“La sinistra stia attenta: rischia il delitto perfetto”

“Non solo Zingaretti e Giani dovrebbero dire qualcosa di sinistra, ma dovrebbero dire qualcosa in generale…”. Marco Malvaldi, 46 anni, risponde dalla sua casa nelle campagne pisane, il feudo di Susanna Ceccardi, parafrasando il Nanni Moretti di Aprile. E da noto scrittore di gialli lancia un avvertimento al centrosinistra toscano: “State attenti perché domenica prossima qui si può consumare il delitto perfetto” dice tra il serio e il faceto. Ergo: la vittoria della Lega dell’ex sindaca di Cascina Ceccardi.

Malvaldi, la Toscana dopo decenni è tornata contendibile e la Lega può vincere: perché?

Intanto va detto che per la prima volta abbiamo avuto una campagna elettorale sui temi concreti e questo è positivo. Ma la differenza tra i candidati è che se Susanna Ceccardi ha fatto una vera campagna, Eugenio Giani non è stato all’altezza, soprattutto dal punto di vista della comunicazione.

Ovvero?

Faccio un esempio: in Toscana abbiamo una delle migliori sanità pubbliche d’Italia e se da noi, durante la pandemia, non è successo quello che è successo in Lombardia è perché il nostro sistema sanitario, come quello veneto ed emiliano, è uno dei fiori all’occhiello del nostro Paese. Lo vogliamo dire? Cosa sarebbe successo se non ci fosse stato il nostro sistema sanitario? Non ho mai sentito Giani e il centrosinistra parlarne.

Cosa dovrebbero fare Zingaretti e Giani per vincere?

Non dovrebbero dire solo qualcosa di sinistra, ma dovrebbero dire qualcosa in generale. In campagna elettorale non puoi pretendere di non dire niente e sperare e credere che tutto vada come è sempre andato. In questo la sinistra toscana è colpevolissima soprattutto visto che negli anni ha lavorato bene.

E allora perché il centrosinistra rischia di perdere?

Uno dei vizi della sinistra in Toscana è sempre stato questo: dopo anni di governo, anche buono, vengono candidate persone molto deboli perché tanto qui si è sempre votato così. Peccato che da qualche anno le cose non vadano più così e lo abbiamo visto a Pisa due anni fa e in molti altri Comuni come Siena.

Ma alla fine avverrà come in Emilia-Romagna dove gli elettori hanno respinto i barbari alle porte?

Il mio timore è che la Toscana sia molto diversa dall’Emilia per un motivo: a gennaio io sapevo tutto di Stefano Bonaccini e Lucia Borgonzoni anche se non votavo lì. Sapevo chi erano e cosa volevano fare. Il problema è che, da toscano, io non ho quasi la più pallida idea di chi sia Giani ed è grave perché mi considero una persona tra il mediamente e il più che mediamente informata. Ceccardi invece la conoscono tutti: quale sia il suo programma io lo so e per la maggior parte dei temi non sono d’accordo con lei. Ma qual è il programma di Giani? Qualcuno lo conosce? Per questo i toscani il 21 rischiano di ritrovarsi la Lega al governo.

Lei cosa voterà?

Ehm (sospira)… Alla fine mi turerò il naso e voterò Giani, ma sarà l’ultima volta che darò la mia fiducia a questa sinistra. Anzi, lo scriva, non voterò Giani, ma quelli che hanno governato finora.

Rousseau&governo: Grillo va a Roma per dar la rotta ai 5S

Sulla mascherina si è fatto riprodurre le parti del viso che altrimenti sarebbero rimaste coperte. Beppe Grillo non ama passare inosservato, né tantomeno gradisce che si dimentichino di lui. Così ieri è venuto a Roma a ricordarlo ai “ragazzi” del suo Movimento. Una visita che era nell’aria da tempo, almeno da giugno, quando Grillo era atteso in città per un “summit” sull’annosa vicenda degli Stati generali ancora senza data: cambiò idea all’ultimo minuto, piuttosto irritato dalla mole di telefonate con cui dal giorno prima avevano provato a convincerlo di cosa fosse giusto e sbagliato, di chi bisognasse punire e chi premiare.

Per questo ieri si è presentato in tutt’altra veste, quella di invitato di Marcello Minenna, il direttore dell’Agenzia delle Dogane che ieri presentava il suo libro blu. Sono in ottimi rapporti, nonostante il burrascoso trascorso dell’economista nella giunta guidata da Virginia Raggi, la sindaca che Grillo ha più volte incoraggiato alla ricandidatura e con cui anche ieri ha scambiato i consueti messaggini di sostegno.

Ma al di là delle questioni romane, Grillo sceglie di mettersi a sedere nel parterre di governo, con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con i ministri Luigi Di Maio e Roberto Gualtieri, con Massimo D’Alema e con il democratico Goffredo Bettini, grande teorico dell’alleanza giallorosa, come Grillo del resto. Si accomodano nella stessa fila, il mentore di Nicola Zingaretti e il garante dei Cinque Stelle. Parlano al solito metro di distanza, e a nessuno dei due sfugge che alle Regionali della prossima settimana, i due partiti di governo avrebbero dovuto avvicinarsi un po’ di più. Ma ormai è fatta, come noto. E per rimediare, salvo sorprese, bisognerà aspettare le Amministrative della prossima primavera.

Discuterà anche di questo, durante il soggiorno nella Capitale, che lascerà tra qualche giorno, con la promessa che Minenna gli troverà un posto nell’area sequestri dell’aeroporto di Fiumicino, se la sua carriera nello spettacolo dovesse ancora subire le restrizioni da Covid.

Più che per le battute, però, quella di ieri si è trasformata nell’occasione per ribadire il suo sostegno alla squadra guidata da Conte: “Continuate così”, dice Grillo al premier e a Di Maio, consapevole degli scossoni che dal prossimo lunedì torneranno ad agitare le acque della maggioranza. E anche del Movimento, assai diviso su come proseguire la sua “evoluzione”.

È di questo che Grillo ha poi discusso in separata sede con l’ex capo politico: si sono visti da soli, per una prima disamina, visto che il faldone delle questioni da affrontare non può esaurirsi in pochi minuti. Su tutte, la trattativa in corso con Davide Casaleggio, il figlio dell’imprenditore che con Grillo il Movimento l’ha fondato e ora è custode degli iscritti a Rousseau, la piattaforma su cui i 5 Stelle vivono e prendono le decisioni che contano. L’ipotesi di un contratto di servizio che trasformi il manager milanese in un fornitore come un altro è stata oggetto nei giorni di scorsi di un vertice dei big pentastellati e di un incontro con lo stesso Casaleggio.

Grillo è venuto per confrontarsi anche su questo. “Il movimento ha bisogno di tutti”, ha fatto sapere ieri Di Maio al termine del colloquio con il garante. Un modo per dire che non ci sono nemmeno gli intoccabili.

Renzi tifa per la sconfitta. Sa solo attaccare i giallorosa

L’undicesima Leopolda di Matteo Renzi, anche se in versione mini per rispettare le norme anti-covid, è una grande bolla completamente staccata dalla realtà. Come quelle bianche appese sul soffitto dell’ex stazione fiorentina, ormai diventata la casa del renzismo d’antan. L’ex premier, che si presenta in maniche di camicia con la moglie Agnese, parla come se fuori di lì non ci fosse un’intera Regione che tra una settimana rischia di cadere nelle mani della Lega di Susanna Ceccardi. Per buona parte del suo intervento Renzi non ci pensa nemmeno ad attaccare la candidata salviniana risalita pericolosamente nei sondaggi (la nomina solo un paio di volte) ma l’obiettivo è un altro: il Pd e la coalizione del governo Conte, nonostante in Toscana Italia Viva e i dem sostengano uniti Eugenio Giani e a livello nazionale governino insieme. Da un anno fa, edizione per celebrare la nascita del nuovo partito, non è cambiato niente. “Rispettiamo le strade di tutti, vogliamo bene a tutti ma chi negli anni ha calpestato questo luogo oggi non ci racconti che bisogna fare l’alleanza con i grillini: solo Italia Viva è la casa dei riformisti” esordisce l’ex premier che, come al solito, alterna il comizio al lancio di video e spot come un Mike Bongiorno qualunque.

Poi, dopo l’operazione nostalgia del filmato sulle dieci edizioni passate, torna a pestare duro contro il Pd in vista delle regionali. E parla solo di quelle sfide in cui IV e i dem corrono separati: “Chi è stato alla Leopolda non può allearsi con i grillini, con i giustizialisti come il giornalista del Fatto Ferrucio Sansa in Liguria che per anni è stato il principale accusatore del bravo presidente Pd Claudio Burlando” attacca. Cita anche Guccini: “Ognuno invecchi come gli pare ma noi abbiamo fatto un’altra scelta dalla Liguria a Pomigliano: un grosso abbraccio a Ivan Scalfarotto che corre in Puglia contro il populista Michele Emiliano, a Daniela Sbrollini in Veneto e Aristide Massardo in Liguria”. Renzi non nomina mai Maurizio Mangialardi, candidato comune nelle Marche, mentre su Giani, che sarebbe il suo uomo, glissa veloce e anzi ammette la sua debolezza rispetto alla Ceccardi: “Se dobbiamo eleggere un candidato che sa comunicare e usare i social la partita è a rischio – dice tradendo un po’ di imbarazzo – ma sulla politica vinciamo noi e il Pd deve smettere di lamentarsi sui sondaggi”. Anche se l’unico paragone tra i due è lontano anni luce dai programmi: “Da una parte c’è un’europarlamentare europea (Ceccardi, ndr) che sta con Marine Le Pen, dall’altra il nostro candidato che conosce tutti gli organizzatori delle sagre regionali”. Non proprio un complimento. A fine serata, in pieno stile berlusconiano, fa firmare a Giani un “impegno” per prendere le risorse del Mes che il governo non vuole.

Renzi poi non può lasciarsi sfuggire la ghiotta occasione di logorare il governo su scuola (“Noi dicevamo di riaprirle a maggio, oggi pensano ai banchi a rotelle” schernisce la ministra Azzolina) e sul referendum sul taglio dei parlamentari.

Prima imbastisce un sondaggio estemporaneo su quanti dei 150 presenti voteranno Sì (alza la mano una decina di persone) e poi, anche se non lo dice dritto, si capisce chiaramente che lui è per il No: “Questa è una riforma demagogica e populista” dice convinto. E, come se l’orologio si fosse fermato a quattro anni fa, riparte con la solita solfa sulla sua riforma costituzionale “che era una vera svolta” perché “oltre a ridurre i parlamentari, riformava il bicameralismo paritario e aboliva il Cnel”. Qualcuno applaude – pochi – e una sua fan sulle tribune sbadiglia: “Ancora il Cnel?!”. Nel mezzo, al posto dei tavoli di lavoro ci sono dei mini panel su scuola (con l’ex sottosegretario alfaniano Gabriele Toccafondi e la sindaca Isabella Conti), sanità e infrastrutture con l’immancabile Raffaella Paita che sponsorizza il cemento delle grandi opere, dall’aeroporto di Firenze allo stadio. Assente Maria Elena Boschi. Nel finale l’ex premier introduce l’ospite d’onore, la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova (“Con il Pd avremmo potuto candidarla al posto di Emiliano”) e si esercita nel tiro al governatore pugliese: “In Puglia corrono due destre, tra cui quella del populista Emiliano”. Applausi. E ancora, l’ordine di scuderia è quello di attaccare il Pd e i giallorosa (con cui Bellanova governa): “Il Pd torni in sé, altro che ritirare le querele contro il M5S”.

Il popolo renziano si alza in piedi per applaudire: l’antigrillismo funziona ancora.

“Hanno picchiato Willy sapendo di poter uccidere”

Domenica notte il branco ha picchiato per uccidere, utilizzando contro Willy Monteiro Duarte “colpi ben assestati e non casuali”. Gabriele e Marco Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia, arrestati per il pestaggio che è costato la vita al 21enne nella notte tra il 5 e il 6 settembre a Colleferro, vedono peggiorare la loro posizione. Come anticipato dal Fatto, la Procura di Velletri ha aggravato l’ipotesi di reato: non più omicidio preterintenzionale, ma volontario, aggravato da futili motivi. La conferma arriva in mattinata, dopo che Saverio Potenza, medico legale consulente del pm, ha consegnato le prime sommarie indicazioni dell’autopsia.

Un documento che si va ad aggiungere al racconto di testimoni oculari, secondo cui i quattro nei giardinetti appena dietro la caserma dei carabinieri si sarebbero accaniti su Willy con colpi inferti in sequenza, fino ad arrivare a saltare sul corpo inerme. Una violenza tale da causare sul corpo del ragazzo polifratture dal collo all’addome e inferti – questo il ragionamento di chi indaga – con la consapevolezza che avrebbero potuto determinare conseguenze mortali. Un accanimento in grado di giustificare la nuova accusa, per la quale ora i quattro rischiano fino all’ergastolo.

Le indagini proseguono. Gli inquirenti puntano a rendere ancora più solido l’impianto accusatorio nei confronti dei fratelli Bianchi, che nell’omicidio hanno avuto un ruolo primario. I due nel corso dell’interrogatorio di convalida hanno respinto le accuse arrivando persino a coprire gli altri due indagati: “Non abbiamo dato nessun colpo. Belleggia e Pincarelli non hanno dato colpi… Willy è caduto con la mia spinta ma lui si è alzato e poi sono andato via”. Ma la strategia potrebbe cambiare: a farlo pensare è una lista contenente i nomi di almeno cinque testimoni che la difesa dei “gemelli” ha inviato in Procura. Una mossa del legale Massimiliano Pica che appare come una risposta a Belleggia, che davanti al pm aveva ammesso di avere visto Marco colpire Willy. Nell’elenco anche il nome di Omar Sahbani, uno dei tre ragazzi tornati ad Artena con i Bianchi dopo il pestaggio, che su Facebook, in due post poi cancellati, si era detto pronto a raccontare la “verità”. In uno dei commenti tira in ballo Belleggia e Pincarelli: “E se non fossero stati Marco e Gabriele a uccidere quel povero ragazzo? Vi invito a iniziare a informarvi bene prima del dare dell’assassino!”.

Ieri sono stati diversi i giovani passati dal portone della caserma che dà su piazza Italia. “No, non siamo qui per Willy”, dice la maggior parte di loro. Ma almeno due, un uomo e una donna, sono stati ascoltati a lungo. Nel ricostruire tutte le fasi che hanno preceduto il pestaggio, potrebbe risultare prezioso il racconto di tre ragazze che quella sera avrebbero trascorso alcune ore con Marco e Gabriele e un loro amico. I fratelli hanno raccontato che le giovani si trovavano nel pub e si sarebbero recate con loro nella zona “del cimitero” per consumare un rapporto sessuale, senza conoscerne i nomi. Versione alla quale gli inquirenti non credono. Questa mattina, presso il campo sportivo della vicina Paliano, ci saranno i funerali pubblici di Willy: prevista anche la presenza del premier Giuseppe Conte.

“Violenti come i Casamonica”. Sono i due ‘gemelli’ Bianchi

“Nei locali qui intorno li conoscono tutti, quando entrano loro scende il silenzio”. Il ragazzo che parla, maglietta verde e pochi centimetri di pelle lasciata libera dai tatuaggi, è appena uscito dalla caserma dei carabinieri a Colleferro, a venti metri da dove Willy Monteiro Duarte è stato ammazzato di botte. Con la sicurezza di chi si sente invincibile al punto di picchiare sotto le finestre delle forze dell’ordine. Ad Artena, 8 km in linea d’aria, dove i fratelli sono di casa, un uomo di mezza età, seduto davanti a un bar vicino alla loro villa, azzarda: “I fratelli Bianchi? Hai presente i Casamonica? Ecco…”.

A chi vive in queste zone Marco e Gabriele fanno paura. I “gemelli” sono conosciuti in tutta la valle alle spalle dei Castelli Romani. Artena, Colleferro, Lariano, fino a Giulianello e Cori, in provincia di Latina. Nel giro di qualche anno si sono beccati dieci denunce in due, tutte per lesioni. I fascicoli sono custoditi al tribunale di Velletri. “Lavorano su commissione, chi ha un credito e non riesce a farsi restituire i soldi manda loro dal debitore. Arrivano, picchiano e tornano con i soldi”, racconta il giovane con la maglietta verde, fuori dalla caserma dei carabinieri. Lui che con l’inchiesta non c’entra nulla, ammette: “Li conosco bene, li conoscono tutti”. E gli inquirenti confermano. Un naso rotto, un braccio fuori uso, due denti saltati o una costola incrinata. Chi li denuncia però non fa mai riferimento al “movente”. Dicono: “M’hanno menato senza motivo, forse pensavano li avessi guardati male”.

Gli investigatori hanno le idee chiare, e hanno ricostruito la loro “professione”. Dal racconto di chi indaga, i “gemelli” lavorano come emissari dei pusher di zona: quando gli acquirenti iniziano a indebitarsi, gli spacciatori chiamano i “picchiatori”, che intervengono per pestare chi si è attardato troppo. “Molti nemmeno denunciano, non conviene”, ripetono quasi rassegnati. E c’è anche un giro, fisso. Di solito la loro serata inizia a cena ad Artena, al Nai Bistrot di Alessandro, il fratello maggiore, chef “di livello” che ha aperto a luglio. Poi parte il tour dei paesi. Colleferro è la prima tappa, fissa. In piazza Italia, davanti alla caserma, a due passi dal luogo del massacro. Poi si va a Lariano, comune dei Castelli attaccato alla frazione di Colubro, dove la famiglia Bianchi vive. Quindi Giulianello, sede delle Macellerie Sociali, il cui titolare Marcello ha raccontato le prepotenze dei “gemelli” sui social. Infine Cori, in provincia di Latina. “Il padre vive con il reddito di cittadinanza, loro non lavorano. Il fratello è l’unico che ha un’attività: hanno il villone, la macchina costosa, i viaggi, i vestiti firmati: come pensate se li paghino?”, dice un investigatore.

Ad Artena il clima di timore è palpabile: “Io non mi ci metto nei casini con voi, andate via”, attacca un ristoratore. Il proprietario di un bar di Colubro, 100 metri dalla villa dei Bianchi, ammette: “Li conosco da quando sono piccoli, ma qui non ci vengono a fare casino, io chiudo alle 8 di sera”. E aggiunge: “Saranno 20 anni che non vado lassù, ho avuto a che fare per riparare una fognatura, e basta”. “Lassù” sarebbe alla fine di via della Resistenza, in cima a una salitella dalla quale svetta la villa di famiglia: i nomi in corsivo sul citofono, il cane molosso che ringhia dietro al cancello e il suv bianco nel cortile ben curato. A una signora anziana, una vicina, domandiamo se quella è casa dei fratelli Bianchi: lei fa segno di fare silenzio con il dito alla bocca, poi con la mano indica la villa. Quindi dice: “Non lo so, non lo so”. Ma se chi vive nelle loro zone non lo sa, chi queste dinamiche le combatte non ha dubbi: “A Colleferro c’è stata una mentalità mafiosa – commenta in serata il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri –. Quei ragazzi, se sono stati loro, hanno avuto un atteggiamento mafioso, quello del controllo del territorio.

E non c’è solo la violenza. I Bianchi si fanno schermo dietro alle conoscenze importanti. La compagna di Gabriele è figlia di Salvatore Ladaga, ex vicesindaco e consigliere di Forza Italia, un “pezzo grosso della politica cittadina”. “Con gli affaracci dei Bianchi la politica non c’entra niente – spiegano gli inquirenti – ma loro a volte, prima di passare alle mani, si fanno forza anche di quello”. “Sono tutte fandonie, ormai ci sono mitomani che dicono qualsiasi cosa e i media se li bevono”, replica stizzito Mario Pica, uno dei due legali dei fratelli: “Facciamo parlare gli atti. Ricordiamoci come venne trattato Enzo Tortora”.

La licenza di gondoliere di padre in figlio. Il regalo elettorale alla lobby di Venezia

Primo sostituto gondoliere: “Nooo, nessun nome, io non devo esserci”. Secondo gondoliere: “Legga l’articolo 8, comma 4 del regolamento, che mette in barca chi fino a un giorno prima ha giocato con una playstation, e senza neanche fargli il test antidroga. Ma io non le ho detto niente”. Terzo sostituto: “Il sindaco Luigi Brugnaro ha fatto un bel regalo elettorale ai titolari di licenza. Ma la prego, nessuna attribuzione, altrimenti perdo il posto di lavoro”. Anonimato e paura. Sembra di essere tornati ai tempi della Serenissima quando le denunce si facevano nella “bocca del leon”, per non essere scoperti. Incredibile, ma vero, nella Venezia del turismo di massa falcidiato dal Covid, all’ombra del Campanile dove a imperversare sono di solito le ciacole. Eppure questi sono fatti, non pettegolezzi. E i gondolieri non sono fantasmi, ma ragazzoni muscolosi e abbronzati che tengono famiglia.

Il dono è costituito dal regolamento approvato dal consiglio comunale poche settimane fa e che assicura al clan dei gondolieri titolari di licenza, il diritto di tramandare il lavoro in famiglia. Una lobby di 433 persone, che perpetua se stessa. Perché al già esistente diritto alla “conduzione familiare” dell’impresa viene aggiunta la possibilità, fino al terzo grado di parentela, di salire sulla gondola come sostituti, previo superamento di un semplice test di voga. “Non c’è l’obbligo di seguire un corso che prevede conoscenza di lingue, nozioni di storia e diritto, oltre a una vera pratica. Basta superare un esamino, dove i giudicati sono sempre gli stessi, un giochetto in una piscina come l’Arsenale, non in Bacino con le onde, come abbiamo fatto noi” spiegano i gondolieri sostituti. Insomma, non ci sarebbe selezione vera sulle capacità di voga, in un mondo chiuso, che consente redditi da 100mila euro all’anno. Da un parte ci sono i 433 titolari di licenza che diventeranno 440 con il nuovo regolamento, e che ora possono far lavorare anche i familiari. I sostituti sono 160, ma diventeranno con nuovi concorsi 250 (a cui bisogna toglierne una decina positivi ai test antidroga).

“Ora lavoriamo pochissimo – aggiungono i sostituti anonimi – ma se i titolari daranno i posti ai parenti, noi saremo alla fame. Perché potrebbero moltiplicare di due-tre volte il numero dei supplenti, intasando il mercato”. Un giro di mezz’ora in gondola costa 80 euro con 5 passeggeri (prima erano 6). E quando un titolare viene sostituito, incassa dal sostituto il 40%. “Siamo presi per il collo, qualcuno chiede anche la metà. Una specie di pizzo, ma pur di lavorare…”. Ma perché la politica coccola i gondolieri? In un centro storico di 50mila abitanti, con l’indotto di cugini e nipoti, costituiscono un bacino elettorale che può fare la differenza.

Dati Istat: i nuovi disoccupati sono per metà under 35

Identikit di chi ha perso il lavoro per colpa del Covid: under 35, precario e con contratto part-time. In sostanza, chi prima dell’emergenza sanitaria già se la passava male ora è saltato dalla padella alla brace, da un impiego povero alla disoccupazione. I dati Istat sul trimestre aprile-giugno 2020 dicono che, rispetto allo stesso periodo del 2019, abbiamo ben 841mila occupati e 2,2 miliardi di ore lavorate in meno.

“I giovani di 15-34 anni – dice l’Istat – presentano la diminuzione più marcata (-2,2 punti)”. Tra i nuovi disoccupati, sono 333mila quelli che avevano un rapporto a tempo parziale, involontario per 254mila. Il virus ha colpito il mercato del lavoro con una violenza superiore a quella di qualsiasi crisi ma l’impatto non è uguale per tutti. I dipendenti stabili, infatti, sono usciti indenni per il divieto di licenziamento: nel trimestre sono addirittura aumentati rispetto al 2019 (più 55 mila). Il crollo ha riguardato quelli a termine, categoria che registra un calo di 677 mila, 228 mila part-time. I lavoretti da poche ore settimanali sono molto diffusi nel commercio, nei servizi, nel turismo e nella ristorazione: i settori più penalizzati dal lockdown hanno lasciato per strada l’esercito di precari sui quali si reggevano.

L’effetto del Covid è stato quello di allontanarci ancora di più dai livelli che l’Italia aveva raggiunto prima della crisi del 2008. Nel secondo trimestre di quell’anno, infatti, le ore lavorate nel nostro Paese raggiunsero la quota record di quasi 11,6 miliardi. Poi la discesa ripida dovuta alla recessione e quel gap non è mai stato colmato nemmeno negli anni della (lenta) ripresa. Anche prima della pandemia, il monte ore della nostra economia non è mai andato oltre gli 11 miliardi per trimestre. Tra gennaio e marzo ha subito il primo calo, passando a 10,1 miliardi, per poi sprofondare agli 8,7 miliardi del periodo aprile-giugno. In pratica, rispetto al pre-crisi del 2008, ora mancano quasi tre miliardi di ore di lavoro.

È iniziato a Roma il maxi processo “Rinascita-Scott”

È iniziato lontano dalla Calabria il maxi-processo “Rinascita-Scott” nato da un’inchiesta della Dda di Catanzaro che ha chiesto il rinvio a giudizio per i 456 imputati tra mafiosi, politici e pezzi deviati delle istituzioni. Per problemi di spazio, infatti, la prima udienza preliminare si è tenuta ieri a Roma, nel carcere di Rebibbia. Lo scorso dicembre buona parte degli imputati erano finiti in manette: dai boss di Limbadi ai loro gregari. Ma anche ex parlamentari, ex consiglieri regionali, sindaci, carabinieri e professionisti al servizio dei clan. Persino avvocati massoni come l’ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli, definito “la cerniera tra i due mondi”. Per lui, che ha scelto il rito immediato, il processo inizierà a novembre ma con ogni probabilità la sua posizione sarà riunita al troncone principale.

Come da prassi, l’udienza di ieri è stata dedicata alla costituzione delle parti, comprese quelle civili tra cui la Regione Calabria, e molti comuni del Vibonese. Ieri, inoltre, diversi avvocati hanno sollevato eccezioni riguardo il mancato rispetto delle norme sul distanziamento sociale. Alcuni legali sono andati via da Rebibbia poiché affetti da problematiche sanitarie personali.

In aula bunker era presente non solo il pool della Dda ma anche il procuratore Nicola Gratteri secondo cui il processo “Rinascita” è “la pietra angolare nella conoscenza della ’ndrangheta e di questa nuova frontiera del crimine di matrice calabrese che si serve dei colletti bianchi per gestire il potere”.

“In questo processo – ha aggiunto Gratteri – c’è un’altissima percentuale di quella che convenzionalmente viene definita zona grigia, colletti bianchi. Professionisti, molti uomini dello Stato infedeli che hanno consentito anche a questa mafia di gente rozza, con la forza della violenza e con i soldi della droga, di essere oggi mani e piedi nella Pubblica amministrazione e nella gestione della cosa pubblica”.

Torre del Greco (Na), pomodori su Salvini. Il comizio del leader leghista dura 5 minuti

Urla e fischi al segretario della Lega Matteo Salvini ieri mattina a Torre del Greco (Napoli). Il leader leghista, in campagna elettorale per le Regionali del prossimo 20 e 21 settembre a sostegno del candidato governatore Stefano Caldoro, è stato costretto a abbandonare il comizio contestato da qualche centinaia di persone. L’intervento del leader della Lega dal palco si è quindi dovuto interrompere dopo appena cinque minuti e mezzo. “Chi lancia pomodori, insulta e minaccia non protesta, è un incivile”, è stata la replica del senatore Salvini ai manifestanti, riusciti nell’intento di impedire il regolare svolgimento della manifestazione. Il segretario della Lega, dopo essere stato a Pompei, avrebbe dovuto visitare i mercati di largo Santissimo e passeggiare in via Salvator Noto, ma essendo stato organizzato un corteo di manifestanti per contestarlo, le condizioni hanno consigliato ai responsabili del servizio d’ordine di puntare direttamente al gazebo dove lo avrebbero atteso gli attivisti locali. Non è bastato. Salvini, quindi, in compagnia di Antonio Tajani, ha proseguito il suo tour elettorale a Salerno.

Sileri: “Quarantena breve ok. Però più test, anche privati”

La Francia ha dimezzato la quarantena, da 14 a 7 giorni per chi è stato in contatto con un positivo. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, cerca un accordo europeo. Il Comitato tecnico scientifico ne discuterà a giorni. Anche il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri è dell’idea di ridurre.

Sette o 10 giorni? Per i contatti o anche per i positivi?

Non c’è un’evidenza scientifica. Cinque giorni no. Sette può avere un senso se c’è il tampone. Questo per i contatti, che oggi fanno la quarantena di 14 giorni anche con il tampone negativo. Per i positivi, anche asintomatici, bisogna aspettare la negativizzazione del tampone.

Un tampone o due?

Oggi sono due, ma se il tampone è affidabile può bastarne uno. E stiamo affinando l’attendibilità del risultato.

Quanti casi si perdono dimezzando la quarantena?

Gli studi dicono che in 5-6 giorni dal contatto solitamente ti positivizzi. Con 7 giorni intercettiamo la quasi totalità. Poi c’è chi sviluppa in 14. L’Ecdc (Agenzia europea per la prevenzione delle malattie, ndr) sconsiglia, indicando un rischio del 6%. Ma costa meno fare un tampone che lasciare una persona a casa per 14 giorni, peraltro il rischio è che molti non rispettino l’obbligo. Come avevo proposto per arrivi extra-Schengen. Arrivi, fai la quarantena, 5-6 giorni e tampone, magari 7 per sicurezza. Abbiamo il problema dei ricongiungimenti familiari, l’ultimo dpcm risolve per i coniugi ma non per i figli, c’è ancora chi deve fare la quarantena o non può arrivare dai Paesi bloccati. Bisogna fare più tamponi.

Il professor Andrea Crisanti ha proposto di arrivare dagli attuali 100mila a 3-400mila tamponi al giorno, con un sistema di laboratori fissi e mobili. Nel Cts e al ministero c’è chi dice che più di un milione a settimana non si può. E allora?

Non dobbiamo farne 3-400 mila tutti i giorni ma avere questa potenzialità per le settimane, specie invernali, in cui servirà. Non solo tamponi: ci sono i test salivari e io sostengo gli studiosi che li chiedono; altri test rapidi, bistrattati, fanno un’ottima opera di screening.

All’aeroporto di Fiumicino un falso negativo ogni sei.

Sta migliorando l’attendibilità, i prodotti nuovi sono migliori.

Siamo subissati di segnalazioni sul tracciamento che non funziona. Cosa succederà quando i sospetti contagi si moltiplicheranno tra scuole, autobus e influenza stagionale?

Le ricevo anch’io, poche ma sempre troppe. Cinque-sei al giorno: chi aspetta il tampone, chi la risposta, chi ha avuto informazioni sbagliate, una volta si sono persi il tampone…

A marzo non eravate preparati, poi cosa è stato fatto per migliorare?

Sono state fatte assunzioni di medici e infermieri, sono state istituite le Usca, Unità speciali di continuità assistenziale. Molte Regioni hanno provveduto. Ma a volte il sistema si inceppa. Ci sono carenze organizzative, problemi delle Asl. Ci vuole più uniformità tra le Regioni, maggiore formazione del personale e informazioni puntuali al cittadino. Ed è necessario scaricare l’app Immuni. Io sono per il pubblico come centro del Servizio sanitario nazionale, ma i tamponi possono farli anche le strutture private convenzionate al prezzo del pubblico, purché trasmettano i dati al pubblico.

Quale prezzo?

C’è un range da 25 a 70 euro.

In Emilia-Romagna chi può ne paga 130.

Il tampone deve pagarlo lo Stato se si fa su indicazione dei medici di medicina generale, del pediatra libera scelta o per il contact tracing. Poi c’è l’azienda che vuole controllare i dipendenti, la squadra di calcio, chi vuole farsi il tampone per sicurezza: lì il discorso è diverso.

Nessuno scienziato scommette sul vaccino entro l’anno ma la politica lo annuncia. E i titoli delle aziende schizzano in Borsa. Qualcuno lo fa apposta?

Spero proprio di no. Ci vedo semmai l’entusiasmo di fronte a uno studio incoraggiante. Non ho mai detto che lo avremo a fine anno, ci vorranno da 6 a 12 mesi. E non puntiamo solo sul vaccino, bisogna sostenere la ricerca sulle terapie, sugli anticorpi monoclonali, sul plasma iperimmune.