“Dicono che io sono uno che sopisce le polemiche. È vero. Preferisco il dialogo e la forza delle idee”. Jeans e camicia bianca, la voce che a tratti si incrina un po’ (lascito evidente di mesi complessi), Nicola Zingaretti fa il discorso dell’orgoglio, rivendica il suo modo di essere e di fare politica. Dopo un anno di governo giallorosso, in cui troppe volte il Pd è sembrato poco incisivo, dopo un anno e mezzo in cui la sua leadership è apparsa debole, il segretario prova a rimettersi al centro della scena. E non le manda a dire: né agli alleati di governo, né ai suoi compagni di partito, né a chi se n’è andato. Le critiche più serrate sono ai Cinque Stelle: “Basta con l’ipocrisia di essere alleati ma in televisione fare la parte degli avversari: questo logora l’immagine di una alleanza”. Un avvertimento, che si traduce con una lista di distinguo, che dopo le Regionali (sempre che il Pd tenga) diventa un conto da presentare. “Non capisco perché non dobbiamo chiedere il Mes”, ribadisce. Mentre dice il suo no al giustizialismo, e chiarisce il senso di un Sì al Referendum, accolto con freddezza dal pubblico, per “accompagnare le riforme”. Ma soprattutto ribadisce al governo: “Basta con i se e con i ritardi”, mentre evoca una “rinascita”.
È Andrea Orlando ad aver dato voce alla voglia nel Pd di un cambiamento. Che si traduce poi in un rimpasto. Magari in un Conte ter, su cui si ragiona sempre di più. “Non escludo che si possa dar vita a un nuovo assetto dell’esecutivo dopo le Regionali”. Il vice segretario la spiega così: “Con l’Italia che dobbiamo ridisegnare, mancano anche delle deleghe su capitoli importanti”. Sarebbe il caso di assegnarle, o di pensare a una sorta di cabina di regia, visto che ci sono quei 209 miliardi del Recovery Fund, ragione sufficiente per tenere in vita la maggioranza. “Non dobbiamo lasciarli ai Gattopardi”, dice Zingaretti.
In un discorso compatto, davanti a una platea tutto sommato nutrita, visto anche il contesto, il segretario più volte evoca il “nemico interno”. Spicca l’assenza in platea dei big. Tra quelli di prima fila, c’è solo Orlando, dei ministri solo Enzo Amendola. In tempi passati, la chiusura della Festa nazionale era un’occasione di accreditarsi presso il leader che in pochi si sentivano di perdere. “Noi non crediamo ai partiti di carta, di proprietà di un leader”. Riferimento piuttosto feroce a Matteo Renzi.
Anche la polemica con Stefano Bonaccini è piuttosto evidente. Il Presidente della Regione – come padrone di casa – è sul palco con il segretario. Tradisce nervosismo: la sua critica radicale al “partito del 20%”, con l’apertura a un rientro di Renzi e Bersani lo ha messo nel mirino di una segreteria che lo vive da tempo come un competitor. Tra i due l’assenza di alchimia è evidente. Zingaretti non gli risparmia la stoccata: “Sbagliava chi per le elezioni amministrative non voleva il simbolo del Pd”. Durante la campagna d’Emilia, Bonaccini era apparso sui manifesti senza il logo del partito. Il segretario non perde l’occasione neanche per il voto utile per le Regionali: “Agli elettori delle forze politiche alleate dico: rimanete con le vostre identità ma di fronte a sistemi a turno unico io vi domando cos’altro deve accadere per non far scattare ora la parola unità per fermare le destre in tutto il Paese. Non buttiamo nessun voto”.
Le note di Bella Ciao sul finale suggellano un momento di orgoglio. Poi per il segretario è la volta del tradizionale giro delle cucine. Accoglienza calda, ma nulla a che vedere con l’entusiasmo riservato a Conte solo qualche giorno prima. Oltre al “nemico” interno, forse esiste un competitor più insidioso.