Zinga fa il cattivo: basta liti fra alleati Orlando: rimpasto

“Dicono che io sono uno che sopisce le polemiche. È vero. Preferisco il dialogo e la forza delle idee”. Jeans e camicia bianca, la voce che a tratti si incrina un po’ (lascito evidente di mesi complessi), Nicola Zingaretti fa il discorso dell’orgoglio, rivendica il suo modo di essere e di fare politica. Dopo un anno di governo giallorosso, in cui troppe volte il Pd è sembrato poco incisivo, dopo un anno e mezzo in cui la sua leadership è apparsa debole, il segretario prova a rimettersi al centro della scena. E non le manda a dire: né agli alleati di governo, né ai suoi compagni di partito, né a chi se n’è andato. Le critiche più serrate sono ai Cinque Stelle: “Basta con l’ipocrisia di essere alleati ma in televisione fare la parte degli avversari: questo logora l’immagine di una alleanza”. Un avvertimento, che si traduce con una lista di distinguo, che dopo le Regionali (sempre che il Pd tenga) diventa un conto da presentare. “Non capisco perché non dobbiamo chiedere il Mes”, ribadisce. Mentre dice il suo no al giustizialismo, e chiarisce il senso di un Sì al Referendum, accolto con freddezza dal pubblico, per “accompagnare le riforme”. Ma soprattutto ribadisce al governo: “Basta con i se e con i ritardi”, mentre evoca una “rinascita”.

È Andrea Orlando ad aver dato voce alla voglia nel Pd di un cambiamento. Che si traduce poi in un rimpasto. Magari in un Conte ter, su cui si ragiona sempre di più. “Non escludo che si possa dar vita a un nuovo assetto dell’esecutivo dopo le Regionali”. Il vice segretario la spiega così: “Con l’Italia che dobbiamo ridisegnare, mancano anche delle deleghe su capitoli importanti”. Sarebbe il caso di assegnarle, o di pensare a una sorta di cabina di regia, visto che ci sono quei 209 miliardi del Recovery Fund, ragione sufficiente per tenere in vita la maggioranza. “Non dobbiamo lasciarli ai Gattopardi”, dice Zingaretti.

In un discorso compatto, davanti a una platea tutto sommato nutrita, visto anche il contesto, il segretario più volte evoca il “nemico interno”. Spicca l’assenza in platea dei big. Tra quelli di prima fila, c’è solo Orlando, dei ministri solo Enzo Amendola. In tempi passati, la chiusura della Festa nazionale era un’occasione di accreditarsi presso il leader che in pochi si sentivano di perdere. “Noi non crediamo ai partiti di carta, di proprietà di un leader”. Riferimento piuttosto feroce a Matteo Renzi.

Anche la polemica con Stefano Bonaccini è piuttosto evidente. Il Presidente della Regione – come padrone di casa – è sul palco con il segretario. Tradisce nervosismo: la sua critica radicale al “partito del 20%”, con l’apertura a un rientro di Renzi e Bersani lo ha messo nel mirino di una segreteria che lo vive da tempo come un competitor. Tra i due l’assenza di alchimia è evidente. Zingaretti non gli risparmia la stoccata: “Sbagliava chi per le elezioni amministrative non voleva il simbolo del Pd”. Durante la campagna d’Emilia, Bonaccini era apparso sui manifesti senza il logo del partito. Il segretario non perde l’occasione neanche per il voto utile per le Regionali: “Agli elettori delle forze politiche alleate dico: rimanete con le vostre identità ma di fronte a sistemi a turno unico io vi domando cos’altro deve accadere per non far scattare ora la parola unità per fermare le destre in tutto il Paese. Non buttiamo nessun voto”.

Le note di Bella Ciao sul finale suggellano un momento di orgoglio. Poi per il segretario è la volta del tradizionale giro delle cucine. Accoglienza calda, ma nulla a che vedere con l’entusiasmo riservato a Conte solo qualche giorno prima. Oltre al “nemico” interno, forse esiste un competitor più insidioso.

Roma, il No fa flop. E Santori scappa

Ma Santori? Dov’è Mattia Santori? Imbarazzo nel retropalco: “Santori è venuto alla manifestazione, ma è rimasto poco, aveva impegni, è dovuto andare via”. La festa del No è un mezzo flop, Piazza Santi Apostoli è troppo grande: a terra, appiccicati sui sampietrini, ci sono migliaia di bollini rossi contro il taglio dei parlamentari (“Così No!”): servono per segnalare il distanziamento ai partecipanti. Mancano i partecipanti però. E i bollini restano inoccupati, a prendersi il sole dell’ultima domenica estiva di Roma.

Così il riccioluto ragazzo-immagine delle Sardine, quando apprende della piazza semivuota a debita distanza, decide di non farsi neppure vedere – dicono gli organizzatori – lasciando i suoi compagni da soli nel vuoto (per le Sardine ci sono, tra gli altri, Jasmine Cristallo e Lorenzo Donnoli, per nulla spaventati dalla scarsa affluenza). Il movimento di Santori è tra gli organizzatori della manifestazione insieme ai ragazzi di Volt Italia e di NOstra, il comitato dei giovani (del Pd) per il No al referendum. Costo dell’evento tra i 4 e i 5mila euro: tutto sudato autofinanziamento. Ma il leader delle Sardine, con apprezzabile coraggio e innegabile carisma, deve aver valutato che non ci fosse molto da guadagnare in quello scenario desertico. E via.

Sul palco si alternano furori giovanili (“L’ultimo che ha provato a tagliare il Parlamento è stato Mussolini”) e pareri più ponderati e autorevoli, come quello del costituzionalista Massimo Villone. Il problema è che manca proprio la gente. Quando il compagno Jacopo Ricci di NOstra conclude il suo accorato intervento mostrando il pugno chiuso alla folla, sotto al palco ci sono Andrea Cangini e Lucio Malan di Forza Italia, Emma Bonino, Riccardo Magi e un’altra pattuglia di Radicali. Il più a sinistra rischia di essere Matteo Orfini: “Sono qui per difendere i valori della Costituzione”, dice, barricadero. Poi un po’ s’abbacchia: “La campagna elettorale è difficile, direi una sfida quasi impossibile, ma merita di essere combattuta fino all’ultimo”. Si vede anche Susanna Camusso. In un angoletto c’è Roberto Giachetti, il deputato renziano che a Montecitorio, il giorno dell’approvazione della legge, regalò la dichiarazione più fantasiosa dell’anno: “Voto a favore del taglio dei parlamentari, ma da domani raccoglierò le firme per cancellarlo con il referendum”.

A giudicare dal colpo d’occhio della piazza, non pare esattamente una battaglia di popolo, ma Giachetti risponde ironico e stizzito: “E Madonna, daje tempo, so’ le 5 e 10” (la manifestazione iniziava alle 17, ndr). “Poi se è una battaglia di popolo lo vediamo il 21, alle urne”. Bonino invece è ottimista: “Non mi aspettavo che venisse più gente di così, molti amici e compagni sono spaventati per via degli assembramenti”. Non c’è pericolo.

In mezzo alla piccola folla – tra quelle di Volt, Anpi e +Europa – spiccano quattro bandiere col garofano del Partito Socialista Italiano e una addirittura con la falce e il martello e l’iconica barba di Che Guevara. La fa sventolare il signor Paolo Berretta, indomito comunista di Rignano Flaminio. Sul palco interviene anche Adelmo Cervi, figlio di Aldo e simbolo vivente di una famiglia distrutta dalla violenza fascista. Discorso verace, chiosa malinconica, “Inutile dire che siamo pochi ma buoni: il problema è che siamo pochi”.

“Nel 2008 volevamo il taglio. Non è la riforma dei 5Stelle”

Felice Casson in Parlamento è stato dal 2006 al 2018, da indipendente di centrosinistra. Tre legislature in cui, ricorda bene, “l’Ulivo e il Pd hanno più volte proposto il taglio dei parlamentari”, in alcuni casi in maniera identica a quella per cui si voterà nel referendum di domenica prossima. “Per questo sono rimasto sorpreso nel vedere certi No alla riforma”, ci dice oggi Casson annunciando il suo Sì.

Felice Casson, il taglio dei parlamentari è un tema identitario del Pd?

Ogni volta che sono stato eletto in Parlamento il centrosinistra aveva nel programma la riduzione degli eletti. Nel 2008 presentammo una proposta di legge identica a quella attuale: 400 deputati e 200 senatori.

Il ddl a firma Zanda e Finocchiaro. Una loro iniziativa o la linea del partito?

Facevo parte dell’ufficio di presidenza del Pd al Senato. Ci fu una discussione che portò tutto l’ufficio a firmare quella proposta come atto formale e politico che testimoniava che quella era la posizione ufficiale del Pd. Per questo sono rimasto sbalordito dalla virata radicale di qualcuno.

Come si spiega i No da sinistra?

Da una parte c’è il No di chi non sopporta il M5S ed attribuisce a loro, sbagliando, la matrice di questa riforma. Come ho detto, il taglio è invece un tema che da sempre appartiene alla sinistra. Ma per odio nei confronti dei grillini c’è chi farebbe qualunque cosa. E poi c’è un No che serve come manovra occulta contro il governo.

Un No politico?

Nell’accezione negativa del termine: parliamo di un No partitico, di posizionamento, una politica politicante.

Sul merito della riforma: non vede rischi democratici nel taglio?

Assolutamente no. Che sia un attacco alla Costituzione è un’accusa del tutto inventata, anche perché la Carta non prevedeva affatto l’attuale numero di eletti. Ma è debole anche la critica di chi si preoccupa della rappresentanza: dire che i deputati saranno 400 e dunque avremo un rapporto tra eletti ed elettori tra i più bassi in Europa è un imbroglio. Gli eletti saranno 600 e la percentuale sarà più che accettabile.

L’eletto dovrebbe avere un forte legame col collegio.

Quando ero senatore giravo il mio territorio, nel Veneto, e tanti mi dicevano che erano abituati a vedere i politici solo in campagna elettorale, poi sparivano. Il problema non è quanti eletti ci sono in quella zona, ma scegliere persone che abbiano voglia di essere presenti tanto a Roma quanto nei collegi.

In Senato si fece l’idea che gli eletti fossero troppi?

Arrivai alla politica dalla magistratura e rimasi stupito. Spesso in Commissione facevamo fatica ad avere il numero legale. Una buona metà dei parlamentari era come se non ci fosse, nel senso che non produceva testi, non interveniva, si limitava ad alzare la mano o rispondere ai diktat dei capibastone.

Basta il taglio per rendere più efficienti le Camere?

Se vincesse il No le riforme si fermerebbero, sarebbe un alibi forte per lasciare tutto immutato. Il Sì costringerebbe quantomeno a una buona riforma elettorale e a rivedere i regolamenti parlamentari. Sarebbe un modo per togliere le liste bloccate e tornare alle preferenze, per esempio.

Non si poteva pensare a una riforma più ampia?

Quando si tocca la Costituzione è meglio farlo puntualmente, perché l’insieme della Carta è estremamente positivo. Alcuni punti che possono essere modificati, come il numero degli eletti o l’abolizione del Cnel, ma è più semplice intervenire su singoli temi che fare un calderone in cui si mescolano proposte condivisibili e altre che non lo sono, come fu nel 2016.

Il teste sul commercialista Scillieri: la società di Panama è “riferibile” a lui

Ci sarebbe Michele Scillieri dietro la società panamense Gleason Sa. Il commercialista milanese, nel cui studio professionale fu domiciliato al momento della fondazione il partito Lega Salvini Premier, sarebbe dunque il beneficiario finale dei 400 mila euro usciti dalle casse della Lombardia Film Commission (Lfc) e finiti, dopo diversi passaggi, sul conto svizzero della società panamense. “È a lui riferibile”, ha sostenuto il 16 luglio, davanti ai magistrati della Procura di Milano, Roberto Tradati, una delle tante persone sentite dagli inquirenti in questi ultimi mesi con l’obiettivo di capire che fine hanno fatto gli 800 mila euro spesi dall’ente pubblico lombardo per comprare un immobile a Cormano. Tradati è presidente e amministratore delegato della Fidirev, la fiduciaria italiana al centro della vorticosa girandola di bonifici usati per smistare su conti privati dei commercialisti leghisti gli 800 mila euro dei contribuenti lombardi. Il fiduciario ha risposto per tre ore alle domande del procuratore aggiunto Eugenio Fusco e del pm Stefano Civardi, che gli hanno chiesto conto soprattutto dei suoi rapporti con Scillieri. È da questo colloquio che emergono dettagli nuovi sui 400 mila euro finiti in Svizzera.

Premessa. La versione di Tradati non è ancora stata riscontrata dai magistrati italiani, che per farlo attendono di ricevere risposta alla rogatoria inviata ai colleghi della Confederazione elvetica. È infatti a Lugano che sono custoditi i nomi ufficiali dei beneficiari del conto corrente della panamense Gleason. Ma la versione del fiduciario italiano permette di aggiungere qualche piccolo tassello utile a ricomporre il complicato mosaico finanziario attraverso cui i commercialisti della Lega, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, insieme al loro collega Scillieri avrebbero orchestrato la stangata ai danni della Lfc. Tradati ha detto innanzitutto ai magistrati che Scillieri, al tempo dell’operazione, nel 2017, aveva un conto corrente in Svizzera, presso la Credinvest di Lugano, su cui era depositato un milione e 400 mila euro. Tradati ha aggiunto però che, di questa cifra, Scillieri aveva messo 400 mila euro a garanzia “di un finanziamento a favore di Gleason Sa, società panamense a lui riferibile” e “amministrata dalla Dreieck, una fiduciaria svizzera”. Titolare del credito nei confronti della Gleason era la stessa banca svizzera, la Credinvest. Ed è proprio per chiudere quel finanziamento, ha detto Tradati ai magistrati, che sarebbero serviti i 400 mila euro della Lombardia Film Commission. Insomma, metà della somma pagata dall’ente pubblico lombardo per comprare un immobile a Cormano sarebbe finita alla banca svizzera Credinvest per chiudere un finanziamento chiesto dalla Gleason di Scillieri. Questa almeno è la versione di Tradati. In attesa della risposta della magistratura elvetica, che dovrebbe chiarire definitivamente chi ha beneficiato di quei 400 mila euro, resta una certezza. I dati bancari raccolti dalla Guardia di finanza di Milano dicono che fine hanno fatto gli altri 400 mila euro pubblici: 200 mila sono andati a Francesco Barachetti (indagato), il fornitore preferito dalla Lega di Matteo Salvini; quasi tutto il resto della somma è finita sui conti personali di Di Rubba e Manzoni, i commercialisti del partito di cui Salvini continua a dire di fidarsi.

“Soldi girati anche a Centemero. Facevo quello che volevate voi”

“Mi hanno contestato anche il conto aperto a Centemero, quello per le elezioni”. È il 22 maggio quando le parole di Marco Ghilardi ex direttore della filiale Ubi a Seriate (Bergamo) vengono intercettate dalla Guardia di finanza di Milano che indaga sull’affare Film Commission. E subito arriva una novità: il conto riferibile al tesoriere della Lega Giulio Centemero nella filiale bergamasca dove, secondo la Procura, in sei anni sarebbero passati 2 milioni di euro riferibili ai commercialisti della Lega. Due mesi dopo davanti ai pm Ghilardi spiega il sistema: “Rispetto alla società Sdc (costituita con capitali della Dea Consulting di Di Rubba e Manzoni), le entrate provengono da Radio Padania e Barachetti Service (Francesco Baracchetti, elettricista, indagato, ndr), le uscite sono destinate a Di Rubba, Manzoni, Centemero (…). Dai flussi finanziari emerge il ritratto di una società fantasma”. Ghilardi è in guai seri, la sua banca gli contesta di non aver segnalato operazioni sospette riferibili ai revisori dei conti del Carroccio. Ed è con uno di loro, Alberto Di Rubba, che si sfoga: “Eh mi hanno sospeso per te e Manzoni, sono partiti dal 2012. Perché sono stato amministratore della Partecipazioni e l’ho ceduta ad Andrea Manzoni (altro commercialista del Carroccio arrestato nei giorni scorsi, ndr) e non ho fatto segnalazioni su giri strani”.

Prosegue Ghilardi: “Ci sono le date, arrivavano i bonifici e io ho sempre messo da non segnalare, hanno il sospetto che io sia collegato a voi (…) il discorso bonifici Radio Padania, Partecipazioni, Dea, tutto da lì nasce, ho finito la mia carriera in banca”. L’ex direttore continua: “C’è poi l’antiriciclaggio, perché sostengono che io con Di Rubba, Manzoni, studio Cld, Taac, Non solo Auto e chi più ne ha più ne metta. Ci sono i movimenti di Radio Padania per 526 mila euro di bonifici fatti”. Il professionista, che non risulta indagato, legge il documento della banca: “Si rilevano accrediti per 357 mila per la società Dea Consulting. Gli importi e le causali finanziamento e saldo fattura non trovano giustificazione”.

Il dialogo, agli atti dell’inchiesta sui presunti fondi neri della Lega coordinata dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi, svela una volta di più le “strane” attività dei commercialisti. Ghilardi: “Allora bonifico da Lega Nord a Lega Lombarda a Manzoni Andrea per saldo fattura numero 35”. In quegli atti ci sono cinque anni di movimenti sospetti con soldi anche provenienti dal partito di Salvini. “Hanno intercettato le mail tra me e te con le quali ti ho detto che non potevo aprire il conto di Radio Padania e tu mi avevi scritto: ‘Allora provvedo a chiudere il conto della Fondazione (Lombardia Film Commission, ndr)’. Sdc ha preso dei soldi da Radio Padania ma perché avete fatto delle cose giusto?”.

La situazione di Ghilardi sarà tema, come svelato dal Fatto, di una cena romana a cui partecipa Matteo Salvini. Le intercettazioni la confermano. Prima di scendere nella Capitale, Di Rubba e Manzoni, discutono della situazione. Di Rubba: “Lui deve dire che è coerente con l’attività”. Manzoni: “Cioè Totò Riina può avere un conto corrente? Sì l’importante è che non ci siano operazioni strane su quel conto”. La cena si svolge in un albergo. Sono presenti Di Rubba e Manzoni. Stando agli atti anche Stefano Locatelli sindaco di Chiuduno (Bergamo) e responsabile Enti locali della Lega, oltre a lui Roberto Simonetti direttore amministrativo del gruppo Lega per Salvini alla Camera e il senatore bresciano Stefano Borghesi. Non sembra esserci il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, che viene però subito informato dell’incontro da Manzoni. “C’è stata la riunione con Salvini. Poi mi ha chiamato Calderoli – spiega Manzoni nella tarda serata del 27 maggio, subito dopo cena –. Mi fa: per martedì incontriamo i segretari politici perché non hanno capito come deve svolgersi l’attività”. Insomma, i soldi sembrano la vera preoccupazione dei vertici del partito ai quali – spiegano i pm – i commercialisti possono accedere tranquillamente. Il risiko del denaro nel luglio scorso viene confermato da Ghilardi, sentito dai magistrati: “Le movimentazioni (…) sono difficilmente giustificabili. Non le ho segnalate perché ero pilotato da Di Rubba. Operazioni prive di un valore economico che non mi è capitato di vedere nella mia carriera (…). Anche il conto di Manzoni beneficiava di accrediti dal partito con la medesima causale: saldo fattura. Ogni volta che chiedevo spiegazioni, Manzoni e Di Rubba mi dicevano che avevano contratti di consulenza con il partito”. Denaro della Lega affluiva su diverse società dei commercialisti. Tra queste anche la Non solo auto “il cui principale cliente è stata la Lega”.

Uccide la sorella fidanzata con un trans: “È infettata”

Povera Maria Paola Gaglione, uccisa giovanissima dall’intolleranza per una storia d’amore con un trans che i familiari non accettavano. È morta a 20 anni, vissuti nel ghetto del Parco Verde di Caivano (Napoli), teatro di una enorme piazza di spaccio e di due omicidi di bambini vittime di pedofilia. Un non luogo infestato dalla camorra, dove la vita ti offre poche opportunità.

Maria Paola è stata uccisa dal fratello Michele Gaglione, 30 anni, e le indagini dei carabinieri e della Procura di Nola appureranno se lo scontro tra lo scooter di Michele e quello dove viaggiava Maria Paola col suo fidanzato e convivente, Ciro Migliore, (nome di battesimo Cira), ragazzo trans nato di sesso femminile, è stato un incidente, uno speronamento volontario o un agguato.

Per il momento Michele Gaglione è in carcere con accuse di omicidio preterintenzionale, oggi l’udienza di convalida del fermo. Difeso dall’avvocato Giovanni Cantelli, avrà l’opportunità di esporre la sua versione al giudice e di chiarire l’autenticità o meno di una frase – non abbiamo conferme ufficiali – che avrebbe pronunciato con i carabinieri: “Ho fatto una stronzata, non volevo uccidere ma solo dare una lezione a mia sorella e soprattutto a quella là (Ciro, ndr) che ha ‘infettato’ mia sorella che è stata sempre ‘normale’”.

I fatti risalgono alla notte tra giovedì e venerdì. Michele inseguiva a tutto gas la coppia e l’ha raggiunta in via Etruschi ad Acerra. Lì, lo scontro. Maria Paola è stata sbalzata via ed è morta sul colpo. Ciro se l’è cavata ma è stato operato per le lesioni. Michele si sarebbe accanito prendendolo a calci. “Era uscito per convincere la sorella a rientrare a casa ma non l’ha speronata, è stato un incidente”, queste le parole che la famiglia Gaglione ha affidato al parroco del Parco Verde, don Maurizio Patriciello.

“Stiamo attenti a dipingerla come una storia di omofobia – dice il parroco –, forse non sanno neanche cos’è. È vero che non erano preparati e non vedevano di buon occhio la relazione con Ciro, ma so che si stavano abituando all’idea. Erano preoccupati, Maria Paola era andata via di casa a 18 anni, temevano per un futuro senza lavoro”.

Maria Paola e Ciro avevano una relazione che tra alti e bassi durava da tre anni, durante i quali Maria Paola avrebbe frequentato un altro uomo. Dinamiche sentimentali normali. Ma non al Parco Verde, dove la vita privata viene scandagliata e giudicata e l’omosessualità derisa e osteggiata.

Michele, Maria Paola e Ciro sono nati, cresciuti e vissuti lì, immersi in una subcultura patriarcale e omofoba. Dove può sembrare ovvio “dare una lezione” a un fidanzato sgradito. O trans. O entrambe le cose. I fatti di Caivano ci ricordano che siamo uno dei pochi Paesi europei a non avere norme a tutela della comunità Lgbtq e sono, per il segretario dem Nicola Zingaretti, un’ “altra drammatica conferma dell’urgenza di approvare la legge del Pd contro l’omofobia e la transfobia”.

In aula, a distanza e in tenda 5,6 milioni tornano a scuola

È il rientro a scuola più atteso e più temuto della Storia. Stamattina i bambini della primaria e i ragazzi della secondaria di primo e secondo grado di 13 Regioni torneranno tra i banchi. La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina aveva annunciato questa data nel mese di giugno condividendola in una Conferenza Stato-Regioni dove solo la Campania si oppose alla proposta del ministero. Le organizzazioni sindacali a metà luglio in una conferenza stampa unitaria avevano gufato dicendo “Non ci sono le condizioni per tornare in aula”.

E invece la giovane 5stellina ce l’ha fatta. Ha dovuto incassare la scelta di sette regioni di aprire il 24 dopo la tornata elettorale (in realtà Calabria, Puglia e Sardegna lo avevano dichiarato sin dall’inizio), ma oggi pomeriggio dopo l’ennesima notte in Tv ospite di Myrta Merlino allo speciale sulla scuola, sarà a Vo’ Euganeo (Padova) con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per inaugurare l’anno scolastico. Ieri, invece, alle 12 a fare l’augurio a studenti, genitori, insegnanti, dirigenti scolastici e personale ci ha pensato il premier Giuseppe Conte: “Questo rientro in classe è davvero importante – ha detto rivolto ai ragazzi – ci saranno difficoltà e disagi, soprattutto all’inizio, ma dovrete fare la vostra parte”. Entro fine mese, 8,5 milioni di studenti torneranno a vedere i loro insegnanti. Tuttavia, qualche eccezione ci sarà: alle superiori in molti istituti per poter garantire il distanziamento di un metro son dovuti ricorrere di nuovo alle lezioni online. Un dato preciso su quante scuole avranno bisogno di tornare alla didattica a distanza (Dad) non c’è: il ministero non ha ancora eseguito questo monitoraggio e nemmeno molti uffici scolastici regionali. Eppure in Abruzzo circa un terzo delle scuole secondarie di secondo grado ha scelto questa strada, prevista dalle linee guida del Miur. Così in Toscana e nel Lazio dove il dirigente dell’Usr Rocco Pinneri ammette: “Sono poche le scuole fortunate che possono fare a meno di ricorrervi”.

Ministero ed enti locali cercano una soluzione anche per i 50 mila che ancora non hanno un’aula e in qualche realtà come al “Bianchi Dottula” di Bari stamattina si inizierà in tenda. Altri (a Roma, Milano e Palermo) saranno ospitati dalle parrocchie. A Bologna 70 aule dei licei “Sabin”, “Minghetti” e “Sirani” saranno trasferite nel padiglione 34 della Fiera. Ma il problema più grande, come ogni anno, riguarda l’organico. Secondo gli uffici di viale Trastevere (mentre andavamo in stampa) c’erano 60 mila posti vuoti (sostegno e posto comune) derivati dagli 84 mila disponibili per le assunzioni in ruolo: cattedre assegnate anche ieri dagli uffici scolastici territoriali. A questi si sommano le deroghe per il sostegno: circa 60 mila. “Ma al suono della prima campanella – garantiscono al Miur – ci saranno meno di 100 mila posti vuoti”. Diversa la versione del sindacato. Secondo la Cisl Scuola 207.220 sono i posti al momento da coprire. Come sempre non si trovano i professori delle materie scientifiche. Discorso a parte per il sostegno dove a detta della Cisl, all’infanzia manca oltre il 50% dell’organico; alla primaria e alle superiori l’80. Alle medie si arriverebbe oltre il 90%.

È il giorno della prova del nove anche per le mascherine acquistate dal Commissario straordinario Domenico Arcuri. Tra sabato e domenica i corrieri espressi si sono presentati alle porte delle scuole di tutt’Italia per fornire nuovi cartoni di dispositivi individuali: 77 milioni di pezzi. Le ultime all’alba di oggi. Una corsa contro il tempo e un banco di prova. Le mascherine per i docenti e per i collaboratori sono già state consegnate in parte nelle scorse settimane (41 milioni) mentre per quelle a misura di bambino la distribuzione è iniziata giovedì: venerdì sera 3,2 milioni erano già arrivati a destinazione; entro stamattina ne arriveranno altre 10,2 milioni.

“Una dotazione – spiegano dallo staff di Arcuri – che dovrebbe bastare per due settimane” e che dovrebbe, insieme ai numeri, placare l’ansia dei dirigenti scolastici che fino a venerdì scorso erano allarmati dal fatto di avere poche mascherine. A Buccinasco (Milano), all’istituto “Padre Puglisi” ne erano arrivate solo 790 per più di mille allievi. In una scuola lombarda ne hanno ricevute non più di quattro mila per 1200 tra ragazzi e docenti, che basteranno solo per tre giorni.

Ma mi faccia il piacere

Sambuca e De Luca. “Attorno al No si coagula una coalizione di voci che non potrebbero essere più eterogenee… A conti fatti un po’ tutti, progressisti e moderati, si ritrovano nella sintesi dello scrittore Erri De Luca: ‘Dobbiamo sempre e solo difendere quel nobile pezzo di carta che si chiama Costituzione’” (Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, 13.9). Infatti Erri De Luca vota Sì.

La mascotte. “Se vince il No, Conte va a casa” (Roberto Formigoni, pregiudicato per corruzione agli arresti domiciliari, Libero, 13.9). Mo’ me lo segno.

Lo smemorato di Cologno. “Se il presidente Berlusconi cade, bisogna andare alle elezioni per rispetto della gente” (Alessandro Costacurta, allora calciatore del Milan, dopo la caduta del primo governo B. per la sfiducia della Lega, Repubblica, 22.12.94). “Renzi è il nuovo Berlusconi, ha coraggio, vuole cambiare la via normale di fare politica e lavorare per il bene del Paese, come un tempo accadde a Berlusconi. Alle primarie del Pd lo sosterrò, anche se io ho sempre votato dall’altra parte” (Costacurta, 1 e 3.11.2011). “Voto No. Non sono mai stato berlusconiano” (Costacurta, Repubblica, 9.9.2020). Mi sarà scappato un pro, ma sempre stato anti.

Facce ride. “Il mio No convinto al referendum. Vogliono uccidere il Parlamento. Gli assassini vengono da lontano” (Fausto Bertinotti, ex leader di Rifondazione, ex presidente della Camera, il Riformista, 12.9). Buono, Fausto, adesso viene l’infermiera e ti dà la pastiglia.

Modica quantità. “Salvini nervoso e contestato in piazza: ‘Su due dei tre commercialisti arrestati garantisco io” (Repubblica, 12.9). Non vorremmo essere nei panni del terzo. Ma neppure dei primi due.

Congiuntivite. “Torno a mettere la mascherina, prima che il ministro mi rimprovera!” (Nunzia De Girolamo, ex ministra e deputata FI, ora conduttrice Rai, Instagram, beccata da @nonleggerlo.it, 4.9). Fantocci, è lei?

Compagni che votano. “Svolta di Giorgetti: voto No al referendum”, “Il colpo di Giorgetti alla linea del leader: ‘Al referendum un No convinto’” (Repubblica, 12.9). “Parlare di una fronda nella Lega non è corretto. Basti pensare che si sono schierati per il No, oltre a Giorgetti, anche Borghi, Siri e Centinaio” (Repubblica, 13.9). E sono soddisfazioni.

Si scopron le tombe. “Il nostro è un No liberaldemocratico e progressista in cui si riconosceranno molti elettori che sulla Costituzione non vogliono confondersi con i populisti a 5 Stelle che amano Chavez” (Emma Bonino, senatrice Pd e leader +Europa, Repubblica, 12.9). Qualcuno avverta la Bonino, quella che nel ’94 si fece eleggere con Berlusconi, Previti e Bossi, che Chavez è morto da sette anni.

Il tirapiedi. “’L’opzione Draghi non è tramontata’. La rivelazione di un consigliere di Mattarella al leghista Tiramani” (Augusto Minzolini, il Giornale, 12.9). Ah beh, allora è fatta.

Insaputismi. “Se l’insulto o lo spintone arrivasse da Trump o da Salvini ecco che scatta l’allarme democratico da titolone in prima pagina con commento sdegnato di Gad Lerner, Roberto Saviano, Marco Travaglio… Se il fetentone è invece il leader del partito che regge la maggioranza di sinistra (Grillo, ndr), ecco che la cosa non ha alcun risalto” (Alessandro Sallusti, il Giornale, pag.1, 9.9). “Lerner spara su Grillo: ‘Si scusi con il cronista’” (il Giornale, pag. 12, 9.9). Se ne deduce che Sallusti non legge il suo Giornale. Il che – intendiamoci – gli fa onore.
Poche idee, ma confuse. “Bonaccini: Renzi e Bersani rientrino nel Pd” (Corriere della sera,13.9).Finalmente un po’ di chiarezza.

Mamma mia che impressione. “Il talk senza pubblico ora spaventa i leader populisti” (Corrado Formigli, conduttore di Piazzapulita, Repubblica, 10.9). Brrr che paura.

Pirlinas. “Niente nuovi contagi se Conte mi ascoltava” (Christian Solinas, presidente Regione Sardegna, Libero, 7.9). Cioè se tu non riaprivi le discoteche.

Heather. “Per Roma serve un grande progetto. Raggi? Vediamo se i romani sono così masochisti’” (Stefano Parisi, consigliere regionale centrodestra nel Lazio, Corriere della sera, 5.9). Ha paura che votino per lui, ma non c’è pericolo.

Il titolo della settimana/1. “La serie A non è pronta” (Libero, 12.9). Tutta colpa della Azzolina e di Arcuri.

Il titolo della settimana/2. “Topi in piazza San Babila a Milano, i roditori escono dai cespugli vicino alla fontana” (ilfattoquotidiano.it, 13.9). Raggi, dimettiti.

Il titolo della settimana/3. “La sinistra ce l’ha fatta: Salvini picchiato” (il Giornale, 10.9). Tranquilli, ragazzi: se fosse stata la sinistra, si sarebbe picchiata da sola.

Il titolo della settimana/4. “Scuola: banchi in ritardo, l’ansia del Quirinale” (Corriere della sera, 7.9). Mi sa che Mattarella ha la sindrome di Peter Pan.

CBGB, tempio buio dove il rock-punk trovò la sua luce

Il posto puzzava perennemente di piscio: il gestore, l’ineffabile Hilly Kristal, ci lasciava scorrazzare i suoi cani. Non che la situazione migliorasse quando il CBGB era zeppo di adolescenti pazzoidi intenti nella “celebrazione disfunzionale della vita”, come la definisce qualcuno dei testimoni dell’epoca nel documentario At the matinée, girato da Giangiacomo De Stefano, in onda stasera alle 21.15 su Sky Arte e in streaming su NOW Tv. Kristal era un ebreo russo figlio di un sopravvissuto ai pogrom: alla fine del ‘73 aprì nel cuore fetido di Bowery Street (al 315, due passi da quella che è oggi la Joey Ramone Place) una tana musicale dal nome fuorviante: CBGB sta per Country BlueGrass & Blues, ma il suono che rimbombava lì dentro era tutt’altro che tradizionale. Di sera, dopo interminabili maratone live con tre-quattro band, tra nuvole di sudore e spintoni vi nasceva la scena rock-punk che avrebbe segnato il decennio: il concerto inaugurale fu del Patti Smith Group, poi su quel palco d’accatto si imposero Blondie, Television, Talking Heads, Ramones, Heartbreakers, finiti a caratteri d’oro sugli almanacchi. Ma il CBGB non sarebbe stato un filo scoperto di energia senza i gruppi esordienti delle matinée (iniziavano alle tre del pomeriggio) domenicali. È a questo pattuglione di scavezzacolli, rimasti sconosciuti ai più, che è dedicato il lavoro di De Stefano. Niente superstar da classifica, ma leggende cantinare come Agnostic Front, i Warzone del compianto “Raybeez” Barbieri, Murphy’s Law, Underdog. Sono i loro reduci a far luce dentro e fuori il tempio buio dove prosperò il filone dell’hardcore, quel sound che, spiega il produttore Don Fury, “ti arrivava dritto in faccia, con la chitarra distorta dalla cassa, la batteria nitida, il basso scoppiettante, il cantante che ti sputa addosso il testo”. Di fatto, proprio quello accadeva: il pogo era un rito irrinunciabile, ma se uno della band si buttava giù tra gli esagitati, potevi star sicuro che non si sarebbe sfracellato sul pavimento. Spiega Gavin Van Vlack degli Absolution, “la violenza era solo apparente, se ti lanciavi venivi sempre afferrato, era una comunità di persone che si prendevano cura l’una dell’altra”. Quello del CBGB era uno Stato spontaneo di ragazzi inquieti: l’empatia nasceva già nella fila interminabile di quattro isolati prima dell’ingresso, nell’attesa si condividevano storie, venivano passati volantini di band che non avevano ancora debuttato lì. Walter Scheifels, che fu chitarrista con i Gorilla Biscuits e gli Youth of Today, è il Caronte del film: osservando una foto di quegli assembramenti ricorda la saracinesca abbassata, nel giorno di festa, del negozio accanto. “Si chiamava Capitol, non ho mai saputo cosa vendesse”. Pochi passi oltre, e cominciava il delirio, che in realtà era stato originato soprattutto in California, dove l’hardcore aveva una radice più “borghese” di quella degli irrequieti, sporchi e squattrinati newyorchesi, disposti a fare viaggi anche di due ore dalle periferie della metropoli pur di esserci. “Andavamo come alla Messa”, sottolineano oggi. Scendevano giù per Manhattan e si inoltravano nel quartiere storicamente più pericoloso della Grande Mela, il Lower East Side, regno di papponi, pusher e sbandati di ogni risma. E gli adepti dell’hardcore erano ragazzini implumi, indifesi. Il batterista degli Youth of Today, Sammy Siegler, aveva 14 anni quando lo portarono in tour per l’Europa e gli Usa. Per entrare al CBGB si era fatto fare documenti falsi, ma il più delle volte lo smascheravano. Lungo gli anni Ottanta l’hardcore punk placò l’urgenza dei pazzi brufolosi che non si dichiaravano autodistruttivi e nichilisti come i fratelli maggiori che avevano idolatrato i Sex Pistols: questi volevano vivere, ma non sapevano come. Lo spirito del luogo declinò dopo la rivolta del 6 agosto ‘88: quella notte la polizia a cavallo caricò e sfrattò gli sbandati che presidiavano Tompkins Square Park. Fu imposto il coprifuoco, iniziava la “gentrificazione” del Lower East Side, mentre al CBGB aveva già fatto capolino la feccia delle gang. Kristal non voleva che qualcuno restasse ammazzato nel suo locale. Che fu costretto a chiudere nel 2006: l’anno dopo morì per un tumore. L’ultimo concerto, come il primo, era stato di Patti Smith. Oggi, al 315 della Bowery, c’è un negozio di abbigliamento maschile.

Venezia 77 “recita” donna con il Leone a Nomadland

Leone d’’Oro a Nomadland di Chloé Zhao. La sinoamericana al grido di “See you down the road!” diventa la quinta donna a aggiudicarsi il massimo riconoscimento della Mostra, dopo Margarethe von Trotta, Agnès Varda, Mira Nair e Sofia Coppola. La giuria presieduta da Cate Blanchett non certifica però l’’edizione al femminile, con otto registe su diciotto titoli in Concorso, che Venezia 77 è stata: l’’elaborazione del lutto on the road della Zhao, affidata alla ordinariamente brava Frances McDormand, è il solo titolo diretto da una donna a trovare posto in palmares. Non ci sarebbe da eccepire sull’’univocità della Blanchett, viceversa geograficamente ecumenica, se non fosse che ignora almeno tre lavori meritevoli, The World to Come di Mona Fastvold, Le sorelle Macaluso di Emma Dante e Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbanić – per alcuni, anche Miss Marx di Susanna Nicchiarelli. Per carità, Nomadland spartito con Toronto permetterà anche a questa Venezia d’emergenza, eppure strutturalmente efficiente, di arrivare fino in fondo a Oscar e Golden Globes: per il direttore uscente Alberto Barbera un’’ipoteca sul rinnovo, o l’’estensione, del mandato. Il problema in quota nazionale è primariamente per Rai Cinema: oltre a Dante e Nicchiarelli, era in lizza con Notturno di Gianfranco Rosi, tutti e tre rimasti a bocca asciutta, e l’ad Paolo Del Brocco sbrocca: “La composizione della giuria probabilmente non includeva tutte le diverse forme del cinema”. L’unico premio per l’’Italia va al’l’unico titolo che non ha prodotto, Padrenostro (Vision) di Claudio Noce, che vale la Coppa Volpi a Pierfrancesco Favino. Anche produttore, la sua bravura non si discute, molto altro sì: non è il protagonista; dopo Hammamet e Il traditore, non aveva bisogno di conferme; Padrenostro uscirà il 24 settembre, ultimo tra i tricolori, mentre Rosi e Dante già arrancano in sala. Non chiedere al palmares, ma la scelta – in giuria ci difendeva Nicola Lagioia – sa di compensazione, se non riparazione, come da tradizione nostrana al Lido, che con gli attori usa metterci una pezza. C’’è di più, la vittoria di Picchio sancisce il fiuto di Francesca Verdini, che alla Mostra scelse di vedere proprio Padrenostro con il compagno Salvini: al cinema Matteo farebbe meno danni, forse. Rai Cinema può un filo consolarsi con l’’esordio alla regia, che ha co-prodotto, di Pietro Castellitto: I predatori si aggiudica meritoriamente il premio per la sceneggiatura a Orizzonti. A dividersi i Leoni d’’Argento il messicano Michel Franco, Gran Premio per Nuevo orden, e il giapponese Kiyoshi Kurosawa, per Wife of a Spy; Coppa Volpi all’’inglese Vanessa Kirby per Pieces of a Woman di Kornél Mundruczó. Premio speciale della giuria al russo Andrei Konchalovsky di Cari compagni!, sceneggiatura all’’indiano The Disciple, premio Mastroianni all’’iraniano Sun Children: cara Cate, gusto globale o manuale Cencelli?