Tobruk “licenzia” Dbeibah e sceglie il nuovo premier

Dopo il fallimento del processo che avrebbe dovuto condurre alle prime elezioni parlamentari e presidenziali a suffragio universale lo scorso 24 dicembre, in Libia la situazione è nuovamente buia. La ripresa del conflitto civile non è da escludersi se gli attori politici locali non decideranno di mettere da parte le aspirazioni personali e tribali per trovare un’intesa almeno di massima. Pare invece che ognuno di loro stia facendo di tutto per portare al collasso quel poco che è stato costruito dallo scorso anno, secondo le direttive dell’Onu, a partire dal governo di transizione.

Un esecutivo che sarebbe dovuto servire a indire consultazioni trasparenti è diventato esso stesso un ostacolo sulla strada per la pace, così come lo sono il parlamento e l’Alto Consiglio di Stato, una sorta di Senato. I pilastri di ogni democrazia si stanno facendo di nuovo la guerra al punto da disconoscersi l’un l’altro. Il parlamento, basato a Tobruk, in Cirenaica, ha reso noto che nominerà un nuovo primo ministro in settimana e, pertanto, l’attuale premier ad interim, Abdul Hamid Dbeibah, dovrà dire addio al sogno di rimanere al potere, motivo per cui ha boicottato l’appuntamento elettorale, dopo aver tentato di candidarsi pur avendo promesso che non l’avrebbe fatto.

Due candidati, il potente ex ministro dell’Interno, Fathi Bashaga, e il ministro-consigliere Khalid al-Baibas, sono comparsi lunedì scorso a Tobruk durante una sessione parlamentare per presentare i propri piani e avanzare offerte allo scopo di sostituire il primo ministro Abdul Hamid Dbeibah. Il presidente del Parlamento, Aguila Saleh, ha affermato che giovedì si svolgerà una votazione per nominare uno di loro primo ministro. La decisione di Saleh, che aveva tentato a sua volta di candidarsi, è una battuta d’arresto secondo la missione Onu, che sostiene lo svolgimento del voto presidenziale che è stato rinviato proprio a seguito di controversie sulle leggi che regolano le elezioni. La mossa aumenta anche la preoccupazione che questo voto possa dare il via a una ripetizione dello scisma del 2014 che ha visto emergere due governi paralleli, portando il paese a un nuovo conflitto. Il vice portavoce Onu, Farhan Haq, ha affermato che sono in corso negoziati. Dbeibah ha risposto alla mossa di Saleh affermando che lui e il suo governo rimarranno al potere fino a quando non si terranno “vere elezioni”, ma i legislatori continuano ad affermare che il suo mandato è terminato il 24 dicembre 2021. Il premier ad interim ha accusato Saleh di alimentare la divisione nel Paese e ha sollecitato la stesura di una nuova costituzione prima delle elezioni. Il presidente della Camera invece ha affermato che i legislatori hanno adottato una tabella di marcia per tenere le elezioni presidenziali entro 14 mesi dalla firma degli emendamenti costituzionali.

Intanto una commissione parlamentare dovrebbe tenere consultazioni con l’Alto Consiglio per elaborare gli emendamenti necessari entro una settimana. Khaled al-Mishri, capo del Consiglio e noto esponente della Fratellanza Musulmana, ha spiegato che i membri hanno concordato con il parlamento di adottare una tabella di marcia definita per le elezioni anche dopo la nomina di un nuovo governo.

“Abbiamo approvato la richiesta del parlamento, ma è necessario determinare il percorso costituzionale per le elezioni”, ha detto domenica scorsa. I gruppi armati in Tripolitania hanno contestato il cambio di governo, chiesto un calendario specifico per apportare modifiche alla costituzione, raggiungere la riconciliazione nazionale e unificare le forze armate. La Libia è stata governata da una dichiarazione costituzionale dalla rivolta della Primavera araba del 2011, che portò alla caduta di Gheddafi.

“Il dossier di Amnesty parla di apartheid, ma non è antisemita”

La scorsa settimana, l’autorevole organizzazione per la difesa dei diritti umani, Amnesty International, ha pubblicato un report su Israele, colpevole del crimine contro l’umanità di apartheid, che ha mandato su tutte le furie le autorità israeliane. Il Fatto Quotidiano ha intervistato la Segretaria generale di Amnesty, Agnès Callamard.

Può parlarci dei tentativi della sua organizzazione di discutere le conclusioni del vostro rapporto con le autorità israeliane?

Cerchiamo di dialogare con loro e, infatti a ottobre scorso ci abbiamo provato. Abbiamo scritto, ma non ci hanno risposto e nel corso dell’ultimo weekend hanno iniziato a fare una campagna contro il nostro rapporto, prima ancora che fosse lanciato.

Lei ha detto alla Cnn che è rimasta scioccata dallo stato di segregazione che ha visto nei Territori palestinesi occupati e in Israele. Quale è stata l’esperienza più dolorosa?

Credo che la cosa più dolorosa non sia stata una storia in particolare, anche se ne racconterò una, ma è stato constatare come il sistema sia stato normalizzato, creando moltissimi livelli di burocrazia che sembrano creare una distanza tra la repressione e le vittime, e in ciascuno di questi livelli, gli esseri umani perdono un po’ della loro dignità, della loro speranza, è incredibilmente crudele. La crudeltà emana da situazioni come quella della separazione delle famiglie, di chi lotta per anni per provare che le terre e le case sono davvero di loro proprietà e non ci riesce. La crudeltà di condizioni come quelle delle famiglie beduine nei cosiddetti “villaggi non riconosciuti”, che possono letteralmente vedere come i loro vicini israeliani possano godere di tutti i servizi che ci si aspetta in un paese dall’economia avanzata, mentre loro non hanno alcun servizio. Non hanno scuole, l’acqua costa loro una fortuna, hanno pochissima elettricità, non hanno accesso ai medici, agli ospedali, se non quelli molto lontani da loro. Ricordo le famiglie che ho incontrato che guardavano alle macerie di quelle che erano una volta le loro case: ho incontrato alcuni che avevano ricostruito le loro abitazioni cinque volte, dopo che erano state demolite (dalle autorità israeliane, ndr), perché non avevano scelta: non avevano un altro posto in cui andare. Credo che la vicenda che mi ha colpito di più sia quella dei giovani attivisti, soprattutto nei Territori occupati, che fin da piccoli hanno negli occhi la repressione, vedono come i loro genitori vengono fatti sentire o essere cittadini “di serie b”: l’insulto quotidiano dell’apartheid. Questi ragazzini ne sono testimoni quasi dal giorno in cui sono nati, ci crescono e lo combattono appena hanno l’età per farlo e quando arrivano a 20 anni, come mi ha detto qualcuno, molti di loro non hanno idea che la vita può essere molto bella. Quello che vedono è solo la bruttezza intorno a loro. Ed ecco chi sono a 20, 15-16 anni. È qualcosa che colpisce e che si percepisce, quando si incontrano: per loro c’è solo la bruttezza, non hanno idea che la vita può essere bellissima.

Amnesty ha sottolineato che il sistema di Israele non è quello che vigeva in Sudafrica. Tuttavia, come già accaduto in Sudafrica, nulla cambierà a meno che la comunità internazionale non eserciti una forte pressione. Il problema è: se i palestinesi combattono l’occupazione militare sono terroristi; se i sostenitori dei palestinesi aderiscono alla campagna Bds di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, sono antisemiti; se Amnesty pubblica un report sull’apartheid di Israele, i governi di Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti lo rigettano. Come si fa a esercitare pressioni internazionali in queste condizioni?

Gli attivisti contro l’apartheid in Sudafrica hanno affrontato lo stesso livello di opposizione per molti anni. Ci è voluto molto tempo perché si creasse una forte pressione internazionale contro l’apartheid in Sudafrica. E non sono neanche sicura che il governo inglese prese una forte posizione contro di esso. Non è una cosa insolita. Ogni regime repressivo ha i suoi amici. (Nel caso di Israele, ndr) è complicato, perché l’antisemitismo esiste nel mondo. E noi non possiamo negarlo: è questo che rende la lotta più difficile e, in qualche modo, più importante. Dobbiamo essere risoluti e parlare del fatto che i palestinesi vivono sotto un sistema di oppressione: dobbiamo ripeterlo e portare le prove. E dobbiamo anche essere risoluti contro ogni atto di antisemitismo nel mondo.

Dall’uccisione di Jamal Khashoggi fino a questo report su Israele, lei si è occupata di molti casi scottanti e ha molti nemici. Cosa la motiva a fare questo lavoro?

A un livello ideale, dobbiamo fare tutto quello che possiamo per impedire che il nostro mondo finisca nell’abisso. Non possiamo essere una riproposizione della generazione degli anni 30, che ha portato il mondo nella Seconda guerra mondiale e nell’Olocausto. A livello quotidiano, invece, quello che mi motiva è un fattore molto più umano: l’incontro con la crudeltà, la repressione e l’incontro con chi lotta per combatterle, il mio desiderio di essere parte di loro, combattendo insieme spalla a spalla.

Multato il mensile anti-truffe: dietro c’è la “guerra dell’olio”

Intorno all’olio italiano torna a infuriare una guerra senza esclusione di colpi. La produzione nazionale di olio extravergine di oliva (Evo) non copre nemmeno un quarto della domanda italiana: commercianti e produttori ne devono importare enormi quantità, con il problema di bilanciare qualità e prezzi. La concorrenza feroce porta a durissimi scontri tra le aziende. Dopo le indagini nel 2015 sulle caratteristiche dell’olio extravergine, scattate a Torino sulla base di un’inchiesta del mensile di consumerismo il Salvagente che declassò come vergini 9 dei 20 oli venduti come Evo, nei mesi scorsi alcuni degli accusati, poi assolti sia in sede penale che amministrativa con la bocciatura delle sanzioni dell’Antitrust, sono passati al contrattacco. L’associazione di settore Assitol, insieme alle aziende Colavita, De Cecco e Coricelli hanno a loro volta segnalato all’Autorità il Salvagente. Non solo: Coricelli chiede danni per oltre 20 milioni al mensile e al gruppo Gedi, per l’inchiesta ripresa in un articolo di maggio 2015 su Repubblica. Martedì primo febbraio l’Agcm ha sanzionato per 25mila euro EditorialeNovanta, la società che edita il Salvagente, perché “il bollino “Certificazione Salvagente Zero Truffe” appare “suscettibile di ingannare i consumatori sulle caratteristiche del prodotto/servizio cui si riferisce e dell’azienda che le produce”.

Secondo l’Antitrust, “il Salvagente ed EditorialeNovanta non sono enti certificatori riconosciuti a livello istituzionale e il termine certificazione è utilizzato impropriamente per descrivere una sorta di “garanzia”. “Quanto ai vanti di terzietà e imparzialità nella concessione del bollino, appaiono contraddetti dal fatto che i criteri per l’assegnazione del bollino sono determinati di comune accordo e nell’interesse dell’azienda richiedente; il bollino è stato assegnato ad una azienda con la quale l’editore ha compartecipazioni in altre attività (Monini, ndr), in contrasto con la qualifica super partes”, scrive l’autorità. Per l’Antitrust “le espressioni “certificazione il Salvagente” e “certificato il Salvagente Zero Truffe” appaiono in violazione del Codice del Consumo”, hanno “natura di strumento di marketing” e “le omissioni appaiono idonee a indurre il consumatore ad assumere decisioni commerciali sui prodotti con il bollino”.

Matteo Fago, amministratore unico di EditorialeNovanta, è azionista di Foodtech, un incubatore d’impresa in cui una quota azionaria è di ZeFlor, la holding del gruppo Monini. Fago ha ribattuto all’Agcm che questo non ha influenzato né il rilascio del bollino, né gli esiti dei test pubblicati sulla rivista, condotti da laboratori terzi. Anche Riccardo Quintili, direttore del Salvagente, respinge le accuse: “Valutiamo di ricorrere al Tar contro questa sanzione. La delibera ci multa solo per il bollino ZeroTruffe, che ha una finalità di marketing ed è a pagamento da parte delle aziende. Nessun rilievo è stato mosso invece alla terzietà dei test del Salvagente e ai presunti conflitti di interesse del nostro editore. Se il problema è la parola “certificazione”, ne useremo un’altra. Non spetta né all’Antitrust né al Codacons mettere in dubbio la deontologia delle nostre inchieste. Noi vogliamo solo ampie tutele per i consumatori”.

Zefferino Monini, presidente e ad dell’omonima azienda, risponde che “quando fu costituito quell’incubatore di startup non sapevamo che uno dei soci fosse l’editore del Salvagente. Anche Monini, in quanto leader di mercato, fu indirettamente danneggiata dallo scandalo del 2015 sebbene il nostro olio fosse a norma. Ad aprile 2021, appena prima della seconda inchiesta sull’olio pubblicata dal mensile, scrissi una lettera a Federolio: dai test che conduciamo sui prodotti dei concorrenti emergeva che sul mercato c’erano molti oli presentati come Evo che non lo erano. Certo non avrei scritto quella lettera se avessi saputo che il Salvagente sarebbe uscito di lì a poco con una seconda inchiesta. La nostra azienda è impegnata a curare il prodotto per i nostri clienti”.

Ora però il tema torna a rinfocolare le tensioni interne a Federolio. Nei prossimi giorni si terrà un direttivo dell’associazione che si preannuncia esplosivo. I consumatori stanno a guardare, ma il rischio è che questa guerra finisca ancora una volta solo per danneggiare la credibilità dell’olio italiano.

“Renzi scelga che Stato servire”. La petizione su Change.org

“Renzi scelga tra Senato della Repubblica o promozione dell’Arabia Saudita”. È il titolo di una petizione avviata sulla piattaforma Change.org da Gian Giacomo Migone, raccolta firme che in 24 ore ha raggiunto quota 930 sottoscrizioni. Nell’aggiornamento alla petizione, Migone rimprovera a Renzi anche di aver “in un momento delicato dell’elezione presidenziale”, avuto “il becco di opporsi pubblicamente all’elezione dell’ambasciatrice Elisabetta Belloni, proprio lui che continua a rifiutarsi di scegliere quale Stato servire, come gli impone la Costituzione”.

Turismo, ministero ko: reintegrato l’ad di Enit

Era stato sostituito senza una motivazione plausibile dopo soli 3 mesi e 21 giorni di mandato. Ora il Consiglio di Stato “accogliendo il ricorso presentato da Giuseppe Albeggiani, ha sospeso il decreto del ministro del Turismo Massimo Garavaglia e reintegrato con valore retroattivo il manager nel ruolo di amministratore delegato dell’Enit”. Lo scrive in una nota lo stesso Albeggiani. “L’Ordinanza del Consiglio di Stato – spiega ancora il manager – ha chiarito che la sostituzione è sì atto di alta amministrazione e si connota per l’elevatissimo tasso di discrezionalità, ma non per questo sfugge a quel sia pur minimo nucleo di ragionevole motivazione, in effetti non evincibile dallo scarno testo dell’impugnato decreto ministeriale”.

Plusvalenze Inter, Gdf acquisisce atti Covisoc

La Guardia di Finanza di Milano, su delega della Procura che indaga sulle plusvalenze dell’Inter, ha acquisito negli uffici della Covisoc, situati presso la Federcalcio a Roma, la relazione su 62 operazioni sospette avvenute tra il 2019 e il 2021 che riguardano il trasferimento di giocatori di una serie squadre italiane. Il documento, redatto dalla Commissione di vigilanza sulle società di Calcio professionistiche e anche trasmessa alla Procura federale della Figc, entra così a far parte degli atti dell’inchiesta che comprendono bilanci, contratti sulle operazioni di acquisto, vendita e prestito e movimenti bancari da parte della società “dei diritti pluriennali sulle prestazioni di taluni calciatori” per gli anni 2017-2018 e 2018-2019.

’Ndrangheta, un appello per liberare Pittelli. Firmano anche Brass e la “sardina” Cristallo

Il processo al processo. Giornalisti, avvocati, politici, aspiranti politici, sardine, ex ministri, ex europarlamentari, addirittura 25 senatori e deputati in carica e finanche registi come Tinto Brass ed ex calciatori come Beppe Signori. Hanno sottoscritto l’appello per la scarcerazione dell’avvocato ed ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli, imputato per concorso esterno con la ‘ndrangheta nel maxi processo “Rinascita-Scott”, istruito dal procuratore Nicola Gratteri e dal pool della Dda di Catanzaro. C’è pure un comitato promotore presieduto dall’ex penalista Enrico Seta. Sono state raccolte già 1500 firme a difesa dell’ex senatore calabrese accusato di avere rapporti con la cosca Mancuso. Ottenuti i domiciliari, Pittelli è tornato in carcere a dicembre perché, per il Tribunale di Vibo Valentia, ha violato le prescrizioni imposte inviando una lettera a Mara Carfagna per chiederle aiuto. La missiva è poi finita all’attenzione della polizia anche perché pochi giorni prima la ministra aveva ricevuto un plico contenente minacce di morte e un proiettile e le misure di sicurezza attorno alla sua corrispondenza erano state rafforzate.

Le adesioni sono trasversali. Immancabili quelle di chi “non lo ha mai abbandonato” come il giornalista Piero Sansonetti (che sul Riformista ha più volte descritto Pittelli come un “sequestrato”) e Vittorio Sgarbi. Gli “amici di Pittelli” però sono tanti: dal condannato Totò Cuffaro a Francesco Storace passando per gli ex ministri Maurizio Lupi (Noi con l’Italia) e Valeria Fedeli (Pd). E poi molti parlamentari in carica: Roberto Giachetti (Italia Viva), Renata Polverini (Forza Italia), Enza Bruno Bossio (Pd), Manfredi Potenti (Lega), Renzo Tondo (Forza Italia), Salvatore Margiotta (Pd), Pietro Pittalis (Fi), Ylenia Lucaselli (FdI), Federico Mollicone (FdI), Catello Vitiello (Italia Viva), Fiammetta Modena (FI) e Manuela Gagliardi (Coraggio Italia). Tra i nomi c’è pure quello della sardina Jasmine Cristallo.

Per tutti la carcerazione di Pittelli, oggi in sciopero della fame, “appare ingiustificabile e soprattutto non coerente con alcuni dei principi cardine dello Stato di diritto e della Costituzione”. “Per questo – si legge nell’appello – manifestiamo pubblicamente e ribadiamo all’avvocato Giancarlo Pittelli gli immutati sentimenti di rispetto, affetto ed amicizia e opponiamo resistenza a ogni uso degli strumenti del diritto che produca come effetto l’isolamento della persona e l’inaridimento delle relazioni sociali e affettive”.

Rai, lite in Vigilanza. Ruggieri (FI): “Minacce da Ranucci”. La replica: “Vuole farmi fuori”

Doveva essere un’audizione senza scosse quella in Vigilanza, dove l’Ad Carlo Fuortes doveva quasi limitarsi a godersi gli elogi per il Festival dei record. Ma a metà audizione il forzista Andrea Ruggieri sgancia una bomba su Report leggendo lo scambio di messaggi via sms con Sigfrido Ranucci sul caso delle presunte molestie del conduttore nei confronti di due giornaliste. Caso finito nel nulla visto che proprio ieri l’ad Rai ha fatto sapere che l’audit interno sulla vicenda non ha trovato riscontri.

La vicenda era stata portata alla luce lo scorso novembre da Davide Faraone (Iv) che aveva reso pubblica una lettera anonima giunta a commissari e vertici Rai. Poi era intervenuto Ruggieri per dire di aver cestinato la lettera in quanto anonima. Nei giorni successivi, però, Ranucci telefona e poi scrive a Ruggieri e il contenuto dei messaggi tra i due è stato ieri rivelato dal deputato. “Il tuo intervento è stato vergognoso tanto più da parte di uno che come capo ha il top player del bullismo sessuale mondiale (Silvio Berlusconi, ndr)”, recita uno degli sms. Secondo cui poi il giornalista gli fa sapere di avere dossier “su di voi e tutti i politici, tra uso di cocaina e scene da basso impero su yacht”. Per il forzista (nipote di Bruno Vespa), il comportamento di Ranucci “è illecito e incompatibile col ruolo di vicedirettore Rai e conduttore di un programma d’inchiesta, perché rivelatorio di pregiudizi su esponenti politici”. Lì la Vigilanza esplode, con il centrodestra contro il conduttore e Fuortes a spiegare che “pur trattandosi di affermazioni gravi, sono comunicazioni private tra due soggetti non nell’esercizio delle loro funzioni, quindi noi possiamo aprire un audit, ma poi tocca ad altri indagare”.

“Non c’è stata alcuna minaccia, anzi il contrario: ho stigmatizzato come lui e Faraone avessero reso pubblici dossier anonimi e infamanti, come poi si è dimostrato”, la replica di Ranucci. Che si chiede “se è normale che vengano usati dossier contro giornalisti con l’unico scopo di arrivare alla loro sospensione o rimozione”. “È un cerchio di attacchi contro Report. Vogliono far fuori il programma”, sottolinea Primo Di Nicola (M5S). “Ho solo scritto a Ruggieri che le segnalazioni anonime sui politici in redazione le cestiniamo. E se mi è scappato un insulto è perché mia figlia aveva letto delle accuse di molestie nei miei confronti…”, aggiunge Ranucci. Tra altri scambi e minacce di querela, la vicenda ha tutta l’aria di non finire qui.

Mail Box

 

Se Conte rinunciasse alla politica, lo capirei

Mi sono da poco iscritta al Movimento perché credo nel nuovo corso iniziato con il presidente Conte che mi dà speranza per il futuro dell’Italia. Avverto che, nel caso facessero fuori Conte come leader, nonostante il mio rispetto per il M5S e il mio apprezzamento per il tanto di buono che hanno fatto per l’Italia, annullerei subito la mia iscrizione. Non mi vedrei parte di un gruppo capace di un gesto tanto sleale nei confronti di una persona che, nella sua azione politica, mi sembra di avere sempre messo il bene comune sopra il suo bene personale. Ho fatto richiesta di cittadinanza italiana per esprimere il mio voto alle prossime elezioni: se il presidente Conte dovesse decidere di ritirarsi a vita privata, dopo essere stato ripetutamente pugnalato alle spalle non solo da chi si cura dei propri interessi, ma anche da chi dice di avere a cuore il bene comune, lascerei cadere la mia richiesta. Non avrei altra opzione per cui votare.

Michelle Duflou

 

Qui solo proroghe, eccezioni e condoni

Nel Conticidio, Mattarella è stato latore di ordini giunti da un altrove che nessuno vuole e ha convenienza a indagare. Probabilmente lo stesso che lo ha rieletto. E va bene, va bene, va bene così, per citare il settantenne Vasco Rossi. D’altra parte la conclusione dell’elezione del nuovo (sigh!) presidente della Repubblica ben rivela e rappresenta le prerogative della maggioranza degli italiani. Che hanno una parola, ma anche una di riserva. E che, soprattutto, perseverano nel vizio di prevedere eccezioni, deroghe, condoni, provvedimenti ponte…

Melquiades

 

Ma quanti “presidenti” ci sono da noi?

Mio padre diceva: “Non è l’altezza del campanile che fa grande la cornacchia”, vale a dire: non è il titolo o la funzione che fa grande la persona, bensì i valori e i comportamenti che la distinguono. In Italia però ci sono titoli agognati e perseguiti con estrema ambizione da parte di molti. Rimane palese che vi sono più “presidenti” che persone normali, dal presidente della bocciofila fino a quello dei pensionati, dallo sci club a quello del condominio. Scorrendo nei giorni scorsi fra i vari canali televisivi per l’elezione del nuovo (vecchio) presidente della Repubblica, nella stragrande maggioranza dei casi gli ospiti erano presidenti di qualcosa, e anche gli ex venivano così chiamati dagli intervistatori (forse abituati a leccare?). Ora, essendo uno dei pochi a non aver rivestito tale incarico, mi sono proclamato presidente di me stesso fino ad mortem venire. Naturalmente tutti liberi di seguire tale prassi.

Maurizio Bolzoni

 

Amo la Cina: ho deciso di andare a studiare lì

Frequento l’ultimo anno del liceo linguistico presso l’Istituto Cristo Re di Roma, e vi racconterò la mia storia come testimonianza di come ci si possa appassionare a una lingua così bella e al tempo stesso così complessa come il cinese. Il dialetto che viene insegnato nelle scuole è il Putonghua, che utilizza caratteri semplificati. I caratteri semplificati sono stati introdotti negli anni Quaranta del Novecento per promuovere l’alfabetizzazione e semplificare i caratteri più comuni. La lingua cinese ha delle strutture grammaticali molto schematiche, i verbi non si coniugano, i caratteri possono essere combinati tra di loro per creare nuove parole, ma soprattutto vi dovete immaginare ogni frase da comporre come un’espressione matematica: prima un carattere e poi un altro, seguendo delle regole ben precise. Dal primo momento che ho iniziato a studiare la lingua cinese ho capito che bisognava mostrare precisione, pazienza e memoria per riuscire a imitare tutti i movimenti che l’insegnante imprimeva sulla lavagna. Dal primo giorno di lezione compresi che scrivere i caratteri cinesi era un’arte. Ero intimorita da questa lingua, moltissimi caratteri da ricordare, troppe regole grammaticali. Tutto però cambiò quando a marzo del 2019 andai assieme alla mia classe a Pechino, lì ho potuto assaporare tutto quello che fino a qualche mese prima potevo solo vedere sui libri di testo. I cinesi sanno essere molto accoglienti con gli stranieri, e ci tengono molto all’educazione, cosa che noi italiani molto spesso sottovalutiamo. Ti si avvicinano timidamente, con aria gentile, e ti fanno domande, e in quei 10 giorni mi sono sentita a casa, era come se vivessi lì da anni. I cinesi non ti parlano inglese, loro vogliono che tu utilizzi la loro lingua per comunicare, perché anche se aperti ad altre culture vogliono comunque mantenere le loro tradizioni. Tornata dal viaggio intensificai lo studio della lingua e solo dopo quattro mesi sostenni il mio primo esame per la certificazione HSK1, fino ad arrivare al livello HSK4. Grazie al livello di conoscenza della lingua cinese che ho raggiunto fino ad ora, ho deciso di fare domanda per l’ammissione alla facoltà di giurisprudenza a due delle più prestigiose università in Cina per specializzarmi in diritto internazionale cinese, ma soprattutto con l’intenzione di continuare lo studio della lingua.

Diletta Guarnaccia

 

DIRITTO DI REPLICA

Riguardo all’intervista al sottoscritto dal titolo “La politica vuole controllarci, i magistrati li giudica il Csm”, pubblicata sul vostro giornale ieri, si precisa che la risposta più puntuale alla domanda riguardante la bocciatura di un sistema maggioritario binominale per l’elezione dei togati del Csm è: “Sia il Comitato direttivo centrale dell’Anm che i magistrati che hanno votato al referendum consultivo hanno premiato l’idea di un sistema a ispirazione proporzionale” e non un sistema proporzionale “puro”.

Giuseppe Santalucia,
Presidente Associazione nazionale magistrati

5 Stelle. “Nel mischione draghiano si sono smarriti i valori identitari”

Caro “Fatto Quotidiano”, la legge del contrappasso ha fatto inimmaginabili vittime. Beppe Grillo e Luigi Di Maio hanno dovuto ingoiare la loro stessa medicina: quella “democrazia diretta”, pilastro fondante del Movimento 5 Stelle. Grillo si è piegato a essa con Giuseppe Conte prima e, dalla stessa, Di Maio ne è uscito con le ossa rotte ora. Vezzi del tutto personali che hanno finito per creare proprio quelle correnti interne vietate dallo statuto 5 Stelle.

Dimaiani che parlano di “noi” e di “loro” intesi come contiani. Grillo che non sembra curarsi di un Di Maio trasformatosi in perfetta sintesi dorotea antitetica al Movimento.

Perciò ormai vitale è la necessità di riaffermare con chiarezza una propria linea identitaria ricondotta ai valori fondanti. Valori che nel mischione draghiano sembrano essersi smarriti.

Oltretutto, l’autolesionistico limite dei due mandati, che mina le dinamiche parlamentari di base, andrebbe messo senza indugio da parte, cercando piuttosto di individuare e premiare una classe dirigente fautrice di politica virtuosa.

Ci sono bellissime e “illuminate” visioni ideologiche e, di contro, la realtà.

La grandezza sta nel saper creare la miglior coesione possibile fra esse.

Anna Lanciotti