Il coraggio di essere uomini veri. Guida contro gli stereotipi

Ogni mattina – scrive Lee Stringer – ci svegliamo in un “pazzo ambiente alieno”. “Di certo non è l’ambiente in cui l’uomo è stato creato”. Una nostra creatura, quindi. Creatura creatrice, visto che finisce col creare anche noi. Questa cronaca quotidiana, cioè – fatta di femminicidi, stupri, spedizioni punitive, pestaggi, bullismo e ogni sorta di violenza verbale, fisica e psicologica – è, allo stesso tempo, figlia e madre di violenza.

Per cercare di cogliere le ragioni di questo letale cortocircuito e comprendere il ruolo, tutt’altro che marginale, che la violenza occupa, in particolare, nel mondo maschile, Quello che non abbiamo ancora capito dei maschi: guida per crescere giovani uomini nel mondo di oggi (Feltrinelli, in libreria dal 17 settembre), si rivela fondamentale. Michael C. Reichert – fondatore e direttore del “Center for the Study of Boys’ and Girls’ Lives” presso l’Università della Pennsylvania e psicologo specializzato nelle problematiche di ragazzi e uomini – firma un saggio illuminante per chiunque desideri avviare una riflessione seria sul particolare rapporto che lega identità maschile e violenza. Un saggio che aiuta a maturare opinioni non di pancia su un fenomeno che segna, ignominiosamente, questi nostri anni sempre più irrazionali, rabbiosi, carichi di linguaggi e comportamenti d’odio. Testo ben scritto e, soprattutto, molto ben documentato.

Le riflessioni dell’autore non derivano unicamente dalla sua (pur significativa) esperienza personale, ma dal confronto con alcuni tra i principali esperti del settore e gli studi più aggiornati in materia. Impossibile sintetizzare in poche righe 320 pagine di analisi, senza rischiare il ridicolo. Alcuni spunti di riflessione, però, possono essere offerti. Tra i più rilevanti, il tema della centralità delle relazioni umane, che non sono “semplici aggiunte piacevoli e fortuite della vita, ma sono essenziali per il benessere”. Ogni persona “è fatta per operare all’interno di una rete di premurose relazioni umane”. Non a caso il sottotitolo dell’edizione originale del volume recita “Il potere della relazione nel costruire un uomo buono”. Se è vero, come scriveva Aldo Moro, che – anche se “il bene non fa notizia” – nella realtà c’è “il bene più del male, l’armonia più della discordia, la norma più dell’eccezione”, è pericolosamente vero che il male non solo fa notizia, ma genera altro male. Cosa che vale soprattutto per i maschi.

Al contrario di quanto crediamo, infatti, la loro maggiore aggressività non è questione di biologia ma di esperienza. Anzi: “l’esperienza è la biologia”. “Il modo in cui trattiamo i ragazzi non solo modella il loro comportamento” ma “forgia il loro cervello”, “determina chi sono e come si svilupperanno”. Sotto accusa, dunque, i (dis)valori tradizionali di una “Man box” (scatola maschile) culturalmente imposta, che costringe i ragazzi al rispetto di un “codice maschile darwiniano”. “Se vogliono essere percepiti e accettati come ‘veri maschi’”, devono maturare “autosufficienza, durezza, attrattività fisica, omofobia, ipersessualità, aggressività e autocontrollo”. Un codice dagli effetti inquietanti: negativo per lo sviluppo umano, lo sviluppo dei talenti e il benessere dei ragazzi. I giovani “rinchiusi” in quella scatola da genitori, insegnanti e figure di riferimento (ma anche dal linguaggio di media, pubblicità e videogame) “hanno maggiori probabilità di cadere nel bullismo e nelle molestie sessuali”.

Secondo Reichert – che non offre ricette ma intende stimolare una presa di coscienza – “esiste una soluzione ai problemi dei ragazzi”: affrontare la questione con coraggio, per “aprirci alle loro esperienze e cercare di costruire uno sviluppo che permetta loro di essere quello che effettivamente sono”. Reichert si dice “ottimista sul fatto che sia in corso una svolta storica. Sebbene i ragazzi continuino a essere soggetti a miti e pregiudizi radicati nel passato e i nuovi modi, più sani, di essere maschi non abbiano ancora preso il posto dei vecchi paradigmi, le contraddizioni emerse fra le realtà economiche, le dinamiche familiari e le norme tradizionali rendono inevitabile la reinvenzione dello sviluppo dei ragazzi”. “E mentre coltiviamo tutte le loro capacità, compreso il coraggio e l’integrità morale, sono convinto che quei ragazzi ci sorprenderanno con la loro reinvenzione di una virilità più adatta a questi nuovi tempi”.

Auguriamoci che abbia ragione. E che l’upgrade da maschi a uomini si compia il più presto possibile. Cronache come quella di Colleferro dicono che il tempo stringe.

Tennis, addio al salotto vip. 90 anni e niente candeline

È una festa di compleanno, ma senza invitati: 90 anni di storia e nessuno a spegnere le candeline. Il salotto del tennis mondiale assomiglia più ad un’infermeria: ambienti sterili, giornalisti pochi e confinati, addetti ai lavori bardati di mascherine, varchi, misuratori di temperatura e controlli ovunque. La Casa delle armi, gioiello di architettura, riadibita a centro tamponi, con la collaborazione del Policlinico Gemelli. Sul Pietrangeli, il campo più suggestivo al mondo, il sole rimbalza sugli spalti vuoti e sul marmo accecante. Lo Stadio Centrale, che è molto meno bello e più grande, spettrale. Non è quasi più il Foro Italico, è una bolla. Covid. Nessuno entra, quasi nessuno esce: i giocatori si allenano, passeggiano, giocano, a volte anche sorridono, un po’ straniti e un po’ contenti, come bimbi in un parco giochi chiuso, tutto per loro. Gli organizzatori li guardano soddisfatti (essere qui è comunque un’impresa), ma poi si ricordano di tutti i soldi persi e tornano a sospirare. Benvenuti agli Internazionali di Roma, il meglio del tennis che ci sia, ai tempi del Coronavirus.

Da oggi fino a lunedì prossimo si gioca il torneo che nella Capitale non è solo un evento sportivo ma uno status symbol. Dimenticatevi il passato, quando politici, imprenditori, magistrati, calciatori, soubrette si pavoneggiavano in tribuna, rigorosamente gratis. L’anno scorso sui mitologici biglietti omaggio, 4mila tagliandi dal valore di 200mila euro, si era scatenata una lite furibonda fra Angelo Binaghi, presidente della FederTennis che il torneo lo organizza, e Giovanni Malagò, socio istituzionale con la fu Coni Servizi, che a causa della riforma del governo gialloverde aveva perso potere e – tragedia! – pure i ticket.

Quest’anno niente ingressi omaggio, proprio niente pubblico. Si gioca a settembre visto che la tradizionale collocazione in primavera è saltata per il Coronavirus. Binaghi – appena rieletto da candidato unico a capo del tennis italiano, che governa da vent’anni un po’ come manager illuminato, un po’ come patriarca medievale – poteva rinunciare, come hanno fatto tanti altri tornei in giro per il mondo: lui, sardo cocciuto, non la dà vinta nemmeno a un’epidemia planetaria. Ha riprogrammato come nulla fosse il torneo per l’autunno, convinto di organizzarlo comunque, facendo tornare il pubblico e quadrare i conti. Ci è riuscito in parte.

Non per il ritorno sul campo di Nadal, il riscatto di Djokovic dopo la sceneggiata agli Us Open, o la miglior generazione azzurra dai tempi dei moschettieri della Davis, la 90esima edizione fa parlare e sparlare per la solita querelle, sanitaria e ormai politica. Stadi pieni o porte chiuse, aperturisti vs rigoristi, in questo caso Binaghi (simpatie grilline: ha voluto in consiglio federale la sindaca Appendino) contro il governatore e segretario Pd Zingaretti, che ha detto no al pubblico, in qualsiasi forma. La Federazione proponeva di dividere il parco in tre mini-siti indipendenti fra loro, in cui far entrare mille persone ciascuno, cifra consentita dal Dpcm in vigore. L’11 agosto ha inviato il protocollo alla Regione, che per una settimana nemmeno lo ha aperto (tanto da dover chiedere di rimandare i file scaduti). Quando a fine mese è arrivata la risposta, negativa come il parere del Cts, era tardi per piani di riserva.

Non è solo cornice: il Foro senza pubblico perde anima, ma gli organizzatori perdono milioni. Le porte chiuse significano 30-40 mila biglietti già venduti da rimborsare a tifosi imbufaliti, lasciati fino all’ultimo a bagnomaria. Saranno risarciti per la loro pazienza: riceveranno un “super voucher” maggiorato del 25% e spendibile in due anni su tutti i tornei nazionali (quindi anche Atp Finals a Torino o Next Gen a Milano); chi non lo vorrà, riavrà i soldi (anche se il presidente dice che manca la “copertura economica”: un modo elegante per battere cassa al governo).

Nei conti si è aperta una voragine. Nel 2019 gli Internazionali avevano fatto segnare 34 milioni di fatturato e 9 di utile. Nel 2020 con il Covid (e senza pubblico) i ricavi sono crollati del 75% e il bilancio chiuderà in rosso di quasi 5 milioni. Ci perdono tutti: la Federazione (che ha svariati milioni di patrimonio accumulato negli anni, sopravviverà); lo Stato, visto che nel comitato c’è anche Sport e Salute, partecipata pubblica. Persino i giocatori, col montepremi tagliato del 40%.

Se non fosse per il Covid, l’assenza di pubblico, il buco nei conti, la tensione politica, l’atmosfera depressa, sarebbe un’edizione grandi firme. Ci saranno quasi tutti: Djokovic e Nadal, 19 dei primi 20 del ranking (manca solo Federer), Berrettini, Fognini, Sinner e gli altri azzurri. Quasi meglio degli Us Open. Dopo mesi di stop, il circuito ha bisogno di tennis e di tornei, Roma è uno dei pochi rimasti in piedi. A caro prezzo, ma l’ostinazione della Federazione è anche una mossa politica, per acquisire crediti a livello mondiale (e magari ottenere l’upgrade degli Internazionali a “mini-Slam”, 5 giorni in più di durata dal 2022). Dopo il primo vinto sull’organizzazione e il secondo perso sul pubblico, il terzo e decisivo set almeno si gioca sul campo.

Patrimonio artistico a rischio sismico, ma la politica dorme

“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. Il secondo comma dell’articolo 9, uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione, dovrebbe significare, prima di tutto, prevenzione sismica. Perché se c’è una cosa capace di cancellare in un colpo solo paesaggio e patrimonio, anzi pietre e popolo, ebbene quella cosa è il terremoto. Ma, ad oggi, su questo fronte cruciale abbiamo solo due certezze: “I terremoti che colpiranno il nostro Paese nei prossimi decenni avranno il medesimo impatto distruttivo di quelli del passato; non esiste oggi in Italia alcun programma coordinato che possa ridurre in modo significativo l’attuale livello di rischio sismico”. In altre parole, siamo qua, inerti ed inermi, ad aspettare che un altro disastro abbia luogo: dopo che, nei primi vent’anni di questo secolo, i terremoti hanno già inflitto all’Italia 650 morti, 60 miliardi di danni economici e un incalcolabile danno culturale e sociale. Le parole che esprimono le due drammatiche certezze di cui sopra sono tratte dal “Manifesto per una strategia nazionale di riduzione dell’impatto dei terremoti sulle popolazioni esposte a maggior rischio, dopo cent’anni di fallimenti”; un lucidissimo testo presentato nel 2019 da nove personalità del mondo della geologia, della sismologia storica, della geofisica, dell’ingegneria, del diritto.

Allora, il Presidente della Repubblica (come recita una nota del Segretariato generale del Quirinale) “ha manifestato apprezzamento per il documento che nasce dal contributo di esperti in diversi settori ed è espressione di un patrimonio integrato di conoscenze e di uno spirito di impegno civile particolarmente significativo”.

Incoraggiati da questa alta approvazione, i firmatari hanno atteso che il governo della Repubblica ne prendesse atto, e si muovesse: invano. Anzi, è oggi evidente che non un euro del diluvio di miliardi post-Covid andrà a sostenere una vera prevenzione sismica: è terribile dirlo, ma stiamo solo aspettando di vedere a quale regione, a quale città o paese, toccherà in sorte il prossimo evento distruttivo. Così i nove promotori (Roberto De Marco, Emanuela Guidoboni, Gianluca Valensise, Teresa Crespellani, Elisa Guagenti Grandori, Vincenzo Petrini, Umberto Allegretti, Fabio Sabetta, Giovanni Manieri) sono tornati a scrivere, denunciando che “dal dibattito politico istituzionale riguardante il Recovery Plan, a partire dal Piano Colao fino agli ultimi atti del Governo, il tema della prevenzione sismica è scomparso da tutte le agende. Del rischio sismico semplicemente non si parla più, e tale cancellazione è forse il più grave tra gli effetti collaterali del bonus terremoto. Colpevolmente si è forse fatta circolare la voce che questo strumento – in grado di risolvere i problemi di chi si vuol cambiare l’automobile o il condizionatore – vada bene anche per evitare le conseguenze del terremoto, per ‘mettere in sicurezza il territorio’ come si è sentito ripetutamente promettere. Ma semplicemente così non è”.

È successo, cioè, che il governo Conte ha costruito uno strumento (il superbonus del 110%) che serve solo a far ripartire la speculazione edilizia (poi ulteriormente peggiorato da emendamenti come quello che consente di demolire gli stadi storici, votato da Pd, Italia Viva e Lega), permettendo demolizioni e ricostruzioni indiscriminate anche nei centri storici. Al punto che il sindaco di Genova ha potuto, tragicomicamente, annunciare “un nuovo centro storico”. Un’enorme quantità di denaro, spalmata su tutte le case italiane, senza alcuna priorità e senza alcuna stringente indicazione antisismica: il risultato è che anche il terremoto diventa una leva per la rendita immobiliare. E che le vere zone a rischio sismico rimarranno a rischio, esattamente come prima. “Tali aree – spiega il Manifesto del 2019 – non superano il 20% della superficie totale dell’Italia, coinvolgendo meno di un decimo della sua popolazione. Con poche eccezioni si tratta di aree interne, relativamente distanti dalle aree di pianura e costiere (in cui si concentrano popolazione e attività produttive), diffuse soprattutto lungo la catena appenninica, dalla Toscana alla Calabria, e nella Sicilia orientale. Aree in genere poco favorite dallo sviluppo economico, industriale, infrastrutturale, e soggette a de-popolamento, ma in cui si trova una consistente quota del patrimonio storico-artistico dell’Italia”.

È in questi luoghi, magnifici e emarginati, che si dovrebbe investire, con interventi sorretti dall’evidenza scientifica (e non dagli interessi immobiliari) e possibilmente guidati da una Protezione Civile finalmente svincolata dalla politica (che la usa per costruire consenso, non sicurezza).

I terremoti sono imprevedibili, ma i danni che fanno, in termini di vite e di danni, sono prevedibilissimi: se continueranno a devastare il nostro Paese non sarà colpa del destino, ma del colpevole sonno della politica. Non sarebbe l’ora di svegliarla?

Vivi oggi, che del doman… Antonio, il filosofo analfabeta che regala al mare parole di pietra

Le parole se le porta via il vento e lo scirocco, su questa bellissima spiaggia di massi a Reggio Calabria, un vento che soffia da far volare tutti i teli come tanti aquiloni. Sembra di stare dentro un film. Ma le parole che scrive Antonio non le smuove nemmeno la più temibile burrasca.

Antonio è un omino tenero, con un sorriso che gli provoca sul viso molte rughe e due buffe fossette sulle guance, vive in riva al mare e vede la Sicilia “…da qui, certe volte sembra di toccarla!” e in testa lui ha milioni, milioni di parole. Poesie sue e di mille altri, detti, canzoni, proverbi calabresi, aforismi di sapienza contadina e marinara. Antonio se le ricorda tutte le parole di una vita, la sua, e ne fa il suo gioco preferito: recita, parla, racconta, cita, compone con tutti i passanti, i conoscenti e gli irriconoscenti, i cani e i gabbiani.

Da un po’ di tempo ad Antonio la memoria traballa un po’, e lui ha deciso che per tutte le sue parole questo fatto non va proprio bene! Allora si è messo a spostare pietre d’ogni forma e dimensione e compone frasi con i sassi sulla spiaggia, “…così non dimentico!”, mi dice. La gente si ferma e legge, persino in questi tempi di “alfabbetismo”, come dice lui.

Tra le tante frasi ho letto uno stralcio di una canzone dei Ricchi e poveri, una frase che sta nelle orecchie di tutti e a cui nessuno da troppa importanza: “Che sarà….” ripetuto 3 volte con i puntini puntini. La frase finisce su uno scoglio dove ci batte l’onda e sembra che il mare si sia mangiato il resto della canzone. Ma non è così, perché se me la canto “… che sarà, che sarà, che sarà… che sarà della mia vita chi lo sa… e saraa’, saraà quel che sarà” capisco che Antonio l’ha piazzata lì con un avvertimento neanche troppo indecifrabile. Il presente vivilo con questo tempo, pioggia o vento che sia, vivilo ora, che le domande sul futuro se le porta via persino la risacca più lieve.

 

La riscoperta Angelo Donati, nella storia di un singolo quella di tutti gli ebrei italiani

Ugo Pacifici Noja e Andrea Pettini hanno scritto un libro più importante del loro progetto. È evidente che gli autori, efficaci scrittori ed esperti ricercatori di fatti veri, intendevano colmare un vuoto: raccontare la storia di un grande personaggio del secolo scorso, Angelo Donati, che attraversa l’interventismo, l’imprenditoria, il fascismo, la persecuzione, l’esilio, il ritorno, e si sono trovati di fronte a una realtà raramente visitata e poco nota: il ruolo, spesso molto grande, degli ebrei come cittadini italiani, in molti casi ai piani alti della società italiana. Angelo Donati, che si riconosce ebreo senza assimilazioni e abbandoni, ma altrettanto fermamente italiano di risorse e prestigio e dunque responsabile, come altri grandi italiani del suo ceto, del presente e futuro di questo Paese, diventa per i due autori del libro, una straordinario punto di riferimento per offrire al lettore un testo che, pur con rigore storico e accademico, racconta un romanzo finora non narrato. Chi erano e come vivevano gli ebrei italiani, spesso cittadini eminenti, che la Shoah, approvata e voluta da leggi italiane, avrebbe poi tentato, con la firma del re, di annientare?

Ecco che lungo il percorso di una sola vita che i due autori affrontano, dimostrando talento nello scrivere (il racconto diventa romanzo) quanto nel ricercare (il rigore della ricerca garantisce la storia), ci offrono un frammento di storia contemporanea italiana attraverso la storia mancante dell’ebraismo italiano. I punti originali della loro scoperta sono tre. Il primo è un carattere unico dell’ebraismo italiano: non c’è alcuna corsa a un fenomeno di assimilazione, in un Paese che appare accogliente e amico, e non c’è alcuna distanza dall’Italia e dalle sue istituzioni (generali e alti burocrati, non solo accademici e intellettuali). Sono grandi ebrei italiani religiosi o no, gli ebrei italiani restano ebrei, ma sono profondamente italiani, al punto da formare, come si è detto e come il libro Pacifici Noja-Pettini dimostra, parti illustri della classe dirigente (è il caso e la storia di Donati). Il secondo punto è nella lealtà profonda che lega gli ebrei italiani (a cominciare dai più rappresentativi) al Paese senza contraddizioni con l’identità ebraica, che resta il chiaro e saldo riferimento della loro vita. Infine l’Italia non appare mai il Paese ospite ma il Paese patria, e l’immagine di Israele (molto prima che esista), perché un vento di sionismo, inteso come sentimento e stato d’animo, percorre l’ebraismo italiano, così italiano, molto di più che nel resto d’Europa. Il libro di cui sto parlando, dunque, mentre appare la rigorosa ricostruzione di una vita e di alcuni, anche drammatici, decenni italiani, è un saggio, organico e rigoroso sull’ebraismo italiano come parte importante, a momenti cruciale, della storia italiana.

 

 

Mps-Banco Bpm la trattativa del Tesoro e i soliti errori

In Italia la via crucis bancaria non è mai finita, ma procede per stazioni. E nessuna ha mai avuto tante stazioni quante il Monte dei Paschi di Siena. Per questo la partita che si sta giocando sulla pelle di Mps è decisiva per capire se la politica riuscirà a evitare gli errori già visti in questi anni con i disastri del credito.

In gran segreto i vertici del ministero dell’Economia da settimane discutono con il Banco Bpm una fusione con Mps. La trattativa è in salita. Rocca Salimbeni è una banca traballante, oggi vale in Borsa meno di quel che servirebbe per rimetterla in sesto. Lo Stato, che l’ha salvata nazionalizzandola due anni fa, deve decidere cosa fare con il suo 68% in mano al ministero guidato da Roberto Gualtieri. Una svendita causerebbe una “minusvalenza” dai 5 ai 7 miliardi. Non fare nulla, infinitamente di più. Il Tesoro ha scelto di puntare sull’istituto milanese, che arranca anch’esso. Serve un aumento di capitale intorno ai 4 miliardi, di cui metà a carico del Tesoro, che però resterebbe azionista. Bruxelles, invece, chiede di uscire dall’azionariato entro il 2021. Serve poi alleggerire la montagna di cause legali che gravano sul Monte (10 miliardi).

A inizio agosto il Tesoro ha predisposto la bozza del decreto (Dpcm) che gli dà mano libera per trovare una soluzione. Lo deve firmare il premier Giuseppe Conte, ma da un mese il testo è fermo a Palazzo Chigi per la contrarietà di una parte della maggioranza, soprattutto i 5 Stelle. La presidente della Commissione di inchiesta sulle banche, Carla Ruocco (M5S), ha proposto di trasformare Mps in una bad bank

di sistema per gestire i crediti deteriorati.

In attesa delle elezioni, tutto è fermo. Per affrontare la crisi bancaria servono invece idee chiare e tempi rapidi. Nei giorni scorsi l’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel ha lanciato l’allarme sulle nuove norme della Bce per la gestione dei crediti deteriorati. Una “bomba atomica” che costringerà le banche a una raffica di ricapitalizzazioni “nel giro di 2-3 anni” se non si interviene. Negli ambienti finanziari sono già noti i nomi degli istituti pronti al nuovo salasso, con i relativi costi.

Se si procede come su Mps, il disastro è assicurato.

La scollatura è da museo, il manuale da Oscar e la mamma come uno spot

 

BOCCIATI

Tette pericolose (per la cultura). Jeanne non s’aspettava il divieto d’ingresso al museo d’Orsay di Parigi, per via del suo seno generoso e della scollatura ampia (troppo, per l’addetta al controllo biglietti). E nemmeno la griffe del vestito “scollacciato”, immaginava di ricevere grancassa promozionale da una vicenda di sessismo (per alcuni) e buoncostume (per altri). La studentessa racconta la disavventura al museo su Twitter, in un post del 9 settembre: “Non ho il tempo di mostrare il biglietto che la vista dei miei seni turba la funzionaria (…) Chiedo che cosa stia succedendo, nessuno mi risponde ma fissano i miei seni. Un altro agente, di sicurezza stavolta — i seni, quest’arma di distruzione di massa — si avvicina e mi intima ad alta voce: ‘Signora le chiedo di calmarsi’”. Epilogo: la giovane prosperosa resta fuori dal museo, il post con la foto dell’abito “osè” spopola su Twitter e tutte a chiedersi nei commenti “ma che bel vestito, dove l’avrà preso”, e Jeanne condivide il link al sito dove acquistare la scandalosa mise (per la gioia della casa di moda). E vissero tutti felici e contenti, tranne l’addetta all’ingresso del d’Orsay. Il museo s’è scusato per l’accaduto, ma gli utenti cinguettanti ora vogliono la ghigliottina per la puritana.

Il corpo delle donne va sempre “accertato”. Beatrice Valli a 24 anni è una splendida mamma di tre figli, ex tronista di “Uomini e donne” e star di Instagram con 2,5 milioni di follower. A 3 mesi dall’ultima gravidanza, pochi giorni fa, la bella Beatrice ha posato in lingerie per i suoi fan, mostrando forme più tonde del solito (e ci mancherebbe): “Imparare ad amarsi ed accertarsi (sic, n.d.r) nonostante i cambiamenti è fondamentale! Sentirsi confident e a proprio agio è la chiave”, ha scritto l’influencer in coda al video in biancheria. Brava, bel messaggio, bis: “Per molte donne è stata una liberazione”, commenta Candida Morvillo sul Corriere, perché mamma Beatrice si batte per le signore e va rilanciata. “Come vedersi riconosciuto il diritto a un corpo che non si riduce e rielasticizza a comando”, elogia la giornalista. Il corpo non si “rielasticizza”, perciò è meglio indossare slip e reggiseni Intimissimi, proprio come Beatrice Valli su Instagram: “Io uso sempre i completi @intimissimiofficial con cui sono comodissima anche in questo periodo di allattamento”, scrive l’influencer per il “sociale”. Fa piacere quando il mercato si preoccupa non del vil denaro ma dell’accettazione del corpo femminile, solo un dettaglio: si scrive “accettarsi”, non “accertarsi”. Fa niente: il post ha superato i 220 mila like.

Le regole della Statuetta. Per vincere l’Oscar una volta bastava un gran film. Ma dal 2024 bisognerà anche dimostrare di essere “inclusivi”, cioè di dare il giusto spazio alle minoranze etniche, alle donne, agli omosessuali (oltre ai bisessuali, transessuali e queer) e ai disabili. E come si misura il carattere inclusivo di un film? L’Academy ha scritto un elenco di regole degne di un azzeccagarbugli, tra commi e sottocommi. Per concorrere all’Oscar infatti bisognerà soddisfare due dei quattro standard di inclusività (A, B, C, D), che a loro volto si articolano in vari criteri (A1, A2, A3). Ad esempio, lo standard A: almeno uno dei protagonisti dovrebbe appartenere ad una minoranza etnica. E l’Academy le elenca certosinamente: “Asiatico, Ispanico/Latino, Nero/afroamericano, Indigeno/nativo americano/nativo dell’Alaska, Mediorientale/Nordafricano, Nativo hawaiano o altro isolano del Pacifico, altra razza o etnia sottorappresentata”. In pratica, i ruoli si assegnano col “Nuovo manuale Cencelli dei popoli e delle etnie”. Ma se il cast è solo per bianchi eterosessuali, niente paura: la statuetta si può vincere se, sul set, almeno 2 dei compiti chiave (come regia, fotografia o sceneggiatura) sono riservati a minoranze etniche, LGBTQ+ o disabili; che però se sono presenti nella troupe, in ruoli tecnici e di minor rilievo, allora va bene anche se i capi-reparto sono tutti cristiani di razza bianca dominante. Niente male: le regole dell’Oscar più che a una sceneggiatura somigliano al libretto delle istruzioni di una lavatrice. Non ci si capisce niente.

 

Crosetto (il gentleman dei social), l’omicidio di Willy e il doppio Trump

 

PROMOSSI

Ce ne fossero. Le parole di Guido Crosetto hanno spesso il dono della grazia, e si fanno notare nella rozzezza del dibattito social. Anche in questi giorni i social network non si sono smentiti: la terribile morte di Willy Monteiro Duarte, ventunenne di origini capoverdiane ucciso di botte in una rissa cui, presumibilmente, hanno partecipato due fratelli esperti di arti marziali e, pare, con simpatie politiche per l’estrema destra, ha visto aprirsi una discussione che si è s polarizzata, tra chi rivolgeva ai leader di destra l’accusa di aver alimentato a parole un clima di violenza e chi tentava di sminuire il retroterra socioculturale in cui si alimentano determinati modi di approcciarsi all’altro. Come spesso succede Guido Crosetto è riuscito ad affrontare la questione in maniera seria e coraggiosa, senza sottrarsi al dibattito ma restituendo al mittente insinuazioni e generalizzazioni varie: “Sono incompatibile con chi professa violenza, la manifesta, la usa. Sono inconciliabile con chi odia qualcun altro perché diverso. Disprezzo chi pensa che l’avversario si prevarichi con la forza. Rispetto le idee e le persone e pretendo rispetto. La mia destra è questa, non altro”. Ecco, in un momento in cui le parti faticano sempre tanto a confrontarsi senza scadere nell’improperio, in cui la moderazione verbale è qualità più unica che rara, in cui la prevaricazione e l’arroganza la fanno da padrone, il garbo di Crosetto e la sua capacità di dialogare costruttivamente con chi la pensa in maniera diversa, ci ricordano come la divergenza di opinioni possa davvero essere un valore aggiunto e non necessariamente un preludio alla rissa.

VOTO 8

 

BOCCIATI

Io so che tu sai che lui sa. “Passa attraverso l’aria. Non è necessario toccare le cose. Ti basta respirare l’aria ed è trasmesso. E quindi è (un virus, n.d.r) astuto. È anche più fatale di una forte influenza”: così parlava Donald Trump il 7 Febbraio, molto prima che il Covid diventasse il nemico pubblico più temuto dagli Stati Uniti e dal resto del mondo. Nel colloquio avuto con Bob Woodward, il giornalista celebre per aver rivelato lo scandalo Watergate, il presidente Usa mostra di avere una consapevolezza sanitaria del virus piuttosto precisa e di aver compreso molto bene la portata del rischio in arrivo. Com’è possibile dunque che la stessa persona abbia trascorso mesi sminuendo la gravità del Covid paragonandolo a una banale influenza, abbia spinto per evitare il lockdown e sia andato in giro sempre, rigorosamente, senza mascherina? Il tycoon si è giustificato dicendo di non voler creare il panico, ma come credere che non si sia reso conto dell’impatto che le sue affermazioni avrebbero sortito sul popolo americano? Oggi che i morti negli Stati Uniti sono 192mila e i contagi toccano i 6 milioni e mezzo, viene spontaneo chiedersi quanto l’attitudine riduzionista (che il termine “negazionista” suscita troppe polemiche) del presidente abbia portato buona parte della collettività a sottovalutare la questione. Ecco, chi è a caccia di trasparenza, cominci col domandarsi questo.

VOTO 0

 

Istruzioni per l’uso. Tutti pazzi per il nuovo gioco di Preziosi: il “Compra-Vendi-Tutto”

Tra i più conosciuti ci sono il bambolotto Cicciobello, la bambola Sbrodolina, il karaoke Canta Tu e il peluche Orso Tatù, ossia i fiori all’occhiello di Giochi Preziosi, la ditta leader del mercato italiano nel settore giocattoli fondata nel 1979 da Enrico Preziosi, 72 anni, avellinese, da 17 anni presidente del Genoa Calcio. Ci sono poi anche i Gormiti, il Quizzettone, il Tifosotto, ma il gioco più incredibile, per non dire stupefacente, è quello che Preziosi ha ideato solo per se stesso e con il quale si trastulla quando veste i panni di proprietario del Genoa: il Compra-Vendi-Tutto.

Una meraviglia di gioco, a patto di trovare uno o più compagni che abbiano voglia di divertirsi con te. Cosa che a Preziosi risulta facile: ultimamente ha giocato molto con Milan, Juventus e Inter. Il suo primo compagno di gioco è stato il club rossonero nella persona di Adriano Galliani. A partire dal 2010-2011 Preziosi e Galliani hanno dato vita a un girotondo di acquisti e cessioni da far girare la testa: il Genoa compra dal Milan Strasser a 2,5 milioni e Kaladze gratis, il Milan rileva dal Genoa Sokratis (4,5), Paloschi (4,35) e Boateng (prestito, 3). L’anno dopo il Genoa imbarca Merkel (6,5) e si riprende Sokratis (4) e il Milan acquista El Shaarawy (20,3), Boateng (10,5), Amelia (3.5) oltre a riprendersi Strasser (2,25) e Merkel (prestito). Nel 2012/13 Preziosi dice a Galliani: io ti compro Acerbi a 4 e tu mi prendi Constant a 8 (avete letto bene, Constant a 8): succede davvero. E poi ancora e ancora, con Antonini e il povero Strasser (ormai ribattezzato Stresser per lo stress da pendolare della Milano-Genova) che partono per la Riviera e Birsa e Beretta che fanno il tragitto inverso; e poi Matri che prende il primo Intercity per Genova e Kucka e Bertolacci (via Roma, costo finale 20 milioni) che mettono piede a Milano Centrale. Preziosi e Galliani si divertono un botto, i tifosi un po’ meno.

Quando poi il dirigente rossonero è costretto a uscire di scena, Preziosi non si perde d’animo e chiede a Leonardo, nuovo boss in casa Milan, di giocare con lui e con Marotta (Juventus) al “Triangolone”: dove a gioire è però solo la Juve visto che il Genoa incassa dal Milan per Piatek 35 milioni (l’aveva comprato a 4,5, la plusvalenza è di 30,5) che riversa tutti alla Juventus: 18 per ricomprarsi Sturaro – ebbene sì, Sturaro – che di stipendio gli costerà 2,78 milioni lordi l’anno (per due stagioni e mezzo, 6,95 milioni che il Genoa si accolla e la Juve risparmia); dopodiché ne spende altri 7 per riscattare il giovane bianconero Favilli, il che fa 32 milioni girati paro paro alla Real Casa. Ops! Che succede?

E cosa sta succedendo, oggi, con l’Inter (e quindi ancora con Marotta, che nel frattempo ha cambiato trincea, dalla Juve al Biscione)? Preziosi ha preso Pinamonti dall’Inter a 18,5 con la promessa dei nerazzurri di riportarlo a casa a 20 (per dire: il Bayern per comprare Gnabry, dicesi Gnabry, dal Werner ha speso 8 milioni). Su questi 20 Preziosi contava moltissimo ma ora l’Inter dice che no, spiacente ma Pinamonti non le interessa più. Così Preziosi impara: l’Inter gli aveva venduto Radu, portiere, a 8 per riprenderselo a 12 e aveva avuto la gentilezza di lasciarlo a Genova fino a fine campionato. Ma la Juve aveva un Perin da piazzare: Preziosi era scattato sull’attenti e in un amen aveva sfrattato di porta Radu rispedendolo a Milano. Non è così che si fa con i compagni di gioco. I Giochi Preziosi, a volte, possono diventare pericolosi.

 

Vittime e giustizia. L’Europa ci sarebbe anche per loro, ma in pochi lo sanno

Domenica mattina, colline torinesi. Nelle sale dell’Oasi di Cavoretto è riunita la direzione di Libera. Molti i punti messi all’ordine del giorno da don Luigi Ciotti. Parlando di giustizia il discorso va sulle scarcerazioni di massa di marzo. Poi prende la parola Daniela Marcone, responsabile della memoria e del sostegno dei familiari delle vittime. Daniela è figlia di Francesco Marcone, direttore dell’ufficio del Registro di Foggia, ucciso il 31 marzo del 1995 perché ostacolava la mafia del mattone. Lei, oggi funzionario del ministero delle Finanze, non ha ancora avuto verità per quel delitto di 25 anni fa. Accompagna visibilmente con il corpo la fatica delle parole, tradita dalla luce che arriva dalla grande porta-finestra alla sua sinistra. Poi il discorso prende scioltezza e lucidità, fino a diventare un siluro contro la cultura montata sempre più velocemente, quasi ossessivamente, in questi anni. Nessuno tocchi Caino, sembra dire, ma c’è un mondo che chiede rispetto e giustizia e verità per quello che Caino gli ha fatto. Caino lo nomino io, non lei. Ma non per questo è meno chiara. “Diciamolo ancora, il processo penale è tutto pensato in funzione del reo o presunto reo, è solo a lui che si guarda quando bisogna difendere o alzare le garanzie”. È un sistema da rivoluzionare, spiega. Conosco Daniela. Ha una diffidenza naturale per quell’espressione disperata e a volta semplicemente reazionaria, “buttare via la chiave”. Nulla di più estraneo alla sua cultura. Ma il suo è un fiotto di verità in un clima nutrito in questi anni di equivoci e di arroganze, di “torture” subìte dai boss mafiosi, di “costrizioni vendicative” ai danni di chi vorrebbe i domiciliari perché, pensa un po’, “incompatibile con il carcere”.

Si pensa, insiste, che il giusto processo assicuri già alla vittima tutti i diritti. Ma non è affatto vero, non c’è alcuna parità con il reo. La vittima può costituirsi parte civile solo per chiedere il risarcimento dei danni, ossia per ragioni economiche, non morali, non per bisogno di verità. “Si parla solo di benefici della vittima, ma non ci si riferisce ai suoi diritti. Mi sapete dire, incalza, perché ad esempio viene regolarmente ignorata la direttiva dell’Unione Europea, la numero 29 del 2012, che stabilisce le norme minime in materia di diritti di assistenza e di protezione delle vittime dei reati? Riguarda tutte le categorie di vittime”. Ci guardiamo in faccia. In effetti nessuno di noi sa nulla di quella direttiva. In Italia i giuristi da accademia e da tribunale richiamano in serie le norme europee in difesa dei rei, e talora le manomettono fidando nell’ignoranza altrui. Questa mai. Che cosa dice dunque la direttiva? “Stabilisce che sin dal momento in cui si è verificato l’atto che la colpisce, sin dal primo contatto con l’autorità pubblica, la vittima deve essere edotta dei suoi diritti, tra cui, se lo chiede, quello di essere informata senza ritardo dell’archiviazione del procedimento che la riguarda, o anche della scarcerazione di chi è stato condannato per il reato da lei subito. Ebbene”, continua Daniela, “lo sapete che situazione c’è in Italia? Nessuno ti avvisa. E a volte sapere in tempo di una richiesta di archiviazione ti dà la possibilità di opporti e di fare sorgere dubbi nel giudice delle indagini preliminari. Con me il gip stilò una cinquantina di punti di indagini da approfondire”. La ascolto inquieto. Benché conosca bene le condizioni di debolezza delle vittime, specie se prive di risorse economiche o di notorietà, penso che c’è davvero qualcosa di strano se, con il numero di giuristi senza pari che opera in questo Paese, non si parla mai in televisione o sui giornali o nelle aule di questi diritti delle vittime. Diritti anch’essi. Europei anch’essi. Importanti anch’essi. Solo, in favore degli innocenti. C’è del marcio in Danimarca.