Dopo il fallimento del processo che avrebbe dovuto condurre alle prime elezioni parlamentari e presidenziali a suffragio universale lo scorso 24 dicembre, in Libia la situazione è nuovamente buia. La ripresa del conflitto civile non è da escludersi se gli attori politici locali non decideranno di mettere da parte le aspirazioni personali e tribali per trovare un’intesa almeno di massima. Pare invece che ognuno di loro stia facendo di tutto per portare al collasso quel poco che è stato costruito dallo scorso anno, secondo le direttive dell’Onu, a partire dal governo di transizione.
Un esecutivo che sarebbe dovuto servire a indire consultazioni trasparenti è diventato esso stesso un ostacolo sulla strada per la pace, così come lo sono il parlamento e l’Alto Consiglio di Stato, una sorta di Senato. I pilastri di ogni democrazia si stanno facendo di nuovo la guerra al punto da disconoscersi l’un l’altro. Il parlamento, basato a Tobruk, in Cirenaica, ha reso noto che nominerà un nuovo primo ministro in settimana e, pertanto, l’attuale premier ad interim, Abdul Hamid Dbeibah, dovrà dire addio al sogno di rimanere al potere, motivo per cui ha boicottato l’appuntamento elettorale, dopo aver tentato di candidarsi pur avendo promesso che non l’avrebbe fatto.
Due candidati, il potente ex ministro dell’Interno, Fathi Bashaga, e il ministro-consigliere Khalid al-Baibas, sono comparsi lunedì scorso a Tobruk durante una sessione parlamentare per presentare i propri piani e avanzare offerte allo scopo di sostituire il primo ministro Abdul Hamid Dbeibah. Il presidente del Parlamento, Aguila Saleh, ha affermato che giovedì si svolgerà una votazione per nominare uno di loro primo ministro. La decisione di Saleh, che aveva tentato a sua volta di candidarsi, è una battuta d’arresto secondo la missione Onu, che sostiene lo svolgimento del voto presidenziale che è stato rinviato proprio a seguito di controversie sulle leggi che regolano le elezioni. La mossa aumenta anche la preoccupazione che questo voto possa dare il via a una ripetizione dello scisma del 2014 che ha visto emergere due governi paralleli, portando il paese a un nuovo conflitto. Il vice portavoce Onu, Farhan Haq, ha affermato che sono in corso negoziati. Dbeibah ha risposto alla mossa di Saleh affermando che lui e il suo governo rimarranno al potere fino a quando non si terranno “vere elezioni”, ma i legislatori continuano ad affermare che il suo mandato è terminato il 24 dicembre 2021. Il premier ad interim ha accusato Saleh di alimentare la divisione nel Paese e ha sollecitato la stesura di una nuova costituzione prima delle elezioni. Il presidente della Camera invece ha affermato che i legislatori hanno adottato una tabella di marcia per tenere le elezioni presidenziali entro 14 mesi dalla firma degli emendamenti costituzionali.
Intanto una commissione parlamentare dovrebbe tenere consultazioni con l’Alto Consiglio per elaborare gli emendamenti necessari entro una settimana. Khaled al-Mishri, capo del Consiglio e noto esponente della Fratellanza Musulmana, ha spiegato che i membri hanno concordato con il parlamento di adottare una tabella di marcia definita per le elezioni anche dopo la nomina di un nuovo governo.
“Abbiamo approvato la richiesta del parlamento, ma è necessario determinare il percorso costituzionale per le elezioni”, ha detto domenica scorsa. I gruppi armati in Tripolitania hanno contestato il cambio di governo, chiesto un calendario specifico per apportare modifiche alla costituzione, raggiungere la riconciliazione nazionale e unificare le forze armate. La Libia è stata governata da una dichiarazione costituzionale dalla rivolta della Primavera araba del 2011, che portò alla caduta di Gheddafi.