“I banchi? Toti strumentalizza” In Liguria ora il virus preoccupa

“La cosa vergognosa è aver strumentalizzato dei bambini per un pugno di voti. Oscurando il lavoro straordinario di tante persone che hanno garantito la riapertura”. Renzo Ronconi, giovane dirigente (è al suo primo incarico) della primaria Maria Mazzini di Genova, non ci sta a fare da capro espiatorio. In piedi sulla scala d’ingresso, spalleggiato da docenti e personale, ribadisce quella che è la versione unanime dei genitori: i bambini della tanto discussa foto, immortalati in ginocchio mentre disegnano usando i banchi come sedie, si stavano solo godendo un momento di svago durato pochi minuti. Versione assai diversa da quella del governatore Giovanni Toti, il primo a postare lo scatto sui social usandolo come una clava verso la ministra dell’Istruzione accusata di non aver rispettato le promesse.

Anche se non si può negare che alla Mazzini un problema con i banchi ci sia stato: ancora ieri mattina cinque classi ne erano del tutto sfornite. I 250 pezzi che mancavano sono arrivati solo nel primo pomeriggio. “La mia ingenuità è stata pensare che la consegna sarebbe avvenuta in tempo – racconta il preside -, così quando il Comune si è offerto di ritirare i banchi vecchi ho accettato volentieri, perché non avrei saputo dove metterli. Ho scelto di riaprire comunque la scuola, per dare un segnale che mi sembrava necessario. Chi ha diffuso quella foto (destinata alla chat dei genitori, ndr), se non è in malafede, non si è reso conto dei danni che avrebbe causato”.

Intanto la Liguria, con i suoi 140 ricoveri, è diventata la prima Regione per tasso di ospedalizzati: sono 9 ogni 100 mila abitanti, secondo i dati elaborati dalla fondazione Gimbe. I nuovi positivi di ieri sono 141, di cui 91 nel territorio della Asl di La Spezia. Secondo Paolo Spada, chirurgo dell’Istituto Humanitas di Rozzano (Milano) e da Guido Silvestri, virologo alla Emory University di Atlanta, che su Facebook curano la rubrica “pillole di ottimismo”, la media mobile a 7 giorni del rapporto tra positivi e totale dei testati ieri era del 10%: lunedì era del 12%, quando quella nazionale si ferma al 2,4. Dei 140 ricoverati ben 91 si trovano al San Bartolomeo di Sarzana: qui ci sono anche 8 dei 12 ricoverati in terapia intensiva, a fronte di una capienza massima di 9 letti. Numeri che minacciano la già fragile Asl della zona, che soffre di una carenza di personale del 30% rispetto a quelle del resto della Liguria. Da giorni quello spezzino è uno dei focolai più preoccupanti d’Italia, sul quale indaga anche la Procura: i magistrati hanno aperto un fascicolo per epidemia colposa acquisendo le cartelle cliniche dei nuovi contagiati. Sabato un’ordinanza regionale ha chiuso i locali notturni, rinviato al 24 l’apertura delle scuole e definito un’area del centro dove si può camminare ma è vietato fermarsi.

Oggi la coalizione giallorosa che sfida Giovanni Toti sarà a La Spezia insieme a Massimo Costantini, epidemiologo a cui il candidato Ferruccio Sansa ha affidato la guida del gruppo di lavoro sulla Sanità. “Ciò che accade a La Spezia può succedere ovunque se si sottovaluta l’emergenza”, denuncia Costantini. “La risposta della Regione è stata inadeguata, sono stati lanciati messaggi superficiali e rassicuranti. Un approccio dilettantesco che ha fatto danni e ne può fare ancora”.

Quarantena breve e treni, il Cts sceglie la “prudenza”

Non c’è un no definitivo, il Comitato tecnico scientifico prende tempo per “ulteriori approfondimenti” con l’Organizzazione mondiale della Sanità, il Centro europeo per la prevenzione delle malattie (Ecdc) di Stoccolma, gli altri Paesi dell’Ue. Per il momento, però, di ridurre la quarantena non se ne parla, neppure per i cosiddetti “contatti” dei positivi, né a 10 né tantomeno a 7 giorni. Restano gli attuali 14. Anzi nel comitato che affianca il governo ieri c’era una discreta irritazione nei confronti della Francia, che venerdì scorso ha annunciato che i 14 giorni di isolamento diventeranno 7 per tutti, compresi i positivi secondo il parere del loro Conseil scientifique. Ma è anche vero che la Francia ha superato i 10 mila casi al giorno, con una media di dieci contatti ciascuno vuol dire milioni di persone a casa in poche settimane: se non è un lockdown poco ci manca. E infatti anche nel Cts italiano c’è chi vorrebbe obbligare al tampone chi arriva da oltralpe, come avviene per chi entra o rientra in Italia da Spagna, Grecia, Croazia e Malta.

Il Cts la vede come il ministro Roberto Speranza e preferisce concentrarsi sulle scuole, misurare l’aumento dei contagi – se come tutti prevedono ci sarà – e il suo impatto sulle strutture sanitarie territoriali e ospedaliere. Roma non segue Parigi e nemmeno Berlino, che potrebbe accorciare l’isolamento, per i soli contatti, ma a 10 giorni, ipotesi che secondo l’Ecdc comporta in media la “perdita” di un 6 % di casi che si positivizzano tardivamente (l’incubazione è indicata in 5-14 giorni). Chi voleva prendere questa strada deve almeno aspettare, come il viceministro M5S della Salute Pierpaolo Sileri che propone di scendere a 10 giorni, solo per i contatti e con tampone obbligatorio al termine dell’isolamento per certificare la negatività di chi non è mai stato positivo (oggi i contatti fanno due settimane a casa ma l’obbligo di tampone non c’è, anche se molti medici li prescrivono e le Asl in questi casi li fanno). Su posizioni diverse ma tutti per la riduzione della quarantena sono anche Massimo Galli e Maria Rita Gismondo, direttori delle Malattie infettive e del Laboratorio di microbiologia del Sacco di Milano, l’infettivologo Matteo Bassetti del San Martino di Genova e il virologo Massimo Clementi del San Raffaele di Milano.

Il problema restano i tamponi, per ridurre la quarantena bisogna aumentarli. L’Italia ne fa più di prima, è passata da 60/70 mila a 80/90 mila al giorno, tutti pensano che debbano aumentare ma non fino ai 3-400 mila ogni 24 ore indicati da Andrea Crisanti, il virologo di Padova che a gennaio era l’unico a concentrarsi sugli asintomatici e ha dato un importante contributo alla Regione Veneto: il piano proposto da Crisanti al governo, che prevede nuovi laboratori fissi e mobili, sembra essere rimasto in un cassetto; al ministero della Salute puntano di più sui test rapidi, come quelli sulla saliva.

Non cambiano, per il momento, neanche le raccomandazioni del Cts sui treni ad alta velocità, con forte disappunto di Italo/Ntv che sperava in una deroga alla regola del 50% dei posti utilizzabili. Restano anche i tamponi ogni 4 giorni per i giocatori di calcio, quando le società chiedevano di ridurli.

 

L’ indagine si allarga: ai pm segnalazioni da altre banche

Nell’inchiesta milanese sul caso Lombardia Film Commission e i presunti “fondi neri” della Lega, stanno arrivando in questi giorni in Procura diverse segnalazioni dal mondo bancario di operazioni sospette da parte di imprenditori con controparte o la Lega o società riconducibili ai contabili finiti ai domiciliari giovedì scorso. Gli stessi che ieri sono stati interrogati dal gip. Sentiti Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni. Entrambi hanno negato ogni addebito. La Procura ora si concentra sui casi dei bancari compiacenti. Dall’indagine era emerso il caso dell’ex direttore della filiale Ubi di Seriate (Bergamo) Marco Ghilardi che non aveva segnalato operazioni sospette sui conti dei commercialisti di fiducia della Lega, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, ed è stato poi licenziato dall’istituto di credito. Il bancario ha poi testimoniato davanti ai pm. Dopo che dalle indagini milanesi è emerso che, attraverso conti aperti da Di Rubba e Manzoni presso la banca di Seriate, sarebbero state effettuate una serie di operazioni anomale, con la compiacenza del direttore dell’istituto (non indagato e sentito come teste), dal mondo bancario in questi ultimi giorni sono arrivate agli inquirenti varie segnalazioni su operazioni sospette dello stesso genere. Alcune segnalazioni sono arrivate alla Gdf attraverso l’Uif di Bankitalia e sono recenti (dello scorso agosto), in altri casi, invece, dal mondo bancario sono arrivate direttamente agli inquirenti. Ghilardi a verbale aveva parlato, tra l’altro, dei “movimenti registrati sui conti” di due società dei contabili del Carroccio, la Sdc e lo Studio Cld, e di “numerosi accrediti da Lega Nord sempre con la medesima causale ‘saldo fattura’”. Anche “il conto personale” di Manzoni “beneficiava” di questi accrediti con la stessa causale. I due gli dicevano che erano per “attività di consulenza” ma “mi sembrava strano poiché nello stesso periodo capitava che fatturassero al partito con più ragioni sociali”. Dopo che Ghilardi è stato licenziato, i due contabili hanno chiuso i conti. Al centro delle indagini per aver ricevuto soldi dalla Lega c’è anche l’imprenditore Francesco Barachetti e gli inquirenti stanno cercando di capire se ci siano altre “figure” dello stesso tipo nell’ipotesi di una raccolta di “fondi neri” e di passaggi di denaro.

I revisori di Fontana hanno chiesto a luglio di agire sul caso Lfc

La giunta di Attilio Fontana sapeva che l’acquisto dell’immobile di Cormano da parte della Lombardia Film Commission era un’operazione molto sospetta già a maggio 2020. A luglio 2020, quel dubbio diventa certezza, tanto che il Collegio dei revisori dei Conti del Pirellone con voto unanime invita “l’Ente a valutare i profili di un’azione di responsabilità nei confronti di chi ha agito male e nei confronti di chi non ha vigilato (cioè l’Organismo di vigilanza, Odv di Lombardia Film Commission, ndr)”. Un invito che però Fontana ignora. Ieri infatti dichiarava: “Leggere di indagini fondate sul nulla, sulle gole profonde, mi lascia abbastanza indifferente. Quando avrò letto gli atti farò valutazioni, ma non sulle chiacchiere. Sta lavorando la magistratura, valutiamo quali sono le risultanze che emergeranno e poi prenderemo decisioni per adesso è talmente fumoso tutto e non mi sono ancora fatto un’idea”.

Ma un’idea Fontana avrebbe potuto farsela, se avesse ascoltato l’allarme per le movimentazioni sospette della Lfc contenuto in due verbali – datati 26 maggio 2020 e 24 luglio 2020 – redatti dai tre membri del Collegio dei Revisori dei conti della Regione: Maria Paglia, Vincenzo Monforte e Stefano Sandroni, che il Fatto ha potuto vedere in esclusiva.

Nel primo i controllori sottolineano come appaia del tutto anomala la scelta della Fondazione – allora presieduta da Alberto di Rubba – del “pagamento anticipato, a titolo di caparra confirmatoria, dell’intero importo di 800mila euro nel dicembre 2017 per l’acquisto dell’immobile di Cormano senza ottenere alcuna garanzia sull’importo pagato”. Così chiedono “di acquisire gli atti del- l’Odv (della Lfc, ndr) relativi all’operazione” che aveva dato “parere favorevole”. Nel secondo, a luglio, chiedono l’azione di responsabilità.

A firmare quei pareri era stato il presidente dell’Odv, Antonio Gennari, avvocato scelto da Di Rubba che nessuno ha pensato di allontanare. Gennari infatti fino a luglio 2020 ha continuato la sua attività in forza del contratto siglato ai tempi di Di Rubba, il quale prevedeva forti penali in caso di rescissione anticipata. Come aveva spiegato la consigliera della Lfc,Paola Dubini: “Abbiamo ereditato entrambi i professionisti con contratti pluriennali che non siamo nelle condizioni di rescindere”.

Il secondo “professionista” cui fa riferimento Dubini è Michele Scillieri, che, nonostante sia finito agli arresti e venga ritenuto dai pm uno dei cervelli dell’operazione Cormano – tutt’ora percepisce 25 mila euro l’anno per l’attività di “consulenza fiscale, tributaria, contabile, amministrativa e relativa alla gestione dei cedolini paga ed adempimenti connessi” della Lfc. Tutt’oggi sul sito della Lfc compare la sua dichiarazione di “non trovarsi in situazioni di conflitto, anche potenziale, di interesse”.

Per il capogruppo M5s in regione, Massimo de Rosa quelle dei revisori del Pirellone sono “parole inequivocabili, che scrivono nero su bianco le responsabilità di Regione Lombardia. Sia per quanto riguarda il mancato controllo, durante l’iter che ha portato al compimento dell’operazione, sia per le azioni che Regione dovrà compiere da qui in avanti a tutela del rispetto della legalità”.

E aggiunge: “Insieme alla collega Monica Forte, Presidente della Commissione Antimafia di Regione Lombardia, chiederemo che siano discusse, durante il primo Consiglio Regionale in calendario, sia un’interrogazione che chieda conto dell’operato di Regione Lombardia, anche in funzione del fatto che un anno fa l’assessore rispose garantendo per la regolarità dell’iter, sia una mozione che impegni Regione non tanto a far luce sull’accaduto, la relazione dei revisori è già piuttosto chiara e al resto penserà la magistratura, quanto a prendere posizione: “Nei confronti di chi ha agito male e nei confronti di chi non ha vigilato”.

“Più Voci liquidata”, il conto della onlus che piaceva agli imprenditori

Come ha fatto in tutti questi anni la Lega a pagare le sue attività? Dove ha trovato i soldi per finanziare la propaganda salviniana? Un bel problema per un partito che dal 2012, a causa della truffa sui rimborsi elettorali organizzata da Umberto Bossi e Francesco Belsito, ha avuto prima i conti sotto il radar costante della magistratura e poi, dal 2018, sotto sequestro definitivo a causa della sentenza del tribunale di Genova.

In questi giorni dall’inchiesta di Milano emergono sempre più particolari sui modi attraverso cui il partito – dal dicembre del 2013 in mano a Matteo Salvini – ha prosciugato i conti. Ed è dalle intercettazioni agli atti che viene fuori qualche dettaglio nuovo che riguarda anche una delle strutture che, secondo altre indagini, sarebbe stata usata dalla Lega per ottenere presunti finanziamenti illeciti. Si tratta della “Più Voci”, finita al centro di due inchieste con questa ipotesi di reato, una a Milano e un’altra a Roma. A Milano il processo è già iniziato, mentre a Roma la procura è in attesa della risposta del tribunale sulla richiesta di rinvio a giudizio.

Sotto accusa è Giulio Centemero, tesoriere della Lega e presidente della “Più Voci”. È stato lui a fondare la onlus insieme agli altri soci, tutti leghisti di strettissima osservanza. C’è il deputato Alessandro Morelli, l’europarlamentare Alessandro Panza e i due commercialisti del partito Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, finiti ai domiciliari di recente per la vicenda della Lombardia Film Commission. Dalle intercettazioni agli atti dell’inchiesta milanese emerge che la “Più Voci” oggi sarebbe stata liquidata e che anch’essa aveva un conto corrente alla filiale Ubi di Seriate (Bergamo), quella usata per moltissime delle movimentazioni finite al vaglio degli inquirenti per la storia del capannone di Cormano. O almeno lo sostiene Di Rubba il 24 maggio 2020 in una conversazione con Marco Ghilardi, l’ex direttore della filiale allontanato dai vertici della banca proprio per non aver segnalato presunti strani movimenti di denaro. A un certo punto, riferendosi al suo licenziamento, Ghilardi dice: “C’è un pezzo che hanno scritto che ‘Non solo voci’ hanno provveduto che le mie giustificazioni non bastavano hanno, provveduto però a me non m’ha comunicato niente nessuno. Ma anche ‘Non solo voci’ aaa, ‘Più voci’ ha ancora il conto?”. E Di Rubba: “Nooo è stata liquidata, l’abbiamo sciolto”.

Tra il 2015 e il 2016 “Più Voci” ha incassato diversi bonifici da privati, tra cui 250mila euro dalla Immobiliare Pentapigna, allora riconducibile al costruttore romano Luca Parnasi, e 40mila euro dalla catena di supermercati milanese Esselunga. Finanziamenti illeciti, secondo le due procure competenti, perché diretti in realtà alla Lega senza che però il partito li abbia mai dichiarati, come invece devono fare per legge le forze politiche.

La difesa di Centemero, come si evince in una memoria dell’avvocato Roberto Zingari, si basa sul fatto che “Più Voci” non sia formalmente della Lega, e che i soldi ricevuti da Parnasi e da Esselunga non siano stati usati per finanziare il partito.

Poco dopo aver ricevuto i bonifici da Parnasi ed Esselunga, come ricostruito nelle informative della Guardia di Finanza, da “Più Voci” tra il 2015 e il 2016 partono bonifici diretti a Radio Padania (per 245mila euro in totale) e a Mc Srl (30mila euro). La prima è la storica emittente diretta per anni da Matteo Salvini.

Mc Srl è invece la società che edita il sito Il Populista, condiretto dal deputato leghista Morelli, uno dei fondatori della “Più Voci”. La tesi degli avvocati di Centemero è che Radio Padania e Mc siano realtà indipendenti dalla Lega Nord, e che finanziandole l’associazione “Più Voci” abbia perfettamente realizzato il suo scopo sociale, che è quello di “favorire e promuovere la divulgazione e il dibattito di argomenti di interesse pubblico”.

Il trust e i 18 milioni: un notaio all’incrocio degli affari della Lega

Una fiduciaria di Milano il cui presidente del Cda è un notaio di Parma. Questo lo snodo che collega le due inchieste più delicate della Procura di Milano: quella sui presunti fondi neri della Lega di Matteo Salvini e quella sulla fornitura di camici alla Regione da parte di Dama Spa, la società di Andrea Dini, cognato del governatore lombardo Attilio Fontana, entrambi indagati per frode in pubbliche forniture. L’incrocio emerge dagli atti dell’indagine sulla fondazione Lombardia Film Commission (Lfc) coordinata dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi, che ha portato ai domiciliari tre commercialisti, due dei quali, Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, hanno svolto il ruolo di revisori per conto del Carroccio.

Il collegamento, che al momento non ha rilevanza penale, emerge da una segnalazione dell’Unità di informazione finanziaria presso la Banca d’Italia dalla quale si comprende come la fiduciaria abbia gestito fino a pochi mesi fa anche il trust Diva che fa riferimento a Diva Spa, società del cognato di Fontana. Il documento di 22 pagine riguarda una provvista di 18,7 milioni bonificati sul conto del notaio milanese Mauro Grandi da un altro studio notarile, quello di Angelo Busani, originario di Parma. Il Fatto ieri ha chiamato lo studio di Busani senza però avere risposte.

Il tutto avviene il 5 luglio 2018 in pieno affare Film Commission. Il notaio Grandi che per conto del duo Di Rubba-Manzoni ha gestito la compravendita del capannone di Cormano tra l’immobiliare Andromeda e Lfc, dopo aver ricevuto il bonifico rigira la provvista alla società cipriota con conto svizzero Bailican Ltd, riferibile a un ex politico ucraino, e a Merchant Trust al quale si appoggia un pacchetto di società con sede alle isole Cayman. Angelo Busani, che come Grandi non è coinvolto nelle inchieste di Milano, risulta intercettato (e anche qui mai indagato) nell’indagine calabrese Breakfast del 2013 sui rapporti tra mafia e politica con l’ex legale di Bobo Maroni. I due, si comprende, discutono di possibili sequestri a carico della Lega legati ad alcune cause milionarie e di come evitarli. Il fascicolo calabrese riguarderà senza coinvolgerlo penalmente anche l’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito.

Angelo Busani, si legge nella segnalazione della Uif, “detiene cariche e partecipazioni in enti attivi nel settore fiduciario”. Risulta, infatti, essere stato legale rappresentante di diversi trust. Sul sito del suo studio, segnala la Finanza, si può trovare un articolo dal titolo: “Trust – resiste al sequestro”. Busani è tra i più apprezzati fiscalisti italiani. Ed è presidente del Cda della Credit Suisse servizi fiduciari. È questa Srl con sede in via Santa Margherita 3 a Milano a incrociare l’inchiesta che coinvolge Fontana. Fino al 22 novembre 2019, la Credit Suisse Servizi Fiduciari ha amministrato il 90% della Diva agendo come trustee sul “trust Diva” al quale fa riferimento la Diva spa di Andrea Dini. La società detiene il 90% delle quote di Dama spa, proprietaria del marchio Paul & Shark, che ad aprile si è vista assegnata dalla centrale acquisiti della Regione (Aria) una fornitura di 75mila camici per 513mila euro. La Credit Suisse Servizi Fiduciari ricoprirà il ruolo di trustee per il trust Diva fino a pochi mesi fa. L’atto di chiusura è del novembre 2019. Il nuovo assetto della Diva sarà depositato il 26 agosto. A quella data nella visura camerale di Diva Spa non si legge più il trust Diva, ma la società Unione Fiduciaria, la stessa che gestisce il conto svizzero di Fontana, scudato nel 2015 e prima appoggiato a due trust di Nassau. Su quei soldi sta lavorando la Procura per capire se la provvista di 5 milione sia frutto dell’eredità della madre, come scritto nella voluntary disclosure di Fontana, o abbia avuto altre entrate. A oggi resta il collegamento societario tra le due indagini milanesi. I pm stanno guardando alcuni movimenti “interessanti” sul conto svizzero di Fontana poco prima della voluntary. La nota della Uif è agli atti della Procura di Genova che indaga sui 49 milioni della Lega.

Arresti referendari

Tetragono sul Sì fino all’altroieri, confesso che inizio a titubare. Più passano i giorni e più il fronte del No si popola di personaggi di preclara moralità che mi inducono a ripensarci. Come si fa a votare Sì quando Silvio B. (4 anni definitivi per frode fiscale, senza contare il resto), Roberto Formigoni (5 anni e 10 mesi per associazione a delinquere, corruzione e finanziamento illecito), Paolo Cirino Pomicino (1 anno e 10 mesi per finanziamento illecito e corruzione) e Vittorio Sgarbi (6 mesi e 10 giorni per truffa allo Stato e falso) tifano No? Vabbè, faccio finta di niente. Poi però mi imbatto, sul “Riformatorio”, in uno straziante appello dei “socialisti per il No” contro “questo taglio reazionario” e “illiberale che ha in sé l’indebolimento dello Stato di diritto”. Tra i firmatari, i migliori ragazzi dello Zoo di Bettino. Nel ramo incensurati, spiccano Acquaviva, Boniver, Cazzola, Cicchitto (la tessera P2 numero 2232 che combatte i “tagli reazionari” è sempre uno spasso), Covatta, Bobo Craxi & C. Segue la sezione pregiudicati (per tacere dei prescritti e dei miracolati): Carlo Tognoli (3 anni e 3 mesi per ricettazione), Paolo Pillitteri (4 anni per corruzione), Stefania Tucci vedova De Michelis (3 anni definitivi per la maxitangente Enimont), Beppe Garesio (8 mesi per corruzione e finanziamento illecito), Luigi Crespi (6 anni 9 mesi in appello per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio, annullati dalla Cassazione per ridurre la pena dopo la controriforma Renzi), a cui Bobo ha voluto aggiungere la buonanima di papà Bettino che “se fosse vivo voterebbe No” (10 anni definitivi per corruzione e finanziamento illecito). Più che un appello, un’ora d’aria.

Sempre sul Riformatorio, un altro giovane virgulto garofanato, Claudio Martelli (8 mesi per finanziamento illecito, più una condanna prescritta per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano), annuncia coram populo il suo No e subito i Circoli de l’Avanti! (da lui stesso diretto) lo candidano a presidente della Repubblica. Totale: 52 anni e 10 mesi di reclusione. Come non essere della partita? Mentre pencolo fra il Sì e il No, un altro giureconsulto di chiara fame s’aggiunge a nobilitare il fronte del No: Attilio Fontana, sgovernatore di Lombardia, per ora solo indagato e dunque incompatibile con gli appelli di cui sopra: “La nostra Costituzione è equilibrata e ha una serie di pesi e contrappesi” (purtroppo insufficienti a metterci al riparo da lui), “per cambiarla è necessario farlo in maniera assolutamente serio (sic, ndr)”. Quindi mi sa che è meglio rinviare il referendum in attesa che la Costituzione la riformi lui in maniera assolutamente serio: a quattro mani con Gallera. O con suo cognato, alle Bahamas.

Salemi: “Sordi, Sanremo e Chagall…”

Foto datata 2000, camerino della Rai. Lei giovanissima, avvolta nell’abbraccio dell’imperatore. “Sordi si strinse a me, come se lui fosse il fan”, ricorda Silvia Salemi. “Eravamo da Mollica per gli 80 anni di Alberto. Duettammo su ‘Polvere di stelle’. Sordi mi disse: ‘Tu sei l’Amalia Rodrigues italiana, hai il fado nell’anima’. C’è voluto tempo perché accettassi quel complimento. Sordi aveva visto la malinconia nel mio canto”. Eppure, malgrado l’investitura, per Silvia la navigazione nelle acque della musica non è stata continua. Uno stop decennale per fare la mamma, il teatro, la radio, il madrinato per un progetto contro il femminicidio presentato alla Ue. Quando serve torna a cantare: il 25 settembre arriva un singolo, Chagall, dove, spiega, “quel blu è metafora dell’amore, il colore che mescola indissolubilmente due persone”. All’epoca dell’incontro con Sordi la cantautrice aveva già proposto (a Sanremo) la sua ‘signature song’ A casa di Luca. Con un testo profetico che parlava di ‘un’era dell’apparire’. “Preistoria tecnologica: oggi a cena con gli amici restiamo schiavi dei social, siamo comunque altrove. E la pandemia – riflette Silvia – ci ha tolto quanto restava della fisicità. Senza abbracci diventiamo solo filosofia cupa”. La cura? “Diventare piloti del tempo di cui disponiamo”. Lei non si ferma mai. A Rai Radio 2 domenica la Salemi ha concluso il ciclo di Che spettacolo, (“dove abbiamo raccontato un’estate ricca di eventi, dalle sagre ai festival”) e da ieri sera è di nuovo “consulente artistica” a Decanter, per abbinare brani altrui alle ricette culinarie. “I miei li vedo bene con gli spaghetti al pomodoro. Inseguo la perizia nel togliere ingredienti. Immagino un menù ‘less is more’ con i pezzi che non ho ancora avuto il coraggio di scrivere. Ma li farò, pur soffrendo, con la nudità di un’innocenza che voglio preservare”. Quella che la mantiene in contatto con Laura, la sorellina scomparsa a cinque anni. Un giorno Silvia ritrovò un nastro con le loro voci. “Laura mi parla bucando il silenzio. Riconosco i trucchi con cui si manifesta. Quando sa che ho voglia di coccole, la sento bambina. Ma spesso mi bacchetta, con maturità adulta. È qui che mi ascolta, lo so. E sorride”.

 

Springsteen a 70 anni fa (totalmente) pace con se stesso e NY

Il mondo di prima. Quello luminoso della gioventù e quello, inconsapevolmente sereno, del tempo senza la paura di avvicinarsi. E il mondo di oggi, dove le riflessioni di un ultrasettantenne acquistano nuovi significati, oracolari, su ciò che ci divide. Di questo canta Bruce Springsteen nell’album Letter to you che uscirà il 23 ottobre, anticipato dal singolo omonimo, un classico, evocativo rock con la E Street Band, pubblicato forse non casualmente alla vigilia dell’11 settembre. Attenzione: quale che sia il filo narrativo che le lega, le 12 canzoni della ventesima opera del Boss sono state concepite prima della pandemia e delle ultime sortite di Trump. Già nel maggio 2019, a un evento Netflix a Los Angeles, Springsteen confidava a Martin Scorsese di aver scritto in due settimane e registrato a casa sua in cinque giorni con la band (in presa diretta) un disco rock che i suoi stessi musicisti hanno definito come uno dei lavori più ispirati del Boss. Ma Letter to you ha dovuto attendere il proprio turno: arriva dopo la vertigine folk-country-pop orchestrale di Western Stars e l’interminabile stringa di concerti in solitario di Springsteen al Walter Kerr Theatre di Broadway. Se vogliamo, proprio a quell’esperienza di show intimistici si ricollega il nuovo album, sia pur solo in chiave iconografica. Perché la copertina di Letter to you vede Bruce inoltrarsi sotto una fitta nevicata (simbolica come “la tempesta” cui aveva alluso giorni addietro il coproduttore Ron Aniello in un post su Instagram) nel cuore di Manhattan, dove il rocker aveva preso alloggio nei lunghi mesi dell’impegno teatrale, a pochi metri dal Dakota House sulla 72ma: lì risiedeva (e su quel marciapiede fu ucciso) John Lennon. Ma può essere, chissà, anche un riferimento a un’altra storica cover di un uomo a passeggio per New York in un giorno gelido, l’allor giovane Bob Dylan di Freewheelin. Che però in quello scatto del ‘63 era abbracciato alla fidanzata, mentre l’anziano Bruce è ritratto nella propria solitudine, con i ricordi che frenano il passo più del ghiaccio sulla strada. Dylan, Lennon: e vedremo se certi brani del nuovo disco, come Ghosts, I’ll see you in my dreams o The last man standing sapranno illuminarci sul salto a ritroso del Boss. Quel che è certo, almeno tre su dodici pezzi di Letter to you trovano finalmente un posto definitivo nella sua discografia pur essendo stati composti nel periodo di torrenziale ispirazione dei suoi anni Settanta: Janey needs a shooter (incisa da Warren Zevon), If I was the priest (ripresa dall’ex Hollies Alan Clarke) e Song for orphans. Capolavori tirati fuori dai cassetti e sottratti alla sorte oscura di bootleg e rare esecuzioni live. Springsteen lo sa, è venuto il tempo di far pace con il mondo di prima. E con la propria storia.

“Il gorilla ce l’ha piccolo” e il pappagallo dura un’ora

Fanno regali alla partner per sedurla, le offrono la cena per penetrarla, la leccano per ammansirla, la lasciano perché hanno altre da conquistare: che animali. Come noi, dell’umana specie. Ce lo racconta Vincenzo Venuto ne Il gorilla ce l’ha piccolo, saggio di etologia spinta e sesso pure. Sì, perché “l’evoluzione non seleziona solo i più adatti a sopravvivere, ma soprattutto i più adatti a riprodursi”: dai batteri alle balene, il sesso muove il mondo.

Il bestiario parte dal poco dotato gorilla: due metri per 180 chili e appena tre centimetri di pene. In erezione. D’altronde, di lunghezza non ha bisogno: è l’unico maschio del gruppo; non si pone problemi di rivali. Il parente scimpanzé fa sesso, invece, cento volte più di lui, ha i testicoli sedici volte più grandi di lui e vive di “competizione spermatica”. Il parente uomo sta più o meno a metà tra i due; non è così promiscuo, ma vanta un pene tra i più grandi del regno animale: “Questo ci dice che nelle donne il piacere è molto importante”. Sono infatti le femmine ad averne determinato le dimensioni – grazie alle scelte evolutive dei partner –, condannando invece all’estinzione il baculum, l’ossicino interno che manteneva costante l’erezione. Anche le “colleghe” di altre specie sono molto esigenti quando scelgono un compagno: alcune preferiscono la forza bruta (cervo); altre la bellezza (pavone e vedova gigante); altre la grandezza (la chela del granchio Uca); altre ancora l’arte (i nidi floreali degli uccelli giardinieri o gli spettacolini della paradisea superba); altre infine la prestanza (le vibrazioni acquatiche del coccodrillo).

Sono le femmine a guidare l’evoluzione, o a decretare l’ estinzione: infatuandosi di dettagli bizzarri o ingombranti del partner, possono portare la specie alla sparizione. È il caso dei magaloceri, cervi dalle corna enormi – adorate dalle cerve, ma faticosissime da portare – scomparsi 10mila anni fa. Cornuti e mazziati. La monogamia è una bestia rara, in natura, e interessa le specie in cui i maschi e le femmine sono (quasi) indistinguibili: i pappagalli, ad esempio, vivono amori lunghi e stabili, cantano insieme e si regalano preliminari e coccole durante l’amplesso, che dura fino a un’ora. Molto affettuosi sono i cavalli, anche per non rischiare un calcio sul muso dalle rispettive puledre, a cui leccano le zampe e la schiena per rabbonirle. I pipistrelli si concedono vicendevolmente lunghe sessioni di sesso orale, mentre i coccodrilli si strofinano il muso e si spalmano d’olio l’un l’altra; alla fine, però, a crescere i figli ci pensano le mamme single perché i padri spariscono.

La poligamia è tanto più spinta quanto più i maschi sono diversi dalle femmine, come tra gli elefanti marini e i leoni. Per altri, invece, il sesso è un pericolo; il ragno, per riprodursi, rischia la vita: va incontro alla partner con un sacchettino pieno di liquido seminale da deporle dentro. È un’impresa, e infatti in un’altra zampina porta con sé un regalo, qualcosa da mangiare per la ragnetta e distrarla… Molti di loro barano, altri, vedi il ragno pavone, tendono agguati alla femmina per evitare di diventare il loro pasto. O copulano o sono fritti, come il maschio della mantide religiosa che eiacula solo una volta decapitato, o come la femmina di squalo, addentata sulla schiena e penetrata da uno dei due peni disponibili.

Di stranezze se ne intendono i nostri amici della Terra: la femmina dell’orango si fabbrica un “dildo anatomico” intrecciando liane; gli elefanti amano masturbarsi contro rocce e tronchi; la lucertola dalla coda a frusta si feconda da sola, ma per farlo ha bisogno di eccitarsi, perciò simula l’accoppiamento con altre compagne; i serpenti giarrettiera si danno alle orge; i bonobo fanno sesso ricreativo, soprattutto per sedare i conflitti e abbassare la tensione sociale (leggasi: sesso di gruppo). I più promiscui, tuttavia, sono i coralli, le cui ammucchiate vanno avanti per tutte le notti di luna piena in autunno. Uccelli e rettili hanno la “cloaca”: ovvero, tutto insieme, pipì, escrementi, spermatozoi (o uova). Solo il 3 per cento di loro ha un pene: da record quello del gobbo argentino (anatra), che ce l’ha di 42 centimetri e mezzo. Lungo anche quello di ricci e istrici per aggirare le schiene spinose delle compagne, mentre il più allupato è un topolino, l’antechino di palude: fa sesso 12 ore al giorno, tutti i giorni, con chi capita. Alla fine muore.

Diversamente umani appaiono anche alcuni comportamenti: le famiglie omogenitoriali degli albatri; le scimmie che adorano il porno; i tradimenti di rondini, passere scopaiole (sic) e cinciarelle. Infine, gli animali non disdegnano la violenza: i delfini sono capaci di masturbarsi con pesci morti, stordirsi con invertebrati velenosi, stuprare in gruppo una femmina. Anche le lontre e i germani reali conoscono l’abuso; addirittura, alcuni pinguini sono necrofili e pedofili (cioè stuprano i pulcini). Tra i tossici, infine, ci sono lemuri e orsi che si sballano con funghi e rospi allucinogeni. Che animali: pure drogati. Come noi.