Immigrati e diritti. “Oltre la propaganda leghista rimangono le nostre vite a rischio”

 

In aereo è più pericoloso il caffè di un’anziana seduta accanto

Oggi salgo su un aereo dopo sette mesi che non ne prendevo uno. È un Milano-Roma, da Linate, dal gate provvisorio. Pochissimi posti a sedere al gate, quasi tutti con la scritta “vietato sedersi” per il rispetto del distanziamento sociale. Tutti in piedi, con il bar nuovo di zecca rigorosamente chiuso per ragioni a me sconosciute. Qualcuno si siede per terra, qualcuno ciondola in piedi o cammina e si finisce per stare più vicini, più mescolati che se ci potessimo sedere. Salgo sull’aereo, è semivuoto. Tutti hanno un posto a sedere senza nessuno accanto. Tutti sfalsati, compreso il personale della compagnia. Alcune file restano perfino vuote. Sale un’unica persona anziana a bordo, una signora sola, con una pettinatura elegante, intorno ai 75 anni, forse di più. Il suo posto è accanto al mio, gomito a gomito. Guardo le file vuote, è l’unico passeggero accanto a un altro passeggero. Il personale di bordo vede e non dice nulla. Io allora le dico che se non sale più nessuno mi metto in una fila vuota, meglio per me e per lei. Lei dice che va bene, anzi, si sposta lei. Chiede alla hostess se può farlo. “Gli spostamenti vanno comunicati, mi dica il suo nome”. La signora lo dice e si sposta. Lei. Di sua iniziativa. A bordo andava bene così. Senza nessuna logica, con una possibilità di sistemare l’evidente assurdità a cui però nessuno ha pensato. Poi ci dicono che se dovessero scendere le maschere per l’ossigeno dobbiamo toglierci le mascherine. Ma tu pensa. Ti stai schiantando e pensi a salvarti dal Covid, probabilissimo. Aggiungono che non sarà servito nulla né da bere né da mangiare per la nostra sicurezza. In pratica è più pericoloso mangiarsi un tarallo che piazzare un’anziana gomito a gomito con un altro passeggero. Guardo giù dal finestrino. Da qua il mondo sembra uguale a sette mesi fa. E invece ho appena fatto spostare una signora perchè potrei ucciderla. O lei potrebbe uccidere me. Nessuno si alza per andare in bagno per tutto il volo, tutti fermi. Ho una fitta di nostalgia per la vita di prima. Non era facile lo stesso, ma almeno potevo sorseggiare un caffè a bordo e ogni tanto dare un’occhiata al whatsapp del mio vicino di posto, prima del decollo.

Giorgia

 

Quello che hai scritto è molto bello, solo una considerazione: la sparizione di quel caffè dagli aerei è una delle poche cose buone che ha fatto il Covid.

 

Io, scampata alle discriminazioni ora combatto con la burocrazia

Cara Selvaggia, prima di tutto vorrei scusarmi per avere preso la decisione di scrivere questa mia testimonianza di una donna straniera che per vivere nella libertà e nel rispetto ha dovuto lasciare il proprio paese, il mio paese di nascita dove le donne hanno un posto minore e brutto nella società, soprattutto se si tratta di una donna transessuale. Sono scappata per venire a vivere in Italia e realizzare il mio sogno di correggere chirurgicamente il sesso di origine maschile e vivere in pace e nel rispetto. Mi sono trovata risucchiata in una burocrazia assurda, avevo chiesto la protezione per i profughi ma ahimè mi è stata rifiutata perché secondo loro una persona come me non corre nessun rischio. Vorrei far provare a loro cosa significa essere come me nel mio paese, poi vediamo se capiscono il rischio. Mi è stato dato un permesso di soggiorno per motivi umanitari, all’inizio non capivo il significato “umanitari” visto che per badare a me stessa ho dovuto fare cose che nella mia vita non ho mai sognato di fare. Con l’arrivo di Matteo Salvini è peggiorata ancora la mia situazione, lui non ha fatto altro che dividere gli italiani, stigmatizzando gli immigrati, siamo diventi strumento per una propaganda di odio, così ha deciso a tutti costi abolire la protezione “per motivi umanitari” ed oggi mi ritrovo a combattere di nuovo per il mio diritto di sopravvivenza e permanenza in Italia. Dietro le cifre che una certa stampa e media vogliono strumentalizzare ci sono delle vite e vissuti di gente che non ha scelto di scappare per capriccio o per motivi economici, ma perché è stata costretta per la sua sopravvivenza e sicurezza. Se fossi nata in un paese democratico e non teocratico, non sarei partita per nessuna ragione al mondo per andare in un altro paese se non per vacanza, non sarei andata a combattere quando ho potuto contro chi mi ha doppiamente discriminata per le mie origine e sesso. Non auguro a nessuno di rivivere quello che ho vissuto. Quando sento certe cose tipo che noi riceviamo degli aiuti dello Stato mi infurio, noi per un permesso di soggiorno dobbiamo pagare su un conto corrente e in più comprare una marca da bollo, e questo ogni volta al rinnovo e se vogliamo un titolo di viaggio bisogna pagare anche quello. Perciò, prima ti puntare il dito contro di noi, provate almeno a informarvi bene. È facile attaccare i più deboli e mai chi sta al di sopra. Scusami ancora Selvaggia per essermi autorizzata a scriverti, volevo soltanto che il mio vissuto non fosse un vissuto tra tanti vissuti insignificanti. Mi sono espressa con il mio italiano, nonostante non sia la mia lingua di nascita, ma l’ho fatto con il cuore. Ti auguro tante belle cose

Natasha S.

 

Il tuo italiano è migliore di quello di tanti compagni di partito di Matteo Salvini, già solo per questo meriteresti la protezione per motivi umanitari. Riguardo il resto, grazie per aver raccontato la tua storia e di averlo fatto con il piglio gentile di chi chiede rispetto, protezione e dignità.

Selvaggia Lucarelli

Usa. Monsignor Viganò lancia la “election novena” per Trump (qualcuno gli tolga il rosario di mano)

Nella variopinta galleria dell’antibergoglismo duro e puro si staglia sempre più il profilo da macchietta tragica di monsignor Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti che si fregia ancora del titolo di arcivescovo.

Diventato noto ai tempi del Vatileaks 1 – lo scandalo vaticano che contribuì a provocare la clamorosa rinuncia di Benedetto XVI al pontificato – nell’era francescana Viganò si è trasfigurato in un araldo della destra clericale, convinto che “una cospirazione massonica mondiale” voglia distruggere la Chiesa tramite Bergoglio stesso (paragonato all’Anticristo dell’Apocalisse) e favorire un Nuovo Ordine basato su omosessualità, aborto ed eutanasia. Anche per questo, ha spiegato nella primavera scorsa l’arcivescovo, il Signore ha mandato la “punizione divina” del Covid. Quest’estate però l’offensiva dell’antipapa Viganò (che in questo ruolo ha scalzato il pingue cardinale americano Burke) è arrivata a un ulteriore punto di non ritorno nella sua guerra alla misericordia di Francesco. Da un lato ha condotto una rozza campagna contro “l’eresia” dell’intero Concilio Vaticano II.

Dall’altro, Viganò, si è distinto nel sostegno a Donald Trump nelle prossime presidenziali degli Stati Uniti. Addirittura, a inizio giugno, lo stesso Trump ha rilanciato su Twitter una lettera del monsignore in cui si legge che l’omicidio Floyd e il Black Lives Matter sarebbero stati orditi dalla “cospirazione massonica mondiale” che vuole abbattere il presidente. Così adesso Viganò ha promosso una grottesca Crociata del Rosario (Rosary Crusade) per propiziare la vittoria di Trump a novembre. Pregare nei 54 giorni che mancano al 4 novembre: l’iniziativa è stata annunciata l’8 settembre da LifeSiteNews, sito canadese tra i più influenti del bigottismo dottrinario. Election novena. Sigh!

Nella lettera in cui illustra le ragioni di questa inedita novena elettorale, l’arcivescovo cita una delle frasi più controverse ed enigmatiche di Gesù, dal Vangelo di Matteo. Regnum caelorum vim patitur et violenti rapiunt illud. “Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono”. Autorevoli esegeti della Parola hanno scritto di una interpretazione “attiva” e di un’altra “passiva”, a sua volta suddivisa in “positiva” e “negativa”. Nella “passiva positiva” si precisa che la violenza di Dio è diversa da quella umana: è “santa” e può intendersi come conversione radicale tra l’ascesi e la penitenza. La seconda negativa, più letterale, ravvisa l’assalto del Male al Cielo: in questo brano di Matteo, Gesù parla del Battista, poi decapitato.

Viganò aderisce a modo suo alla “santa violenza” della preghiera e termina con l’invocazione al Dio degli Eserciti: “Preghiamo per gli Stati Uniti d’America; preghiamo per il nostro Presidente; preghiamo per la sua vittoria, che il Signore Iddio degli eserciti – Dominus Deus Sabaoth – gli concederà, se saprà porsi sotto la Sua protezione e vorrà farsi paladino dei giusti e difensore degli oppressi. Preghiamo perché le insidie che il nemico invisibile trama nell’ombra vengano alla luce, e perché sia sconfitto chi vuole promuovere il vizio e il peccato, la ribellione ai Comandamenti di Dio e alle stesse leggi di natura”. Un delirio da fariseo vero.

 

Iran. Giochi di guerra nello Stretto di Hormuz

L’Iran ha condotto tre giorni di esercitazioni militari vicino allo strategico Stretto di Hormuz in mezzo alle crescenti tensioni con gli Stati Uniti sulla spinta di Washington che vuole re-imporre le sanzioni internazionali a Teheran. Le esercitazioni annuali, chiamate “Zolfaghar-99”, hanno coinvolto forze navali, aeree e di terra e si sono svolte in una vasta zona delle acque strategiche del Golfo.

“L’implementazione di piani tattici, il proseguimento dei test di missili da crociera superficie-superficie, missili terra-aria, lanciarazzi, droni … sono l’obiettivo principale della manovra dell’esercito per difendere le acque territoriali”, ha scritto l’agenzia ufficiale Irna. E il portavoce delle esercitazioni, l’ammiraglio Shahram Irani, ha voluto precisare che gli Stati Uniti avevano ritirato i loro droni dopo che l’Iran aveva avvertito di lasciare l’area per evitare incidenti. Lo Stretto di Hormuz, che si trova tra l’Oman e l’Iran e attraverso il quale passa circa un quinto del petrolio mondiale, è stato fonte di tensioni Usa-Iran. In un’altra esercitazione militare nelle sue acque alla fine di luglio, le forze iraniane hanno lanciato missili contro una replica di una portaerei americana. La scorsa estate, gli Stati Uniti hanno incolpato l’Iran per gli attacchi contro sei navi cisterna vicino allo Stretto. L’Iran ha negato ogni coinvolgimento, ma ha ammesso di aver abbattuto un drone americano che, secondo quanto affermato, aveva violato il suo spazio aereo. I giochi di guerra di quest’anno sono arrivati mentre l’Amministrazione del presidente Donald Trump prosegue con il suo piano per ripristinare le sanzioni internazionali contro l’Iran, incluso un embargo sulle armi che scadrà ad ottobre. Al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario di Stato Mike Pompeo ha tentato di innescare il ripristino delle sanzioni (uno “snapback”), accusando l’Iran di aver violato i suoi obblighi ai sensi dello stesso accordo nucleare da cui gli Stati Uniti si sono ritirati nel 2018. Ma l’Unione Europea si è detta contraria e al Consiglio di sicurezza – su 15 membri – gli Usa hanno raccolto solo 2 voti.

 

I diari kafkiani di Maëlle: tanta burocrazia per pochi sussidi

È la storia di una lenta discesa verso la grande povertà. La causa? Delle politiche sociali macchinose. È la storia di Maëlle (nome di fantasia), che da tanto tempo ormai ha imparato “a accontentarsi di poco”: legge solo libri presi in prestito nelle biblioteche, ha una tariffa fissa di due euro per il telefono cellulare, si concede al massimo due pasti al giorno e, pazienza, si dice, vive ancora a casa dei genitori, anche se ormai è adulta. Ma il fatto di non aver potuto, questa estate, fare il pieno di benzina all’auto per andare a vedere il mare, che si trova a soli 50 chilometri da casa, l’ha infastidita molto.

“Per fortuna, mi è rimasta una buona dose di umorismo. Ma in questo caso si tratta dei miei diritti e sto solo cercando di farli valere”. Questi i fatti. Per diverse settimane, Maëlle, che vive in Bretagna, ha dovuto battagliare con la Caf, la cassa francese degli assegni familiari. La giovane donna si è ritrovata alle prese con un rebus amministrativo kafkiano che l’ha lasciata quasi senza risorse per diverse settimane per ottenere dei sussidi che le spettano di diritto. Maëlle si è ammalata gravemente alcuni anni fa, dopo aver vinto un concorso pubblico da bibliotecaria: “Un incidente della vita e cadi nel baratro”. Ha infatti finito col perdere il diritto di essere assunta nel pubblico.

Ritrovandosi disoccupata, e per diversi mesi, la giovane donna è riuscita, a inizio 2020, a ottenere la Ass, il “sussidio specifico di solidarietà”, versato dall’ufficio di collocamento ai disoccupati che hanno esaurito il diritto a ricevere le indennità di disoccupazione. A febbraio le cose sembravano cominciare ad andare meglio, ma solo in apparenza: Maëlle ha ottenuto, nel comune in cui vive, due contratti brevi, uno dopo l’altro, di 10 ore settimanali, fino a luglio, proprio in una biblioteca, settore che conosce bene e in cui ha voglia di lavorare.

Da tempo già vi lavorava come volontaria. Per i primi tre mesi, Maëlle ha potuto cumulare il suo stipendio – che si aggirava, anche in funzione delle vacanze scolastiche (non pagate), in cui le biblioteche sono chiuse, intorno ai 300 euro mensili – con il sussidio Ass. Ma per potersi mantenere anche nei mesi successivi, ha chiesto di poter beneficiare, come è previsto per legge, del “bonus di attività”, un sussidio speciale previsto per i lavoratori modesti che, come lei, prendono uno stipendio inferiore all’Rsa, il “reddito di solidarietà attiva”, versato dalla Caf e destinato a garantire un reddito minimo a chi si trova in difficoltà.

È a questo punto che sono iniziate le noie. Maëlle si è ritrovata nella situazione paradossale del cane che si morde la coda: ottenere il “bonus di attività”, le hanno spiegato, era impossibile, perché già prendeva l’Ass. Ma era impossibile anche prendere l’Rsa, poiché aveva già chiesto il “bonus di attività”. “Mi sono ritrovata in un situazione completamente assurda. Non ci ho dormito per delle notti – racconta –. Che senso ha lavorare? Mi sono ritrovata più povera di prima”.

Maëlle ha annotato in un file e salvato sul computer, nel minimo dettaglio, tutte le pratiche che le è stato chiesto di fare: le varie lettere di rilancio inviate, gli appuntamenti, le telefonate, le e-mail compilate sulle piattaforme amministrative online, le parole dei diversi consiglieri, che non hanno fatto altro che contraddirsi, ingarbugliarsi e giocato a scaricabarile.

“Mi sono messa a scrivere tutto per non impazzire e per non dimenticare nulla”. A luglio Maëlle ha ricevuto una somma ridicola, 89 euro, senza che le venisse fornita alcuna spiegazione. Ad agosto finalmente le è arrivato il “bonus di attività” che aveva richiesto settimane prima: 145 euro, da cui erano stati sottratti 54 euro, per le ore di lavoro dichiarate a luglio. Maëlle ha contattato allora alcuni responsabili politici locali del suo dipartimento, che si sono detti “sgomenti” per la situazione, ma che poi non hanno fatto nulla di concreto per aiutarla. Alla fine l’assistente sociale è riuscita a sbloccare per lei un buono carburante di 48 euro e chiesto un sussidio d’urgenza di 145 euro. Dopo l’ennesimo appuntamento, a fine agosto, una consigliera dell’ufficio di collocamento ha inoltre cancellato gli ultimi redditi che Maëlle aveva segnalato, per consentirle di ricevere almeno i circa 500 euro che le spettavano a luglio, e ha avviato la procedura per il mese di settembre.

Il comune dove Maëlle aveva lavorato ha anche accettato a sua volta di riassumerla, ma questa volta con un contratto di cinque ore settimanali, fino a dicembre. “Per il momento sono ricca – scherza la giovane bibliotecaria –. Ma l’assistente sociale mi ha consigliato di non esultare troppo, perché è probabile che, una volta effettuato l’aggiornamento trimestrale del reddito, la Caf ricalcoli tutto e mi chieda di rimborsare una parte di quello che mi ha versato. La sorpresa è attesa a ottobre!”.

La storia di Maëlle è una storia come tante. Secondo il rapporto 2019 del Difensore dei diritti, che interviene sulle denunce legate alla disfunzione dei servizi pubblici, i meno efficienti sono proprio gli enti per la protezione sociale, e prime fra tutti le casse per gli assegni familiari. Nello stesso rapporto, il Difensore dei diritti ricorda che “il diritto di tutti a vivere dignitosamente, che giustifica anche l’attribuzione di alcune prestazioni sociali come il “reddito di solidarietà attiva” (Rsa), cede davanti alla volontà, da parte degli organismi della previdenza sociale, di recuperare dei crediti fraudolenti, ignorando spesso la situazione economica reale delle persone, spesso molto precaria”.

“Queste storie purtroppo sono frequenti e il più delle volte restano nascoste – conferma Philippe Warin, ricercatore a Grenoble e cofondatore dell’Odenore, un Osservatorio che analizza i casi di non-ricorso ai diritti e ai servizi dello Stato –. Nelle testimonianze che raccogliamo, molti vivono le stesse circostanze kafkiane che avete descritto nel caso di Maëlle.

Il sistema è complesso da molto tempo, al limite dell’illegalità istituzionale, pur di disgustare le persone”. “Questa complessità, insieme alla difficoltà per le persone di far valere i propri diritti, è spesso fonte di non-ricorso – sottolineava in uno studio recente il Dress, il Dipartimento di ricerca, studi e statistiche –. Ma non solo. È fonte di costi amministrativi, di errori e di abusi, non sempre fraudolenti, che rischiano di mettere in difficoltà le persone in caso di richieste di rimborso. Ciò implica il moltiplicare le procedure di controllo per verificare se le regole sono state applicate correttamente. È anche fonte di sfiducia per le persone nei confronti del nostro sistema di solidarietà e, più in generale, delle nostre istituzioni”.

La situazione è aggravata dalla difficoltà dei diversi organismi di lavorare insieme e, all’interno delle singole amministrazioni, di stabilire un rapporto con gli utenti. “La grande maggioranza dei professionisti del settore sociale ritiene che le risorse disponibili sono al limite – osserva Philippe Warin –. Il che spiega certe situazioni assurde e contraddittorie e comportamenti talvolta inaccettabili”. Come aveva fatto notare il settimanale Marianne, in un articolo di alcuni mesi fa, il “bonus di attività”, solo per fare questo esempio, che è stato rivalutato con la crisi dei Gilet gialli, ha aumentato il carico di lavoro dei dipendenti della Caf. Per tutti questi motivi, il mondo associativo aveva accolto piuttosto con favore la promessa del governo di una semplificazione dei minimi sociali, riuniti nel futuro “reddito di attività universale” (Rua), che avrebbe preso il posto dell’attuale Rsa. Ma la riforma, dopo i tumultuosi dibattiti tra il 2019 e il 2020, rimandata alle calende greche, potrebbe essere una delle tante vittime della crisi sanitaria.

Eppure la posta in gioco è altissima. Maëlle si definisce con ironia un “salaud de pauvre”, un “povero diavolo”, riprendendo l’espressione resa celebre da Jean Gabin nel film di Marcel Aimé La Traversata di Parigi.

 

Clima. Il Parlamento Ue vota il taglio alle emissioni del 60% nel 2030: la Commissione è ferma al 55

Mercoledì sarà un gran giorno per celebrare il sentimento ambientalista della Commissione Europea: la presidente Ursula von der Leyen presenterà il piano per il clima al 2030 e, secondo quanto riportato sulle ultime bozze, proporrà un taglio delle emissioni in dieci anni di almeno il 55 per cento nonché l’imposizione del vincolo Ue. Uno degli strumenti principali con cui la commissione vuole raggiungere questo target è il mercato delle emissioni (Ets), estendendolo anche al settore marittimo e riducendo le quote gratuite di cui gode l’aviazione. Sono previste pure decine di interventi in altri settori, una lunga lista di ottime intenzioni. Tutto bellissimo, se si considera che attualmente, in base ai calcoli sul 1990, si punta al 40 per cento. E invece, non è poi un programma così splendente: venerdì, infatti, quel ‘birbantello’ del Parlamento Ue, a cui piace sempre essere più ambizioso degli altri, in commissione ambiente ha votato – 46 a favore, 18 contro e 17 astensioni – per un taglio di emissioni inquinanti del 60 per cento entro il 2030 (meno del 65 spinto dalla relatrice ma più di quanto suggerirà la Commissione) nonostante il gruppo “Identità e Democrazia” di estrema destra (inclusa l’europarlamentare Sardone della Lega) abbia cercato di dilazionare il voto con la scusa che non fossero state rispettate alcune regole, come l’indisponibilità dei compromessi in tutte le lingue.

Peccato che la maggioranza dei gruppi ha però bocciato la richiesta e ha voluto procedere al voto (anche perché normalmente si lavora sui testi in inglese). Insomma, il 60 per cento è la chiara richiesta di un impegno più forte, di cui nelle negoziazioni col Consiglio Europeo bisognerà tenere conto e che la stessa presidente della Commissione non potrà ignorare (Greta Thunberg lo aveva già definito una resa).
“Questo è un voto fondamentale per due ragioni – ha detto l’europarlamentare del M5s, Eleonora Evi – facciamo un deciso passo avanti nell’adozione della prima legge europea sul Clima con la quale l’Europa si impegna legalmente a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Anche se avremmo preferito una riduzione al 65 per cento, così come auspicato da moltissimi scienziati, il Parlamento europeo ha dimostrato coraggio e ha messo all’angolo i negazionisti dell’emergenza climatica come Lega e Fratelli d’Italia. Adesso non sarà più possibile tornare indietro”.

Tra gli emendamenti pentastellati, che però non sono passati, il tentativo di mettere un freno ai progetti infrastrutturali in contrasto con gli obiettivi climatici (con un pieno riferimento al TAV) nonchè l’obbligo per Commissione europea e Consiglio di rendere pubblici tutti gli incontri con i rappresentanti delle fonti fossili. Infine, il divieto di pubblicità o promozione per le società legate all’estrazione e alla fornitura di fonti fossili, come già avviene per i tabacchi. Sarebbe stato un sogno: ma non è andata. Almeno si inizia a mettere le istituzioni di fronte a quelle loro responsabilità tanto annunciate (ma sospese per pandemia) e ad alzare l’asticella dell’impegno oltre le parole. La Commissione e gli Stati, ora, avranno lo stesso coraggio?

Anteporre la salute al Pil: così si riprende l’economia italiana

Vi è una domanda chiave sul futuro prossimo dell’economia italiana: il rientro dai consistenti effetti negativi del coronavirus sarà rapido e completo oppure lento e parziale? Le uscite dell’Italia dalle fasi recessive del 2008-09 e 2011-12 non lasciano ben sperare, ma questa crisi è differente per l’origine extra-economica e per le scelte corrette del governo che, anteponendo la salute degli italiani rispetto al loro Pil, ha chiuso il Paese per due mesi e difeso tanto la salute nel breve termine quanto il Pil nel medio. Se avesse governato il sedicente partito del Pil, anteponendo le attività economiche alla salute, avrebbe ottenuto il risultato opposto, compromettendo tanto la salute degli italiani nel breve termine quanto il Pil nel medio. Nei mesi del lockdown i consumatori non hanno scelto di non consumare, semplicemente non hanno potuto farlo in conseguenza dei negozi chiusi e delle restrizioni alla mobilità. In maniera analoga gli imprenditori non hanno ridotto l’attività per scelta ma hanno dovuto farlo. Cadute tuttavia le restrizioni, cosa impedisce ai consumatori di comprare come prima e agli imprenditori di produrre come prima? Nulla, se non aspettative di segno negativo, tuttavia esse non sono razionali se non in un caso: che l’epidemia possa riprendere d’intensità sino a richiedere nuove chiusure generalizzate con nuovi consistenti effetti economici. Due scenari opposti si confrontano pertanto sui piatti della bilancia.

Da un lato quello ottimista: la drastica risposta data a marzo dal governo Conte è riuscita a porre sotto controllo il virus e a permettere di riprendere in sicurezza gli abituali comportamenti economici. In tal caso possiamo aspettarci un rapido recupero dei livelli macroeconomici precedenti la crisi. Sul fronte opposto lo scenario pessimista: la riapertura estiva incontrollata dei locali di aggregazione dei giovani li ha trasformati in efficacissimi hub di ridiffusione del virus sino a compromettere i risultati del lockdown e richiedere nuove chiusure generalizzate.

I dati macroeconomici disponibili sono in grado di dirci su quale dei due percorsi siamo al momento indirizzati? La produzione industriale ha avuto un ottimo recupero dopo il lockdown e se poniamo uguale a 100 il suo livello destagionalizzato del mese di febbraio, l’ultimo prima che si manifestassero gli effetti economici dell’epidemia, vediamo che esso era caduto a 58 in aprile, quasi dimezzandosi, per poi risalire a 82 in maggio, 88 in giugno e 95 in luglio. Essa ha pertanto recuperato in soli tre mesi quasi nove decimi della caduta. Riguardo all’occupazione i dati mensili Istat destagionalizzati segnalano una perdita complessiva di posti di lavoro tra gennaio e giugno di 556 mila unità, concentrati tra i lavoratori dipendenti a termine e gli autonomi. È una riduzione del 2,4%, limitata rispetto alla caduta dell’attività economica per effetti degli ampi meccanismi di protezione del nostro Paese, notevolmente estesi dai provvedimenti del governo. In luglio è inoltre iniziata la risalita, con un recupero di 85 mila posti di lavori, un sesto di quelli perduti.

Sul fronte della domanda i dati più recenti disponibili riguardano i consumi di beni da parte delle famiglie. In questo caso la ripresa era risultata consistente in maggio e giugno, ma ha avuto una battuta d’arresto in luglio. Ponendo anche in questo caso uguale a 100 il dato destagionalizzato di febbraio relativo alle quantità vendute vediamo che esso era sceso a 71 in aprile per poi risalire sino a 97 in giugno e arretrare a 95 in luglio. Per i soli beni non alimentari, quelli colpiti dal lockdown, il nostro indice era sceso a 48 in aprile, con un calo complessivo del 52%, per poi risalire sino a 96 in giugno. Anche in questo caso vi è un arretramento in luglio, a 93, che non è facile interpretare. Battuta d’arresto oppure spostamento della spesa dei consumatori, e dunque della ripresa della domanda, dai beni ai servizi, grazie al bel tempo e all’inizio delle vacanze? La lettura congiunta di questi dati e dei precedenti, tutti di segno positivo, farebbe propendere per la seconda ipotesi.

Possiamo concludere che stiamo sinora percorrendo lo scenario ottimista? È così, ma non possiamo escludere che le politiche adottate in questi mesi e i comportamenti responsabili di decine di milioni di italiani nei mesi del lockdown non siano compromessi dai comportamenti irresponsabili di qualche decina di gestori di locali e di qualche migliaio di loro avventati avventori. Se vogliamo sapere come andrà l’economia italiana nei prossimi mesi e se l’effetto Briatore prevarrà o meno, non dobbiamo guardare tanto ai dati dell’economia quanto a quelli sanitari sull’epidemia.

Pago Pa. Slitta ancora l’obbligo dell’utilizzo della piattaforma

I più attenti osservatori sono tornati ad averne notizia negli scorsi giorni quando per descrivere come funzionerà il cashback per i pagamenti digitali (compri in negozio con carte o app e lo Stato ti rimborsa una parte della spesa), il governo ha spiegato che le operazioni saranno rendicontate attraverso PagoPa. Peccato, però, che saranno coinvolte anche altre piattaforme, come quelle bancarie. Del resto, per l’ennesima volta è stato fatto slittare l’obbligo per le Pubbliche amministrazioni di permettere ai cittadini e alle aziende di pagare in modo facile e digitale tasse, cartelle esattoriali, utenze, passaporti, imposte locali, bolli, multe e altre tipologie di contributi. Dopo l’emergenza Covid, il dl Semplificazioni ha infatti introdotto una proroga dal 30 giugno 2020 al 28 febbraio 2021. Una richiesta che avevano attivato molti enti locali per le difficoltà riscontrate nel passaggio al nuovo sistema di pagamento. Secondo i dati Agid, a ottobre 2019 solo il 6% dei Comuni risultava attivo con più di 1.000 pagamenti. Ma oltre l’80% dei Comuni non aveva attivato il sistema o non aveva esposto servizi di pagamento significativi. Insomma, un destino beffardo che contraddistingue questo strumento che, introdotto dal Codice dell’amministrazione digitale (Cad) e dal dl Cresita del 2012, sarebbe dovuto diventare obbligatorio per la prima volta quattro anni fa. Eppure i vantaggi di PagoPa per i cittadini sono evidenti: la piattaforma permette di fare i pagamenti in vario modo, a seconda di quello che l’utente ritiene più comodo o più economico. Utilizzando il sito, l’app o i canali sia fisici che online di banche (home banking, sportelli Atm, punti vendita Sisal, Lottomatica e uffici postali), si potrà anche decidere quale modalità di pagamento scegliere per le odiose commissione. Così come si pagano oggi sui tradizionali bollettini, anche con il passaggio obbligatorio alla piattaforma PagoPa si dovranno continuare a pagare. Ma questa volta decidendo con consapevolezza, dal momento che l’importo delle commissioni, che variano a seconda della modalità e del circuito, verrà indicato. Il più delle volte risultano invariate, come l’importo del bollettino postale o la commissione fatta pagare dall’Aci per il bollo auto. Ma se si sceglie di effettuare una transazione direttamente al sito degli enti creditori, il servizio di pagamento potrebbe anche azzerarsi. Sempre che l’obbligo dei pagamenti tramite PagoPa entri in vigore.

 

Banche, i truffati aspettano 18 mesi di annunci e misteri

Per Luigi Di Maio – ha spiegato pochi giorni fa a Dimartedì (La7) – i rimborsi ai truffati delle banche sono da annoverare tra i “risultati raggiunti”. Raggiunti? Diciamo in itinere. Finora gli ex soci di Veneto Banca, Popolare di Vicenza, Etruria, Marche, Carife, Carichieti e alcune Bcc (Crediveneto, Padovana, ecc) non hanno ancora visto un euro del Fir, il Fondo indennizzi risparmiatori varato due anni fa. E spulciando una nota del servizio bilancio del Senato di marzo, a pagina 52 si legge che “nello stato di previsione” del ministero dell’Economia “non sono stanziati oltre 1,5 miliardi”, ma 523 milioni “per ciascuno degli anni 2020 e il 2021”. E l’altro mezzo miliardo? Il sottosegretario al Mef, Alessio Villarosa (M5S), spiega che la cifra resta di “1 miliardo 575 milioni”, ma intanto ha chiesto lumi agli uffici. Il sospetto è che sia stata messo a bilancio un ammontare inferiore, perché si stima verrà speso meno.

Il 10 settembre un vertice del governo ha fatto il punto della situazione dei risarcimenti, stabiliti al 30% per titolari di azioni e al 95% per gli obbligazionisti subordinati (con un tetto di 100 mila euro). Ci sono ancora alcuni “dettagli sulla procedura” da definire, ha dichiarato il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà. “Abbiamo fatto tutto quel che c’era da fare – aggiunge Villarosa – possiamo solo sollecitare la parte tecnica”. E annuncia che “oltre 38 mila domande di ristoro, del valore lordo di 486 milioni” sono potenzialmente indennizzabili da Consap, la concessionaria pubblica di servizi assicurativi che gestisce le pratiche. Ma “ora serve una verifica a campione da parte della commissione” del ministero dell’Economia.

Per la verità, nel 2018 un migliaio di azionisti un rimborso l’hanno incassato, grazie al decreto Baretta 205/2017 (governo Gentiloni), tenuto in vita dal decreto Milleproroghe di quell’anno. Ma la nuova maggioranza gialloverde reputava un’elemosina la prevista dotazione di 100 milioni in quattro anni, senza paletti e passando dal giudice. “L’elemosina non la vogliamo!”, aveva tuonato Di Maio in Veneto l’anno prima. Così, a dicembre 2018 la legge 145 (“stesa da noi”, sottolinea Andrea Arman del Coordinamento “Don Torta”) istituisce il Fir, che inizialmente prevedeva l’arbitrato della Consob per giudicare la vendita fraudolenta di prodotti finanziari (misselling). Il famoso miliardo e mezzo era reperito pescando dai “conti dormienti”, una montagna di miliardi che assicurazioni e banche custodiscono fino a quando, dopo dieci anni di immobilità, passano allo Stato. E magari non proprio entusiaste di cederli. “Ma penso che abbiano capito l’antifona”, assicura Villarosa. Nel giugno 2019 la Corte dei Conti ha chiarito che quei quattrini non sono riserve pubbliche. Daniele Pesco, presidente grillino della commissione Bilancio del Senato, si è detto “fiducioso” che il residuo che rimarrà dopo la ricerca dei legittimi eredi, un obbligo dal 2018, possa finanziare comunque il fondo.

I ristori sarebbero dovuti partire a inizio 2019. Il 9 febbraio, a Vicenza, il duo Di Maio-Salvini giura che “entro una settimana” sarebbero stati adottati i decreti attuativi in modo da ovviare a un problema a monte: per l’Unione europea, fondi a pioggia senza un arbitro imparziale sarebbero risultati “proibitissimi” aiuti di Stato. Il premier Conte e l’allora ministro Giovanni Tria sfoderano allora il “doppio binario“: erogazione automatica sotto i 35 mila euro di reddito, previa iscrizione al portale Consap presentando i documenti idonei; per gli altri, vaglio di una commissione indipendente (nominata dal Tesoro) in sostituzione dell’arbitrato Consob, inaugurando l’inedita figura giuridica delle “violazioni massive.”

L’ultimo di tre decreti viene approvato in data 9 agosto 2019, appena poche ore prima che il Capitano leghista facesse cadere il Conte 1. La scadenza per far domanda venne fissata a marzo 2020, ma l’irruzione del Covid l’ha fatta poi posticipare per essere infine chiusa lo scorso 18 giugno. Nel frattempo, aggirando la tempistica delle verifiche dell’Agenzia delle Entrate, l’articolo 50 del Cura Italia di marzo introduceva un acconto del 40% (sul 30%, ça va sans dire). Si racimolerebbe un misero 12%, commentano con sarcasmo i critici: meno della transazione al 15% offerta tre anni fa dalle popolari venete in liquidazione per chiudere i contenziosi con gli ex soci infuriati. “Era un anticipo, non serve più visto che i controlli sono in corso”, taglia corto Villarosa.

Fra lamentele sulla funzionalità del sito online e allarmi sul calcolo del perimetro reddituale (poi rientrati, basterà fornire integrazioni), Consap registra attualmente 144.245 domande, per un ammontare monstre di 29 miliardi. Cifra palesemente irrealistica dovuta, secondo Villarosa, “agli errori commessi dai cittadini nell’indicare le cifre”. Il fronte dei comitati è diviso: c’è chi non ci crede più, come Milena Zaggia dei “Risparmiatori traditi” (“È il Fondo inchiappettamento”, dice); chi si sbraccia come Luigi Ugone, di “Noi che credevamo in Popolare di Vicenza” (“Consap deve darci tutti i dati”); e chi, come Patrizio Miatello (“Ezzelino da Onara”), è “fiducioso”. Villarosa promette: “Il Fir day ci sarà”.

Quando, però, ancora nessuno lo sa.

Media, politici e vigilanti collusi. Wirecard e il “sistema tedesco”

L’annuncio è choc: nei bilanci della multinazionale sorta sul business dei pagamenti legati a pornografia e gioco d’azzardo online, alcuni miliardi non esistono. Con la frode si scoperchia un intrico di trucchi contabili, morti sospette, attacchi contro giornalisti e azionisti critici, distrazioni dei controllori, intrecci politici, legami con i servizi segreti, ruoli nei conflitti mediorientali. Sembra una serie tv, invece è la storia vera dello scandalo del gigante tedesco delle transazioni digitali Wirecard. Il suo crac ha colpito la Borsa di Francoforte, per decenni considerata sicura rispetto alle truffe di altri Paesi, e segna uno sconvolgente salto di qualità rispetto a tutti i precedenti: ha rivelato le crepe del “modello renano”.

La truffa. Con 5mila dipendenti impegnati a emettere carte di credito e fornire tecnologia per pagamenti a 250mila clienti, tra i quali i giganti commerciali tedeschi Aldi e Lidl e quasi 100 compagnie aeree, al suo apice Wirecard era considerata la maggior realtà fintech d’Europa, capace di competere con la Silicon Valley. La società fondata nel 1999 ad Aschheim, sobborgo di Monaco di Baviera, dalla quotazione del 2002 era cresciuta sino al record dell’agosto 2018 quando le sue azioni valevano 191 euro. Con una valutazione di Borsa di oltre 24 miliardi era entrata al posto di Commerzbank nel Dax30, l’indice delle maggiori società di Francoforte, il gotha della finanza tedesca. Ma per nascondere i suoi problemi arrivò persino a elaborare un progetto di fusione con Deutsche Bank, il gigante malato del credito tedesco. Peccato che il castello di carte il 25 giugno è crollato con la bancarotta. Tre giorni prima Wirecard aveva ammesso che 1,9 miliardi, asseritamente depositati su due conti bancari nelle Filippine, non esistevano: i documenti erano finti. Il 23 giugno l’ad Markus Braun è stato arrestato per falso in bilancio e manipolazione di mercato e gli ex consiglieri indagati, mentre il dg Jan Marsalek si dava alla latitanza. Il 5 agosto è stato trovato morto Christopher Bauer, ex responsabile della sede di Manila. Il crack ha colpito milioni di utenti nel mondo tra i quali 300mila italiani, le cui carte di pagamento SisalPay sono state bloccate per qualche tempo. Non c’è però nulla di tecnologico nel meccanismo con cui la bolla delle azioni Wirecard è stata gonfiata sino a esplodere travolgendo grandi investitori, piccoli risparmiatori, fondi pensione e banche finanziatrici. La truffa ha seguito uno schema classico: attribuire all’azienda finte operazioni all’estero, condotte in Paesi asiatici con scarso i nulli controlli, da cui provenivano margini e utili altrettanto fittizi. Il sistema di occultamento ricalca quello del gigante texano dell’energia Enron, divenuto nel tempo un broker di derivati ed esploso a fine 2001 sotto enormi perdite emerse da operazioni finanziarie fuori bilancio. Quanto ai falsi documenti bancari, già 20 anni fa la Parmalat di Calisto Tanzi e Fausto Tonna dichiarava inesistenti miliardi grazie a estratti conto realizzati con lo scanner.

Le collusioni. Se Wirecard non ha brillato per creatività rispetto a Enron e Parmalat, lo scandalo rivela però contorni impressionanti. Il primo è la lunghissima inazione (o collusione?) di stampa e Authority tedesche. Il 13 settembre 2003 Il Sole 24 Ore portava alla luce il “bond fantasma” da 300 milioni di Parmalat, annunciato da Deutsche Bank ma smentito da Collecchio. Tra i sospetti e il default dell’8 dicembre passarono meno di tre mesi. Quanto a Enron, il primo allarme sui conti fu lanciato dalla reporter Bethany McLean di Fortune il 5 marzo 2001: in appena 9 mesi la multinazionale di Houston collassò. Le denunce su Wirecard sono fioccate inutilmente per oltre un decennio. L’unità antiriciclaggio (Fiu) di Berlino ha ricevuto un migliaio di segnalazioni su transazioni sospette di Wirecard, 97 delle quali ritenute credibili, ma solo dopo il crac ne ha trasmesse due agli inquirenti. Quanto ai bilanci, già nel 2008 il capo di un’associazione di azionisti tedesca sosteneva che i conti di Wirecard erano truccati. Scattava un meccanismo che sarebbe intervenuto più volte: la Bafin, la Consob tedesca, che permetteva ai suoi dipendenti di fare trading sulle azioni Wirecard, invece che sulla società ribaltò le indagini contro due trader che non avevano rivelato proprie posizioni ribassiste sulle azioni fintech. I dubbi esplosero di nuovo nel 2015, quando il Financial Times pubblicò le prime puntate della sua inchiesta “House of Wirecard” parlando di un buco da 250 milioni. L’azienda sostenne che l’articolo era stato pagato da chi vendeva titoli allo scoperto per lucrare sul loro ribasso ottenuto grazie a false notizie negative concordate con l’Ft. L’anno dopo alcuni speculatori pubblicarono un dossier in cui accusavano Wirecard di riciclaggio. Bafin accusò di manipolare il mercato e mise sotto inchiesta anche Dan McCrum e Stefania Palma, reporter investigativi del Ft, accusati di essere “a libro paga” degli speculatori e scagionati solo quest’anno. Intanto la società bavarese scatenava un’agenzia di investigazioni private contro l’ Ft. Giornalisti, analisti, finanzieri, chiunque criticava Wirecard finiva alla gogna sui social network e riceveva attacchi hacker su pc e cellulari. Le aggressioni informatiche durarono anni. A febbraio 2019, quando la polizia di Singapore fece irruzione nella direzione asiatica dell’azienda e le sue azioni crollarono sotto i 100 euro, la Bafin vietò per due mesi le vendite allo scoperto motivando la decisione con “l’importanza di Wirecard per l’economia” e la “seria minaccia alla fiducia del mercato”. A luglio 2019 l’Ft chiese lumi all’azienda sui suoi rapporti con alcuni partner ma ricevette nuove accuse di collusione con gli speculatori, riprese dal quotidiano tedesco Handelsblatt, e una causa per “uso improprio di segreti commerciali”.

La spy story. Nel frattempo la società fabbricava false “prove” delle trame dell’Ft realizzate sotto la supervisione di Rami El Obeidi, ex capo dei servizi segreti del Consiglio nazionale della Libia ingaggiato per attaccare i gestori di fondi che avevano venduto allo scoperto le azioni Wirecard. El Obeidi prendeva ordini da Jan Marsalek, un austriaco senza titoli di studio che dopo aver fondato un sito di e-commerce dal 2000 era entrato in Wirecard come informatico e, grazie alla protezione di Braun, l’aveva scalata sino a diventare nel 2010 dg e responsabile della “crescita globale”. Ora l’ex dirigente, inseguito da un mandato di cattura internazionale, pare scappato in Russia. Attorno a Marsalek ruota il capitolo più oscuro dello scandalo. Tre agenzie di intelligence occidentali indagano sui suoi duraturi rapporti con Andrey Chuprygin, che l’austriaco spesso chiamava “il colonnello”, un ex alto ufficiale dei servizi segreti militari di Mosca, il Gru, sospettato del tentato omicidio in Inghilterra di un’ex spia e della guerra segreta in Ucraina. Secondo molte fonti, nel 2015 Marsalek ha avuto forti interessi in Libia dove voleva portare 15mila miliziani, tra cui quelli russi del Gruppo Wagner, per controllarne le frontiere meridionali. L’operazione avrebbe consentito di ricattare l’Ue, aprendo o chiudendo i canali dell’immigrazione dall’Africa subsahariana. A giugno 2017 il finanziere si vantava di essere stato ospite dell’esercito russo nelle rovine di Palmira, in Siria, appena liberata dall’Isis. Nel 2018 si presentava a un incontro finanziario a Londra sbandierando quattro rapporti riservatissimi dell’Onu contro le armi chimiche che analizzavano l’attacco in cui a marzo un composto nervino letale, il novichok, era stato usato a Salisbury per cercare di uccidere il disertore del Gru Sergei Skripal. Lo stesso veleno usato pochi giorni fa contro Aleksej Navalnyj. Berlino, che ha dato rifugio all’oppositore russo, ha chiesto spiegazioni a Mosca. Ma dopo lo scandalo Wirecard è il Parlamento tedesco a pretendere risposte dal governo di Angela Merkel sulle coperture godute dalla società e a chiedere la riforma dei controlli finanziari. Il Bundestag punta il dito contro il ministro delle Finanze Olaf Scholz. Il socialdemocratico, in corsa per il cancellierato, è sotto accusa anche per i suoi rapporti con la banca privata Warburg di Amburgo, coinvolta insieme a molte altre in una gigantesca frode fiscale. I colpi di scena dello scandalo Wirecard non sembrano affatto finiti.

“Ama il prossimo tuo oggi può essere citato solo in una vignetta”

Una risata avrebbe dovuto seppellirci. Dopo quasi mezzo secolo da quella scritta, figlia della vitalità del Sessantotto, il sorriso sembra invece sepolto.

Emilio Giannelli di mestiere fa il vignettista e in teoria mezzo sorriso dovrebbe riuscire a strapparlo.

Almeno mezzo. E, se sono particolarmente in forma, anche far riflettere un pochino. Ma percepisco che questo tempo è brutto, che ci sentiamo educati, indirizzati, organizzati verso una forma competitiva di vita nella quale trova un posto di rilievo l’invidia e la sua enclave fatta di costellazioni anche violente: la rabbia, poi l’odio.

Si dice infatti che odiare sia l’attività umana più semplice, perché è un sentimento diretto, impulsivo, travolgente.

Lei sta parlando con un uomo di 84 anni che ha vissuto l’epoca in cui si era poveri, eppure esisteva un senso di solidarietà, di cooperazione.

Lei sta parlando della rabbia, che può essere figlia della povertà, di una vita infelice, particolarmente faticosa. Non dell’odio.

Ho frequentato il liceo classico. C’erano i figli dei ricchi e quelli delle classi disagiate. L’incontro tra ricchi e poveri era più comune, più quotidiano, più frequente. Possiamo trovarci d’accordo almeno su questo?

D’accordo all’accordo.

Oggi esistono le scuole per ricchi, luoghi cioè frequentati prevalentemente, forse dovremmo dire esclusivamente, dalla borghesia. E poi, specialmente nelle periferie, gli altri ceti. I bus delle città, soprattutto di sera, diventano l’esclusivo mezzo di trasporto di chi è ai margini: il migrante, l’operaio, la signora delle pulizie, la badante dell’est. Una società divisa per classi è in sé una società meno solidale, meno altruista, meno pronta allo scambio. E in qualche modo meno felice. Monta la rabbia, e dopo la rabbia l’odio.

Forse anche ai suoi tempi c’erano i branchi, i predoni, le violenze sessuali, gli odi razziali: il cartellone usuale della fascisteria.

Mi sta dicendo che, essendo vecchio, sono portato a dire quella banalità del “si stava peggio quando si stava meglio”?

Lei ci ha riflettuto?

Le parlo da senese, da contradaiolo del Drago. Chi nasce a Siena sente il Palio come un evento identitario, assoluto. E mette a disposizione il suo talento, o se non ne ha i suoi soldi, o se mancano i soldi le sue mani, per dare un aiuto, contribuire. Oggi quel senso di comunione vive, naturalmente, ma è opacizzato da un sottinteso, dall’idea che la Contrada sia poi una rete di relazione da cui ricavarne un vantaggio.

Le contrade come tanti piccoli Rotary.

Un po’ sì. In tutta sincerità sì. Francamente il precetto cristiano “Ama il prossimo tuo come te stesso” sembra, a leggerlo oggi, più una didascalia di una vignetta.

I social hanno queste controindicazioni.

Spingono infatti alla prevalenza del sé stesso, che è l’idea dell’uno, o al principio della competizione permanente. Si perdono remore, misure, si eccede con l’autopromozione, si esaltano personaggi gaglioffi, si giunge alla macchiettistica.

Tutta merce per le sue vignette.

Quando venne proclamato il lockdown mandai al Corriere un foglio bianco con la scritta CHIUSO. Mi sembrava senza senso l’ironia in un tempo così infelice, così pauroso. Il direttore mi convinse a continuare, era giusto che tutto quel che poteva aiutare a vivere in modo normale doveva essere fatto, e normale era un giornale con la sua vignetta d’ordinanza.

Non è stanco della sua matita?

Non so far altro che questo. Non ho mai avuto altra passione che questa. Scrivo vignette ovunque posso, anche sulla carta igienica.

Rotoli e rotoli allora avrà consumato, come ci ricordava quella pubblicità.

Hai voglia!

Avrà disegnato centinaia di mascherine.

Mascherine di ogni taglia, non ne posso più.

Lei è previdente.

Sono stato chiuso in casa, obbedisco e mi riparo. E se esco indosso ovunque questa benedetta mascherina.

Dovrà uscire domenica prossima: è toscano e avrà da votare doppio, c’è la Regione e poi il referendum.

Andrò, perbacco.

È il classico rosso antico.

Con qualche angustia riconfermerò.

E al referendum?

Dirò sì.