Vedi i palloncini bianchi volare in cielo. E le magliette, candide pure quelle, indossate da un migliaio di persone che sudano e ansimano sotto il sole con la bocca e il naso chiuse da una mascherina. Ti aggrappi come un disperato alle parole della Chiesa, ti commuovi quando vedi migliaia di occhi bagnati dalle lacrime. Il cuore si apre alla speranza nel vedere poliziotti in divisa irrigidirsi sull’attenti al passaggio di quella bara con il corpo di un ragazzo italiano dalla pelle nera. Vorresti inginocchiarti di fronte alla famiglia Monteiro Duarte, al loro dolore, alla loro dignità infinita. Ecco vorresti fare tutto questo nel giorni dei funerali di Willy, massacrato a 21 anni senza un perché, ma non puoi farlo.
Perché in questo stadio di paese, a Paliano, le bare esposte alla folla sono due. In quella che i nostri occhi possono vedere c’è Willy. Italiano di Capoverde, Africa, che una sera di settembre decise di aiutare un amico e trovò la morte. Nell’altra, invisibile ma concretamente immaginaria, ci siamo noi, quello che siamo diventati. I sogni di Willy sono morti con lui. Voleva fare il calciatore, giocava bene, ma era anche un promettente chef che sperimentava le sue ricette abusando del palato di mamma Lucia. Un ragazzo generoso, che “si è sacrificato sulla croce come un giovane Cristo. Per amore dell’amicizia. Un giovane che deve essere d’esempio”, dice nella sua omelia il vescovo di Tivoli monsignor Parmeggiani. Un esempio, una goccia d’acqua in quel deserto di valori dove consumiamo le nostre sistenze. “Mio figlio non è morto invano se ha salvato una vita”, dice il padre di Willy, Armando, cercando nelle parole e nella compostezza del dolore una impossibile consolazione.
Il Vangelo delle Beatitudini ritiene beato chi oggi piange, perché un giorno riderà, sarà felice. Ma non c’è felicità possibile nel fissare lo sguardo sulla seconda bara posta accanto a quella di Willy. È invisibile ai nostri occhi, ma c’è. Raccoglie le spoglie della nostra civiltà. Ci dice chi siamo oggi. Quale morbo è cresciuto nel nostro corpo fino a trasformare quattro ragazzi di paese in belve assatanate. Gente che ha colpito una prima volta sferrando un calcio sull’esile petto di Willy. Una cannonata che gli ha tolto il fiato e lo ha fatto cadere. A terra, stordito, senza respiro. E loro, impietosi, sopra di lui, a colpire e colpire ancora. In faccia, in testa, di nuovo, ebbri di sangue, gonfi di un potere vile e violento. “Gli hanno fatto male, tanto male”. Mamma Lucia non riesce a darsi pace. Ha letto le parole scritte sui referti, nella sua testa ha ricostruito le immagini del pestaggio, ha visto Willy a terra coprirsi inutilmente il volto e la testa. Ha visto le foto dei quattro arrestati, ha cercato di decifrare il “linguaggio del corpo” dei fratelli Marco e Gabriele Bianchi. I loro tatuaggi, la postura, i selfie senza mai un sorriso, le pose da Scarface di provincia, le storie delle scorribande nei pub a colpi di rutti e di “io so io e voi nun siete un c…”. Le risse. La violenza.
E allora fa bene Giuseppe Conte, accompagnato dalla ministra Luciana Lamorgese e da Nicola Zingaretti, tutti in camicia bianca, alla fine della cerimonia, e dopo aver detto alla famiglia di Willy che “l’Italia è con voi, vi vuole bene. Ci aspettiamo condanne esemplari e pene certe”, a parlare con i giornalisti. Non delle prossime elezioni regionali e del referendum, ma di violenza. “Non è un singolo episodio isolato. Dobbiamo guardarci in faccia e maturare la consapevolezza che ci sono alcune sacche sociali, frange della popolazione, che coltivano la metodologia della violenza e della sopraffazione. Anche il linguaggio dell’odio pesa. Le parole sono pietre”.
Ma la politica, il mondo culturale e dell’informazione, l’opinione pubblica, hanno capito cosa siamo già diventati? Hanno capito che nella bara invisibile abbiamo tumulato la pietà, la compassione, il rispetto della vita umana? Ci vorrebbe un poeta d’altri tempi per sbatterci in faccia quello che ci rifiutiamo di vedere. L’omologazione, l’obbligo di dover essere tutti uguali nell’illusione di essere finalmente qualcuno. Un Suv da bloccare a pochi metri dai tavolini di un bar, un corpo perfetto da trasformare in arma letale. La cultura della sopraffazione, il linguaggio sbrigativo e violento. Un poeta c’era e una cinquantina di anni fa seppe prevedere cosa saremmo diventati. Pier Paolo Pasolini lo uccisero il giorno dei morti del 1975, una sera, ad Ostia. A calci, pugni, colpi in testa. Come Willy.