Bonaccini, così insensato da poterci pure riuscire

Apòta, dal greco ápotos, “che non (se la) beve”. Allora: c’è questo presidente di Regione, chiamato come tutti i suoi colleghi spiritosamente “governatore” (una di quelle parole, insieme a “premier”, usate per designare figure che non esistono nel nostro ordinamento e a cui pian piano ti abitui, così quando introducono di soppiatto la norma che istituisce il referente di quella parola nessuno se ne accorge), Stefano Bonaccini, che va alla festa dell’Unità di Modena e fa un intervento il cui passaggio più notevole è questo: “Renzi e Bersani rientrino pure! Il Pd non può restare al 20% se vuole vincere le elezioni e battere le destre”. Seguono analisi, calcoli, proiezioni, vaticini, pareri pro e contro, tutti delibati e assaporati con gusto sui principali quotidiani, per i quali Bonaccini, per aver battuto la Borgonzoni in Emilia Romagna (grazie anche a un gran lavoro d’immagine, al sostegno della Lista Coraggiosa e persino alle Sardine) è una specie di Obama sotto steroidi che scalpita dietro al palcoscenico della politica nazionale. E qui entrano in gioco gli apòti, tra i quali rispettosamente ci annoveriamo.

A prenderla sul serio, la “proposta” di Bonaccini, che sarebbe rimasta una boutade se non fosse stata prontamente e orgogliosamente respinta dai renziani di prima linea come Rosato, mira a far crescere il Pd dall’attuale 20% mediante il reinnesto di uno che l’aveva portato al 18, ne era uscito convinto di avere da solo il 40, e adesso è dato intorno al 2. Non solo: dovrebbero rientrare pure quelli che, come Bersani, Speranza e altri, ne erano fuggiti – insieme a qualche milione di elettori – proprio perché c’era Renzi, cioè per evitare di assistere alla devastazione del partito perpetrata quasi scientificamente da quella compagine e in definitiva per dissociarsi da qualsiasi pensiero, parola, opera o omissione riconducibile all’era renziana.

L’idea è talmente insensata che potrebbe avere qualche chance di essere realizzata, anche perché i giornali anti-governativi se ne sono subito innamorati, e tra le righe ne parlano come di un’astuta strategia di ritorno alla vocazione maggioritaria del centrosinistra al nobile scopo di battere i populismi, mentre su tutto aleggia la figura aspirazionale di Bonaccini, pseudo-candidato non si sa da chi a subentrare a Zingaretti in qualità di neo-Renzi della Bassa (è proprio vero, la Storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa), nuovo salvatore della patria nel caso dovessero andare male sia il referendum che le Regionali (“Dietro le quinte” scrive il Corriere “si continua a ipotizzare il nome di Bonaccini per avviare una rifondazione”).

Non fa una piega: se le Regionali andranno male, Zingaretti andrà abbattuto e sostituito con un “governatore” che farà rientrare nel Pd colui che avrà contribuito a farle andar male, correndo platealmente contro il Pd, candidando proprie pedine in Liguria, Veneto e Puglia (dove candida Scalfarotto senza alcuna speranza, giusto per il gusto di togliere un po’ di voti a Emiliano). Mentre ad Articolo1, che dappertutto sostiene il Pd, con cui è al governo, verrebbe concesso di portare i suoi voti in dote in questo bislacco matrimonio d’interesse che a breve riporterebbe il Pd al 18% o peggio.

Tutto va bene, si dirà, per impedire a Salvini e Meloni di andare al governo. Certo, come no. E però il rifiuto di bersela impone l’obbligo di considerare che questo della destituzione di Zingaretti, con un bel congresso finto e il corollario della fine dell’alleanza di governo, è il sogno proibito dell’establishment, lo stesso che fa campagna per il No al referendum con indifferenza per il merito dello stesso, piuttosto con la deliberata intenzione di far cadere il governo, al momento l’unica alternativa reale al governo Salvini, dato che l’uomo dei sogni più sfrenati, Draghi, risulta indisponibile. Pure l’ossessiva pretesa di ricorrere al Mes (unici insieme alla florida Cipro) da parte di giornali, di “alleati” e apertis verbis dello stesso Bonaccini, che per esso si dice “disposto anche a mettere in discussione l’alleanza coi 5Stelle”, pare un modo per logorare il governo o magari rimpastarlo espellendo i grillini, ostili al Mes, e mettendoci dentro gente di Forza Italia e/o Italia Viva, tanto fa lo stesso, e spedendo a casa l’odiato e però popolarissimo Conte. Così l’operazione Bonaccini avrebbe un senso, non come vogliono farcela bere. È indicativa una frase dello stesso

Bonaccini: “Il Pd deve costruire intorno a sé un nuovo centrosinistra, per batterli devi fare un programma per qualcosa”. Già, ma cosa? A parte questo Tetris coi pezzi di scarto della politica italiana (che non entrerebbero in Parlamento con uno sbarramento al 3%) e i selfie motivazionali da mental coach, che cosa farebbe questa rifondazione?

 

Il razzismo, la bizzarria e la pigrizia (su Google) generano errori cognitivi

Per fuorviarci, i propagandisti non usano solo gli errori di ragionamento, ma anche i limiti della nostra mente, che possono portarla a commettere errori cognitivi. Terminiamo l’amena panoramica con altri errori per limite mnemonico: errore dell’informazione falsa (il ricordo viene modificato in modo da essere congruo con l’informazione falsa ricevuta prima del ricordo), del turno (in una discussione di gruppo, si ricorda male ciò che è stato detto dalle persone precedenti, se hanno parlato a turno), del picco/fine (di un’esperienza, si ricordano meglio i momenti emotivamente intensi e la sua conclusione), della superiorità visiva (si ricorda meglio un concetto se presentato in forma visiva, invece che scritta), della negatività (si ricordano meglio i fatti spiacevoli), della primacy (in una lista, si ricordano meglio gli elementi finali, e poi quelli iniziali; quelli in mezzo sono i più difficili da ricordare), della retrospettiva rosea (ricordare il passato in modo più positivo di quello che fu), della rilevanza (si ricordano meglio le informazioni collegate alla propria persona), del tempo di esposizione (si ricorda meglio l’esperienza protratta), dello stereotipo (modificare il ricordo con dettagli che sono coerenti con un pregiudizio di genere, di razza, & C.), della suggestione (prendere per propri ricordi idee suggerite da un interlocutore), del telescopio (ricordare eventi recenti come più lontani nel tempo, e quelli lontani come più vicini), della verifica (si ricorda meglio ciò che viene verificato spesso), del senso generale (si ricorda meglio il senso, non le precise parole, di un discorso), di von Restorff (fra gli elementi di un gruppo, si ricorda meglio quello che si distingue dagli altri per qualche caratteristica), della bizzarria (si ricordano meglio le cose bizzarre), di Zeigarnik (si ricordano meglio gli atti non completati rispetto a quelli completati), della scelta passata (ritenere le proprie scelte passate più informate di quanto lo fossero), dello sforzo maggiore (ricordare una propria azione come più difficile di quanto sia stata), dell’improbabilità (ricordare come meno probabili cose che lo erano molto, o viceversa), di consistenza (ricordare i propri comportamenti e i propri atteggiamenti passati come simili a quelli attuali), di contesto (i ricordi fuori contesto sono più difficili da evocare), di etnia (la difficoltà di distinguere fra loro membri di un altro gruppo etnico), di criptomnesia (scambiare un ricordo per una fantasia), di falsa memoria (scambiare una fantasia per un ricordo), dell’emozione svanita (l’emozione associata a ricordi spiacevoli svanisce più rapidamente di quella associata a eventi positivi), di pigrizia (effetto Google: la tendenza a dimenticare l’informazione che può essere facilmente trovata con motori di ricerca sul web), della correlazione illusoria (ricordare una relazione inesistente fra due eventi), del procedimento (metodi di memorizzazione diversi hanno efficacia diversa), di interferenza (errori di memoria dovuti all’interferenza di informazioni post-evento), del singolo elemento (è più difficile ricordare alcuni elementi presi da una lista, se poi uno di essi viene tolto), di persistenza traumatica (i ricordi traumatici tendono a ripresentarsi), di positività (gli anziani tendono a ricordare meglio le informazioni positive), della difficoltà (si ricorda meglio l’informazione che richiede di essere letta e pensata più a lungo), di fonte confusa (confondere ricordi con altre informazioni, creando ricordi distorti), di presenza (sovrastimare ciò che è attuale e presente). E adesso che finalmente sapete come stanno le cose, siete ancora convinti di decidere liberamente? Oppure vi ho appena persuaso del contrario con l’ennesimo trucco?

(9. Fine)

 

Il furbo Cottarelli che sbaglia a contare

Su quanti specchi occorre arrampicarsi per potersi giustificare? Prendiamo uno come Carlo Cottarelli, una carriera costruita come manager che taglia i costi, fustigatore della spesa pubblica in grado di risparmiare anche una pagliuzza, uno stuzzicadenti, un prospero. “Commissario per la revisione della spesa”, lo chiamavano. Ma che oggi, di fronte alla possibilità di risparmiare sui parlamentari (senza intaccare in nulla la rappresentanza) si nasconde dietro ai dubbi. Lo derubrica a una cosa da niente, “lo 0.007 per cento della spesa pubblica”. Da “bravo economista” Cottarelli i risparmi li spalma sull’insieme della rilevantissima spesa pubblica, mica su quelli dello stesso Parlamento (In questo caso, il risparmio è di circa il 7%, dati di Roberto Perotti). Ma l’argomento dei costi, che non è ormai il cuore della campagna referendaria, è solo un pretesto, come quasi tutti quelli del No. Il punto resta sempre uno, evitare a “certe parti politiche di vantare di aver fatto qualcosa di fondamentale”. Insomma, votare No contro il M5S. Il resto è fuffa. Anzi, è uno specchio sul quale si arrampica molto male.

“Mi è scappato un no”: Giorgia imita bene Totò

Titolone del Giornale: “Svolta della Meloni: con il No vanno a casa”. Oibò, leggiamo meglio cosa dice la leader di Fratelli d’Italia: “Io sono per il Sì al taglio dei parlamentari, ma l’idea che la vittoria del No possa creare un sommovimento nel governo rischia di avere la meglio”. A questo punto, assai poco originale chiedo scusa ai lettori, ma la citatissima scena dei Tartassati cade a pennello. Totò che cerca di ingraziarsi il maresciallo della tributaria, Aldo Fabrizi, giocando sulle comuni simpatie politiche, ma quando comprende di aver preso un abbaglio pensando che Fabrizi sia un nostalgico del fascismo, si allinea in un baleno, derubricando la sua precedente adesione a un “mi sarà scappato un pro, ma io sono anti”.

Ora, lungi da me qualunque accostamento tra Giorgia Meloni e determinate nostalgie (argomento di chi non possiede altri argomenti) però trovo irresistibile l’analogia tra il “mi sarà scappato un pro” del film con il “mi sarà scappato un No” che in queste ore agita assai le acque della destra. Come dimostra l’endorsement per il No di Giancarlo Giorgetti, ex (?) braccio destro di Matteo Salvini che pur avendo votato Sì, Sì, Sì e ancora Sì, nei successivi voti parlamentari sul taglio, e pur avendo schierato il suo partito sul Sì al referendum, adesso ingolosito dal No, per le stesse ragioni della Meloni, se la cava con uno scontatissimo: “La Lega non è una caserma”.

Eppure, la vera parola chiave dei partiti sovranisti dovrebbe essere: “anti”. Infatti, come ha ripetuto ieri alla Verità, la Meloni sostiene di “avere molte proposte da fare per dare una mano all’Italia”, ma che “se il buongiorno si vede dal mattino non credo al governo interesseranno”. Fatto sta che l’opposizione di destra-destra è convintamente e incessantemente “anti” tutto ciò che fa il governo, a prescindere (come direbbe Totò). Il quale Totò, autore della immortale massima (“la serva serve”) potrebbe facilmente eccepire che l’opposizione si oppone, altrimenti che razza d’opposizione sarebbe. E dunque chissenefrega del Sì se con la vittoria del No si manda a casa Conte. Anche perché con il giochino io sono per il Sì ma i miei sono per il No, la sera dei risultati Salvini e Meloni potranno dire di avere vinto comunque (carta perde, carta vince). Ci resta un dubbio visto che la Meloni chiede a Mattarella di sciogliere le Camere se lunedì prossimo la maggioranza di governo risultasse definitivamente minoranza nel Paese. Ma visto che Salvini sostiene che i risultati delle Regionali “non avranno effetti sul governo”, sappiamo già cosa dirà se cambiasse idea: mi sarà scappato un pro ma io sono anti. O viceversa.

Sentenze pilotate, undici anni al giudice Russo

Undici anni. È la pesante condanna in primo grado inflitta all’ex giudice del Consiglio di Stato, Nicola Russo, per aver pilotato tre sentenze a Palazzo Spada, sotto l’influenza dell’ex legale esterno di Eni, Piero Amara.

Arrestato nel febbraio 2019, l’ex togato era stato accusato di corruzione in atti giudiziari, dopo la collaborazione resa da Amara (che ha già patteggiato una pena di 3 anni per corruzione in atti giudiziari) con la magistratura romana, alla quale aveva raccontato il mercimonio delle sentenze in diversi tribunali amministrativi, in cui era riuscito a corrompere magistrati, giudici e professionisti, elargendo e promettendo soldi e utilità, per indirizzare a suo gradimento le sentenze.

Secondo il racconto dell’avvocato Amara, per convincere Russo a pilotare tre diversi giudizi al Consiglio di Stato, gli sarebbero stati dati 80mila euro, con la promessa di riceverne altri 60mila.

Nella requisitoria, il pubblico ministero aveva chiesto 7 anni e mezzo, ma i giudici della II sezione penale di Roma oltre alla condanna inflitta, hanno dichiarato estinto il rapporto dell’ex togato con la Pubblica amministrazione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, imponendogli il risarcimento di 100mila euro alla Presidenza del Consiglio e 64mila all’amministrazione giudiziaria.

Ex Banco di Napoli, la Fondazione fa causa al Tesoro

Tra la malmessa Mps e le mine “unione bancaria” e “regole di Basilea” che rischiano di affossare l’intero comparto, non sarà certo la prima preoccupazione del Tesoro, ma l’ennesima che allo staff di Roberto Gualtieri arriva dal settore bancario: la Fondazione Banco di Napoli ha fatto causa al ministero per avere un risarcimento. Circa un miliardo di euro se si considera, dicono gli interessati, che la società per il recupero crediti del Banco nel 2018 – cioè al momento del suo passaggio proprio al Tesoro – aveva in cassa poco meno di 800 milioni (le sofferenze dell’antica banca meridionale s’erano rivelate assai più lucrative del previsto: il tasso di recupero ha sfiorato il 95%). La faccenda è antica, per così dire. Risale al 1996 quando – tra la fine della Cassa del Mezzogiorno e la gestione allegra denunciata da Bankitalia – l’antico istituto che operava in tutte le regioni del Mezzogiorno continentale andò gambe all’aria: intervenne lo Stato e la banca, alla fine fu sciolta dentro Intesa, mentre rimase in vita la Sga per recuperare appunto i crediti deteriorati. All’epoca la Fondazione – e cioè le Regioni e alcuni enti locali campani – aveva circa il 50% del gruppo: la legge del 1996 prevedeva, alla fine del percorso e se ne ricorressero i presupposti economici, di indennizzare gli ex azionisti. Il Tesoro, non senza ragioni, da quell’orecchio non ci sente: è così che è partita la causa.

Covid-19, mille casi ma tamponi dimezzati B. lascia il San Raffaele: “La prova più dura”

Trecentoottomila nuovi contagi nel mondo nelle ultime 24 ore, 49mila solo in Europa. Dove “il numero medio giornaliero di casi è ora superiore a quello del primo picco di marzo”. La conferma arriva da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità: il SarsCov2 continua a circolare. E l’Italia non fa eccezione. Sono 1.008 i casi totali (attualmente positivi, persone dimesse degli ospedali o considerate guarite e decessi) registrati in 24 ore, un calo di 450 unità rispetto a quelli comunicati domenica ma con 45.309 test, quasi 27mila in meno: sabato ne erano stati eseguiti 72.143. Raddoppia invece l’incremento delle vittime in un giorno: dalle 7 di domenica alle 14 di ieri, per un totale di 35.624. Di pari passo continua a salire, in maniera lenta ma costante, la pressione sugli ospedali. Dai dati del ministero della Salute emerge che ci sono 39.187 attualmente positivi, 678 in più rispetto a ieri: di questi, 2.122 sono ricoverati nei reparti ordinari (+80), 197 nelle terapie intensive (+10) e 36.868 in isolamento domiciliare (+588). Il maggior numero di nuovi casi lo ha fatto registrare il Lazio, dove se ne contano 181 (95 nella sola Roma) per un totale di 13.304. Seconda l’Emilia-Romagna (+127, in tutto 33.631) davanti alla Lombardia (125, per un totale di 103.464). Sono solo 5 le Regioni con meno di 10 nuove positività: una in Abruzzo, 3 in Calabria e in Valle d’Aosta, 4 in Molise e 7 nella provincia di Bolzano. Solo la Basilicata è rimasta a quota zero. È invece di 316 l’incremento dei dimessi e dei guariti nelle ultime 24 ore, per un totale complessivo di 213.950. Tra loro anche Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia ha lasciato il San Raffaele di Milano, dove era ricoverato dal 3 settembre dopo essere risultato positivo al test. L’ex premier resterà in isolamento, probabilmente ad Arcore, fino a quando non avrà un secondo tampone negativo. “È stata la prova più pericolosa della mia vita”, ha detto uscendo dalla struttura, applaudito da alcuni sostenitori, ma “anche questa volta l’ho scampata”. E nel giorno in cui gli studenti di 13 Regioni hanno fatto ritorno nelle scuole, Berlusconi ha rivolto loro “un forte richiamo al rispetto rigoroso delle regole sanitarie. Fatelo per voi stessi – ha detto – per i vostri nonni, insegnanti e genitori che potreste contagiare”.

In attesa del vaccino si continua a lavorare sulla messa a punto di farmaci. In Italia sono tre i candidati che viaggiano verso la sperimentazione sull’uomo. I test sugli anticorpi monoclonali, ha spiegato Claudia Sala, Senior Scientist del laboratorio “Mad” (Monoclonal Antibody Discovery), potrebbero partire tra fine dicembre e gennaio e terminare fra la metà e la fine del 2021.

Le lacrime di Ciro: “Il fratello di Maria Paola mi aveva già minacciato di morte sotto casa”

Michele Gaglione dice che non voleva ucciderla, è stato solo un incidente. Dice poi che desiderava “un rapporto normale” per la sorella Maria Paola. Lo ha ripetuto davanti al giudice che ne ha convalidato l’arresto per omicidio preterintenzionale. Dunque, secondo Michele, l’amore che Maria Paola provava per un fidanzato trans non era normale. È l’ammissione implicita dell’intolleranza omofobica che avvolge i fatti di Caivano: una ragazza speronata sullo scooter guidato dal compagno, Ciro Migliore (Cira all’anagrafe), e morta a soli 20 anni per “abietti e futili motivi”, scrive il giudice del Tribunale di Nola, Fortuna Basile, nel capo di imputazione. Il giudice riassume così i motivi della furia di Michele: “La non accettazione della relazione della sorella con una persona dello stesso sesso”. Motivi futili e abietti, perché per ora l’aggravante dell’omofobia e transfobia non esiste, la legge Zan è stato approvato solo in commissione. E non c’è solo l’omofobia. La morte di Maria Paola – e a leggere la ricostruzione della dinamica, Ciro è sopravvissuto per miracolo – sarebbe stata preceduta da segnali sottovalutati di sopraffazione e violenza ordinaria. Da minacce, anche di morte, della famiglia Gaglione, non denunciate. Lo racconta Ciro in un verbale. Il 13 luglio, Michele si sarebbe presentato sotto casa sua minacciandolo: “Se non lasci stare mia sorella, io ti taglio la testa e ti ammazzo”. Ciro ha preferito non denunciare. Maria Paola da agosto è andata a dormire da lui tutte le sere, troncando i rapporti con la famiglia. Una svolta, per i due giovani, in una relazione che andava avanti da tre anni tra liti e riconciliazioni. Nella notte tra il 10 e l’11 settembre, il rancore di Michele è esploso in una furia che l’ordinanza del giudice descrive nei dettagli: l’inseguimento in scooter, i calci sui fianchi del veicolo di Ciro, le urla contro di lui: “Fermati, ti devo uccidere”. Maria Paola era dietro, aggrappata. Una fuga disperata. Lo scooterone di Michele, un Honda Adv, era molto più veloce del loro. Una telecamera a circa 800 metri ha registrato il passaggio dei due mezzi. Quello di Ciro appare “letteralmente affiancato” dalla moto di Michele. Sulla circumvallazione che collega Caivano con l’appartamento della zia di Ciro ad Acerra, gli ultimi minuti di vita di Maria Paola si sono consumati nel terrore che il fratello la sbalzasse via insieme al compagno. Come purtroppo è avvenuto. Lei è morta sul colpo, Ciro è stato preso a calci e schiaffi da Michele prima di correre a chiedere soccorso al citofono di una palazzina. Sul suo scooter sono state ritrovate “impronte compatibili con la suola delle scarpe” di Michele.

Ce n’è abbastanza per confermarne l’arresto in carcere. Ieri Ciro ha parlato tra le lacrime dalla clinica dove è ricoverato per una frattura al braccio. “Io la voglio vedere per l’ultima volta. La mia famiglia mi vuole bene per quello che sono…. Doveva succedere a tutti e due”.

“La politica omofoba che alimenta e giustifica questi assassini s’interroghi vergognandosi e non poco”. Così Francesca Pascale, ex compagna di Berlusconi, vicina alle tematiche Lgbt, ha commentato su Instagram i fatti.

Giorno 1: chi riparte e chi ha paura Mattarella: “Evitiamo le divisioni”

Il suono della prima campanella dopo l’emergenza Covid-19 e mesi di chiusura mostra una scuola divisa in due: quella del sì e del no. Chi ha deciso di misurare la temperatura agli alunni all’entrata e chi no; chi ha consigliato di tenere la mascherina al banco anche se era garantito il distanziamento e chi no; chi aveva già i banchi consegnati dal commissario straordinario Domenico Arcuri e chi no; chi ha preferito guardare a ciò che c’era e a quello che si era riusciti a fare e chi no. Si potrebbe continuare all’infinito: non c’è un bilancio collettivo e unitario, ogni scuola e ogni ente locale ha la propria autonomia, ogni studente, ogni docente e ogni preside e ogni lavoratore ha la sua sensibilità. C’è chi invoca la massima efficienza statale e chi cerca di dare il proprio contributo. La sintesi si vedrà soprattutto nella capacità di far fronte alle difficoltà dei giorni successivi al primo. Ieri, infatti, sono tornati in classe circa 5 milioni di studenti sugli otto milioni totali. Il 24 toccherà a molte regioni meridionali, quelle che hanno avuto maggiori difficoltà a reperire spazi alternativi e dalle quali è arrivata più della metà delle richieste di banchi nuovi. Un clima che deve aver percepito anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che ieri ha inaugurato l’avvio dell’anno scolastico a Vo’ Euganeo: “Un Paese non può dividersi sull’esigenza di sostenere e promuovere la sua scuola – ha detto –. Oggi la riapertura della scuola è una prova per la Repubblica”. In molte scuole sono stati gli stessi genitori a offrirsi come volontari per garantire un rientro in sicurezza.

Assistenti per aiutare in vista del voto

Intanto, c’è chi, con spirito di iniziativa, prova a superare anche quello che per alcune Regioni è stato considerato uno scoglio insormontabile tanto da dover posticipare la riapertura: le elezioni. Ieri, a Muggia (Trieste), sono stati assoldati degli steward per evitare assembramenti all’ingresso e per coadiuvare la preparazione per le elezioni. Saranno uno per ciascuna struttura scolastica (la scuola riapre il 16, ieri hanno iniziato due istituti). “Sono stati mesi difficili per tutti – ha detto il sindaco Laura Marzi – ma per i nostri ragazzi in modo particolare. La ripresa della scuola è una riconquista della propria quotidianità che, seppur nel rispetto dei tutti i dispositivi volti a garantire la sicurezza anti Covid, rappresenta comunque un momento importante per loro quanto per le loro famiglie, per i docenti ed il personale scolastico”.

Amatrice rimanda: ma solo perché il preside rinuncia

Rientra anche l’allarme di Amatrice, che ha spostato la riapertura al 21 settembre (concesso grazie a un via libera regionale): la decisione di posticipare l’apertura, ha spiegato ieri l’ufficio scolastico regionale del Lazio, è stata presa lo scorso venerdì perché mancava il dirigente scolastico. “Quello individuato ad agosto, infatti, aveva appena rinunciato per ragioni personali – hanno spiegato -. Il nuovo dirigente è stato nominato l’11 sera. Ora la scuola ha un dirigente in carica a tutti gli effetti, che ne assicurerà il regolare funzionamento, per cui le lezioni possono iniziare in ogni momento”.

Mascherine alla conta (e consegne in pasticceria)

Sarebbero 94 milioni le mascherine distribuite a ieri dalla struttura commissariale di Domenico Arcuri che, nel suo intervento a Vo’, ha spiegato come ne fossero in distribuzione altre 65 milioni. Il commissario lo ha ribadito: chi dice che non ce ne sono, mente. Certo, qualche stortura nella complessa catena di distribuzione (numeri dalle scuole al Miur poi al commissario poi alle aziende e infine al distributore, Poste) può capitare, ma per il resto alle accuse si continuano ad opporre le bolle di consegna. Il calcolo, dopo il primo giro di consegne, è su un’autonomia di circa due o addirittura tre settimane per scuola. Poi saranno rifornite nuovamente. Nelle chat, intanto, circola una foto molto divertente che mostra il cartello affisso di fronte a una scuola della provincia romana: “Avviso per la consegna di materiale in caso di scuola chiusa: si prega di lasciarlo al “Bar Pasticceria G****”.

Senza banchi: non cambia il calendario consegne

Diversa la situazione dei banchi: ieri ha fatto discutere la foto dei bambini a terra in una scuola di Genova e in molte classi bisogna tenere la mascherina perché non può essere garantito il metro di distanza. Moltissimi presidi hanno spiegato di non aver ricevuto ancora i banchi, ma la risposta della struttura commissariale è che i calendari di consegna siano noti e che come previsto entro settembre si arriverà al 30 per cento circa delle consegne, a fine ottobre alla totalità. Sono i disagi di cui ha parlato domenica anche il premier Conte, quelli iniziali che però non hanno al momento una durata definita e tantomeno omogenea.

Ferimenti, positivi e quarantene: le prime ore

A chiudere il quadro del primo giorno, la cronaca. Uno studente di 16 anni di Sansepolcro (Arezzo) è caduto da un lucernario, dove secondo le prime notizie era stata prevista un’area per rispettare i distanziamenti. A Pisa, invece, una mamma aveva denunciato l’impossibilità del figlio down di frequentare la scuola (nonostante – è emerso durante la giornata – fossero in classe 34 dei 36 studenti con disabilità dell’Istituto). Poi i positivi e le quarantene: 115 studenti in provincia di Gorizia per un prof positivo, 18 in una materna di Massa Carrara e diverse classi in giro per l’Italia. Aumenteranno, è certo. Fondamentale sarà averne il controllo.

 

 

 

Torino In riga a filo-rotaia l’ansia da ritiro anticipato

Il peggior nemico del divieto di assembramento è il tram. Via Vanchiglia è stretta e chiuderla al traffico alle otto del mattino è impraticabile. Così, di fronte all’ingresso della scuola elementare Francesco d’Assisi di Torino, lo scampanio del veicolo è la principale colonna sonora del rientro in classe. Il marciapiede è stretto, per entrare si fa la coda, si aspetta la chiamata per classe e le rotaie scorrono immediatamente a fianco. Da qui si usciva al pomeriggio, ma – poiché le classi vanno separate anche all’ingresso – è stato necessario dividere le entrate: i più fortunati nell’area pedonale di via Verdi, gli altri qui, a filo rotaia.
Il discorso ricorrente tra i genitori è uno soltanto: quest’anno la scuola ha comunicato l’abolizione del pre e del doposcuola, impossibile garantire la separazione delle classi (un conto è la quarantena di un gruppo, un conto quella dell’intera scuola). Si entra alle 8.30 e si esce alle 16.30 (l’orario varia di 5 minuti in 5 minuti a seconda delle classi). Molti vanno al lavoro prima, quasi tutti finiscono più tardi. Che fare? L’unica è affidarsi alla comunità: chi può prenda anche i figli degli altri. E non è detto che questa – alla fine – non sia una buona eredità di questo periodo.
Stefano Caselli

 

Milano Prove generali ma si teme l’aula covid

Tutti in presenza, ma solo per tre ore. Il liceo scientifico “Bottoni” di Milano ha scelto di iniziare così il nuovo anno. “Una prova generale fino alle elezioni”, spiega la preside Giovanna Mezzatesta. I 750 studenti entrano da tre ingressi ogni dieci minuti per evitare assembramenti. “Vorrei abbracciare i miei compagni, ma ci daremo il gomito”, racconta Riccardo, 17 anni. È arrivato a scuola in bici “per evitare di prendere il bus affollato”. La mascherina è obbligatoria in tutto l’istituto. Solo seduti al banco la si può togliere, ma tutti la indossano. “Meglio tenerla sempre”, dice Luigi. I docenti patiscono il confinamento dietro la cattedra: “Non sarà facile”, ammette ai suoi ragazzi il professor Maggi. Non li vede dalla fine di febbraio: “La sfida più grande è quella di trovare le energie mentali anche per la didattica e non solo per i dettagli legati alla sicurezza”. La preoccupazione più grande? L’aula “Covid” dove andranno gli alunni con sintomi in attesa del tampone da parte dell’Ats. “Gli studenti dovrebbero avere una corsia preferenziale, speriamo che rispondano alle nostre chiamate” conclude la preside. Per i ragazzi, invece, l’ansia più grande non sembra essere il contagio, ma il ritorno dei compiti in classe.
Simone Bauducco

 

Genova Sedie come banchi: bimbi in ginocchio a terra

Una foto oscura la riapertura genovese: bambini in ginocchio sul pavimento a usare le sedie come banchi, in una classe dove di banchi veri non ce ne sono. L’immagine – scattata in una scuola primaria di Castelletto, quartiere benestante di Genova – è stata postata su Facebook dal governatore Giovanni Toti. “Cara Azzolina, questi alunni scrivono in ginocchio perché non hanno i banchi che avevate promesso. Bambini, maestre e famiglie non meritano questo trattamento”, attacca Toti. Raggiunto dalla testata locale Genova24, il dirigente dell’istituto prima parla di “situazione spiacevole” e conferma che i banchi nuovi non sono ancora arrivati. Poi ieri sera aggiunge che è “sbagliato e grave strumentalizzare la foto”, dove si vedono dei “bimbi che disegnano in libertà” e che i banchi arriveranno oggi. Non mancano esperienze più virtuose. Alle medie Colombo-Don Milani, tre classi prime fanno lezione in aule ricavate sul terrazzo, nel campetto da basket e in un’abbazia sconsacrata. I banchi sono tavoli da mensa, la lavagna un grande foglio di carta appeso al muro, l’insegnante gira tra le sedie. “Non avevamo personale a sufficienza, è una soluzione dignitosa”, dice l’insegnante Maria Agostini.
Paolo Frosina

 

Roma Ritardi della metro e soluzioni “giapponesi”

Caos entrate e trasporti a Roma. Ieri mattina lo stop prolungato alle fermate Furio Camillo e Ponte Lungo della metro A hanno creato seri problemi agli studenti del licei classici “Augusto” e “Bertrand” e molti dei quali sono arrivati in ritardo e hanno dovuto attendere quasi 2 ore prima di entrare in classe. Il Bertrand era stato appena visitato dalla sindaca Virginia Raggi e dalla ministra Lucia Azzolina. Caos anche a Tor Pignattara, dove da tre giorni la rottura di una tubatura ha bloccato via Acqua Bullicante e sfasato gli ingressi alla scuola elementare “Pisacane”. Soluzione “giapponese” alla elementare “Gianni Rodari” di Villa Lais, dove i genitori nei giorni scorsi sono stati invitati a portare ognuno un paio di scarpe nuove da indossare all’ingresso in classe e da lasciare all’uscita. All’Istituto “Darwin” di Santa Maria Ausiliatrice, l’appello è stato fatto con il megafono sul marciapiede di via Tuscolana: le ‘matricole’ si sono sistemate in palestra. File all’inglese nel campetto di basket della scuola media “Mommsen” della Caffarella, con ingressi spalmati dalle 8 alle 10. Alla primaria “Celli” di via Fiorentini, un bimbo è stato mandato a casa per la positività del padre: i compagni sono rimasti in classe.
Vincenzo Bisbiglia

 

Mestre L’educazione civica che si insegna sul campo

“Ra-gaz-zi, distanziamento!”. Il bidello esce sul piazzale dell’Itis “Zuccante”, in via Bissuola, la cittadella degli studi alla periferia di Mestre. Gli studenti obbediscono, mascherina sul viso. Uno sghignazza: “Tra 15 giorni il preside si sarà stancato di dirlo”. Ma il professore Marco Macciantelli ha le idee chiare. “Dimentichiamoci del primo giorno di scuola. I problemi riguardano l’intera durata del presidio di partecipazione attiva. È un’occasione unica per insegnare e praticare l’educazione civica di cui Aldo Moro parlava nel ‘58”. C’è ottimismo. “Sono mesi che lavoriamo, abbiamo un protocollo sottoscritto anche dai genitori: percorsi colorati, ingressi alternati, sensi unici, aule di crisi, misure igieniche. La sicurezza è al centro”. Tante le strutture che hanno operato, dal commissario Arcuri, ai sindacati, Usr e Asl: “Abbiamo i referenti Covid, chiesto 400 banchi e 200 sedie. Abbiamo 260 mila euro per assumere personale a tempo determinato”. Infatti, c’è una serie di nuove mansioni da svolgere. “Pulire le aule, arearle, accogliere i visitatori. Con l’Ulss siamo collegati in tempo reale anche via WhatsApp…”. La scuola riparte così. “Affrontiamo la sfida con spirito di servizio e per creare una coscienza collettiva”.
Giuseppe Pietrobelli

Prezzo gonfiato per il capannone. Indagati in nove I pm: “Peculato”

Sono nove in totale gli indagati per peculato nell’inchiesta sul caso Lombardia Film Commission. Oltre ai cinque ai quali è stata applicata la misura cautelare, tra cui i tre commercialisti di fiducia della Lega e il prestanome Luca Sostegni, figurano anche Pierino Maffeis, Elio Foiadelli e Vanessa Servalli, amministratori di società riconducibili ai professionisti finiti ai domiciliari. Ed è indagato, come si sapeva, anche l’imprenditore Francesco Barachetti (nella foto). Emerge dalla richiesta di rogatoria in Svizzera depositata negli atti dell’indagine. Maffeis è indagato in qualità di amministratore della Eco srl, società che trasferì il denaro incassato da Andromeda srl per la vendita gonfiata del capannone di Cormano a Barachetti service, “simulando il pagamento di fatture per operazioni inesistenti”. Foiadelli risponde in qualità di amministratore della Sdc “che dietro emissione e annotazione di fatture per operazioni inesistenti riceveva il denaro da Immobiliare Andromeda e lo trasferiva a Di Rubba e Manzoni”, i due contabili della Lega, “e a persone giuridiche a costoro riferibili”. Servalli, poi, è indagata in qualità di amministratore della Taaac srl, “società immobiliare veicolo domiciliata presso lo studio di Michele Scillieri”, altro commercialista arrestato. Negli atti della rogatoria i pm riportano anche la testimonianza di Roberto Tradati, responsabile della fiduciaria Fidirev attraverso la quale sarebbero transitati parte degli 800mila euro incassati dalla vendita del capannone.