Insulti ai magistrati e denunce in Procura: Matteo scopiazza B.

Da una parte i colpi sferrati in tv e tramite note stampa. Dall’altra, l’attacco ai magistrati fiorentini che hanno chiesto per il leader di Italia Viva il rinvio a giudizio per concorso in finanziamento illecito nell’inchiesta sulla Fondazione Open, si concretizza in una denuncia. Quella che Matteo Renzi ha intenzione di depositare alla Procura di Genova, competente a indagare sui colleghi di Firenze. L’esposto è per abuso d’ufficio, violazione dell’articolo 68 della Costituzione (sulle guarentigie parlamentari) e della legge 140 del 2003 che riguarda appunto le “disposizioni per l’attuazione” dell’articolo della Costituzione. Il senatore è sempre convinto infatti – e ora chiede alla Procura di Genova di verificare – che alcune sue intercettazioni non potevano finire agli atti e che vi siano state violazioni sulla questione del conto corrente depositato. Circostanze già chiarite: l’estratto conto che riguarda il periodo giugno 2018-marzo 2020 è allegato in un’informativa della Finanza, mentre le intercettazioni, alcuni messaggi whatsapp, non sono dirette: si tratta di conversazioni estrapolate dal cellulare di altre persone, non soggette alle guarentigie parlamentari.

Ma Renzi tira dritto e, secondo fonti a lui vicine, potrebbe decidere anche di rivolgersi al Csm. Per ora però il senatore si è fermato a Genova. Di certo nella sua agenda potrebbe aver segnato in rosso molte date. Una è il 18 febbraio quando ci sarà la Cassazione sul ricorso di Marco Carrai, imprenditore anche questi indagato nell’inchiesta Open: anni fa ha presentato un ricorso contro le perquisizioni del 2019 e ha incassato due pareri favorevoli della Cassazione che ha annullato l’ordinanza rinviando al Tribunale del Riesame. L’ultima decisione del Riesame di Firenze è del 13 ottobre 2021, quando i giudici hanno rigettato il ricorso di Carrai. Che ha presentato un nuovo ricorso. Renzi poi attende che l’aula si pronunci sul conflitto di attribuzione deciso dalla Giunta per le immunità, dove a stragrande maggioranza (due soli no, Gregorio De Falco del Misto e Pietro Grasso di LeU, e astenuti Pd e M5S) si è deciso che l’operato dei pm di Firenze deve finire all’attenzione della Corte Costituzionale. Vedremo come finirà.

Altra data importante è il 4 aprile, giorno dell’udienza preliminare per Renzi e altri 11 indagati. “È un atto ampiamente atteso” ha fatto sapere Renzi in una nota. La sua intenzione è di rispondere alle domande del gup. Come invece non ha fatto con i pm. Convocato il 15 dicembre, Renzi ha depositato una memoria con 5 punti da chiarire. “Aveva chiesto di essere interrogato dopo che i pm avessero risposto alle istanze della difesa. Tale risposte non sono mai arrivate”. In realtà il giorno fissato per l’interrogatorio era uno solo. E poi c’è il 5 aprile: Renzi ieri a Porta a Porta ha annunciato l’uscita di un nuovo libro: “Tiro fuori tutti i tentativi di dossieraggio subiti, i servizi segreti, scrivo tutto così se mi succede qualcosa è tutto agli atti”.

Ma non c’è solo la denuncia. Perché se pure a Porta a Porta Renzi dice “non faccio come Berlusconi ‘i magistrati sono tutti comunisti’”, i suoi attacchi ai pm sono molteplici e riguardano episodi singoli (che non fanno parte della denuncia). Sul procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo, la nota riporta: “Sanzionato per molestie sessuali dal Csm”. Creazzo è stato sanzionato dalla sezione disciplinare del Csm a 2 mesi di perdita di anzianità per aver leso la propria immagine e il prestigio della magistratura. Creazzo ha già annunciato ricorso alle sezioni civili della Cassazione.

Sul pm Luca Turco si ripete: “Volle l’arresto dei genitori di Renzi poi annullato dal Tribunale della Libertà”. Vero, dopo 18 giorni i genitori di Renzi, finiti ai domiciliari nell’ambito di un’inchiesta per bancarotta, sono stati scarcerati, ma il senatore dimentica di dire che per quell’indagine c’è un processo in corso in I grado. E poi c’è il pm Antonino Nastasi: “È accusato da un carabiniere di aver inquinato la scena criminis nell’ambito della morte del dirigente Mps Rossi”. Renzi fa riferimento alle dichiarazione di un colonnello, che davanti alla commissione d’inchiesta ha affermato che la sera della morte di Rossi, Nastasi avrebbe inquinato la “scena del crimine” maneggiando oggetti e rispondendo a una chiamata della senatrice Santanchè. Ricostruzione smentita – secondo quanto ricostruito dal Corriere – dai tabulati telefonici dai quali non risulta risposta a quella chiamata.

“A giudizio Renzi e Giglio magico. Soldi fuorilegge tramite la Open”

La Procura di Firenze chiede di processare Matteo Renzi per concorso in finanziamento illecito. La svolta nell’inchiesta sulla fondazione Open ha portato ieri alla richiesta di 15 rinvii a giudizio nei confronti di 11 persone e 4 società finanziatrici, accusate a vario titolo anche di corruzione e traffico di influenze. Fra gli indagati ci sono gli ex ministri Luca Lotti e Maria Elena Boschi, l’imprenditore Marco Carrai, il più fidato dei collaboratori dell’ex premier, e l’avvocato Alberto Bianchi, ex presidente di Open. Lotti e Bianchi devono rispondere anche di corruzione, per aver favorito secondo l’accusa British American Tobacco Italia e il gruppo autostradale Toto. Entrambe le società erano nella lunga lista di benefattori di Open, ente che organizzava le kermesse della Leopolda e nella tesi accusatoria non era una semplice associazione, ma una vera e propria “articolazione politico-organizzativa della corrente renziana del Pd”. I pm Luca Turco e Antonino Nastasi, coordinati dal procuratore Giuseppe Creazzo, hanno individuato come parti offese la Camera dei deputati e l’Agenzia delle Entrate di Firenze.

L’indagine, condotta dal nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Firenze e iniziata nel 2019, contesta cinque anni di raccolta fondi, tra il 2014 e il 2018, e un totale di 3,5 milioni di euro di donazioni private. Una macchina da soldi che, per i pm toscani, si basava su un non detto: chi sosteneva Open non stava sovvenzionando attività culturali, ma le iniziative politiche di Matteo Renzi, Maria Elena Boschi e Luca Lotti; e la cassaforte era usata come un bancomat dall’ex premier e dal suo Giglio magico. Per essere regolari quei finanziamenti avrebbero dovuto invece sottostare alle regole che disciplinano il sostegno ai partiti, con apposite poste di bilancio.

In due casi e solo per alcuni degli indagati i pm ritengono anche di aver trovato prove patti corruttivi. Il primo coinvolge la Toto Costruzioni generali Spa e il suo amministratore Alfonso Toto. Scrivono i pm: “Lotti, parlamentare della Camera dei deputati, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, segretario del comitato interministeriale per la programmazione economica”, nell’“esercizio delle sue funzioni” si è “ripetutamente adoperato affinché venissero approvate dal Parlamento disposizioni normative favorevoli al concessionario autostradale”. La Procura ha rimesso in fila una sequenza di sette decreti legge, votati fra il 2014 e il 2017, che hanno determinato un vantaggio economico diretto per Toto. La contropartita sarebbe arrivata in varie tranche e sotto diverse forme: una parcella fasulla pagata a Bianchi per prestazioni mai avvenute; 200mila euro versati al comitato per il sì al referendum (la riforma costituzionale poi bocciata, che nel 2016 ha portato alle dimissioni di Renzi da premier); il versamento di una percentuale del 2% a Bianchi sui contenziosi fra Anas e gruppo Toto sorti sulla variante della strada statale Aurelia di La Spezia, prestazioni anche queste ritenute fittizie. In questo filone è indagato un altro fedelissimo renziano, lo spin doctor Patrizio Donnini Gallo.

La seconda vicenda riguarda la multinazionale della nicotina Bat, anch’essa indagata come società, insieme al vicepresidente Giovanni Carucci e al capo dell’ufficio relazioni esterne Gianluca Ansalone. L’azienda ha versato negli anni nelle casse di Open 253mila euro di contributi, ha affidato consulenze a Bianchi e nominato nel collegio sindacale il renziano Lorenzo Anichini, ex tesoriere del “Comitato Basta un sì”. In cambio Lotti si sarebbe battuto per affossare l’emendamento che nel 2017 avrebbe aumentato le accise sulle sigarette. Fra i finanziatori di Open indagati, per cui la Procura adesso chiede un processo, ci sono anche Pietro Di Lorenzo e la sua Irbm Spa (società che ha partecipato alla filiera che ha messo a punto il vaccino AstraZeneca) e l’imprenditore Riccardo Maestrelli.

Tutti uguali tranne due

A chi dice “Sono tutti uguali”, segnaliamo quanto segue. I 5Stelle si vedono congelare il leader dal Tribunale civile di Napoli per averlo eletto in base al proprio regolamento interno che l’ordinanza cautelare afferma non esistere e invece esiste dal 2018; il fondatore Beppe Grillo commenta: “Le sentenze si rispettano” (anche se quella non lo è). La Procura di Milano chiede la condanna a 8 mesi di carcere per il tesoriere della Lega, il deputato Giulio Centemero, per un finanziamento illecito di 40mila euro da Caprotti, passato per l’associazione “Più voci” e finito a Radio Padania e ad altre attività politiche del partito; nessun commento da Salvini. La Procura di Firenze chiede il rinvio a giudizio per Renzi, Boschi, Lotti, Bianchi, Carrai, altri 6 imputati e 4 società per l’inchiesta Open, con accuse che vanno dal finanziamento illecito alla corruzione, dal riciclaggio al traffico d’influenze illecite. L’imputato Renzi, nel felicitarsi perché “finalmente inizia il processo nelle aule”, rinverdisce i fasti del collega B. denunciando i pm per abuso d’ufficio, cioè per aver violato l’art. 68 della Costituzione: quello che vieta di perquisire i parlamentari. Purtroppo, all’epoca dei fatti contestati, Renzi non era senatore e non aveva alcuna immunità; e i messaggi e le chat agli atti sono stati estratti dai cellulari sequestrati ad altri indagati, non a lui. Ma per lui il “lei non sa chi sono io” tipico dei marchesi del Grillo si coniuga in formato extralarge: “Lei non sa chi ero io e chi sono i miei compari”.

Già che c’è, il noto garantista di scuola Rondolino procede alla character assassination dei tre pm: Creazzo “sanzionato per molestie sessuali dal Csm” (sanzione già impugnata in Cassazione e nessun processo penale); Turco “volle l’arresto dei genitori di Renzi poi annullato dal Tribunale della Libertà” (arresto disposto non da Turco, ma dal gip e annullato per cessate esigenze cautelari, non per innocenza, infatti i due sono stati rinviati a giudizio); e Nastasi “accusato da un ufficiale dell’Arma di aver inquinato la scena criminis della morte del dirigente Mps David Rossi” (accuse postdatate, tutte da dimostrare e mai approdate a un processo). Che c’entra tutto ciò con l’inchiesta Open? Nulla, a parte il penoso e disperato tentativo di coprire i fatti. Che, a prescindere dagli aspetti penali, hanno già immortalato i fedelissimi del fu premier intenti a screditare politici e giornalisti liberi e a fare marchette con norme e fondi pubblici a chi foraggiava la cosiddetta fondazione. Soldi poi usati per viaggi privati, cellulari, tablet, pranzi, “spuntini”, giù giù fino ai 7,5 euro rimborsati a Renzi nel 2014 per “Auguri Natale Quirinale”. Più che finanziamento illecito, accattonaggio molesto.

Olimpiadi invernali. Per l’Italia un oro storico nel curling

La coppia italiana formata da Stefania Constantini e Amos Mosaner ha conquistato l’oro nel curling misto, battendo per 8-5 la Norvegia nella finale dei Giochi Olimpici invernali di Pechino. Per l’Italia è la prima medaglia assoluta in questa disciplina, introdotta alle Olimpiadi nell’edizione di Nagano del 1998, e che da allora è stata dominata soprattutto da paesi nordici come Canada, Svezia, Norvegia e Svizzera. Un risultato eccezionale, considerando quanto poco sia praticata questa disciplina dalle nostri parti: a giocarla a livelli agonistici sono appena 350 persone. L’oro della coppia Constantini-Mosaner si unisce all’argento vinto ieri da Federico Pellegrino nello sci di fondo, facendo salire il bottino italiano a quota sette (due ori, quattro argenti e un bronzo). Un risultato che posiziona la spedizione azzurra sesta in classifica nel medagliere generale, davanti anche a paesi specializzati negli sport invernali come la Russia. Nell’ultima spedizione di PyeongChang nel 2018, che andò già molto bene, l’Italia totalizzò 11 medaglie.

Lauro dirotta su San Marino: cosa non si fa per l’Eurovision

San Marino contro Sanremo. No, non è il derby della Rosa dei beati. La sfida delle voci celesti accenderà l’Eurovision Song Contest di Torino a metà maggio, perché a contrapporsi ai rapinosi Mahmood & Blanco sarà un altro cantante italiano, con buona probabilità l’estatico Achille Lauro, o forse il disincarnato Valerio Scanu.

La scelta del concorrente per la Rocca del Titano avverrà sabato 19, quando la finale del concorso Una voce per San Marino segnerà il record di share della tv fondata dalla Rai (attuale presidente Ludovico Di Meo, ex vicedirettore del Tg2) nella microrepubblica al confine tra Marche ed Emilia. Attenzione: il lotto dei candidabili è insidioso, per Achille. A contendergli il posto per la kermesse continentale non ci sarà solo Scanu, bensì anche Ivana Spagna, il cantautore bresciano Matteo Faustini (tra le Nuove Proposte di Amadeus due anni fa), il trapper quasi-vincitore del penultimo X-Factor Blind, le vecchie glorie Alberto Fortis e Tony Cicco (ex Formula Tre) intruppati con la prog-rock band romana Deshedus, il tronista Francesco Monte trombato a Sanremo in favore di Ana Mena (sostiene lui, che ha rosicato sui social). Più altri competitori di minor richiamo.

La giuria coltiverà dubbi sulla scelta? Lauro ha già fatto sapere che farebbe “qualcosa di molto importante” di fronte a una platea televisiva globale da 220 milioni di spettatori. L’interprete di Domenica, giurano gli insider della delegazione sammarinese, si è premunito per tempo pur di crearsi l’occasione, iscrivendosi al contest della Rocca prima ancora della settimana all’Ariston. Fiutando la possibile sconfitta in Riviera, si è creato un’opzione alternativa in montagna.

È stato lungimirante, diversamente da La Rappresentante di Lista o Tananai, cazzeggiatori dell’ultim’ora in Rete ma fuori tempo massimo per una chance nel nuovo round. Sarà per l’anno prossimo, visto che il regolamento dell’Esc non obbliga i Paesi partecipanti a iscrivere un loro cittadino: lo provano le cinque vittorie del Lussemburgo, sempre con artisti stranieri, o lo stesso San Marino che nel 2021 schierava la bolognese Senhit in duo con il rapper americano Flo Rida. Vedremo a Torino quanto conterà il Fattore S: che di solito garantisce voti cospicui ai big in gara per l’Italia (tranne, in passato, che per Emma, Mengoni e Gabbani). Stavolta sarà un temibile rivale. San Marino, che diede rifugio a Garibaldi in fuga dagli austriaci, ora accoglierà Lauro. In attesa che in futuro entri in lizza il Vaticano, schierando Ozzy Osbourne o Marilyn Manson.

“Il mio Battiato, un semplice e unico uomo-universo”

Potremmo pensare il suo percorso come quello di un’aquila, con la capacità di muoversi verso l’alto, dalla terra al cielo, dal mondo materiale al mondo spirituale, dalla morte alla vita”. Carlo Guaitoli, pianista e direttore d’orchestra legato a Franco Battiato da un lungo sodalizio, così ricorda la persona sterminata e strana che è stata Battiato, che sulla Terra manca da maggio, ma persiste.

“Credeva nella reincarnazione. Si era orientato sul buddismo tibetano perché ne è l’elemento trainante. Era convinto che la reincarnazione fosse anche nei Vangeli e che molti sacerdoti lo sapessero”.

La prima collaborazione tra loro risale al 1993. “Lui stava lavorando a Come un cammello in una grondaia con l’orchestra dei Virtuosi Italiani. È nata una sintonia all’istante. Ho avuto un innamoramento al Regio di Parma per L’Ombra della luce: andai a casa e la ascoltai ripetutamente per tutta la notte”.

La Messa arcaica è il frutto di quell’incontro. “Un lavoro minuzioso. Era così contento che mi chiese di accompagnarlo nei concerti”. Guaitoli lo ha accompagnato anche in India, al Festival Internazionale di Musica Sacra, dove Battiato incontrò il Dalai Lama. “A Bangalore, in mezzo alla musica e alla spiritualità da tutto il mondo, i mezzi erano limitati, il mixer prese fuoco, il pianoforte era crepato. Fu una delle esperienze più intense vissute con lui”.

Siccome tutto è incastrato, pur nell’impermanenza e nell’essere noi solo “di passaggio”, al Teatro Greco Romano di Catania, nel 2017, eseguirono Messa arcaica. “Non sapevo che sarebbe stato l’ultimo concerto. Qualche mese dopo ci ho riflettuto: non la suonavamo da tantissimi anni, è stata la chiusura di un cerchio”.

Battiato era un’anima delicata e come estranea a questo mondo; eppure ha saputo coglierne gli elementi, le vibrazioni sottili, le relazioni invisibili. C’è il rischio di intendere le sue opere come un insieme di simboli e metafore mistiche, senza una loro autonomia artistica?

“L’universo-Battiato è talmente vasto e inclassificabile che è impossibile. Franco ha scritto musica leggera alla maniera di un compositore classico, e musica classica alla maniera di un compositore leggero. Si è sempre approcciato alle cose in maniera del tutto originale, spiazzante. Qualsiasi cosa un altro artista avrebbe deciso in un dato momento, non era quello che sceglieva lui. Aveva una personalità talmente forte che non ci pensava più di tanto, sentiva di doverlo fare”.

Sebbene riproducibili all’infinito, le sue opere mantengono un’aura: restano uguali negli anni. “Mi diceva che si sentiva quasi più arrangiatore che compositore. È il motivo per cui tante canzoni sono rimaste così. Non c’era un’altra strada. Povera Patria, L’ombra della luce, Le sacre sinfonie del tempo sono state scritte come un Lied di Schubert: il piano è quello, gli archi sono quelli”.

Disse: “Sono commerciabile ma non consumabile”. “L’ironia lo faceva essere distaccato da tutto, dal grande successo, dai soldi. Era grato al suo pubblico, sapeva che il successo gli permetteva di fare cose che altrimenti non avrebbe potuto fare. Mi colpiva l’equivalenza tra la sua statura artistica e quella umana. Fare arte era un mezzo, ciò a cui teneva era il suo percorso come uomo e come essere spirituale”.

“Il cantante è primigenio”, disse; “appartiene al mito della musica”. Non sapeva da dove gli venissero musiche e parole; in ciò era più simile a un profeta che a un filosofo. “Il momento dell’ispirazione lo preparava. Poteva dare l’impressione di essere pigro e metterci mesi prima di decidere, ma quando decideva diventava uno stacanovista. Una volta doveva scrivere un brano per una tournée. Si avvicinava il giorno, io cominciai le prove coi musicisti e lui era ancora a casa. Due giorni prima lo chiamai: ‘Franco, l’hai scritto?”. E lui: ‘No, ho guardato il torneo di Wimbledon’. L’ultimo giorno si svegliò, e scrisse un capolavoro: Aurora”.

A un certo punto smise di mangiare carne. “Sono io la causa. Al ristorante, a Macerata, portarono delle olive, io non mi ero reso conto che c’era carne dentro. Lui mi chiese se c’era e risposi di no. Mangiò questa oliva e poi stette male per due giorni, me lo rinfacciò sempre”. Diceva di aver sentito milioni di cellule del suo corpo ribellarsi mentre la ingoiava. “Sì (ride, ndr). Negli anni è andato per sottrazione, ha tolto il fumo, il vino, il caffè”.

Anche nella musica, prima cumulava codici, suoni, intarsi, citazioni, madrigali, musiche sacre: tutto per – diceva – “scongiurare la spudoratezza del messaggio”. Poi mise in atto una progressiva rarefazione e disidratazione. Forse anche affidarsi a Sgalambro è stata una specie di cessione di identità, di abbandono dell’io, una diserzione artistica, un avvicinamento al silenzio.

“È così. Era sempre per tagliare, per fare le cose più brevi e più semplici. A noi veniva l’idea di aggiungere qualcosa, e lui ci stoppava. Ripeteva: ‘Il meglio è nemico del bene’”.

Chiedo se ha mai sofferto di depressione. “All’inizio del suo successo andò da uno psicologo che gli prescrisse delle cose. Uscì con l’idea che questo non aveva capito niente e al primo cestino buttò la ricetta. Cominciò a rivolgersi altrove per risolvere le cose dentro sé stesso, alla meditazione, allo studio di Gurdjieff”.

C’era qualcosa che lo faceva arrabbiare. “I soprusi, le persone non sensibili, la mancanza di rispetto. Quando qualcuno si prendeva la libertà di modificare le cose senza chiedere il suo consenso. L’approssimazione. Una volta a un concerto si arrabbiò molto con me. Ero sceso dal palco perché non suonavo per due brani. A un certo punto lui cambiò la scaletta, io non me ne accorsi, e dovevo cominciare il brano, ma non ero sul palco. Pensò che il mio fosse stato un atteggiamento di superficialità, avevo sbagliato perché mi ero allontanato. Non successe mai più”.

Perché un uomo così denso, abitato da tante energie sensuali, intellettuali e spirituali, capace di essere uno e molti, Franco Battiato e Süphan Barzani, come si firmava quando dipingeva, scelse di stare solo? Non era eroticamente proteso verso l’altro? “No, è che concepiva il rapporto tra due persone che si amano come qualcosa di talmente elevato, una combinazione rarissima che avviene una volta su un milione, che era impossibile da raggiungere. Non era disponibile al compromesso”.

Amava gli animali. “Curava e dava da mangiare ai cani randagi nella sua zona. Non uccideva neanche una zanzara”. E i bambini. “Veniva catturato dai loro occhi, ci vedeva un mondo dentro. Guardava un bimbo appena nato come un’entità che viene da lontano”.

Canta: “Anch’io a guardarmi bene vivo da millenni”; per ciò persiste. “Sì. È volato via, e ha ricominciato a essere presente”.

“Sono un’anziana soubrette: prima l’arte, poi cibo e sesso”

Pubblichiamo pillole di “Tu non conosci la vergogna. La mia vita eleganzissima”, l’autobiografia di Drusilla Foer, in libreria da qualche mese con Mondadori.

 

Essere o non essere. Io, Drusilla Foer, cosa sono? Non lo so del tutto. Attrice, cantante, autrice, icona di stile. Mah… Io tendo a qualificarmi come “anziana soubrette”.

Onomastica. Livia Drusilla Claudia, moglie dell’imperatore Augusto. Donna colta ed emancipata, partecipò in modo attivo alla vita politica del suo tempo, e fu la prima matrona romana a cui fu permesso di gestire il proprio patrimonio personale.

Piselli. Quando chiesi alla nonna Tolo che nome avessero quelle zone del corpo così speciali, mi rispose in modo salomonico. “Il nome cambia col tempo… per ora si chiamano Pisello e Pisella”.

Gioie. Il sesso è bello e lo consiglio moltissimo. Fa bene, è rigenerante e ha una sua intelligenza, trovo.

Bidè. Regina dei salotti internazionali? Semi-errore gravissimo… L’unica cosa che approvo dei salotti sono i divani. La cucina è la stanza senza dubbio più sincera della casa, fatta eccezione del bagno, che è il luogo più democratico, dove tutti facciamo le stesse cose e per la stessa necessità. Quindi, la regina dei salotti abdica in favore dei bidè.

La nonna. Invitato un noto antiquario fiorentino interessato ad acquistare un busto romano della nonna, il malcapitato chiese a metà colazione: “Le dispiace se fumo?”. “Non lo so, nessuno l’ha mai fatto”… Prima di stabilire una tregua con la memoria della nonna Gera, voglio ricordare quanto noi nipoti ne fossimo terrorizzati, tanto da chiamarla “signora nonna”… Per molti anni ammetto di aver pensato che Gera fosse il diminutivo di “Megera”… “Tu non conosci la vergogna, brava. Non devi mai vergognarti di te, mai”. Da allora ci riconoscemmo e, anche se per poco, divenimmo alleate.

Regali azzeccati. Una amica indimenticabile mi diede un consiglio geniale per arrivare in una casa popolata da molti bambini: scatole di cerotti. I bambini adorano giocare con i cerotti.

Doni nuziali. Matrimoni, che palle. Mai faccio doni per il matrimonio il giorno stesso del matrimonio… Non dimenticate di festeggiare i divorzi. Per lei, del make-up di qualità per rimettersi sul mercato. Per lui, un paio di calzini per camminare da solo.

Mio marito. Hervé si ammalò, il male che aveva lo divorò velocemente. Quei giorni furono assurdamente bellissimi. Eravamo uno. Di più non so dire di quel tempo insieme. So solo che Monsieur Foer è il mio uomo, il mio amore… “Sei il mio amore, Drusilla, e sei forte. Non piangere, io non muoio. Me ne vado come una farfalla”.

Turismo per caso. Il primo giorno a Madrid (con l’amica Sara, ndr) facemmo l’ennesimo giro al Prado… Dopo la cultura, servono cibo o sesso. Andammo a cena in un ristorante simpaticamente lussuoso, dove trovammo entrambi.

Amici d’infanzia. Quanto amavo le mie tende. Fin quando ho potuto, le ho portate con me nei miei molti traslochi, che si inginocchiassero o no. Il colore di fondo era il burro ed era abitato da decine di papaveri rossi in posizioni diverse. Erano i miei compagni di stanza. Li conoscevo tutti, tanto da aver dato ad alcuni di loro un nome: Spampano il più grosso, Rubizzo il più simpatico, Svirgolo il più dinamico e Clementino il più timido, Joséphine il più sculettante perché mi ricordava Joséphine Baker nel celebre numero del gonnellino di banane.

Nomignoli. La “Stambecca”, così mi chiamavano per la mia magrezza.

Basta che brilli. I gioielli sono sempre belli, anche quando sono brutti.

Sì, viaggiare. I taxi sono il mio fetish. E con essi i tassisti. I tassisti, visti dal posto dietro a destra, mi piacciono quasi tutti.

La mano di Dio vale l’Oscar

Oscar, Paolo Sorrentino c’è. È stata la mano di Dio entra nella cinquina per il miglior film internazionale, ex straniero, dei 94esimi Academy Awards: “Per me è già una grande vittoria”. Un traguardo che il cinema italiano non centrava da otto, lunghissimi anni: nel 2014 l’impresa riuscì allo stesso Sorrentino con La grande bellezza, che poi avrebbe conquistato la statuetta. Il bis sarà difficilissimo, ma la vittoria sta davvero nell’essere arrivati fin qua: “È un riconoscimento alle cose in cui credo: l’ironia, la libertà, la tolleranza, il dolore, la spensieratezza, la volontà, il futuro, Napoli e mia madre”. Un risultato che confermando la dimensione internazionale del regista, e il portafogli di Netflix per la campagna promozionale ha aiutato, ribadisce al contempo come il cinema nazionale abbia, e ormai da un decennio, un uomo solo al comando, ovvero il nulla – o quasi – dietro. Paolo è misericordioso: “È un caso che sia io a succedermi, non è vero non ci fossero film italiani altrettanto buoni, purtroppo è un gioco e capita di perdere la partita all’ultimo minuto”. Eppure, era stata profetica la sua opera prima del 2001: L’uomo in più, sempre ambientata a Napoli, sempre con Toni Servillo. Dichiarazione d’intenti ieri, carta d’identità – pardon, passaporto – oggi. Le probabilità che il prossimo 27 marzo possa alzare l’Oscar a Los Angeles non sono tante, servirà la mano di Dio, un “re del cinema come Robert De Niro” per fan dichiarato e il sinistro di Maradona, evocato in un post su Instagram.

Nomination alla mano, tre concorrenti sono però più attrezzati. Drive My Car del giapponese Ryûsuke Hamaguchi rischia addirittura di replicare l’exploit di Parasite del coreano Bong Joon-ho nel 2020: è candidato pure quale miglior film, regia e sceneggiatura non originale, da Murakami, e per lo stesso Sorrentino è “il favorito, inutile fare finta di niente, ma mi trovo a mio agio a partire dalla panchina”.

Anch’esso battezzato al festival di Cannes, The Worst Person in the World del norvegese Joachim Trier ottiene una seconda nomination per lo script originale. Una minaccia ancor più temibile viene da Flee del danese Jonas Poher Rasmussen che, gareggiando anche tra animazioni e documentari, centra un triplete inedito. Il quinto del lotto, a sorpresa, è la proposta del Bhutan (siamo in Himalaya), Lunana: A Yak in the Classroom, che fa fuori il più accreditato A Hero dell’iraniano Asghar Farhadi.

Ma gioiamo del nostro: l’orgoglio patrio è corroborato da Massimo Cantini Parrini, che conquista la seconda nomination in carriera per i costumi, a quattro mani con Jacqueline Durran, di Cyrano, e da Enrico Casarosa, che corre tra le animazioni con il Disney-Pixar Luca, nonché da Elena Ferrante, materia prima di The Lost Daughter di Maggie Gyllenhaal, che oltre alla sceneggiatura adattata trova gloria con le attrici Olivia Colman e Jessie Buckley.

Dopo l’exploit di Nomadland di Chloé Zhao del 2021, alla Notte degli Oscar potrebbe primeggiare un altro film diretto da una regista: The Power of the Dog di Jane Campion, che diventa la prima donna a essere nominata due volte quale Best Director, guida con dodici candidature, tra cui quelle dell’attore protagonista Benedict Cumberbatch e dei non protagonisti Kodi Smit-McPhee, Jesse Plemons e Kirsten Dunst. Questo western eterodosso ha vinto il Leone d’Argento per la regia (Sorrentino l’altro, il Gran Premio), e la Mostra di Venezia può fregiarsi anche del vicecampione di candidature (dieci), Dune di Denis Villeneuve. Il potere del cane attizza massimamente gli ardori di Netflix, ancora digiuna di un Best Picture. Sarà Mrs. Campion o Don’t Look Up, l’apocalittica commedia di Adam McKay (quattro statuette potenziali, ma nulla per Leo DiCaprio e Jennifer Lawrence), a soddisfare finalmente il servizio streaming? Tra i dieci titoli in lizza per la statuetta più ambita, gli streamer battono un altro colpo con Coda (I segni del cuore, ndr), il primo targato Apple e il primo con un cast prevalentemente composto da non udenti nel novero, mentre sul terzo gradino del podio potenziale troviamo ex aequo Belfast, il memoir di Kenneth Branagh, e West Side Story, il remake di Steven Spielberg. Piangono miseria, viceversa, blockbuster del calibro di Spider-Man: No Way Home, che a fronte di un miliardo e 775 milioni di dollari incassati nel mondo deve accontentarsi della sola candidatura per gli effetti visivi, e il Bond movie No Time to Die, fermo a tre (effetti visivi, suono e la canzone di Billie Eilish). Ma forse chi sta peggio è Lady Gaga, clamorosamente esclusa dalle migliori protagoniste per la Patrizia Reggiani di House of Gucci.

Johnson, rimpasto di governo con i fedelissimi della Brexit

Attaccato dal suo stesso partito conservatore per le feste del 2020 in pieno lockdown a Donwing Street, alla faccia di chi invece non poteva neppure andare al funerale dei parenti, il premier Johnson ha avviato il rimpasto di governo con i “duri e puri” della Brexit che dovrebbero proteggerlo da quella parte dei Tories che non lo vogliono più alla guida del governo. Tra questi fedelissimi c’è Rees-Mogg, nominato membro del Consiglio di Gabinetto e titolare del neonato ministero per le Opportunità della Brexit e l’Efficienza del governo. Chris Heaton-Harris ha ricevuto l’incarico di ministro-capogruppo responsabile in aula della maggioranza, un tentativo di mettere in riga quella parte di aula che ormai detesta Johnson. Infine, il premier ha scelto il giornalista Guto Harri come nuovo esperto per ripulire la sua immagine di leader azzoppato dalle polemiche.

Mosca frena Macron: “Zero accordi”

Il tavolo al quale il presidente francese Macron si è seduto ieri per dibattere i dettagli della tregua con la Russia con l’omologo ucraino Zelensky era molto meno imponente di quello immortalato dai fotografi quando due giorni fa, a Mosca, ha incontrato Putin. Il capo della Federazione, ha detto Macron agli uomini di Kiev, gli ha assicurato personalmente che non intende peggiorare il conflitto, ma favorire la de-escalation delle tensioni. Lo scopo del francese era “congelare il gioco”, ravvivare gli accordi siglati a Minsk nel 2015 e cercare di tracciare una linea di contatto tra i due Stati ex sovietici prossimi alla guerra: al più debole dei due ha promesso aiuti per ricostruire le infrastrutture dell’est, in Donbas, e oltre un miliardo di aiuti economici. “Non mi fido delle parole, ma dei fatti concreti”: con uno scetticismo che rispecchia quello della sua amministrazione e parte del suo popolo, il presidente ucraino, durante la conferenza seguita all’incontro, si è anche rivolto, in lingua russa, direttamente all’uomo forte di Mosca. Putin non gli ha risposto, ma il Cremlino si è visto comunque costretto a rettificare quanto detto da Macron, che ha dichiarato che gli è stato promesso che “non ci sarà alcuna base militare permanente russa al confine bielorusso”, dove il contingente di Mosca è impegnato in esercitazioni congiunte con i soldati del presidente Lukashenko. Il portavoce del leader russo, Dmitry Peskov, ha ribadito che far tornare le truppe a casa dalla tundra bielorussa era già in programma, che la Federazione non ha ancora ottenuto dalla Nato le rassicurazioni necessarie sulla sua sicurezza – ovvero che Kiev non entri mai a far parte dell’Alleanza – e che “Mosca e Parigi non hanno raggiunto alcun accordo di de-escalation” per la questione ucraina.

La Nato intanto non conta solo le truppe russe al confine e i caccia in volo. Ci sono anche le tre navi militari di Putin che oggi attraversano il Bosforo per raggiungere il Mar Nero: sono la Korolev, la Minsk e la Kaliningrad, che verranno seguite domani da altre tre unità anfibie russe, nell’ambito delle esercitazioni militari che Mosca ha annunciato un mese fa, non solo nel Mediterraneo, ma anche tra le onde dell’Oceano Pacifico e Atlantico. L’Alleanza fa lo stesso e rimpolpa i suoi muscoli al fianco est della Nato: ieri cento militari Usa sono arrivati in Romania, ma presto diventeranno mille per proteggere il lato est da una eventuale invasione russa che sempre in meno credono imminente. Berlino e Londra intanto continuano a minacciare sanzioni se la Russia deciderà di attaccare.