Ogni mattina – scrive Lee Stringer – ci svegliamo in un “pazzo ambiente alieno”. “Di certo non è l’ambiente in cui l’uomo è stato creato”. Una nostra creatura, quindi. Creatura creatrice, visto che finisce col creare anche noi. Questa cronaca quotidiana, cioè – fatta di femminicidi, stupri, spedizioni punitive, pestaggi, bullismo e ogni sorta di violenza verbale, fisica e psicologica – è, allo stesso tempo, figlia e madre di violenza.
Per cercare di cogliere le ragioni di questo letale cortocircuito e comprendere il ruolo, tutt’altro che marginale, che la violenza occupa, in particolare, nel mondo maschile, Quello che non abbiamo ancora capito dei maschi: guida per crescere giovani uomini nel mondo di oggi (Feltrinelli, in libreria dal 17 settembre), si rivela fondamentale. Michael C. Reichert – fondatore e direttore del “Center for the Study of Boys’ and Girls’ Lives” presso l’Università della Pennsylvania e psicologo specializzato nelle problematiche di ragazzi e uomini – firma un saggio illuminante per chiunque desideri avviare una riflessione seria sul particolare rapporto che lega identità maschile e violenza. Un saggio che aiuta a maturare opinioni non di pancia su un fenomeno che segna, ignominiosamente, questi nostri anni sempre più irrazionali, rabbiosi, carichi di linguaggi e comportamenti d’odio. Testo ben scritto e, soprattutto, molto ben documentato.
Le riflessioni dell’autore non derivano unicamente dalla sua (pur significativa) esperienza personale, ma dal confronto con alcuni tra i principali esperti del settore e gli studi più aggiornati in materia. Impossibile sintetizzare in poche righe 320 pagine di analisi, senza rischiare il ridicolo. Alcuni spunti di riflessione, però, possono essere offerti. Tra i più rilevanti, il tema della centralità delle relazioni umane, che non sono “semplici aggiunte piacevoli e fortuite della vita, ma sono essenziali per il benessere”. Ogni persona “è fatta per operare all’interno di una rete di premurose relazioni umane”. Non a caso il sottotitolo dell’edizione originale del volume recita “Il potere della relazione nel costruire un uomo buono”. Se è vero, come scriveva Aldo Moro, che – anche se “il bene non fa notizia” – nella realtà c’è “il bene più del male, l’armonia più della discordia, la norma più dell’eccezione”, è pericolosamente vero che il male non solo fa notizia, ma genera altro male. Cosa che vale soprattutto per i maschi.
Al contrario di quanto crediamo, infatti, la loro maggiore aggressività non è questione di biologia ma di esperienza. Anzi: “l’esperienza è la biologia”. “Il modo in cui trattiamo i ragazzi non solo modella il loro comportamento” ma “forgia il loro cervello”, “determina chi sono e come si svilupperanno”. Sotto accusa, dunque, i (dis)valori tradizionali di una “Man box” (scatola maschile) culturalmente imposta, che costringe i ragazzi al rispetto di un “codice maschile darwiniano”. “Se vogliono essere percepiti e accettati come ‘veri maschi’”, devono maturare “autosufficienza, durezza, attrattività fisica, omofobia, ipersessualità, aggressività e autocontrollo”. Un codice dagli effetti inquietanti: negativo per lo sviluppo umano, lo sviluppo dei talenti e il benessere dei ragazzi. I giovani “rinchiusi” in quella scatola da genitori, insegnanti e figure di riferimento (ma anche dal linguaggio di media, pubblicità e videogame) “hanno maggiori probabilità di cadere nel bullismo e nelle molestie sessuali”.
Secondo Reichert – che non offre ricette ma intende stimolare una presa di coscienza – “esiste una soluzione ai problemi dei ragazzi”: affrontare la questione con coraggio, per “aprirci alle loro esperienze e cercare di costruire uno sviluppo che permetta loro di essere quello che effettivamente sono”. Reichert si dice “ottimista sul fatto che sia in corso una svolta storica. Sebbene i ragazzi continuino a essere soggetti a miti e pregiudizi radicati nel passato e i nuovi modi, più sani, di essere maschi non abbiano ancora preso il posto dei vecchi paradigmi, le contraddizioni emerse fra le realtà economiche, le dinamiche familiari e le norme tradizionali rendono inevitabile la reinvenzione dello sviluppo dei ragazzi”. “E mentre coltiviamo tutte le loro capacità, compreso il coraggio e l’integrità morale, sono convinto che quei ragazzi ci sorprenderanno con la loro reinvenzione di una virilità più adatta a questi nuovi tempi”.
Auguriamoci che abbia ragione. E che l’upgrade da maschi a uomini si compia il più presto possibile. Cronache come quella di Colleferro dicono che il tempo stringe.