I conti, i bonifici, e le nomine: tutto porta al tesoriere

È stato lui a scegliere i vecchi compagni di università, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, come direttori amministrativi dei gruppi Lega alla Camera e al Senato. Lui a farli nominare al vertice di alcune società del Carroccio, come la holding immobiliare Pontida Fin e Radio Padania, e di altre partecipate pubbliche tra cui, appunto, la Lombardia Film Commission. Ma soprattutto, è sotto la sua direzione finanziaria che i due commercialisti finiti agli arresti con l’accusa di essersi intascati almeno 200mila euro di soldi dei cittadini sono entrati tra i grandi fornitori privati del partito. Anzi, dei partiti: della Lega Nord e della Lega Salvini Premier. Dall’inchiesta del procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi, che indagano sulla compravendita immobiliare effettuata dalla Lombardia Film Commission, emerge un dato che va oltre la storia dell’immobile di Cormano (Milano). Oltre 600mila euro che mettono in collegamento diretto il duo Di Rubba-Manzoni, i 49 milioni della truffa ai danni dello Stato e lui, Giulio Centemero, tesoriere della Lega da quando Matteo Salvini ne è diventato il segretario, suo storico assistente all’Europarlamento, oggi deputato di Lega Salvini Premier.

Che c’entra Centemero con la storia della Lombardia Film Commission? Niente, al momento. Non risulta indagato e il suo nome appare solo incidentalmente negli atti finora depositati . Ieri Il Fatto ha scritto di un suo conto corrente aperto nella filiale di Ubi Banca a Seriate, quella attraverso cui negli ultimi anni sarebbero transitati parecchi dei soldi del partito e della Lombardia Film Commission, con la complicità di un direttore di banca (Marco Ghilardi) che ha più volte dimenticato di segnalare all’antiriciclaggio operazioni sospette. Come i soldi bonificati dalla Sdc Srl sul conto personale di Centemero, appunto.

Negli atti ci sono però altri particolari sul tesoriere leghista. Ad esempio, la Guardia di Finanza di Milano ha scoperto che la sua società, la Mdr Stp Srl – di cui Centemero condivide la proprietà con i soliti Di Rubba, Manzoni e con il senatore salviniano Stefano Borghesi – ha tenuto la contabilità di due imprese finite nelle indagini: la Sdc, la stessa citata dall’ex direttore della filiale Ubi di Seriate, e la Eco Srl. Due aziende che, secondo gli inquirenti, sono servite per veicolare gli 800 mila euro pubblici nelle casse private di Manzoni, Di Rubba, Barachetti e gli azionisti (ancora anonimi) della panamense Gleason Sa. Insomma, sotto gli occhi della società di Centemero sono passati i soldi della Lombardia Film Commission, o almeno questo si deduce dalle carte. Più rilevanti, se possibile, sembrano essere i 600 mila euro pagati dalla Lega alla Dea Consulting Srl, la società che all’epoca era di Manzoni e Di Rubba. Sono questi a collegare il tesoriere leghista ai 49 milioni di euro spariti. “Dal 2015 al 2018”, scrivono i finanzieri, “sul conto di Dea Consulting Srl si registrano i seguenti accrediti: 417.434 euro da Lega Nord, 74.360 da Lega Salvini Premier, 60.721 da Pontida Fin, 57.334 da Lega Nord-Lega Lombarda”. Che c’è di strano? Che in quegli anni era in corso a Genova il processo per la truffa dei 49 milioni di euro, e quando è arrivata la sentenza di sequestro sui conti della Lega Nord i finanzieri del capoluogo ligure hanno trovato solo 3 milioni. Gli altri? Spesi per attività politica, ha sempre sostenuto Centemero. Quello che potrebbe essere interessante per gli inquirenti, ora, è scoprire per quale motivo la Lega Nord, in quegli anni rappresentata legalmente da Centemero, ha pagato 417.434 euro alla Dea Consulting dei suoi amici Di Rubba e Manzoni. Che servizio può aver fornito al Carroccio un piccolo studio di commercialisti per incassare quasi mezzo milione di euro in tre anni? Centemero finora non l’ha spiegato. Nel frattempo, però, i soldi che dovevano tornare allo Stato non ci sono più.

Lega, la rete dei soldi e i 18 milioni al notaio

Un notaio con studio a Milano e un elettricista di Casnigo in provincia di Bergamo. Strano testacoda che però, stando agli atti della Procura di Milano, potrebbe mettere assieme vecchia e nuova Lega, quella dei 49 milioni svaniti nel nulla e quella dei commercialisti amici di Salvini. Ripartiamo dal primo. Da Mauro Grandi, notaio (non indagato) che ha seguito l’affare Film Commission orchestrato dai professionisti del Carroccio, Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba. Nel 2018 i movimenti del suo conto finiscono nel mirino dell’Antiriciclaggio della Banca d’Italia. Motivo: oltre 18 milioni ricevuti con bonifici dallo studio di Angelo Busani che, non indagato, viene citato nell’inchiesta calabrese Breakfast. Il suo nome, scrive l’Antiriciclaggio citando un articolo del Fatto, è collegato a una intercettazione della Dia con l’avvocato Domenico Aiello, già difensore dell’ex governatore Bobo Maroni. I due, si comprende dai brogliacci, discutono della Lega e del rischio di sequestri legato all’inchiesta della Procura di Genova sui 49 milioni di rimborsi spariti. Busani, sta agli atti calabresi, propone una modalità finanziaria. Dice: “La bontà è che i soldi non sono più sul conto della Lega”. Busani non sarà mai indagato. L’indagine riguarderà anche l’ex tesoriere del partito Francesco Belsito. Ma anche per lui non vi saranno conseguenze giudiziarie. Ciò che allerta la Banca d’Italia è però la data del bonifico: il 5 luglio 2018, epoca in cui l’affare Film Commission finito nel mirino della Procura di Milano è in pieno svolgimento. Lo stesso giorno, dal conto di Grandi i 18 milioni ripartono. Buona parte finisce alla Bailican ltd del vice primo ministro ucraino Tigipko Sergey. Il resto va alla Merchant Trust. La traccia leghista è però già svanita. Secondo la Uif, Busani ha partecipazioni in vari trust e nella Credit Suisse servizi fiduciaria. Bonifici milionari, ma anche fatture scadute.

Il bancario: “I finanzieri le fanno un paiolo così”

L’inchiesta milanese sui presunti fondi neri della Lega è varia. Il telefono squilla. Risponde un funzionario della filiale Ubi di Seriate. Dall’altro capo c’è Francesco Barachetti, imprenditore di Casnigo già ex consigliere comunale con una condanna in Appello per spaccio, molto vicino al partito di Matteo Salvini e oggi accusato di peculato nell’inchiesta sull’affare Film Commission e su i presunti fondi neri. Dalle informative della Guardia di finanza e dalle segnalazioni dell’Antiriciclaggio, Barachetti emerge come uno snodo principale dei flussi di denaro triangolati tra le casse del partito e la galassia societaria dei commercialisti Alberto Di Rubba, Andrea Manzoni e Michele Scillieri, tutti finiti ai domiciliari la scorsa settimana. Il tema della telefonata è una fattura emessa dalla società di impianti elettrici di Barachetti. L’imprenditore insiste, si arrabbia, fino a che il funzionario sbotta. “Io – dice il bancario – non tarocco i numeri. Siamo una banca non un ente di beneficenza. Mi auguro di non vedere tutti quei tramini che c’erano dietro ai bilanci, lei non ha idea dei rischi operativi che si sta tirando addosso, un giorno arriveranno quelli vestiti in grigio con la fiammella o qualcuno dell’Antiriciclaggio e le faranno un paiolo che non finisce più”. Barachetti se ne lamenta con l’amico e vicino di casa Di Rubba (entrambi vivono a Casnigo) che però minimizza. A lui la Guardia di finanza di Milano dedica un’intera annotazione che spiega i suoi collegamenti con il partito. Lo specchietto delle entrate nelle casse della sua società è impressionante. In pochi anni dalla galassia del partito Lega, prima e durante la direzione di Salvini, arriva un fiume di denaro. Pontida Fin, la società che ha in corpo il patrimonio immobiliare del Carroccio, è tra i maggiori clienti di Barachetti. In appena quattro anni versa un milione di euro all’elettricista di Casnigo. Alla voce entrate per il 2016, ad esempio, ci sono 30mila euro da Radio Padania e 20mila euro da Andrea Manzoni. Nel 2018 la Lega per l’indipendenza della Padania gli versa 325mila euro. Nel 2019, 212mila euro arrivano dalla Lega per Salvini premier. Nello stesso anno riceve denaro anche dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli per 75mila euro. Nel 2017, è invece il tesoriere della Lega Giulio Centemero a bonificargli 80mila euro.

L’elettricista: 2 milioni e rapporti con i vertici

Risultato: in quattro anni, che comprendono anche il presunto svuotamento dei 49 milioni dalle casse del Carroccio, Barachetti incassa oltre 2 milioni di euro dai leghisti. Che si serviranno di lui per triangolare il denaro pubblico frutto della vendita dell’immobile di Cormano alla Lombardia Film Commission. Anche qua Barachetti incassa circa 200mila euro, e altri 70mila li prende sempre da Film Commission nel 2019. I rapporti sono stretti, con i commercialisti e con i vertici del partito. Dice Barachetti a Di Rubba: “Nove e mezza sono da Calderoli su in città alta e poi scendo”. Contatti e denaro. Troppi soldi anche per gli istituti di credito che gli chiedono di non “mettere assolutamente nulla della Lega”, come gli ricorda la moglie. Al che Barachetti risponde: “Li vedono uscire che vanno sulla banca (…) perché loro hanno un conto della Lega”. Lo stesso Barachetti sarà oggetto di una segnalazione Uif dalla quale emerge come molti destinatari dei suoi bonifici siano legati alla rete dei commercialisti. Dalle note di Bankitalia emerge poi una segnalazione a carico della Lega per “una operatività anomala” anche “con fondi da persone fisiche ideologicamente legate alla Lega a titolo di sostegno per importi non adeguati al profilo economico delle stesse”. Inoltre “si rilevano pagamenti di fatture con cifra tonda a fornitori” del partito. Aumentano i movimenti sul conto del partito amministrato dal tesoriere Giulio Centemero, dai 2,4 milioni in entrata del 2018 ai 5,8 nel 2019. I legami sono stretti e “se Manzoni ordina – annota la Finanza – Barachetti esegue”. Tanto da progettare di entrare nell’affare Covid, su indicazione di Manzoni. Rapporti societari emergono anche con il commercialista Michele Scillieri che nel gennaio scorso deve affrontare un grave problema: la scoperta da parte della moglie di un secondo telefono per le comunicazioni riservate con Manzoni. Lo sfogo della donna è quasi brutale: “Ti sei messo tu nel fango con questi vomiti della società e hai perso la famiglia in nome loro, sarai contento!”.

Borsa, la guerra che imbarazza il governo

La vendita di Borsa Italiana si sta trasformando in uno scontro finanziario che può mettere in serio imbarazzo il governo. Da un lato c’è il ministero dell’Economia, che parteggia per una delle cordate e vi partecipa per il tramite della Cassa Depositi e Prestiti, dall’altra ci sono gli interessi degli inglesi del London Stock Exchange (Lse) di monetizzare la vendita della società che gestisce il mercato finanziario italiano. I due interessi si stanno già scontrando, visto che uno dei contendenti, gli svizzeri di Six, offre più degli altri, governo italiano compreso. Come noto, Lse è costretta a vendere Piazza Affari (acquisita nel 2007) perché glielo impone l’Antitrust Ue per autorizzare l’acquisizione da 27 miliardi di dollari del colosso dei dati Refinitiv.

Al gruppo londinese ieri sono arrivate le offerte degli svizzeri di Six – gestori della Borsa di Zurigo e della Borsa di Madrid –, dei tedeschi di Deutsche Borse e della cordata franco-italiana composta da Euronext (Parigi, Amsterdam, Lisbona etc.), Cdp e Intesa Sanpaolo. Il governo, ça va sans dire, vuole che a vincere sia quest’ultima, e si è dotato della possibilità di interdire i rivali con il golden power, i poteri speciali che permettono di bloccare operazioni su società strategiche. Nei giorni scorsi, il ministro Roberto Gualtieri ha incontrato l’ad di Euronext, Stephane Boujnah e minacciato di usare il golden power contro i candidati che non sono nella zona euro, cioè Six.

Il motivo è presto detto. Le tre offerte si basano su una valutazione di Borsa Italiana tra i 3,5 e i 4 miliardi, quella degli svizzeri è nella parte alta. Ieri la Reuters ha rivelato che “l’offerta” di Six è in vantaggio, notizia che può essere arrivata solo da fonti vicine agli inglesi. Magari è un caso, ma da giorni i media finanziari britannici, dall’agenzia di stampa al Financial Times attaccano il governo italiano accusandolo di interferire nel doppio ruolo di attore in campo (attraverso l’offerta Cdp-Euronext) e di arbitro, prima ancora di aver analizzato le offerte. È chiaro che Lse vuole vendere al miglior offerente (Deutsche Borse è penalizzata dall’assenza di coperture politiche). Rumors raccontano anche di una chiamata tra il ministro italiano e l’omologo svizzero. Il Tesoro non commenta, ma ieri il titolo Euronext è crollato del 3,44%.

Tutta l’operazione però avviene a livelli informali e per questo da ieri si è aperto anche un fronte parlamentare. Fratelli d’Italia ha infatti depositato una mozione alla Camera per impegnare il governo a riferire in aula su come ha deciso di far intervenire Cdp “prima ancora di avere una seppur vaga nozione dei contenuti delle altre offerte”. “Il governo si è sbilanciato per la cordata francese in modo assolutamente pregiudiziale – spiega Andrea Augello (Fdi) – Il provvisorio vantaggio di Six mette in ridicolo l’intera strategia, il ministro deve venire a spiegare”.

Borsa è considerata “strategica” soprattutto perché in pancia ha Mts, che gestisce il mercato dei titoli di Stato dove si negozia il debito italiano. Stando a quanto filtra, negli accordi tra Roma e Parigi, Cdp dovrebbe acquisire una quota analoga alla Caisse des dépôts francese in Euronext (l’8%) e a lei spetterebbe il presidente e un membro del consiglio di sorveglianza e due membri nel cda, oltre al management di Borsa. Ci sarebbero anche impegni a mantenere la piattaforma di negoziazione di Mts (quella della Borsa è di Lse e non è chiaro se cederà anche quella).

“Ora il Reddito universale: basta sussidi condizionati”

Economista britannico, docente all’Università Soas di Londra, Guy Standing è una delle voci più autorevoli sul Reddito universale di base e un nemico dichiarato della precarizzazione del lavoro, anzi della vita.

Cosa pensa della crisi da Covid e delle politiche del governo italiano?

La pandemia ha innescato la recessione, non l’ha causata. È come l’assassinio dell’Arciduca nel 1914, che fu solo la miccia della Prima guerra mondiale. La globalizzazione ha creato un capitalismo dei rentier, dove una parte sempre maggiore del reddito va a chi detiene la proprietà e sempre meno a chi lavora. C’è un enorme precariato che vive sull’orlo di un insostenibile debito privato. Basta avere un piccolo choc economico e milioni di persone finiscono in povertà. La reazione del governo è stata provare a preservare i lavori dei salariati. Non è stato dato supporto al reddito del precariato. Ma la resilienza di Paesi come l’Italia dipende dalla resilienza dei gruppi più deboli. Se non si dà ai membri vulnerabili della classe precaria una sicurezza di base, la pandemia continuerà, insieme all’alta disoccupazione e a una disuguaglianza sempre peggiore. Questa crisi forzerà governi, imprenditori, sindacati a cambiare le politiche nei confronti del precariato. Quelle perseguite finora hanno solo peggiorato il problema.

Cosa cambia nella sfida fra capitale e lavoro rispetto al mondo globalizzato precedente alla pandemia?

Siamo in un momento di trasformazione, che potrà dare vita o a un nuovo fascismo o a nuove politiche progressiste. La situazione può essere rappresentata da otto “giganti”: disuguaglianza, insicurezza, debito, stress, precarietà, automazione, minaccia dell’estinzione. E infine, il populismo neofascista. Siamo in una crisi esistenziale: dobbiamo costruire un nuovo sistema distributivo e un reddito di base come diritto economico per tutti. Non è una panacea, ma serve un nuovo patto sociale.

Il reddito universale è meglio di un piano di lavoro garantito? Se sì, perché?

Un piano di lavoro garantito (job guarantee) è stupido. Che genere di lavoro il signor Burocrate potrebbe garantirmi? E cosa succede se io lo rifiuto? Il job guarantee non è welfare, ma un altro tipo di workfare, perché prima o poi lo Stato dirà “o accetti il lavoro, o non prendi niente”. È la strada per un mercato del lavoro autoritario, con terribili conseguenze distributive. Invece, il reddito di base è una questione di giustizia e libertà. Sarebbe come dare a tutti un dividendo sociale. Le persone sarebbero più capaci di dire no allo sfruttamento e avrebbero una sicurezza di base. Ora però il reddito universale è anche un imperativo economico. Dobbiamo stimolare la domanda per beni e servizi di base e possiamo farlo solo se tutti godono di una certa sicurezza.

Come giudica il Reddito di cittadinanza?

Si sta muovendo nella direzione giusta. Però, non si devono avere specifici gruppi di persone come target, perché in questo modo si creano trappole di povertà. Se lo ottieni solo se sei povero, non hai incentivo a migliorare la tua condizione, perché perderesti il sussidio. Inoltre, cercare di capire i requisiti per erogare il reddito è troppo complesso. È molto meglio dare a tutti un reddito universale e poi riprenderlo dai ricchi con le tasse, per evitare che ne godano anche i vari Berlusconi.

Molto spesso in Italia si dice che il mercato del lavoro è troppo rigido. È vero?

No, almeno non più di quanto un imprenditore sia in grado di affrontare. La regolamentazione del lavoro non è un grande problema in Italia rispetto agli altri Paesi.

Un reddito di base può aumentare il potere contrattuale dei lavoratori e aiutarli a reagire alla flessibilizzazione?

Senza dubbio! Se le persone hanno una sicurezza di base, non vivono nella paura. Un reddito di base rafforzerebbe il potere contrattuale, soprattutto di donne e disabili. Aumenterebbe la loro capacità di dire no a partner, burocrati, padroni di casa e datori di lavoro oppressivi. Ma indurrebbe anche i bravi imprenditori a rispettare di più i loro lavoratori.

Cosa può fare l’Italia con i soldi del Recovery Fund?

Deve usare più soldi possibili per dare a tutti una sicurezza di base. La soluzione non sono i congedi dal lavoro o i sussidi in integrazione ai salari, che non aiutano il precariato. Bisogna rendere il sistema più equo fra lavoratori e finanza, che al momento succhia la maggior parte del reddito. O si avranno problemi economico-sociali sempre maggiori.

Le obiezioni del No

1 “Si sfascia la Costituzione del 1948”
Non è così. I Costituenti del 1948 non stabilirono un numero fisso di parlamentari, ma soltanto un criterio variabile per gli eletti in rapporto alla popolazione del momento: un deputato ogni 80mila abitanti o frazione sopra i 40mila e un senatore ogni 200mila o frazione sopra i 100mila. Nella I legislatura (1948-1953), per esempio, i deputati furono 574 e i senatori 237 mentre nella IV 596 e 246. Il numero fisso di 630 deputati e 315 senatori fu stabilito con la legge costituzionale del 9 febbraio 1963 sotto il IV governo di Amintore Fanfani che si reggeva su una maggioranza Dc-Psdi-Pri e l’appoggio esterno del Partito Socialista Italiano. Quindi i Padri costituenti non c’entrano nulla. Inoltre nel 1963 era un’altra epoca e non esistevano ancora gli altri due organi legislativi elettivi: le Regioni e il Parlamento Europeo.

 

 

2 “Saremo ultimi per numero di seggi in europa”
Il dato, estrapolato da un dossier della Camera e rilanciato da Repubblica e da Carlo Cottarelli su La Stampa, calcola che oggi l’Italia sarebbe quintultima per numero di rappresentanti ogni 100mila abitanti dei 28 Paesi Ue e domani, se vincesse il Sì, diventerebbe ultima. Ma è un palese falso: la comparazione non va fatta con Paesi che hanno un numero di abitanti molto più basso e che devono avere un numero minimo di rappresentanti (questi sono in cima alla classifica) e con Parlamenti a Camere differenziate e in parte non elettive. Il paragone ha senso tra Paesi simili per numero di abitanti e Camere elette direttamente che, pur con poteri diversi, diano la fiducia al governo. Con questi parametri, oggi l’Italia ha il più alto rapporto tra parlamentari ed eletti fra i grandi Paesi Ue (1,6 ogni 100mila abitanti) e lo manterrà dopo a pari merito con Uk (1 ogni 100mila) e davanti a Germania (0,09), Francia (0,09) e Spagna (0,8).

 

 

3 “Ci sarà meno rappresentanza”
Non è vero. Il criterio della rappresentanza dipende dalla legge elettorale con cui i cittadini scelgono gli eletti e non c’entra nulla con il numero dei parlamentari. Quanto più una legge è proporzionale e permette agli elettori di scegliere i parlamentari – con preferenze o collegi, ma senza liste bloccate – tanto più è alto il livello di rappresentanza. Se bastasse il numero dei parlamentari, potremmo dire che quello della Cina (con 3mila componenti) è il Parlamento più rappresentativo e democratico del mondo. Invece non è così: Israele e Paesi Bassi, con appena 120 e 150 eletti, hanno i Parlamenti più rappresentativi perché al loro interno sono rappresentati rispettivamente 8 e 13 partiti. Non solo: i partiti più piccoli non subiranno penalizzazioni perché già oggi esiste una soglia di sbarramento implicita – nelle regioni medio-piccole – che porta a far eleggere solo senatori di partiti medio-grandi. In base alle simulazioni dell’Istituto Cattaneo, con una legge proporzionale tutti i partiti continuerebbero a essere rappresentati.

 

 

4 “È un regalo all’antipolitica dei grillini”
Il testo è stato approvato un anno fa in ultima lettura alla Camera col 98% dei Sì. Anche ammettendo che improvvisamente tutti i partiti avessero cambiato idea soltanto per soddisfare un capriccio dei 5Stelle, resta il fatto che in passato proposte simili o identiche erano arrivate da destra e da sinistra. Nel 2008 il Pd presentò un ddl Zanda-Finocchiaro&C. uguale a quello per cui si vota oggi: 400 deputati e 200 senatori. Anche la coalizione di centrodestra, nel suo programma elettorale per le elezioni del 2018, parlava di “riduzione dei parlamentari”, e infatti Matteo Salvini, poi alleatosi col M5S nel governo Conte I, esultò alla prima approvazione in Senato con tanto di selfie sorridente: “Taglio di 345 parlamentari, fatto”. Per quanto storicamente lacerato dalle divisioni, la recente direzione del Pd ha comunque confermato il suo pieno sostegno alla riforma, approvando il Sì con 188 Sì, 18 No e 8 astenuti.

 

 

5 “Così il parlamento sarà più debole”
Molti, tra i sostenitori del No, immaginano che il Sì ci consegni un Parlamento ostaggio delle bizze di una manciata di eletti: controllandone anche soltanto quattro o cinque – dicono – una lobby o un leader di partito potrebbe tenere sotto scacco il governo o la maggioranza.
In realtà, spesso, nelle ultime legislature, si sono avute maggioranze ballerine che si sono rette su improvvisi cambi di casacca (Domenico Scilipoti & C. ai tempi di Berlusconi) o sulla difficile convivenza tra gruppi eterogenei (come nel governo Prodi del 2006). Posto che la formazione di una maggioranza più o meno ampia riguarda più la legge elettorale e i voti presi nelle urne che il numero di eletti, avere meno parlamentari potrebbe servire proprio a responsabilizzare deputati e senatori e a esercitare su di loro maggior controllo sociale per evitare ingiustificate transumanze dall’opposizione alla maggioranza (o viceversa).

 

 

6 “Serviva una riforma più ampia”
È quello che è stato fatto nel 2006 dal centrodestra e nel 2016 da Renzi&Boschi con due controriforme-monstre che miravano a stravolgere due terzi della Carta lasciando a un’unica scelta secca tra Sì e No un blocco di misure molto eterogenee imbellettate dal taglio dei parlamentari (la Renzi-Boschi andava dalla più “innocua” per la Costituzione – l’abolizione del Cnel, su cui c’era ampio consenso – alla più impattante: quella di un Senato composto da 100 membri non più eletti, ma nominati dai consigli regionali). Gli italiani bocciarono con ampio margine entrambe le controriforme extra-large. Anche per questo, l’anno scorso, il Parlamento ha preferito muoversi con modifiche chirurgiche alla Carta, promuovendo il taglio dei parlamentari e lasciando a un secondo momento l’eventualità di altre proposte che intacchino il bicameralismo perfetto o le competenze del Senato.

 

7 “Dovevano ridursi lo stipendio anziché le poltrone”
I soliti benaltristi ignorano, o fingono di ignorare, che l’una cosa non esclude l’altra: in caso di vittoria del Sì, il Fatto inizierà una campagna per promuovere anche la riduzione degli stipendi degli eletti. E i 5Stelle hanno già proposto agli altri partiti di procedere col taglio appena dopo il voto di domenica. Per farlo non servirà il lungo iter che ha accompagnato la riforma costituzionale, e neppure una legge ordinaria: basterà una delibera dell’Ufficio di presidenza di ciascuna Camera. In ogni caso, il risparmio ottenuto con la riduzione dello stipendio dei parlamentari non sarebbe certo maggiore a quello che si avrebbe col taglio di 345 eletti: oltre alle indennità, infatti, vanno considerate le spese per l’attività politica e quelle per gli staff.

 

8 “Il risparmio è un misero caffè”
Questo calcolo prende per buone le stime dell’economista Carlo Cottarelli, fautore del No al referendum, secondo cui si risparmieranno circa 300 milioni l’anno. Ma è proprio l’argomentazione che non ha senso, perché paragona le mele con le patate. La comparazione dei costi prima e dopo il taglio non va fatta con la spesa pubblica italiana nel suo complesso, ma con il totale del costo annuo del Parlamento (circa 1,5 miliardi): e qui la riduzione dei parlamentari produrrebbe un risparmio del 6-7%. Che, se imitato da tutte le Pubbliche amministrazioni, risolverebbe gran parte dei problemi della nostra finanza pubblica.
Inoltre il risparmio è una buona cosa indipendentemente dalla sua entità: anche per il segnale che dà all’opinione pubblica, riconciliando dopo anni di distacco e disaffezione il Paese legale col Paese reale.

 

 

9 “Vincono destra e presidenzialismo”
Manca la controprova. E in ogni caso questo argomento, tutto politico, non ha niente a che vedere col taglio degli eletti, che riguarda tutti gli schieramenti, non solo quello avverso alla destra. Se la destra avrà la maggioranza dipenderà dai voti che riuscirà a prendere e, casomai, dalla legge elettorale. Il presidenzialismo invece non è neppure accennato nella riforma. È un vecchio sogno del centrodestra, che ogni tanto lo ritira fuori. Il M5S lo ha sempre osteggiato e il Pd contribuì a farlo saltare quando il Pdl, che aveva la maggioranza, lo propose nel 2012. Anche gli italiani, l’ultima volta che si trovarono a votare una modifica costituzionale verso un semipresidenzialismo (quella di B. del 2006), la bocciarono al referendum. Il taglio dei parlamentari taglia i parlamentari e basta. Nessun cambiamento per la democrazia parlamentare e per i poteri di governo e Parlamento, che restano intatti: gli stessi fissati dai nostri Padri costituenti.

 

 

10 “Dovevano ridursi lo stipendio anziché le poltrone”
I soliti benaltristi ignorano, o fingono di ignorare, che l’una cosa non esclude l’altra: in caso di vittoria del Sì, il Fatto inizierà una campagna per promuovere anche la riduzione degli stipendi degli eletti. E i 5Stelle hanno già proposto agli altri partiti di procedere col taglio appena dopo il voto di domenica. Per farlo non servirà il lungo iter che ha accompagnato la riforma costituzionale, e neppure una legge ordinaria: basterà una delibera dell’Ufficio di presidenza di ciascuna Camera. In ogni caso, il risparmio ottenuto con la riduzione dello stipendio dei parlamentari non sarebbe certo maggiore a quello che si avrebbe col taglio di 345 eletti: oltre alle indennità, infatti, vanno considerate le spese per l’attività politica e quelle per gli staff.

“Parlamento più centrale col Sì al taglio degli eletti”

“Voterò Sì per rafforzare il ruolo di Camera e Senato”.

Ovvero, professor Volpi?

In Parlamento dovrebbero andare i migliori e non i nani e le ballerine. E poi questo taglio può portare a ulteriori riforme per riequilibrare i rapporti tra governo e potere legislativo ridando dignità a quest’ultimo.

Mauro Volpi, 72 anni, è il presidente del Coordinamento della Democrazia Costituzionale che riunisce i più noti giuristi di tutta Italia. Molti di loro sono per il No e Volpi ha deciso di schierarsi sul referendum sul taglio dei parlamentari: voterà convintamente Sì.

Professore, perché?

Voterò sì intanto perché non è una grande riforma costituzionale come quelle di Berlusconi e di Renzi che io ho combattuto, ma puntuale e quindi rispettosa dell’articolo 138 della Costituzione. Nel merito: non c’è dubbio che quello italiano sia un Parlamento pletorico rispetto agli altri e poi questo taglio può portare a una nuova riforma elettorale. La vittoria del No sarebbe una pietra tombale su nuove riforme.

Molti fautori del No sostengono che ci sarà un vulnus di rappresentanza. È vero?

Non credo: non è vero che un Parlamento meno numeroso sia per forza meno rappresentativo. Allora dovremmo sostenere che il Parlamento cinese sia quello più rappresentativo mentre Paesi Bassi (150 membri) e Israele (120) sono quelli che hanno meno eletti e quindi non lo siano. Ma non è così: in Olanda ci sono 13 partiti e 8 in Israele e sono i più rappresentativi al mondo.

Perché?

Perché c’è una legge elettorale proporzionale e la rappresentatività dipende da quella e dalla capacità di scegliere da parte degli elettori. Sulla disrappresentatività dei territori più piccoli va detto che i senatori rappresentano la nazione come i deputati, senza vincolo di mandato. Non si può fare il gioco delle tre carte, ovvero parlar male del vincolo di mandato del M5S e poi dire che c’è un problema di poca rappresentatività sui territori con meno senatori.

Cosa ne pensa del Brescellum?

È una buona legge elettorale perché abolisce la quota maggioritaria, il voto congiunto che obbligava l’elettore a votare per il candidato nel collegio e la sua lista ma ha un limite: ci sono ancora le liste bloccate. Il M5S si sta muovendo per far tornare le preferenze e adesso anche il Pd deve rendersi conto che in gioco c’è un tema di credibilità dei cittadini. E poi la soglia di sbarramento va portata dal 5 al 4-3%.

Quali altre riforme servono dopo?

Oltre alla legge elettorale va rivisto il bicameralismo. Io sono favorevole a un sistema monocamerale eletto con un sistema proporzionale e con una minima soglia di sbarramento. Infine ci vuole un sistema alla tedesca che preveda la sfiducia costruttiva.

Casaleggio jr. va alla guerra: “Ora fermo Rousseau”

Eccolo l’atto che certifica la guerra dentro il Movimento. Ecco Davide Casaleggio che a un soffio dalle urne per il referendum e le Regionali minaccia di fermare i motori della piattaforma web Rousseau, “di tagliare strumenti e servizi” del cuore operativo del M5S, a cui i big e quasi tutti i parlamentari vogliono sottrarre peso e risorse per toglierli a lui, all’erede di Gianroberto. Ma Casaleggio junior non ci sta, e in una email agli iscritti accusa gli eletti che “rivestono posizioni economicamente e politicamente privilegiate” di aver violato gli impegni, non versando i 30o euro mensili alla sua creatura. Uno strappo che fa infuriare tutto lo stato maggiore del M5S e il corpaccione parlamentare. Proprio nel giorno in cui il collegio dei probiviri apre la procedura disciplinare nei confronti di 30 eletti in ritardo sui pagamenti, e notifica l’espulsione a Marco Rizzone, il deputato ligure che si era avvalso del bonus di 600 euro. Ma è Casaleggio l’avversario. “Come si permette?” ringhiano nelle chat i parlamentari. Perché il manager li addita agli occhi della base. Si sente offeso, Casaleggio, umiliato dai maggiorenti che mercoledì scorso lo avevano ignorato mentre era a Roma, schivando le sue richieste di incontro, non rispondendo neppure ai suoi messaggi.

Così ieri il manager ha scritto una email a tutti gli iscritti all’Associazione Rousseau: “A causa delle protratte e gravi morosità di diversi portavoce del M5S che da troppi mesi hanno deciso di venir meno agli impegni presi, saremo costretti a ridurre progressivamente strumenti e servizi le cui spese di funzionamento non risultano più sostenibili”. Un taglio che può portare allo stop di tutte le attività e funzioni della piattaforma, sostiene. L’avviso sbattuto in faccia innanzitutto ai parlamentari che non rendicontano più da mesi, e in particolare a quelli che non versano i 300 euro mensili a Rousseau: una fronda che si dilata, con sempre più eletti che minacciano di destinare altrove quei soldi.

Da settimane Casaleggio chiedeva l’apertura di procedimenti disciplinari per gli inadempienti. Pretendeva che il collegio dei probiviri si muovesse già a inizio agosto. Ma da Roma i vertici parlamentari e i big avevano fatto muro: “Impossibile partire con i procedimenti, visti anche i numeri già risicati della maggioranza in Senato”. Casaleggio ha deglutito, mentre dal Movimento gli hanno sottoposto in via informale l’offerta di un contratto di servizio per rendere Rousseau un fornitore di servizi, esterno al M5S. Ne ha cominciato a discutere con il capo politico reggente, Vito Crimi. Ma poi ci sono stati il muro dei big, l’isolamento, e quelle voci fatte arrivare anche a Milano: “Crimi non è legittimato a discutere del contratto”. E allora Casaleggio ha rotto gli argini, senza aspettare il voto. Con un chiaro intento, mostrare agli iscritti che i parlamentari vogliono uccidere la piattaforma. “All’atto della candidatura – ricorda – i portavoce (a eccezione degli eletti nei Comuni e nei Municipi) hanno sottoscritto l’impegno di versare un piccolo contributo, circa un quarantesimo della propria retribuzione (300 euro) al fine di garantire alla comunità del M5S di dotarsi dei servizi minimi e necessari”. Rivendica: “Consentiamo a migliaia di cittadini di potersi candidare”. Come a dire che chi gli fa la guerra è nei Palazzi grazie a lui. Ma non solo: “Ci occupiamo della comunicazione del M5S”, “portiamo avanti la scuola di formazione”, ma soprattutto “provvediamo alla tutela legale del Movimento, del Garante e del capo politico”. Molto più di un dettaglio, fa notare un 5Stelle di rango, perché “le cause giudiziarie di Beppe Grillo, cioè del Garante, le seguono tutte loro”.

Provate a fare senza di noi, dice in sostanza Casaleggio. “Credo che nessuno debba essere al di sopra delle regole”, chiosa l’erede, che il cognome lo ostenta come una bandiera: “Ho promesso che avrei custodito il progetto di democrazia diretta che mio padre sognava e lo porterò avanti con tutte le mie forze”. Minaccia di vendere cara la pelle, Casaleggio. “Ha commesso un errore” sibilano i 5Stelle che stanno a Roma. Ma la guerra ora può traboccare nei tribunali, diventare affare di avvocati. Una ferita che non si potrà suturare.

I Gattopardi con Bonaccini per far fuori Zinga (e Conte)

Sostituire Giuseppe Conte alla guida del governo. L’obiettivo non è di pochi. Convergenze parallele di intenti, con interessi che si incontrano, anche se magari non si sovrappongono. L’operazione si svolge su più livelli: Stefano Bonaccini punta alla segreteria del Pd. Aprire un congresso per far fuori Nicola Zingaretti cambierebbe la strategia del Pd e l’indebolimento del governo sarebbe la prima conseguenza. Matteo Renzi vuol trovare un modo per rimettersi in gioco, dopo l’operazione fallimentare di Iv: rientrare nel Pd, oppure stabilire un’alleanza forte con il nuovo segretario sarebbe una strada da percorrere di pari passo alla creazione di un fronte moderato, ricongiungendosi con Carlo Calenda e Matteo Richetti di Azione e coagulando una parte di FI. E poi c’è Repubblica, che con la nuova proprietà degli Elkann e la nuova direzione di Maurizio Molinari, guarda più alle lobby che al tradizionale mondo di sinistra moderata.

L’occasione per un rovesciamento del quadro politico, che si porterebbe incorporata la gestione dei 209 miliardi del Recovery Fund, potrebbe arrivare da una sconfitta elettorale domenica e lunedì alle Regionali. Rafforzata, magari, dalla vittoria del No al referendum sul taglio dei parlamentari.

Ad anticipare la problematica è stato il vicesegretario, Andrea Orlando, lo scorso maggio. “Con questo governo mettiamo in circolo denaro come mai accaduto negli anni scorsi. E fa gola. Anche gli editori, diciamo non puri, sono interessati a gestire, o almeno a sfruttare, questo momento straordinario. Qualcuno potrebbe promuovere stravolgimenti nella maggioranza”, diceva Orlando. E si riferiva esplicitamente agli assetti azionari mutati nei grandi gruppi editoriali italiani, ovvero alla famiglia Agnelli/Elkann nella proprietà del gruppo Gedi, cioè dell’ex gruppo Espresso e di Repubblica. In chiusura della Festa dell’Unità di Modena, domenica, Zingaretti ha citato “i Gattopardi” pronti a mettere le mani sul Recovery Fund. Non è sfuggita nel frattempo qualche presa di posizione di Repubblica: nel bel mezzo del negoziato per ottenere i soldi europei, a luglio, il giornale titolava “Italia all’angolo”, in un momento in cui nell’angolo ci stava più l’Olanda. Poi, ha scelto di sposare il No al taglio dei seggi.

Quali sono i “Gattopardi” a cui si riferisce il segretario dem? Nel Pd si tende a identificarli con il fronte confindustriale, guidato da Bonomi. Lo stesso che in passato ha appoggiato il governo Conte e che adesso vorrebbe rovesciarlo. Si indica anche una stagione di licenziamenti che arriveranno, a cominciare dal gruppo Fiat, e che sia Repubblica, sia La Stampa (l’altro quotidiano del gruppo) dovranno avallare. Questa operazione potrebbe sfruttare la voglia di Bonaccini di partire alla conquista del Pd. L’uscita sul possibile ritorno di Renzi e di Bersani (lui la spiega per un Pd oltre il 20%) non è piaciuta a molti. In compenso ha ricevuto il plauso di Andrea Marcucci. In realtà, non ha convinto neanche i bersaniani, che non ci stanno a essere messi sullo stesso piano dei renziani. Tanto è vero che il presidente dell’Emilia-Romagna è apparso molto nervoso in questi giorni. Però, le tracce non sono così semplici e lineari: quello che viene definito l’“immobilismo” di Zingaretti non piace né dentro, né fuori il partito.

La partita è aperta. Per chi ci vede lo zampino di Confindustria, il progetto sarebbe più ampio, per una modifica totale del quadro: puntare da una parte su Bonaccini, dall’altra su Luca Zaia, governatore del Veneto, ben più moderato e convincente per alcuni mondi di Salvini. E Calenda in certi ambienti ci sta di diritto. Il disegno non è perfetto: anche i poteri forti sono ormai tutto tranne che un blocco unico. Resta poi da capire quando e con quali voti queste operazioni potrebbero portare a una nuova maggioranza. Di andare a votare senza legge elettorale non se ne parla. Torna l’idea di Mario Draghi. La maggioranza del Pd guarda a un Conte ter. Ma in politica, i cambi di scenario sono la regola.

Le ragioni del Sì

1 Il Parlamento sarà più efficiente
Durante l’Assemblea Sostituente, precisamente il 13 settembre 1946, Luigi Einaudi disse: “Quanto più è grande il numero dei componenti di un’Assemblea, tanto più essa diventa incapace ad attendere all’opera legislativa che le è demandata”.
Molti esperti, tra cui il professor Roberto Perotti e diversi costituzionalisti, sostengono che le assemblee pletoriche funzionino molto poco e male e creino troppa confusione: il taglio renderebbe più efficienti i lavori dell’aula e delle commissioni, dando per scontate le obbligatorie modifiche ai regolamenti parlamentari per adeguare Montecitorio e Palazzo Madama ai numeri stabiliti nella riforma.
I parlamentari saranno poi incentivati a lavorare più e meglio, perché la loro attività legislativa – proposte di legge, emendamenti, interventi in aula, interrogazioni – sarà più incisiva. Con meno eletti, ciascuno avrà più peso nel dibattito interno ai partiti e in quello con le altre forze politiche, essendo più difficile delegare le responsabilità sugli altri.

 

2 Il taglio è un segnale di giustizia sociale
Dopo parecchi anni di lacrime e sangue – come si diceva fino a qualche tempo fa – e di sacrifici imposti ai cittadini (tanto più con la crisi provocata dal Covid), il taglio dei parlamentari sarebbe uno dei rari casi in cui è la politica a mettersi a dieta. Un gesto simbolico, oltre che di sostanza. Non solo: da qualche tempo i partiti hanno accettato, talvolta loro malgrado, spesso su pressione o per paura del Movimento 5 Stelle, qualche taglio ai loro sprechi. Si sono tagliati i vitalizi (anche se al Senato tentano di farli rientrare dalla finestra), hanno abolito il finanziamento pubblico e infine hanno approvato la riduzione delle proprie poltrone.
Se vincesse il No, la Casta avrebbe ottimi motivi per tirare un sospiro di sollievo e considerare il risultato del referendum come un alibi per interrompere questo processo virtuoso di autoriforma contro i privilegi e gli sprechi, e magari sentirsi in diritto di riprendersi anche ciò che faticosamente era stato tagliato negli ultimi anni.

 

3 Abbiamo quasi 2mila “legislatori”: troppi
Quando la Carta entrò in vigore, nel 1948, si pensò di legare la quantità di seggi in Parlamento al numero degli abitanti, rendendo quindi variabile la composizione di Camera e Senato a seconda della popolazione. Solo nel 1963 si arrivò, attraverso una riforma costituzionale voluta dalla Dc e dai suoi alleati, all’attuale formazione di 630 deputati e 315 senatori. Ma né nel 1963 né tantomeno nel 1948 esistevano i consigli regionali e il Parlamento europeo: istituzioni legislative che garantiscono ulteriore rappresentanza politica, da una parte con un ente intermedio tra Stato e Comune e dall’altra portando i nostri interessi nell’Unione. Ma che han fatto lievitare il numero dei legislatori eletti a 1918: 945 parlamentari, 76 eurodeputati e 897 consiglieri regionali.
Per i primi consigli regionali si votò nel 1970 e per il Parlamento europeo nel 1979. Circostanze che oggi consentono di ridurre quel numero di parlamentari nazionali deciso nel 1963, in un contesto che concentrava l’intera produzione legislativa e la rappresentanza a Roma: ora le leggi si fanno anche a Bruxelles e nelle Regioni.

 

4 Si apre la strada a una nuova legge elettorale
Come sostiene la costituzionalista Lorenza Carlassare, il Sì permetterà – anzi imporrà, non foss’altro che per ridisegnare collegi più ampi – di “approvare una legge elettorale” che (si spera, e ci batteremo per questo) restituisca agli elettori il diritto e il potere di scegliersi i parlamentari. Il No invece lascerebbe intatto il numero degli eletti e dei collegi, non obbligherebbe il Parlamento a intervenire sulle regole del voto e sarebbe una pietra tombale su ogni altra riforma.
Il taglio permetterà anche di approvare correttivi già incardinati in Parlamento: il 25 settembre arriva alla Camera il “Brescellum”, un proporzionale sul modello tedesco con soglia di sbarramento al 5% e potrebbe essere l’occasione per reintrodurvi le preferenze; il 28 giungeranno a Montecitorio i due correttivi del deputato di LeU Federico Fornaro (superamento della base regionale del Senato e riduzione dei delegati regionali per eleggere il Capo dello Stato). Il Senato ha già approvato l’equiparazione dell’elettorato attivo delle Camere: i diciottenni potranno votare anche per il Senato.

 

5 Potremo controllare meglio i parlamentari
Tagliare il numero dei parlamentari – meglio se con un buon sistema di scelta – sortirà un altro effetto positivo: gli eletti, essendo stati scelti da un maggior numero di elettori, saranno più rappresentativi e autorevoli e si sentiranno anche più autonomi dal controllo dei partiti. Non solo: essendo meno numerosi (da 945 a 600), ciascuno non potrà più nascondersi dietro gli altri 944 e approfittare dell’anonimato di un’assemblea pletorica per non lavorare: gli eletti sapranno cioè di essere più riconoscibili, dunque più controllabili dall’opinione pubblica e dai cittadini.
Quindi ridurre il numero degli eletti sarà un incentivo a lavorare di più e meglio. Molti elettori oggi non conoscono nemmeno il nome dei propri rappresentanti, un po’ per l’alto numero degli eletti, un po’ perché sistemi elettorali fantasiosi hanno reso difficile risalire a quale parlamentare sia stato scelto nel proprio collegio. Se saranno in 600 sarà molto più facile tenerli d’occhio: è il valore, britannico, dell’accountability.

 

6 Il taglio c’è già: non pagare gli assenteisti
Secondo i dati Openpolis, nella scorsa legislatura “dei circa mille deputati e senatori, solo un centinaio è riuscito a influire sui lavori di Montecitorio e Palazzo Madama”. Tra il 2013 e il 2018, “il 40% dei deputati e il 30% dei senatori ha disertato più di un terzo delle votazioni”.
Nella nuova legislatura le cose non vanno molto meglio, se si pensa a record clamorosi: alla Camera è eletta la forzista Michela Vittoria Brambilla, che però in aula è stata assente quasi il 99% delle volte: ha concesso al Parlamento cinque o sei apparizioni l’anno. Così ha fatto anche Antonio Angelucci, berlusconiano e dominus della sanità laziale, che supera il 94% di assenze in aula. Al Senato invece Tommaso Cerno ha mancato l’84% dei voti e Niccolò Ghedini il 69%. Casi limite che però non sono così fuori contesto, in un’assemblea che rinuncia già di fatto a centinaia di eletti ogni legislatura. Con la riforma, almeno, smetteremo di pagar loro lo stipendio.to più facile tenerli d’occhio: è il valore, britannico, dell’accountability.

 

7 Una riforma ampiamente condivisa
Nonostante qualcuno, nelle ultime settimane, abbia associato la riforma al simbolo dell’anima “populista” e “antipolitica” del Movimento 5 Stelle (oltre che della Lega e di FdI), il taglio dei parlamentari è stato promesso per 40 anni – nella Prima e nella Seconda Repubblica a partire dalla commissione Bozzi del 1983 – da tutti i partiti e ha sempre riscosso il favore della maggioranza degli italiani, stando ai sondaggi. Centrosinistra e centrodestra hanno più volte inserito la riduzione dei parlamentari nei loro programmi elettorali, certi di solleticare i propri simpatizzanti su un tema largamente apprezzato. Nel 2008 il Pd presentò un disegno di legge identico a quello di oggi. Anche quando questa riforma è arrivata in Parlamento il consenso è stato ampio: nelle precedenti legislature e ancor più nell’attuale, quando nell’ultima lettura alla Camera il testo è stato approvato col 98% dei votanti e soltanto 14 contrari. Solo in un secondo momento alcuni ci hanno ripensato, promuovendo il referendum e iniziando la campagna per il No.

 

8 Così ci allineiamo agli altri paesi europei
Con il taglio, l’Italia si uniforma agli altri Paesi europei per i costi e i numeri del Parlamento e per le riforme in materia. In primo luogo, secondo i bilanci di previsione della Camera, il Parlamento italiano è il più caro d’Europa se paragonato agli altri Paesi omogenei al nostro: solo la Camera costa 970 milioni l’anno (16,2 euro a cittadino), contro i 970 della Germania (14,1 a cittadino), ai 517 della Francia (7,7), 226 milioni della Gran Bretagna (3,7), 85 della Spagna (1,8). Se nel conteggio aggiungiamo poi anche il Senato, elettivo solo in Italia, il costo annuale del Parlamento sale a 1,5 miliardi, pari a 25 euro per ogni contribuente.
Anche sulle riforme, l’Italia si allineerebbe agli altri Paesi che stanno approvando progetti di legge simili: la Germania vuole modificare i distretti elettorali (e quindi gli eletti del Bundestag) da 298 a 280, la Francia progetta di ridurre i rappresentanti dell’Assemblea Nazionale del 25% (da 577 a 404) e la Gran Bretagna i deputati da 659 a 600.

 

9 Si risparmia il 7% dei costi del parlamento
Il taglio di 345 parlamentari su 945 produrrà un risparmio sui conti pubblici. Le stime sono diverse: secondo l’osservatorio dei Conti Pubblici di Carlo Cottarelli, il risparmio ammonta a 57 milioni l’anno, pari a circa 300 milioni di euro per legislatura. Per Roberto Perotti, docente di Macroeconomia alla Bocconi, si risparmia circa il doppio: 100 milioni all’anno, di cui 22 per le indennità, 35 per rimborsi spese, diaria e assistenti, 20 per vitalizi e doppia pensione e altri 20 per i costi variabili, dalla pulizia dei locali alla carta prodotta per leggi, emendamenti e dossier. Con questo calcolo il risparmio arriva a quota mezzo miliardo a legislatura. Ma c’è chi, come il sottosegretario 5Stelle Riccardo Fraccaro, fa notare che le spese scenderanno ancora di più, tenendo conto dei contributi ai gruppi parlamentari.
In ogni caso, prendendo per buono il calcolo di Perotti, gli italiani risparmierebbero circa il 6-7% sui costi del Parlamento. Una cifra che, se eguagliata da tutte le altre Pubbliche amministrazioni, inciderebbe sulla spesa pubblica per svariate decine di miliardi.

 

10 Se vince il sì, possibili altre buone riforme
Il taglio del numero dei parlamentari può essere l’inizio di un percorso volto a migliorare l’efficienza del Parlamento e la selezione dei nostri rappresentanti. Per questo, in caso di vittoria del Sì, il giorno dopo il referendum Il Fatto avvierà una campagna per promuovere altre due riforme, attraverso la legge ordinaria. La prima affinché, una volta tagliate le poltrone, i parlamentari si riducano gli stipendi, adeguandoli alla media degli altri Paesi europei: oggi, infatti, i parlamentari italiani sono i più pagati al mondo. La seconda, affinchè si approfitti dei necessari correttivi imposti dal taglio alla legge elettorale (andranno anzitutto rivisti i confini di collegi e circoscrizioni, ma non solo), scrivendo una nuova legge elettorale che cancelli il peccato mortale delle ultime tre approvate da destra e sinistra (Porcellum, Italicum e Rosatellum): le liste bloccate che dal 2005 in poi hanno espropriato noi cittadini del potere di scegliere i nostri rappresentanti, consegnandolo a capipartito e capibastone.

Guida al referendum. Le ragioni del Sì, le obiezioni del No

Qual è il numero perfetto di parlamentari? La domanda se la posero già i Padri costituenti eletti nel 1946 (556 in tutto). E ovviamente risposero che il numero perfetto non esiste: si tratta di una pura convenzione che, come tale, può cambiare a seconda dei tempi e delle circostanze. L’Assemblea si divise fra chi – come i liberali Einaudi e Nitti, i repubblicani Conti e Perassi e il comunista Nobile – voleva un organo più snello, rappresentativo ed efficiente (3-400 deputati e metà senatori), e chi – come il comunista Terracini e l’indipendente Ruini – pensava che quantità fosse sinonimo di qualità. Alla fine, nella Costituzione, si decise di non fissare un numero preciso, ma un criterio elastico: un deputato ogni 80mila abitanti o frazione superiore a 40mila; un senatore ogni 200mila abitanti o frazione superiore a 100mila. Risultato: nelle prime tre legislature il numero dei parlamentari cambiò tre volte col crescere della popolazione. Nella I (1948-’53) i deputati furono 574 e i senatori 237; nella II (1953-’58) 590 e 237; nella III (1958-’63) 596 e 246. Ma ormai la democrazia era già degenerata in partitocrazia e infatti all’inizio del 1963, a pochi mesi dalle elezioni, la maggioranza del governo Fanfani IV (Dc, Psdi e Pri con l’appoggio esterno del Psi) varò una legge costituzionale che cambiava per la quarta volta il numero degli eletti, moltiplicando le poltrone ben oltre il rapporto fissato dalla Carta: 630 deputati e 315 senatori (più quelli a vita). È quella legge targata Dc, non la Costituzione, che oggi difende chi fa campagna oper il No:i Padri Costituenti non c’entrano.

Allora il potere legislativo era affidato in esclusiva al Parlamento. Poi, nel 1970, arrivarono le Regioni e in seguito il Parlamento europeo. E i nostri legislatori elettivi raddoppiarono, da quasi 945 a 1918 (945 parlamentari, 897 consiglieri regionali, 76 eurodeputati). Fu così che dagli anni 80 non i 5Stelle, ancora nel grembo di Giove, la gran parte dei partiti, dei giuristi e dell’opinione pubblica si convinsero che il Parlamento andasse sfoltito: in linea con le Camere elettive delle altre grandi democrazie, tutte meno pletoriche e costose delle nostre. La prima riforma costituzionale che invertiva la marcia rispetto alla legge del 1963 fu quella della commissione presieduta dal liberale Aldo Bozzi nel 1983: abortita in Parlamento. Poi quella della commissione De Mita-Iotti del 1993-’94: abortita in Parlamento. Poi quella della Bicamerale D’Alema del 1997-’99: abortita in Parlamento. Il gioco dei partiti era chiaro: promettere tagli alla Casta più impopolare del mondo e usarli per nascondere varie porcate; poi litigare perché c’era troppa carne al fuoco e lasciare tutto come prima, anzi peggio.

La svolta fu la terrificante Devolution di B.&Bossi, che stravolgeva oltre un terzo della Costituzione e usava il taglio degli eletti come specchietto per le allodole: approvata anzi imposta a colpi di maggioranza nel 2005, fu fortunatamente bocciata dagli elettori nel referendum del 2006. Stesso copione dieci anni dopo con la controriforma Renzi-Boschi-Verdini, che stravolgeva oltre un terzo della Costituzione e indorava la pillola col solito taglio (ma solo al Senato): imposta dal centrosinistra dopo quattro letture nel 2015, fu sacrosantamente bocciata dagli elettori nel referendum del 2016. Il messaggio del popolo italiano era chiaro: basta maxi-riforme costituzionali che costringono gli elettori a un Sì o a un No “prendere o lasciare” su norme diverse ed eterogenee; vogliamo mini-riforme “un passo alla volta”, puntuali, chirurgiche e il più possibile condivise, per correggere o aggiornare pochissimi articoli della Carta e consentire ai cittadini un voto omogeneo e consapevole. Il tutto in linea con lo spirito dell’articolo 138, che prevede modifiche limitate, non blocchi enormi e indistinti.

Così è nato in questa legislatura il ddl costituzionale “Quagliariello-Fraccaro” che recepisce i progetti gemelli dell’esponente di centrodestra e dei 5Stelle (e quello del Pd del 2008) per ridurre i parlamentari da 945 a 600 r risponde a entrambi i requisiti da tutti invocati: è puntuale (modifica i tre articoli della Carta sul numero degli eletti: 56, 57 e 59) e condiviso (grazie ai 5Stelle che l’hanno posto come condizione per il patto con la Lega e per l’alleanza col centrosinistra, è stato approvato nelle quattro letture con maggioranze del 59, 49, 57 e 88%). Siccome nella prima “seconda lettura” non si sono raggiunti i due terzi, era possibile ricorrere al referendum “confermativo” e allontanare l’amaro calice. Così FI e Lega – dopo aver approvato la riforma quattro volte su quattro – hanno raccolto le firme necessarie di 71 senatori: è per questi voltagabbana, che rappresentano appena il 7,5% dei parlamentari, che domenica e lunedì voteremo su una legge approvata da tutti e promessa da 40 anni. Se vince il No, il Parlamento ha un’ottima scusa per interrompere le autoriforme e magari riprendersi i privilegi perduti (vitalizi in primis). Se vince il Sì, si impone una nuova legge elettorale e si possono accontentare pure i benaltristi che al taglio degli eletti preferiscono quello degli stipendi.

Da lunedì, se vince il Sì, il Fatto inizierà una campagna a tappeto per adeguare gli stipendi dei parlamentari a quelli dei colleghi europei e, soprattutto, per una legge elettorale che restituisca agli elettori il potere di scegliersi i propri rappresentanti: meno numerosi, ma migliori. Come li voleva Einaudi.