Addio, piccolo Willy: il feretro della civilità è accanto alla tua bara

Vedi i palloncini bianchi volare in cielo. E le magliette, candide pure quelle, indossate da un migliaio di persone che sudano e ansimano sotto il sole con la bocca e il naso chiuse da una mascherina. Ti aggrappi come un disperato alle parole della Chiesa, ti commuovi quando vedi migliaia di occhi bagnati dalle lacrime. Il cuore si apre alla speranza nel vedere poliziotti in divisa irrigidirsi sull’attenti al passaggio di quella bara con il corpo di un ragazzo italiano dalla pelle nera. Vorresti inginocchiarti di fronte alla famiglia Monteiro Duarte, al loro dolore, alla loro dignità infinita. Ecco vorresti fare tutto questo nel giorni dei funerali di Willy, massacrato a 21 anni senza un perché, ma non puoi farlo.

Perché in questo stadio di paese, a Paliano, le bare esposte alla folla sono due. In quella che i nostri occhi possono vedere c’è Willy. Italiano di Capoverde, Africa, che una sera di settembre decise di aiutare un amico e trovò la morte. Nell’altra, invisibile ma concretamente immaginaria, ci siamo noi, quello che siamo diventati. I sogni di Willy sono morti con lui. Voleva fare il calciatore, giocava bene, ma era anche un promettente chef che sperimentava le sue ricette abusando del palato di mamma Lucia. Un ragazzo generoso, che “si è sacrificato sulla croce come un giovane Cristo. Per amore dell’amicizia. Un giovane che deve essere d’esempio”, dice nella sua omelia il vescovo di Tivoli monsignor Parmeggiani. Un esempio, una goccia d’acqua in quel deserto di valori dove consumiamo le nostre sistenze. “Mio figlio non è morto invano se ha salvato una vita”, dice il padre di Willy, Armando, cercando nelle parole e nella compostezza del dolore una impossibile consolazione.

Il Vangelo delle Beatitudini ritiene beato chi oggi piange, perché un giorno riderà, sarà felice. Ma non c’è felicità possibile nel fissare lo sguardo sulla seconda bara posta accanto a quella di Willy. È invisibile ai nostri occhi, ma c’è. Raccoglie le spoglie della nostra civiltà. Ci dice chi siamo oggi. Quale morbo è cresciuto nel nostro corpo fino a trasformare quattro ragazzi di paese in belve assatanate. Gente che ha colpito una prima volta sferrando un calcio sull’esile petto di Willy. Una cannonata che gli ha tolto il fiato e lo ha fatto cadere. A terra, stordito, senza respiro. E loro, impietosi, sopra di lui, a colpire e colpire ancora. In faccia, in testa, di nuovo, ebbri di sangue, gonfi di un potere vile e violento. “Gli hanno fatto male, tanto male”. Mamma Lucia non riesce a darsi pace. Ha letto le parole scritte sui referti, nella sua testa ha ricostruito le immagini del pestaggio, ha visto Willy a terra coprirsi inutilmente il volto e la testa. Ha visto le foto dei quattro arrestati, ha cercato di decifrare il “linguaggio del corpo” dei fratelli Marco e Gabriele Bianchi. I loro tatuaggi, la postura, i selfie senza mai un sorriso, le pose da Scarface di provincia, le storie delle scorribande nei pub a colpi di rutti e di “io so io e voi nun siete un c…”. Le risse. La violenza.

E allora fa bene Giuseppe Conte, accompagnato dalla ministra Luciana Lamorgese e da Nicola Zingaretti, tutti in camicia bianca, alla fine della cerimonia, e dopo aver detto alla famiglia di Willy che “l’Italia è con voi, vi vuole bene. Ci aspettiamo condanne esemplari e pene certe”, a parlare con i giornalisti. Non delle prossime elezioni regionali e del referendum, ma di violenza. “Non è un singolo episodio isolato. Dobbiamo guardarci in faccia e maturare la consapevolezza che ci sono alcune sacche sociali, frange della popolazione, che coltivano la metodologia della violenza e della sopraffazione. Anche il linguaggio dell’odio pesa. Le parole sono pietre”.

Ma la politica, il mondo culturale e dell’informazione, l’opinione pubblica, hanno capito cosa siamo già diventati? Hanno capito che nella bara invisibile abbiamo tumulato la pietà, la compassione, il rispetto della vita umana? Ci vorrebbe un poeta d’altri tempi per sbatterci in faccia quello che ci rifiutiamo di vedere. L’omologazione, l’obbligo di dover essere tutti uguali nell’illusione di essere finalmente qualcuno. Un Suv da bloccare a pochi metri dai tavolini di un bar, un corpo perfetto da trasformare in arma letale. La cultura della sopraffazione, il linguaggio sbrigativo e violento. Un poeta c’era e una cinquantina di anni fa seppe prevedere cosa saremmo diventati. Pier Paolo Pasolini lo uccisero il giorno dei morti del 1975, una sera, ad Ostia. A calci, pugni, colpi in testa. Come Willy.

I fischi e il silenzio di Zaia (che non teme i lombardi)

Presidente Zaia, a che punto è il derby con Salvini? “Prego? Non ho capito…”. Il derby… “Derby de che?” … elettorale. “Aahh, aahh, siii… lo convincerò che il prosecco é più buono… No, scusatemi, non rispondo a domande politiche, questo è un incontro sul Covid”. Solita sala, nella sede della Protezione Civile a Marghera. Poco importa se le votazioni per le regionali dove è candidato sono tra una settimana, prima vengono le preoccupazioni dei genitori degli studenti che il 14 settembre riprendono la scuola, altro che politica. La giustificazione è perfetta per continuare ad indossare i panni dell’amministratore che, in diretta Facebook, rassicura, spiega ammonisce, informa, annuncia che il Veneto sta combattendo, e vincendo, la sua battaglia contro la pandemia. E così fa proseliti. Poco importa se Arturo Lorenzoni, il competitore del centrosinistra, è ricoverato in ospedale perché positivo al test, impossibilitato a condurre una campagna elettorale decente. Anzi, l’assenza del rivale è un motivo perchè Zaia annunci di voler disertare qualsiasi confronto televisivo con i pretendenti, in nome del far play e del rispetto.

Ma non ci pensa nemmeno a rinunciare a parlare di Covid e scuola, che a ben vedere sono gli argomenti più convincenti per un corpo elettorale indifferente rispetto ad uno scontro dall’esito pressochè scontato.

Infatti, l’incertezza sembra legata a quello che accadrà in casa leghista, dove la lista “Zaia Presidente” è data da alcuni sondaggi al 40 per cento, in grado di umiliare la “Lega Salvini”, lista di partito, che sarebbe al 15 per cento. Il che accentuerebbe la rivalità tra galletti nel pollaio leghista. Tanto più che altrove – due giorni fa a Napoli, ieri a Matera – contro Salvini sono cominciati ad arrivare i fischi durante i comizi.

Ma a modificare l’esito della sfida in Veneto non contribuiranno nemmeno le notizie che arrivano dalle inchieste lombarde sugli investimenti e gli affari degli uomini della Lega. Scordatevi di trovare, al di là dei silenzi di circostanza, lo spunto per sostenere che Zaia si augura scivoloni di Matteo Salvini su qualche buccia di banana giudiziaria. Oppure, che le percentuali bulgare di una rielezione annunciata potranno subire improvvise e improbabili flessioni.

Ascoltare, per credere, Gianantonio Da Re, dal 2019 eurodeputato, dopo essere stato segretario regionale della Lega Nord-Liga Veneta fino all’arrivo del commissario Lorenzo Fontana, plenipotenziario di Salvini. “Capita sempre così, una settimana prima delle elezioni… È un sistema risaputo, che si ripeterà sempre”. Quale sistema? “Politicizzato, per portare a casa qualche voto in più al Pd”. Per lei è giustizia ad orologeria? “Ma le pare? Si apre un’inchiesta, poi una settimana prima del voto ecco che arrivano gli arresti o i domiciliari. Ormai è fastidioso, ma a noi non ce ne frega niente, andiamo avanti e stiamo andando benissimo”. In che senso? “Che queste notizie faranno andare a votare anche chi non voleva farlo”. La magistratura? “Fa bene il proprio lavoro e noi la ringraziamo, perchè ogni volta ci porta voti in più. E sa perchè?”. Perchè? “Ci sono due categorie di persone che la gente odia: – conclude Da Re – i giudici e i politici. Per questo in Veneto sarà un grande successo”.

Film commission: metà dei soldi finiti a Panama

Quattrocento mila euro. Pubblici. Soldi partiti dalle casse della Lombardia Film Commission e, dopo una girandola di bonifici e assegni circolari, finiti sul conto corrente svizzero di una società anonima panamense, la Gleason. È dietro questo nome che si nascondono i beneficiari occulti della stangata firmata Di Rubba-Manzoni, la coppia di commercialisti della Lega finita nei giorni scorsi agli arresti domiciliari insieme all’altro contabile vicino al partito, Michele Scillieri, a suo cognato, Fabio Barbarossa, e al prestanome Luca Sostegni (in carcere da metà luglio perché stava cercando di scappare in Brasile). Sono tutti accusati dalla Procura di Milano di aver partecipato alla sottrazione di soldi ai danni della Lombardia Film Commission, ente controllato dalla Regione Lombardia, che quando era presieduto da Di Rubba comprò per 800 mila euro un immobile che solo undici mesi prima ne valeva 400 mila.

Per capire perché la panamense Gleason è così importante in questa storia, bisogna riepilogare i fatti fin qui accertati dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi insieme agli uomini del nucleo di polizia economico-finanziario della guardia di finanza di Milano. Il 14 febbraio del 2017 la Paloschi Srl vende l’immobile in questione alla Andromeda Srl. Il contratto, firmato da Sostegni (per conto della Paloschi) e Barbarossa (per conto di Andromeda), prevede un pagamento di 400 mila euro in assegni. Quei soldi non arriveranno mai sui conti della Paloschi, azienda piena di debiti con l’Erario e con un unico asset all’attivo: l’immobile, appunto. Andromeda, dunque, compra senza pagare. Undici mesi dopo, come detto, Lombardia Film Commission acquisterà lo stesso immobile dalla Andromeda al doppio del prezzo. E in questo caso i soldi verranno versati fino all’ultimo centesimo. È qui che succede qualcosa di molto strano, secondo gli investigatori. Una volta incassati gli 800 mila euro pubblici, Andromeda li spende quasi tutti. Vediamo come. Circa 200 mila euro vanno a Francesco Barachetti (indagato) e alla sua Barachetti Service, incaricata di ristrutturare l’immobile. Altri 178 mila euro vengono bonificati alla Sdc Srl, piccola società bergamasca che subito dopo gira quasi l’intera somma sui conti personali di Di Rubba e Manzoni o di società a loro riconducibili (da qui l’accusa di peculato per i due commercialisti salviniani). Avanzano 400 mila euro e qualche spicciolo. E sono proprio questi i soldi che finiranno, dopo un giro piuttosto tortuoso, sul conto svizzero intestato alla panamense Gleason. Ma andiamo per gradi. Andromeda versa tutti i 400 mila euro, tramite bonifici e assegni circolari, sui conti di Sostegni. Il quale in teoria sarebbe l’azionista unico della Paloschi, e con quei soldi dovrebbe rifocillare le casse esangui della società. Invece che fa? Versa tutto (a parte 10 mila euro che tiene per sé) sul conto svizzero di una fiduciaria italiana, la Fidirev. E quest’ultima li spende interamente per saldare, su un altro conto svizzero, i debiti della panamense Gleason.

Per farla un po’ più semplice, 400 mila euro dei cittadini lombardi sono finiti all’anonimo creditore di un’anonima società panamense con conto corrente nella Confederazione elvetica, patria della riservatezza bancaria. Per questo ora molto dipenderà dalla collaborazione che la Svizzera vorrà offrire ai magistrati italiani. Questi ultimi hanno infatti avviato una rogatoria per capire chi ha beneficiato, in ultima istanza, di tutti quei soldi pubblici. Si vedrà se la Svizzera vorrà collaborare. Di certo la trama finanziaria dipanata finora dagli investigatori milanesi dimostra che la trasparenza non è certo la qualità principale di Di Rubba e Manzoni, i commercialisti scelti da Matteo Salvini per gestire i conti della Lega. Anche quelli dove, negli ultimi anni, sono affluiti i soldi di tutti i contribuenti italiani destinati ai gruppi parlamentari di Camera e Senato.

Filone Lussemburgo: i due commercialisti e le stesse fiduciarie

Il collegamento fra i commercialisti arrestati qualche giorno fa a Milano e la caccia al tesoro della Lega è nelle carte inviate dal Lussemburgo, richieste attraverso una rogatoria internazionale dalla Procura di Genova. È la fine del 2018 quando i magistrati seguono la pista di 10 milioni di euro partiti dalla Banca Sparkasse di Bolzano, transitati in alcune fiduciarie, e segnalati come operazione sospetta quando lo stesso istituto bancario richiede indietro 3 milioni. Varie coincidenze spingono gli inquirenti a sospettare che quei soldi non siano davvero della Sparkasse, ma appartengano in modo occulto ai 49 milioni di euro che la Lega sta cercando di mettere al riparo dai sequestri. Qualche mese dopo arriva la risposta dal Granducato. Così i pm genovesi mettono insieme il secondo tassello del mosaico, un pezzo di storia che arriva fino agli arresti degli ultimi giorni e si intreccia con l’indagine aperta a Milano sul caso Lombardia Film Commission.

Nei documenti ottenuti via rogatoria ci sono i nomi dei commercialisti leghisti Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba : anche loro hanno investito in una delle finanziarie lussemburghesi attraverso cui sono passati i soldi della Sparkasse. Ma non è l’unico punto di contatto. Un manager della fiduciaria lussemburghese attraverso cui è passato l’investimento partito dalla Sparkasse è socio di una società parte di una holding che si ramifica in Lussemburgo, ma ha radici proprio a Bergamo, nello studio di Manzoni e Di Rubba.

Facciamo un passo indietro. Quando nel 2012 l’ex tesoriere leghista Francesco Belsito viene travolto dallo scandalo dei diamanti in Tanzania e costretto alle dimissioni, i suoi successori smantellano il conto unico del partito presso Banca Aletti. I flussi ricostruiti dalla Guardia di Finanza di Genova portano alla luce una prima tranche di trasferimenti di una certa portata verso la Banca Popolare di Vicenza e la Sparkasse di Bolzano. Presso la filiale altoatesina affluiscono circa 10 milioni di euro, ma tra il 2013 e il 2014 il conto leghista si svuota progressivamente, fino a essere chiuso. E qui c’è il primo passaggio chiave: poco dopo, compare presso la Sparkasse un “conto transito” con la stessa cifra, 10 milioni. Il “conto transito”, in gergo tecnico, indica un portafoglio a disposizione della banca per investimenti propri, che non riporta però alcun intestatario.

Da questo conto, attraverso intermediari, i 10 milioni prendono la via del Lussemburgo. Affluiscono a due fiduciarie, la Pharus Management Lux Sa e la Edmond De Rotschild, che a loro volta lo investono in altre fiduciarie. La catena dei passaggi è complessa e tutt’ora oggetto di minuziosa ricostruzione. In Lussemburgo i magistrati liguri hanno interrogato sei persone, sempre per rogatoria. Sebbene giustificato come un normale investimento da parte dei vertici di Sparkasse, il movimento verso il Granducato è già di per sé inconsueto, secondo gli investigatori. L’anello più difficile da collegare, però, è quello iniziale, la riconducibilità dei soldi al Carroccio: tornano manager che hanno bazzicato uomini del partito, ma finora la prova definitiva non c’è.

C’è poi il ritorno di quel denaro e la segnalazione sospetta partita dalla stessa fiduciaria lussemburghese. A fine gennaio del 2018 la Sparkasse richiede il rientro di 3 milioni del capitale originario. Ad essere molto interessante per i magistrati, in questo caso, è la tempistica: da un paio di settimane sono cominciati i primi sequestri della Finanza ai conti del partito. Non solo. A marzo si vota per le Politiche. Forse sono tutte coincidenze, ma la questione arriva all’Uif di Bankitalia, l’ufficio antiriciclaggio, che lo segnala alla Procura.

Per chi non si fosse ancora perso, c’è un’ultima coincidenza. Tra le migliaia di fiduciarie attive in Lussemburgo, in almeno una di quelle coinvolte nell’affaire Sparkasse hanno investito anche Manzoni e Di Rubba. Non è una prova, va sottolineato, ma l’incrocio è singolare ed è stato rilevato dalla Finanza. La coppia di commercialisti ha investito tramite società che hanno sede nel loro studio di via Angelo Maj, a Bergamo, già oggetto di una doppia perquisizione disposta dalle Procure di Bergamo e di Genova. E ancora: in via Angelo Maj hanno sede sette società italiane, controllate da una holding lussemburghese, la Seven Fiduciaria. In una di queste, la SevenBit di Bergamo, ha una piccola partecipazione Vito Luciano Mancini, manager proprio della Pharus Management Lux Sa. Guarda caso, proprio la fiduciaria dell’affaire Sparkasse. Insomma, un altro elemento che dal Granducato ritorna a quello studio di Bergamo. L’indirizzo a cui si danno appuntamento i peggiori incubi della Lega.

Che ci azzecca Moretti?

Paolo Mieli, sul Corriere, equipara il “va’ a cagare” di Roberto Saviano contro il Pd di Zingaretti al famoso “Con questi dirigenti non vinceremo mai” urlato da Nanni Moretti nel 2002 in piazza Navona contro il centrosinistra di Fassino e Rutelli. E liquida i due j’accuse come due fiammate del “fuoco amico” che segna da sempre i rapporti fra gl’intellettuali di sinistra, incapaci di “concepire cosa sia un compromesso di governo”, e i partiti di sinistra. Ma le due invettive non potrebbero essere più opposte: lucida e lungimirante quella, demenziale e sgangherata questa.

Nel 2002, quando urlò Moretti, B. era tornato al governo da un anno grazie al fallimento dell’Ulivo, segato alle radici da Bertinotti e D’Alema nel ’98 col rovesciamento di Prodi: ed è contro quella “burocratija” incapace di stare unita e di combattere il berlusconismo a viso aperto che tuonò il regista. Oggi il Pd governa con M5S, LeU e persino Iv, avendo approfittato dell’harahiri di Salvini per sgonfiarlo e metterlo all’angolo governando benino: ed è contro questa alleanza che tuona lo scrittore. Moretti rimproverava al centrosinistra di non sapersi mettere insieme contro la destra illiberale e pericolosa, spianandole la strada del potere; Saviano lo rimprovera di essersi messi insieme contro la destra illiberale e pericolosa, sbarrandole la strada del potere. Moretti elogiava il buon compromesso: “Io non riesco a parlare con Rifondazione, con Bertinotti proprio non ce la faccio, ma loro sì, loro ci devono parlare, è il loro mestiere!”. Saviano piccona il buon compromesso M5S-Pd che ha dato vita al governo Conte, bestia nera di Salvini&Meloni, ma anche sua e di tutta la “Sinistra per Salvini (a sua insaputa)”. É un suo diritto: gli intellettuali sono liberi. Ma dovrebbero anche essere coerenti, o almeno logici: se Saviano se la tira da anti-Salvini dovrebbe spiegare, o almeno domandarsi, come mai ha lo stesso nemico di Salvini. E anche, come faceva Moretti, indicare un’alternativa al centrodestra e all’alleanza M5S-centrosinistra. Un’alleanza nata su un compromesso, certo: un compromesso per giunta sbilanciato sul M5S, che alle elezioni ha preso il doppio dei voti e dei seggi del Pd. Un compromesso che prevede il taglio dei parlamentari, la legge proporzionale e non lo smantellamento dei dl Sicurezza, ma il loro adeguamento alle osservazioni di Mattarella. Se, caduto Conte, fosse pronta una maggioranza col programma di Saviano, questi avrebbe ragione da vendere a invocare la caduta di Conte e il divorzio fra Pd e 5Stelle. Ma siccome non esiste se non nella sua testa confusa, Roberto deve rassegnarsi: oggi chi non vuole Conte vuole Salvini. E si candida a diventare il Bertinotti del terzo millennio.

Álex de la Iglesia: “Amo fantasy e horror, grazie a maestri come Dario Argento”

Un bambino partorito da una mucca, un prete che spara sui fedeli, una veterinaria braccata da un ragno gigante, sangue a fiume ed eventi paranormali: è 30 Coins, la nuova serie tv HBO Europe firmata dallo spagnolo Álex de la Iglesia, che torna a Venezia dieci anni dopo il Leone d’Argento per la regia e l’Osella per la sceneggiatura con Ballata dell’odio e dell’amore. Prossimamente in Italia, 30 Coins, ovvero i famigerati trenta denari di Giuda, racconta un mondo in cui nulla è ciò come sembra e presenta un esorcista sui generis, Padre Vergara (Eduard Fernandez), pugile ed ex detenuto spedito a fare il parroco in un remoto paesino, dove Bene e Male si daranno battaglia.

De La Iglesia, qual è il lascito del cult di William Friedkin?

Friedkin per me è il più grande, è stato un’ispirazione importante, e non solo per la religione. Volevo incarnare qualcosa di tragico e reale, un prete che lotta fisicamente con il diavolo.

È credente?

La religione è parte della mia vita come i film. Al cineclub dell’università litigavo con i preti per proiettare Ultimo tango: loro proibivano, io li apostrofavo vecchi e ottusi. Ma è partito tutto da lì, anche la mia predilezione per il fantasy e l’horror, in cui i miei maestri sono tutti italiani: Dario Argento, che ho conosciuto in Canada, Mario Bava, Lucio Fulci.

Padre Vergara sembra scettico, non incline a credere in ciò che vede.

Abbiamo lavorato contro i luoghi comuni, cercando il ribaltamento: lui prete non crede in nulla, e la risposta sta nel suo passato. Un inizio thriller.

Un altro ribaltamento sta già nel titolo: dopo tanti, troppi sacri Graal, i trenta denari di Giuda.

Abbiamo incardinato la serie proprio qui, sulla differenza tra due tipi di reliquie: ci sono quelle felici, che supportano Gesù, come la Sacra Sindone, e quelle che gli provocano dolore, come i chiodi e i trenta denari. Entrambe sono delle armi, e la magia se ne serve, nel bene e nel male. La sofferenza di Dio è l’energia più forte al mondo, chi la controlla, controlla la vita.

Lei venderebbe qualcuno per trenta denari?

Non è vero che cerchiamo il bene, che tendiamo alla perfezione, ogni giorno ciascuno di noi usa quelle monete: diffidate da chi sostiene il contrario.

Il diavolo, probabilmente.

Anche il dolore nel mondo, anche il male è parte di Dio. Nessuno osa dirlo, invece noi ne abbiamo fatto l’architrave di 30 Coins.

Dove sta oggi il diavolo?

Nell’ignoranza, basta aprire i social.

Che fenomeno Sailor Moon, la prima eroina Lgbtq+

In un pomeriggio come tanti di venticinque anni fa, una ragazzina giapponese quattordicenne si presentò alla tv italiana, dando inizio a un profondo ribaltamento culturale. I primi (a maggioranza le prime) a guardare l’anime giapponese La bella guerriera Sailor Moon si trovavano ignari davanti al televisore il 21 febbraio 1995, e all’epoca nessuno immaginava la rivoluzione a cui stava dando inizio la tenera Usagi Tsukino, una studentessa piuttosto comune, timida, che non andava bene a scuola, ma che quando decide di combattere per una giusta causa acquista un potere imbattibile.

Per festeggiare il quarto di secolo dell’icona, il Mufant di Torino, unico Museo del Fantastico e della Fantascienza in Italia, ripercorre la storia e l’importanza del “fenomeno Sailor Moon” con una mostra che apre il 19 settembre con tanto di oggetti da collezione, fumetti, poster, action figure, diverse conferenze e dibattiti a tema.

Qual è il segreto del suo enorme successo nel mondo e in particolare in Italia? “La sua rivoluzione come manga e anime è che presenta per la prima volta un gruppo di ragazze che combattono insieme in battaglie in cui loro stesse rischiano la vita”, racconta Leone Locatelli (heroica.it), curatore scientifico della mostra. “È un personaggio che nasce dall’incontro di due generi molto conosciuti in Giappone e nel mondo, quello delle ragazze magiche come Creamy e Magica Emy ad esempio, e il genere dei Super Sentai che ha dato vita ai Power Rangers”.

Questo genere ibrido, in cui Sailor Moon e le sue amiche seppure dotate di oggetti magici e animaletti carini combattano come i Super Sentai, ha dunque sconvolto e sbaragliato le carte. Sono delle amiche tutte diverse una dall’altra, un fatto importante perché mette in evidenza diversi modi di essere donna, rispecchiando gli ideali del femminismo della terza ondata che in quegli anni si andava formando.

Secondo Locatelli: “La sua dualità prodigiosa ha cambiato l’immaginario e sconfitto stereotipi, il pubblico in maggioranza femminile, ma con una significativa presenza di ragazzi, si è interessato sia all’aspetto d’azione che alla storia d’amore tracciata più sullo sfondo”. I molti che hanno abbracciato il potere liberatorio quanto trasgressivo del personaggio sono adesso giovani e adulti a lei legati da affetto e a volte venerazione.

L’eroina e le sue amiche dal nome di pianeti, sono state create dalla mangaka Naoko Takeuchi nel 1992, che immaginò delle studentesse delle scuole medie in grado di combattere e sconfiggere insieme la negatività del mondo. L’autrice non presentava banalmente un conquistato girl power e non chiedeva al pubblico di considerarlo tale, nel suo manga e nell’anime che ne seguì, le ragazze possono sembrare ragazzi e viceversa, le ragazze si innamorano di ragazze che sembrano ragazzi, e a volte i ragazzi si trasformano in ragazze. Tutto ciò in Italia ha portato a una ridicola censura dei dialoghi e dei nomi dei personaggi ma, nonostante i tentativi, l’anime ha contribuito oltre ogni aspettativa a favore dell’emancipazione femminile, dei diritti delle donne e del movimento LGBTQ+.

I fan si troveranno dunque a Torino accolti dalla statua di Sailor Moon e dai codirettori del Mufant, Davide Monopoli e Silvia Casolari, che alla passione per il fantastico uniscono l’intento di raccontare e confrontarsi con questioni più ampie, come l’inclusione sociale e l’identità di genere. “Ci interessa mostrare come l’immaginario invada tutti i media, il mercato alto e basso, quindi abbiamo preparato un percorso che restituisce significato all’intero fenomeno”, spiega Monopoli. Quanto lontano arriverà l’affetto per Sailor Moon? A giudicare dall’aspettativa per la mostra, il limite non può che essere la Luna.

Venezia 77 sente odor di western

E se il Leone d’Oro andasse in Mona? A fare la gioia di veneziani e titolisti tutti, potrebbe essere la norvegese trapiantata a New York, Mona Fastvold, autrice del mélo western lesbo The World to Come, salutato con favore dalla critica e predestinato agli Oscar. Prodotto e interpretato da Casey Affleck, gli vengono accreditate altre potenzialità, a partire dalle due protagoniste Katherine Waterston e Vanessa Kirby. Quest’ultima è la più seria candidata a migliore attrice, soprattutto con il suo secondo film in Mostra, Pieces of Woman di Kornél Mundruczó, dramma sull’elaborazione del lutto formato famiglia in cui affianca Shia La Beouf e Ellen Burstyn. A confermare la vocazione di Venezia 77, con il traguardo inedito di otto registe su 18 opere in Concorso, la griglia di partenza per la Coppa Volpi femminile è la più ricca ed entusiasmante: la principale minaccia per la bella e brava Kirby è rappresentata da Jasna ĐDurici dell’apprezzato Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbani, che nel 25° anniversario torna sul massacro di Srebrenica. Per amor di patria, e forse solo quello, possiamo aggiungere al lotto la Romola Garai di Miss Marx di Susanna Nicchiarelli e il cast collettivo di Emma Dante, ovvero Donatella Finocchiaro e Le sorelle Macaluso, due lavori che hanno qualche carta da giocare per la migliore sceneggiatura. Pochi e non esaltanti, viceversa, i pretendenti alla Coppa Volpi maschile, in una competizione che non ha riservato parti memorabili: Pierfrancesco Favino, protagonista di Padrenostro di Claudio Noce, è nel novero dei papabili, ma vincerà l’indiano The Disciple. Per la regia si può parlare italiano: Gianfranco Rosi, dopo il Leone d’Oro a Sacro GRA nel 2013, con Notturno non si preclude nulla, è piaciuto ai critici stranieri, farà un tour festivaliero senza eguali, da Toronto a Tokyo, e per l’obiettivo primario degli Oscar il trampolino del Lido aiuterebbe. Va detto che al botteghino nazionale, come gli altri titoli veneziani, sta stentando. Altri sguardi da distinguere quelli del messicano Michel Franco, con la distopia mortifera di Nuevo orden, e dell’outsider azero Hilal Baydarov per il lirico In Between Dying, prodotto da Carlos Reygadas, ma il campione di specialità è il russo Andrei Konchalosvky, che con Cari compagni! potrebbe vincere il terzo Leone d’Argento per la regia. Per il Leone d’Oro o il secondo riconoscimento veneziano, il Leone d’Argento-Gran Premio della Giuria, lotta prepotentemente Nomadland di Chloé Zhao, con una perfetta France McDormand on the road nell’America profonda che non si professa “homeless, ma houseless”, e ci potremmo stare, senza troppi entusiasmi: ben girato, ma senza guizzi, e antropologicamente dolente se non macilento. Quel che però fortissimamente chiediamo questa sera – diretta dalle 18.45 su Rai Movie – alla presidente di giuria, Cate Blanchett, è di non ripetere l’errore di Cannes 2018 nell’attribuire il premio della giuria a Cafarnao di Nadine Labaki, di cui l’iraniano Khorshid (Sun Children) di Majid Majidi è qui gemello diverso. Nella sezione Orizzonti, e chissà non ci scappi un riconoscimento, l’esordio alla regia di Pietro Castellitto, Predatori, che osserva con ferocia bonaria la giustapposizione e – letteralmente – la deflagrazione di due mondi apparentemente inconciliabili, quello borghese e intellettuale dei Pavone e quello proletario e fascista della famiglia Vismara. Potrà ricordare La bellezza del somaro del padre Sergio, e nella facilità di scrittura la madre Margaret Mazzantini, ma al netto di ingenuità e giri a vuoto il debuttante Castellitto junior – prossimamente Francesco Totti nella serie Speravo de morì prima, “spero solo ne sia felice” – ha qualcosa da dire e, meno, qualcosa da mostrare: tra puerilità e banalità, ci sono lampi di cattiveria intelligente che lasciano ben sperare, il cast aiuta, su tutti Manuela Mandracchia, la signora Pavone regista con licenza di uccidere – un attore finisce impiccato sul suo set. In cartellone anche Paolo Conte nel ritratto di Giorgio Verdelli Via con me e il documentarista premio Oscar Alex Gibney con Crazy, Not Insane, dedicato alle ricerche della psichiatra Dorothy Otnow Lewis sui serial killer, Venezia 77 si avvia a conclusione incassando il plauso della stampa statunitense: “Il migliore e più sicuro inizio possibile”, secondo Variety; “Francamente impeccabile”, per l’Hollywood Reporter.

I fantasmi del marchese del castello di Locarno

Ai piedi delle Alpi, presso Locarno, in Alta Italia, sorgeva un vecchio castello appartenente a un marchese, che ancora oggi, venendo dal San Gottardo, si vede, ridotto in macerie e in rovina: un castello dalle stanze alte e spaziose, in una delle quali una volta, sulla paglia che vi era stata ammucchiata, era stata messa a giacere per compassione, dalla padrona di casa, una vecchia donna malata, che si era presentata alla porta chiedendo l’elemosina. Il marchese, che, di ritorno dalla caccia, entrò distrattamente nella stanza, dove soleva deporre la sua carabina, ordinò irritato alla donna di alzarsi dall’angolo in cui era distesa, e di mettersi dietro la stufa. La donna, tirandosi su, scivolò con la gruccia sul pavimento liscio, e si fece una grave ferita all’osso sacro; tanto che si alzò, bensì, con indicibile sforzo, e attraversò di sbieco la stanza, come le era stato prescritto, ma dietro la stufa, fra gemiti e sospiri, si lasciò cadere e spirò.

Alcuni anni dopo, quando il marchese, a causa della guerra e dei cattivi raccolti, si trovava in una brutta situazione finanziaria, venne a trovarlo un cavaliere fiorentino, che, per la sua bella posizione, voleva comperare il castello. Il marchese, che teneva molto all’affare, disse alla moglie di alloggiare l’ospite nella stanza di cui abbiamo parlato, che era vuota, ed era stata arredata splendidamente. Ma quale fu la costernazione della coppia quando il cavaliere, nel bel mezzo della notte, scese in camera loro pallido e turbato, giurando e spergiurando che in quella stanza c’erano gli spiriti, perché qualcosa che era rimasto invisibile allo sguardo si era alzato da un angolo della stanza, con un rumore come di paglia smossa, aveva attraversato di sbieco la stanza, con passi lenti e interrotti, ma ben udibili, e si era lasciato cadere, fra gemiti e sospiri, dietro la stufa.

Il marchese, spaventato, egli stesso non sapeva bene perché, canzonò il cavaliere con simulata allegria, e disse che si sarebbe alzato immediatamente e, per sua tranquillità, avrebbe trascorso la notte con lui in quella stanza. Ma il cavaliere lo pregò, per cortesia, di consentirgli di pernottare nella sua camera da letto, su una poltrona, e, quando venne il mattino, fece attaccare i cavalli, si congedò e partì.

L’incidente, che destò grande scalpore, scoraggiò, con estremo disappunto del marchese, molti compratori. E poiché tra i suoi stessi domestici si diffondeva, in modo strano e incomprensibile, la voce che in quella stanza, a mezzanotte, si muovessero gli spiriti, egli, per metterla decisamente a tacere una volta per tutte, un giorno decise di esaminare egli stesso la cosa la notte seguente. All’imbrunire fece dunque portare il suo letto in quella stanza, e attese senza dormire la mezzanotte. Ma quale fu il suo sgomento quando in effetti, allo scoccare dell’ora degli spiriti, percepì l’incomprensibile rumore; era come se un essere umano si alzasse dalla paglia, che frusciava sotto di lui, attraversasse di sbieco la stanza e si lasciasse cadere, fra rantoli e lamenti, dietro la stufa.

La marchesa, il mattino seguente, gli domandò, appena fu sceso, come si fosse svolta la sua indagine. E, quando egli si guardò intorno, con occhiate incerte e timorose, e, dopo aver chiuso a chiave la porta, le assicurò che i fantasmi c’erano davvero, lei si spaventò come non le era mai successo in vita sua e lo pregò, prima di divulgare il fatto, di tentare un’altra prova, a mente fredda, in sua compagnia. Ma la notte successiva, insieme a un fedele domestico che avevano portato con sé, udirono ancora una volta lo stesso incomprensibile, spettrale rumore. Solo il pressante desiderio di sbarazzarsi del castello a qualunque costo poté far loro reprimere, in presenza del domestico, il terrore che li prese, e attribuire l’incidente a una causa qualsiasi, indifferente e fortuita, che prima o poi si sarebbe scoperta.

La sera del terzo giorno, quando entrambi, per venire a capo della cosa, salirono di nuovo, con il cuore che batteva, la scala della camera degli ospiti, il loro cane da guardia, che era stato sciolto dalla catena, si trovò per caso davanti alla porta; tanto che i due, senza dirlo esplicitamente, forse con l’intenzione istintiva di avere con sé un terzo essere vivente, fecero entrare il cane nella stanza.

La coppia, due candele sul tavolo, la marchesa senza spogliarsi, il marchese tenendo accanto a sé la spada e le pistole che aveva preso da un armadio, si siede, verso le undici, ognuno sul proprio letto; e, mentre cercano di passare il tempo come possono, facendo conversazione, il cane si corica in mezzo alla stanza, testa e gambe acciambellate, e si addormenta. A mezzanotte in punto, l’orribile rumore si fa udire di nuovo; qualcuno che nessun occhio umano può vedere si alza sulle grucce, nell’angolo della stanza; si sente la paglia frusciare sotto di lui; e al primo passo, tapp!, tapp!, il cane si sveglia, drizza le orecchie, si solleva di colpo dal pavimento e, ringhiando e abbaiando, proprio come se un essere umano venisse passo passo verso di lui, indietreggia verso la stufa. A quella vista la marchesa, con i capelli ritti, si precipita fuori dalla stanza e, mentre il marchese, afferrata la spada, grida: “Chi è là?” e, poiché nessuno risponde, mena fendenti in aria come un pazzo, in tutte le direzioni, dà ordine di attaccare i cavalli, decisa a partire immediatamente per la città. Ma, prima che, radunati alcuni bagagli, esca dal portone con fracasso, vede il castello tutto avvolto dalle fiamme. Il marchese, sopraffatto dall’orrore, aveva preso una candela e, stanco della vita, aveva appiccato il fuoco ai quattro angoli dell’edificio, interamente rivestito di legno. Invano la marchesa mandò gente dentro, a salvare l’infelice: era già perito nel modo più miserando, e ancora oggi le sue bianche ossa, raccolte dai contadini, giacciono nell’angolo della stanza dal quale egli aveva fatto alzare la mendicante di Locarno.

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Bogotá, rivolta contro la polizia

La violenza della polizia colombiana nei confronti degli attivisti per i diritti umani e delle fasce più deboli della popolazione è un fatto acclarato da decenni. Ogni pretesto è buono per esercitare una forza sproporzionata e bruta. È successo ancora, nella Capitale Bogotá, e la scusa questa volta è stata la pandemia. La popolazione della metropoli, esasperata da ben sei mesi di lockdown, terminato due settimane fa, che ha prodotto migliaia di disoccupati, ha reagito agli abusi degli agenti e finora si sono registrati 11 morti dopo una seconda notte di assalti alle caserme e scontri con le forze di sicurezza. A innescare la sollevazione popolare è stato il contenuto di un video in cui si vedono due agenti mentre trascinano a terra l’avvocato Javier Ordonez e lo colpiscono con un taser. Ordonez era stato fermato per strada da una pattuglia di poliziotti perché non avrebbe rispettato le restrizioni in atto, forse il distanziamento, per il coronavirus e in seguito portato in una caserma dove, secondo le accuse da parte dei familiari, sarebbe morto a causa delle percosse subìte. La vicenda ha scatenato due giorni di violente proteste in tutto il Paese, nelle quali sono rimasti feriti 209 civili e 194 agenti di polizia, secondo le cifre fornite da Carlos Holmes Trujillo, il ministro della Difesa; tra le vittime c’è anche una donna investita da un autobus sequestrato dai manifestanti. Durante le proteste in Centro e Sudamerica, la gente spesso sequestra bus e mezzi di trasporto pubblico per usarli come armi contro quelle altrettanto letali in dotazione alle forze di sicurezza e ai paramilitari che le aiutano a fare il lavoro sporco. E non si tratta solo delle operazioni ordinate dal governo contro le Farc, attacchi che frequentemente si trasformavano in massacri, voluti, anche degli abitanti locali intrappolati tra i due contendenti. Le milizie paramilitari di estrema destra sono ancora attive, nonostante la “disattivazione” delle Farc, nelle campagne tropicali colombiane ricche di risorse naturali e coca. A rimetterci sono sempre i campesinos. L’attuale sollevazione, pur avvenendo nella Capitale, ha richiamato anche gli abitanti della cintura periferica, dei barrios, dove vivono i diseredati, diventati ancora più disperati a causa di un lockdown che evidenzia, proprio per la sua sproporzionata lunghezza nel tempo, un’incapacità delle autorità politiche di gestire la pandemia. Una delle conseguenze è proprio quanto sta accadendo nelle strade di Bogotá dove i residenti ufficiali sono ben 8 milioni e chissà quante migliaia di sfollati interni. Bogotá in fiamme è anche una sconfitta per la sindaca Claudia Lopez, leader del Partito verde, che doveva rappresentare una svolta nella gestione della città; Lopez ha condannato le violenze della polizia, e ha fatto altrettanto con chi è sceso in strada per sfasciare tutto.