Covid meno letale: Galli e Zangrillo litigano sul perchè

“La permanenza in ospedale del presidente Silvio Berlusconi prosegue ed è caratterizzata da un quadro clinico generale confortante”, rassicura ieri il professor Alberto Zangrillo, responsabile della Terapia intensiva generale e cardiovascolare dell’ospedale San Raffaele di Milano. Ma la miccia, Zangrillo, l’accende la sera precedente a Piazzapulita su La7: “La carica virale che caratterizzava il tampone di Berlusconi era talmente elevata che a marzo/aprile lo avrebbe ucciso. Lui lo sa. Non è una boutade tanto per esagerare, visto il personaggio di cui stiamo parlando. Se nell’interazione tra virus e paziente succede qualcosa di diverso, non significa che il virus non ci sia più. Significa che si manifesta in una forma differente”.

Eppure c’è chi la vede diversamente, come il professor Massimo Galli, direttore di Malattie infettive di un altro ospedale di Milano, il Sacco. “La differenza tra adesso e marzo/aprile – spiega l’infettivologo – sono le cure. Quella con il farmaco Remdesivir, a cui attualmente mi risulta sottoposto anche Berlusconi, cinque mesi fa iniziavamo appena a somministrarlo in uso compassionevole. Il Remdesivir ha dimostrato di avere una buona riuscita, anche se non è l’arma finale al momento è il meglio che abbiamo, il che è molto meno di zero”. Rispetto alla carica virale il professor Galli ha le idee chiare: “La relazione tra carica virale del SarsCov2 e mortalità non è certa… abbiamo avuto casi di positivi con una altissima carica virale ma completamente asintomatici. Certamente quando si è avanti con l’età la carica virale può essere uno degli elementi di pericolo”. Ma Zangrillo non è d’accordo e ribadisce in serata al Fatto: “Il problema non sono le cure. I malati che arrivano all’osservazione clinica oggi non sono quelli che arrivavano a marzo/aprile. Quel che è cambiata è l’interazione tra il coronavirus e l’organismo ospite e non lo dico io, lo dice tra gli altri il professor Massimo Clementi, direttore del laboratorio di Virologia del San Raffaele. E il perché questa interazione sia cambiata ancora non lo sappiamo”.

Sulla stessa linea di Galli, invece, troviamo anche Andrea Crisanti, docente di microbiologia all’Università di Padova, consulente tecnico della Regione Veneto per la gestione della pandemia e consulente speciale della Procura di Bergamo per le indagini sulle morti per Covid-19 nelle Rsa e nella sanità lombarda: “Ora siamo più preparati, sicuramente la terapia è molto migliorata, anche perché abbiamo molte più informazioni sulle patologie che questo nuovo coronavirus causa a diversi organi. A marzo/aprile si faceva una terapia prevalentemente di sostegno respiratorio, adesso sappiamo che se questi pazienti vengono trattati con anti infiammatori, con anticoagulanti e con un particolare antivirale sicuramente hanno una forma più benigna”.

Tra addetti ai lavori c’è comunque dibattito, interviene anche Matteo Bassetti, direttore della Clinica malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova: “Se non è la carica virale, allora è evidente che ci sono altri fattori tra cui indubbiamente la nostra capacità di intercettare più rapidamente i pazienti e di curarli meglio. È anche cambiata la consapevolezza dei cittadini di fronte alla malattia, sono loro che riconoscono alcuni sintomi e chiedono il tampone. Altrimenti non saremmo mai arrivati a questa drastica riduzione della letalità: oggi siamo intorno all’1%. A marzo/aprile eravamo intorno al 15”.

Salgono i casi, il 28% over 50. “Peggioramento progressivo”

Per la sesta settimana i casi aumentano, l’indice di riproduzione del virus Rt rimane sopra 1, (1,14) per un intervallo di confidenza tra 0.71 e 1,53 nei 15 giorni tra il 20 agosto e il 2 settembre. Significa che ogni persona infetta ne contagia in media a sua volta più di una, anche a volerlo calcolare nel modo più cauto e cioè sui soli sintomatici come fanno ministero della Salute e Istituto superiore di sanità. Per chi la calcola su tutti i contagiati è superiore 3.

Risale anche l’età media dei contagiati, che era sopra i 60 anni nel pieno dell’emergenza di marzo ed è poi scesa fin quasi a 30 ad agosto, quando a infettarsi erano soprattutto giovani in vacanza, che come sappiamo rischiano meno dei genitori e dei nonni. Nella settimana 31 agosto-6 settembre è tornata a quota 35: “È un inizio di trasmissione intrafamiliare”, spiega il professor Gianni Rezza, direttore della Prevenzione del ministero della Salute. Nelle scorse settimane gran parte dei contagi si doveva ai rientri dalle zone turistiche, che naturalmente diminuiscono. I positivi con età superiore a 50 anni “sono nel periodo 24/8-6/9 circa il 28%; erano poco più del 20% nelle due settimane precedenti”.

Sono i dati del monitoraggio settimanale diffusi ieri dalla cabina di regia di ministero e Iss. Un “lento e progressivo peggioramento” della situazione, “sebbene inferiore a quello di altri Paesi della stessa area”, dovuto alla circolazione “sempre più rilevante” del coronavirus “su tutto il territorio nazionale, che provoca focolai anche di dimensioni rilevanti e spesso associati ad attività ricreative che comportano assembramenti e violazioni delle regole di distanziamento”, si legge nella nota che accompagna i numeri. Nei sette giorni presi in esame sono stati registrati “2.280 focolai attivi di cui 691 nuovi (la definizione adottata di focolaio prevede 2 o più casi positivi tra loro collegati), entrambi in aumento per la sesta settimana consecutiva (nella precedente erano stati segnalati 1.799 focolai attivi di cui 649 nuovi)”.

“Questo comporta – sottolineano ministero e Istituto – un sempre maggiore impegno dei servizi territoriali nelle attività di ricerca dei contatti”, che come vediamo tutti i giorni procede con ritardi e difficoltà. Focolai connessi ad “attività ricreative” ma anche nei luoghi di lavoro.

La cabina di regia segnala un “aumento nei nuovi casi segnalati in Italia per la sesta settimana consecutiva con una incidenza cumulativa negli ultimi 14 giorni (24/8-6/9) di 27.89 per 100 mila abitanti” che aumenta costantemente dai primi di luglio, quando la curva epidemica ha segnato il punto più basso, con circa 12 mila casi attivi. Ieri erano 36 mila. In Francia, dove viaggiano sui 10 mila casi al giorno, l’Agenzia europea Ecdc calcola 135 casi ogni 100 mila abitanti. In Germania 21. Anche da noi, però, in due mesi sono triplicati i contagiati (ieri 1.616 nuovi casi con 98 mila tamponi, in linea con i giorni scorsi), i ricoverati (1.849) e i pazienti in terapia intensiva, 175 ieri, ma ai primi di aprile superavano i 4 mila.

Nella settimana 31 agosto-6 settembre “il 37% dei nuovi casi in Italia è stato identificato tramite attività di screening, mentre il 31% nell’ambito di attività di contact tracing. I rimanenti sono stati identificati in quanto sintomatici (27%) o non è riportata la ragione dell’accertamento diagnostico (5%)”. La cabina di regia valorizza che “il 68% dei nuovi casi sono stati diagnosticati grazie alla intensa attività di screening e alla indagine”, diversamente da quanto avveniva in emergenza. Mentre uno su tre ha sintomi.

Quanto agli ospedali, quasi in tutta Italia c’è un aumento dei ricoverati. Il tasso di occupazione media in area medica è aumentato dall’1 al 2%, in terapia intensiva dal 2% al 3%, con valori superiori al 5% per alcune Regioni. Non vi sono “segnali di sovraccarico”, ma “la tendenza osservata potrebbe riflettersi a breve tempo in un maggiore impegno”.

“Il bando pubblico scritto ad hoc per Andromeda”

Un bando di gara scritto da chi a quel bando doveva partecipare. Tra le presunte irregolarità che hanno portato all’arresto dei commercialisti della Lega per la vicenda della Lombardia Film Commission, questa è forse la più clamorosa.

Il fatto è riportato nelle 60 pagine con cui il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Milano, Giulio Fanales, ha disposto gli arresti domiciliari per Alberto Di Rubba, Andrea Manzoni, Michele Scillieri e Fabio Barbarossa. Accusati a vario titolo di peculato, turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, gli indagati avrebbero organizzato e realizzato un colpo da 800mila euro. Soldi pubblici, della Lombardia Film Commission, finiti nelle loro tasche grazie a “un’operazione illecita” e “particolarmente ingegnosa”. Ingegno e sfacciataggine, viene da dire leggendo quanto ricostruito dal gip Fanales in merito al bando di gara, più propriamente detto “avviso pubblico per la ricerca di un immobile”.

La vicenda è stata ricostruita grazie alla testimonianza di Michaela Guenzi, tuttora dipendente della Lombardia Film Commission, non indagata, ai tempi responsabile della pubblicazione dell’avviso pubblico. Guenzi ha raccontato agli inquirenti come sono andate le cose. La donna ha dichiarato di aver ricevuto da Di Rubba l’ordine di scrivere una mail a Scillieri per chiedergli una bozza dell’avviso pubblico per la ricerca dell’immobile. Il giorno seguente, Scillieri ha inviato quanto richiesto mettendo in copia anche Di Rubba. Risultato? Il documento redatto da Scillieri era perfettamente identico all’avviso pubblicato in seguito dalla Lombardia Film Commission. Avviso a cui ha risposto solo un’impresa: l’Immobiliare Andromeda, ai tempi amministrata e controllata da chi? Dal cognato di Scillieri, Fabio Barbarossa.

Anche per questo il gip descrive Scillieri – commercialista nel cui studio era domiciliata ai tempi Lega Salvini Premier, tuttora consulente della Lombardia Film Commission – “l’anello di congiunzione” tra l’ente pubblico e Immobiliare Andreomeda, cioè tra compratore e venditore. Scillieri: l’uomo che tra il 2016 e il 2017 s’incontrava con Manzoni, Di Rubba e Sostegni davanti alla sede della Lega, in via Bellerio, per parlare dell’affare Film Commission. È proprio intercettandolo a colloquio con Di Rubba che gli investigatori capiscono di che pasta sono fatti i due. È il 19 maggio del 2020. Sono i giorni in cui Luca Sostegni, presunto prestanome usato per l’operazione, si sta lamentando per i pochi soldi ottenuti in cambio delle sue prestazioni. Scrive il gip: Scillieri e Di Rubba “concordano circa la necessità di superare il malcontento serpeggiante fra i sodali in conseguenza dei guadagni rilevatisi minori del previsto, perché, come testualmente affermato da Scillieri, “ne faremo altre mille… la prossima volta andrà bene, invece di 50 ne prendi 70”. Da qui la decisione di arrestarli per evitare la reiterazione del reato.

Quella cena romana a maggio tra Salvini, Calderoli e Manzoni

Cena romana tra i vertici della Lega e uno dei commercialisti arrestati giovedì a Milano. Tavolo per quattro. Si discute di soldi e di un direttore di banca amico sulla via del licenziamento. L’annotazione della Guardia di finanza è del 29 maggio ed è agli atti dell’inchiesta Film Commission coordinata dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi. Al tavolo è presente il professionista Andrea Manzoni, amico di università del tesoriere del Carroccio Giulio Centemero. Siedono poi il capo del partito Matteo Salvini, il vicepresidente del Senato nonché coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Roberto Calderoli e il senatore bresciano Stefano Borghesi, eletto nel 2018, commercialista di professione e già socio di studio con Manzoni, Alberto Di Rubba, altro indagato nell’indagine, e lo stesso Centemero.

La cena, stando alle indagini, si svolge tra il 24 e il 26 maggio. Al centro dell’incontro il futuro di Marco Ghilardi, amico di Di Rubba (che in passato aveva lavorato in banca e proprio alle dipendenze di Ghilardi). Ghilardi, dopo una contestazione disciplinare da parte dell’istituto bancario dove lavora, rischia il licenziamento da direttore della filiale di Ubi Banca di Seriate, Bergamo. La sua cacciata è legata al fatto di non aver segnalato alcune operazioni sospette relative a conti di società riconducibili a Di Rubba e Manzoni presso la stessa banca di Seriate. Operazioni anomale che erano state oggetto di alert da parte dell’Uif di Bankitalia già nel 2019. Su quei conti, secondo le indagini, in sei anni sarebbero passati circa 2 milioni di euro. Sempre Ghilardi (che non è indagato), subito dopo il 2015 era stato contattato dagli stessi commercialisti per aprire nella sua filiale conti dedicati alle articolazioni regionali della nuova Lega di Salvini il cui primo indirizzo è risultato identico a quello dello studio di Michele Scillieri, altro commercialista coinvolto nell’indagine. L’operazione dei conti associati alle leghe regionali, si ragiona in Procura, sarebbe stato un modo per creare casse esterne e così sottrarre i soldi del partito al rischio di sequestro collegato all’inchiesta della procura di Genova sui 49 milioni di rimborsi elettorali spariti. Quell’operazione però non andò in porto perché bloccata dai vertici di Ubi.

I soldi, dunque, sono il piatto forte della cena romana alla quale partecipa anche Salvini che, come Calderoli e Borghesi, non è al momento indagato. Il racconto della cena emerge, a quanto risulta al Fatto, dalle intercettazioni e dall’analisi dei tabulati. I brogliacci colgono la preoccupazione – riferita dagli indagati, intercettati anche col trojan – dei vertici del partito per le vicende della filiale Ubi di Seriate. L’affare è tanto delicato da scomodare per questo incontro riservato e lontano da luoghi istituzionali lo stesso Salvini.

Marco Ghilardi, dopo quella cena, sarà licenziato e i commercialisti della Lega si adopereranno per fargli avere un avvocato importante. L’episodio della cena sposta l’indagine oltre il recinto tracciato della vicenda Film Commission. Tra una portata e l’altra, infatti, il tema non sono solo i soldi, ma quel flusso di denaro che la stessa Unità di informazione finanziaria (Uif) presso la Banca d’Italia aveva segnalato un anno prima. Del resto, già Andrea Manzoni nelle sue spontanee dichiarazioni del 3 settembre aveva spiegato come era stato il tesoriere della Lega Giulio Centemero (non indagato, ma imputato per finanziamento illecito in un’altra inchiesta milanese, relativa all’associazione Più Voci) a coordinare la nomina di Di Rubba alla presidenza della fondazione regionale Lombardia Film Commission. Particolare confermato in un verbale dall’ex assessore regionale alla Cultura Cristina Cappellini. La vicenda che riguarda l’acquisto di un immobile da 800mila euro con soldi pubblici, amministrati allora da vertici regionali leghisti, è solo un capitolo di una romanzo più ampio. Che si svolge tra Roma, Milano, Bergamo e la Svizzera, dove la Procura sta tentando di tracciare i soldi riferibili al prestanome Luca Sostegni, arrestato a luglio. Per Sostegni, parte di quel denaro sarebbe servito per la campagna elettorale del partito. Particolare non confermato dai pm. Bisogna dunque continuare a cercare. Di certo tutto il risiko, Film Commission e presunte casse esterne, non era sconosciuto a Salvini durante quella cena romana.

In arrivo nuovi indagati: per i pm elementi sui 49milioni spariti

Non solo Di Rubba, Manzoni, Scillieri, Barbarossa e Sostegni. Ci sono altri indagati – tra cui, notizia di ieri, Francesco Barachetti – nell’inchiesta sulla Lombardia Film Commission, ma la procura di Milano per ora mantiene il riserbo sui loro nomi. Da mesi gli investigatori sono impegnati a ricostruire i flussi di denaro pubblico finiti in tasche private: 800mila euro usciti dalle casse della LFC, ente controllato dalla Regione e finiti per circa un quarto (178mila euro) sui conti personali di Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, i commercialisti voluti da Matteo Salvini e dal fedele tesoriere Giulio Centemero come custodi finanziari del gruppo Lega al Senato e alla Camera.

Se questi sono i numeri riportati nell’ordinanza che ha portato all’arresto, fra gli altri, di Di Rubba e Manzoni, resta da capire dove sono finiti gli altri soldi. Una parte, circa 200mila, sono stati incassati dalla Barachetti Service, azienda bergamasca controllata da Francesco Barachetti, amico e compaesano di Di Rubba. È l’azienda incaricata di ristrutturare l’immobile di Cormano, quello acquistato dalla Film Commission. Barachetti è stato però iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di concorso in peculato: segno che gli inquirenti hanno indizi sufficienti per pensare che l’ex elettricista di Casnigo non si sia limitato a eseguire lavori di ristrutturazione. Anche perché la sua ditta, come dimostrano alcune segnalazioni della Uif di Banca d’Italia, ha ricevuto parecchi bonifici dalla Lega proprio nel periodo in cui le casse del partito si svuotavano, facendo perdere in mille rivoli i 49 milioni di euro frutto della truffa ai danni dello Stato. Barachetti potrebbe essere dunque il punto di contatto tra l’inchiesta milanese su LFC e quella genovese sul presunto riciclaggio dei 49 milioni.

Ma torniamo agli 800mila euro spesi dall’ente lombardo per acquistare un immobile che solo un mese prima valeva la metà, cioè 400mila euro. Perché questo è il prezzo pagato da Immobiliare Andromeda, società al tempo controllata da Fabio Barbarossa (cognato di Scillieri), per comprare il capannone di Cormano dalla Paloschi Srl, società di proprietà di Marianna Dubini, piena di debiti fiscali e con un unico asset: il capannone, appunto. Gli investigatori ipotizzano che tutta l’operazione sia stata architettata per distogliere l’immobile dalla Paloschi lasciando così il cerino (i debiti) in mano allo Stato. Da qui l’accusa di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.

I reati di peculato e di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente sarebbero invece avvenuti dopo, quando il capannone è stato venduto da Andromeda alla Lombardia Film Commission e i soldi sono finiti sui conti di Di Rubba, Manzoni e soci. Una vendita particolare, evidenzia il gip nella sua ordinanza. Perché l’ente pubblico ha versato tutti gli 800mila euro nelle casse dell’Andromeda all’atto preliminare di vendita, prima ancora che iniziassero i lavori di ristrutturazione previsti. Una pratica decisamente inusuale.

E i soldi? Se 200mila euro sono andati a Barachetti e 178mila euro sono stati intascati da Di Rubba e Manzoni, dove sono finiti gli altri 400mila euro e rotti pagati da Lombardia Film Commission? Si legge nell’ordinanza di arresto che 260mila euro sono stati bonificati sui conti personali di Luca Sostegni, e subito dopo l’uomo li ha girati quasi interamente alla Fidirev, società fiduciaria con conti anche in Svizzera. È proprio dalla Confederazione elvetica che potrebbero arrivare informazioni utili per capire che fine hanno fatto i denari dei cittadini lombardi. Il procuratore aggiunto Eugenio Fusco e il pm Stefano Civardi, titolari delle indagini sulla Film Commission, hanno avviato una rogatoria per capire, attraverso la collaborazione dei colleghi svizzeri, chi ha beneficiato di quei 260mila euro. Non bastano per arrivare a 800mila. Per capire chi altro è coinvolto nella storia forse sì.

Il Genio del Giorno

Anche oggi, molti candidati al premio speciale “Genio del Giorno”.

Giorgio Gori, sindaco Pd di Bergamo: “Io e tutta la mia giunta per il No. Il taglio dei parlamentari riduce di molto la rappresentanza ai territori”, che a Bergamo ne perderebbe 7-8 su 20 e questo “produce diversi danni”. Se chi difende la Costituzione l’avesse letta almeno una volta, conoscerebbe l’art. 67: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione…”. Non gli interessi dei bergamaschi o dei crotonesi, ma tutti gl’italiani: il che distingue la rappresentanza dal clientelismo. È il sindaco che dovrebbe rappresentare i bergamaschi: magari proteggendoli dal Covid anziché aiutarlo a suon di “Bergamo non ti fermare!” e facili ottimismi contro “un clima di preoccupazione molto al di là del necessario” il 26 febbraio, in pieno dramma in val Seriana.

Roberto Saviano: “Dopo la scelta della direzione del Pd, voterò convintamente No. E il mio sarà un voto contro questa classe dirigente”. Cioè: per andare contro questa classe dirigente, vota per lasciarla tutta intera al suo posto. Non è meraviglioso?

Sandro Veronesi: “Non c’è nessun disegno dietro questo taglio dei parlamentari”. A parte il taglio dei parlamentari, si capisce. “Il problema non è il taglio dei parlamentari ma l’antipolitica… un capriccio pericoloso dei 5Stelle”. La famosa antipolitica di Einaudi, Nitti, Bozzi, Iotti, Rodotà, tutti convinti che i parlamentari fossero troppi quando Di Maio non era nato. L’antipolitica del 98% della Camera che un anno fa votò il taglio all’insaputa di Veronesi. L’antipolitica del Pd che propose 400 deputati e 200 senatori già nel 2008, senza che nessun Veronesi strillasse. “Le persone vengono reclutate in base all’obbedienza a un capobastone, perciò emergono i meno dotati. E sarà anche peggio dopo il referendum”. No, sarà uguale finché non cambierà la legge elettorale (che col No nessuno toccherà e col Sì dovrà mutare per forza): i nominati non dipendono dal numero dei parlamentari, ma dalle liste bloccate del Rosatellum. Contro cui non si ricordano gli alti lai di Veronesi. Si ricorda invece ciò che disse due anni fa: “Se mi chiedete di firmare per far tornare Berlusconi e il suo governo domani, io firmo col sangue”. Ecco, appunto.

Mattia Santori rifiuta la tessera della “Sinistra per Salvini”: “È una critica da fuori di testa. Viene da chi arrampica sugli specchi e nega la genesi di questo referendum, che nasce nell’accordo giallo-verde”. No, gioia: il taglio dei parlamentari è da 40 anni nei programmi del centrosinistra. E questo referendum nasce dalla raccolta di 71 firme fra senatori, quasi tutti leghisti e forzisti (che avevano votato Sì). Se il 20-21 settembre vai a votare No, è grazie alla Lega. Studia, ogni tanto.

La Germania dell’auto si scopre improvvisamente (troppo) fragile

L’industria automobilistica tedesca, la più importante in Europa, forse non sarà più in grado di assicurare il ruolo di traino all’economia nazionale che ha svolto negli ultimi dieci anni, arrivando a valere quasi il 10% del Pil. A sostenerlo non è uno dei tanti competitor in giro per il mondo, ma il prestigioso Institut der deutschen Wirtschaft (IW) di Colonia, che in uno studio di 45 pagine ha lanciato l’allarme su un comparto che da solo, tra l’altro, vale quasi la metà di tutti gli investimenti in ricerca e sviluppo del settore manufatturiero tedesco. Le cause di questa fibrillazione sono da ricercare, stando allo scritto, nello choc della domanda, che fatica a riprendersi dopo l’emergenza Coronavirus, e dalla congiuntura economica che in un momento già critico di per sè pone anche l’esigenza di un cambiamento strutturale storico, con la virata nella sull’elettromobilità. Che di certo non garantisce gli stessi volumi di vendita rispetto a quella tradizionale, e paventa la necessità di tagli occupazionali come mai prima. Ipotesi che i sindacati, il potente IG Metall in primis, rigettano, proponendo la settimana lavorativa di quattro giorni, dedicando il quinto agli aggiornamenti professionali necessari per conoscere meglio l’auto elettrica. Una delle proposte sul tavolo della Merkel, che martedì scorso ha ricevuto i rappresentanti del settore automotive. Nulla di fatto, in attesa di un nuovo confronto a metà novembre.

Sarà anche una fase transitoria, ma l’eccesso di risorse e capacità produttiva sta mettendo in seria difficoltà quella che tutti ritengono (a ragione, per molti versi) una corazzata.

Uber, Renault e Nissan uniti nell’elettrico

Diverse volte si è detto che la sharing economy avrebbe le potenzialità per dare una mano alla diffusione dei veicoli elettrici nel settore automotive. Il cui cammino piuttosto accidentato per ora non ha portato alla formazione di una massa critica in Europa, nonostante il trend di vendite di mezzi a batteria sia in crescita.

La mossa di Uber di qualche giorno fa, nondimeno, potrebbe dare una mano in tal senso: il colosso di San Francisco ha firmato una lettera di intenti con il gruppo Renault-Nissan, per incrementare il numero di veicoli elettrici in circolazione, così come le infrastrutture per la ricarica, proponendo un’offerta accessibile e 100% elettrica agli autisti che nel vecchio continente utilizzano la sua app.

In realtà, un progetto pilota tra Uber e Nissan era già stato messo in piedi, e con successo, nel Regno Unito.

Ora l’obiettivo è quello di estendere partnership e offerta anche ad altri mercati: inizialmente Francia (entro la fine del 2020), quindi Paesi Bassi e Portogallo, e in un secondo momento anche altri paesi.

L’80% delle attività europee di Uber, infatti, è concentrato in sette capitali europee: Amsterdam, Berlino, Bruxelles, Lisbona, Londra, Madrid e Parigi.

Proprio in queste città verranno proposte iniziative congiunte di marketing, soluzioni in grado di accelerare la mobilità elettrica, offrendo soprattutto (ma non solo) la possibilità di realizzare test drive di veicoli Renault e Nissan (i modelli in questione sono la Zoe e la Leaf, rispettivamente) agli autisti partner di Uber, che saranno così in grado di provare in prima persona l’esperienza di un tragitto urbano silenzioso e non inquinante, da proporre successivamente ai loro clienti.

Sensibilizzandoli dunque all’argomento, e contribuendo all’obiettivo di realizzare, nelle città sopra citate, metà delle proprie corse a impatto ambientale zero entro il prossimo quinquennio. Il primo passo verso la realizzazione di un piano strategico di più ampio respiro da parte dell’azienda californiana, che mira a diventare in un futuro più lontano una vera e propria piattaforma a emissioni zero.

Maserati MC20: dopo anni grigi, il “Tridente” prova a rilanciarsi

Il rilancio dal brand Maserati parte dalla nuova MC20, supersportiva a motore centrale che avrà il compito di risollevare l’immagine del Tridente e aprire la strada ai modelli ad alto tasso di elettrificazione in arrivo nei prossimi anni: quelli alimentati a batteria faranno parte di una linea che prenderà il nome di “Folgore”. Dal 2021 la MC20 sarà anche spider, mentre nel 2022 esordirà l’edizione 100% elettrica. Tuttavia, la MC20 (MC sta per Maserati Corse e 20 sta per 2020) debutta con un tradizionale 3 litri V6 biturbo a benzina denominato “Nettuno”, capace di 630 Cv di potenza massima e accoppiato a un cambio doppia frizione a 8 marce. L’auto scatta da 0-100 km/h in meno di 2,9 secondi e può superare i 325 km/h.

Il segreto delle sue prestazioni è da ricercarsi pure nella relativa leggerezza: l’auto pesa circa 1470 kg in ordine di marcia. Merito della sua sofisticata monoscocca di carbonio, messa a punto insieme ai tecnici della Dallara. Quest’ultima ha pure messo a disposizione la sua galleria del vento per definire l’avanzata aerodinamica della MC20 (il Cx è inferiore a 0,38). Nell’abitacolo spiccano i due schermi da 10 pollici, uno per la strumentazione tachimetrica, l’altro per il sistema infotelematico connesso alla rete. Lunga 4,67 metri, la vettura – che poggia su cerchi da 20”, gommati con pneumatici 245/35 davanti e 305/30 dietro – è stata progettata a Modena e verrà prodotta da fine anno nella sede di Viale Ciro Menotti. Il bolide in questione esordisce in un momento assai critico per le vendite di Maserati: se nel 2017 la Casa ha consegnato circa 51 mila auto, nel 2018 il computo è sceso a 35mila e nel 2019 a poco più di 19mila. Inoltre, come fanno presagire i risultati del primo semestre e la pandemia globale, il 2020 sarà un altro anno da dimenticare. Per risalire la china Maserati punta forte sulla nuova Grecale, inedito suv di medie dimensioni al debutto nel 2021: sarà assemblata a Cassino su una nuova catena di montaggio su cui FCA sta investendo 800 milioni di euro. Mentre il piano per i prossimi quattro anni è di lanciare 16 modelli nuovi o aggiornati.

Dopo la Grecale, nel 2022 seguiranno le nuove generazioni di GranTurismo e GranCabrio: il coupé sarà la prima auto della linea Folgore. Nel 2023 sarà la volta dell’ammiraglia Quattroporte e del Suv Levante, per arrivare al 2024 con l’intera gamma elettrificata. Nel 2025, secondo Maserati, circa il 75% delle vendite sarà generato dai suv, il 15/20% dalle berline e il resto dalle sportive. Target commerciale? Raggiungere una produzione annua di circa 100mila vetture e toccare un margine operativo medio del 15%. Nel mirino ci sono i tedeschi della Porsche.

Messico, nuvole (politiche), Dolce vita e il solito Trump

Ci si avvia verso la fine della Mostra e del mondo per come lo conosciamo. Lo sa Michel Franco, che porta in Concorso una distopia non così lontana, anzi, ravvicinata dal Covid: il suo Messico conosce un Nuevo Orden, che farà la proverbiale macelleria, ma senza ridurre la sperequazione tra chi ha e chi non avrà mai. “La Francia con i Gilet gialli, Cile, Colombia, Hong Kong, fino a Black Lives Matter, la mia paura è che i governi affrontino le rivolte in malo modo”.

Se la prende con Trump la tedesca Julia von Heinz, anche lei in gara con And Tomorrow the Entire World, dramma antifa con ispirazione biografica: “Trump ha criminalizzato gli antifascisti. Credo sia criminale criminalizzare chi si schiera contro il fascismo”.

Meno politiche e più calde le temperature, a Orizzonti, di Uberto Pasolini, che dopo il successo di Still Life inquadra il fine vita di un padre intenzionato a dare un’altra famiglia al figlio: il protagonista James Norton è superbo, la commozione alla carta, Nowhere Special in sala andrà benone.

Per l’Italia, invece, un grande futuro alle spalle e oggi scontri accesi: “Omessa la figura di mio padre, anch’egli sceneggiatore”, attacca il figlio di Brunello Rondi, Umberto, prendendo di mira La verità su La dolce vita, il bel documentario Fuori concorso diretto da Giuseppe Pedersoli e basato sugli archivi del nonno Giuseppe Amato, produttore del capolavoro felliniano. Il regista precisa “la nostra storia è un’altra”, ma Rondi minaccia di adire le vie legali.

Anche per le polemiche, oramai, dobbiamo puntare sul passato, da cui origina The Rossellinis (Settimana della Critica), la saga familiare di Roberto e i suoi discendenti, raccontata con spasso corrosivo dal nipote Alessandro.