“Fughe d’amore, cinema, hippy, Arbore e lo spinello. Con un uomo ho rischiato”

Da brava veneta, alle sette della sera Mara Venier chiede ancora due minuti di tempo: “A quest’ora ci vuole un bicchiere di vino bianco”. Freddo. “Freddissimo”. Con ghiaccio. “Bravo”. Uno e basta. “Con due vado fuori di testa”.

Ultime ore di (relativo) relax prima della nuova stagione di Domenica In, da oggi in onda, uno di quegli appuntamenti da inserire sotto l’ombrellone delle certezze, talmente nazionalpopolare, talmente radicato, da tramutarsi in nome e cognome, Domenica e In. E soprattutto talmente seguita da generare il primo attacco del leader della Lega, Salvini, per l’idea di un messaggio del premier Conte.

Come sta?

In che senso?

Già la prima polemica.

Non me lo aspettavo per niente: mi piaceva la possibilità di un in bocca al lupo di Conte agli studenti. Non penavo di suscitare tutto questo. (Ci pensa) Eppure sono una persona attenta.

Le opposizioni non l’hanno giudicata così attenta.

Ho letto delle reazioni sterili.

L’accusano di essere pentastellata.

Sono tornata in Rai grazie ad Angelo Teodoli e Mario Orfeo, e se invece si riferiscono a Vincenzo Spadafora, con lui sono amica da quindici anni e per me è come un fratello. (Cambia tono) Se sono a Domenica In è perché porto risultati.

Insomma, continua il periodo complicato…

Dopo il lockdown sono pure caduta dalle scale, di testa, e sono viva per miracolo: la frattura al piede è niente rispetto a quello che mi poteva capitare.

E…

Comincio a essere un po’ stanca, non ho più vent’anni.

Tra poco è una splendida 70enne, Moretti docet.

Mi stanno già chiamando tutti: vogliono intervistarmi, dichiarazioni, organizzare una festa.

Risposta?

Ogni volta scatta il gesto dell’ombrello.

Non sia mai.

Zero voglia, non amo molto i compleanni, mi sale la malinconia. (ci pensa) Non ricordo nessuna festa.

Lei cinquantenne cosa direbbe alla lei settantenne?

Che vecchia.

Sicura?

Se al tempo vedevo una settantenne pensavo “oddio, è vecchia”; (cambia tono) è una bella età per una ragazza hippy. Eterna hippy. Figlia dei fiori.

Chi?

Io.

E cosa le è rimasto della figlia dei fiori?

Tutto: la mentalità, il modo di vivere, il mio essere libera; alla base sono la stessa ragazza arrivata a Roma nel 1968.

Uguale, uguale?

Immediatamente mi sono ritrovata in mezzo a un giro di persone alternative, surreali, artisti non solo nell’apparenza, e con una visione del mondo mai scontata.

Ha fatto fumare una canna a sua madre.

Come lo sa?

Lo ha raccontato al “Fatto” due anni fa.

In quel contesto era normale, rispettavamo in pieno i colori di quell’arcobaleno mentale: quindi la chitarra, il fuoco, noi attorno e lo spinello che girava. Quando arrivò a mia madre la guardai e con molta calma la invitai a non rompere il rito, “altrimenti si offendono”.

Perfetto.

Ogni volta che tornava a Roma per trovarmi, mi chiedeva di rivedere quegli amici così simpatici.

La canna rientra ancora nella sua vita?

No, mi bevo un bel bicchiere di vino. (ride con gli occhi)

A cosa pensa?

Un viaggio in Giamaica con Renzo Arbore, Roberto D’Agostino e la sua compagna di allora: lì anche a colazione sentivi nell’aria delle folate di marijuana. Ovunque. Così per Capodanno io e Roberto decidiamo di acquistare dell’erba da fumare a mezzanotte sulla spiaggia.

C’è del romanticismo.

(Sorride) E a chi diamo il bottino? Ad Arbore, che lo inserisce nel taschino della sua camicia hawaiana: al momento del brindisi guardiamo Renzo, e lui ci risponde: “Mi dispiace, ho perso tutto, mi è caduta la bustina”.

Dolore.

Lo volevamo picchiare, lo abbiamo massacrato. (Ci pensa) Da allora ho il sospetto che abbia buttato la marijuana, perché era terrorizzato, non voleva assolutamente.

Sua figlia in un’intervista a Sabelli Fioretti, sostiene: “Mia mamma fa tutta la ye ye, in realtà è tradizionalista e religiosa”.

È vero. Soprattutto nei confronti dei figli: ogni volta che Elisabetta usciva con qualcuno, mi piazzavo in finestra con Jerry (Calà) e poi aspettavamo che tornasse; (sorride) quando usciva dal terzo piano urlavo al malcapitato: “Senta, si comporti bene, me la riporti presto, altrimenti le taglio l’uccello”.

Sua figlia contenta.

Dopo un po’ di tempo, vista la mia reiterazione, ha iniziato a lasciare i corteggiatori dietro l’angolo del palazzo.

Visto il compleanno tondo, ha rispecchiato i suoi sogni da ragazza?

Non ne avevo: mai stata ambiziosa nè sognatrice, la mie varie vite sono sempre state dettate dalla casualità e dal seguire il cuore, a partire dall’arrivo a Roma a 17 anni per seguire mio marito.

Marito attore.

Dopo due anni da sposati, non ne potevo più di stare a Mestre, sola e con Elisabetta: allora sono partita per la Capitale; (cambia tono) un giorno lo accompagno a un provino per un film di Sergio Capogna (Diario di un italiano): alla fine hanno preso me e non lui.

Ha accettato.

Sì, per 5.000 lire di compenso. Eravamo poveri. Non mi tiravo indietro.

Se non aveva sogni, cosa cercava?

C’è un punto di partenza: sono sempre stata insicura, non mi sono mai affidata alla mie presunte doti, per questo ho preferito la casualità. Ancora oggi è così. E mi domando il perché, poi la verità è che il pubblico risponde a Domenica In e a Mara.

“Mara” in terza persona. Scinde lei dal personaggio?

Quando vado in onda sono sicura di me; poi nella vita cambio: non mi sono mai riguardata, mi vergogno troppo.

Si è mai sentita bella?

No, prima ero troppo magra, poi dopo il secondo figlio, a 30 anni, ho scoperto il prosecco e insieme al prosecco pure il brivido di lasciarmi andare.

Solo vino.

Sì, eppure ho visto di tutto, ma non mi ha mai interessato provare le droghe pesanti: a me bastano due bicchieri di vino.

Proposte indecenti dal cinema.

Rifiutato delle parti, temevo il futuro giudizio dei miei figli; credevo di non essere in grado di spiegare quel tipo di scelte.

È una delle poche ad aver lavorato due volte con Nanni Loy.

E ha tentato di coinvolgermi una terza volta, rifiutai: “Ancora una parte da prostituta, basta!” “Ma è con Mastroianni”. “Non mi importa”; comunque con me è stato un secondo padre, una delle persone che ho amato di più; con lui ho girato per tre anni delle Candid Camera, esperienza che resta fondamentale: se oggi sono in televisione, lo devo a lui.

Nello specifico…

Per le Candid Camera è obbligatorio utilizzare tutta la faccia tosta a disposizione: dopo quei tre anni non temevo quasi più nulla.

Il momento di maggiore imbarazzo.

A Bologna, in mezzo alla strada, semi-nuda, coperta da una vestaglia, e dalla finestra un tizio, nel ruolo di mio marito, che mi lanciava di tutto, compresa la pelliccia. A quel punto fermavo le signore del mercato e le pregavo: “Gli dica che sono stata con lei l’intera notte! La prego!”.

Si è mai vendicata con Loy?

Una sera ho finto un arresto con la polizia; fuori dal ristorante trovo due volanti: “Sta uscendo Nanni Loy, per favore dite che mi avete fermato perché molesta e ubriaca”. Accettano. E mi ammanettano. Arriva Nanny e immediatamente vengo assalita da un attacco di ridarella: per mascherarlo lo tramuto in un pianto disperato.

E Loy?

Angosciato ha iniziato a urlare: “Lasciatela! Vi denunciooooo”. (Ride) Non me l’ha mai perdonato.

Però ha rinunciato a Mastroianni.

In qualche modo ho recuperato tempo dopo: per Domenica In lo intervisto a casa di Giovanna Cao (avvocato e agente). Mentre sono lì, davanti a lui, si rompe la telecamera; il responsabile va via con la promessa: “Torno subito”. Promessa mancata: è stato via cinque ore.

Quindi…

Mi scusavo a ripetizione, mentre lui a un certo punto mi guarda, e muta la narrazione: “Se avessi avuto vent’anni de meno…”

E lei?

Ho sorriso: “Marce’, se po’ fa’ pure ‘mo”; il bello, poi, è la lezione di vita successiva: al mio ennesimo “mi dispiace”, mi offre la chiave di lettura: “Non devi agitarti, siamo pagati per aspettare”.

Da attore di cinema.

Anni dopo con Corrado presento i Telegatti, e durante le prime prove scopro nella scaletta la partecipazione di Marcello e Sofia Loren: estasiata racconto a Corrado l’episodio dell’intervista e manifesto la mia passione per i due. Arriva la serata di gala, mi consegnano la scaletta, e sopra c’era scritto che quei due miti li avrei presentati io, e non Corrado. E proprio per volere del signor Mantoni, un galantuomo come nessun altro.

Sono 30 anni dalla morte di Tognazzi.

Con lui non ho mai lavorato.

Veramente lei era nel suo film “Cattivi pensieri”.

Oddio, è vero. Ecco quanto tengo alla mia filmografia; (cambia tono) però il protagonista era Luc Merenda, bellissimo, e io cotta di lui, pazza, ma in silenzio: non gli ho mai manifestato la mia passione; (ci pensa) con Ugo siamo diventati amici anni dopo quando lo frequentavamo con Jerry.

Secondo la Ferilli lei ha il cuore caldo.

Esattamente come lei, per questo ci vogliamo bene, e paghiamo un prezzo per il nostro modo di essere; (ride) quando viene a cena da me, per cucinarle quello che le piace, inizio dalla mattina presto

Le dà sempre consigli di politica?

Sarebbe un grandissimo sindaco di Roma. Lei è Roma. Lei è la Lupa.

Libro della vita?

Il rosso e il nero di Stendhal mi accompagna da sempre.

Come si rilassa?

Con le pulizie: alle sei del mattino mi sveglio e spazzo il terrazzo.

A cosa è sopravvissuta?

(Ci pensa a lungo e tra sé e sé ripete più volte la domanda) Non so come dirlo; (altra pausa) sono sopravvissuta alle violenze di un mio ex compagno, e parliamo di tanti anni fa: lì ho pensato potesse finire molto male.

Secondo Franca Leosini una donna deve chiudere al primo schiaffo subito.

Ho ricevuto molto più di uno schiaffo, e il peggio è arrivato dopo che ho chiuso. Ho pagato un prezzo altissimo. Però ha ragione la Leosini.

E invece?

Con questo tipo di personalità scatta la sindrome della crocerossina, “l’io ti cambierò”. In realtà con il tempo muta in peggio; al sopravvissuta aggiungo i tre anni di Alzheimer di mia madre, quando una mattina mi ha salutato con “buongiorno signora” una parte di me è morta.

Primi settant’anni intesi.

E rifarei tutto.

Chi è lei?

Maretta de Venezia.

Pandemia e screzi: il declino dei Gilet

Doveva essere la grande prova del ritorno dopo il lockdown, mesi di pandemia, di isolamento e di stop a qualsiasi dimostrazione. Ma quella andata in scena ieri nelle principali città francesi da parte dei Gilet gialli richiamati a raccolta non è stata la performance più riuscita dai quasi due anni di vita del movimento. Poche centinaia di persone a Parigi, pochi rappresentanti anche a Marsiglia, Lione, Lille, Nantes, Nizza e Bordeaux. Pensare che fino a pochi mesi fa c’è chi non si sarebbe perso il consueto appuntamento delle proteste del sabato per nessuna ragione e questa volta invece ha preferito disertare l’appello, circolato su Facebook in maniera massiccia attraverso gli account ancora in vita. A rivitalizzare il movimento Jérôme Rodrigues, uno dei Gilet più noti, ferito a un occhio a inizio 2019 in Place de la Bastille a Parigi. “Dopo mesi di reclusione, dopo le vacanze estive, vogliamo dire che siamo ancora lì, con un messaggio identico a quello degli inizi: giustizia sociale e fiscale, democrazia più partecipata e la fine dei privilegi”, scrive Rodrigues. Ma a pesare sono state anche le misure di sicurezza imposte dalle autorità per via del Covid-19: nella Capitale era stato vietato dalla polizia qualunque raduno di persone che affermavano di far parte dei Gilet gialli e il dispiegamento di forze è stato pesante. Gli agenti hanno sparato gas lacrimogeni per disperdere la folla e gli arresti sono stati 200 per via di pietre e bottiglie lanciate sulla polizia dai manifestanti. Ma sicuramente a pesare di più nel vuoto delle piazze francesi è stato il declino del movimento anche per divisioni e prese di distanza dei suoi stessi rappresentanti. Priscillia Ludosky, figura importante del movimento fin dalla nascita a Mediapart ha confessato di essere ottimista sulla ripresa e l’efficacia delle proteste anche in tempo di Covid. Ma lei stessa, che aveva lanciato la petizione contro l’aumento del carburante, ora è coinvolta in un movimento più ampio sulla riforma delle istituzioni e la difesa dell’ambiente. Così interpellato dai media francesi, chi è sceso in piazza ha dovuto constatare “la fine del movimento, almeno nella sua forma classica”. A Place de la Bourse, manifestanti hanno fischiato e allontano dal corteo il comico Jean-Marie Bigard, autoproclamatosi candidato alle presidenziali del 2022, che aveva cercato di unirsi a loro. I Gilet non gli hanno perdonato di essersi dissociato da Rodrigues, dopo averlo sostenuto. Ma anche quest’ultimo alla fine cede all’evidenza: “Molti Gilet gialli sono tornati a casa. Il 30% di coloro che hanno lasciato il movimento si è sentito perso nella molteplicità delle richieste”. Quanto al restante 70%, secondo lui “aveva paura della repressione della polizia. Oggi perdiamo un occhio solo per aprire bocca”, ha concluso, evocando il suo caso.

“I talebani, la fuga e l’Egeo: ma è a Lesbo l’ora più buia”

Un impiegato e una maestra che da cinque giorni con i due figli dormono nel parcheggio di un supermercato. Non è la storia di una famiglia in crisi economica, ma di un nucleo che è rimasto senza nulla a Moria, dopo il rogo che ha distrutto il campo degli immigrati sull’isola di Lesbo. Asil ha 15 mesi e ha già attraversato, portato in braccio dal padre, mezzo mondo. “Quando abbiamo lasciato l’Afghanistan non sapeva nemmeno gattonare. Oggi mi chiama per nome e cammina”. Saued Samin Sadat è originario di Balkh, una provincia a metà strada tra Kabul e Samarcanda. Nel 2008 Samin iniziò a lavorare in un albergo. Ha un ricco vocabolario inglese. “Nell’albergo dove lavoravo ero un riferimento per gli stranieri. Eravamo vicini a Herat, quindi c’erano le ong, i militari e tanti politici”. Mentre parla, tra le sue gambe, c’è il maggiore dei suoi due figli. Jahid ha quattro anni. Avvita e svita un bullone, fa finta di non sentire il padre. La moglie, Marzillah, ha 29 anni: “ Parlo cinque lingue. Ho fatto letteratura inglese all’università”. Si sono sposati tardi per gli standard locali. Prima hanno comprato una casa, poi sono nati i bimbi. “Diversi nostri parenti vivono all’estero – spiega Samin – però noi avevamo un lavoro e una famiglia. Tutto si è rotto con una telefonata, il numero finiva con 477”.

Circa un anno fa un uomo chiama Samin e gli dice: “Lavori con gli stranieri, fai affari con gli infedeli, vivi con i loro soldi. Tu non sei musulmano e in questo paese c’è posto solo per i veri credenti”. Nei giorni seguenti il numero continuava a chiamare. “Poi vennero davanti alla nostra porta e spararono. Quattro colpi”. La volta successiva che il 477 lo chiamò, Samin registrò la telefonata. “Non sapevo come comportarmi, ho cercato di prendere tempo e poi sono andato dalla polizia”. Pochi giorni dopo degli uomini in motocicletta tentarono di rapire Jahid. “Sono stato fortunato. Camminavamo per la strada, mano nella mano. Sono passati e lo hanno agguantato. Gli è sfuggito dopo pochi metri. Quella notte stessa siamo andati verso il confine”. Il visto turistico per l’Iran è quasi una formalità, la famiglia lo ottiene facilmente. In meno di una settimana passano per Teheran e vanno verso la frontiera con la Turchia. “Non avremmo mai ottenuto i documenti per restare in Iran, né quelli per andare a Istanbul”. La comunità afgana sul confine è forte. Trovano subito un gruppo di persone pronte a unirsi a loro e attraversare il confine. “Portavamo in braccio i nostri figli e poche altre cose. Dovevano essere dodici ore a piedi, ma la prima notte abbiamo perso gli altri”. Marzillah e Samin sono cresciuti sulle montagne, non si perdono d’animo. “Il secondo giorno abbiamo fatto colazione – racconta la donna – e non ci restava più nulla da mangiare. Io allattavo ancora, ero terrorizzata dall’idea di rimane senza latte”. Passano ancora 36 ore. Marcia e paura. “Quando ci ha fermato la guarda di frontiera turca eravamo miserabili. Ci diedero dell’acqua e ci indicarono di tornare da dove eravamo venuti”. Samin cerca di parlare con i soldati, ma non c’era modo di comunicare “quando hanno capito che sapevo l’inglese, mi hanno portato da un ufficiale. Gli ho detto che avrei preferito morire per un colpo di pistola, che lasciar morire di fame i miei figli. Ci lasciò andare”. La traversata dell’Egeo l’hanno fatta su un gommone con altre 24 persone. “Siamo riusciti al primo tentativo. I bambini si sono spaventati, ma nulla a che vedere con il confine turco”.

Eccoli in Grecia. Dieci mesi fa Marzillah, Samin, Jahil e Asil vengono registrati come richiedenti asilo ed entrano al campo di Moria. Avrebbero dovuto avere la prima intervista un mese e mezzo fa, ma il Covid ha cancellato tutto. “Di tutto il nostro viaggio questo è il momento più nero. A ogni passaggio ci hanno tolto qualcosa. Oggi senza bagni, acqua e cibo l’unica cosa che possono toglierci sono i nostri figli. Ma non può accadere, non in Europa”.

La pazza idea dell’Isis: fare del Marocco il nuovo Stato islamico

Li hanno presi all’alba di giovedì scorso. Cinque terroristi di una cellula legata all’Isis che stavano per entrare in azione sono stati arrestati dal Bcij, la forza speciale antiterrorismo del Marocco in un’operazione congiunta che si è svolta in diverse città, dalla capitale Rabat a Tangeri, il porto dei mille traffici illeciti. Decine di agenti, quasi tutti in borghese, dissimulati fra la gente comune, li tenevano d’occhio da tempo indossando la tuta del meccanico, il camice del farmacista, i panni del venditore ambulante. Uno dei terroristi ha cercato di farsi esplodere con una bombola del gas quando ha capito che era finito in trappola, un altro ha tentato la fuga e cercato di nascondersi in un magazzino, tanto che sono stati necessari i lacrimogeni per acciuffarlo. Ma l’obiettivo del Bcij è stato raggiunto, prenderli tutti e prenderli vivi. Dai loro interrogatori ci si aspetta molto per capire origini e finanziamenti alla cellula. Nel corso delle operazioni sono state sequestrate diverse cinture esplosive, detonatori, pugnali, cavi elettrici e sostanze chimiche ora al vaglio degli investigatori.

Tra gli arrestati, quello che è considerato il capo della cellula, era già noto per numerosi precedenti penali. Per la quantità di armi trovate nei rifugi dei cinque arrestati e nelle loro case, gli agenti dell’anti-terrorismo sono convinti che stessero pianificando a breve degli attentati suicidi. Il Marocco è minacciato in modo crescente dal terrorismo islamico, che cresce nella regione del Sahel-Sahariana e nelle aree del Nord Africa.Le preoccupazioni delle autorità marocchine trovano conferma in due rapporti dell’anti-terrorismo europeo che segnalano movimenti di foreign fighters marocchini, di ritorno da Siria e Iraq dopo la dissoluzione del Califfato di Abu Bakr Al Baghdadi e in transito nel sud della Libia, fuori dal controllo sia del governo di Tripoli che delle autorità di Tobruk. Il ritorno entro le frontiere del Marocco di questi combattenti “esperti” allarma non poco Rabat. Secondo Abdellatif Hammouchi, il direttore della Dgsn-Dgst – il controspionaggio interno del Marocco – “sono 1659 i giovani marocchini che negli anni si sono uniti all’Isis in Siria e in Iraq”. Di questi 749 sono morti, 260 sono stati assicurati alla giustizia. Ne consegue che oltre 600 sono ancora alla macchia in qualche zona del Maghreb dopo la definitiva sconfitta del Califfato di Al-Baghdadi. In effetti in Africa e nel Maghreb, l’Isis ha riconosciuto nel 2019 diverse nuove “filiali”, incluso il Sahel, la regione del lago Ciad e l’Africa orientale. Di queste certamente anche Aqmi- Al Qaeda nel Maghreb islamico – è fonte di serie preoccupazioni.

Nel Maghreb gli sforzi e le operazioni anti-terrorismo in Algeria, Marocco e Tunisia hanno ostacolato l’espandersi della “piovra islamica”. Le forze armate algerine hanno pubblicato dati che mostrano un aumento degli arresti di terroristi rispetto al 2018 e la Tunisia ha aumentato le sue operazioni, inclusa l’uccisione del leader di Jund al Khilafah.

“L’ideologia della jihad esiste ancora nonostante la morte di Al-Baghdadi”, dichiara Abdelhak Khiame capo del Bcij, “il terrorismo islamico non è un leader, un rais, un capo; è un’ideologia, che si muove sotto il pelo dell’acqua, che approfitta dei social network per dissimularsi, creare codici di comunicazioni, scambi di armi e opinioni”. Il capo dell’agenzia marocchina – simile allo FBI con cui collabora attivamente – torna anche sull’arresto di un’altra cellula sei mesi fa, quando sette terroristi – di età dai 17 ai 25 anni – stavano progettando attacchi navali. Tre degli arrestati erano istruttori subacquei, precisa Khiame, “e questo indica che l’obiettivo era nelle nostre acque territoriali”.

La sicurezza, spiega ancora Khiame, rimane al centro dell’approccio marocchino per affrontare la questione dei jihadisti locali e dei combattenti di ritorno. Tuttavia il Marocco si è impegnato nella riforma del suo sistema legale e nell’introduzione di programmi di de-radicalizzazione nelle carceri. Il regno è anche impegnato nella riforma della sfera religiosa con l’obiettivo di contrastare la retorica radicale, percepita come la radice del problema. Ci sono ancora 280 donne marocchine e 391 ragazzini tra Siria e Iraq, “e il Marocco” – dice Khiane – “sta compiendo sforzi per reintegrare le donne che hanno accompagnato i loro mariti in Siria e in Iraq e che ora vogliono tornare”. Nonostante la sfida jihadista, il Marocco ha prevenuto con successo attacchi terroristici negli ultimi anni. Con l’eccezione di due viaggiatrici scandinave nel dicembre 2018, non ci sono stati attacchi dall’attentato di Marrakesh nel 2011 dove rimasero uccise 17 persone e venti restarono ferite. Solo nell’ultimo anno le autorità marocchine hanno arrestato oltre 260 rimpatriati, che stanno scontando pene fra i 10 e i 15 anni di carcere. Di fronte alla mobilitazione jihadista il regno deve però perseguire riforme socio economiche più ampie, quelle che promise il suo sovrano Mohammed VI ormai seduto sul trono da un ventennio, dopo la morte di re Hassan II. Le disparità socio-economiche e la mancanza di opportunità per i giovani restano le questioni principali per l’uomo della strada e sono il principale fattore propizio alla radicalizzazione.

Segui i veri indizi degli equivoci e troverai la risata

Lo studio della comunicazione divertente mostra come i tratti comici siano cumulativi, e le classi tendano a sovrapporsi: una gag può essere, allo stesso tempo, un caso di comicità del paragone, della massima, della reciprocità (comicità della retorica); e un caso di comico di carattere, o di situazione (comicità nella retorica). Un fanatico di spiritismo ferma G.B.Shaw per parlargliene. “Ieri sera, la seduta spiritica è durata tre ore; eravamo tutti stremati, ma alla fine il tavolino s’è mosso.” E Shaw: “Non mi sorprende. In una discussione, è sempre il più intelligente il primo a cedere”. (Olbrechts-Tyteca, 1974)

 

LA SELEZIONE DEI DATI

L’interpretazione. Parole, azioni ed eventi possono essere interpretati come segno, oppure come indizio: Un medico assiste una baronessa durante il parto. Nell’attesa del momento, si mette a giocare a carte con il marito. Dalla stanza vicina, la donna si lamenta dei dolori: all’inizio in un francese eccellente, poi in tedesco. Il medico si precipita solo quando la donna urla in yiddish: “Oy wey, wey geschrien!” (Freud, 1905). Prendere il segno come indizio è la tattica usata dalle rubriche satiriche che traducono la frase di un personaggio nel suo vero significato: 1) Veltroni: “L’ambizione giusta per il Pd è la vocazione maggioritaria: o c’è la vocazione maggioritaria nel Pd o non c’è il Pd.” 2) Veltroni: “Non ci siamo ancora stancati di perdere”. (Marco Panunzio). Ritroviamo la stessa tattica in ogni equivoco a sfondo sessuale: Un parrucchiere dice alla bambina cui sta tagliando i capelli: “Uh, guarda: hai dei peli sul lecca-lecca.” E la bambina: “Sì, e non ho ancora 12 anni!”. Allo stesso modo, l’ispettore Clouseau prende per indizi cose marginali e/o li collega in un’interpretazione assurda: questo fare bislacco, però, gli fa davvero risolvere il caso (scarto dello scarto). Di conseguenza, il suo capo, che lo odia, va fuori di testa e viene internato in manicomio (topper della gag).

La presenza. La selezione dei dati conferisce loro una presenza, che migliora la gag rendendola vivida: Come credi abbia fatto Mosè a condurre gli Ebrei fuori dall’Egitto? Con un sorriso e un po’ di tip-tap? (Woody Allen).

 

L’ADATTAMENTO DEI DATI

L’epiteto. Renzi in conferenza stampa viene interrotto da una voce che urla: “Buffone!” Sensi: “Chi è che dà del buffone al premier?” La voce: “Chi è che dà del premier a quel buffone?”

La qualificazione. Il professor Di Marco legge l’anamnesi di un ammalato scritta da un dottorando. Rivolto a Giorgio, il tecnico di laboratorio, commenta: “Fabbri ormai scrive come un primario. Non si capisce niente”. Allo stesso modo, nella Pace di Aristofane, Trigeo definisce “nobile Pegaso alato” il gigantesco scarabeo stercorario col quale vuole volare verso gli dèi dell’Olimpo.

Separare la doppia qualificazione: “Enzo Jannacci era un medico e un cantante. I medici pensavano che fosse un cantante, i cantanti pensavano che fosse un medico”. Un altro esempio è la celebre risposta di Rossini a un giovane compositore che gli chiedeva un giudizio sulla musica che gli aveva inviato: “Nel suo lavoro c’è del bello e c’è del nuovo. Purtroppo, quello che è bello non è nuovo, e quello che è nuovo non è bello”.

La classificazione. Un esempio celebre: “Chi era la donna con cui ti ho visto ieri sera?” “Non era una donna, era mia moglie”. Isomorfa, quella sui cannibali: “Chi era la donna con cui ti ho visto ieri sera?” “Non era una donna, era la mia cena”. È divertente anche allargare la classificazione: “Si è sempre il sud di qualcun altro”.

 

LA FORMA DEL DISCORSO DIVERTENTE

La durata. Sia la prolissità che la brevità hanno effetti comici. Ripetizione, accumulo, dettagli, suddivisione aumentano la presenza, come in questo esempio plautino: “È proprio necessario che se la tenga sulle ginocchia facendosi sbaciucchiare? Non può eseguire l’incarico se non le palpa le tette e non incolla le labbra alle sue? Fa vergogna ricordare il resto che gli ho visto fare. In mia presenza, senza alcun pudore, le ha infilato la mano sotto le vesti per titillarne il corpo”. (Bacchidi, 477-483)

L’ipotesi. Si rende divertente un’ipotesi attraverso le sue condizioni e le sue conseguenze. Per esempio, prendendo l’ipotesi alla lettera: “Il concessionario: ‘Con questa spider, se lei parte da Roma alle 5 del mattino, alle 9 e mezzo è già a Torino.’ ‘E che ci faccio a Torino alle 9 e mezzo?’” . Oppure attuando l’ipotesi per smentirla: “Una moglie infedele sente arrivare il marito poliziotto e nasconde l’amante sotto il letto. Il marito sospetta qualcosa. La moglie lo abbraccia facendo la gattina: ‘E se mi avessi trovato a letto con qualcuno, cosa avresti fatto?’ Lui: ‘Gli avrei sparato con questa pistola!’ Lei: ‘Oh, ma io te l’avrei impedito. Avrei preso questo lenzuolo, te l’avrei buttato addosso così, e il mio amante sarebbe fuggito.’ Lo avviluppa nel lenzuolo, e segnala all’amante di scappare, mentre lei grida al marito, come scherzando: ‘Uuh! Eccolo che scappa! Corrigli dietro!’” .

Sostanza e forma. Dissociare sostanza e forma è una tattica comica fra le più frequenti. Ne sono esempi la parodia (come nella sequenza appuntamento galante-erezione-copula mostrata come fosse una missione spaziale in Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso di Woody Allen); e l’autofagia (confermare smentendo): “L’ESPLORATORE: ‘Ci sono ancora cannibali da queste parti?’ L’INDIGENO: ‘No, l’ultimo l’abbiamo mangiato ieri”.

Le equivalenze. Ne sono esempi la differenza apparente (NOVIZIO: “Posso fumare mentre prego?” PADRE SUPERIORE: “No, si fa peccato.” “E pregare mentre fumo?” “Sì, questo è lodevole”); la differenza negata (SERGENTE: “Pulisci la sala mensa e le latrine.” SOLDATO: “Come riconosco la differenza?”); la giustapposizione incongrua (Dio e la moquette in Woody Allen).

Le figure argomentative. Le figure retoriche, isolate dal contesto, sono solo figure di stile. Dentro un contesto, possono diventare figure argomentative, come quando si prende alla lettera una figura retorica: “Che dire poi dei serpenti velenosi? Nulla, non ve ne sono.”

 

LO STATUTO DEGLI ELEMENTI

Le premesse possibili di un discorso sono infinite, e il loro statuto è precario: lo si può modificare con effetti divertenti. Un esempio consiste nel confondere il piano dei valori con quello dei fatti: Un tizio presta del denaro a un conoscente, e poco dopo lo vede in un ristorante che mangia salmone con maionese. Il tizio protesta: “Ma come? Mi chiedi un prestito e poi vieni al ristorante a mangiare salmone con maionese?” E l’altro: “Fammi capire. Se non ho soldi, non posso mangiare salmone con maionese. Se ho soldi, non devo mangiare salmone con maionese. Quando riuscirò a mangiare salmone con maionese?” (Freud, 1905). La disapprovazione è sul piano dei valori, mangiare salmone è su quello dei fatti; ma la disapprovazione può essere su due fatti insieme: Un tizio è ai bagni. Un ladro e uno sconosciuto gli chiedono in prestito un raschiatoio. Il tizio: “A te no, perché ti conosco. E neanche a te, perché non ti conosco” (Ierocle, V sec. a.C.)

(21. Continua)

Contro i furbetti del cartellino Atac Roma si affida agli 007

Scordatevi l’avventura, le auto di lusso e le Bond girl: a Roma gli agenti segreti viaggiano in bus. E invece di criminali e spie sovietiche, vanno a caccia degli autisti fannulloni. Atac (l’azienda capitolina dei trasporti) è pronta al giro di vite dopo i casi di cronaca che hanno mostrato un buon numero di dipendenti non molto affezionati al lavoro (per usare un eufemismo). E contro i furbetti ha assoldato nientemeno che un pool di investigatori privati, cuore di un progetto sperimentale che prenderà il via nei prossimi giorni. Pedinamenti, appostamenti, teleobiettivi, binocoli: in campo c’è tutto l’armamentario a disposizione delle aziende del settore. Obiettivo? Scovare furtarelli, assenze sospette, certificati facili, permessi creativi.

Segnalazioni che con l’emergenza Covid – e l’allargamento della facoltà di assentarsi dal lavoro – si sono moltiplicate sulle scrivanie della vigilanza interna. Tutti ricordano Ezio Capri, lo straordinario autista che, in permesso per malattia (ottenuto con regolare certificato medico), infiammava la folla nei pub con le hit di Franco Califano, sfruttando la notevole somiglianza. E più di recente un’inchiesta de Le Iene aveva documentato, tra i 12 mila dipendenti Atac, un vero esercito di furbetti del cartellino che in orario di lavoro facevano di tutto – la colazione, le compere, le giocate al lotto – meno che lavorare.

Tra il 2018 e il 2019 i licenziamenti per violazioni gravi del Codice etico sono stati 19. Ma ora l’azienda vuole fare un passo in più, affiancando al servizio di vigilanza interna – formato da tranvieri – un incarico esterno affidato a professionisti. Non è un inedito, però: nel 2014 furono proprio i detective assoldati da Atac a pedinare e inchiodare tre geometri assenteisti, incaricati del controllo dei cantieri della metro B che non si presentavano al lavoro per giornate intere. Da oggi i loro emuli hanno addosso un paio di occhi in più.

Scuola, mascherina al banco per chi vuole. De Luca provoca: “Partenza il 24? Non so”

La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, lo precisa durante una intervista al Corriere Tv: i ragazzi possono togliere la mascherina al banco se tra loro c’è un metro di distanza, ma possono tenerla se ne hanno voglia anche in condizione di distanziamento regolare. “Nessuno vieta al ragazzo, se vuole tenere la mascherina in classe, di tenerla – ha detto ieri la titolare del dicastero di Viale Trastevere -. Noi siamo l’unico paese al mondo a consegnare le mascherine ai ragazzi. Abbiamo detto una cosa diversa: se c’è il metro di distanza, da seduti, il ragazzo può abbassarla, ma se vuole tenerla anche in classe può farlo”. Lo stesso vale per l’insegnante in classe se: “Se sta a due metri di distanza dagli studenti può togliere la mascherina, altrimenti deve tenerla ad esempio se si alza e gira tra i banchi deve tenerla”. La ministra ha poi rassicurato sull’andamento dell’organizzazione di quella che lo stesso premier Conte, qualche giorno fa, ha definito come la macchina più complessa dello Stato. “Ci sono piccole criticità? Sì, nessuno le nega, ma le stiamo risolvendo in un periodo difficilissimo”. Ha assicurato che le assunzione ci saranno e che ad ottobre il concorso si farà. “Sono tanti incastri, è un puzzle molto complesso, ma ogni pezzo sta andando al suo posto” ha concluso. Oggi alle 12, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte terrà un discorso per gli studenti e il personale.

Sul fronte enti locali, invece, non si smentisce il governatore della Campania, Vincenzo De Luca che da mesi tira la corda sul tema della riapertura della scuola, prima rifiutandosi di firmare l’accordo in sede di conferenza Stato-Regioni sulla riapertura del 14, poi stabilendo il suono della prima campanella il 24 settembre ed ora mettendo in dubbio, ancora una volta, anche quella data (di fatto ignorando l’effetto che queste dichiarazioni possano avere su famiglie e studenti). A un certo punto ha puree invocato l’assunzione dei docenti precari campani (anche in questo caso, musica già sentita quando ha preteso l’assunzione dei precari Anpal). “Oggi no. Il 24 settembre non so – ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano se la scuola campana fosse pronta per riprendere il 24 settembre – Non sappiamo quanti banchi siano arrivati ad oggi, né quanti siano i docenti – ha detto – . Combatteremo per impedire che i docenti che sono già in organico siano mandati a 500 chilometri di distanza e intendiamo attivare contratti integrativi di servizi con società private, di cui già ci si avvaleva per le gite scolastiche, per aumentare i mezzi e garantire il trasporto e la sicurezza degli studenti nell’avvio del nuovo anno scolastico”.

Salvini, l’abbraccio elettorale al senza nome. Si chiama Rixi (ma è meglio non scriverlo)

Nel 2001 Berlusconi candidò alle politiche nel collegio di Bari il milanese e condannato Gianstefano Frigerio sotto falso nome (Carlo). Il berlusconiano governatore ligure Giovanni Toti invece, per la campagna regionale in corso, per evitare imbarazzi con gli elettori, ha optato per gli impresentabili senza nome. La gigantografia appiccicata sugli autobus in circolazione in Liguria, ritrae il leader della Lega Matteo Salvini accanto a Edorardo Rixi. L’ex viceministro è stato condannato in primo grado a 3 anni e 5 mesi per peculato e falso nell’inchiesta spese pazze in Regione. È tuttora parlamentare, non è candidato, ma è il referente della Lega in Liguria che sostiene il governatore uscente, ma nel centrodestra ligure si sono ben guardati dallo scrivere “Rixi”. La foto della gigantografia pubblicata sulla pagina Facebook “Il Comune siamo noi” di Portovenere (La Spezia), è stata cancellata. Un utento molto attivo è il sindaco Matteo Cozzani, coordinatore della lista dei candidati di Giovanni Toti, in predicato trasferirsi a Genova con qualche incarico.

Click day Sicilia, 128 milioni di euro per pochi intimi?

Centoventotto milioni di euro provenienti da investimenti mai compiuti e assegnati in pochi secondi con un click su Internet: chi arriva prima, ha il dito più veloce e la connessione migliore, ottiene il contributo, da 5.000 a 35 mila euro destinati alle piccole e medie imprese colpite dal lockdown. Sono gli aiuti decisi dal governo siciliano per circa cinquemila imprese con una nuova edizione del click day, il cui bando è previsto per la fine del mese, nonostante le contestazioni di qualche anno fa, quando Sicindustria, Conf commercio, Uil e i grillini giudicarono il sistema inaffidabile per i fallimenti ripetuti: nell’autunno del 2014 i server di “garanzia giovani”, la misura di sostegno alla disoccupazione giovanile, crollarono sotto il peso di migliaia di click contemporanei e il collasso si ripetè in occasione di altre misure di fondi europei.

“Non solo vigileremo, ma saremo partecipi – dice oggi Luigi Sunseri, parlamentare regionale dei 5 Stelle, che ha chiesto al governatore Musumeci di revocare il bando – chiediamo alla regione di rivedere il criterio, sia per l’inaffidabilità informatica, sia perché premia la velocità e non la qualità del progetto: chi ha la fibra, e sta in via Libertà, a Palermo, non ha le stesse chances di una piccola azienda dell’entroterra, dove la connessione è debole o inesistente”. Sempre critici sul click day, i 5 stelle presentarono nel 2016 un esposto in procura su un vero e proprio mercato parallelo dei click: “Scoprimmo, ma fu solo una conferma – conclude Sunseri – che in occasione del click day sulla misura 311 di aiuti alle imprese centinaia di proposte partivano tutte dallo stesso sito e cioè in molti avevano incaricato una società terza, vicina alla cabina di connessione con la fibra, di cliccare per loro in cambio di denaro. Inoltre gli IP partivano dagli ospedali che hanno una rete di connessione veloce o dalle società di consulenza”.

Altro che tregua. Bonomi non placa il caos sul rinnovo

L’intervento di Carlo Bonomi, capo della Confindustria, non ha sedato lo scontro tra Federalimentare e sindacati. Anzi, un nuovo scambio di lettere infuocate ha in questi giorni mostrato come il conflitto sul rinnovo contrattuale dei 400 mila lavoratori agro-alimentari si sia semmai acuito. Breve riepilogo: il 31 luglio Flai Cgil, Fai Cisl e Uila hanno sottoscritto con solo tre associazioni di imprese – su tredici aderenti a Federalimentare – il nuovo contratto collettivo, con aumenti da 150 euro al mese. Frattura tra gli industriali: tre federazioni hanno sconfessato l’ordine di non firmare arrivato dalla Confindustria, la quale definisce l’accordo “illegittimo” e lo ritiene insostenibile poiché troppo generoso. Nelle scorse settimane, i sindacati hanno però convinto anche altre grandi aziende – come Citterio e Campari – a disobbedire agli ordini dall’alto e applicare il nuovo contratto per ripagare i sacrifici fatti dagli addetti durante il lockdown. Da qui l’ira della Federalimentare: “Le vostre iniziative – ha scritto il presidente ai sindacati – pretendono di estendere l’intesa del 31 luglio all’intero settore, con forme di pressione sindacale. Scelta che non possiamo accettare”. Per il rappresentante delle imprese, il contratto non rispetterebbe le regole del Patto di fabbrica, cioè l’accordo tra Confindustria e sindacati sulla rappresentanza. Per questo esige che si faccia una nuova trattativa e se ne riscriva uno diverso. I sindacati non ci stanno. Lunedì, incontrando i segretari di Cgil, Cisl e Uil, Bonomi aveva detto di voler “chiarire alcuni punti sul Patto della fabbrica”, posizione che sembrava voler smussare le spigolature. L’uscita della Federalimentare, solo a poche ore dopo, appare invece molto meno conciliante: “ L’intesa da voi sottoscritta non può essere considerata il Ccnl dell’industria alimentare, né per il diritto né per le relazioni sindacali”. Domani il presidente della Confindustria incontrerà le tre associazioni “dissidenti”.