“Lasciamo lavorare Conte: zero pregiudizi su Recovery e Mes”

“Il governo Conte ha gestito bene la pandemia e va lasciato lavorare in pace per stabilire un piano sul Recovery Fund che permetta di far uscire il Paese dalla crisi”. Insomma, nessuno provi a farlo cadere: né tirando la giacchetta a Mario Draghi (“non ha bisogno di consiglieri non richiesti”) né dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi (“Alcune critiche sono giuste, ma ci vuole serenità”). Diego Della Valle, 66 anni, patron di Tod’s, ogni giorno tocca con mano i problemi di lavoratori e imprese nella più pesante crisi economica dal 2008.

Partiamo dalla sua terra, le Marche dove si vota tra una settimana: vince la destra come dicono i sondaggi?

Vedremo i risultati, comunque è importante, a prescindere da destra o sinistra, che le Marche siano amministrate bene, da persone competenti, con una forte capacità di gestire il quotidiano e con una visione di largo respiro che permetta di garantire alla nostra Regione lo sviluppo necessario.

Andrà a votare alle regionali e al referendum? Se sì per chi?

Deciderò domenica stessa.

Che giudizio dà del governo Pd-M5S? Deve durare?

In momenti così complicati e incerti, con una crisi senza precedenti, l’idea è quella di pensare a un governo che duri, a patto che faccia le cose bene e nell’interesse del Paese, concentrandosi sulle necessità dei cittadini e non su bagarre politiche piccole e grandi. Un governo che si impegni a fare le cose necessarie in tempi molto rapidi. La variante tempo/rapidità non sarà secondaria per ottenere risultati in momenti così complessi.

Qual è il suo giudizio sul Presidente del Consiglio Giuseppe Conte?

Ne riparleremo tra qualche mese. Ha mesi duri davanti a sé e sicuramente il modo in cui governerà il Paese nei prossimi mesi ci permetterà di valutare le sue capacità. Lasciamolo lavorare qualche mese in pace, poi si potranno esprimere tutte le opinioni che vogliamo.

Come si è comportato il governo durante la pandemia, anche in confronto agli altri paesi europei?

Con il senno di poi si possono dire tante cose che potevano essere fatte. Io direi che, considerando che siamo stati uno dei primi due Paesi colpiti duramente, il risultato alla fine è positivo, nonostante delle mancanze e delle distrazioni. Oggi comincia la parte più importante, sulla quale verrà giudicato il governo senza sconti: capire se stiamo organizzando la nostra struttura sanitaria in modo adeguato per il futuro, pensando che forse il problema non è ancora finito. Per esempio, discutere se il denaro del Mes vada preso o meno mi sembra fantascienza. Bisognerebbe raccoglierlo immediatamente e usarlo di corsa per preparare la nostra Sanità per eventuali nuove emergenze e per gli anni a venire.

Cosa ne pensa delle continue sirene che vorrebbero Mario Draghi premier?

Io e Mario ci conosciamo da tantissimi anni. Posso dire che non gli piace essere al centro dell’attenzione e che sa benissimo cosa fare senza bisogno di un’enorme quantità di consiglieri, probabilmente non richiesti. Ovviamente, le qualità di Mario Draghi le conosce il mondo intero e c’è poco da aggiungere.

Come bisogna spendere i soldi del Recovery Plan?

Quando prima dicevo che bisogna lasciar lavorare il governo intendevo questo: il compito di proporre un piano che risolva la situazione economica dell’Italia di oggi portando sollievo e aiuto a lavoratori, piccoli artigiani, imprenditori, ma che soprattutto ponga le fondamenta per il futuro dei nostri figli. Non possiamo sbagliare: conterà la squadra ed è determinante tenere lontano qualunque pregiudizio politico, operazioni di piccoli tornaconti personali o di partito.

Cosa ne pensa del nuovo corso di Bonomi, presidente di Confindustria?

È uno che si fa sentire, vuole che Confindustria sia al centro del dibattito e credo voglia far sapere con fermezza quali sono le necessità degli imprenditori: mi pare che stia facendo bene il suo mestiere.

Come giudica le sue critiche al governo?

Molto spesso sono giuste. Quello che io credo oggi è che una volta che si siano chiarite le necessità e le cose da fare tutto debba essere riportato a un dibattito civile e collaborativo perché tutti siamo nella stessa barca.

Cosa pensa dei “furbetti della cassa integrazione”, cioè di quelle imprese che l’hanno utilizzata pur non avendo ricadute di fatturato?

Direi che in un momento così drammatico sfruttare situazioni economiche come queste più che operazioni da furbetti le considererei operazioni da mascalzoni.

Di Maio spinge per la segreteria: “Con Casaleggio visioni differenti”

Ormai Luigi Di Maio lo dice dritto: al M5S serve una segreteria politica, votata dagli iscritti sul web, e in fretta. Nel giorno in cui il Movimento mette in scena il suo VotaSì Day, seminando in tutta Italia 500 banchetti per il Sì al referendum sul taglio dei parlamentari, l’ex capo politico ribadisce che l’era del leader unico per i 5Stelle deve finire. “Il giorno dopo le elezioni – dichiara a TgSky24 – dobbiamo metterci subito al lavoro per una leadership forte, che non vuole dire il leader, bensì una governance. Abbiamo bisogno di un gruppo di gestione”. Una segreteria, che per “prendere decisioni legittime deve essere legittimata da un voto, quindi dobbiamo eleggere il gruppo di persone che porterà avanti il M5S”. È la stessa linea del Garante, di Beppe Grillo, per cui Di Maio spende parole caute: “Siamo abbastanza in sintonia”. Mentre con Davide Casaleggio la distanza è ampia: “È chiaro che in questo momento il Movimento ha visioni differenti al proprio interno, ma c’è bisogno di tutti”. Tradotto, Casaleggio deve accettare le condizioni dei big (un nuovo contratto di servizio per la piattaforma web Rousseau, che la rende un fornitore esterno di servizi): ma Di Maio vuole evitare lo scontro totale con il manager.

Mercoledì scorso, quando è sceso a Roma, Casaleggio si è trovato di fronte al muro dei maggiorenti. In molti hanno declinato la sua richiesta di un incontro. “Qualcuno non gli ha neppure risposto” raccontano. Così ha visto “solo” il capo politico reggente, Vito Crimi, con cui hanno discusso del contratto di servizio (“Ma Vito non è legittimato a trattare” sibilano dal Movimento) e parlamentari, come Emilio Carelli. Al patron di Rousseau resta però resta vicino Alessandro Di Battista, che ieri su Facebook ha risposto a un elettore che lo rimproverava: “Quanto avete tradito il povero Casaleggio (Gianroberto, ndr), si starà rivoltando nella tomba”. Un’accusa che l’ex deputato ha respinto così: “Io rispondo per le mie azioni, non per quelle altrui”. E non è esattamente una difesa degli altri big. A partire da Di Maio, primus inter pares che ieri in Toscana si è ritrovato a un suo comizio il leader delle Sardine Mattia Santori, con tanto di maglietta per il No.

 

La piazza del No orfana di Formigoni: “Gigante”

La maratona oratoria dura dieci ore. Ci sono un’ottantina di interventi, un banchetto pieno di giovani radicali – promotori dell’iniziativa – e una Piazza San Babila, a Milano, per la verità riempita quasi solo dagli speaker e dai loro accompagnatori. Semmai a pesare, nella giornata dell’orgoglio del No al referendum sul taglio dei parlamentari, è un’assenza: quella di Roberto Formigoni, ex presidente della Lombardia già condannato in via definitiva per corruzione. Avrebbe dovuto esserci nelle ore libere concesse dal regime domiciliare cui è sottoposto, ma i giudici si sono opposti.

Eppure è tutto un evocarlo, tutto un richiamare il Celeste, assente in corpo ma presente in spirito. L’ex senatore Lorenzo Strik Lievers, uno dei primi a parlare, quasi si commuove: “Si era detto interessato a venire in piazza e gli è stato vietato di intervenire. La sua presenza oggi c’è, anche se non è presente fisicamente c’è eccome ed è segno della volontà di tutti quanti di essere qui a parlare”. Nessun imbarazzo, figurarsi: “Non è che se uno è in carcere non può dire cose giuste. Oggi Formigoni sarebbe stato qui a dire cose giuste e voglio ringraziare lui e chi gli ha proposto di venire”.

Alla riabilitazione di Formigoni partecipa pure Matteo Forte, consigliere comunale di Milano in una civica di centrodestra che prima scherza sull’asta del microfono posta troppo in alto, poi butta lì l’ode al Celeste: “Ho problemi di statura, diciamo che mi considero un nano sulle spalle di giganti. Ed è anche per questa ragione che colgo l’occasione per portarvi i saluti di Roberto Formigoni”. Applausi dai presenti. Lucia Lo Palo si “dispiace che Formigoni non sia qui”, lui che “per la Lombardia ha fatto tanto”, ma l’atto d’amore più spassionato arriva da Gianni Rubagotti, segretario dell’Associazione per l’iniziativa Radicale Myriam Cazzavillan: “L’idea della maratona oratoria è stata mia e sono stato io ad aver invitato Formigoni”. Pentito? Macché: “Arrivati a questo punto, vedendo il Fatto quotidiano e Travaglio che ne se sono occupati in prima pagina, con le reazioni di Di Maio e Crimi, credo proprio sia stata una buona idea”.

Certamente il Celeste avrebbe dato lustro a un parterre già variegato. Ci sono rappresentanti di Forza Italia, Lega, Pd, +Europa, Verdi, Rifondazione, associazioni varie. Ci sono assessori della giunta milanese di Beppe Sala, quindi centrosinistra, e rappresentanti della giunta leghista della Regione guidata da Attilio Fontana. Parla anche Pierfrancesco Maran, il giovane responsabile all’urbanistica di Milano che qualcuno vorrebbe per il dopo-Sala. I motivi del No al referendum vengono elencati allo sfinimento, nella convinzione che chiunque potrebbe passare di lì per caso ignorando le cinque, sei, sette ore precedenti di interventi: il risparmio è “meno di un caffé all’anno”, con la riforma si rischia “un danno alla rappresentanza” e “non si può far vincere l’antipolitica grillina”.

Quest’ultimo è il tema che più scalda i cuori. Bruno Cappuccio, presidente di due associazioni ed ex militante di Forza Italia, definisce i 5 Stelle “una setta fattasi casta, un po’ P2 un po’ Scientology.” Carolina Pellegrini, consigliera di Parità della Lombardia, è esplicita: “Io all’oligarchia del cazzo del Movimento 5 Stelle non ci sto! Votate no!”. Fiorello Cortiana, due volte senatore coi Verdi, promette che “il Parlamento non sarà sostituito da Rousseau”. Venerdì, a meno di 48 ore dal voto, il No si riunirà ancora a Milano. Questa volta ci saranno più esponenti nazionali: Emma Bonino, Carlo Calenda, Giorgio Gori, Matteo Richetti. E il solito Celeste a benedire tutti da lontano.

“Oggi il Parlamento non funziona, serve una misura drastica”

Nessun rischio democratico, nessuno sfregio al Parlamento: al referendum sul taglio dei parlamentari Lucia Annunziata voterà Sì. Non tanto perché la riduzione degli eletti rivoluzioni da sola le sorti della Repubblica, ma perché può aiutare, grazie anche al dibattito che si è avviato, a prendere atto del problema di un Parlamento “che non funziona da almeno dieci anni”.

Lucia Annunziata, perché Sì al referendum?

Non credo che la quantità sia garanzia di qualità. Di per sé il taglio è un azzardo e in condizioni normali forse non ne sarei nemmeno una sostenitrice, ma questa misura drastica può mettere in moto qualcosa di positivo a livello politico e istituzionale, a partire dalla riforma elettorale.

In che senso?

Da quando è entrato in crisi in bipolarismo, e dato questa crisi al 2011 con la “cacciata” del governo Berlusconi, sono diventati evidenti alcuni problemi di questo Parlamento, che da allora vota sempre più a posteriori accordi e decisioni prese da leader nei loro vertici, soffre di una esagerazione nell’utilizzo di decreti e dpcm, si ritrova imbolsito e raramente chiamato in causa per davvero.

Ma il taglio mette a rischio la rappresentanza?

Non mi improvviserò costituzionalista. Basta la semplice osservazione della politica: che rappresentanza è quella di un Parlamento eletto con le liste bloccate? Con candidati catapultati da una parte all’altra d’Italia, senza neanche che gli elettori li avessero mai visti prima? Che rappresentanza è quella di un Parlamento che in 10 anni ha ratificato 6 governi con 5 premier nessuno dei quali passato attraverso una vittoria alle elezioni? Tre di loro – Monti, Renzi e Conte – sono diventati premier senza mai nemmeno essere stati mai eletti in Parlamento.

Un problema nel rapporto tra Parlamento e governo.

Da Monti in poi, i premier sono stati scelti da accordi di vertice che le Aule hanno poi ratificato. Niente di incostituzionale, ma certamente una pratica che ha emarginato il Parlamento. E oggi viviamo nel paradosso assoluto: nelle due aule oggi dominano due forze, quella di Renzi e il M5S, che hanno il controllo dei voti perché i rappresentanti dei cittadini sono ancora quelli eletti due anni fa, mentre uno vale ora nei sondaggi il 3% (e ha pure cambiato nome) e i secondi alle regionali ultime si sono attestati sul 17%. Che rappresentanza è questa del Paese?

Il Pd ha sbagliato a schierarsi per il Sì?

Quando si è deciso di fare il governo coi 5 Stelle si è preso un impegno e nessuno ha gridato allo scandalo. Io ero per andare a votare, proprio per raddrizzare le questioni di rappresentanza di cui dicevo prima. Zingaretti aveva la stessa opinione, va ricordato. Ma allora venne giù il mondo perché non si votasse, con la storia che sennò si consegnava l’Italia ai sovranisti. L’accordo sul taglio degli eletti fu il cemento fondamentale che fece nascere il Conte 2. Non sentii tutte queste prese di posizione: perché adesso sì?

Come lo spiega?

Perché dietro il No al referendum c’è la spinta a mettere in discussione Zingaretti, l’alleanza col M5S e il governo. Operazioni legittime. Ma che vanno dichiarate come tali. La politica ha l’obbligo di essere chiara, chi vuole un cambio di governo o un cambio di linea e segretario lo dica. Inaccettabile è, per il rispetto dei cittadini, piegare una legge votata 4 volte e una causa che ha il favore popolare ad altri fini. Uso la definizione “causa popolare” apposta: temo che – come sempre in questi ultimi 10 anni – la sinistra confonda tutto quello che è popolare, con “populismo”. Continuando a tagliare i rami su cui siede.

Adesso Zingaretti si fa il “correntone”: per sé e per blindare Conte

Fanno a gara per definirsi minoranza, Gianni Cuperlo e Maurizio Martina mentre salgono sul palco della Festa dell’Unità di Modena, sulle note di Bella ciao. Il siparietto – ironico – suona paradossale ma pure rivelatore: i due dibattono sul referendum per il taglio dei parlamentari, Martina per il Sì (posizione ufficiale dei Dem), Cuperlo per il No. La fotografia di un partito perennemente alla ricerca di se stesso e di un rapporto con la sua gente.

Oggi Nicola Zingaretti chiude la kermesse, tra le incertezze. Domenica e lunedì si vota. Si cercano strategie per il futuro. Se le Regionali finiscono 3 a 3 o anche 4 a 2 (nel primo caso, il Pd tiene Campania, Puglia e Toscana, nel secondo Campania e Toscana), il tentativo sarà quello di rafforzare il quadro politico. Con la débacle, il rischio è che salti prima la segreteria, poi il governo. Sotto pressione, criticato dai più nel suo partito, magari nell’ombra, Zingaretti lavora a una controffensiva. E allora, sta strutturando la sua corrente, a partire dai territori.

I coordinatori sono Stefano Vaccari, responsabile Organizzazione, Nicola Oddati (Enti Locali) e Marco Furfaro (Comunicazione). Ci sono già state due riunioni, una con i coordinatori regionali. E per ottobre è prevista un’iniziativa allargata. Dovrebbe ancora chiamarsi “Piazza Grande”, come fu all’inizio della corsa di Zingaretti alla segreteria. Lui, che evidentemente sente il bisogno di maggior sostegno e autonomia nel Pd, ha informato dell’iniziativa i due big della maggioranza, Dario Franceschini e Andrea Orlando. Loro non hanno obiettato. Aspettano il 21 settembre per capire come posizionarsi. Anche se la linea del Capo delegazione – in caso il partito tenga – è quella di puntellare Zingaretti, condizionandolo: non c’è un garante migliore dell’equilibrio tra correnti, dal suo punto di vista.

Nell’ottica del consolidamento del quadro politico, il segretario dem ha intenzione di insistere subito per chiedere il Mes, poi di portare a casa le modifiche ai decreti sicurezza. Fino a qui tutti d’accordo. Ma è sui suoi progetti che la diffidenza aumenta. In molti sostengono che il segretario in realtà stia giocando la sua partita per entrare al governo. Con quali conseguenze negli equilibri di potere? Ecco i dubbi.

Ancora. Le voci che si susseguono insistenti da più anime del Pd raccontano della necessità di un premier più condizionato. Una tesi che porta avanti da mesi Graziano Delrio, capogruppo Dem, che ha fatto del maggior coinvolgimento del Parlamento la sua battaglia. Si ipotizza un Conte ter, con dentro i leader politici. Su un punto, i Dem sono tutti d’accordo: il Recovery Fund è un motivo sufficiente per portare avanti questa maggioranza. Sentire cosa dice Goffredo Bettini, che un giorno sì e l’altro pure ormai avverte che il Pd resta al governo se è utile: “Io mi affido al presidente Conte. Deciderà lui come affrontare le sfide future del Paese. Soprattutto sul Recovery Fund”. Bettini e Beppe Grillo ormai si parlano abitualmente, parallelamente Zingaretti torna a rivendicare il ruolo di garante di Conte. “Per chi parla Goffredo? Con quale investitura?”: la domanda polemica risuona anche negli spazi aperto della Festa di Modena. Perché neanche il ruolo di “ideologo” nobile spiega il suo interventismo.

Gli elementi di tensione, dunque, nel Pd non mancano. Ieri alla Festa è tornato ieri Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna, aspirante sfidante del segretario. Intervistandolo, Lucia Annunziata lo stringe all’angolo. Ha detto di non avere nulla in contrario al ritorno di Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani nel partito. Al Nazareno tradiscono nervosismo. Lui la spiega così: “Più che Renzi e Bersani mi interessa recuperare quei milioni di voti che dal Pd sono andati via. Al Pd non può bastare il 20%, serve un’identità”. La critica in realtà è radicale, nel nome di una maggiore ambizione, ma lui si schernisce: “Di fare il segretario non me ne frega niente”. Persino sulla collocazione del suo dibattito c’è stata una dialettica accesa con lo staff della Festa: inizialmente doveva essere dopo la fine della parte nazionale, poi si è trovato un accordo per ieri. Non gli si cede spazio volentieri. “Se le alleanze erano un tema fondativo così centrale, perché non lo hanno messo nell’accordo per formare il governo?”, si interroga lui alla fine del dibattito. Modena è casa sua, ma le discrepanze si percepiscono. D’altra parte, nessuno sembra stare del tutto a proprio agio. Cuperlo per il No prende più applausi del suo “sfidante” Martina. La platea trasuda perplessità. Ieri il Pd ha annunciato che presenterà in Parlamento la sua proposta di riforme costituzionali, sulla quale raccoglierà le firme (superamento del bicameralismo perfetto, sfiducia costruttiva, attribuzione al premier del potere di revoca dei ministri). Stop dai Cinque Stelle: “Prima il referendum”. “Corretta la posizione del M5s per l’avvio delle riforme”, ribattono al Nazareno. Equilibrismi. Tra una sanificazione e l’altra, aspettando Zingaretti, il clima è surreale.

“L’inchiesta sul Covid non diventi politica. No a capri espiatori”

Vive a Orzinuovi, il comune bresciano piu colpito dal Covid, e arriva a guidare la Procura della città simbolo dello tsunami Coronavirus. Antonio Chiappani, nuovo procuratore capo di Bergamo, ha trovato sulla scrivania una montagna, da scalare, di documenti. A 66 anni è all’ultimo incarico della carriera in magistratura e ha gli occhi di tutta Italia puntati: “Alla mia età sono libero da ogni condizionamento e voglio fare il più possibile gli interessi dei cittadini, senza però costruire i colossi di Rodi con i piedi di argilla”.

Come intende procedere con le indagini sulla gestione della pandemia?

Sono in corso decine e decine di attività di accertamento che sono state delegate alla polizia giudiziaria e per poter capire qualcosa di più bisogna inoltre aspettare la perizia del virologo Andrea Crisanti che speriamo possa essere depositata a fine mese. Le sfaccettature sono tante. Un conto è l’ospedale di Alzano, un conto la mancata zona rossa, un altro ancora i contagi nelle Rsa. Poi ci sono i centinaia di casi di malattie professionali, soprattutto di medici e infermieri.

Lei si è insediato a Bergamo da pochi giorni. Che idea si è fatto del lavoro portato avanti dai suoi colleghi?

Stiamo ricostruendo tutti i fatti, cosa che in nessun’altra parte di Italia è stata fatta. E poi si dovranno fare la valutazione giuridiche. I reati ipotizzabili potranno essere quelli di epidemia, oppure rifiuto e omissione di atti per quanto riguarda la pubblica amministrazione, o ancora lesioni e omicidio colposo. Non si può però mettere tutto in un unico calderone.

Ci saranno presto indagati?

Nessuno dei politici sentiti. E a tal proposito devo evitare che l’inchiesta si trasformi in inchiesta politica. C’è, a livello di opinione pubblica, chi vuole andare contro la Regione e chi contro il Governo. Noi dobbiamo fare un’inchiesta che sia terza e indipendente.

Le famiglie delle vittime del Covid si aspettano molto.

Capisco i familiari e le associazioni che devono cercare a tutti costi un colpevole. Non dobbiamo però cercare un capro espiatorio che paghi per tutti. Noi dobbiamo cercare un colpevole, ma nei binari del diritto penale.

Sulla mancata zona rossa il procuratore reggente Cristina Rota aveva dichiarato che la competenza non era della Regione. Una fuga in avanti?

La collega Rota non credo volesse esprimere una sua valutazione, ma davanti ai giornalisti ha riferito quella che era stata la tesi difensiva della Regione. Non ha indicato la linea di lavoro della Procura, che, ripeto, è ancora in corso. La Regione può aver fatto degli errori, lo Stato altri. Ma questi errori sono reati? Su questo dobbiamo lavorare, la situazione è molto complessa. Prenda il piano pandemico. Che fosse fermo al 2006 e che non sia mai stato rinnovato è assolutamente vero. Resta poi il nesso di causalità da verificare. Ricordiamoci che del Covid non si sapeva nulla. C’è da capire se la carenza dei piani pandemici possa aver influito, e in che misura, sulla gestione dell’emergenza alla luce del fatto che si è trattato di un virus sconosciuto.

I familiari delle vittime del Covid temono che le inchieste possano finire in un nulla di fatto.

Bisogna avere fiducia. Ho la massima stima della collega Rota. Ha fatto delle scelte coraggiose e grazie al suo lavoro capiremo come sono andate le cose. Non dobbiamo dimenticare anche i danni economici del Covid. E fare attenzione ai finanziamenti a pioggia che devono andare a chi ne ha bisogno, e non a mascalzoni che si arricchiscono sulle spalle dello Stato.

Ritorno in Val seriana: “Meno medici di prima”

No, non è andato tutto bene, qui. Ad Alzano Lombardo, a Nembro, ad Albino, a Bergamo. Trecentomila contagiati, fino al 50 per cento di positivi, 6 mila morti: la Valseriana e la provincia di Bergamo sono l’area più colpita d’Europa dal Covid-19. E ora? Passati i mesi più neri, come ci si prepara alla ripresa delle attività dopo l’estate? “Qui l’impatto del virus è stato tremendo”, ricorda il dottor Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo. “Basta confrontare i nostri morti, 6 mila in tre mesi, con le vittime civili dei bombardamenti su Milano nella seconda guerra mondiale: 2 mila; o con i morti alleati durante lo sbarco in Normandia: 2.500”.

C’è stata una strage, qui. Lo sanno bene gli uomini e le donne che hanno perso il padre, la madre, il nonno, il fratello, il marito, la moglie, un amico e hanno dato vita all’associazione “Noi denunceremo”, che ha raccolto già 65 mila persone. “Non ci interessa accusare e condannare: lo farà la magistratura al termine delle sue inchieste”, dice il presidente Luca Fusco, commercialista con studio a Brusaporto, che ha perso il padre. “Noi vogliamo dare voce alle migliaia di persone che sono state colpite e che vogliono raccontare le loro storie”. La pagina Facebook “Noi denunceremo” è uno straordinario, incredibile album dei ricordi dove si incrociano affetti e abbracci, fotografie di chi non c’è più e condivisione terapeutica del dolore, lacrime private e denuncia civile. “Avessero chiuso subito Alzano e Nembro, forse non avremmo dovuto chiudere tutta l’Italia”, dice l’avvocato di “Noi denunceremo”, Consuelo Locati.

Ma abbiamo imparato qualcosa, da quei tre mesi tremendi che vanno dal 23 febbraio 2020 alla fine di maggio? Siamo pronti a un’eventuale seconda ondata di contagi? Come ci stiamo preparando a convivere con il virus? Sono queste le domande che rimbalzano tra l’ospedale di Alzano Lombardo e il Papa Giovanni di Bergamo, tra gli studi dei medici di base e le fabbriche, le scuole, le chiese, gli oratori della Valseriana.

Per capire che cosa è successo e che cosa potrà succedere bisogna venire qui, mettersi pazientemente in macchina e percorrere – in coda, nel traffico – la decina di chilometri che separa Bergamo e l’aeroporto di Orio al Serio ai paesoni di Alzano, Nembro, Albino. No, la bassa Valseriana non è una valle verde, è un fitto conglomerato urbano dove le case si fanno spazio tra i capannoni industriali e gli edifici commerciali, dove si lavora sodo, si produce e si tengono contatti quotidiani con la Cina, la Germania, il resto del mondo.

È un fortino inespugnabile l’ospedale di Alzano Lombardo, dove il contagio si diffuse a partire da quella maledetta domenica 23 febbraio, quando fu chiuso per poche ore ma poi subito riaperto. Non vogliono parlare con l’inviato del Fatto quotidiano le autorità sanitarie e i vertici della Asst Bergamo Est (“Dopo le cose che avete scritto su di noi…”). Chi esce dai cancelli – parenti dei ricoverati, uomini e donne che hanno appena fatto un esame clinico o una visita specialistica – garantiscono che i controlli ora ci sono, si accede solo per appuntamento, la temperatura viene subito misurata, tutti indossano mascherine e protezioni.

Quale modello organizzativo abbiano messo in campo per non ripetere gli errori di febbraio, però, non si sa. Bocche cucite e muro di gomma. Si sa soltanto che il direttore sanitario della Asst Bergamo Est da cui l’ospedale dipende, Roberto Cosentina, se n’è andato in pensione, sostituito dal dottor Gabriele Perotti, che è stato direttore sanitario a Lodi, dopo essere stato direttore medico al San Carlo di Milano. Nuovo direttore di Chirurgia è stato nominato Pierpaolo Mariani, che il coronavirus l’ha provato, tra i primi contagiati, a febbraio, dentro il suo ospedale.

Non si chiudono a riccio invece al Papa Giovanni di Bergamo, che nei mesi neri della pandemia ha avuto 4 mila persone accorse al pronto soccorso, 2.200 ricoverati positivi al virus, 400 morti. “Abbiamo subito diviso l’ospedale in tre aree, quella per i pazienti negativi al virus, quella per i positivi e quella grigia per chi era in attesa del risultato del tampone”, racconta il dottor Stefano Fagioli, direttore del dipartimento di Medicina. “Abbiamo rivoluzionato la struttura dell’ospedale e preparato via via otto unità Covid, ciascuna con 48 posti letto, più 100 posti in terapia intensiva”.

Ora la pressione si è allentata. “Siamo fiduciosi che non si ripeta l’ondata dei mesi neri. Ma ci prepariamo come se dovesse succedere. Abbiamo un meccanismo definito e collaudato. Ora riusciamo a fare mille tamponi al giorno, di cui cento rapidi, con risultato in 45 minuti”.

Meno ottimista il dottor Marinoni. “Siamo come eravamo al gennaio scorso. Il virus non è cambiato, né è diventato più buono. L’età dei contagiati si è abbassata, ma solo perché ora facciamo più tamponi anche ai giovani. Il virus sta circolando meno, questo è vero, perché stiamo più attenti e protetti. Ma che cosa succederà quando arriverà l’influenza stagionale e non riusciremo a distinguerne i sintomi da quelli del Covid? Dobbiamo moltiplicare i tamponi”.

La lettera che l’Ordine dei medici di Bergamo ha mandato alla Regione Lombardia il 6 aprile 2020 resta un atto d’accusa pesantissimo per tutti gli errori e le impreparazioni dei vertici della sanità lombarda di fronte alla pandemia. “Noi medici non avevamo neppure le mascherine, ci infettavamo e diffondevamo il contagio: sui 600 della provincia di Bergamo, 150 si sono ammalati, sei sono morti”, conta Marinoni. E oggi? “Adesso le protezioni ci sono, gli errori commessi sono ormai chiari a tutti, sappiamo che cosa va fatto e che cosa non va fatto. Ma l’organizzazione resta debole. La sanità territoriale è stata indebolita da cattive riforme e dalla sottrazione di fondi. Vuole che le dica la verità? Qui a Bergamo oggi siamo messi peggio che prima della pandemia: eravamo 600 medici di base, nell’ultimo anno cento se ne sono andati in pensione e a fine anno saremo solo 500”.

All’oratorio di Nembro è in corso la festa annuale che coinvolge centinaia di ragazzi e di adulti, trasformati per una decina di giorni in volontari che accolgono, cucinano, organizzano, servono ai tavoli. Ristorante, birreria, incontri, film, spettacoli. Un incrocio tra le feste dell’Unità dei tempi d’oro e un raduno della Lega. Don Matteo s’aggira tra gli stand sorridendo, t-shirt rossa e braghe corte da rapper. È stato lui, a inizio marzo, a far smettere di suonare le campane a morto della chiesa: “Troppi funerali, anche quattro al giorno, le campane non smettevano mai”. Dà il cinque a un ragazzino con la maglietta dei volontari della festa, lancia una battuta a una adolescente che serve ai tavoli. “Abbiamo voluto farla anche quest’anno, la festa”, dice, “pur con tutte le precauzioni, le mascherine, il distanziamento, le prenotazioni obbligatorie. Perché dobbiamo ripartire, vogliamo rinascere. Non si deve restare chiusi in casa, soli, troppo a lungo”.

La più grande aula-bunker contro la mafia più potente

Circa 3.300 metri quadrati a pochi chilometri dall’aeroporto internazionale di Lamezia Terme. Un capannone, lungo 103 metri e largo 35, di proprietà della Regione Calabria e gestito dalla Fondazione Mediterranea Terina.

Fino a pochi mesi fa lì, al centro dell’area ex-Sir, c’era un call center. Tra qualche settimana, invece, il prefabbricato sarà quello che il procuratore Nicola Gratteri ha definito “l’aula bunker più grande del mondo”, dove sarà celebrato il maxi-processo “Rinascita-Scott”, nato da un’inchiesta della Dda di Catanzaro contro la cosca Mancuso di Vibo Valentia e contro i colletti bianchi al servizio della ‘ndrangheta. In attesa che i lavori vengano completati, venerdì la prima udienza preliminare per i 456 imputati del processo si è tenuta nel carcere di Rebibbia a Roma. Così sarà ancora per qualche settimana. Almeno fino a quando la nuova aula bunker di Lamezia Terme non sarà pronta.

Sulla carta è un’opera mastodontica. Ma soprattutto la costruzione della nuova aula bunker di Lamezia è un messaggio che lo Stato vuole lanciare nel contrasto alle mafie. I numeri sono impressionanti: la struttura, infatti, potrà contenere mille persone comode e a distanza Covid. Avrà 32 bagni e percorsi separati e indipendenti per magistrati e avvocati. Questi ultimi avranno, inoltre, 600 scrivanie con schermo e telefono per comunicare con i detenuti al 41 bis o ad alta sicurezza. Oltre alle gabbie per gli imputati che potranno assistere di persona al processo, ci sarà lo spazio per il pubblico, la stampa e 350 posti riservati agli imputati a piede libero.

L’aggiudicazione dell’appalto è stata fatta con la procedura d’urgenza dalla Protezione civile. I lavori li sta realizzando Invitalia per conto della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ci si è mossi tardi nonostante il presidente della Corte d’Appello di Catanzaro Domenico Introcaso avesse avvertito il ministero della Giustizia in tempo per la prima udienza del processo “Rinascita Scott”. Più volte lo ha detto il procuratore Nicola Gratteri: “Il ritardo c’è stato. Inutile nascondersi dietro un dito ed è inutile essere ipocriti”. Era infatti il marzo 2019, prima del blitz dei carabinieri, scattato lo scorso dicembre, quando in via Arenula sapevano che ci sarebbe stato un processo con centinaia di imputati in Calabria.

“Da quando abbiamo inoltrato al gip la richiesta di custodia cautelare per l’operazione Rinascita-Scott, – spiega Gratteri – il presidente della Corte d’Appello ha scritto al ministero della Giustizia chiedendo di costruire un’aula bunker in Calabria”.

“Nella prima fase ci si è mossi a rilento. – aggiunge il procuratore di Catanzaro – Vedevamo poco impegno da parte dei tecnici del ministero della Giustizia. Poi invece, le cose sono cambiate quando ho parlato direttamente con il ministro Bonafede e ha capito l’importanza e la gravità della cosa, cioè che il processo non si sarebbe potuto celebrare in Calabria. Era un pessimo segnale per l’opinione pubblica. È un brutto messaggio il dato che in Calabria non si è riusciti nell’arco di un anno e mezzo a costruire un’aula bunker e si è dovuti andare fuori”.

Da maggio in poi, però, è stato un susseguirsi di incontri per trovare una soluzione. “Sono state scartate sei o sette ipotesi, – sottolinea ancora Gratteri – quali ad esempio alcuni palazzetti dello Sport a Catanzaro, un’area vicino al Tribunale dei minori e un capannone confiscato alla ’ndrangheta in Provincia di Cosenza. Alla fine quella che abbiamo trovato è la soluzione vincente perché effettivamente è la migliore: un grande prefabbricato della Fondazione Terina nella piana di Lamezia Terme. È di proprietà della Regione e la presidente della giunta Jole Santelli ha immediatamente detto che dava quest’aula gratuitamente. Noi avremo questi locali gratis per tre anni. Poi si vede. Io mi auguro che il ministero compri l’immobile che, attualmente, vale un milione e 700 mila euro e, penso, ne stiamo spendendo più di 2 milioni per ristrutturarlo”.

Il procuratore Gratteri è entusiasta: “Non mancherà nulla. È una lotta contro il tempo e le imprese stanno lavorando anche di sabato, di sera e di notte. L’obiettivo è avere l’aula bunker di Lamezia Terme a fine ottobre e quindi proseguire in Calabria il processo ‘Rinascita-Scott’”.

Per il presidente della Fondazione “Terina”, Gennarino Masi, “è importante che l’aula bunker si faccia in una città come Lamezia Terme il cui Comune è stato sciolto tre volte per mafia. C’è anche una valenza morale e poi il territorio economicamente può avere una ricaduta”.

Cade il muro di omertà. Altri 10 nuovi testimoni

La “giustizia per Willy” passa dal coraggio dei ragazzi di Colleferro. Che pian piano si stanno facendo forza, sfilando nell’ufficio del capitano Ettore Pagnano, comandante della compagnia dei carabinieri di piazza Italia. Ci sono 10 nuovi testimoni, tutti tra i 19 e i 24 anni, che possono confermare la ricostruzione formulata dagli inquirenti in relazione all’omicidio del 21enne di Paliano. Oltre a quelli, naturalmente, i cui verbali sono già contenuti nell’ordinanza di convalida dell’arresto dei presunti assassini. Tutti loro hanno risposto all’appello del sindaco Pierluigi Sanna, che nei giorni scorsi si era rivolto ai giovani della comunità colleferrina affinché superassero ogni timore recondito.

In quattro, a quanto riferito a Il Fatto, sono stati già ascoltati dagli inquirenti, gli altri verranno sentiti fra domani e martedì. Si tratta di un lavoro importante, perché il punto messo a segno dall’accusa, con l’arresto in flagrante dei presunti responsabili, probabilmente sarà impugnato dagli avvocati difensori di Marco e Gabriele Bianchi e di Mario Pincarelli. I legali contestano la presenza di “evidenti elementi indiziari di natura oggettiva”, in quanto a inchiodare i presunti autori c’erano “solo” delle testimonianze a caldo – seppur numerose – e la foto di una targa. Oltre al fatto che nel momento in cui i ragazzi sono stati raggiunti dagli uomini dell’Arma – a leggere la ricostruzione del gip – Willy non era ancora deceduto. Chi indaga, dal canto proprio, deve riempire alcuni buchi, fisiologici, nell’inchiesta. Chi fra i fratelli Bianchi ha picchiato Willy? Chi ha inferito sul suo corpo inerme? Qual è stato il ruolo effettivo del 21enne nella disputa fra Pincarelli e Belleggia da una parte e Federico Zurma, dall’altra, prima del pestaggio?

Intanto, ieri la famiglia Monteiro Duarte, dopo le esequie a Paliano, è tornata a chiudersi nel proprio dolore. I pochi che, in queste ore, hanno accesso alla loro abitazione e stanno provando a confortare mamma Lucia e papà Armando, riferiscono come – nonostante apprezzino l’affetto dimostrato dalla comunità – i due genitori preferiscano la riservatezza. Così, come la sorella Milena, 19 anni, che rifiuta qualsiasi contatto con i media, se non per smentire l’attribuzione di alcune dichiarazioni de relato riportate dalla stampa. Si tratta di una ragazza descritta come “molto riservata e introversa”, che nel momento della perdita del fratello – per lei punto di riferimento imprescindibile – si è chiusa ancora di più, atteggiamento che in qualche modo preoccupa i familiari più stretti.

Le dimostrazioni pubbliche di solidarietà nei confronti della famiglia di Willy potrebbero però continuare. Sanna ha lanciato l’idea di una fiaccolata da svolgersi mercoledì sera nel centro di Colleferro. “Ho parlato con lo zio e gli amici di Willy – ha spiegato – e siamo rimasti d’accordo per fare la fiaccolata a Colleferro tutti insieme martedì sera. Domani (oggi, ndr) visto che ci sarà una visita della comunità di Capo Verde in città, ne parlerò anche con i genitori, che non era proprio il caso di disturbare, ma che mi hanno espresso la loro volontà di partecipare”.

Il primo venerdì triste in piazzetta: “Il suo cuore batteva tre volte al minuto”

“Prima che lo portassero in ospedale, ho sentito dire un soccorritore che il ritmo del suo cuore era di tre battiti al minuto”. Colleferro non riesce a tornare alla normalità. Nemmeno all’alba di un nuovo weekend. Una generazione di ragazzi ancora sconvolta, una ferita ancora troppo fresca per rimarginarsi. “Ci vorranno settimane, almeno”, dice il proprietario di un bar. È venerdì sera in largo Santa Caterina, le 23 passate, ma di ragazzi non se ne vedono tanti. Almeno non come la notte dell’omicidio di Willy fra il 5 e il 6 settembre, quando “non si riusciva nemmeno a camminare”. I pochi col bicchiere in mano fuori dai pub o seduti sulla panchina hanno lo sguardo assorto il tono dimesso. Non fanno altro che ripercorrere quei tragici minuti. Molti solo per sentito dire, confondono il racconto dei coetanei con le notizie frutto del “bombardamento” mediatico. “Ma poi il video delle botte l’hanno trovato?”. “Sì, l’ho visto, sta su Sky”. “Ma quella è una ricostruzione al computer, io lo conosco il tizio del video: quel cretino s’è sbagliato, gli è partito il flash e s’è fatto la foto alle scarpe”. “Non ci posso credere…”.

Quella di sei giorni prima era movida “vera”, invece. Di provincia, ma pur sempre movida. “Era una serata da paura, bella gente, belle bottiglie, pieno di belle ragazze… e quando ci sono le ragazze, fino a tardi, vuol dire che stanno tranquille e si godono la nottata in serenità… e invece quando stavamo ormai in chiusura, è successo quello che è successo”, racconta avventore abituale. I fratelli Marco e Gabriele Bianchi, in carcere con l’accusa di omicidio volontario insieme a Mario Pincarelli, li hanno visti lì intorno poco dopo l’1.00. Si sarebbero fermati circa mezz’ora, per poi andare via, prima di tornare dopo le 3 e riempire di botte chiunque gli capitasse a tiro, fra cui il povero Willy. “I Bianchi ai pm hanno detto di essere andati insieme a un amico dietro al cimitero a fare sesso con tre sconosciute. Ma chi ci crede, ma chissà dove stavano a fa danni”, azzarda un giovane, che aggiunge: “Quando se ne sono andati da qua, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Invece so’ tornati…”.

In “piazzetta” si parla poco del pestaggio. Chi sa ha già parlato agli inquirenti ed è stato ben istruito a tenere la bocca cucita. In tanti, invece, ricordano i minuti successivi. “Dicono che i soccorsi ci hanno messo 18 minuti, a me sono sembrati 40…”, afferma una ragazza. Un altro è più preciso: “Il fatto è successo alle 3.23 ne sono sicuro. La prima telefonata è delle 3.25, sono arrivati alle 3.45, oltre 20 minuti”. Un ragazzo, impegnato a fumarsi uno spinello nella salitella che porta alla chiesa, ricorda: “Sono andati a piedi qui a 250 metri a chiamare l’ambulanza, gli hanno detto che per il Covid dovevano passare per forza dal pronto soccorso”. Alla fine l’ambulanza arriverà da Montelanico, che si trova a 13 km dal luogo dell’incidente.

È l’una di notte passata e la musica techno resta solo in sottofondo. Pochi metri più in basso ci sono ancora persone in raccoglimento nel punto in cui Willy è stato trovato riverso a terra. Mancano poche ore al funerale, e voglia di ballare non ce n’è. Dalle scalette risale un gruppo di giovani. Conoscono bene Francesco Belleggia, uno dei quattro presunti assassini di Artena: è il ragazzo ai domiciliari, l’unico che sta collaborando con gli inquirenti e che potrebbe non aver partecipato al pestaggio. “Fino a un annetto fa era un ragazzo d’oro, bravo, gentile, simpatico, buono – raccontano – Poi si è lasciato con Martina, la sua fidanzata storica. Dicono sia stato lui a porre fine alla storia, con lei, bellissima, che sembra Cameron Diaz. Da quel momento è diventato un altro e ha iniziato ad accompagnarsi con quella gentaglia. Ma nessuno di noi crede che possa aver anche solo toccato Willy”. Sono le 2 e la serata è già finita. Nessuno vuole tirare tardi: all’indomani c’è da salutare un amico.