Brian, Mission Impossible: 80 anni e un nuovo film

Un libro, un film – su Harvey Weinstein – e ottant’anni oggi: Brian De Palma non ha abdicato al futuro. Il romanzo, il suo primo, ha titolo immaginifico, Are Snakes Necessary?, la satira per genere, una scrittura a quattro mani, con la compagna Susan Lehman, e un’ispirazione biografica, al senatore fedifrago John Edwards. Sopra tutto, il De Palma touch: il suo politico tradisce la moglie malata di Parkinson con la bellissima videoreporter che ne sta documentando la campagna elettorale, ma le cose si mettono male, la morte entra in campo.

Non può stupire chi lo conosce sullo schermo, chi ne apprezza lo stile, unico, nel celebrare gli atti più efferati e solleticare gli appetiti più cinephile: Dziga Vertov non se ne abbia a male, De Palma è l’uomo con la macchina da presa, vestito per uccidere la nostra incredulità, la nostra assuefazione alla banalità. Quando la Mostra di Venezia, nel 2015, gli attribuisce il premio Glory to the Filmmaker, il direttore Alberto Barbera ne isola l’essenza: “Di fronte a un film di Brian De Palma si torna spettatori di grado zero”. Lui, inquadrato dagli amici Noah Baumbach e Jake Paltrow nel bel doc De Palma, rivendica l’argento vivo addosso, la resistenza al successo e all’insuccesso: “Succede sempre il contrario di quel che ti aspetti, l’unica possibilità è essere ironici, credere in se stessi, avere talento. E anche fortuna”.

Natali a Newark, New Jersey, l’11 settembre del 1940, apprendistato a New York e specializzazione nella New Hollywood, l’opera prima Oggi sposi, 1963, fa esordire un ventenne Robert De Niro, mentre è Sissy Spacek, nel 1976, a dare anima e corpo a Carrie – Lo sguardo di Satana (1976), che si scoprirà le stimmate del cult. Arriveranno, in un corpus di oltre 30, almeno altri due titoli con piena residenza nella Storia del Cinema: Scarface(1983), con Al Pacino e il potere di modellizzare un’antropologia criminale, e Gli Intoccabili (1987), con De Niro, Kevin Costner e Sean Connery, che vi ottiene il suo unico Oscar. Quando non tutto fila liscio, agli annali consegna comunque signore sequenze: oltre a quella sulla scalinata degli Intoccabili, predilige “la steadycam nel Falò delle vanità e la scena nel museo di Vestito per uccidere.

Alfred Hitchcock per nume tutelare, la saga di Mission Impossible con Tom Cruise tenuta a battesimo nel 1996, e, missione altrettanto impossibile, la volontà esibita di rivoluzionare la sintassi cinematografica, De Palma ha amici sinceri nell’aristocrazia hollywoodiana, da Steven Spielberg a George Lucas, spassionati estimatori in tutto il mondo, ma fin qui ha avuto meno riconoscimenti di quanto avrebbe meritato: 13 premi a fronte di 28 nomination, e tutti di seconda grandezza, né Oscar né Globes. Se anche la compensazione è un piatto da servire freddo, ora gli viene accreditato il progetto giusto, Sweet Vengeance, con la consueta ascissa crime, drama e mystery e un’ordinata omicida affidata a Wagner Moura, ma ancor più succulento è il film su Weinstein, Catch and Kill. La speranza è di portarlo sul set quanto prima, il titolo è stato depositato prima che Ronan Farrow ne facesse un libro, Predatori da noi, e si tratterà di “un horror basato su eventi reali”, di cui il famigerato produttore sarà un primus inter pares, e non il dominus. Brian intende perseguire “gli abusi” fino alla Hollywood anni Settanta, in cui lui e l’amico Lucas con Star Wars furono testimoni di sopraffazioni, sfruttamento e azioni paragonabili a “quelle di un medico che violi il codice etico”. Ma il De Palma touch prevede anche, tra tanti mostri, “paura e divertimento”.

 

Brexit, Londra (per ora) respinge l’ultimatum dell’Ue

Era già un divorzio astioso. Ora somiglia a un guerra, per il momento di carta bollata. L’accelerazione lunedi scorso, quando Downing Street ha confermato l’intenzione di presentare in Parlamento l’Internal Market Bill, disegno di legge che invalida clausole cruciali dell’accordo di divorzio con l’Unione europea, firmato a gennaio e presentato da un trionfante Boris Johnson come ‘un grande accordo”. Il testo di legge consente al governo britannico di “fornire assistenza finanziaria a Scozia, Galles e Irlanda del Nord, con nuovi poteri di spesa pubblica prima gestiti dall’Unione europea”. Tradotto: nessun vincolo agli aiuti di stato, in deroga al Protocollo nord-irlandese con l’Ue.

Il ministro per l’Irlanda del Nord Brandon Lewis ha ammesso alla Camera dei Comuni che sí, effettivamente Il Regno Unito è intenzionato a ‘violare il diritto internazionale. Ma in modo specifico e limitato”.

La reazione di Bruxelles è stata quella di convocare d’urgenza, per ieri, una riunione straordinaria a Londra. A fronteggiarsi il ministro britannico Michael Gove e Maroš Šefovi, vicepresidente della Commissione europea. Šefovič ne è uscito con un ultimatum: se il Regno Unito non ritirerà l’Internal Market Bill entro la fine di settembre, Bruxelles procederà con sanzioni finanziarie o commerciali. Fine dei negoziati. Presentando questa legge, il Regno Unito ha seriamente danneggiato la fiducia con l’Unione – ha detto –. 0ra spetta a Londra ristabilirla”. Gove ha subito replicato che il suo governo “non può e non intende accettare la richiesta”. Si va allo scontro. Lunedì, con procedura d’urgenza, la legge sarà all’esame della Camera dei Comuni. Johnson non può arrendersi a Bruxelles, ma è difficile che passi, vista l’ostilità dell’opposizione e di molti esponenti del suo stesso partito.

Nigeria, un affare solo per Eni, “Per questo pagò le tangenti”

Un’arringa che è risuonata nell’aula bunker di Milano come un raddoppio e un rinforzo delle accuse ai vertici di Eni e Shell (tra cui l’amministratore delegato della compagnia italiana Claudio Descalzi), sotto processo con l’accusa di aver pagato la megatangente di 1 miliardo e 92 milioni di dollari per ottenere la concessione del campo d’esplorazione petrolifero Opl 245 in Nigeria. A pronunciarla è l’avvocato Lucio Lucia, che rappresenta l’attuale governo nigeriano, impegnato a fare pulizia nei confronti dei governanti precedenti. Lucia ha estratto dalle carte processuali una email che a suo dire prova che Shell ed Eni sapevano di pagare per corrompere i governanti nigeriani di allora.

“Il pagamento di pubblici ufficiali nigeriani”, sostiene Lucia, “è stato provato: sono stati seguiti i soldi”. La cifra di 1,092 miliardi di dollari è stata pagata da Eni su un conto londinese del governo nigeriano, ma è poi stata girata sui conti nigeriani della società Malabu (riferibile all’ex ministro del petrolio Dan Etete). Poi il denaro è finito a politici nigeriani, funzionari, mediatori. Servono a pagare “le faraoniche spese voluttuarie di Etete, familiari e amici”. Passano sui conti di Aliyu Abubakar, chiamato “Mr. Corruption”, grande manovratore dei soldi versati da Eni. Poi arrivano agli ex ministri Adoke Bello e Bayo Ojo e a tanti altri. In cambio di questo fiume di denaro, i politici nigeriani concedono a Eni e Shell, nel 2011, il più grande campo petrolifero della Nigeria. Cominciano con attribuirlo alla società Malabu, riferibile al ministro Etete. Poi, quando lo passano a Eni e Shell, stipulano non l’usuale contratto Psc, con partner la compagnia petrolifera di Stato (Nnpc) che avrebbe ricevuto di una percentuale del petrolio estratto; ma un contratto Opl (di prospezione e ricerca) per dieci anni e Psa (di estrazione) per vent’anni. Condizioni più che sfavorevoli per lo Stato africano, tanto che la Nnpc e la Dpr (l’agenzia governativa per il petrolio) protestano per la formula imposta che ritengono inaccettabile. Ma “Adoke Bello la fa passare”, continua l’avvocato Lucia, “benché le clausole contrattuali siano unilateralmente predisposte da Eni e Shell, superando ogni obiezione di Nnpc e di Dpr: per favorire le compagnie internazionali, invece di fare gli interessi della Nigeria”. Il 28 febbraio 2011, Guy Colgate (consulente di Shell e imputato nel processo milanese) manda una email a Peter Robinson (capo della Shell in Nigeria, anch’egli imputato): “Etete ha parlato con Glj e Ag ieri a Lagos e Nnpc è risolto”. Glj è l’allora presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan; Ag è l’Attorney General, cioè il ministro della Giustizia Adoke Bello: questi comunicano ad Etete, che lo riferisce subito all’uomo della Shell, che “Nnpc is sorted”, cioè che è stata “risolta” l’opposizione della compagnia nigeriana che chiedeva un contratto in cui anche lo Stato potesse avere una parte del ricavo di Eni e Shell. La corruzione ha ottenuto i suoi effetti e subito – spiega l’avvocato Lucia – le due compagnie sono state avvertite. Le trattative finiscono infatti con la piena accettazione delle condizioni di Eni e Shell. “Perché mai”, si chiede il legale, “forzare tutte le procedure aziendali, accettare un forte rischio reputazionale, sedersi al tavolo con un ex ministro del petrolio pregiudicato per riciclaggio, che ha ottenuto la licenza Opl 245 in situazioni quantomeno dubbie? Perché mai trattare con una società come Malabu per la quale non si riesce neppure a completare la due diligence prevista dalla compliance interna?”. Si risponde che “prezzo basso e clausole vantaggiose configurano un grande affare per Eni e Shell, ma a scapito delle entrate della Repubblica federale di Nigeria”. Il valore del giacimento è molto più alto degli 1,092 miliardi pagati: 3,5 miliardi, secondo il consulente tecnico della parte civile, in linea con un report interno di Shell sequestrato dai pm di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. Conclude il legale dello Stato nigeriano: “Il prezzo così basso ha indubbiamente un significato indiziario assai importante: costituisce per Eni e Shell, in sostanza, il movente del reato. I manager di Eni e Shell erano consapevoli di pagare i pubblici ufficiali”, sostiene l’avvocato, perché le loro email sequestrate “dimostrano con massima chiarezza che le due compagnie conoscevano bene i rapporti fra Etete e i pubblici ufficiali nigeriani: le email sono esplicite. Le due compagnie sono pienamente consapevoli delle clausole favorevolissime e pagano Etete sapendo che questi pagherà i pubblici ufficiali. Non è sufficiente pagare su un escrow account formalmente intestato al governo, se si sa che è una partita di giro e che i soldi sarebbero passati prima a Etete e poi ai pubblici ufficiali corrotti”. Eni ha risposto con un comunicato in cui ribadisce, con “sconcerto”, che “il pagamento della licenza è stato eseguito direttamente al governo nigeriano. Eni non era a conoscenza, e non era tenuta a esserlo, di eventuali flussi di denaro successivi al proprio pagamento”.

Per avvelenare Navalny, usato un novichok più evoluto e letale

Nel suo letto d’ospedale a Berlino, Navalny si è svegliato e ha ripreso a parlare, ma non si sa ancora cosa abbia detto. Si sa invece cosa dicono gli investigatori tedeschi: l’agente nervino usato contro l’oppositore è una versione avanzata del novichok, la firma al veleno usata dagli agenti segreti di Mosca sin dai tempi dell’Unione Sovietica. È un tipo di sostanza mai sintetizzata prima, che solo esperti del settore saprebbero maneggiare, scrive il giornale Die Zeit citando una fonte anonima: criminali comuni o agenti stranieri su suolo russo – due piste suggerite dalle autorità della Federazione –, non sarebbero stati capaci di portare a termine un’operazione tanto complessa che “solo l’intelligence russa poteva compiere”. Residui della nuova variante letale del novichok sono stati trovati sotto le sue unghie di Navalny dagli scienziati militari tedeschi che hanno ipotizzato che in principio il veleno si trovasse sul bordo della tazza di tè bevuto dall’oppositore all’aeroporto di Tomsk. Il piano era farlo morire tra le nuvole: il veleno avrebbe fatto effetto sul volo per Mosca e sarebbe stato mortale se non fosse stato effettuato l’atterraggio d’emergenza a Omsk, per subitanea e decisiva scelta del pilota. I risultati dei test ora sono sotto i microscopi dell’Opac, organizzazione proibizione armi chimiche, ma sono stati spediti anche ad un secondo mittente: il ministro della Difesa tedesco ha dichiarato che Berlino condivide i risultati con Mosca. Al Cremlino fanno spallucce, per loro è un copione già visto, come nel caso dell’avvelenamento dell’ex spia Serghey Skripal, e sua figlia Yulia. “Siamo abituati alle accuse infondate” ha detto il ministero degli Esteri Serghey Lavrov ma “la Germania, gli Usa e l’Ovest vogliono che la Russia si assuma colpe che non ha. Se questa logica prevale, significherà che si stanno mettendo al di sopra della legge”.

Scoop tedeschi, malcontenti russi. Der Spiegel scrive che Navalny ha ripreso conoscenza e forza, ma la portavoce del dissidente Kira Yarmush smentisce: “L’articolo è esagerato e contiene molti errori, le condizioni sono ancora critiche”. Ma il giornale insiste, poiché il blogger ha ripreso a parlare e “le sue dichiarazioni potrebbero risultare pericolose per le persone responsabili dell’attacco”: e per questo la sicurezza della polizia tedesca alla sua stanza è aumentata.

Lesbo, le voci dei migranti: “Date riso, non lacrimogeni”

Caschi bianchi, divisa verde e scudi in plexiglass. Ci sono oltre 50 agenti in assetto antisommossa davanti agli zaini sui quali è sdraiata Palawashan, tre anni, in viaggio da 19 mesi. “Non ho più latte da darle, dormiamo per strada da due giorni. Voglio solo andare al supermercato e torno qui”. Il padre della bambina è una maschera di dolore. I poliziotti cercano di parlare e calmare la piccola folla che si è radunata davanti agli scudi: “Non posso farvi passare, dovete tornare indietro”. Un ragazzo con un inglese semplice ma incisivo ribatte: “Dobbiamo andare a comprare del cibo, non mangiamo da martedì sera”. L’agente è certo che “qualcuno porterà presto qualcosa”. Tutti aspettano la traduzione in afgano, ma il ragazzo risponde direttamente “ce lo hanno detto anche ieri sera, poi si è fatta notte. Ci avete sparato i lacrimogeni invece di portarci il riso”. I richiedenti asilo accettano di retrocedere, i poliziotti tolgono i caschi.

Dal cielo il rumore degli elicotteri che fanno spola tra il mare e le colline. Il campo brucia ancora e l’acqua raccolta nel Mediterraneo viene lanciata sugli ulivi che ardono. Finalmente arrivano tre auto di una piccola Ong e iniziano a distribuire porzioni di ceci. All’ombra di camion dell’esercito, anche agli agenti viene distribuito un sacchetto con acqua e panino. Incastrata tra guardrail e due pietre sul marciapiede, una coperta grigia dell’Unhcr fa ombra a Flavien. Un omone alto quasi due metri. “Non parlo inglese, ma francese e portoghese. Sono congolese, mamma era dell’Angola”: arrivato a Lesbo a metà 2019 è rimasto bloccato sull’isola. Viaggia solo, quindi per i canoni delle richieste d’asilo può aspettare. Con il passare dei mesi ha fatto amicizia con una ragazza della Costa d’Avorio. Eleanor è molto stanca, quasi disperata: “Mi hanno rifiutato l’asilo politico, ma mi hanno tenuto qui sull’isola per quasi un’anno. Bloccata, senza libertà. Non è per il Covid, è solo che si sono dimenticati di me”.

Quel che resta del campo profughi di Moria è poco più avanti. Sullo stradone davanti all’ingresso c’è un gran via vai. Dadullah Ahmed, afgano 23enne, spinge una carriola semivuota. Al posto della ruota c’è una pietra. “Sono scappato due notti fa, ho lasciato tutto quello che avevo nella tenda. Sono tornato per recuperare qualcosa”. Una teiera bruciata, delle bottiglie d’acqua, lo scheletro di una sedia. Da anni il campo profughi si era allargato sotto gli ulivi circostanti. Fuoco e vento stanno ancora consumando gli alberi da dentro. I rami tagliati si sono trasformati in buchi dove e soffia la brezza del mare.

A ogni folata si sente il crepitio del legno, scintille fuggono da ogni lato. Le poche tende superstiti, con il logo di una ong svizzera, sono vicine e piene di oggetti pronti a bruciare. “Quella era la mia casa, lo è stata per nove mesi”: Fakhir è afgano, come sette persone su dieci a Moria. “Vivevo lì con la mia famiglia. Le foto che avevo portato con me per tutto il viaggio sono bruciate”. Racconta di quanto poco aveva e di tutto quel che ha perso. Le parole si mischiano a un rumore sordo, poi un’esplosione. Il fuoco è entrato in una tenda, ha consumato l’aria e ha fatto saltare tutto.

Tutte le strade per scendere verso Mitilene, la città più grande dell’isola, sono presidiate da gruppi di cittadini arrabbiati. La polizia cerca di impedire ai giornalisti di raggiungerli, ma un agente cede, “parcheggiate a 100 metri e andate senza telecamere”. Due grossi camion sono di traverso sulla strada. Sui cassoni ci sono una mezza dozzina di ventenni. Mascherine e occhiali da sole. Più per non farsi riconoscere che per proteggersi dal contagio. “Non parliamo con i giornalisti e nemmeno con i politici”, rispondono a denti stretti. Il tempo di un caffè con ghiaccio, come è moda in Grecia, e decidono di spiegare le loro ragioni. “Vogliono far andare i bulldozer al campo – dice il più anziano – così da togliere quel che ha lasciato l’incendio. E poi ricominceranno a costruire: tende e container”. Per gli isolani che il campo sia andato a fuoco sembra una liberazione. “Adesso che non hanno più dove dormire – continua un altro manifestante – l’Europa deve portarli via da qui. Non domani, oggi”. Il centro di Mitilene sembra avvolto nella sua quotidianità. Ma quello che sta accadendo in questi giorni tocca più che un nervo scoperto. “Il campo l’hanno bruciato. Adesso che se ne tornino tutti in Afghanistan. Qui è finita per loro”.

“Capra!” Il catalogo è questo: donne, arte e insulti per lo share

All’Universo è toccata la sfiga dei buchi neri. Alla Terra quella del ghiaccio che si scioglie. Solo alla piccola Italia è capitato il tormento supplementare di Vittorio Sgarbi. Ci tocca dal 1989, quando lo scovò Maurizio Costanzo, esperto in attrazioni da palcoscenico. All’epoca Vittorio, dopo le nobildonne veneziane, bazzicava i salotti delle sciure milanesi, quelle col visone, il brillocco e il birignao, scandalizzandole grazie al suo eloquio da incantatore rinascimentale e facendole innamorare, più dei loro parrucchieri, con il ciuffo alla Bobby Solo. Esordì in tv dando della “stronza” a una poetessa afasica. Fu un trionfo di applausi. Perfezionato, augurando la morte a Federico Zeri, principe dello sguardo, lanciando un bicchiere d’acqua in faccia a Roberto D’Agostino, che reagì con un celebrato ceffone, e insultando un migliaio di altre persone – per lo più magistrati, giornalisti, politici, critici d’arte, soubrette, poliziotti, artisti, vigili urbani – per poi collezionare, nella sua vita a credito, la bella cifra di 250 querele, molti milioncini di risarcimenti. E un aggiornamento contabile sempre in corso, nel suo personale crash-show.

“Un guitto con il dono della parola”, dissero gentilmente di lui. E il suo maggior lascito, diciamo pure la sua grande opera stesa a martellate in pubblico, è tutta lì, nella definitiva dissoluzione del linguaggio che ha agito, come fece il Cubismo con l’immagine, scomposta e ricomposta alla rovescia, sul bene pubblico della buona educazione, in cambio dello share. Malanno che ci ha inflitto e si è inflitto, con schiera di epigoni e fino alle vette di Cossiga, credendo di cavarsela con gli incassi per conferenze, libri, mostre, i voti, il Parlamento, la celebrità, tutto a risarcimento di una solitudine sempre molto affollata di devoti e signorine sognanti e mercanti d’arte e collezionisti golosi che lo trattano da Vate.

Vittorio Umberto Antonio Maria Sgarbi non viene dalle piogge dei pineti di Versilia. Ma dalle aspirine di una farmacia di provincia ferrarese. Da quell’8 maggio 1952, Nino e Rina, i genitori, lo avvolgono nella bambagia. Lui scalcia. Cresce piccolo, miope, prepotente. In cortile rimedia occhiali rotti e lividi. A nove anni, per proteggerlo e respirare un po’ di quiete, mamma lo infila nel collegio dei salesiani. Dirà Vittorio: “Sono stati due anni di galera”. Lo cacciano per avere buttato giù dalle scale un insegnante. Sostiene (ridendo) di avere letto Proust a quell’età. Più probabile il Pinocchio. Frequenta il liceo classico Ariosto di Ferrara. Poi Bologna, laurea in Storia dell’Arte. Primo impiego alla Soprintendenza del Veneto, dove si appassiona ai minori del Cinquecento. Viaggia per cantine, contesse e salotti a caccia di tesori nascosti. Compra, vende. È così indaffarato da dimenticarsi dell’ufficio e finire in una rissa di processi per assenteismo, una condanna definitiva, ma narrativamente spassosa per le giustificazioni che il giovane Sgarbi rifila nei certificati e ai giudici: assente “per cimurro”, per “allergia matrimoniale”, per sincopato metabolismo: “Io raggiungo la pienezza delle forze nel pomeriggio e nel cuore della notte” disse al giudice, capitandogli dunque di essere malato la mattina e sano nel pomeriggio.

In quegli anni veneziani, la vita piena per Vittorio ha il biondo nome di Maria Teresa Rubin de Cervin Albrizzi, baronessa d’alte passioni, sua inseparabile musa per nove anni, capace, per gelosia di tagliare in pubblico la treccia della rivale Anna Gastel, bellissima nipote di Visconti, durante la pomposa inaugurazione di una mostra del pittore Pietro Longhi, rococò veneziano, con i cento ospiti, tra i quali Cesare Romiti, che si sbellicavano dalle risa, poco prima della cena.

A parte il Casanova (“ho tre figli accertati, ma potrei averne quaranta”) Vittorio ha avuto per mentore il grande Francesco Arcangeli, l’ultimo discepolo di Roberto Longhi, il maggiore storico d’arte di sempre. Vantandosene, molti anni dopo, organizzerà a Bologna una mostra dedicata ai due critici, intitolata nientemeno che Da Cimabue a Morandi, stroncata dalla protesta di 128 accademici, giudicata “priva di alcun disegno storico, un insulto alle opere, trattate come soprammobili”. Secca la sua replica: “Appello sfigato di invidiosi”, sbrigando la contesa nell’insulto. Che poi diventerà un intero catalogo di contumelie da cui estrarre, a seconda delle circostanze, quella che serve contro il nemico di giornata: “Mentecatto”, “Ateo bastardo”, “Nullità”, “Morto di sonno”, “Fascista”, “Verme infetto”, “Rincoglionito”, “Culattone raccomandato”, “Deficiente”, “Unto”, “Razzista”, “Ignorante”, “Plebeo”, “Mafioso”, “Criminale”, “Grassa”, “Pettegola”. Fino al suo celebre: “Capra, capra, capra!” gridato tredici volte, fino all’arrivo delle ambulanze.

Visti i proiettili che spara, Silvio B. lo imbraccia per una decina d’anni come sua personale mitraglia, quella degli Sgarbi quotidiani, 13 minuti di monologo, culminati in una lunga serie di processi per gli attacchi ai magistrati di Mani Pulite (“assassini!”), a Gian Carlo Caselli (“arrestatelo!”), a Ilda Boccassini (“va cacciata a pedate nel culo!”), a Prodi, Rutelli, eccetera. Cioè a tutti quelli che interferiscono con la cavalcata del suo datore di lavoro e di seggio – tre legislature con Forza Italia, le altre qui e là – fino all’epica di Ruby Rubacuori, la minorenne, che gli suggerì l’astuto sillogismo: “Se Berlusconi è colpevole, allora Pasolini?”, per la gioia degli avvocati difensori. E dell’imputato, che purtroppo non era poeta, ma presidente del Consiglio.

Messo più volte alla porta, gli piace rientrare dalla finestra di remoti paesi in cerca di un riflettore o almeno di un citofono. Fa il sindaco di San Severino Marche. Poi Salemi. Ora Sutri. Balconcini dai quali esercita il suo alto magistero mediatico. Talvolta servendosi di pure idiozie, come l’obbligo di NON portare la mascherina in pubblico, sua ultima ordinanza a Sutri. La maschera la indossa lui per tutti. Almeno fino al prossimo ballo, al prossimo sipario, alla prossima capra che ci casca.

Cara Liliana… Lettere di auguri speciali (e private)

Ha compiuto ieri 90 anni la senatrice a vita Liliana Segre – deportata nel 1944 dal binario 21 della Stazione di Milano al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau – che ai giovani tante volte ha lanciato un messaggio “parlando di vita e non di morte, di amore non di odio, mai di vendetta”. Per festeggiarla, pubblichiamo qui in esclusiva alcune pagine di un libro privato, di lettere di auguri che la famiglia e gli amici le hanno regalato.

Cara Liliana, secondo i calcoli della famiglia Lerner che ti vuole bene, ti è riconoscente e prova allegria ogni volta che vieni a trovarci, mal contate tu di vite ne hai già vissute almeno tre o quattro. Non stiamo a elencartele perché ovviamente le conosci molto meglio di noi; e non tutte sono piene della luce che sprigioni oggi. Rispettiamo e condividiamo la tua laicità. Neanche noi siamo ebrei osservanti. Ma lascia che ti diciamo, traendo spunto dalla qabbalah, la sensazione che proviamo incontrandoti: la tua meravigliosa vecchiaia, così piena di energia, curiosità, ricerca della bellezza così nella musica come nelle persone, passione civile, humour, è un formidabile contenitore di scintille di anime vagabonde. Esse vagano inquiete nel gilgul, il vortice della loro incompiutezza e delle sofferenze subìte. Trasmigrano in cerca di pace e ricomposizione. Grazie a te, capace di ospitarle e di trasmetterne il messaggio, riceviamo il loro insegnamento. Grazie a te entrano benefiche anche in noi, attraverso il fenomeno che i mistici chiamano ibbur, cioè impregnazione. Tutto ciò, lungi dall’essere inquietante, avviene – difficile spiegare come – in allegria. Le nostre serate sono piene di racconti, di battute, perfino di pettegolezzi, oltre che di discorsi preoccupati sulla memoria che in troppi vorrebbero cancellare. Ammiriamo la tua eleganza di signora della buona borghesia milanese, dotata di una proprietà di linguaggio rarissima che rende incantevole la tua voce. Sappiamo che questo ti ha resa testimone straordinaria. Trincerandoti dietro all’inesperienza politica, riesci a misurarti con coraggio in una lotta culturale difficilissima e a sviluppare delicatamente un’empatia speciale con i tuoi interlocutori. Ma queste cose già le sai. (…) Lascia però che oggi ci godiamo solo il privilegio della tua amicizia, augurandoti di godere fino in fondo una gioia di vivere che non ti ripagherà mai abbastanza delle tue amarezze.

Gad e Umberta Lerner

 

Carissima Liliana, credo che ci siamo incontrati per la prima volta al Giardino dei Giusti, era ottobre dello scorso anno. Non è che prima non sapessi di te, anzi. Già ti ammiravo da tempo, eri un essenziale punto di riferimento anche per me. (…) Però non ti avevo mai parlato, era una conoscenza a distanza, eri un mito ma, come tutti i miti, lontano. Poi abbiamo iniziato a frequentarci, e (…) ho visto chi sei: una persona così genuina, disponibile, accogliente, sincera e senza ritrosie che è bello dialogare con te, è bello ascoltarti. E come è importante ascoltarti! Sentire, per esempio, il percorso che hai fatto nel liberarti dall’odio (che, come si sa, fa male soltanto a chi lo prova), e quanta importanza abbia avuto la nascita delle tue nipoti per superarlo definitivamente; respirare la gratitudine che provi per le persone che ti hanno amato, che ti hanno regalato un sorriso, che ti hanno riconosciuto come essere umano nell’abbrutimento del campo di Birkenau; rivivere la scoperta della Costituzione, l’identificazione con i suoi principi, l’impegno per diffonderli. (…) Sei un patrimonio per tutti noi, ed in particolare per i ragazzi che, così lontani dall’aver vissuto almeno gli epigoni delle tragedie della prima metà del secolo scorso, nemmeno indirettamente testimoni di quella che le supera tutte (una parte importante della mia formazione è costituita dai resoconti del processo ad Adolf Eichmann, 1961, avevo 15 anni), hanno bisogno di te (…). Tanti, tanti auguri Liliana, e grazie per quello che sei.

Gherardo

 

Poter porgere gli auguri di buon compleanno – e per un compleanno tanto importante – alla senatrice Liliana Segre è per me un grande onore, ma poterli rivolgere direttamente a Liliana Segre è un privilegio che la vita mi ha riservato. Fare gli auguri a Liliana Segre è soprattutto un modo per dirle grazie. Grazie per il suo esempio; grazie per non essere diventata “come loro”; grazie per il suo sorriso; grazie per la solitudine che ha attraversato; grazie per le sue parole; grazie per i suoi ammonimenti; grazie per la sua umiltà; grazie per aver comunque conservato la fiducia negli altri; 40 grazie per esserci sempre e per tutti; grazie per il coraggio; grazie per quel che ci ha detto e per quel che ci ha insegnato a non dire; grazie per la sua voce, per i suoi silenzi e per il suo tempo; grazie per la sua amicizia. E che l’affetto e l’abbraccio mio e di tantissimi altri in ogni dove ti siano di conforto e non ti facciano sentire mai più sola. Buon compleanno, Liliana!

Fabio

 

Carissima senatrice Segre, mi unisco a tutti coloro che, in occasione del suo compleanno, manifestano riconoscenza nei confronti del coraggio con il quale ha superato tante ingiustizie. Il suo esempio di vita sia per noi fonte di ispirazione. Ancora auguri.

Pippo Baudo

 

Si ringraziano la famiglia Segre e gli interessati

Specchio delle mie brame, chi sarà la prima donna al Quirinale? Casellati o Cartabia?

Lei, la dama rossa, le osserva dall’alto con sguardo severo, certa che sarà ben difficile uguagliare il suo primato: è stata una delle 21 madri costituenti e poi anche la prima presidente della Camera. Maria Elisabetta Alberti Casellati e Marta Cartabia però sono ben decise a stracciare il record della cara compagna Nilde Iotti collezionando pure loro una seconda foto nella sala delle donne di Montecitorio oltre a quella che si sono già meritate dopo l’elezione alla presidenza del Senato la prima e della Corte Costituzionale l’altra. Ed è la foto più ambita: quella della loro investitura al Colle, incarico che nessuna mai ha ancora ricoperto. “Guardate. Quando allestimmo questa sala pensammo di incorniciare due specchi in attesa di sostituirli con le foto delle prime donne che diventeranno presidente del Consiglio e Capo dello Stato” spiega alle due, che l’ascoltano attentissime, Laura Boldrini. Che da presidente della Camera nel 2016 volle omaggiare le pioniere italiane nelle istituzioni. Ecco allora le elette all’Assemblea costituente, su una parete. E poi, su quella di fronte, tutte le altre che hanno lasciato il segno, a partire dalla prima ministra donna della Storia patria, Tina Anselmi. Ma è la terza parete, quella ancora vuota, che cattura l’occhio. “Il messaggio che volevamo lanciare alle donne che fossero passate davanti a questi due specchi è semplice: la prossima potresti essere tu” spiega ancora l’ex numero 1 di Montecitorio mentre le due Casellati e Cartabia non se lo fanno dire due volte.

E una dopo l’altra s’accostano, se pur con discrezione, alla cornice che riflette inevitabilmente la loro immagine: specchio specchio delle mie brame, chi andrà al Quirinale?

La pupilla di Silvio Berlusconi, di bianco vestita, non intende far rimpiangere la cara compagna Leonilde dei tempi belli con un discorso da pasionaria della causa femminile che lascia il segno. “Le donne sono quelle che hanno pagato il prezzo più alto del lockdown. E lo smart working che è stata una grande opportunità rischia di essere un ‘falso amico’ che le ricaccia in casa emarginandole dal mondo del lavoro riportando indietro le lancette dell’emancipazione di 50 anni”. Ma gli occhi e le orecchie della platea sono tutte per la sobrissima Cartabia e il giudizio della platea alla fine è unanime: già parla con i toni che sono usi al Quirinale. “L’affermarsi di una cultura della piena parità non può dirsi mai pienamente acquisito e richiede l’incessante impegno morale di tutta la Repubblica, cittadini e istituzioni, ciascuno nel suo ambito e in spirito di collaborazione” sussurra solenne a pochi giorni dal suo commiato alla Consulta quando entrerà a far parte ufficialmente delle riserve della Repubblica.

In Sardegna non si entra se non si è negativi. Ma chi è stato eletto fa un po’ come gli pare

La Sardegna corre ai ripari. L’ondata di Covid post vacanziera è stata una brutta botta per tutti e – giustamente – la Regione guidata dal presidente Christian Solinas ha emesso un ordinanza (“Ulteriori misure straordinarie di contrasto e prevenzione della diffusione epidemiologica da Covid-19 )”. All’art. 10 si dispone che “A far data dal 12 settembre 2020 (…) tutti i passeggeri che intendono fare ingresso nel territorio regionale (…) sono invitati a presentare, all’atto dell’imbarco, l’esito di un test (…) eseguito non oltre le 48 ore dalla partenza che abbiano dato esito negativo”. Una misura di prevenzione con una sola, piccola, eccezione: “Le misure preventive di cui all’articolo 10 – recita il 12 – non si applicano ai soggetti che esercitano attività funzionali a organi costituzionali o svolgono funzioni pubbliche anche di natura elettiva, comprese quelle inerenti incarichi istituzionali”. Insomma, i consiglieri regionali (e non solo) fanno un po’ come gli pare. Dall’insindacabilità delle opinioni alla libertà di contagiare. Ma sempre nell’esercizio delle funzioni.

Batterio killer, indaga anche l’ordine dei medici

Adesso sono cinque le indagini aperte a Verona per l’infezione da Citrobacter che anni ha devastato i reparti di Ostetricia, Terapia intensiva pediatrica e neonatale dell’ospedale di Borgo Trento. Nella struttura, fiore all’occhiello della sanità veneta, si sono verificati quattro decessi di bambini, altri 9 hanno subito encefalopatie irreversibili e un centinaio sono risultati infetti. L’ultima inchiesta è dell’Ordine dei Medici, che ha convocato otto sanitari dello staff di Pediatria a indirizzo critico, tra cui il direttore Paolo Biban, il primario che è stato sospeso in via cautelativa, assieme alla direttrice sanitaria Chiara Bovo e alla direttrice dell’area medica, Stefania Ghirlanda.

“Siamo stati noi a presentare, poco prima di Ferragosto, l’esposto che ha dato origine all’indagine disciplinare” spiega l’avvocato Matteo Frezza, fratello di Francesca, la coraggiosa mamma che ha denunciato quanto avveniva nei reparti dove era nata e si è infettata la figlia Nina, morta nel novembre scorso, all’ospedale “Gaslini” di Genova. L’Ordine vuole sapere dai medici che cosa è accaduto in quel reparto, perchè il batterio si è diffuso, che cosa è stato fatto per prevenire una vera epidemia. “Avevamo segnalato i comportamenti anomali. – spiega l’avvocato Frezza – Riguardavano diagnosi, prognosi e interventi terapeutici”. Ai medici viene contestata la scarsa trasparenza nel rappresentare ai genitori la reale condizione dei neonati e la speranza di vita.

Delle altre quattro inchieste, la principale è quella penale, senza indagati, per omicidio colposo e lesioni gravi legate all’attività sanitaria. C’è poi l’ispezione della Regione Veneto, conclusa da una relazione che ha denunciato la “sottovalutazione” dell’infezione da Citrobacter. C’è poi il procedimento disciplinare a carico dei tre medici sospesi. Infine, un’inchiesta del ministero della Salute che ha spedito a Verona i propri ispettori.