Pace fra Kabul e talebani: sono le donne a rischiare

Quando a metà agosto, 400 donne afghane scrissero una lettera aperta ai capi talebani in vista dell’avvio di negoziati di pace con il governo, sapevano bene che replica rischiavano di ricevere: “Di solito, la loro risposta è la violenza”. E, infatti, il 25 agosto, Saba Sahar, 44 anni, attrice e regista afghana, ma anche attivista per i diritti umani e vicecapo delle forze speciali che s’occupano delle questioni di genere, viene ferita a colpi d’arma da fuoco a Kabul: un agguato, tre uomini armati sparano sulla sua auto, su cui ci sono pure due guardie del corpo, ferite, e l’autista e un bimbo illesi. Raggiunta allo stomaco da quattro proiettili, Sahar è sopravvissuta. Ma il messaggio era arrivato. Per le donne afghane, i negoziati tra governo e talebani, che devono aprirsi in queste ore a Doha, sono un passaggio delicato: rischiano di perdere quanto, in termini di istruzione e di partecipazione alla vita politica, economica, culturale, sportiva, hanno guadagnato in anni di conflitto, ma anche – per loro – di emancipazione. Vi sono donne al governo e pure nella delegazione che tratterà con i talebani – cinque su 21 –; e donne in Parlamento (il 28% dei seggi, la legge garantisce loro una quota). Le donne rappresentano il 21,4% della forza lavoro afghana (nel 2010, erano appena il 15,3%, dati della Banca mondiale). Oltre tre milioni e mezzo di bambine e ragazze vanno a scuola, 100mila giovani vanno all’Università.

La preoccupazione è che un’intesa tra governo e talebani segni per loro un passo indietro, malgrado le assicurazioni in senso contrario degli ‘studenti’. I sondaggi dicono che nove afghani su dieci sono favorevoli al diritto di voto alle donne, ma il dato suona ottimista.

Contestabile per molti versi, la presenza occidentale, come negli anni Ottanta, in misura minore, quella sovietica, è stata una garanzia di tutela e di valorizzazione delle donne afghane, le cui percentuali di scolarizzazione crollano nei territori sotto il controllo dei talebani. Ma gli Stati Uniti di Donald Trump hanno, ora, un solo obiettivo: mettere formalmente fine alle ‘guerre senza fine’ e riportare a casa i ‘ragazzi’ dall’Iraq e dall’Afghanistan, il più presto possibile, il più possibile prima delle elezioni presidenziali, il 3 novembre. Trump ha appena annunciato che in Afghanistan “in breve tempo” resteranno solo 4.000 soldati Usa e che in Iraq entro fine settembre caleranno da 5.200 a 3.000. Così, i negoziati tra governo e talebani sono incoraggiati e patrocinati dall’Amministrazione Trump – il Segretario di Stato Mike Pompeo sarà presente – e sono il corollario dell’intesa raggiunta a fine febbraio tra Washington e i talebani. Ci sono voluti sei mesi per superare gli ostacoli e le resistenze, dall’una e dall’altra parte, espressi con uno stillicidio di attentati e scontri, in un Paese dove anche l’Isis e al Qaeda fanno sentire la loro presenza.

È la volta buona per l’inizio delle trattative più volte rinviato? Il portavoce dell’ufficio dei talebani in Qatar, fa sapere che “l’Emirato islamico dell’Afghanistan” (così si autodefiniscono i talebani) è pronto a partecipare alla sessione di apertura del colloqui: “l’obiettivo è fare avanzare i negoziati nel modo migliore e nel quadro dei valori islamici”, verso “la pace e un vero sistema islamico”. L’insistenza sui valori islamici e su un vero sistema islamico è motivo d’inquietudine per le donne. Molti afghani vedono nelle trattative l’inizio della fine di 40 anni di guerra, l’occupazione sovietica, la presa del potere dei talebani, l’intervento degli Usa e dei loro alleati, un conflitto mai risolto. La presenza a Doha con Pompeo del numero due afghano, Abdullah Abdullah, e del ministro degli Esteri Hanif Atmar, dà solennità alla cerimonia. Se nulla la farà saltare in extremis.

Trama Gürtel e operazione Kitchen: il Pp sulla graticola

Cinque anni dopo l’archiviazione della più grande trama di corruzione politica in Spagna per mancanza di prove, il Partito popolare, che della cosiddetta “trama Gürtel” fu protagonista, torna a tremare. “Non sono più un personaggio pubblico”, allontana da sé il fantasma dei tribunali l’ex premier Popolare Mariano Rajoy in un’intercettazione a chi gli chiede conto di questo in un bar di Madrid. Pubblico o privato, c’è un giudice che ha deciso di riaprire il fascicolo della trama, sicuro che qualche indizio dei pagamenti da parte di imprese private al Pp in cambio di appalti esista e che quei politici che lo scandalo lambì, ma poi non fu supportato da prove per le condanne, in realtà c’entrano con gli appalti truccati, i favori, le “donazioni” e la ristrutturazione, ad esempio, della sede dei popolari di Madrid. Il tutto accade nei giorni in cui un altro giudice riapre il caso delle intercettazioni e del pedinamento dell’ex tesoriere del Pp, Luis Barcenas, sulla base dei messaggi ritrovati nel telefono sequestrato all’ex sottosegretario agli Interni del governo popolare di Mariano Rajoy, Francisco Martínez. Messaggi dai quali si evince che l’intero ministero, i servizi segreti nonché il governo fossero impegnati “più che in qualsiasi operazione antiterroristica”, nell’operazione Kitchen”. Martínez , scaricato da tutti e chiamato a testimoniare l’anno scorso scrive ai suoi ex capi: “Se vado in tribunale io, ci va anche Jorge Fernández (il ministro), Rajoy, e Cospedal (la numero due del Partito popolare)”. Tutti, stando alle sue confessioni, implicati in quella che la polizia chiama il caso Villarejo, dal nome dell’ex commissario che la conduce. Obiettivo: evitare che Barcenas vuoti il sacco o meglio, così credono gli inquirenti, spaventarlo per ricattarlo. Il giudice e l’Anticorruzione spagnola ora sono anche alla ricerca di un disco rigido pieno di conversazioni tra l’ex premier Rajoy e Barcenas che fu rubato all’ex tesoriere dal suo autista, anch’egli parte del gruppo di pedinamento, motivo per cui Barcenas “moriva di paura”, secondo la moglie di questi. Il gruppo, gestito da Martínez “su ordine di Fernández” come lui dice nei messaggi, constava anche di un confessore, a quanto pare, che quando i pesci grandi provano a scaricare il piccolo, fa da tramite. Si tratta del prete Silverio Nieto, detto “l’idraulico” della Conferenza Episcopale spagnola a cui “sistema” i casi di pedofilia nel clero. La sua è una carriera peculiare. Prima poliziotto e poi giudice, interpellato dal quotidiano El Paìs confessa: “Avevo le conoscenze giuste per aiutare le parti in disaccordo”.

“Diada”, non è qui la festa. Separatisti divisi dai guai

Ci ha pensato il Covid a fornire la scusa a una ingessata Diada 2020: la tradizionale festa “nazionale” catalana, celebrata sottotono date le stringenti misure di sicurezza anti-pandemia. Peccato che divisioni interne all’indipendentismo, le opposte strategie di partito e le cattive notizie giudiziarie non avrebbero comunque concesso una festa in tono maggiore.

Così, se è vero che a limitare i cordoni umani, le proteste e i fischi ai rappresentanti dei partiti non indipendentisti così come le manifestazioni pro-indipendenza nelle strade – ragione unilaterale che dal 2012 si è appropriata della ricorrenza nata per ricordare quell’11 settembre 1714 in cui Barcellona cadde sotto le truppe borboniche – , è stata la paura del contagio, le mascherine hanno avuto il merito di coprire i visi appesi del presidente della Generalitat Quim Torra e del suo vice Pere Aragones alla deposizione dell’omaggio alla Ronda de Sant Pere al monumento di Rafael Casanova. I due sono lontani strategicamente ormai da mesi; più duro con il governo centrale Junts per Catalunya di Torra, più morbido, o comunque alla ricerca di una sponda Esquerra republicana di Pere Aragones che con il suo rappresentante alle Cortes di Madrid, Gabriel Rufian ha offerto al premier Pedro Sánchez l’appoggio per l’approvazione del bilancio in cambio dell’apertura di un tavolo negoziale sulla Catalogna. Bilancio non a caso protagonista, visto che quello attualmente in vigore risale al governo di destra di Mariano Rajoy anche a causa della mancata fiducia degli indipendentisti a quello proposto dai socialisti: da lì la caduta del primo governo Sánchez e le elezioni. Tornando all’indipendentismo, a dettare l’agenda sono le decisioni dei giudici: la prima è arrivata proprio ieri come i fuochi d’artificio a fine festa. Il Tribunale costituzionale ha deciso all’unanimità di negare la sospensione dell’ordine di arresto internazionale che pende sulla testa dell’ex presidente della Generalitat, Carles Puigdemont e del suo ex consigliere Antoni Comin, accordata loro dall’istruttore della causa del “proces” dopo l’elezione dei due all’Europarlamento. Non un’ottima notizia per la causa separatista che è in attesa per giovedì del verdetto definitivo sull’interdizione del presidente Torra per gli atti di disobbedienza del 2019, interdizione che ormai nell’ambito separatista si dà per scontata e che apre un’altra crisi sulla strategia da tenere una volta decaduto il 131° presidente.

A scontrarsi sono Puigdemont e Aragones, il primo interessato a che le elezioni regionali si tengano in primavera, sicuro per allora di aver risolto i suoi problemi giudiziari e di potersi candidare con un altro partito nato per l’occasione. Il secondo intenzionato a capitalizzare subito quel tanto agognato 50% di voti alla compagine separatista per dare nuova linfa al processo separatista. Questo prima che il Covid svegli l’opinione pubblica non solo sul suo governo: vista la prova non riuscitissima con la pandemia, continue mosse controcorrente rispetto al governo centrale di Sánchez pagate care. Ma anche sull’orizzonte generale: a oggi l’indipendenza per gli spagnoli è il problema numero 24 secondo i sondaggi e contro la causa sono ormai più del 50% dei catalani. Ma sarà proprio la risposta politica all’interdizione di Torra a segnare la distanza tra i tre principali partiti separatisti che, al giorno della Diada, le posizioni appaiono totalmente distanti.

Eppure si moltiplicano gli appelli dei capi all’unità in nome non solo della causa comune, ma “del sacrificio dei nove prigionieri politici”, condannati per il referendum dell’1 ottobre del 2017 e da luglio in attesa del terzo grado del processo in un regime di semilibertà. “Voglio pensare che continuiamo a stare dalla stessa parte” ha fatto sapere ai vecchi amici il latitante mai presentatosi a processo, Carles Puigdemont presentando il suo libro La lluita a l’exili, (La fuga e l’esilio) seconda parte di M’explico, (Mi spiego) spronando JxCat e Erc ad appoggiare la decisione di Torra dopo la sentenza, qualunque essa sia. Il presidente, dal canto suo, continua a non fare alcun riferimento a quella che potrebbe essere la fine della sua carriera politica, ma alza ancora i toni dello scontro con il governo centrale intimando a Sanchez e al re Felipe VI di “chiedere scusa per l’arresto e la fucilazione del presidente Companys e delle migliaia di catalani morti in esilio nei campi di concentramento nazisti o nelle prigioni catalane”. Lucidissimo.

Anche la bellezza ha bisogno di uno strappo (magari maschile)

Più che di “incantamento della sensibilità” avrebbero dovuto parlare di “incartamento del maschio”. Più che di “bellezza”, di squallore. E più che di “problemi organizzativi dovuti alla pandemia”, di conti da saldare. Da qualsiasi parte la si guardi, il Festival della Bellezza sembra una maionese impazzita (che, credono ancora in tanti, è causata dal ciclo mestruale). Appuntamento all’Arena di Verona, 75 euro di abbonamento per 11 dei 15 eventi in programma. Peccato che, come hanno denunciato la rete GIULIA (Giornaliste Unite Libere Autonome), Michela Murgia su Repubblica

e altre scrittrici, a parlare di bellezza, eros e sensibilità, sul palco si ritrovi una sola donna, la pianista Gloria Campaner. Una decisione talmente scandalosa da spingere persino Vittorio Sgarbi a cedere il suo posto alla sorella Elisabetta. O Michele Serra a destinare il proprio cachet a un’associazione antiviolenza. Come se non bastasse, puntuale è arrivata la denuncia dell’artista Maggie Taylor che si sarebbe vista utilizzare una sua opera senza autorizzazione (anche se il Festival si è difeso sostenendo di aver interpellato il curatore italiano di Taylor). La coordinatrice generale, Alessandra Zecchini, ha giustificato la presenza maschile dicendo che, in origine, sarebbero dovute essere presenti quattro artiste internazionali e che si è dovuto scegliere in corsa se chiudere comunque il programma. “Nel nostro staff siamo in molte”, ha dichiarato a Vanity Fair

. Noi ne abbiamo contate due su undici, ma è sempre meglio che una su 15. Non sappiamo se è vero che le relatrici interpellate abbiano declinato l’invito (possibile che non ne siano state trovate altre?). Ma sappiamo che prima o poi uno strappo dovrà consumarsi e, a meno di non parlare di quote rosa persino nei festival, bisognerà capire che il problema della rappresentanza di genere riguarda anche gli uomini. E che lo show non deve andare avanti a tutti i costi. Neanche per loro.

Ue, il topolino diplomatico. Se Navalny e Regeni pari non sono

Sul caso Navalny, l’Unione europea si è espressa, tramite l’Alto rappresentante della politica estera Borrell, in tutti i modi. Chiede alla Russia in primis “un’indagine indipendente e trasparente”, dopo la condanna dell’Unione europea dice anche che “i responsabili devono essere chiamati a risponderne”. A parte che il caso è deplorevole, ora mi chiedo e le chiedo: è successa la stessa cosa da parte della Commissione europea con l’Egitto per il caso Regeni. Per questo caso ormai passa inesorabile il tempo e i responsabili e i sordi non aspettano altro che il caso passi nel dimenticatoio. Spero che i genitori del povero Regeni non si stanchino mai e facciano capire che malgrado tutto, non daranno tregua alle autorità italiane e agli eletti italiani in Europa sino a quando non otterranno la verità sull’omicidio del congiunto.

Vincenzo Frisenda

 

L’Unione europea e i suoi 500 milioni di abitanti (ormai meno di 450 con l’uscita del Regno Unito) sarebbero una forza se solo ne avessero voglia. Ma alla potenza economica non corrisponde da tempo quella politica. Il caso Navalny è così smaccatamente deplorevole, come scrive lei, che non poteva che suscitare reazioni nette e univoche, di cui s’è fatta portavoce la cancelliera Merkel, che è poi l’ospite dell’oppositore avvelenato e la leader più influente nella e della Ue. Lo stile “cremliniano” con il quale è stato “silenziato” il sulfureo nemico giurato di Putin stride con il comportamento delle istituzioni tedesche che permetteranno a investigatori russi di seguire il caso a Berlino. Difficile pensare a un atteggiamento speculare da parte delle autorità russe, portate a comportarsi “alla egiziana”, ovvero annacquare in un marasma d’inefficienza (più o meno voluta) qualsiasi domanda di collaborazione che da anni rivolgo gli inquirenti e i politici italiani che non si son potuti esimere dall’affrontare la vergognosa morte senza verità del ricercatore italiano che studiava a Cambridge. Nonostante le risoluzioni adottate dal Parlamento europeo, la Realpolitik ha ormai preso il sopravvento (per stessa ammissione dei nostri politici) e nelle mani dei genitori di Giulio restano un’infinita pazienza nutrita dalla passione civile e le foto del corpo massacrato del figlio che la madre riconobbe “solo dalla punta del naso”.

Stefano Citati

Mail box

 

Dico “No”, piuttosto tagliamo le indennità

Voterò convintamente No. Per risparmiare bastava dimezzare le indennità senza allontanare ancora di più cittadini ed eletti. Ritengo necessario cambiare la legge elettorale per impedire a maggioranze scorrette di modellarsi il vestito addosso. La migliore legge con cui ho votato è stata il Mattarellum dove sei Comuni eleggevano il deputato e dieci il senatore. Così i partiti erano costretti a candidare persone del territorio e in caso di catapulte da persone esterne, queste perdevano regolarmente. Da allora non esistono più deputati legati al territorio, ma personaggi che nessuno sa da dove arrivano. Meglio le preferenze, almeno i candidati ti cercavano per avere il voto. Io voto a sinistra ma come si fa a giustificare i partiti che votano tre volte no alla riforma e poi dicono contrordine compagni! Come può il Fatto non deriderli? Sono voltagabbana da eliminare per illogicità manifesta

Luigi Agliocchi

Caro Luigi, il Pd e prima il centrosinistra hanno sempre sostenuto il taglio dei parlamentari. Votarono No nelle prime tre letture in polemica con la maggioranza Lega-5Stelle. Ma l’unico loro voto coerente è stato quello di un anno fa.

M. Trav.

 

Mi chiedo dove sia finito il ministro Franceschini

Italia Viva, attraverso un manipolo di parlamentari, dà una ulteriore spallata alle Soprintendenze e allo stesso ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, determinando le condizioni per la scelta della prima vittima: lo stadio Franchi di Firenze. Seguiranno, magari, altre opere note in tutto il mondo, come lo stadio di San Siro, a Milano e il Flaminio a Roma. Si cerca così di trasformare in regola generale la soluzione a presunte esigenze locali. E per una sola tipologia di edifici pubblici: gli impianti sportivi. Il che ne denuncia in pieno il carattere strumentale.

Oltre agli stadi esistono tante altre tipologie di edifici pubblici novecenteschi di assoluta qualità architettonica su cui intervenire. “Nel rispetto dei soli specifici elementi di cui sia strettamente necessaria la conservazione o la riproduzione, anche in forme e dimensioni diverse da quella originaria”, per usare le parole dei deputati. Così, potremo rifare altrove e in scala la torre Maratona e le scale elicoidali; anche in piccolo, come in un plastico. Ma dov’è Franceschini?

Ugo Carughi

 

Riduciamo il numero dei consiglieri regionali

Al grande lettore Castellarin, Travaglio risponde: “Caro Michelangelo, si figuri che io le Regioni le abolirei proprio! Mi associo al Suo orientamento, tra l’altro la soppressione risolverebbe i problemi del nostro Paese dal punto di vista economico e non solo: meno burocrazia, più efficienza sul territorio da parte dei Comuni, semplificazioni delle competenze etc”. Chissà che un giorno un qualche movimento politico sposi la sua posizione. Intanto, analogamente alla riduzione dei parlamentari, credo si debba sfoltire anche il numero dei consiglieri Regionali.

Mario Valentino

 

Gli sport estremi di Salvini in Toscana

È un vero peccato: non ammireremo il Matteo volante. Per dare “risalto” alla campagna elettorale della Lega in Toscana, il consigliere comunale del Carroccio di Prato e paracadutista della Brigata Folgore, Marco Curcio, aveva avuto un’idea “geniale”: far lanciare Matteo padano da quasi 5mila metri con il paracadute sui cieli della città di Arezzo. Ma il leader della Lega, alla fine, ha desistito. Lui, del resto, quotidianamente è intento a compiere gesti ben più “audaci”: come quello di non indossare la mascherina fra la gente e quando fa i selfie.

Marcello Buttazo

 

L’elettore è più saggio di chi vuole consigliarlo

L’Espresso ha fatto la scelta di campo per il “No” al referendum del 20 e 21 settembre. Cioè vuole il mantenimento di 945 deputati e senatori e non la riduzione a 600. Sul numero del 23 agosto leggo l’articolo del direttore Marco Damilano “Prima che si apra la voragine”. Se si vota “Sì” ci sarà “una breccia che può portare le istituzioni nel baratro”. “Il Sì aprirà una crisi di sistema”; “può diventare un buco che inghiotte il sistema”,”la rappresentanza colpita a morte dal tagli dei parlamentari”. Poi completa la visione l’articolo di Alberto Asor Rosa: “Un No per dire Sì alla democrazia”. La presa di posizione dell’Espresso mi pare del tutto esagerata. Non credo che si verificherà quanto da loro profetizzato. Mi ricordo quando nel referendum costituzionale del 2016 proposto dal governo Renzi erano previste dagli industriali e da tanti giornali catastrofi economiche e sociali, massima inflazione, spread insostenibile dei Buoni del tesoro, aumento della disoccupazione.. Praticamente il crollo dell’Italia. E invece allora con la vittoria del “No” non c’è stata la catastrofe annunciata, non è successo nulla. Forse l’elettore è più saggio di chi gli vuole dare consigli e sa quando deve votare Sì e quando deve votare No.

Claudio Carlisi

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri nell’intervista al sociologo Domenico De Masi abbiamo scritto “Anas” anziché “Aspi” riguardo ai Benetton. Ce ne scusiamo con il diretto interessato e con tutti i lettori.

Editori “impuri”, una nuova legge sull’informazione

“Nelle società contemporanee l’affermazione d’un pensiero unico, totalizzante, non ricorre a strumenti repressivi, non ha bisogno di censori e poliziotti al suo servizio, giacché sceglie viceversa forme più subdole e indirette”

(da “Le libertà negate” di Michele Ainis – Rizzoli, 2004 – pag. 2)

Era prevedibile che i cosiddetti “giornaloni” non avrebbero attribuito grande spazio e risalto al disegno di legge del senatore Primo Di Nicola (M5S) sugli “editori impuri”. La stampa padronale non ha evidentemente alcun interesse a favorire un effettivo pluralismo dell’informazione e la libera concorrenza. Ma ora la proposta dei 5Stelle punta a limitare al 10% nelle aziende editoriali il peso dei soggetti privati che hanno altre attività e un fatturato superiore a un milione di euro all’anno, in modo da conciliare la libertà di iniziativa economica e la libertà di manifestazione del pensiero. E ciò per tutelare in primo luogo l’indipendenza e la credibilità degli organi d’informazione, a vantaggio dei cittadini lettori e telespettatori.

Il disegno di legge riguarda tutti i tipi di editori, dalla carta stampata alla tv e alle testate online. Prevede un periodo transitorio di tre anni per adeguare le società alla nuova normativa, concedendo che entro un anno dall’approvazione del provvedimento la quota eccedente si riduca prima al 45%, poi al 25% e infine al 10%. Ne deriverebbe un opportuno ridimensionamento degli “editori impuri”, quelli cioè che hanno interessi estranei all’informazione e spesso usano i propri media per fare affari, speculazioni finanziarie o immobiliari, ricavare altri benefici su altri tavoli.

È questo il caso, innanzitutto, del gruppo Gedi (Fiat) che controlla quotidiani come Repubblica, La Stampa di Torino e Il Secolo XIX di Genova, oltre al settimanale L’Espresso e ai giornali locali dell’ex gruppo omonimo. Ma riguarda anche la costellazione editoriale del costruttore Francesco Gaetano Caltagirone (Il Messaggero di Roma, Il Mattino di Napoli, Il Gazzettino di Venezia). E può riguardare perfino il gruppo che fa capo a Urbano Cairo, con il Corriere della Sera e la “rosea” Gazzetta dello Sport, a cui s’aggiunge l’emittente televisiva La7 gestita in regime di concessione pubblica.

Tanto più la legge sugli “editori impuri” potrebbe estendersi a Cairo, per via degli accordi editoriali e commerciali con il nuovo quotidiano Domani di Carlo De Benedetti, annunciati recentemente dai due imprenditori allo scopo di affidare a Rcs la stampa e la distribuzione del giornale in cambio di investimenti pubblicitari sulla rete tv. Quanto all’ex proprietario del gruppo L’Espresso, basterà ricordare da ultimo la sua speculazione in Borsa sulle banche popolari, su “soffiata” dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che gli consentì di realizzare una plusvalenza di oltre 600mila euro in un paio di giorni. “Se avessi saputo qualcosa di preciso – si difese allora l’Ingegnere – non avrei investito solo 5 milioni di euro, ma almeno 20”. E il suo neo-direttore Stefano Feltri, sul fattoquotidiano.it del 12 gennaio 2018, commentò: “Autodifesa che diventa ammissione dell’assenza di ogni vincolo etico”.

Presentata all’indomani della sentenza con cui la Corte europea di Giustizia ha “bocciato” la legge Gasparri, la proposta del senatore Di Nicola arriva quantomai puntuale. Qui non si tratta di punire o penalizzare nessuno. Si tratta, piuttosto, di disciplinare un mercato nevralgico per il pluralismo dell’informazione, per la libertà di stampa e quindi per la formazione dell’opinione pubblica.

 

Va bene il diritto di cronaca, non quello di maleducazione

Nei giorni scorsi, Beppe Grillo è stato coprotagonista di uno scontro con un giornalista della trasmissione Diritto e Rovescio, Rete4, Francesco Selvi. Le cose sono andate così. Grillo se ne stava spaparanzato sulla spiaggia di Marina di Bibbona dove ha una delle sue due normalissime case (l’altra è a Sant’Ilario sopra Genova), non le “tante ville” di cui parla Alessandro Sallusti, quelle ce le ha Berlusconi che solo in Sardegna ne possiede sette impestando quella che una volta era la splendida Gallura.

Dunque Selvi si avvicina a Grillo e gli chiede un’intervista. Fin qui tutto lecito. Solo che Selvi contemporaneamente accende il cellulare. Da questo momento l’intervista è già cominciata e qualsiasi cosa dica o faccia Grillo fa da già parte di un’intervista non autorizzata. Grillo reagisce alla Grillo, cerca di strappare il cellulare allo scorretto intervistatore, lo spinge e lo manda a ruzzolar giù per le terre. Certo avrebbe potuto comportarsi diversamente, come Enrico Cuccia, già ottantenne, che tampinato da un rompiscatole delle Iene per tutto il percorso che andava dalla sua abitazione agli uffici di Mediobanca, un chilometro circa, proseguì dritto, non accelerando né diminuendo la sua camminata, senza degnare l’importuno di una parola e nemmeno di uno sguardo. O come Indro Montanelli che, settantenne, assillato da un giornalista di questo genere, gli disse paro paro: “Non mi rompa i coglioni!”.

Io rimpiango i tempi in cui per incontrare una persona bisognava fargli avere prima il proprio biglietto da visita, come fece Nietzsche con Wagner e dando così inizio alla più feconda amicizia che il solitario filosofo tedesco abbia avuto. Del resto allora funzionava così. Per tutti. I giornalisti devono capire che, a parte situazioni limite, guerre, scontri di strada e simili, non hanno acquisito un particolare diritto alla maleducazione. E credo che la prima, vera, urgente e forse unica riforma da fare in Italia sia quella del ritorno alla buona educazione. Anche sul gossip politico e giudiziario cui si è ridotto il nostro giornalismo, ammesso che possa definirsi ancora tale, ci sarebbe poi molto da dire. L’insinuazione politico-giornalistica è diventata l’arma preferita da usare contro gli avversari. Nell’editoriale dedicato da Alessandro Sallusti all’episodio Grillo (Il Giornale, 9.9), che gira tutto intorno al fatto che il giornalista di Rete4 non è stato difeso dalla Federazione Nazionale della Stampa perché presunto di destra (il che non è nemmeno vero, la Fnsi si è dichiarata “indignata”) mentre se la stessa cosa fosse capitata a un giornalista cosiddetto di sinistra ci sarebbe stata un’insurrezione mediatica (ma non ti sei ancora accorto, Sandro, che Destra e Sinistra non esistono più, esistono semmai fazioni contrapposte?). Lo stesso direttore del Giornale si lamenta come sia “possibile che a oltre un anno dai fatti ancora la magistratura non abbia deciso se suo figlio (di Grillo, ndr) ha violentato o no una giovane ragazza finita nel suo letto?”. Sallusti deve essere diventato bipolare. Dov’è finito l’ipergarantista a 24 carati che non considera definitiva nemmeno una sentenza di condanna della Cassazione, naturalmente se riguarda Berlusconi, e vorrebbe già al gabbio il figlio di Grillo per il quale non si è ancora arrivati nemmeno a una decisione del Gip? Del resto è il concetto espresso da Madama Santanchè, un’altra del giro, per certi reati e soprattutto per certi presunti autori di questi reati: “In galera subito e buttare via la chiave”. Il processo? In questi casi è un optional. Sallusti, senza rendersene conto, è finito nella filiera iperforcaiola del “siamo tutti colpevoli fino a prova contraria” attribuita a Piercamillo Davigo. Non credo tu possa essere contento di questa comunanza, anche se molto presunta. Alessandro so che scrivi ciò che non pensi, ma pensa almeno a ciò che scrivi.

 

Voto “Sì”, ma dov’erano prima quelli del “no”?

Se alla fine mi sono deciso a votare Sì al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, è anche per lo strano ritardo con cui si è mossa la campagna del No. Quasi un anno di ritardo. Possibile, mi sono chiesto, che l’8 ottobre 2019, cioè quando la Camera votò a stragrande maggioranza la riforma in questione, nessuno, ma proprio nessuno dei direttori, editorialisti e leader di partito che oggi denunciano a gran voce il presunto vulnus arrecato alla democrazia parlamentare, avesse sentito il bisogno di scrivere una sola riga per protestare in sua difesa? Com’è che si sono svegliati tutti solo dieci mesi dopo, se la faccenda era davvero così grave? Non se n’erano accorti? O non sarà, più probabilmente, che a muoverli sia sopraggiunto un secondo fine? Diede molto fastidio anche a me, quel giorno, la sceneggiata dei deputati grillini che agitavano forbici e strappavano poltrone davanti a Montecitorio, esibendo la peggior demagogia antiparlamentare. Ma le circostanze suggerivano che si trattasse di un canto del cigno, non certo dello scatenamento di una nuova pericolosa offensiva antipolitica. Il M5S aveva già dissipato il risultato delle elezioni del 2018 da cui era uscito partito di maggioranza relativa. Il governo che aveva formato con la Lega, subendone l’egemonia, era la riprova che l’antipolitica non può avere che uno sbocco di destra. Del resto, chi conservi un poco di memoria ricorderà che altrettanto grossolani argomenti demagogici erano stati utilizzati nella campagna referendaria del 2016 dal suo promotore, Matteo Renzi. Anche lui parlava di taglio delle poltrone e di soldi risparmiati, dopo che si era già intestato l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Non lo faceva a caso. Tutta la sua strategia politica mirava a prosciugare il bacino dei consensi grillini e rioccuparne lo spazio. Si concentrò talmente su questo obiettivo, assumendo il M5S come suo nemico principale, da sottovalutare l’avanzata della Lega, destinata a diventare in breve tempo il partito più votato. Non ignoro, oggi, la serietà delle obiezioni proposte da autorevoli costituzionalisti e da tanti miei compagni di strada alla riduzione del numero dei parlamentari, se non accompagnata da altre riforme. Con la Costituzione non si scherza. Ma proprio per questo vorrei invitarli a riflettere sulla natura assunta da questa tardiva campagna per il No, che vede schierato compatto al loro fianco l’establishment italiano. Di nuovo mi pare che la priorità indicata per questa fase politica sia dare una lezione definitiva al M5S, già peraltro più che dimezzato dai suoi errori. Ma io non credo affatto che la vittoria dei Sì risolverà i dilemmi di collocazione del M5S né tantomeno che possa favorire il rilancio di un’offensiva antiparlamentare. Al contrario, troverei impensabile dare forma a un campo progressista in grado di sconfiggere la destra prescindendo dall’attuale alleanza di governo M5S-Pd-LeU, o addirittura provocandone la fine. È possibile, anzi probabile, che una definitiva collocazione nel centrosinistra del M5S costi ulteriori spaccature a questo movimento. Ma ciò non toglie che recuperare un rapporto con le componenti democratiche del suo elettorato deluso resti il proposito più auspicabile. Nel futuro dei grillini non vedo spazio né per una nuova forza governativa centrista né per un revival del Vaffa. E comunque nessuna di queste due ipotesi sarebbe utile al Paese. A questo punto mi si potrebbe accusare di votare Sì solo in base a calcoli politici, sottovalutando il merito del quesito referendario. Ma non è così. Esaminato il parere degli esperti di ambo le parti, mi sembra di poter escludere che di per sé la riduzione del numero dei parlamentari determini irrisolvibili problemi di rappresentanza. I più saggi hanno già sdrammatizzato la questione. Pertanto, confermare la scelta presa a stragrande maggioranza dal Parlamento mi pare l’unica via per rompere l’immobilismo e costringerlo a ulteriori inderogabili riforme costituzionali e attuative, possibilmente altrettanto bipartisan. So di dispiacere a molti lettori del Fatto ricordandolo, ma se al referendum costituzionale del 2016 votai Sì, nonostante la campagna di Renzi, fu proprio nella convinzione che fosse necessario avviare un percorso di riforma. Anche per contrastare la destra antidemocratica che si sarebbe avvantaggiata enormemente della vittoria del No. La piaga che da troppo tempo disincentiva la cittadinanza attiva e una proficua partecipazione democratica alla scelta dei parlamentari, non dipende certo dal numero dei medesimi, bensì dalle modalità con cui vengono selezionati e, di fatto, nominati dall’alto. Del tutto ignorato è l’articolo 49 della Costituzione che vincolerebbe i partiti ad agire “con metodo democratico”. Questa è la vera battaglia in cui, dopo il 21 settembre, spero di ritrovarmi al fianco dei compagni del No.

 

Menu di Benedetta, ovvero come cucinare i biscotti con 50 spicchi di aglio

E per la serie “Chiudi gli occhi e apri la bocca”, eccovi i migliori programmi tv della settimana:

Canale 5, 14.10: Una vita, telenovela. Liberto

non vuole lasciare Rosina in miseria e per racimolare denaro decide di vendere a un maniaco la sua collezione di vagine impagliate. Intanto, ai domestici viene l’idea di organizzare una lotteria per aiutare i signori caduti in disgrazia, ma non riescono ad accordarsi su quale premio mettere in palio, finché gli occhi di tutti non cadono sulla graziosa Ginevra, di anni 12…

La7d, 9.45: I menu di Benedetta, cucina. In questa puntata, Benedetta Parodi propone una ricetta che richiede 50 spicchi d’aglio, un chilo di zafferano e 12 litri di salsa tabasco. Wow, Benedetta, saranno biscotti al cioccolato incredibili!

Rai 1, 10.15: La Santa Messa, fiction. La vita di Gesù, scapolo incallito, cambia quando Dio gli affida la missione di salvare il mondo dal peccato. Il caso si complica parecchio quando il suo cadavere viene ritrovato su una croce…

Cine34, 21.10: Malena, film-drammatico. Durante la Seconda guerra mondiale, in un paese della Sicilia, il quattordicenne Renato s’innamora perdutamente di Malèna, la donna più bella e desiderata del luogo. Scattano le pippe.

Rete 4, 21.25: Dritto e Rovescio, attualità. Come i talk di Floris, Giannini, Vespa, Berlinguer, Giordano, Porro e Formigli, anche quello di Del Debbio questa settimana si occupa dell’emergenza coronavirus, delle elezioni regionali, del referendum e della riapertura delle scuole. Un modo come un altro per fare soldi in fretta. Attenzione! In questo periodo dell’anno, col caldo che fa, molte persone tengono le finestre aperte: un televisore acceso su questi talk-show a volume molto alto può causare fastidio ai vicini. Un altro modo per irritarli è spostare lontano il cassonetto condominiale della spazzatura.

Rai 1, 21.25. Superquark, documentario. Piero Angela, a 91 anni, ha perso del tutto i freni inibitori, a giudicare da come introduce il primo filmato, un reportage sugli antichi monasteri di clausura: “La mantide religiosa, mentre il maschio la sta scopando, lo decapita tout court con un colpo di mandibola. Altre volte gli attacca il cranio e lo svuota, sbocconcellandogli il cervello a poco a poco, mentre lui continua a scoparla, applicato e solerte fino all’orgasmo, come certi pazienti continuano a suonare la chitarra mentre il chirurgo esegue su di loro un intervento dentro il cranio. La femmina è così golosa che a volte si offre a sette maschi, uno dopo l’altro. Perché pare che essere mangiati vivi dia un orgasmo pazzesco. Pari a quello delle estasi mistiche di certe monache antiche, che Gian Lorenzo Bernini immortalò nel 1650 con una scultura celeberrima in marmo e bronzo dorato, ‘L’Estasi di santa Teresa d’Avila’, che si trova nella cappella Cornaro della chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma”.

Canale 5, 21.20: Temptation Island, reality. Non parteciperei mai a un programma come questo: non mi va di andare in posti dove per entrare bisogna essere vaccinati. Mediaset, intendo.

Rai 3, 13.15: Passato e presente, documentario. La morte di Hitler è ancora avvolta dal mistero. Secondo un’ipotesi suggestiva, Hitler non si tolse la vita, ma riparò in Argentina. Alla morte di Peron, si presentò all’ufficio di collocamento per un posto da dittatore, ma fu scartato perché troppo qualificato. Paolo Mieli ne parla oggi con lo storico Angelo Melloni.

Rai 3, 21.20: Chi l’ha visto?, attualità. La nuova stagione del programma che Federica Sciarelli conduce dal 2004 prende il via con una botta di culo: la tragica vicenda di Viviana Parisi e del piccolo Gioele.