore la direzione ormai è quella: sempre verso “la sinistra” che pure “ha poche idee, mentre noi ne abbiamo qualcuna”. Ma le alternative latitano, e allora “mettiamo assieme le forze”. Beppe Grillo indica la rotta ai suoi 5Stelle, a cui in diretta streaming manda affetto (“Siete i miei figli, vi amo da morire”) ma pure rampogne: “Siamo bloccati su stronzate, forse stando dentro (i Palazzi, ndr) si perde un po’ di libertà”. Ma nel collegamento con il M5S che in Senato presenta il decreto Mise sull’energia, il Garante fa soprattutto schermo a Davide Casaleggio, il patron di Rousseau che poche ore prima aveva minacciato tramite email agli iscritti di “tagliare i servizi” della piattaforma se “diversi parlamentari” continueranno a non versare i 300 euro mensili. Grillo però non vuole la guerra tra l’erede di Gianroberto e i big, sa che porterebbe il M5S in un burrone. E sa anche che, come ricordato da Casaleggio, Rousseau si occupa delle sue cause giudiziarie. Così si frappone: “I cittadini devono poter dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi abbiamo fatto per primi al mondo. E non è una difesa di Rousseau, è una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l’hanno fatta: Casaleggio padre e Casaleggio figlio”.

Parole che il manager e i suoi fedelissimi apprezzano, molto. “Ci voleva, anche perché da un po’ i rapporti con Beppe non erano un granché” dicono. Ma parlamentari e maggiorenti hanno preso malissimo l’avviso di Casaleggio. E c’è chi come il senatore Mattia Crucioli bolla la sua email come “scorretta e fuorviante”, perché “omette che le date delle restituzioni sono sfalsate rispetto a quelle per mantenere Rousseau: le prime sono trimestrali, le seconde mensili”. Chissà come potrà mettere pace Grillo, che ai suoi tira le orecchie: “Sento che in Parlamento si parla solo di nomine e non lo concepisco, possiamo fare uno scatto in avanti”. Per poi invocare “un reddito universale incondizionato”.

Rimpasto e Conte-3: i big del Pd pronti alla resa dei conti

A quattro giorni dalle elezioni regionali la paura di perdere la Toscana aumenta. Sul tavolo del Nazareno continuano ad arrivare sondaggi. Che confermano le tendenze più preoccupanti, come il rischio di perdere la Regione simbolo. Oltre alla campagna elettorale, i leader sono impegnati a cercare strategie.

ZingarettiIl segretario del Pd potrebbe trovarsi nella situazione tragicomica di dover fare i conti con la sconfitta in Toscana, per quasi un decennio roccaforte del renzismo. Una débâcle a cui la sua leadership non è in grado di sopravvivere. Se invece il quadro tiene, la strategia di Zingaretti si svilupperà su più piani. Primo: incidere di più sul governo, a partire dalla gestione del Recovery Fund. In agenda, come priorità, la richiesta del Mes e le modifiche ai decreti Sicurezza. Questo potrebbe passare per un governo a più alto tasso di politica: i suoi uomini lo hanno sempre negato, ma le voci sull’ambizione di Zingaretti a entrare nell’esecutivo si moltiplicano. Per lui si parla del Viminale, ma anche del ministero delle Infrastrutture. Il secondo corno della strategia riguarda il partito: entro fine anno, ci sarà un’iniziativa di Piazza Grande, con l’obiettivo di strutturare un correntone sul territorio e di allargare il partito a pezzi di società civile. Il suo cerchio magico è piuttosto ristretto: si parte dall’ideologo Goffredo Bettini. E sono a lui vicini i ministri Roberto Gualtieri (Economia) e Enzo Amendola (Affari Europei). Interlocuzione continua con Paolo Gentiloni, Commissario agli Affari economici.

Franceschini

Il capo delegazione Dem sa che rispetto a una sconfitta clamorosa del Pd le responsabilità verrebbero imputate anche a lui. Ma le conseguenze è pronto a farle pagare più al partito (dunque a Zingaretti) che al governo. La sua linea è che – comunque vadano le Regionali – la maggioranza vada blindata, soprattutto per poter gestire il Recovery Fund. Può contare su una truppa agguerrita: in Senato, Franco Mirabelli (vice capogruppo Pd) e Bruno Astorre (segretario regionale del Lazio), alla Camera, Piero Fassino, in segreteria Roberta Pinotti.

I “Governisti” I più resistenti al cambiamento sono ovviamente i ministri. Motivazione ufficiale: se si tocca un ingranaggio, il rischio è che si inceppi tutto il meccanismo.

OrlandoIl vicesegretario del Pd è il più pronto a sostenere la necessità di un Conte-ter. I detrattori raccontano che lo fa perché vuole entrare al governo e sono pronti a riferire di colloqui diretti con il premier di cui è stato tenuto all’oscuro anche Zingaretti. Altri gli attribuiscono mire sulla segreteria. Orlando da sempre ha una corrente nutrita. Tra i suoi: Andrea Martella, sottosegretario all’Editoria.

GueriniDa ministro della Difesa, il suo intento principale è accreditarsi come uomo delle istituzioni. C’è chi sostiene che pensi addirittura al Quirinale. Può contare su Base Riformista, la corrente con il più alto numero di parlamentari e su un’unione di intenti con Franceschini. Anche lui è più pronto a mettere in discussione gli assetti nel Pd che quelli nel governo. Uomo di punta, il senatore Alessandro Alfieri.

DelrioAnche lui, come Orlando, spinge per un governo con maggior tasso di politica. Anche di lui i detrattori dicono che voglia tornare a fare il ministro. Da capogruppo del Pd si fa portavoce degli scontenti del Parlamento.

BonacciniForte della sua vittoria in Emilia-Romagna e dei rapporti consolidati dai tempi del Pci del “potere rosso” con il mondo imprenditoriale, punta alla segreteria del Pd. Potrebbe riportare Renzi nel partito e aprire la strada a un rovesciamento di Conte.

De LucaIl suo bis in Campania è dato per scontato. Chiaro a tutti che sarà una vittoria personale. Tanto è vero che potrebbe partire alla conquista della segreteria.

Articolo 1“Potremmo rientrare nel Pd insieme in vespa io e Renzi, lui davanti”: la metafora di Bersani vuol dire “no grazie” all’ipotesi ventilata da Bonaccini. Dentro Articolo 1 si riflette su una verifica dello stato della maggioranza, tenendo presente che il loro leader Speranza è il ministro della Salute

“Contro Conte e Zingaretti i poteri forti, ma maldestri”

Per essere uno dei dirigenti politici più ricercati e ascoltati, Goffredo Bettini ci riceve in una casa spoglia, senza alcuna appariscenza, impossibilitato a muoversi per una sciatica. Il contrario dell’uomo di potere. Però con le idee chiare e la voglia di condurre una battaglia politica dentro al suo partito, il Pd e a sostegno di Conte: “Sarebbe avventuroso provocarne la caduta: un regalo ai potentati”.

Che giudizio dà di questo governo?

Buono. Come Pd siamo usciti dall’isolamento, siamo tornati al centro della scena politica, abbiamo accettato la sfida del governo e credo abbiamo fatto molto bene. Come Paese abbiamo recuperato dignità internazionale con riconoscimenti dall’estero, affrontando con efficacia l’emergenza sanitaria e la trattativa sul Recovery Fund. Inoltre abbiamo dato ai provvedimenti economici da noi assunti una curvatura sociale a sostegno dei più deboli e delle forze del lavoro e produttive. Ora questa fase è finita, si apre la fase della ricostruzione. Per questo serve attorno a Conte un’alleanza più unita. Costituita non da forze che competono aspramente tra loro ma al contrario capaci di elaborare una visione comune sul futuro del Paese.

A chi pensa?

Mi viene in mente Renzi che invece di lavorare per isolare la destra sovranista, favorendo una rottura con essa delle componenti moderate di Forza Italia, attacca il Pd. Di fronte alla responsabilità enorme di un buon utilizzo delle risorse del Recovery Fund, occorre parlare con una sola voce.

Il suo giudizio su Conte?

È colui che ha interpretato meglio una politica equilibrata e incisiva. Considero pericoloso e avventuroso metterlo in discussione.

Però siete rimproverati proprio per l’alleanza con il M5S.

Da un anno a questa parte molte cose sono cambiate. Ognuno di noi non è lo stesso rispetto a prima. Il M5S ha compiuto passi rilevanti verso l’Europa, la comprensione del valore e della funzione pubblica della scienza, verso l’esigenza di uno sviluppo sostenibile e più giusto.

Ma governate con “i populisti…”.

C’è populismo e populismo. In Italia c’è un populismo, quello di destra, che allude costantemente a un ribaltamento delle regole costituzionali, razzista, xenofobo. Poi c’è un altro populismo nato anche per gli errori della sinistra: il M5S è lo specchio di molti nostri fallimenti.

Di nuovo l’idea della “costola della sinistra”?

No. È l’idea di attraversare le contraddizioni del popolo. Altrimenti continueremo a essere votati solo ai Parioli e mai a Tor Bella Monaca.

Anche il Pd è cambiato?

Abbiamo maturato una visione più radicale circa una crescita green. Così come abbiamo condiviso il reddito di cittadinanza che discende da un’antica nostra elaborazione.

Il Pd si è spostato a sinistra?

Il Pd è ancora in una fase di transizione rispetto alla sua identità. Ha dentro cose molto diverse. Ed è un bene. Ma la sua radice sta in un riformismo che intende mutare i rapporti di forza nella società e che è figlio delle idee socialiste, cristiano-sociali e cattolico-democratiche. Non ci serve un riformismo che intende solo innovare nel contesto dato.

Anche per questo si lavora a indebolire Zingaretti?

Se si indebolisce il Pd e la leadership di Zingaretti, si indebolisce Conte.

Perché?

Ci sono forze che vogliono normalizzare il Paese e colpire un governo libero, che non risponde a nessun potere esterno; che non accetta condizionamenti o diktat. A questo nostro profilo si oppone il “salotto buono” del capitalismo italiano che agisce anche comprando i giornali. E poi la Confindustria di Bonomi, molto aggressiva.

Una coalizione molto potente.

Sì, ma lo ritengo un tentativo maldestro perché porterebbe alle elezioni ora, a cui solo la destra è interessata; oppure a un governo tecnico che umilierebbe ancora una volta la politica. Mi dispiace, su questo abbiamo già dato.

La sera del 21 Zingaretti a rischio?

Dopo il 21 nessuno si sottrarrà al confronto e al dibattito. Soprattutto Zingaretti, che ha un altissimo senso della responsabilità. Ma ora stiamo conducendo una battaglia per conquistare tante Regioni d’Italia. Soprattutto in Toscana, oltre al buon governo di Rossi, dobbiamo appellarci alla storia di quelle terre così radicata nell’antifascismo e nel sistema democratico.

La vocazione maggioritaria vi ha creato problemi?

Per me coincide con la capacità di avanzare una proposta al Paese ampia e credibile. C’è stata una fase in cui la vocazione maggioritaria sperava in uno schema bipartitico. Oggi quell’ipotesi è del tutto irrealistica.

Pensa che Bersani dovrebbe rientrare nel Pd?

Penso che sarebbe utile una riaggregazione a sinistra.

Il suo Sì al referendum è convinto?

Sì, è convinto perché il quesito, il ‘testo’ e non il ‘contesto’ della polemica politica, non lascia dubbi. Cito un grande dirigente della sinistra: ‘Sono stato sempre convinto che la prima riforma è il monocameralismo. Una platea di mille membri non può funzionare. Più alto è il numero, più cresce l’inefficienza dell’istituzione’.

Di chi si tratta?

Non dico il nome per non strumentalizzare la memoria del passato.

Sabato scorso vi siete appartati con Grillo per circa un’ora. Cosa vi siete detti?

Mi ha detto che sostiene pienamente Conte e che il M5S ha nuove responsabilità da affrontare.

L’ambasciatore a Varsavia figlio di ufficiale nazista

Non è chiaro se gli abbia giocato più contro il demone del padre nazista o la sua ‘Angela’ custode. Fatto sta che l’attesa è stata insolitamente lunga. Alla fine, però, Arndt Freytag von Loringhoven, diplomatico tedesco di lungo corso, designato ambasciatore a Varsavia, ha ottenuto il gradimento del presidente polacco Andrzej Duda e può ora assumere l’incarico. Von Loringhoven è figura di primo piano della diplomazia tedesca, oltre a essere un buon chitarrista jazz: già ambasciatore a Praga, è stato vicecapo della Bnd, l’agenzia federale tedesca di intelligence, e coordinatore delle forze speciali Nato al quartier generale dell’Alleanza atlantica a Bruxelles.

Il fatto che Duda, e soprattutto il suo boss politico, Jaroslaw Kaczinski, il leader del partito al potere a Varsavia, nazionalista e tiepido verso l’Ue, gli abbiano fatto sospirare tre mesi il gradimento, viene giustificato in vario modo dalle fonti polacche: i ritardi burocratici innescati dalla pandemia e pure le dimissioni del ministro degli Esteri Jacek Czaputowicz paiono però scuse fragili. C’è piuttosto la figura paterna: Bernd Freiherr Freytag von Loringhoven, ufficiale della Wehrmacht, comandò una divisione corazzata nella battaglia di Stalingrado e fece l’aiutante nel bunker di Hitler verso la fine della guerra, preparando i briefing per il Führer. Dopo il conflitto, processato e assolto dall’accusa di crimini di guerra, entrò nell’esercito federale, dove giunse a ricoprire l’incarico di vice-ispettore generale. Ce n’è abbastanza per evocare fantasmi nazisti, in un Paese ancora segnato dai traumi bellici. Ma se il padre era una pecora bruna, lo zio dell’ambasciatore, Wessel Freiherr Freytag von Loringhoven, anche lui nella Wehrmacht, riscatta la famiglia: procurò lui l’esplosivo per il fallito attentato contro Hitler dell’Operazione Valchiria. Dopo il fiasco, lo zio si suicidò. Ma più che il passato, un peso nel ritardo del “gradimento” di Varsavia lo ha giocato il presente: Angela Merkel, come molti altri leader Ue, non tifava Duda alle Presidenziali di giugno.

Tv, testa a testa Floris-Berlinguer Del Debbio batte ancora Formigli

La sfida è iniziata. E ci sono già sorprese. Parliamo della nuova stagione televisiva, la prima della tv ai tempi del Covid, con programmi senza pubblico o presenze contingentate. Giovedì scorso è stata la giornata più sorprendente. In quello che si chiama access prime time (prima della prima serata), Veronica Gentili, con il suo Stasera Italia News su Rete 4, ha battuto Otto e mezzo di Lilli Gruber su La7 giovedì e sabato, mentre nelle altre quattro puntate in sovrapposizione l’ex giornalista Rai ha riaffermato il suo primato. E l’ha allungato dall’altroieri, quando su Rete4 è tornata Barbara Palombelli. Sempre giovedì, Dritto e rovescio di Paolo Del Debbio ha sconfitto Piazza Pulita di Corrado Formigli con il 6,6% (oltre un milione di telespettatori) contro il 4,7% (898mila). E la sfida si farà ancora più interessante quando esordirà Seconda linea, il nuovo talk di Rai2 con Alessandro Giuli e Francesca Fagnani.

Un altro derby a colpi di share è quello tra Cartabianca e DiMartedì, sfida vinta d’un soffio una settimana fa da Giovanni Floris, con il 5,54% contro il 5,43% di Bianca Berlinguer. La partita si è decisa per poche migliaia di spettatori. Oggi vedremo i numeri di ieri sera. Ma a dar fastidio c’è anche Fuori dal coro (Rete 4) di Mario Giordano. Non brillante, una settimana fa, l’esordio di Bruno Vespa: Porta a Porta si è fermato all’8,1%, con 695mila persone. Meglio è andata giovedì sera, con il 10,5%, con protagonisti Matteo Renzi (ospite in studio) e il delitto di Colleferro. Buon esordio, poi, per il nuovo Agorà di Luisella Costamagna, con una media del 6,9%. Ottimo Chi l’ha visto, mercoledì sera, con l’11% e oltre 2 milioni di telespettatori. Migliora Presa diretta di Riccardo Iacona (Rai3) che passa dal 4,3% al 7% di due sere fa. Nella giornata di La7 svetta Myrta Merlino, con una media del 4,8%. Non supera il 10%, invece, Oggi è un altro giorno, il nuovo programma di Serena Bortone che ha traslocato da Agorà (Rai3) al pomeriggio di Rai1.

I funerali di Maria Paola a Caivano, il rione “difende” il fratello: “L’omofobia non c’entra”

Lo chiamano Parco Verde dal colore slavato delle brutte palazzine che circondano la piazza di spaccio di Caivano. Ma di verde qui ce n’è poco, soffocato da cartacce e rifiuti. La bara bianca di Maria Paola Gaglione arriva alle 16.15 tra palloncini a forma di cuore, colombe e gli applausi dei fedeli della parrocchia di San Paolo Apostolo. Ciro Migliore, il fidanzato trans, non c’è. L’ultimo saluto alla sua ragazza l’ha fatto in obitorio, scortato dalla polizia. “Correvamo verso la libertà”, ha scritto Ciro sullo striscione lasciato davanti alla chiesa. Il feretro è accolto da una piccola folla composta e silenziosa, fatta di persone dall’aspetto poco rassicurante e di donne dal volto segnato per il trucco eccessivo, ma anche di padri e madri e ragazzine che piangono indossando la maglietta con il volto della loro amica, una 18enne ritratta mentre sorrideva alla vita. Nessuno pronuncia una parola di rancore. L’appello di don Maurizio Patriciello a “fermare l’odio” non cade nel vuoto.

Sarà un’omelia sui temi della morte e della resurrezione, senza riferimenti ai fatti di cronaca e al fratello di Maria Paola, Michele. C’è anche il suo nome sul manifesto funebre della famiglia, ma è in carcere con la più brutta delle accuse: aver provocato la morte della sorella speronando il motorino sul quale scappava insieme al fidanzato perché accecato dall’omofobia. “Volevo per lei una storia normale”, ha detto Michele al giudice. Ma al parco Verde la comunità si stringe intorno ai Gaglione, che abitano a trecento metri dalla chiesa e ieri hanno innalzato un arco di palloncini bianchi e rosa davanti all’ingresso del loro blocco edilizio. Una comunità che, tra sussurri e mezze parole sul sagrato della chiesa, racconta un’altra verità. Se ne fa portavoce Bruno Mazza, uno che a 18 anni governava lo spaccio a Caivano per conto dei boss di camorra e poi ha detto basta fondando un’associazione di volontariato con un nome che è un programma, “Un’infanzia da vivere”. “L’orientamento sessuale in questa storia non c’entra – dice Mazza mentre dà una mano al servizio d’ordine – la reazione di Michele, che pagherà per quello che ha fatto, è la reazione di un fratello che vedeva Maria Paola sbandata, accanto a uno che aveva problemi con la giustizia, e andava a firmare ogni giorno in caserma”. Mazza ricorda che “Maria Paola aveva uno zio omosessuale, che ha vissuto con loro 35 anni, senza alcun problema. Ma ora Maria Paola dormiva ogni giorno in una casa diversa, non aveva neanche dove farsi la doccia, ecco perché la famiglia l’osteggiava”. E in chiesa don Maurizio invoca Maria Paola chiedendole “perdono per tutti noi, sacerdoti e laici, per non essere stati capaci di custodire questa tua fragile e preziosissima vita”.

Permesso premio al mandante dell’omicidio Livatino. Il cugino del giudice: “È un segnale”

“A quasi 30 anni (il prossimo 21 settembre) dall’omicidio del giudice Rosario Livatino, il mandante, Giuseppe Montanti, 64 anni, esponente della Stidda condannato all’ergastolo, ha ottenuto dal giudice di sorveglianza di Padova un permesso premio per incontrare la famiglia. Determinante è stata la recente sentenza della Consulta in cui si ritiene “non necessaria’’ la confessione del reato per ottenere il permesso-premio. In una nota del 30 aprile 2019, il Dap aveva ribadito che Montanti “non ha mai collaborato” e la Questura di Agrigento, a richiesta del magistrato di Sorveglianza, il 27 gennaio scorso ha sostenuto come la Stidda sia “tuttora operante nel territorio di Agrigento”. Indicato come un esperto di esplosivi, a capo della stidda agrigentina negli anni 80, l’uomo che “acconsentì’’ a uccidere Livatino e che mise a disposizione del killer Domenico Pace una casa, venne arrestato in Messico, nel 2000. “Che si sappia a una settimana dal trentennale forse è un segnale” ha commentato il cugino del giudice ucciso, Enzo Gallo.

Palamara tenta di ricusare questo Csm, ma perde

Luca Palamara ritiene di non poter essere processato, a livello disciplinare, dall’attuale Csm, convinto che i consiglieri, compresi quelli del collegio, abbiano espresso pre-giudizi. Per questo, ieri ha provato a ottenere la rimessione del processo in Cassazione affinché, a sua volta, potesse rivolgersi alla Corte costituzionale dato che, secondo la normativa attuale, non è possibile chiedere di essere giudicati dai prossimi consiglieri. Gli è andata male. La sezione disciplinare presieduta da Fulvio Gigliotti ha rigettato l’istanza perché “non rilevante e manifestamente infondata”. Ma “su questa vicenda sono stati espressi interventi in ogni sede”, aveva sottolineato il difensore Stefano Giaime Guizzi, consigliere di Cassazione, secondo il quale il modo in cui lo scandalo nomine è emerso “ha turbato la libertà di determinazione dell’intero organo”. A Guizzi si era opposta l’accusa, rappresentata dall’avvocato generale della Cassazione Piero Gaeta: “E’ una richiesta inammissibile e palesemente manipolativa”. Lo stesso Palamara ha parlato con una memoria scritta per evidenziare, a suo avviso, il pregiudizio del Csm: “Non ci si può esimere dal notare come, per un verso, le reiterate prese di posizione di numerosi membri del Csm, taluni persino componenti del collegio chiamati a giudicare il sottoscritto sulle vicende relative all’incontro tenuto nella notte tra l’8 e il 9 maggio 2019, presso l’Hotel Champagne in Roma, nonché, per altro verso, le stesse modalità con cui i ‘media’ risultano esserne venuti a conoscenza, siano tali da integrare quelle situazioni di pregiudizio per ‘la libera determinazione delle persone che partecipano al processo’ e di ‘legittimo sospetto’”. Per quell’incontro sono finiti sotto processo disciplinare anche Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa e deputato di Iv, gli allora togati del Csm Luigi Spina, Antonio Lepre, Corrado Cartoni, Paolo Criscscuoli e Gianluigi Morlini, costretti alle dimissioni .

Staderini: “Diritti violati”. Brindano solo gli avvocati

Nove mesi fa il Comitato diritti umani dell’Onu condannava l’Italia a cambiare le regole sul referendum, allargando la platea degli autenticatori di firme. “Da allora, però, la situazione è soltanto peggiorata”. L’accusa arriva da Mario Staderini, ex segretario dei Radicali – oggi uscito dal movimento – che negli ultimi anni si è fatto promotore della battaglia di fronte alle Nazioni Unite, che gli hanno dato ragione nel novembre dello scorso anno.

Ma che cosa riguarda la sentenza dell’Onu e perché è stata disattesa? Oggetto del ricorso era la difficoltà nell’autenticazione delle firme valide per promuovere un referendum popolare. Secondo Staderini e Michele De Lucia, che lo ha assistito nel ricorso all’Onu, l’Italia penalizza fortemente i cittadini, tanto è vero che da dieci anni non si riescono a raccogliere abbastanza firme per promuovere referendum popolari. Le Nazioni Unite hanno quindi imposto all’Italia di riparare al danno, garantendo “ai promotori di iniziative referendarie la possibilità di ottenere facilmente l’autenticazione delle firme raccolte” e predisponendo percorsi informativi a riguardo. Quel che è stato fatto finora, però, a giudizio di Staderini peggiora soltanto le cose: “Nel decreto semplificazioni è stata introdotta una norma che estende la platea degli autenticatori anche ai parlamentari, ai consiglieri regionali e agli avvocati. Una norma che anziché restituire ai cittadini il diritto a promuovere referendum ha esteso la casta degli autenticatori di partito e ne ha creata una nuova, quella degli avvocati”.

Il senso è che, secondo l’ex segretario Radicale, le difficoltà per i cittadini saranno identiche. Non solo: essendo gli avvocati oltre 240 mila in Italia, la nuova apertura potrebbe facilmente consentire alla categoria di raccogliere le firme – e autenticarsele da sola – su questioni di proprio interesse molto discusse in questi anni, come la separazione delle carriere dei magistrati.