Dovremmo fare come ci dice l’Oms

Indicazioni e smentite ci hanno stressati. Ogni giorno, consultando i siti istituzionali e le news sul web, abbiamo trovato tutto e il contrario di tutto. Certamente gli autori hanno sottovalutato che, oltre ad avere implicazioni sulla salute della gente, queste indicazioni “disindicate” implicano conseguenze organizzative non di poco conto. Le motivazioni di tale confusione non sono mia materia, ma possiamo affermare che è un male che affligge il mondo. Non che questo debba consolarci. Abbiamo dovuto e dobbiamo ancora gestire disagi organizzativi, tra approvvigionamenti e disposizioni nazionali e regionali. Spero che la lezione insegni di quanto bisogno si abbia di una gestione della salute nazionale, pur rispettando alcune peculiarità locali. L’alibi di ogni disagio è sempre stato la scarsa conoscenza del virus. Adesso, però, alcuni punti fermi, scientificamente provati, ci sono e credo sia giustificato richiedere una omogeneità di misure. Il 16 agosto l’Oms ha pubblicato Duration of Isolation and Precautions for Adults with Covid-19 (Durata dell’isolamento e le precauzioni per gli adulti con Covid-19), con un buon elenco di punti chiave sull’infezione da SarsCov2 e sulla malattia Covid-19. Il tutto supportato da pubblicazioni scientifiche. Da questi assunti scientifici, nella stesso manuale, scaturiscono poche ma chiare raccomandazioni sulle misure da prendere nella lotta alla pandemia:

1) Per la maggior parte delle persone con malattia da Covid-19, l’isolamento e le precauzioni possono generalmente essere interrotti dieci giorni dopo l’insorgenza dei sintomi e la risoluzione della febbre per almeno 24 ore.

2) Per le persone che non sviluppano mai sintomi, l’isolamento e altre precauzioni possono essere sospesi dieci giorni dopo la data del loro primo test Rt-Pcr positivo per SarsCov2 Rna.

3) I test sierologici non devono essere utilizzati per stabilire la presenza o l’assenza di infezione o reinfezione da SarsCov2.

Se riconosciamo l’Oms nella sua mission, donando 16 milioni l’anno, credo dovremmo utilizzare le sue indicazioni. Mi sorgono tante domande, fra queste: perché continuiamo a fare due tamponi per accertare la negativizzazione di un soggetto che è stato positivo? Perché continuiamo a usare test sierologici per il ritorno al lavoro, visto che non ci danno una risposta sull’infezione da SarsCov2?

 

Il viaggio mentale della rimonta

Il neopopulismo savianeo ha ridato vigore ed entusiasmo alla sinistra che tifa per Salvini e quindi dice no a tutto quello che proviene dai giallorosa e in particolare dagli odiati pentastellati. Adesso in ballo c’è, si sa, il fatidico taglio dei parlamentari nelle urne del 20 settembre e oggi non si può non cominciare con l’incipit psichedelico del pezzo di Repubblica (quotidiano moderato edito dalla ex Fiat) dedicato alla presunta rimonta del No a firma di Emanuele Lauria: “La rimonta c’è ed è palpabile, viaggia nelle parole degli analisti più che su numeri che non possono essere divulgati”. Sublime! Lasciando perdere la questione della palpabilità che ci farebbe essere scurrili, la verità è che qui l’unico analista che serve è quello della mente. “Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso”, per citare il politologo Vasco Rossi. Ma la tessera del giorno della Sinistra per Salvini va sicuramente allo scrittore Sandro Veronesi, interpellato da La Stampa (quotidiano moderato gemello di Repubblica) in soccorso del neopopulismo di Saviano. Veronesi non dice una mazza di fattuale. La solita tiritera antropologica contro l’antipolitica dei Cinque Stelle puntellata adesso dai dem di Nicola Zingaretti. Un tempo il Pd veniva criticato per l’inciucio con B., oggi per l’alleanza con Grillo (sarebbe materia per un saggio diviso in più tomi). Ma nel mirino c’è sempre il riformismo. In ogni caso, Veronesi rivela che “milioni di persone” aspettano un segnale da un Pd nelle mani di Elly Schlein. Auguri.

Ecco perché il segretario non può più scaricarli

“Conosco due di quelle persone e mi fido, sono persone corrette”. Così Matteo Salvini ha commentato ieri su Rai Radio1 gli arresti di Di Rubba e di Manzoni. Un messaggio che sembra essere indirizzato più ai due contabili, che agli elettori del Carroccio. Quando il 16 luglio scorso i finanzieri fermarono il prestanome Luca Sostegni, e scoppiò il caso LFC, il leader leghista tuonava: “Da oggi querelo chiunque accosti il mio nome a gente mai vista né conosciuta”. Passati due mesi, Salvini ci tiene a far sapere che dei due semisconosciuti commercialisti accusati di aver sottratto quasi 1 milione di euro pubblici ai cittadini della Lombardia lui “si fida” (ma non ha letto le carte dell’inchiesta). D’altra parte, se non si fidasse più di loro, i problemi, per lui che li ha scelti, potrebbero aumentare. Salvini sa che Di Rubba e Manzoni hanno amministrato le casse del partito da quando lui è segretario federale: il baricentro delle finanze padane è stato spostato nel loro studio, a Bergamo. Lì era infatti domiciliata l’associazione Più Voci, usata – secondo le accuse di due procure, Milano e Roma – per incassare finanziamenti illeciti. E sempre lì si sarebbe studiato il riciclaggio dei 49 milioni di euro (altra inchiesta, Genova), denari evaporati dalle casse verdi. Tutte vicende giudiziarie ancora aperte. Senza considerare un fatto: il deputato Giulio Centemero e il senatore Stefano Borghesi condividono con Di Rubba e Manzoni quote della società Mdr Stp. Scaricando loro, Salvini tagliarebbe il ramo su cui lui stesso siede.

Lacerenza, il “milionario” con due Marchi nel motore

C’è un bar, vicino alla stazione Centrale di Milano, che si chiama La Gintoneria di Davide. Davide è Davide Lacerenza, 55 anni, ex fidanzato di Stefania Nobile, uno che ha appena pubblicato un libro con Mondadori dal titolo Vergine single e milionario, di cui lo stesso autore dice: “Parlando con Gabriele Parpiglia ho deciso di raccontare la mia storia di imprenditore”.
E allora raccontiamo la sua vita da imprenditore – quella completa però – perché forse le parti in cui l’imprenditore consuma cocaina, chiama le donne “cavalle”, partecipa a risse ed esibisce un lusso di provenienza quantomeno dubbia, non emergono un granché dalle pagine del capolavoro letterario.

Da dove viene il nuovo idolo degli sciabolatori di champagne? Lui racconta la storiella del figlio di genitori indigenti, che lavorava giovanissimo nell’ortofrutta e invidiava la gente col Porsche. Insomma, la storiella del povero che si riscatta. Il riscatto però passa attraverso tappe interessanti: Lacerenza è stato fidanzato e socio, una quindicina di anni fa, di una ex escort coinvolta nel processo Tarantini/Berlusconi. Avevano messo in piedi una società, che saltò all’aria con strascichi legali. Poi, nel 2006, si fidanza con Stefania Nobile con cui apre lo stesso anno il ristorante La Malmaison. La Nobile, dal 2009, sconta 4 anni di carcere (di cui tre ai domiciliari) per associazione a delinquere e truffa (ai tempi i magistrati ipotizzarono in alcune ordinanze l’esistenza di un tesoretto all’estero). Stefania esce dal carcere e quel promettente “sodalizio” passa da sentimentale a professionale, perché lei, che ormai si dichiara indigente, diventa curiosamente una dipendente del ristorante “di Davide”. Ristorante (poi chiuso) che finisce nel mirino di Iene e Striscia perché dei clienti lamentano di ritrovarsi con un conto da 1.000 euro avendo acquistato in Internet un coupon da 70 euro.

Nel frattempo, Davide, generosissimo, ha un altro bar in cui dà lavoro a Wanna. Le due poi di recente aprono tre locali in Albania (doveva pagarle bene, Lacerenza) e ora sono di nuovo in Italia nella Gintoneria con Lacerenza. Gintoneria che è stata chiusa il 31 agosto per spaccio di droga e assembramento. A luglio due addetti alla sicurezza del locale avevano aggredito un passante. Tra parentesi, uno degli addetti alla sicurezza, Paolo B., ha precedenti per una grave aggressione a un poliziotto (ah, l’altra gintoneria di Lacerenza viene distrutta a gennaio da un incendio). Quello che succede nella Gintoneria sopravvissuta lo racconta, in parte, proprio Lacerenza sulla sua pagina Instagram da 200.000 follower con video raccapriccianti in cui esibisce una fidanzata giovanissima, bottiglie di champagne e “sciabolate” con carte di credito, gruppi di ragazze di cui inquadra tette, culi, dichiarando preferenze per le diciottenni e chiamando tutte cavalle e così via, mentre vanta amicizie con personaggi come il noto “Filippo champagne” (legato ad alcuni esponenti della curva dell’Inter), “Yari il miliardario” (“Come Gesù trasformo i soldi in champagne”, la sua bio) e il proprietario del locale Palapa di Reggio Emilia Michele Taddio che pubblica video in cui sfreccia a 200 km orari in autostrada. Non manca l’esibizione di macchine di lusso (a noleggio). “Durante il lockdown ho bevuto 70.000 euro di champagne”, ha dichiarato. Si mostra a cena allo stellato Bartolini, al Bulgari, in vari hotel di lusso esibendo un tenore di vita elevato. Allo stesso tempo però, vive in quello che lui chiama “tugurio”, un appartamento che era affittato ad una cinese, poi passato a lui. “Perché è Stefania che amministra i soldi, lui è il volto del posto. Lei e la madre non possono stare in prima linea. A lui bastano le donne, il Ferrari e cose che abbiamo visto”, mi dice un amico che li frequenta da anni. “Fatto sta che la quantità di bottiglie vendute in un locale piccolo come la Gintoneria non può mantenere quel tenore di vita lì, 11 dipendenti e i buttafuori, qualsiasi ristoratore lo sa”, aggiunge un altro loro conoscente. “Davide si alza alle 15, va in palestra, si fa una lampada e poi va al locale, gestisce tutto Stefania”, mi racconta una sua amica. Cosa che in effetti Lacerenza conferma spesso, vantandosene. In un altro video del 2017 afferma anche: “Stefania e Wanna sono i miei motori, abbiamo 10 milioni di euro a Panama cazzo, il tesoretto lo state ancora cercando? Viviamo come i nababbi… ma poveri per lo Stato!”.

“Stefania spesso minaccia di togliergli tutto. A volte Davide apre le bottiglie da solo dicendo che ha clienti importanti ma il locale è vuoto e deve far credere che ci sia gente”, mi racconta una sua ex. E le ex hanno tutte una caratteristica comune: hanno paura di lui e di Stefania. Raccontano di minacce subite da Stefania e anche dall’attuale fidanzata di lui Alessia. Mi vengono poi mostrate chat e storie Instagram inequivocabili. Altri mi riferiscono con precisione messaggi vocali in cui Stefania minaccia di andare a casa di qualcuno perché ha le chiavi e di spaccare le ossa. Un’altra mi racconta che Davide era violento. Giorni fa è stato presentato un esposto in cui una persona spaventata denuncia le minacce di Stefania Nobile e di un amico di Davide. Insomma, un antico vizio che nelle ultime settimane ha ripreso più vigore. Perché? Perché su Instagram, a luglio, è stata aperta una pagina anonima in cui vengono pubblicati vari contenuti sulla Nobile e video di Lacerenza, tra gli altri, che assume cocaina. La ricerca del misterioso titolare della pagina ha portato Stefania e un giro di amici di Davide a creare un clima di terrore attorno alle persone “sospettate”. “Sono stata minacciata non so quante volte da loro, un amico loro mi ha detto ‘stanno venendo a casa tua’, per la paura sono andata a denunciare quella pagina per far capire che dietro non ci sono io”, mi racconta un’altra persona. E perché non denunci loro? “Ho paura”. “Stefania, con cui ho rotto tempo fa, su Instagram ha fatto un video mostrando di essere vicino casa mia, dando il mio indirizzo per far capire che mi cercava. Michele del Palapa ha mostrato sui social le foto del mio cane dicendo che offriva una bottiglia di Dom Perignon a chi gli portava il padrone. Io per tre notti non ho dormito. Ho fatto un esposto”.

Chiedo spiegazioni a Stefania: “Non minaccio nessuno, ero in quella via per caso. E alle ex di Davide, se ho detto qualcosa che non ricordo va contestualizzato, mi volete rimandare in galera?”. Chiedo a Davide come faccia a mantenere quel tenore di vita con 11 dipendenti più i buttafuori, con il Covid di mezzo e 70 mq di locale. “Ho fatturato 2 milioni di euro l’anno scorso”. Gli faccio notare che comunque aveva due locali e quello grande era l’altro, ora ne ha uno e 11 dipendenti. “Be’ quest’anno vedremo”, mi risponde dopo molti “non lo so”. Chiedo a Stefania come abbia fatto ad aprire tre locali in Albania lo scorso anno se dopo il carcere ha contato su uno stipendio da dipendente: “Se mi volete rompere il cazzo anche per i locali in Albania, sappiate che li ho chiusi”.

Misurazione della febbre, il governo contro il Piemonte

“Nessuna provocazione, solo una maggiore tutela per le famiglie, gli insegnanti e gli studenti”. Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, al termine dell’ennesima giornata convulsa sul fronte della scuola, difende la sua ordinanza che prevede l’obbligo di controllo della misurazione della febbre da parte della scuola, oltre a quello a carico delle famiglie, in caso di mancata certificazione presentata dall’alunno. Disposizione che, tuttavia, va contro le indicazioni fornite dal Comitato tecnico scientifico (Cts) e che hanno spinto la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina a minacciare di impugnare l’ordinanza emanata dal governatore del Piemonte. “Ne abbiamo parlato, il ministero della Salute potrebbe impugnare l’ordinanza. Non lo escludo, si deciderà nelle prossime ore”, ha annunciato la Azzolina che non ha nascosto il proprio disappunto per la decisione presa da Cirio. “Credo che il lavoro che è stato fatto sia tantissimo. Qualche incertezza forse c’è, non legata a come riaprirà la scuola il 14, ma a delle informazioni che spesso sono state distorte, compresa adesso questa cosa del Piemonte che crea indubbiamente delle incertezze”, ha detto la ministra. Le linee guida del Cts, approvate da tutte le Regioni, prevedono che la misurazione della temperatura agli studenti vada fatta a casa, anche per evitare che se ci saranno studenti già contagiati, questi non rischino di contagiare gli altri presentandosi a scuola, magari dopo aver preso un mezzo pubblico.

Da parte sua, però, Cirio non ci sta e, ieri sera, in conferenza stampa replica fermamente. “Non mi sembra di avere chiesto la luna. Su un giornale ho letto di un gruppo di famiglie che misurerà la febbre ai figli perché il Covid non esiste. Di fronte a questo, abbiamo introdotto un meccanismo di buon senso che non pensiamo stravolga la vita della scuola”, ha spiegato. Poi, una stoccata anche alla gestione delle mascherine: “Ne stiamo monitorando l’approvvigionamento. A oggi abbiamo ricevuto oltre 50 richieste di scuole del Piemonte che chiedono di intervenire perché non le hanno ricevute”. In attesa che il governo possa impugnare l’ordinanza del governatore.

Certezze e no: la gimkana della nuova scuola

Ci siamo. Mancano poche ore al suono ufficiale della prima campanella (salvo nelle Regioni e nei Comuni in cui si è scelto di rimandare, come potete leggere nel pezzo qui accanto). Sono ore febbrili: se tutto è andato come doveva, i presidi mettono in fila le ultime indicazioni, i professori le recepiscono, i genitori ne vengono informati, gli alunni si preparano e i media seguono questo enorme cantiere aperto. Nei casi limite, invece, si naviga ancora a vista e si aspetta l’ultimo spiffero da colleghi e compagni per capire come muoversi. Certo, circolano tantissime informazioni, tali da poter immaginare come sarà la giornata tipo di uno studente, di un genitore, di un professore e di un preside nella scuola post-Covid. Pur senza la pretesa del dettaglio, a grandi linee e considerando le migliori delle ipotesi.

Lo studente. Sarà pronto la sera prima, avrà riempito lo zaino di libri e occorrente. Sa che deve evitare di scambiarseli con i compagni per ragioni sanitarie e sa pure che non potrà riabbracciare gli amici come vorrebbe. Saprà a che ora deve entrare, se viaggia con lo scuolabus sa a che ora è il suo turno, spera che i mezzi pubblici abbiano aumentato le corse. Gli hanno detto che alcune saranno riservate alle scuole e sa da quale porta dovrà entrare. Dovrà indossare la mascherina fino a quando non arriverà al suo banco (potrà sceglierlo?) e ogni volta che si muoverà. Potrà toglierla solo se c’è un metro tra lui e il compagno di classe. A qualcun altro è stato spiegato che la classe sarà smembrata, che ci saranno lezioni a turno, che in laboratorio si andrà un po’ alla volta, che si studierà una materia al giorno per evitare che i prof abbiano troppi contatti, che in parte ci sarà la didattica a distanza. Niente educazione fisica per il momento. Qualcuno mangerà in mensa, a turno e tutti distanziati, qualcuno dovrà farlo in classe. Bisognerà seguire la segnaletica nei corridoi e registrare ogni incontro extra. I più piccoli avranno meno compagni dell’anno scorso, hanno detto loro che saranno in mini gruppi, con i loro giochi e il loro spazio. Almeno la loro maestra potrà abbracciarli, anche se con addosso una visiera. I più grandi si chiedono: “Chi mi insegnerà matematica quest’anno? E le gite?”

Il genitore. È stato avvisato più o meno di tutto, il rappresentante di classe gliel’ha (forse) raccontato dopo una riunione con il preside, le maestre hanno (forse) inviato un messaggio su Whatsapp con le prime indicazioni, molti accompagneranno i figli a scuola in auto perché è più sicuro e dell’efficienza dei mezzi pubblici non si fidano, anche se la capienza ora è all’80% e c’è l’obbligo di tenere i finestrini aperti anche d’inverno. Devono indicare una sola persona per andare a prendere i figli (e questo agita le già agitate chat di genitori) e non hanno ben capito se dovranno misurare la febbre ai figli ogni volta che escono di casa oppure solo se dovessero stare male. È stato detto loro che sarà consegnata una mascherina al giorno, fornita dal commissario straordinario e che dovranno pretenderla, ma la prima l’hanno dovuta comprare. Alcune maestre hanno detto sarebbe meglio ne avessero comunque una di riserva (chirurgica come consigliato dal Comitato Tecnico scientifico). Sperano di non ricevere mai la telefonata che li informa che il figlio è stato isolato perché presentava sintomi , ma se accadrà sanno che seguiranno tamponi ed eventuale quarantena, sotto la direzione del medico e della Asl di riferimento. Ma non sanno ancora se poi servirà quel certificato medico abolito per rientrare. Sperano anche che non gli arrivi l’avviso di quarantena cautelativa di classe (o di scuola) per sospetto contagio: in entrambi i casi potrebbero chiedere di fare lavoro agile se il figlio è under 14. L’operaio, che il lavoro agile non può farlo, potrà chiedere invece di stare a casa in congedo straordinario ma percepirà solo metà stipendio.

Il professore. È in servizio da giorni: fa riunioni su Zoom, scopre continuamente nuove disposizioni. Dovrà portare la mascherina per tutto il tempo, vigilare su alunni e il rispetto del distanziamento, pensare – e imparare – una didattica adatta a tutti e che contempli anche l’ipotesi “distanza”, far recuperare quanto perso, andare eventualmente in giro per parchi e musei e teatri, far integrare i colleghi assunti come personale aggiuntivo per il Covid-19 e ricordare i nomi di tutti i tanti supplenti che arriveranno anche solo per un solo anno. Se sospetta di essere cagionevole di salute, il cosiddetto “fragile”, potrà chiedere di essere visitato dal medico che svolge la sorveglianza sanitaria. Ieri, è arrivata la circolare del ministero dell’Istruzione sul tema: il medico gli dirà se può lavorare o se è meglio che si protegga di più (una mascherina Ffp2 al posto della chirurgica ad esempio) oppure se debba essere esonerato da tutte o da una parte delle sue mansioni. A quel punto può chiedere di essere spostato ad altri compiti: biblioteca? Amministrazione? Saranno il dirigente scolastico o gli uffici regionali a “ricollocarlo”, anche in smartworking. E se proprio non potrà lavorare, andrà in malattia. Un iter che è previsto anche per i professori precari: i sindacati sono riusciti ad ottenerlo dopo giorni di trattative. Ora, Flc Cgil e Uil chiedono garanzie ulteriori.

Il preside. Non si è mai fermato, è sotto pressione: per recuperare spazio ha diviso le aule, avviato cantieri (molti non ancora finiti), comunicato agli enti locali di aver bisogno di spazi extra, ha contato (e aspetta) i banchi della gara del commissario. Ha distribuito tablet e pc , smembrato le classi, scandito l’organico e ipotizzato quanto gliene servirà in più: dovrà gestirlo nel migliore dei modi, garantire copertura a tutti gli alunni. Sa che la scuola inizierà con tantissimi supplenti perché non saranno assunti tutti i prof possibili quest’anno (bisogna aspettare i concorsi rimandati a ottobre) e sa anche che presto se ne aggiungeranno altri perché qualche docente più anziano e con malattie gravi sarà esonerato. Dovrà cercare di tamponare per qualche settimana, le classi non possono essere accorpate e ha deciso di aprire lo stesso anche se il distanziamento non è completo: i ragazzi terranno la mascherina per ore (chissà se riusciranno) finché non avranno adeguato gli spazi affittati. Ha organizzato tutto al meglio possibile, ora chiede che almeno i bambini portino il certificato medico quando rientrano in classe dopo la malattia: chiude gli occhi e si butta. La scuola deve ricominciare, si aggiungeranno nuove necessità (dai tamponi agli studenti ai contagi) e tante grane: spera solo di non doverle affrontarle da solo e che l’attenzione dimostrata finora duri anche dopo.

Solo nel Lazio 1 istituto su 5 rinvia le lezioni

La prima campanella non suonerà per tutti tra 48 ore. Dopo lunghe trattative tra ministero dell’Istruzione ed enti locali si torna in classe in ordine sparso. Solo dodici Regioni apriranno il 14 settembre: Lazio, Emilia-Romagna, Lombardia, Molise, Marche, Toscana, Liguria, Piemonte, Sicilia, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto e provincia di Trento. Sette Regioni daranno avvio all’anno scolastico in una data diversa chi per turismo, chi (forse) per opportunità politiche. In Abruzzo, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia gli alunni torneranno in classe il 24 settembre e in Sardegna il 22 dopo il weekend elettorale. Il Friuli-Venezia Giulia riaprirà, invece, gli istituti il 16 settembre.

Ma in questa babele di date, in due Regioni che partiranno il 14, Lazio e Liguria, grazie al federalismo dato ai Comuni, alcuni sindaci – dicono – per far fronte ai cantieri ancora aperti nelle scuole hanno preso carta e penna e scritto un’ordinanza per posticipare l’avvio delle lezioni. Così nel Lazio una scuola su 5 non aprirà le aule ai ragazzi, mentre in Liguria sono già 8 i sindaci che hanno emesso il provvedimento per andare incontro alle richieste dei presidi. A dare la possibilità ai Comuni laziali di effettuare l’ordinanza è stata la stessa Regione che, nonostante il calendario fissato, ha lasciato la libertà ai primi cittadini una sostanziale libertà di rinvio nel caso in cui reputino di non essere in regola con le misure anti-Covid. Mentre in Liguria la scelta dei sindaci non è stata ben accolta dal presidente della Regione Giovanni Toti. “Trovo le ordinanze giustificate solo nel caso in cui ci siano problemi di adeguamento degli istituti, tutte le altre motivazioni le ritengo illegittime e poco giustificabili”. Come nel caso degli istituti, pochi, che hanno richiesto lo slittamento perché ancora non hanno ricevuto i banchi monoposto o perché mancano le aule.

Il problema dei rinvii per ordinanza è sulla scrivania del dirigente dell’ufficio scolastico regionale del Lazio Rocco Pinneri: “I provvedimenti sono stati presi da molti sindaci della provincia di Latina e Frosinone. Si tratta del 20% delle scuole di ogni ordine e grado. In alcuni istituti ci sono ancora dei lavori in corso e io stesso ho suggerito di non far entrare i ragazzi tra polvere e calcinacci. Alcuni sindaci, invece, mi hanno espresso, nel corso delle conferenze di servizi, che è una questione di natura economica. Sanificare due volte, prima e dopo la consultazione elettorale, costa un po’ di più”. Pinneri sta monitorando la situazione ma ci tiene a sottolineare che “non ci sono scuole chiuse da ordinanze. Ci sono provvedimenti di sindaci che rinviano l’inizio delle lezioni. Le scuole rimangono aperte per le attività amministrative”.

In Liguria l’ordinanza è scattata in meno di 10 Comuni, tra cui Bogliasco e Bordighera, dove tutti i plessi facenti capo l’istituto comprensivo della città si sono fermati per i lavori che sono in corso. Non si riparte nemmeno a Vallecrosia, a Ospedaletti, a Soldano e a San Biagio. Prima campanella rinviata anche in due istituti di Albenga e a Lavagna. “Le ordinanze sindacali – spiega Ettore Acerra, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale Liguria (Usr) – sono collegate alla necessità di completare lavori per la messa in sicurezza degli edifici. Il provvedimento ha riguardato singoli plessi o l’intero territorio comunale. Nelle piccole realtà naturalmente è più interessato il primo ciclo non essendovi scuole superiori”.

Il problema è ben conosciuto dal presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli: “Si tratta spesso di singole scuole che non hanno ancora completato i lavori di adeguamento alla sicurezza”. Dello stesso parere il presidente dell’Associazione Comuni italiani (Anci), Antonio Decaro: “I sindaci devono fare i conti con il fatto che spesso non ci sono ancora gli spazi a disposizione e devono intervenire con lavori di edilizia leggera per assicurare il distanziamento”. Problema che ha riguardato solo Lazio e Liguria. In Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna i vertici degli Usr confermano che nessun sindaco ha pensato di fare ordinanze per il posticipo delle lezioni.

Il vaffa del neopopulista Saviano a Pd e 5S

 

Tafazzi. A sinistra piace mostrare i panni sporchi
È semplice: mentre a destra, più i panni sono zozzi e più si lavano in famiglia, i panni della sinistra più fanno schifo e più si mostrano con orgoglio al vicinato. Giorni fa, a Tiziana Panella che gli chiedeva qual è il peggior difetto di Salvini, il leghista Fedriga, presidente del Friuli, ha risposto: “È troppo buono”, che non è una battuta fantozziana ma l’obbediente sbattere di tacchi. Da quelle parti, infatti, è inimmaginabile che un intellettuale di riferimento si metta a insultare pubblicamente un leader di partito, pur desiderando magari mettergli le dita negli occhi. La gente osserva e poi decide. Per questo la destra caserma può fare strike alle prossime Regionali. Per questo la sinistra bordello rischia di perdere perfino la Toscana. A Saviano e al suo ego si potrebbe dire (alla Fassino): se ti senti tanto migliore di Zinga, candidati tu alla guida del Pd. Il rischio è che venga eletto.
Antonio Padellaro

 

Sindrome di Renzi. Meglio non schierare il partito
Quando si fa un’alleanza politica, è chiaro che ci si condiziona a vicenda e ogni giorno si diventa meno distanti. Più che un appiattimento nei confronti dei 5Stelle, credo che Zingaretti a un certo punto abbia avuto paura che il Pd gli sfuggisse di mano sul tema del referendum. Allora ha sentito di dover dare una linea al partito su un tema che secondo me invece non andava preso così a due mani. Mi sembra un po’ la sindrome alla Renzi, cioè quella di doverci mettere la faccia dicendo: “Se votate No allora state votando contro di me e contro il governo”. L’identificazione non è opportuna e può creare tensioni, come abbiamo visto. Se il Pd non si fosse esposto in maniera esplicita in direzione e fosse andato in ordine sparso, qualunque fosse stato l’esito del referendum non avrebbe avuto alcun impatto sul partito e sulla segreteria.
Nadia Urbinati

 

Riforma. il sì era nei patti, paradossale la giravolta
Il Partito democratico sapeva fin dall’inizio, accettando di fare un governo insieme ai 5Stelle, che si sarebbe realizzato il taglio dei parlamentari. Semmai trovo più paradossale che qualche deputato e senatore dem abbia promosso il referendum dopo aver votato in Parlamento a favore della riforma. Tornare indietro adesso sarebbe stata un’ulteriore giravolta. Non credo perciò che si possa parlare di un partito che si è fatto schiacciare dai 5Stelle su questo. Molto più del Sì al referendum mi scandalizza che il Pd, nella dinamica interna alla maggioranza, non sia ancora riuscito a portare a casa nulla dei suoi punti identitari, per esempio sulla cittadinanza: è normale, in un’alleanza, dover cedere su qualcosa ottenendone “in cambio” altre che però, al momento, per il Pd non esistono.
Chiara Saraceno

 

Proposta. Salvini offra un ministero a Roberto
Non c’è nessuno che aiuti Salvini come Saviano. L’Oracolo Roberto ha tuonato contro il Pd: “Era evidente che da questa alleanza solo il M5S avrebbe tratto vantaggio”. Saviano è uno dei tanti a ritenere sia sempre colpa dei grillini. È una perversione come un’altra. Ci sta pure che voti No: non è il solo, a sinistra. Potrebbe usare un tono meno apocalittico, ma Saviano è così: vive, e scrive, per ricordarci che moriremo tutti. Il problema è un altro: parafrasandolo, “è evidente che da ogni suo intervento sarà Salvini a trarne vantaggio”. Saviano è così esasperante, stancamente cervellotico e noiosamente “conformista dell’anticonformismo” da far sembrare Salvini quasi accettabile. La sua guerra a Conte è ormai così ottusa e cieca da averlo cortocircuitato. Fossi in Salvini, un ministero glielo darei. Anche solo per riconoscenza: come cavallo di Troia, l’Oracolo Roberto vale Maradona.
Andrea Scanzi

 

Cui prodest? È Squallido votare solo per tatticismo
Non credo che Saviano possa essere accusato di voler favorire la Lega, lui che a Salvini le ha cantate spesso. Però trovo squallido che la querelle politicista sul referendum sia dominata dalla dimensione tattica: più che pensare al merito della riforma si pensa alle conseguenze che avrà sui partiti, per la maggioranza o per il governo. E cioè si sceglie cosa votare perché il No può essere un dispetto a Zingaretti oppure il Sì può rafforzare il governo. Ridurre una questione costituzionale a tattica quotidiana è segno di degrado profondo da entrambe le parti. Anche perché finiranno per fare lo stesso ragionamento anche i cittadini, la cui maggioranza probabilmente voterà a seconda della convenienza politica. È un peccato perché il merito del referendum è molto serio e – aggiungo – trovo scandaloso che ci si arrivi senza aver messo mano alla legge elettorale.
Marco Revelli

 

Con lo scrittore. Ha fatto bene a criticare Zingaretti
Saviano non è il primo a sostenere l’evanescenza del Pd, la sua osservazione mi sembra talmente oggettiva che non bisogna neanche discuterla. Il Pd non è riuscito a esercitare alcuna egemonia sul governo e il motivo è uno: la scissione di Renzi ha indebolito in maniera enorme i gruppi parlamentari dei dem, che ora hanno meno della metà degli eletti rispetto al Movimento 5 Stelle. Il rapporto di forza è necessariamente a favore dei grillini e non vedo come il Pd ne possa uscire da qui alla fine della legislatura. Vero è che attaccare duramente Zingaretti e il partito potrebbe fare il gioco della destra, però questo è il ruolo degli intellettuali, persone libere da cui è naturale aspettarsi le critiche. Anche perché non mancheranno certo argomenti di critica anche per l’altra parte politica.
Piero Ignazi

A cura di Lorenzo Giarelli

“Anche in Costituente c’era chi chiedeva meno parlamentari”

Nell’ultimo commento che ha scritto per il Fatto Quotidiano, Lorenza Carlassare, costituzionalista e professore emerito a Padova, ha motivato così la scelta al prossimo referendum sul taglio del numero dei parlamentari: “Se vince il No nulla verrà più cambiato. Se vince il Sì c’è almeno la speranza che, fra le modifiche rese indispensabili dal taglio, ci sia anche la modifica della legge elettorale”.

Professoressa Carlassare, prima di arrivare alla legge elettorale una premessa di metodo: l’altra volta si diceva che la riforma era troppo vasta, ora si obietta che la modifica, puntuale, non si porta dietro una riforma di sistema. La battaglia per il referendum è squisitamente politica?

La Costituzione non prevede in nessun modo riforme di sistema: al bisogno, si possono apportare modifiche puntuali. I costituzionalisti lo hanno più volte sottolineato, in particolare Alessandro Pace, che ha scritto tantissimo su questo tema. La mia impressione è che alcuni tra gli oppositori, non avendo argomenti validi, vadano a caccia di pretesti anche a costo di contraddirsi.

Perché si vuole riproporre oggi l’automatismo del 2016, quando la sorte del governo era legata all’esito del referendum?

Questo dimostra la vacuità dei discorsi. Renzi si doveva ritirare dalla politica: è ancora in Senato e parla tutti i giorni. Ribadisco quello che ho appena detto: quando mancano ragioni forti, si tenta di suggestionare gli elettori.

Come lei ha ricordato, la riforma del taglio dei parlamentari in ultima lettura è stata approvata con una maggioranza bulgara dalla Camera. A questo proposito Valerio Onida ha detto: “Votare No aggraverebbe il sentimento di sfiducia che già esiste nei cittadini verso le istituzioni”.

Sono d’accordissimo con Onida. Basta ricordare i numeri, che sono impressionanti: 553 deputati a favore, 14 contrari, 2 astenuti. È incredibile che nonostante questa totale adesione si abbia il coraggio di affermare che si tratta di una riforma che va contro il Parlamento! La verità è che a discapito della Costituzione si fanno piccoli giochi politici, in assenza di progetti da proporre. C’è una totale mancanza di convinzione perfino sulle regole democratiche. Mi pare che questi ripensamenti siano dettati da questioni di opportunità politica: aprire una crisi, far cadere il governo… Il risultato è che i cittadini sono sconcertati perché capiscono che non c’è nessuna serietà, nessun reale convincimento, e non si fidano più. Per questo, oltre a una nuova legge elettorale, è necessario riprendere in mano la legge del 2016 che prevedeva l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione.

Quello sul ruolo dei partiti?

La Costituzione dice che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. I protagonisti sono i cittadini, i partiti uno strumento. La legge del 2016 prevedeva che i partiti pubblicassero il curriculum dei candidati e il certificato del casellario giudiziale.

Sulle maggioranze da modificare dopo il taglio, il punto principale riguarda il peso dei delegati delle Regioni nella platea elettorale che sceglie il presidente della Repubblica. Lei che ne pensa?

Si può ridurre, dimensionandolo alla nuova composizione del Parlamento in seduta comune. Ci vorrà una legge costituzionale, però è una questione davvero da poco. I Costituenti hanno immaginato una platea più vasta per l’elezione del capo dello Stato perché è colui che per sette anni rappresenta l’unità nazionale, quindi la voce delle Regioni deve avere un peso.

I Costituenti non hanno inserito il numero dei parlamentari nella Carta: perché?

Alla Costituente è stata fatta una scelta variabile, in proporzione alla popolazione. Sul numero si discusse: nelle sedute del 16 e 19 settembre 1947 l’onorevole Nitti ricordò quanto siano pochi, al confronto, i parlamentari di una delle più antiche democrazie, gli Stati Uniti, e l’onorevole Conti, relatore, disse: “Bisogna ridurre il numero dei deputati. Avremo così una Assemblea più snella e, se vogliamo davvero la Costituzione di uno Stato in cui tutti gli organi rappresentativi abbiano vigore e una grande autorità, dobbiamo tendere a fare della Camera dei deputati un’Assemblea nella quale la dignità, la coltura, se possibile, la sapienza siano immediatamente riconosciute dal Paese il giorno successivo alle elezioni. Non si deve dire: quanta gente che non vale nulla! Si deve riconoscere l’esistenza di un’Assemblea legislativa composta di uomini degni della loro funzione”. Ma continuiamo a discutere dei dettagli: ciò che influisce sulla rappresentanza è la legge elettorale. Per questa bisogna fare una battaglia.

Nell’articolo per il nostro giornale, lei ha scritto la sua “ricetta”: proporzionale con soglia di sbarramento non superiore al 3 e senza liste bloccate. L’obiezione che alcuni le muovono è che questo sistema pende troppo verso la rappresentanza e troppo poco verso la governabilità.

L’obiezione sulla governabilità risente del clima verticistico che a lungo ha dominato il nostro dibattito pubblico, facendo danni indescrivibili. La Consulta, nelle sentenze che hanno annullato Porcellum e Italicum, ha riconosciuto che la governabilità è un principio di cui tener conto, ma mai a discapito della rappresentanza che è un valore costituzionale. Credo però che l’ubriacatura maggioritaria sia scemata. Aggiungo che nella legge elettorale va anche inserito il divieto di pluricandidature! Il fatto che un candidato possa presentarsi in vari collegi consente al partito di far eleggere chi vuole.

Quali sono le riforme costituzionali assolutamente necessarie, cui si potrebbe lavorare dopo il referendum?

Quando sarà stata fatta la legge elettorale nel senso che abbiamo detto, io non cambierei nulla. Lascerei un po’ in pace la Carta: le Costituzioni sono fatte per durare.

Germanicum: LeU e renziani trattano sul quorum

Al ritorno dopo le Regionali il clima sarà diverso. Ne è convinto il presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia, che ha avuto il suo bel daffare, fin qui, per sedare gli animi dell’opposizione sulle barricate per via della nuova legge elettorale che porta il suo nome. E pure a mediare con gli alleati dei giallorosa, LeU e Italia Viva che hanno riserve sul Brescellum anche se alla fine hanno consentito (tra astensione e non partecipazione al voto) l’adozione del testo base in commissione che rinsalda il pattoPd-M5S. “Dopo le elezioni e il referendum ognuno farà i conti con i risultati che otterrà” dice il pentastellato Brescia riferendosi tanto alla maggioranza quanto all’opposizione che a ottobre torneranno a confrontarsi sulla riforma. È convinzione comune che l’abbassamento della soglia di sbarramento oggi prevista nel testo base al 5 per cento, accontenterebbe LeU e anche Italia Viva che mostra i muscoli (pretende di eliminare il diritto di tribuna per i piccolissimi e dice di preferire il maggioritario che ai renziani non lascerebbe scampo alle urne) ma che ha un peso elettorale molto ridotto. L’introduzione di un premio di governabilità (misurato il giusto per scampare le eventuali osservazioni della Corte costituzionale), potrebbe invece far digerire il testo anche a parte dell’opposizione. Che almeno per ora del Brescellum dice di non volerne sapere. Fa eccezione il navigatissimo Gianfranco Rotondi impegnato ventre a terra a convincere Forza Italia che l’impianto della riforma non sia poi così malaccio. Per dirla tutta proprio non si capacita dell’ostinazione dei suoi colleghi azzurri che non sembrano comprendere la “straordinaria opportunità” offerta dal proporzionale. A maggior ragione oggi che FI è costretta ad ancella di Salvini e Meloni, e che verrebbe liberato “dalla servitù verso gli alleati sovranisti. Per Forza Italia ci sarà una seconda giovinezza”. Di più, una resurrezione.