Sardine in fuga: Mattia, niente idee ma confuse

Se la fase peggiore dell’emergenza sanitaria sembra passata, quella delle Sardine sembra essere appena iniziata.
Si potrebbe dire che dalla foto col duo Benetton-Toscani in poi, s’è capito che intorno a Mattia Santori bisognerebbe istituire una specie di zona rossa, isolarlo, capire se il ceppo anti-casta sta mutando e lasciarlo libero solo quando pare sentirsi meglio. Voglio dire, dopo la faccenda del Ponte Morandi forse anche Fabrizio Corona avrebbe trovato inopportuno farsi ritrarre con Benetton, ma lui non c’è arrivato. Poi è andato ad Amici facendosi migliaia di nemici, il 16 maggio ha riempito di piantine piazza Maggiore per un’iniziativa a sostegno dell’aria pulita dopo due mesi e mezzo di lockdown, cioè nell’unico momento in cui c’era un’aria vagamente pulita. Quest’estate è sparito, probabilmente impegnato in un torneo nazionale di frisbee o ad assecondare il suo animo vagabondo. I riferimenti sono ovviamente alla sua spassosa agiografia pubblicata a fine estate sulla pagina delle Sardine, quella in cui veniva descritto come una strana figura a metà tra Winston Churchill e Enzo di Un sacco bello, un po’ statista di spicco e un po’ groupie degli Inti Illimani. Agiografia che ovviamente era scritta da Mattia Santori stesso, un po’ come quelli che hanno pubblicato un libro sulla corretta toelettatura del cocker spaniel e si scrivono da soli una pagina Wikipedia che ha dodici paragrafi, più di quella di Hemingway. Comunque, l’agiografia di per sé non era un peccato grave, ma era evidente indizio di un ego che sta lievitando. Alla sardina Santori, è evidente, la scatola sta ormai stretta e le piazze stanno ormai larghe, dunque cerca una sua collocazione. Che al momento, sembra essere “anti-qualcosa, purché mi si noti”. Il problema è che al momento si nota più la sua assenza che la sua presenza. Ad esempio, ha fatto notizia la sua assenza in piazza Santi Apostoli a Roma, dove domenica si svolgeva la festa del “Così No”, a sostegno del no al referendum. C’erano le altre sardine Jasmine Cristallo e Lorenzo Donnoli ma lui, saputo che il pubblico, scarsissimo, era già tutto per il No, nel senso che “No, alla manifestazione non ci vengo”, ha dribblato la figuraccia e da frontman delle Sardine è diventato, al massimo, il batterista che salta un giro perché la sera prima s’è ubriacato. “Hanno soppresso il suo treno”, ha scritto qualcuno. Certo, magari aveva anche il corso di pilates e gli era morta nonna. Ed è un vero peccato, perché la piazza attendeva le sue spumeggianti argomentazioni a sostegno del no, ovvero, come ha spiegato l’altra sera a DiMartedì: “Votiamo no in tanti e più di quello che il Pd pensa, perché nel toccare la Costituzione ci vogliono mani di fata”.
Mani di fata. Detto da quello che ad agosto pubblicava l’auto-agiografia col suo ritratto intento ad ammirare due arcobaleni. Il suo costituzionalista di riferimento sarà Fantaghirò, si presume.
E non spiega molto altro, a parte che “trovo patetico che nel 2020 si debba sbandierare la paura delle destre per giustificare una posizione folle sul referendum”. E quindi dice “no” affermando: “Ce l’ho col Pd che mi chiede di firmare l’ennesimo accordo in bianco con Di Maio, di cui non mi fido”. In pratica, il sì solo per andare contro le destre è folle, il no solo per andare contro Di Maio è saggio. Un avvitamento interessante, tra un po’ dirà che vota “ni” per allinearsi a Martina Colombari, perché di Costacurta non si fida. Ed è così che forte del suo pensiero si è presentato a Cascina, fortino leghista, dove l’attuale candidata della Lega alla presidenza della Regione Toscana è stata sindaco, per essere un po’ anti-qua e anti-là. Si è dunque palesato prima alla manifestazione delle Sardine chiamata “L’AperiCeccardi, le bufale di Susanna”, che voglio dire, tra una “sinistra” che sforna un nome idiota come questo e la Ceccardi, viene voglia di votare la Ceccardi pure ai partigiani sopravvissuti del Mugello. Poi è apparso al comizio di Di Maio, sempre a Cascina, per fare un contro-comizio, indossando fiero la maglietta “Così no”. A quel punto uno si aspettava che Mattia l’anti-qualcosa, la sera, andasse pure alla Festa dell’Unità con la stessa maglietta, ma lì stranamente si è cambiato. Sarà stata colpa dell’ascella pezzata, o forse di una posizione rappezzata all’ultimo, per non infastidire qualche leader di Pd, fatto sta che lì il suo spavaldo “Così No” era stampato al massimo sull’elastico dei boxer.

I due Zar, fra ghigni e minacce: “Non gradiremo interferenze”

Un abbraccio, molti sguardi d’intesa, un prestito da un miliardo e mezzo di dollari e un messaggio che dal mar Nero i due zar riuniti fanno arrivare al resto del mondo: “Minsk risolverà i suoi problemi da sola, senza interferenza straniera”. Queste alcune delle prime parole di Vladimir Putin al suo omologo bielorusso assediato dai manifestanti in patria. “Lei ha supportato un amico in difficoltà, questa è una lezione per tutte le ex repubbliche sovietiche” il ringraziamento di Lukashenko al suo “fratello maggiore e vecchio amico” Putin, seguito da una minaccia alla Nato, che “conduce esercitazioni militari ai nostri confini quando vuole, quindi lo farà anche la Bielorussia”. I due leader più longevi del blocco est – Lukashenko è al potere dal 1994, Putin dal 1999 – si sono stretti la mano ieri e poi abbracciati sul mar Nero, nella città trasformata in gioiello di cemento e vetro per le Olimpiadi invernali del 2014, le ultime ospitate dalla Federazione russa poi esclusa dai Giochi: Sochi. Dopo l’incontro a porte chiuse, giacca e cravatta nera e la promessa di “credito durante questo momento difficile”, Putin ha anche promesso che “la Bielorussia sarà la prima a ricevere il vaccino anti-Covid” e che Mosca continuerà la sua cooperazione nel settore militare con lo Stato suo alleato. Il Cremlino, dice il suo vertice, non dialogherà con l’opposizione in strada e appoggerà la modifica costituzionale proposta da Lukashenko, già criticata e bocciata dalla sua opposizione. Intanto in Bielorussia è record di arresti: 774 manifestanti sono stati fermati nelle proteste dello scorso weekend, quando in centinaia di migliaia sono tornati in strada. La dissidente più famosa di Minsk, Svetlana Tikhanovskaya, in esilio in Europa, per la prima volta si è rivolta al presidente Putin su Telegram: “Mi dispiace che abbia aperto un dialogo con l’usurpatore e non con il popolo bielorusso”.

Lukashenko e le indomabili “cattive ragazze” di Minsk

Svetlana, Maria, Olga, Veronika… non possiamo più ignorare lo straordinario coraggio delle donne bielorusse che da oltre un mese hanno assunto la guida della rivolta popolare nonviolenta per abbattere il regime di Alexander Lukashenko, al potere da 26 anni. L’ultimo dittatore europeo si è rivelato anche un campione di misoginia. Pur di farsi eleggere una sesta volta, non solo ha ordinato migliaia di arresti, scatenato i poliziotti col passamontagna contro i manifestanti, espulso tutti i giornalisti stranieri e oscurato Internet.

Per sbarazzarsi della candidatura di Svetlana Tikanovskaya, in campagna elettorale pensò bene di dichiarare: “La nostra Costituzione non è fatta per una donna. E la nostra società non è matura per votare una donna. Perché secondo la nostra Costituzione il presidente ha un forte potere, e solo un uomo può averne”. Mal gliene incolse.

Descritta come una semplice casalinga, la trentottenne Tikanovskaya, laureata in Filologia, insegnante e traduttrice, si è dimostrata un’avversaria formidabile grazie proprio alla sua estraneità al potere. Non ha esitato a rivendicarla quando è espatriata in Lituania per ricongiungersi ai figli di 4 e 10 anni: “Sono una donna debole. Non auguro a nessuno di trovarsi a dover fare scelte simili”.

Identica la sorte della manager Veronika Tsepkalo, costretta a rifugiarsi in Polonia per raggiungere il marito e i figli. Come l’attivista Olga Kovalkola, fuggita a Varsavia dopo la scarcerazione. Come Antonina Konovalova, che invece si trova ancora detenuta. Il regime di Lukashenko ha tentato invano di fermare le manifestazioni di piazza costringendo all’esilio queste portavoce vestite di bianco della Russia Bianca. Non tutte si sono piegate, nonostante i veri e propri rapimenti di cui sono state vittime. La musicista Maria Kolesnikova, suonatrice di flauto, anche lei giovane ma con una carriera che l’aveva già portata a suonare in Germania, ha addirittura compiuto il gesto temerario di strappare il suo passaporto pur di scongiurare l’espatrio forzato. Ora, rinchiusa in un centro di detenzione di Minsk, è diventata punto di riferimento di un intero popolo in rivolta.

Gli agenti in borghese del regime hanno cercato di intimidire anche la donna più celebre di Bielorussia, premio Nobel 2015 per la Letteratura: la settantaduenne Svetlana Aleksievich. Protetta dall’età e dal prestigio internazionale, lei però non ha smesso di denunciare: “Prima ci hanno rapito il paese, poi vengono rapiti i migliori di noi”.

Considerata una nemica da Lukashenko, Svetlana Aleksievich ha dovuto trascorrere molti anni all’estero, a Berlino e in Italia, a Pontedera. Ha raccontato in pagine straordinarie, tra il giornalismo e la letteratura, la sofferenza delle madri e delle vedove del Secondo conflitto mondiale (La guerra non ha un volto di donna), così come la vita dopo il crollo del comunismo. Una testimone scomoda che oggi sostiene la “rivolta per il pane”, che il regime vorrebbe dividere prendendosela con i “parassiti” rimasti senza lavoro e senza reddito.

Questo protagonismo femminile, pacifico ma indomito, costellato di veri e propri atti di eroismo individuale, ha per teatro un Paese di meno di dieci milioni di abitanti ai confini dell’Unione europea. La realpolitik ci ha indotti finora a non intrometterci, considerandolo una colonia di Putin, e lo stesso Lukashenko si trincera dietro alla minaccia: “Se crolla la Bielorussia, la Russia sarà la prossima”. Ma di fronte a queste donne e all’anelito di libertà che impersonano, oggi non sarebbe più decente chiudere gli occhi.

Trump, caccia al voto dei mormoni

La Casa Bianca nelle mani del voto mormone: non è mai successo finora, ma potrebbe accadere quest’anno, il 3 novembre. Circa sette milioni di fedeli, il 2% della popolazione statunitense, i mormoni costituiscono una comunità tradizionalmente conservatrice, che dà molta importanza all’osservanza dei valori morali: e Donald Trump non rispetta i loro standard.

La concentrazione dei mormoni negli Stati a ridosso delle Montagne Rocciose, lo Utah, dove sono egemoni, e quelli adiacenti, li rende un potenziale fattore determinante in Stati in bilico come Nevada e Arizona – nel 2016, Trump vinse in Arizona e perse in Nevada, sempre di misura –: 17 Grandi Elettori (11 + 6) che possono fare la differenza.

Il voto religioso è un elemento d’incertezza in Usa 2020: non tanto quello degli evangelici, acquisiti alla causa di Trump dalla presenza, nel ticket del magnate, di un loro campione, il vice Mike Pence, e rassicurati dalle posizioni del candidato repubblicano su aborto e famiglia, pur se i comportamenti non sono sempre coerenti con le parole. I mormoni non sono compatti dietro Trump; e i cattolici, che sono il 20% della popolazione, circa 50 milioni di potenziali elettori, non lo sono dietro Joe Biden, che sarebbe il secondo presidente cattolico nella storia degli Stati Uniti, dopo John F. Kennedy. L’ex vice di Barack Obama non ha dalla sua, perché non è anti-abortista, l’ala più conservatrice della Chiesa statunitense, quella che contrasta Papa Francesco.

Ad agosto, lasciò interdetti i cattolici progressisti la decisione dell’arcivescovo di New York, cardinale Timothy Nolan, di aprire la convention repubblicana pregando per le persone che soffrono a causa del coronavirus e per i lavoratori sul fronte della lotta all’epidemia. Dolan s’era schermito dalle critiche affermando che accettare l’invito non equivaleva a un endorsement politico.

Una differenza i cattolici potrebbero farla in Florida: lì, però, più che di voto cattolico, bisogna parlare di voto cubano – mai incline ai democratici, dal fallimento della Baia dei Porci in poi –. Guardando ai mormoni, Politico scrive che “prima di Trump, i mormoni erano contemporaneamente “i più repubblicani e i più conservatori” fra i maggiori gruppi religiosi degli Stati Uniti. Ma, nota, molti mormoni considerano Trump “blasfemo”. Non abbastanza da fare diventare lo Utah uno Stato in bilico: la notte dell’Election Day, lo potrete colorare a priori di rosso repubblicano, nonostante Mitt Romney, senatore dello Stato, organizzatore delle Olimpiadi invernali di Salt Lake City 2002, governatore del Massachusetts, candidato repubblicano a Usa 2012, sia l’anti-Trump per eccellenza dentro il partito: ha già detto che non voterà per il magnate, senza però appoggiare Biden, di cui apprezza la decency, l’essere una persona perbene, quello che manca a The Donald. Diffidenti verso un presidente sposato tre volte e apertamente anti-immigranti – loro sono emigranti per antonomasia –, i mormoni, che prima votavano repubblicano all’80%, scesero al 60% nel 2016 e potrebbero scendere ancora. La fronda mormone non può fare diventare blu lo Utah, ma può essere determinante in Arizona e in Nevada (nei sondaggi, Biden è avanti in entrambi gli Stati). Risultato: le due campagne guardano alla comunità mormone con un’intensità che nel dopoguerra non s’era mai vista. In agosto, Trump ha mandato Pence a Mesa, il centro dei mormoni in Arizona, per inaugurare un evento senza ambiguità intitolato ‘Mormoni per Trump’. E, sempre in Arizona, Biden ha arruolato l’ex senatore repubblicano Jeff Flake, da sempre critico verso il magnate: “Penso che Biden assumerà il ruolo costituzionale di presidente con la deferenza e la dignità che merita” (e che Trump non ha).

L’uscita di scena di Flake, chiamatosi fuori nel 2018, prima delle elezioni di midterm, ha fatto sì che l’Arizona, lo Stato di John McCain, altro repubblicano anti-Trump, abbia eletto per la prima volta dagli Anni 80 un senatore democratico, anzi una senatrice, Kyrsten Sinema, che fece il pieno di voti nella contea di Maricopa, quella che comprende Mesa. Il senatore democratico del Nevada Harry Reid, mormone ed ex leader dei democratici in Senato, dice a Politico: “Non capisco come un membro della Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni (il nome della Chiesa mormone, ndr) possa appoggiare una persona immorale che sciorina la sua immoralità da quando s’è affacciato alla vita pubblica”. Valutazioni che motivano lo slittamento dei mormoni dal campo repubblicano a quello democratico; o che almeno li allontanano da Trump. A Biden potrebbe bastare.

Bose, il pugnale della curia

Ferite e afflizioni profonde hanno colpito non solo la comunità monastica di Bose e il suo fondatore Enzo Bianchi, ma chiunque ne abbia avuto esperienza o sentore. Se a questa vicenda dolorosa vogliamo guardare col metro testuale del Vangelo, nulla è più adatto delle parole di Gesù oportet ut scandala eveniant (Matteo 18, 7 e Luca 17,1). “È opportuno che gli scandali vengano fuori”, scrivono gli evangelisti.

E aggiungono: “Guai a chi li provoca!” (vae illi per quem veniant). Ma quale è mai lo scandalo di Bose, chi lo ha provocato? e chi ne è vittima?

La millenaria saggezza che è fra i suoi tesori più preziosi ha insegnato alla Chiesa come ignorare alcuni scandali lasciandoli dietro le quinte, ma anche come portarne altri alla luce del sole; e non sempre queste scelte, dell’uno e dell’altro segno, hanno incontrato l’approvazione non dico dei cristiani o di chi non lo è, ma della Chiesa stessa, che in più d’un caso ha voluto o dovuto correggere il tiro qualche tempo dopo (e basti qui evocare Galileo). Se alla vicenda di Bose si è voluto dare tanto pubblico rilievo da coinvolgervi la Segreteria di Stato e il Papa stesso, dev’esser dunque stato a seguito di un’attenta valutazione, che non ho né competenza né forze per giudicare nel merito.

Oso scriverne, pur esitando a ogni parola anzi a ogni sillaba, per il baratro che si è aperto nella mia coscienza fra quel poco che so di Bose e di Enzo Bianchi (ne fui ospite già nei primissimi anni Settanta) e l’aria di mistero che circonda la severità delle sanzioni comminate da Roma. E non è da cristiano devoto che parlo, ma da laico che pure di quella comunità e del suo messaggio ecumenico di pace ha avuto non solo sentore, ma esperienza: ad esempio il 4 settembre 2011, quando a Bose fui in colloquio con Enzo sul tema La salvaguardia del Creato, una giornata di riflessione lanciata congiuntamente dal Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I e da Benedetto XVI. Io parlai allora da laico, in nome della tutela dell’ambiente e del paesaggio prescritta dalla nostra Costituzione, ed Enzo invece secondo la prospettiva religiosa a lui appropriata; e non so se più mi colpisse la nostra convergenza d’intenti e di principi (vicini a quelli che avrebbero poi trovato alta espressione nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco), o l’intensa, partecipe attenzione delle centinaia di persone che ci ascoltavano.

La dura decisione che ha allontanato da Bose Enzo Bianchi e alcuni confratelli, è questo che con voce flebile ma in sicura coscienza vorrei dire, non riguarda solo loro, e nemmeno la sola comunità, riguarda anche le migliaia di persone che hanno partecipato a eventi come quello, che hanno letto i libri o ascoltato le parole di Enzo Bianchi, in tutta Italia e altrove. Per esempio nel 2001, quando alla Normale di Pisa la sua fu fra le voci più alte di un convegno sui beni culturali nel Kosovo allora in fiamme (c’erano anche l’arcivescovo di Pristina e rappresentanti della comunità musulmana). Con le parole dei due passi evangelici che ho citato all’inizio, sono loro, anzi siamo noi, i pusilli che lo scandalo sconcerta e colpisce: “scandalo”, s’intende, nel senso etimologico della parola greca da cui la nostra viene, e cioè inciampo, trappola, ostacolo, tormento, difficoltà. Difficoltà di capire, prima di tutto. Quel che è già accaduto e che accadrà, infatti, poteva essere solo una partita a due fra Bose e la curia romana se non avesse raggiunto il clamore e il rilancio dei media, con il conseguente, inevitabile rincorrersi di ipotesi, congetture, sospetti di cui né la Curia né Bianchi né i monaci di Bose sono colpevoli.

Secondo il cauto linguaggio del comunicato ufficiale, alla radice vi è “una situazione tesa e problematica per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del Fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno”. Con altre parole, un dissidio interno alla comunità di Bose, e in particolare fra il fondatore Enzo Bianchi e il nuovo priore Luciano Manicardi. Contrasti di tal fatta sono propri di ogni comunità (non solo monastica), e giudicarne dall’esterno è sostanzialmente impossibile. Ma in questo caso il Papa ha disposto una visita apostolica affidata a ecclesiastici di alto rango, e ne è seguito il decreto del Segretario di Stato card. Parolin, dove si dispone l’allontanamento da Bose di Bianchi e tre confratelli, onde evitare “una situazione di confusione e disagio ulteriori”. Questa è dunque la trappola, la difficoltà d’intendere, lo skandalon per chiunque, cristiano o no, venga a conoscenza dell’episodio: la vistosa sproporzione fra il problema individuato e la sua soluzione autoritaria e punitiva. Perché tanta dismisura, e in che cosa essa corrisponde ai precetti della carità cristiana tante volte richiamati dalla Chiesa?

Tre interpretazioni si sono inseguite in questi mesi, nei media e nel comune discorrere: che vi siano stati in realtà a Bose ben più gravi problemi e disordini, che nessuno vuol rivelare; o che vi sia stato un forte eccesso di severità repressiva da parte della Curia romana; oppure, infine, che tale eccesso sia il riflesso di tensioni interne alla Curia stessa, e che il decreto (espressamente approvato dal Papa) segni la sconfitta di aperture (su fronti come ecumenismo o bioetica) che a Bose avevano trovato un terreno di discussione e confronto. Nessuna di queste ipotesi può dirsi provata: ma quel che genera sconcerto e skandalon nei pusilli che osservano dell’esterno è che in ogni caso ne risulta indebolito e sfidato il futuro di Bose, la sola comunità monastica del nostro tempo che sia in crescita (ne sono germinate in Italia quattro altre sedi). Quel che sta accadendo a Bose resta per i più avvolto nella nebbia, come se riguardasse solo l’autorità della Curia e non la coscienza dei fedeli e dei cittadini. Come se chi chiede di capire si stesse macchiando di arroganza, peccato, eresia. “State contenti, umana gente, al quia”: e non di fronte a un dogma come nei versi di Dante, ma a un provvedimento disciplinare.

Quando fu colpito dal pugnale di un sicario a Venezia, Paolo Sarpi trovò la forza di sussurrare poche, taglienti parole: Agnosco stilum Romanae curiae, riconosco lo stilum (‘pugnale’, ma anche ‘stile’) della curia romana. Era il 1607, e quello forse poteva essere lo “stile” curiale autorevole e spietato, negli anni in cui si mandava al rogo Giordano Bruno. E oggi? Quale è lo “stile” della Curia in questo 2020 già così ricco di incertezze e di dolore? La vicenda futura di Bose sarà essenziale per capirlo.

 

Buone notizie dall’emisfero sud

Abbiamo voglia di buone notizie e oggi, dopo tante paure e numeri minacciosi, voglio dedicare il mio articolo all’ottimismo. Nei giorni scorsi abbiamo più volte cercato di far porre l’attenzione all’imminente stagione influenzale. “Arriverà e sarà un disastro! Pioverà sul bagnato!”. Siamo pronti? Vaccini sufficienti, vaccini insufficienti? In un sistema provato dall’emergenza Covid dalla quale non è completamente uscito, l’arrivo della stagione influenzale è visto proprio come un prevedibile disastro, soprattutto organizzativo, dovuto alla sovrapposizione dei sintomi di influenza e Covid. Ovviamente oltre all’effetto diretto dell’epidemia stagionale, che provoca ogni anno circa 8.000 morti (tra diretti e indiretti).

Ebbene, arriva una notizia che ci fa ben sperare. L’emisfero meridionale, che ci precede per epidemia influenzale stagionale, l’ha saltata. Le motivazioni possono essere numerose e non totalmente sovrapponibili alle condizioni del nostro emisfero, ma l’effetto c’è stato e ci fa riflettere.

Comparando i casi e i decessi dovuti a influenza stagionale in Paesi come Argentina, Australia, Nuova Zelanda, Africa del Sud, nell’anno in corso, con quelli degli anni precedenti, la differenza appare abissale. Ciò non solo ci fa tirare un sospiro di speranzoso sollievo, ma conferma e spiega ciò che è già stato messo in evidenza da qualche tempo anche nella nostra area geografica – e specialmente nei Paesi mediterranei – e cioè un calo significativo delle infezioni respiratorie non Covid, evidenziato dai dati delle vendite di farmaci correlati. Il dato che ci proviene dall’emisfero boreale, unitamente ai dati apparsi nei nostri Paesi, conferma che le misure intraprese, quelle di sempre, lavaggio delle mani, uso della mascherina ove richiesto ed evitare ammassamenti sociali sono efficaci, almeno dal punto di vista infettivologico.

Le privazioni sono tante, siamo in crisi d’astinenza di baci e abbracci, ma se serve almeno a evitare l’influenza, credo che possiamo rimandare.

 

Mail Box

Con Sì il Friuli avrà meno rappresentanti

Il netto schieramento del vostro giornale per il Sì al referendum mi trova amaramente in disaccordo per le ragioni seguenti. Recentemente 55 personalità del Friuli-Venezia Giulia hanno pubblicato un appello a tutti gli elettori del Friuli V.G., senza distinzione di fede politica, affinché il 20 e 21 settembre venga respinta la riforma costituzionale che taglia la rappresentanza democratica. Tra loro, ex europarlamentari, parlamentari e consiglieri regionali, di destra, centro e sinistra, rilevano che “in una Regione di piccole dimensioni come il Friuli-Venezia Giulia l’esito del taglio sarebbe ancora più negativo per un effetto ipermaggioritario nell’elezione dei senatori. Si passerebbe dagli attuali sette senatori a quattro: tre alla coalizione maggioritaria e l’ultimo alla coalizione o al partito miglior perdente. In questo modo rimangono però escluse dell’elezione coalizioni o partiti che possono raggiungere anche il 24 per cento. Viene colpita così la possibilità di dare voce alle minoranze e si nega dalle fondamenta i propositi di tutela e promozione stabiliti dalle leggi dello Stato”. Anch’io concordo con questo appello e quindi voterò e inviterò a votare No. Nonostante la divergenza di vedute, continuerò comunque a rinnovare il mio abbonamento al vostro giornale.

Lorenzo Londero

 

Caro Lorenzo, la Costituzione che noi difendiamo recita, all’articolo 67, che “ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione”, l’idea che un eletto (attualmente nominato) rappresenti gli interessi particolari del suo collegio è del tutto incostituzionale. E si chiama clientelismo.

M. Trav.

 

Basta con la logica padronale di Bonomi

In una recente intervista rilasciata da Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, a Massimo Gianni su la Stampa, il numero uno degli industriali ha detto che nel Paese persiste “un radiato pregiudizio ideologico e anti-industriale”. A parer mio, non è un pregiudizio, non è ideologico e neanche anti-industriale (piuttosto anticapitalista!). Gli industriali devono finirla di trattare tutti gli operai e tutti o lavoratori proletari come dei poveretti a cui danno da mangiare! Sono gli operai l’unico soggetto dei fattori della produzione a produrre plusvalore per l’azienda e per l’intero Paese! L’impresa è l’organizzazione del lavoro, l’impresa è la fonte della ricchezza. I lavoratori senza impresa producono poco o niente. Ma l’impresa senza lavoratori proletari non può neanche esistere! Cari industriali imparate a rispettare gli operai invece di considerarli quasi dei mantenuti! Solo così si potrà cambiare il “radicato pregiudizio ideologico anti-industriale” che persiste nel Paese. Solo chi vede le cose superficialmente, come Bonomi, nato con la camicia, può credere che gli imprenditori siano dei filantropi che danno il lavoro ai proletari! Finchè le cose proseguiranno così la mentalità “anti-industriale” non solo persisterà, ma si allargherà e approfondirà!

Pietro Gori

 

Istituiamo una nuova “commissione complotti”

Leggendo l’Infetto Quotidiano mi accorgo di quanto Sgarbi abbia ragione riguardo la scadente qualità del vostro giornale: continuate a sostenere che le mascherine fanno bene, quando è risaputo che siano imbevute di mercurio da farmacisti corrotti da Bill Gates, e che il taglio di parlamentari sia una cosa giusta quando invece causerebbe un disastroso scompenso climatico che porterebbe l’estinzione dell’uomo: motivo per cui Greta ha pronto nel cassetto il nuovo libro a doppia firma col Papa, finanziatore occulto dell’Oms, una coincidenza? Non credo. Mi auguro che Sgarbi proponga l’istituzione della Commissione Complottismo Libero così finalmente la verità verrà fuori!

Napalm 51 (F. Leone, 22 anni)

 

Perché non creare un’assicurazione Covid?

Analizzando i dati economici relativi al Covid-19 si può notare che le discoteche, alberghi, navi da crociera, ristoranti e altri luoghi di ritrovo/assembramento generano profitti per i privati e invece le cure necessarie per salvare i loro clienti contagiati Covid, causano perdite per il settore pubblico (la collettività). Secondo me in questi casi gli imprenditori dovrebbero essere obbligati ad assicurarsi contro i danni Covid causati ai loro clienti.

Claudio Trevisan

 

Sarebbe necessaria una sfiducia costruttiva

Caro direttore, la logica conseguenza del suo articolo di domenica mette in evidenza che, se ci fosse la sfiducia costruttiva, anche Saviano capirebbe che eliminato Conte non rimarrebbero che le elezioni che porterebbero Salvini al trionfo e solo dopo aver fatto disastri, al tonfo.

Benedetto Altieri

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri, a corredo del pezzo di Davide Milosa a pagina 6 – “Soldi girati anche a Centemero, facevo quello che volevate voi” –, abbiamo pubblicato la foto di Giacomo Giovanni Ghilardi anziché quella di Andrea Ghilardi. Giacomo Giovanni Ghilardi risulta completamente estraneo alla vicenda: ci scusiamo con l’interessato e con i lettori.

FQ

I giovani, “addio” stadio. Effetto Internet di una comunità più sola

 

Ho letto che i ragazzi si stanno allontanando anche dal calcio e mi sono preoccupato. Non tanto per il calcio in sé, quanto per la disgregazione generale di ogni “chiesa”: oramai non aggrega più nulla se non la manifesta disgregazione.

Giuliano Valente

 

Connettere e condividere sono i due verbi figli di Internet. Ogni giorno, a ogni ora, ci connettiamo. L’uno all’altro, all’altro ancora. In un mondo che si fa più corto, si restringe, e – in teoria – si conosce e riconosce. Basta un clic! Clic e condividiamo. Io le tue foto, la tua storia, il tuo racconto, la tua disgrazia o anche il tuo amore. Il paradosso però è quello che lei affronta nella lettera: i social sembrano la somma di tante solitudini. Una moltitudine connessa ma sola, tanti individui che parlano e non ascoltano, scrivono senza guardare. O anche tifosi che, appunto, invece di correre allo stadio, si affrettano alla scrivania e da lì, via computer, giudicano, eccedono, azzannano, stordiscono. Le parole sono pietre, si dice. E l’oggi, questo tempo, sembra pieno di parole che si trasformano in speroni di roccia, o anche roncole. La comunità (che ora si chiama community, sic!), non ha voglia o non ha tempo di partecipare alla vita col proprio corpo. Basta un clic. La scuola riapre i battenti. Ci siamo felicitati, abbiamo atteso con ansia che le lezioni tornassero a farsi “in presenza”: nell’aula, col prof che parla e i ragazzi che ascoltano. La presenza del proprio corpo come condizione essenziale per crescere nello studio. Del confronto – in presenza – come elemento insostituibile della nostra vita di relazione. E lo stadio, appuntamento antico e vitale della nostra esistenza, è stato il luogo in cui la passione conosceva il suo spazio fisico, il piacere la propria cornice ideale, il campo di calcio l’enorme teatro del nostro gioco più amato: il calcio. Internet è il più grande motore della modernità, l’acceleratore della conoscenza, la mente a volte insostituibile. Però sa essere anche l’opposto di questa meraviglia: sa succhiare ogni passione e infine estinguerla, triturandola nel miliardo di passaggi scritti o verbali, visivi o icastici. Miliardi di individui connessi ma piuttosto lontani, che pur conoscendosi non si riconoscono più. E si perdono di vista. Proprio come questo pallone, scaraventato oltre la linea di fondo e infine perduto.

Antonello Caporale

Giorgia Meloni gioca al martire con l’arte del chiagnefottismo

Dopo l’aggressione folle di Pontassieve a Salvini, Giorgia Meloni ha così tuonato su Facebook: “Chi da settimane sta avvelenando il clima a ogni costo pur di dipingere i propri avversari politici come nemici da abbattere deve assumersi le proprie responsabilità. Quello che sta accadendo è intollerabile per una nazione democratica”. Parole perfette, solo che non ce l’aveva con la destra. Bensì con la “sinistra”, rea di avere armato (?) le braccia della congolese malamente anti-salviniana. Il fatto che la Meloni sia da mesi al livello minimo della sua forma politica, è dimostrato da questo suo puerile tentativo – dopo anni di urla sguaiate – di rifare una verginità politica alla destra, amplificando la portata di un’aggressione tanto idiota quanto per fortuna isolata. Giocare alla martire e praticare la poco nobile arte del chiagnefottismo è un giochino così prevedibile che può giusto convincere Porro e Meluzzi.

Evidentemente Meloni ci crede tutti un po’ scemi. E pure senza memoria, dimentichi di tutte quelle volte in cui la destra – nei suoi leader, nei suoi megafoni, nei suoi camerati – ha alimentato rabbia e odio. Magari cavalcando la cronaca solo quando “conviene”. Ad esempio additando il migrante al pubblico ludibrio. Giusto per citare l’ultimo caso: due giorni fa Donna Giorgia ha rilanciato un articolo di Libero (e già questo è in sé aberrante) che raccontava l’orrenda aggressione di una donna per mano di un immigrato, imbufalito alla richiesta di indossare la mascherina dentro la Cgil di Foggia. Una violenza abietta, da condannare con pene draconiane. Resta però il dubbio: se l’aggressione (per lo stesso motivo) l’avesse fatta un italiano, magari pure famoso e destrorso (e non di rado mentecatto), Donna Giorgia avrebbe pubblicato lo stesso post?

È questo il problema: l’indignazione a giorni alterni. E conseguentemente la poca credibilità. È ovvio che Meloni sia rimasta sgomenta di fronte alla morte di Maria Paola, ammazzata dal fratello che voleva “darle una lezione” perché “osava” amare un transessuale contro il desiderio della famiglia ignorante e imperdonabile. È una tragedia che ha colpito chiunque provi ancora emozioni e pietà. Dunque anche il leader di Fratelli d’Italia. Ma la Meloni che si commuove per questa morte, è la stessa che partecipò al mefitico Congresso di Verona, saturo di relatori per i quali tutto ciò che non è conforme alla cosiddetta “famiglia tradizionale” sono espressione del demonio? La Meloni che piange per il martirio di Maria Paola è la stessa che, lo scorso 16 luglio, scese in piazza davanti a Montecitorio per manifestare contro il disegno di legge (a prima firma dell’esponente dem Alessandro Zan) che ha l’obiettivo di contrastare l’omofobia? Con Meloni c’erano intellettuali notoriamente tolleranti con gay e transessuali: Matteo Salvini, Simone Pillon, Massimo Gandolfini, esponenti del Popolo della Famiglia e dei gruppi Pro Vita. Praticamente mancava solo Torquemada. Proprio la Meloni dichiarò quel giorno: “Gli omosessuali in Italia? Non sono discriminati”. Affermazione semplicemente surreale (per non dir peggio). Smentita dai dati, per esempio quelli di Gay Help Line, che ha raccontato di una crescita nell’ultimo anno di richieste di aiuto per abusi e violenze del 9%. E ancor più smentita dalla cronaca nerissima di questi giorni.

Donna Giorgia, ultimamente, è sempre arrabbiata e si crede vittima di chissà quali cospirazioni. Provi a rasserenarsi. Molto spesso, ad avercela con lei, non è “la sinistra”: è lei stessa. Brava come nessuno a sabotarsi da sola.

 

Il test sul referendum di “Rep”: Dodici quesiti per far dire no

In quella lunga invettiva contro i giornali che s’intitola Le illusioni perdute, si afferma che “se la stampa non esistesse, bisognerebbe non inventarla. Ma ormai c’è; e noi ne viviamo”. Imbattendoci nel “Referendometro” del sito di Repubblica lo abbiamo affrontato con il suddetto stato d’animo. Intanto bisogna dire che il test (“Scopri a quale posizione sei più vicino e qual è il tuo profilo”) viene in aiuto degli indecisi con le buone maniere del caso. A disposizione avatar per tutti i gusti, rigorosamente con mascherina: uomini, donne, caucasici, neri, asiatici, capelloni e calvi. Alla fine il responso è dotato di asterisco “neutralizzante”: sei preoccupat*, convint*, etc. Dettagli a parte, i quesiti sono 12 e il criterio è quello di esprimere il grado di accordo con le affermazioni (d’accordo/molto d’accordo/né in accordo né in disaccordo/in disaccordo/molto in disaccordo).

La prima domanda è, inspiegabilmente, sui costi: “La Camera dei deputati, 630 membri, ‘costa’ ai contribuenti poco meno di un miliardo di euro l’anno. Quanto sei d’accordo con chi sostiene che l’Italia spende troppo per il Parlamento?” Al secondo interrogativo ci siamo dovuti fare delle domande sulla nostra capacità di comprensione del testo: “Il taglio dei parlamentari, senza adeguati correttivi, penalizza la rappresentanza di alcuni territori”. Quali, e perché? I correttivi, sarebbero la legge elettorale che fa capolino solo alla domanda successiva: “Il taglio dei parlamentari, con l’attuale legge elettorale basata in parte sui collegi maggioritari, rischia di concedere una maggioranza troppo larga a un solo schieramento”. Ora, la legge attuale è per due terzi proporzionale e le simulazioni basate sui sondaggi non evidenziano a oggi rischi in quel senso. Ma soprattutto: è incardinata alla Camera la nuova legge di impianto proporzionale. E invece: “Il parlamentare deve avere un rapporto diretto con il suo collegio elettorale”. Si presume, dunque, maggioritario. E comunque: niente più pluricandidature, vero?

Segue domanda di arredamento: “Quanto sei d’accordo quando qualcuno chiama il seggio parlamentare ‘poltrona’?” Supercazzola sulla produttività: “I parlamentari lavorano troppo poco”? Dopo decenni di distrazione, a metà test, Repubblica viene folgorata sulla via del parlamentarismo: “Il vero problema è il governo, che con i suoi troppi decreti legge, ingolfa i lavori parlamentari e mortifica il ruolo delle Camere”. Poi si torna agli antichi amori (riforma Renzi): “Il problema è avere due Camere che fanno le stesse cose”. Ma, signora mia, il marcio è nella classe dirigente: “Gli attuali parlamentari sono incompetenti, quelli del passato erano migliori e più preparati. La soluzione non è tagliarli ma migliorare la selezione degli eletti”. Attenzione: “I capi dei partiti con il taglio avranno ancora più potere sugli eletti” (con quale legge elettorale?).

Infine un tentativo di imparzialità (“In tutte le proposte di riforma che si sono succedute era sempre previsto anche il taglio dei parlamentari, quindi non è vero che si metterebbe in pericolo la democrazia”) e, dulcis in fundo, l’arma fine del mondo che non ha alcuna attinenza col referendum: “Quanto sei d’accordo con la profezia di Davide Casaleggio sul Parlamento? ‘Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile. Tra qualche lustro è possibile che il Parlamento non sarà più necessario’”.

Quanto ai risultati, riportiamo solo quello per gli indecisi: “I parlamentari magari saranno anche tanti e le Camere sopravviveranno alla decurtazione, però non ti piace che la democrazia rappresentativa sia presentata solo come un costo. E poi i 600 che rimarranno saranno davvero migliori? Le correzioni promesse, come una nuova legge elettorale, ancora non sono arrivate. Forse stavolta resterai a casa”.