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DIRITTO DI REPLICA

A proposito dell’articolo apparso l’11 settembre dal titolo “Spudorati del No: i campioni d’assenteismo eletti all’estero”, debbo contestare la ricostruzione offerta dal giornalista in quanto non corrispondente al vero e lesiva dei diritti della mia persona. In particolare, si legge che il taglio dei parlamentari mi “toglierebbe il sonno” e che io sia “sparito dall’aula dal 20 febbraio fino ad oggi, a eccezione della settimana dal 20 al 26 luglio”. L’attribuzione di assenteista nei miei confronti è falsa e gravemente lesiva dei miei diritti della personalità; con il lockdown decorrente dai primi giorni di marzo ogni collegamento aereo fra l’Italia ed il Brasile è stato interrotto e che, una volta riattivati i voli, occorre effettuare in entrambi i Paesi un periodo di isolamento fiduciario di 15 giorni. Invece di rappresentarmi in modo così falsamente denigratorio, il giornalista avrebbe potuto scrivere che, anche grazie al mio interessamento, il 1 aprile sono riuscito a far arrivare in Italia un carico di 2,5 milioni di mascherine inviate dal presidente Bolsonaro in segno di amicizia al popolo italiano. Ma, evidentemente, le vere notizie vengono celate, mentre vengono pubblicate quelle suggestive e utili alla vostra linea editoriale.

Luis Roberto di San Martino Lorenzato di Ivrea

 

Non mi permetto di sminuire la moral suasion dell’onorevole Lorenzato nei confronti di Bolsonaro, che però non è oggetto del pezzo. È oggetto del pezzo quanto invece non rettificato – anzi, semmai confermato – dall’onorevole: nonostante a giugno bastassero 15 giorni di isolamento per rientrare a Roma (ma parecchi italiani sono riusciti a rientrare pure prima), ha ripreso i lavori d’Aula a fine luglio.

L. Giar.

 

In un articolo pubblicato suIl Fatto , si contesta il diritto mio e di altri colleghi eletti all’estero di esprimere una posizione contraria al taglio dei parlamentari con un’accusa pesante per un parlamentare, quella di assenteismo. Mi dispiace molto il metodo adottato dal suo giornale per fare lotta politica, attaccando e tentando di delegittimare le persone, ma soprattutto la rappresentanza politica di oltre 6 milioni di italiani residenti all’estero. Tuttavia vorrei fornire alcune precisazioni. Nei mesi più acuti del lockdown, la riduzione dei voli internazionali e l’obbligo di quarantena, superato per i cittadini Ue solo dal 3 giugno, hanno ostacolato la pendolarità degli eletti all’estero, riducendo l’attività in presenza (non quella a distanza) che, per quello che mi riguarda, risulta essere ad oggi al 73,93%. L’attività parlamentare nel suo complesso ha avuto una conversione nella partecipazione a distanza, soprattutto per i lavori nelle commissioni, ai quali ho partecipato ogni volta che se ne è data l’occasione. Nei mesi di lockdown e di restrizione ai viaggi, ho continuato a seguire i lavori parlamentari e i provvedimenti in discussione. Ho presentato atti parlamentari su questioni relative ai miei ambiti di attività e sono intervenuta per sollecitare i responsabili di governo e dell’amministrazione su situazioni urgenti che, quotidianamente, mi sono state prospettate da italiani residenti in molti Paesi europei in condizioni di grave difficoltà. Non ho mai smesso di lavorare anche se lontana da Roma. Come tanti colleghi ho promosso e preso parte a decine di incontri, conferenze, iniziative politiche del mio partito e dei suoi circoli esteri, di associazioni, di movimenti e partiti politici europei. Nei mesi di giugno e luglio, precisamente dal 5 giugno al 14 luglio, sono andata incontro a seri problemi di salute, purtroppo ancora non risolti, attestati da regolari certificazioni di medici e strutture sanitarie tedesche, tutti presentati immediatamente agli uffici della Camera, come gli stessi uffici possono documentare. Questa mancanza di attenzione ai fatti è la cosa che più mi ha ferito: un parlamentare – purtroppo – può ammalarsi! Comunque, compatibilmente con il mio stato di salute, sono stata presente alle votazioni di luglio e di inizio settembre. Sarebbe bastato chiedere a me o agli uffici della Camera queste informazioni prima di lanciare notizie lesive o calunniose.

Angela Schirò

 

Non ho mai messo in dubbio le attività politiche dell’onorevole Schirò, anche se “incontri, conferenze e iniziative” di partito non erano oggetto del pezzo. Ne ho contestato l’assenza in Aula, circostanza che – se provocata da problemi di salute – merita auguri sinceri.

L. Giar.

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’intervista sul referendum costituzionale pubblicata venerdì 11 settembre, Pietro Paganini è stato definito ex presidente della Fondazione Einaudi, mentre è ex direttore generale.

Giacobbe. Non conta cosa siamo stati ma chi possiamo diventare

Dopo aver defraudato suo fratello Esaù della solenne benedizione di Isacco, il padre morente, Giacobbe lascia Canaan per recarsi dallo zio Labano a Caran (Genesi 27). Lungo la strada, una notte sogna una scala che dalla terra giunge fino al cielo, con degli angeli di Dio vi salgono e vi scendono. Al di sopra di questa scala c’è il Signore che ripete anche a lui la benedizione fatta a suo padre Isacco e a suo nonno Abramo: tua e della tua discendenza sarà la terra su cui sei coricato, in te e nella tua discendenza saranno benedette tutte le famiglie della terra e, infine, “Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ho detto” (28,15). Una benedizione immeritata ai nostri occhi: Giacobbe, il cui nome richiama il verbo soppiantare, non è uomo di vita specchiata, almeno fin qui. Perché, allora, Dio lo benedice? Dio è libero di scegliere chi vuole, ma non potrebbe scegliere una persona un po’ più adatta allo scopo? Ne siamo stupiti, come lo siamo della chiamata del feroce persecutore Saulo/Paolo di Tarso (Atti 9) che poi diventerà l’apostolo dei pagani. Questo è un primo insegnamento della Scrittura: nessuno ha diritti o giudizi da accampare presso Dio, la valutazione su chi sia adatto o no spetta solo a Lui, che probabilmente nei suoi giudizi si sbaglia meno di noi. Anche perché quello che conta non è chi si siamo stati ma chi possiamo diventare, con l’aiuto di Dio.

C’è un secondo insegnamento in questo racconto: è Dio che prende l’iniziativa di parlare a Giacobbe, non viceversa. La vicenda con Dio incomincia sempre con una sua iniziativa, non con la nostra. Succede ancora oggi: se ci fermiamo a riflettere, possiamo ricordare che Dio ci ha parlato tramite qualcuno, magari tanto tempo fa, e noi non abbiamo risposto. Oppure, se facciamo silenzio nella nostra vita, riusciamo a udire la voce di Dio che ci parla, con discrezione, con rispetto. E quando udiamo Dio che parla e ci parla, udiamo anche la sua benedizione e vocazione: “Tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza” dice a Giacobbe (Genesi 28,14) affidandogli un grande compito di testimonianza e di servizio per il bene di tutti. E qualcosa di simile dice a noi. Certo, possiamo essere intimoriti (“E Giacobbe ebbe paura”, v.17), ma ancor più dobbiamo essere fiduciosi (“Io sono con te […] io non ti abbandonerò”, v.15).

Infine, c’è un terzo insegnamento nel racconto biblico di oggi: la scala. Quello che gli uomini non avevano potuto fare con la torre di Babele (ascendere fino al cielo, Genesi 11), lo fa Dio con la scala del sogno di Giacobbe (scendere verso l’uomo). Come possono comunicare Dio e l’essere umano se non si avvicinano? Giusto. Ma non è l’essere umano che ascende al cielo (l’ascesi), è Dio che scende verso l’essere umano (la grazia). Infatti, sulla scala del sogno di Giacobbe non ci sono degli esseri umani che salgono verso Dio, ma degli angeli, cioè dei messaggeri di Dio, “che salgono e scendono” (v.12) in un flusso continuo di comunicazione fra il cielo e la terra, per iniziativa di Dio. È vero, resta una grande distanza tra noi e Dio: noi siamo la terra, Dio è il cielo; noi siamo il presente, Dio è il futuro; noi siamo il buio, Dio è la luce, non c’è niente da fare. Ma Dio è anche la nostra unica speranza perché ci ha mostrato inequivocabilmente la sua volontà di non rimanere distante per giudicarci: “Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai […], perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ho detto” (v.15).

*Già moderatore della Tavola Valdese

 

Maledetto imbroglio il no di sinistra

Bisogna davvero essere ciechi per non vedere che i fautori del No al referendum sul taglio dei parlamentari si agitano molto, in taluni casi fino a sconfinare nel turpiloquio, ma in testa hanno un pensiero unico e fisso: questo Movimento 5 Stelle non ha da esistere, va fatto fuori, e se l’operazione chirurgica comporta la vittoria delle destre e la sconfessione di 40 anni di battaglie del Pd fa niente, sempre meglio del guazzabuglio che abbiamo davanti, i cui contorni sono talmente poco chiari.

A ragionare così è una parte delle sinistre, e man mano che passano i giorni la loro voce si fa al tempo stesso più sgangherata e più inconsistente.

È il caso del No proclamato su La Stampa da Roberto Saviano, che non ritiene utile spiegare neanche di soppiatto le ragioni della sua preferenza ma che di una cosa è assolutamente certo: i 5 Stelle, e Di Maio in particolare, sono “intrisi di una cultura profondamente autoritaria e xenofoba” e vanno finalmente liquidati con un sonoro “va’ a cag…” (equivalente sopraffino di vaffa). Quanto a Conte, l’unica prospettiva che offre è morire democristiani, dunque fuori anche lui. Il ragionamento di Montanelli sul voto dato tappandosi il naso per Saviano non vale. Poco importa se Draghi, improbabile profeta della terra promessa, non succederà a Conte sconfitto. Che vengano Salvini e Meloni. Meglio loro che Di Maio, il diavolo in persona, almeno il naso non lo tocchi e il vantaggio non è da poco.

O per meglio dire Saviano offre una ragione, che però non ha nulla a vedere col taglio di parlamentari: questo governo intrallazza con le Libia, accetta che i migranti vengano respinti in un paese dove i richiedenti asilo vengono torturati e uccisi. Obiezione più che giusta e che condivido, se non fosse che a inaugurare gli intrallazzi non sono stati i 5 Stelle ma i governi Pd, la Lega e prima ancora Berlusconi. Non esiste neanche di lontano una maggioranza pronta a ribaltare la politica italiana in Libia ma esiste solo un suo incattivirsi, se Salvini e Meloni vanno al governo.

Non meno inconsistente il No delle Sardine, esperte in frasi fatte e dubbie frequentazioni. Dice Mattia Santori: “Durante il lockdown abbiamo studiato tanto, soprattutto sul percorso e sulle parole che accompagnano un referendum. Per questo votiamo No”. Non è che sia propriamente una spiegazione del voto: in fondo sono stati in tanti a permettersi di passare il lockdown studiando, lasciando che a lavorare restassero Conte e governo, infermieri, medici e scienziati, maestri e “driver”. Se dopo tanto sgobbare Santori annuncia che vota No perché ha studiato farebbe meglio a star lontano dai microfoni.

Poi c’è il no dei giornali mainstream, che i 5 stelle non li hanno mai sopportati. In particolare c’è il No di giornali che vantano una patina ormai slavata di sinistra, tipo Repubblica. Fa impressione che questo No di sinistra sia sbandierato in nome della Carta costituzionale, che non prescrisse il numero attuale di parlamentari (questi furono portati a oltre 600 con una legge del ’63, per moltiplicare poltrone e clientes ben oltre la proporzione decisa dai costituenti in base alla popolazione). O in nome dell’analogo No che affossò la riforma costituzionale di Renzi. Come se le due riforme fossero paragonabili. Salvatore Settis ha ricordato opportunamente su questo giornale come le due riforme non siano paragonabili: quella odierna prevede il ritocco di due articoli, contro i sostanziosi 45 riscritti da Renzi.

Naturalmente esistono dei No argomentati con più finezza, cioè fornendo qualche dettaglio in più (è il caso di Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Livio Pepino, ecc). Ma questi ultimi sono sommersi dal chiasso dei No vuoti di senso, che hanno come solo obiettivo quello di indebolire la presidenza Conte (il Recovery Fund da lui ottenuto a Bruxelles è appena qualche bruscolino), bloccare ogni timido tentativo di collaborazione fra Pd e 5 Stelle, staccare definitivamente il primo dai secondi, nell’astrusa convinzione che fra i due, il partito meno confusionario sia il Pd. Questo fronte dei No, Settis lo ritiene ammaliato dal breve termine e del tutto incoerente (praticamente tutti i partiti, a cominciare dal Pd, hanno difeso e votato tagli simili in passato. Per legittimare il Parlamento e non per delegittimarlo).

Il Movimento 5 stelle è certamente una formazione ingarbugliata, come minimo. Ma non c’è partito che non lo sia, a cominciare dal Pd. Alcuni esponenti di quest’ultimo hanno addirittura cambiato opinione in pochi mesi: ieri sì al taglio e oggi no, contro il parere maggioritario del partito. Zanda e Finocchiaro sognano l’atterraggio di Draghi (per quale politica “di sinistra”?) e chi sogna non è tenuto a spiegare.

Non sono tuttavia la confusione e frammentazione del M5S a indisporre di più. Indispone che una buona parte dell’elettorato classico della sinistra ha da tempo traslocato nel Movimento (oltre che nella Lega), e non aspira a tornare nei vecchi partiti. Questo continua a essere intollerabile per il Pd, che insiste in una visione patrimoniale degli elettori (“questi sono MIEI e me li riprendo”). Difficile presentarsi come partito che ha ambizioni egemoniche sulla sinistra o sulla cultura, quando hai sacrificato quasi tutti i tuoi vecchi programmi al punto di fare affidamento sul neoliberismo di Draghi, e vieni sistematicamente sorpassato da un movimento – un elettorato – non più monopolizzabile. L’unico che ha intuito il dramma è Bersani, il quale voterà Sì e dice chiaramente che non sarebbe Draghi a profittare di una disfatta al referendum – soprattutto se combinata con sconfitte alle regionali – ma Salvini e Meloni.

Una delle più convincenti argomentazioni a favore del Sì mi è parsa quella di Lorenza Carlassare. “Se passasse il No – dice la costituzionalista – nulla verrebbe più cambiato. In particolare non verrebbe più cambiata neppure la legge elettorale (…) la scelta di chi sarà eletto è unicamente operata dalle direzioni dei partiti (…) prescindendo completamente dal rapporto con gli elettori “. E ancora: “In questa situazione non conta tanto il numero dei parlamentari quanto il loro rapporto con gli elettori. Se verso di noi non sentono alcuna responsabilità, di che democrazia stiamo parlando?” Già: di che democrazia stiamo parlando? Nessuno prova speciali godimenti nel votare turandosi il naso (neanche a Montanelli “piaceva”) ma godere per una vittoria di Salvini che magari chissà, faciliterà l’arrivo di Draghi, è più di un errore. È un maledetto imbroglio.

 

Clima ed ecosistemi al collasso, ma noi guardiamo altrove

In Italia – Dopo la breve rottura di fine agosto l’estate si è risollevata nella prima decade di settembre con temperature complessivamente sopra media di 1-2 °C, e punte di 34,2 °C a Napoli e 35,0 °C a Latina martedì 8. Intensi temporali tuttavia lunedì 7 tra Nord-Est, Emilia e Liguria e giovedì 9 in Sardegna: inconsueti, lunedì, i nubifragi da 80 mm d’acqua in un’ora a Venezia e 59 mm in mezzora a Modena-Marzaglia, allagamenti anche tra Vicentino e Padovano, e tromba marina al porto di Genova; giovedì alluvione urbana a Cagliari per rovesci da 59 mm, in poche ore è caduto quasi il doppio della media mensile di settembre (35 mm). Precisazioni sui commenti di alcuni lettori alla mia rubrica di domenica scorsa. I 25.000 chilowattora annui per famiglia italiana indicati nella recensione del libro di Armaroli non riguardano solo l’elettricità (in questo caso sarebbero “solo” 3000 kWh), ma i consumi energetici totali inclusi i combustibili per trasporti e riscaldamento domestico (un litro di benzina equivale a 9 kWh). I 41,3 °C del 30 agosto a Lascari (Palermo), su cui si sono espressi immotivati dubbi, sono stati confermati dal Servizio Agrometeorologico Siciliano (Sias). L’estate 2020, seppure meno estrema come temperature rispetto ad altre stagioni recenti a cui ci eravamo abituati (effetto “rana bollita”), si è comunque collocata tredicesima tra le più calde dal 1800 in Italia secondo il Cnr-Isac (0,6 °C sopra la media 1981-2010), inoltre ciò che più allarma è che tutte le estati più roventi in due secoli (2003, 2012, 2015, 2017, 2019) si siano affollate nell’ultimo ventennio. Infine, essendo il mio mestiere, mi è ben chiara la distinzione tra meteo e clima, tanto che ho sempre suggerito cautela nell’attribuire ai cambiamenti climatici i singoli eventi atmosferici, a meno che questi, messi in sequenza, delineino anomalie inedite, come spesso sta accadendo specie con gli episodi caldi. Mi fermo qui, un pianeta in fiamme non lascia altro spazio alle sciocchezze negazioniste.

Nel mondo – L’enorme incendio “August Complex” che da tre settimane devasta la contea di Tehama è il peggiore della storia californiana per superficie bruciata (oltre 3000 km2), ed è solo uno della trentina di roghi che interessa il Paese oscurando di fumo anche i cieli di San Francisco. A fuoco pure gli Stati di Oregon e Washington e 16 vittime in totale nell’Ovest americano, che d’altronde dopo l’agosto più caldo in 126 anni di misure ha vissuto un’altra fase di calura epocale con 49,4°C registrati per la prima volta a Los Angeles lunedì 7 settembre. Effimero ma straordinario fronte freddo sulle Montagne Rocciose, una località a quota 1314 m in Colorado in 48 ore è passata da 40,0 °C (6 settembre) a 10 cm di neve (giorno 8), per poi risalire a 27 °C! Nei giorni scorsi inoltre nuovi record di caldo di settembre per l’intero Messico (secondo il Servicio Meteorológico Nacional, 50,1 °C al confine con la California) e per l’isola di Hokkaido (34,4 °C, fonte Japan Meteorological Agency). Intanto il servizio Copernicus segnala che l’estate 2020 è stata la sesta più calda in Europa (anomalia +0,9 °C) dopo quelle del 2003, 2010, 2016, 2018 e 2019. Dal 1970 le popolazioni selvatiche di mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci sono crollate del 68% stando al Living Planet Report del WWF. Nel frattempo la popolazione umana, responsabile di questa ecatombe, è più che raddoppiata. Deforestazione, cambiamenti climatici, inquinamento e caccia illegale sono le cause principali di un disastro che se inarrestato trascinerà in un baratro anche la nostra specie, la cui sopravvivenza dipende dalla stabilità degli ecosistemi naturali. Ma tutto ciò non suscita reazioni: la disconnessione collettiva dalla realtà è sconcertante.

 

La sconfitta di Trump per fermare il fascismo

I fascisti sanno che non si diventa fascisti. O sei fascista o non lo sei. Non si conosco percorsi introversi e tormentati in cui qualcuno si confronta con la domanda: sono fascista? il fascismo è la mia strada?

È difficile che qualcuno, per indifferente che sia agli elementari principi morali, scelga la strada di Auschwitz. Sei su quella strada, continui, come coloro che, al Senato italiano, hanno voltato le spalle e rifiutato l’applauso a Liliana Segre dopo che lei aveva proposto la strana idea di liberare la vita di ciascuno dall’odio. Come si fa a non avere odio mentre ci sono intorno così tanti non italiani, non solo di provenienza estranea e di pelle scura, ma anche portatori di malattie mai trovate (neppure nel mezzo di una grande epidemia italiana) ladri di lavoro (che non c’è), portatori di crimini (che sono in drastico calo) e mentre gli ebrei di Soros dirigono gli sbarchi con una immensa organizzazione di trasporto di popoli, allo scopo di sostituire i bianchi con i neri, e siamo assediati da campi di sinti e rom colpevoli di non avere una casa (da cui vengono cacciati ) come tutti gli altri?

Tutto ciò accade mentre irrompono sulla scena di una Italia buona e certamente non razzista (sono i clandestini che invadono) i corpi palestrati e tatuati dei fratelli Bianchi, Marco e Gabriele, con una forte e visibile vocazione a uccidere.

Ne uccidono uno, certo Willy Montero Duarte, a botte, con colpi non solo forti ma anche abili e mirati, da giovani uomini del mestiere.

Il ragazzo ucciso a botte, con diligente applicazione dei colpi giusti, non è “clandestino”, è italiano. Ma è scuro di pelle e loro (quelli come i fratelli Bianchi) lo hanno già detto nei tanti comizi improvvisati sui marciapiedi delle discoteche: gli italiani sono bianchi. Non esistono italiani neri. Qui ti pongono la domanda: i fratelli Bianchi saranno aggressivi e pericolosi come i pit bull. Ma dove e come c’entra il fascismo? La domanda è fondata e ci sono parlamentari in giacca e cravatta di “Fratelli d’Italia” e della “Lega” a ripeterla. Sei fascista perchè sei di destra?

Non è un giudizio infondato e gratuito nell’intento di offendere e screditare?

A lungo siamo stati ammoniti a non giocare con troppa disinvoltura con la parola fascista, perchè si riferiva a gruppi e persone che andavano e venivano da importanti ministeri di un’Italia nata dalla Resistenza. Per continuare a chiamare fascisti i fascisti era necessario ricordare che il razzismo senza il fascismo non esiste, ed è vero anche il contrario.

Non appena il razzismo diventa il cuore di un gruppo politico, tu sai che è fascista. Restava una pretesa di colleghi “super partes” a smettere di usare la parola “fascista”, finchè l’arrivo di Donald Trump ha rivelato il gioco. Una destra bene organizzata e armata di tipo fascista, compare, come nei vecchi film “western” americani sulle colline e nelle pianure degli Stati Uniti, porta notizie imbroglio da un lato (fake news, come le accuse di pedofilia a Hilary Clinton e ai suoi aiutanti di campagna elettorale nel 2016) e una buona riserva di armi automatiche per sparare alla schiena dei neri che cercano scampo.

I media americani, social, televisione, stampa cartacea. non hanno difficoltà a definire “ fascisti” i militanti di Trump. Ma il fenomeno si espande, finalmente in chiaro.

In America compare il fenomeno ancora in parte misterioso di QAnon, un reticolato di gruppi portatori di strategie nuove per “pulire l’America” da neri, ispanici, e stranieri, e chiudere le frontiere.

Intanto si realizzano i collegamenti fra “Alba Dorata” in Grecia, il rosario fascista dei polacchi, la totale abolizione del Parlamento e delle libertà in Ungheria (eppure siamo sempre dentro l’Unione Europea), la spartizione del Mediterraneo fra Russia, Turchia ed Egitto.

Negli stessi giorni (che sono questi giorni) la stampa americana avverte che il leader riconosciuto della destra neonazista tedesca è lo stesso Donald Trump che ha fatto largo in America ai suprematisti bianchi. Nessun leader finora si è affacciato a contendere il dominio della destra di Trump e della destra di Putin, (forse tuttora complice di frodi elettorali ).

E le elezioni Usa restano l’unica possibile via d’uscita (se Trump fosse sconfitto) contro la stretta del nuovo fascismo. Una via d’uscita che si è fatta piccola e incerta.

 

Willy e la vera lotta contro le belve

 

“Le mafie non stanno a guardare, sono tra noi e si nutrono del nostro consenso. Stanno comprando e compreranno ristoranti, alberghi, pizzerie, attività commerciali, latifondi che sono in crisi. Il coronavirus avvantaggia le mafie”

Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, ospite di “Otto e Mezzo”

 

Proviamo a incrociare le parole di Gratteri con le dichiarazioni sui fratelli Bianchi accusati del massacro di Willy, raccolte a Colleferro da Vincenzo Bisbiglia e Marco Pasciuti, e pubblicate sul “Fatto”. Questa in particolare: “lavorano su commissione, chi ha un credito e non riesce a farsi restituire i soldi manda loro dal debitore. Arrivano picchiano e tornano con i soldi”. Stiamo parlando di usura, di strozzinaggio: sedicenti finanziarie dietro le quali operano le varie cosche e camorre locali, e anche “cravattari”che agiscono in proprio ma con la medesima metodologia mafiosa. Perché oltre a incamerare con pochi spiccioli le attività commerciali messe in ginocchio dalla pandemia (e non soltanto), i boss agiscono sui soggetti più deboli con i sistemi sopra descritti. Ti presto i soldi per mandare avanti il bar o la bottega ma se non mi ridai quattro o cinque volte tanto entro quella data, prima ti meno e poi mi prendo tutto. In questi casi attenzione all’uso sempre più diffuso della violenza fisica, di gran lunga preferita dai criminali per comprensibili ragioni. Risulta assai meno rischiosa rispetto, per esempio, all’uso di armi da fuoco o da taglio perché le botte si sentono ma non si vedono. E se i picchiatori agiscono in modo “professionale”, quasi mai è necessario il ricovero al pronto soccorso e dunque l’intervento dei carabinieri. Esiste poi accanto quella fisica la violenza psicologica e morale del pestaggio, spesso volutamente esibito alla presenza dei familiari, della donna e dei figli del debitore. Umiliazione e sottomissione da cui le vittime escono totalmente annichilite, disposte da quel momento a obbedire senza se e senza ma agli aguzzini pur di non subire altre devastanti “lezioni”. Non sappiamo se per contrastare il dominio economico dell’illegalità sarà sufficiente, come chiede Gratteri, la distribuzione dei fondi europei accompagnata da regole stringenti per evitare che finiscano, anch’essi, sotto il controllo mafioso. Così come, sul piano parallelo, non abbiamo neppure la certezza di “condanne severe” per i responsabili del massacro, come chiesto dal premier Conte al funerale di Willy, e dal coro delle forze politiche. Ciò non perché manchi la determinazione di inquirenti e magistrati, impegnati a rendere giustizia al giovane italiano di Capo Verde. Preoccupa invece il clima di omertà diffusa che può avere contagiato Colleferro a causa dei professionisti della paura (“quando entrano loro scende il silenzio”). Pochi sono disposti a dire qualcosa ai giornalisti, e sempre sotto il vincolo dell’anonimato. Non per viltà ma per quel clima di angoscia destinato, probabilmente, ancora a pesare e a condizionare i comportamenti di quella comunità quando i riflettori di giornali e tv si spegneranno. Chiusa l’indagine saranno infatti anche e soprattutto le testimonianze rese in aula a rendere giustizia a Willy. Speriamo senza ritrattazioni, senza improvvise amnesie ma con la volontà decisa di liberarsi tutti, e una volta per tutte, da quella peste, da quelle bestie.

 

Il monaco, la ragazza robusta e il giovane mandriano innamorato

Dalle Novelle apocrife di Dhondup Gyal. Una mattina di maggio, un’avvenente fanciulla del Tibet stava percorrendo un sentiero di montagna, diretta a un mercato lontano, quando s’imbattè in un monaco emaciato, in tonaca rossa e cappello a sonagli, seduto sul ciglio della via. Sentendo di non aver nulla da temere, stava proseguendo il cammino, quando il monaco balzò in piedi e la strinse fra le sue braccia emaciate. La ragazza, però, era robusta, e le fu facile divincolarsi. Corse a casa, dove ansimando raccontò la storia a sua madre e ai vicini richiamati dalle sue grida. C’era anche Dugpa, il giovane mandriano di yak che smaniava di sposarla. I genitori di lei l’avevano respinto, poiché era povero; ma i suoi occhi incendiati dal desiderio l’avevano fatta innamorare. Sua madre la sgridò: “Era un sant’uomo! Ispirato da Dio! Adesso torni da lui e lo lasci fare!” Mentre la ragazza protestava, Dugpa sgattaiolò via. Corse furiosamente su per la montagna, finché non incontrò il sant’uomo. Dopo un inchino frettoloso, gli disse: “Cosa farai se la ragazza ritorna, monaco?” “Nulla,” rispose quello con calma. “Ormai è troppo tardi. Quando la ragazza è apparsa sul sentiero, ho sentito passare nell’aria lo spirito del nostro Lama defunto. Sfortunatamente, è morto prima di apprendere tutte le discipline del suo rango, sicché non sa controllare le condizioni della sua rinascita. Il suo spirito irrequieto potrà ritornare solo quando due creature si uniranno in sua presenza. Mosso da pietà, ho desiderato procurargli una reincarnazione. Ma – ahimè! – la ragazza è corsa via, una coppia di asini si è accoppiata sul sentiero, e il momento divino è passato.” Dugpa esultò: la sua amata era salva. “Santo monaco, mi faresti un favore? In cambio ti darò burro di yak e tè per un anno! Scambiamoci i vestiti e allontanati.” Nel frattempo, la ragazza stava risalendo il sentiero per tornare dal monaco, come le aveva comandato la madre. Ed eccolo lì, seduto nello stesso posto di prima, il volto celato dalla tesa larga del cappello. Davanti a lui, chinò il capo con modestia e mormorò: “O sant’uomo! Sono la tua umile ancella. Avvenga di me secondo quanto detta il tuo spirito.” Il monaco non se lo fece ripetere: l’afferrò con un balzo, la gettò sull’erba lussureggiante e sul suo prezioso tappeto di fiori, le sollevò la gonna e la deflorò con così tanto vigore che anche se lei avesse voluto resistergli non avrebbe potuto. Dopo un piccolo dolore, fu subito vinta da un’onda di piacere, mentre i sonagli del cappello del monaco tintinnavano allegramente, finché il cappello non cadde sull’erba. Solo allora, a incanto completo, lei riconobbe, sotto la polvere striata di sudore del volto di lui, e dai suoi folti capelli ricci e neri, i tratti del ragazzo che desiderava. “Oh!” esclamò. “Credevo fossi il sant’uomo!” “Delusa?” celiò lui. “Felice,” disse lei. Il mandriano di yak sorrise, e si accinse a dimostrarle che una sola volta non era abbastanza. Quando tornò a casa, la ragazza era raggiante. Sfinita, trasognata, raccontò alla madre la storia dello spirito del Lama, come Dugpa le aveva suggerito; e poiché adesso portava in grembo un futuro Lama, sua madre e suo padre dissero che era opportuno che si trovasse un marito. Andava bene anche Dugpa, a questo punto. Si sposarono la settimana dopo, e nove mesi più tardi nacque un bel bambino, che a tre anni fu messo alla prova dai monaci che girovagano nella regione in cerca del nuovo Lama. Strano, ma vero, da una cesta di oggetti assortiti il bambino scelse senza incertezza alcuni oggetti appartenuti al Lama defunto, e così fu salutato come nuovo Lama. Quello che partorirono i due asini non si sa.

Tocca ai calabresi scrivere il futuro

Il processo Rinascita Scott s’ha da fare in Calabria. La scelta di costruire nella zona industriale di Lamezia Terme, teatro di tante indagini su svariate frodi comunitarie del passato, l’aula bunker più grande d’Europa, per celebrare i processi alla ’Ndrangheta (e non solo) è una bella sfida.

Incardinare il maxi-processo alle ’ndrine del Vibonese in Calabria è un messaggio simbolico e doveroso che per fortuna è stato raccolto dalle istituzioni (Corte d’Appello, Protezione Civile, Regione e Governo) anche se un po’ in ritardo.

La ’ndrangheta e i suoi alleati nel mondo della politica e dell’imprenditoria devono essere processati pubblicamente (e magari assolti) nella terra che ha gemmato il mostro.

L’indagine in fondo è stata diretta da un procuratore, Nicola Gratteri, che è nato nella Locride e ha scelto di restare lì per combattere i mali della sua terra rischiando la vita. In fondo l’inchiesta si chiama Rinascita e questa può partire solo dagli abitanti della terra dove ha sede l’organizzazione criminale più forte d’Europa.

Anche la seconda parte del nome è importante: per onorare il tributo a Sieben William Scott, agente speciale della Dea americana che ha lottato fino al 2013 in Italia contro il narcotraffico, prima di morire. La Calabria deve dimostrare, non solo all’Italia, di saper rinascere con le sue forze. Il procuratore Gratteri questa estate ha partecipato a molte iniziative pubbliche in Calabria per ribadire questo concetto: “Gli alibi sono finiti. Ora tocca a voi cittadini calabresi”. Il sottinteso era: “Ora che la Procura di Catanzaro ha dimostrato di non guardare in faccia nessuno, dovete cominciare a denunciare voi”. Anche per questo il processo Rinascita Scott s’ha da fare in Calabria, e presto.

L’udienza preliminare è iniziata venerdì a Roma. Sarà una corsa contro il tempo per evitare che scadano i termini di custodia cautelare. Alla sbarra ci sono più di 400 imputati, al centro la potentissima cosca dei Mancuso di Limbadi che domina con le cosche satelliti la provincia di Vibo Valentia. Tra gli imputati però oltre agli ’ndranghetisti ci sono gli avvocati, gli imprenditori e i politici che – secondo l’accusa – hanno reso così potente la ’Ndrangheta.

Molti paragonano il processo Rinascita Scott al Maxi-processo di Palermo.

In realtà è molto diverso. Non solo per la caratura maggiore dei boss processati negli anni Ottanta. Alla sbarra allora c’era una mafia primordiale composta di assassini efferati, molti latitanti. Da allora l’antimafia ha fatto passi da gigante, anche in Calabria. Il tentativo del procuratore è quello di non fermarsi alla ’Ndrangheta “crimninale’” dei killer. Gratteri tenta di mettere insieme sul banco degli imputati ’ndranghetisti, colletti bianchi, politici e massoni. L’idea di fondo è che non ha senso oggi (come forse lo aveva negli anni 80 quando erano tutti sconosciuti e latitanti) combattere i boss se non si accende il faro sui loro protettori nel Palazzo e nelle professioni.

La grande stampa sembra distratta di fronte a questa sfida. Con rare eccezioni. Per esempio la Rai era presente all’udienza preliminare venerdì con ben due troupe, del Tg1 e del Tg3. Un segnale importante di attenzione del servizio pubblico a un processo storico. Mancavano all’appello invece i grandi giornali.

Seguono con maggiore attenzione questo processo quelli che stanno contro il procuratore Gratteri. A ben vedere questa è la vera similitudine tra le vicende siciliane di ieri e quelle calabresi di oggi. Le firme che oggi attaccano Gratteri sono le stesse che attaccavano in passato i pm di Palermo.

Bertinotti come Maigret trova gli assassini

Stavolta “l’amico” che Matteo Salvini non si aspetta (o magari sì, chissà) ha i panni di Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera che si sente un po’ Maigret. Dalle colonne del Riformista, quotidiano dove è ospitato sovente come “autore”, il fu leader di Rifondazione lancia un’accusa da ispettore che la sa lunga: “Vogliono assassinare il Parlamento”. E i colpevoli prossimi venturi ovviamente sono i fautori del Sì al referendum sul taglio dei parlamentari.

Anche se Bertinotti non fa nomi e cognomi: “Il populismo avvelena la politica ma io non cerco l’assassino: ce ne sono talmente tanti!”. Secondo l’ex presidente di Montecitorio gli assassini delle Camere “vengono da lontano”. Ma il punto vero lo spiega con un gioco di parole: “Siamo davanti a una crisi della sinistra che ha dato vita a una crisi della politica, che determina la crisi della democrazia”. Di conseguenza, dirà “un No convinto al referendum”. Anche perché Giuseppe Conte, va da sè, è un autocrate: “Lo stato di emergenza è diventato ordinario, e segna una forma di governo a-democratico”. Quindi No. Da sinistra, certo.

Ti ricordi Abba? Come oggi, dodici anni fa. E i killer presto saranno fuori

Ti ricordi di Abba? Era il 14 settembre. Ma di 12 anni anni fa. Abba era Abdoul Salam Guibre, 19 anni, italiano di origini burkinabé ammazzato per un pacchetto di biscotti, a Milano, una notte di fronte a un bar. A uccidere Abba era stata una ferita in testa. Profonda sette centimetri. Inferta con una spranga di ferro. “Dove scappi, cioccolatino?”, gli avevano urlato un figlio e un padre di famiglia: erano i proprietari del bar. Si erano fatti l’idea – sbagliata – che Abba stesse rubando loro l’incasso. Daniele e Fausto Cristofoli vennero condannati a 15 anni per omicidio volontario aggravato da futili motivi. La stessa incolpazione che rischiano oggi i “gemelli” Bianchi.

“Avrebbero fatto lo stesso anche se i ragazzi in questione fossero stati ‘bianchi’?”, mi aveva chiesto il padre di Abba. Di Assan Guibre, il padre di Abba, ricordo la tunica indossata il giorno della piccola funzione funebre a Cernusco sul Naviglio, dove la famiglia viveva. Quella compostezza – assoluta – in cui l’uomo racchiuse il suo dolore. Non un gesto, non una parola di rabbia. Assane e la moglie Aminata salirono sull’auto che il comune aveva messo a disposizione, per scomparire, in silenzio, in una di quelle palazzine che stanno proprio dietro il murales oggi dedicato alla memoria di Abba. Per quella sua domanda una risposta non l’avevo. Non so nemmeno se l’ho ora. So solo che gli occhi vispi di Willy mi hanno ricordato Abba. La violenza, mi ha risuonato. La compostezza della famiglia Duarte mi hanno riportato alla memoria quella tunica bianca di Assane. Una delle sorelle di Abba da qualche anno ha abbandonato l’Italia. “Non potevo crescere i miei figli in un Paese così”. I due condannati per l’omicidio del fratello stanno per tornare definitivamente in libertà. E la Lega ancora oggi si oppone alla targa-ricordo che il sindaco Sala vorrebbe in città. Ma sarebbe troppo facile rispondere così a quella vecchia domanda del padre di Abba. Come non avrebbe senso pensare di rispondere così oggi, per la morte di Willy. “Siamo dei fantasmi. È come se la terra ti mangiasse i piedi, mentre gli altri intanto ti guardano affondare”. Willy, però, non è restato a guardare. Facendo quello che in molti, invece, non riusciamo più a fare. Ma se si tollera qualcosa, quella cosa diventa sopportabile. E poco tempo dopo anche normale.