Il suono della prima campanella dopo l’emergenza Covid-19 e mesi di chiusura mostra una scuola divisa in due: quella del sì e del no. Chi ha deciso di misurare la temperatura agli alunni all’entrata e chi no; chi ha consigliato di tenere la mascherina al banco anche se era garantito il distanziamento e chi no; chi aveva già i banchi consegnati dal commissario straordinario Domenico Arcuri e chi no; chi ha preferito guardare a ciò che c’era e a quello che si era riusciti a fare e chi no. Si potrebbe continuare all’infinito: non c’è un bilancio collettivo e unitario, ogni scuola e ogni ente locale ha la propria autonomia, ogni studente, ogni docente e ogni preside e ogni lavoratore ha la sua sensibilità. C’è chi invoca la massima efficienza statale e chi cerca di dare il proprio contributo. La sintesi si vedrà soprattutto nella capacità di far fronte alle difficoltà dei giorni successivi al primo. Ieri, infatti, sono tornati in classe circa 5 milioni di studenti sugli otto milioni totali. Il 24 toccherà a molte regioni meridionali, quelle che hanno avuto maggiori difficoltà a reperire spazi alternativi e dalle quali è arrivata più della metà delle richieste di banchi nuovi. Un clima che deve aver percepito anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che ieri ha inaugurato l’avvio dell’anno scolastico a Vo’ Euganeo: “Un Paese non può dividersi sull’esigenza di sostenere e promuovere la sua scuola – ha detto –. Oggi la riapertura della scuola è una prova per la Repubblica”. In molte scuole sono stati gli stessi genitori a offrirsi come volontari per garantire un rientro in sicurezza.
Assistenti per aiutare in vista del voto
Intanto, c’è chi, con spirito di iniziativa, prova a superare anche quello che per alcune Regioni è stato considerato uno scoglio insormontabile tanto da dover posticipare la riapertura: le elezioni. Ieri, a Muggia (Trieste), sono stati assoldati degli steward per evitare assembramenti all’ingresso e per coadiuvare la preparazione per le elezioni. Saranno uno per ciascuna struttura scolastica (la scuola riapre il 16, ieri hanno iniziato due istituti). “Sono stati mesi difficili per tutti – ha detto il sindaco Laura Marzi – ma per i nostri ragazzi in modo particolare. La ripresa della scuola è una riconquista della propria quotidianità che, seppur nel rispetto dei tutti i dispositivi volti a garantire la sicurezza anti Covid, rappresenta comunque un momento importante per loro quanto per le loro famiglie, per i docenti ed il personale scolastico”.
Amatrice rimanda: ma solo perché il preside rinuncia
Rientra anche l’allarme di Amatrice, che ha spostato la riapertura al 21 settembre (concesso grazie a un via libera regionale): la decisione di posticipare l’apertura, ha spiegato ieri l’ufficio scolastico regionale del Lazio, è stata presa lo scorso venerdì perché mancava il dirigente scolastico. “Quello individuato ad agosto, infatti, aveva appena rinunciato per ragioni personali – hanno spiegato -. Il nuovo dirigente è stato nominato l’11 sera. Ora la scuola ha un dirigente in carica a tutti gli effetti, che ne assicurerà il regolare funzionamento, per cui le lezioni possono iniziare in ogni momento”.
Mascherine alla conta (e consegne in pasticceria)
Sarebbero 94 milioni le mascherine distribuite a ieri dalla struttura commissariale di Domenico Arcuri che, nel suo intervento a Vo’, ha spiegato come ne fossero in distribuzione altre 65 milioni. Il commissario lo ha ribadito: chi dice che non ce ne sono, mente. Certo, qualche stortura nella complessa catena di distribuzione (numeri dalle scuole al Miur poi al commissario poi alle aziende e infine al distributore, Poste) può capitare, ma per il resto alle accuse si continuano ad opporre le bolle di consegna. Il calcolo, dopo il primo giro di consegne, è su un’autonomia di circa due o addirittura tre settimane per scuola. Poi saranno rifornite nuovamente. Nelle chat, intanto, circola una foto molto divertente che mostra il cartello affisso di fronte a una scuola della provincia romana: “Avviso per la consegna di materiale in caso di scuola chiusa: si prega di lasciarlo al “Bar Pasticceria G****”.
Senza banchi: non cambia il calendario consegne
Diversa la situazione dei banchi: ieri ha fatto discutere la foto dei bambini a terra in una scuola di Genova e in molte classi bisogna tenere la mascherina perché non può essere garantito il metro di distanza. Moltissimi presidi hanno spiegato di non aver ricevuto ancora i banchi, ma la risposta della struttura commissariale è che i calendari di consegna siano noti e che come previsto entro settembre si arriverà al 30 per cento circa delle consegne, a fine ottobre alla totalità. Sono i disagi di cui ha parlato domenica anche il premier Conte, quelli iniziali che però non hanno al momento una durata definita e tantomeno omogenea.
Ferimenti, positivi e quarantene: le prime ore
A chiudere il quadro del primo giorno, la cronaca. Uno studente di 16 anni di Sansepolcro (Arezzo) è caduto da un lucernario, dove secondo le prime notizie era stata prevista un’area per rispettare i distanziamenti. A Pisa, invece, una mamma aveva denunciato l’impossibilità del figlio down di frequentare la scuola (nonostante – è emerso durante la giornata – fossero in classe 34 dei 36 studenti con disabilità dell’Istituto). Poi i positivi e le quarantene: 115 studenti in provincia di Gorizia per un prof positivo, 18 in una materna di Massa Carrara e diverse classi in giro per l’Italia. Aumenteranno, è certo. Fondamentale sarà averne il controllo.
Torino In riga a filo-rotaia l’ansia da ritiro anticipato
Il peggior nemico del divieto di assembramento è il tram. Via Vanchiglia è stretta e chiuderla al traffico alle otto del mattino è impraticabile. Così, di fronte all’ingresso della scuola elementare Francesco d’Assisi di Torino, lo scampanio del veicolo è la principale colonna sonora del rientro in classe. Il marciapiede è stretto, per entrare si fa la coda, si aspetta la chiamata per classe e le rotaie scorrono immediatamente a fianco. Da qui si usciva al pomeriggio, ma – poiché le classi vanno separate anche all’ingresso – è stato necessario dividere le entrate: i più fortunati nell’area pedonale di via Verdi, gli altri qui, a filo rotaia.
Il discorso ricorrente tra i genitori è uno soltanto: quest’anno la scuola ha comunicato l’abolizione del pre e del doposcuola, impossibile garantire la separazione delle classi (un conto è la quarantena di un gruppo, un conto quella dell’intera scuola). Si entra alle 8.30 e si esce alle 16.30 (l’orario varia di 5 minuti in 5 minuti a seconda delle classi). Molti vanno al lavoro prima, quasi tutti finiscono più tardi. Che fare? L’unica è affidarsi alla comunità: chi può prenda anche i figli degli altri. E non è detto che questa – alla fine – non sia una buona eredità di questo periodo.
Stefano Caselli
Milano Prove generali ma si teme l’aula covid
Tutti in presenza, ma solo per tre ore. Il liceo scientifico “Bottoni” di Milano ha scelto di iniziare così il nuovo anno. “Una prova generale fino alle elezioni”, spiega la preside Giovanna Mezzatesta. I 750 studenti entrano da tre ingressi ogni dieci minuti per evitare assembramenti. “Vorrei abbracciare i miei compagni, ma ci daremo il gomito”, racconta Riccardo, 17 anni. È arrivato a scuola in bici “per evitare di prendere il bus affollato”. La mascherina è obbligatoria in tutto l’istituto. Solo seduti al banco la si può togliere, ma tutti la indossano. “Meglio tenerla sempre”, dice Luigi. I docenti patiscono il confinamento dietro la cattedra: “Non sarà facile”, ammette ai suoi ragazzi il professor Maggi. Non li vede dalla fine di febbraio: “La sfida più grande è quella di trovare le energie mentali anche per la didattica e non solo per i dettagli legati alla sicurezza”. La preoccupazione più grande? L’aula “Covid” dove andranno gli alunni con sintomi in attesa del tampone da parte dell’Ats. “Gli studenti dovrebbero avere una corsia preferenziale, speriamo che rispondano alle nostre chiamate” conclude la preside. Per i ragazzi, invece, l’ansia più grande non sembra essere il contagio, ma il ritorno dei compiti in classe.
Simone Bauducco
Genova Sedie come banchi: bimbi in ginocchio a terra
Una foto oscura la riapertura genovese: bambini in ginocchio sul pavimento a usare le sedie come banchi, in una classe dove di banchi veri non ce ne sono. L’immagine – scattata in una scuola primaria di Castelletto, quartiere benestante di Genova – è stata postata su Facebook dal governatore Giovanni Toti. “Cara Azzolina, questi alunni scrivono in ginocchio perché non hanno i banchi che avevate promesso. Bambini, maestre e famiglie non meritano questo trattamento”, attacca Toti. Raggiunto dalla testata locale Genova24, il dirigente dell’istituto prima parla di “situazione spiacevole” e conferma che i banchi nuovi non sono ancora arrivati. Poi ieri sera aggiunge che è “sbagliato e grave strumentalizzare la foto”, dove si vedono dei “bimbi che disegnano in libertà” e che i banchi arriveranno oggi. Non mancano esperienze più virtuose. Alle medie Colombo-Don Milani, tre classi prime fanno lezione in aule ricavate sul terrazzo, nel campetto da basket e in un’abbazia sconsacrata. I banchi sono tavoli da mensa, la lavagna un grande foglio di carta appeso al muro, l’insegnante gira tra le sedie. “Non avevamo personale a sufficienza, è una soluzione dignitosa”, dice l’insegnante Maria Agostini.
Paolo Frosina
Roma Ritardi della metro e soluzioni “giapponesi”
Caos entrate e trasporti a Roma. Ieri mattina lo stop prolungato alle fermate Furio Camillo e Ponte Lungo della metro A hanno creato seri problemi agli studenti del licei classici “Augusto” e “Bertrand” e molti dei quali sono arrivati in ritardo e hanno dovuto attendere quasi 2 ore prima di entrare in classe. Il Bertrand era stato appena visitato dalla sindaca Virginia Raggi e dalla ministra Lucia Azzolina. Caos anche a Tor Pignattara, dove da tre giorni la rottura di una tubatura ha bloccato via Acqua Bullicante e sfasato gli ingressi alla scuola elementare “Pisacane”. Soluzione “giapponese” alla elementare “Gianni Rodari” di Villa Lais, dove i genitori nei giorni scorsi sono stati invitati a portare ognuno un paio di scarpe nuove da indossare all’ingresso in classe e da lasciare all’uscita. All’Istituto “Darwin” di Santa Maria Ausiliatrice, l’appello è stato fatto con il megafono sul marciapiede di via Tuscolana: le ‘matricole’ si sono sistemate in palestra. File all’inglese nel campetto di basket della scuola media “Mommsen” della Caffarella, con ingressi spalmati dalle 8 alle 10. Alla primaria “Celli” di via Fiorentini, un bimbo è stato mandato a casa per la positività del padre: i compagni sono rimasti in classe.
Vincenzo Bisbiglia
Mestre L’educazione civica che si insegna sul campo
“Ra-gaz-zi, distanziamento!”. Il bidello esce sul piazzale dell’Itis “Zuccante”, in via Bissuola, la cittadella degli studi alla periferia di Mestre. Gli studenti obbediscono, mascherina sul viso. Uno sghignazza: “Tra 15 giorni il preside si sarà stancato di dirlo”. Ma il professore Marco Macciantelli ha le idee chiare. “Dimentichiamoci del primo giorno di scuola. I problemi riguardano l’intera durata del presidio di partecipazione attiva. È un’occasione unica per insegnare e praticare l’educazione civica di cui Aldo Moro parlava nel ‘58”. C’è ottimismo. “Sono mesi che lavoriamo, abbiamo un protocollo sottoscritto anche dai genitori: percorsi colorati, ingressi alternati, sensi unici, aule di crisi, misure igieniche. La sicurezza è al centro”. Tante le strutture che hanno operato, dal commissario Arcuri, ai sindacati, Usr e Asl: “Abbiamo i referenti Covid, chiesto 400 banchi e 200 sedie. Abbiamo 260 mila euro per assumere personale a tempo determinato”. Infatti, c’è una serie di nuove mansioni da svolgere. “Pulire le aule, arearle, accogliere i visitatori. Con l’Ulss siamo collegati in tempo reale anche via WhatsApp…”. La scuola riparte così. “Affrontiamo la sfida con spirito di servizio e per creare una coscienza collettiva”.
Giuseppe Pietrobelli