Prostituzione e abuso di minori, arrestato prete

Ho mandato un messaggio via whatsapp al mio amico Roberto chiedendogli se poteva dare un passaggio a me e ai miei amici. Durante il tragitto, Roberto mi chiedeva come al solito di trovargli qualche ragazzo per poter…”.

A parlare è un bulgaro appena maggiorenne fermato, assieme a due connazionali minorenni, in compagnia di un uomo di 44 anni. Era il febbraio 2019 e qualcosa non quadrava agli agenti del commissariato di Gioia Tauro che, nelle campagne di San Ferdinando, stavano controllando l’Alfa 147 con a bordo le quattro persone. Le indagini gli hanno dato ragione: in realtà, infatti, “Roberto” non era un amico, ma l’ex parroco di Zungrì alla ricerca di prestazioni sessuali a pagamento da parte di minorenni. Condannato in via definitiva a 2 anni e 4 mesi di carcere per prostituzione minorile, Don Felice La Rosa è stato arrestato di nuovo: l’ex prete è finito ai domiciliari con l’accusa di avere abusato di minori stranieri. Residente, nel Vibonese, l’ex parroco aveva appena adescato i tre bulgari e avrebbe abusato di loro se non fosse stato per il rifiuto delle vittime. Come aveva fatto in quei giorni con un altro ragazzino di 16 anni, pagato poche decine di euro per un rapporto orale. Abusi su minore e tentata prostituzione minorile. L’arresto è stato firmato dal gip Giovanna Sergi su richiesta del procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gerardo Dominijanni e del pm Marco Lojodice.

Difeso dagli avvocati Guido Contestabile e Pietro Antonio Corsaro, Don Felice La Rosa sarà interrogato oggi. L’ex parroco è stato condannato nel processo “Settimo cerchio” in cui è emerso che un cittadino bulgaro reclutava i minori intascando gran parte del denaro che Don Felice pagava per le prestazioni sessuali. Un po’ quello che Don Felice avrebbe continuato a fare dopo la condanna.

La bassa carica virale è contagiosa?

Sono passati otto mesi e ancora si discute della potenziale infettività di SarSCoV2. Non esiste ancora una risposta univoca al quesito “Gli asintomatici possono diffondere il virus”? Stiamo assistendo a un fenomeno di graduale attenuazione della carica virale. Soprattutto negli asintomatici e nei giovani continuiamo a dare il risultato “debolmente positivo”. Cosa vuol dire? È un dato che l’operatore esperto ha imparato a dedurre da alcuni segnali (curve) che si delineano sul monitor dello strumento durante il test.

Non avendo ancora un test quantitativo (numero di particelle virali) ci accontentiamo di questo dato che anche dal mio gruppo di ricerca è stato confermato, attraverso la coltura del virus (presente nei tamponi) su linee cellulari. Il punto è capire che differenza infettivologica esista fra i “debolmente positivi” e i “positivi” spesso entrambi asintomatici.

Recentemente un gruppo di ricerca dell’Università di Pavia ha pubblicato uno studio nel quale si intende dimostrare che i soggetti debolmente positivi non sono contagiosi. Il dato, se confermato, avrebbe implicazioni molto vaste. Innanzitutto la possibilità di mettere in discussione la necessità dell’isolamento. Si potrebbe limitare il tracciamento. Ciò potrebbe persino facilitare la gestione della scuola, del rientro alle attività lavorative. Una semplificazione del quadro pandemico.

Non tutti, però, sono d’accordo. La vicenda è estremamente interessante e sempre più pressante, visto che questa popolazione sta aumentando sensibilmente. Probabilmente potremmo trovare una risposta consultando i vecchi sacri testi di Virologia. Secondo i nostri maestri, il contagio è direttamente proporzionale al numero di particelle virali che si riesce a diffondere. Pur presente, il virus, se non è in quantità significativa, non riesce a contagiare. Ciò darebbe ragione al criticato studio di Pavia che, non ha escluso la contagiosità del virus ma afferma che, vista la bassa carica virale, i positivi sono da reputare non infettivi.

Certo la questione si sposta sulla definizione di “bassa carica”. Non esiste un test certificato utilizzabile in tal senso, ma l’esperienza ci ha dato conoscenze sufficienti per far chiarezza. Urge un’indicazione del Cts. Attendiamo, unitamente al recepimento delle indicazioni internazionali, di fare un solo tampone (se negativo) dopo la quarantena. Risparmieremmo energie umane, economiche e psicologiche. Alle nostre “guide” la risposta.

De Laurentiis, il virus e la serietà di Simone da portare in Lega

Oggi questa rubrica ha deciso di proporre il mio amico Simone, padre di due bimbi e dirigente di una piccola azienda di Milano, come presidente della Pro Patria, la squadra di calcio di Busto Arsizio. La decisione di Fatti Chiari è maturata nelle ultime ore, dopo che agenzie hanno battuto le prime notizie sulle disavventure, si spera solo comiche e non tragiche, di Aurelio De Laurentiis, il presidente del Napoli risultato positivo al Coronavirus (a cui auguriamo pronta guarigione). I fatti sono noti: De Laurentiis mercoledì ha partecipato a una riunione della Lega calcio, scendendo barcollante e senza mascherina da un’autoblu. Non si sentiva bene, diceva di aver fatto “indigestione di ostriche” (la celeberrima ostrachite destinata a fare il paio con la prostatite di Briatore), ma non ha ritenuto di prendere particolari precauzioni. È entrato in assemblea senza nemmeno attendere il risultato di un tampone di routine che, secondo i giornali, era stato effettuato in mattinata. Morale: oggi De Laurentiis è sotto osservazione febbricitante e i suo colleghi presidenti, tra cui molti convinti assertori della riapertura “controllata” degli stadi, trattengono il fiato in attesa di capire se sono stati contagiati.

Nelle stesse ore, anche il mio amico Simone ha scoperto di essere positivo. Ecco come sono andate le cose. Venerdì notte, mentre era a letto nella sua casa di Busto Arsizio, Simone ha un attacco di cervicale. Sabato ha un paio di linee di febbre, poi si sente meglio. Ma decide di farsi controllare. In Lombardia fare il tampone è ancora difficile. Dai privati costa e di solito bisogna aspettare qualche giorno. Nel pubblico è quasi impossibile ottenerlo in tempi brevi. Così riesce solo a prenotare un test sierologico a pagamento per lunedì mattina. Non va al lavoro e per non mettere a rischio gli altri coordina il suo ufficio in smartworking. Il test è negativo, ma Simone non è convinto. Ha la sensazione di star perdendo un po’ di olfatto, per questo lavora ancora da casa. Per miracolo mercoledì mattina trova chi gli fa il tampone. Al modico prezzo di 120 euro. Nel pomeriggio cerca il risultato sul portale online del laboratorio privato e scopre di essere positivo. Nessuno però dal laboratorio lo ha chiamato. Se fosse stato meno coscienzioso sarebbe potuto benissimo uscire, andare al lavoro a Milano, salire su treni e autobus (Simone al contrario di De Laurentiis non ha un autista). Il mio amico avverte subito il suo medico di base e i suoi colleghi che si mettono tutti in isolamento. Sa che tracciare i contatti con le persone con cui ci si è incontrati è importante. Vorrebbe inserire sulla app Immuni la notizia della sua positività, ma non lo può fare finché l’azienda sanitaria non lo chiama. Per tutta la mattinata e parte del pomeriggio del giovedì, però, nessuno si fa vivo. Alla fine è lui a telefonare all’Ats Insubria. Così scopre che, a 24 ore di distanza dal risultato del tampone, il suo nome non è ancora nel database regionale dei positivi. Privato e pubblico, gli spiegano, ci mettono tempo per comunicare tra loro. Un funzionario comunque lo ringrazia: “Lei è un bravo cittadino, quando non ci sente bene meglio uscire”. Ora, sappiamo che la Pro Patria è solo in serie C. Ma se la squadra di Busto salisse di categoria il posto di presidente dovrebbe essere di Simone. Almeno alle assemblea di Lega calcio qualcuno con la testa sulle spalle ci sarebbe. E se poi a Busto non lo vogliono, resta la poltrona di presidente di Regione: con uno come Simone, pubblico e privato di certo comincerebbero a parlarsi.

 

Addio a Franco Maria Ricci, tra i più raffinati editori al mondo

Franco Maria Ricci è stato un editore tra i più raffinati del mondo, un collezionista eclettico, un divulgatore di bellezza e un maestro di eleganza. Se ne è andato ieri nella sua casa di Fontanellato, a pochi chilometri da Parma – avrebbe compiuto 83 anni a dicembre – dopo lunga convivenza con una brutta malattia. Ricci aveva il dono del gusto assoluto, la capacità di coinvolgere nei suoi sogni editoriali personaggi del calibro di Jackie Kennedy – che lo invitò alla Casa Bianca – Roland Barthes, Umberto Eco, Alberto Arbasino, Italo Calvino e Jorge Luis Borges, amico e mentore di una vita. Ma non si accontentava mai, voleva sfidare gli Dei – come si dice – che sulla bellezza non transigono. A Franco Maria Ricci non è bastato essere uno dei più raffinati editori del pianeta, una specie di Aldo Manuzio mezzo millennio dopo, capace addirittura di ristampare opere come il Manuale Tipografico di Giambattista Bodoni – l’uomo che segnò l’inizio della cultura grafica moderna, ispiratore anche di Steve Jobs, e del quale Ricci ha collezionato tutte o quasi le pubblicazioni – o l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert. Non gli è bastato neanche fondare una rivista culturale che ha fatto la Storia e che si chiama FMR, le sue iniziali, dove non è mai stato pubblicato – sdegno estremo per l’immanenza – un artista vivente. E neanche essere un collezionista tra i più sofisticati, capace di spaziare dal Rinascimento alla contemporaneità: no, neanche questo gli è bastato. Anni fa decise, su antico suggerimento di Borges – che oltre a essergli amico gli curava una collana di libri, la mitica “Torre di Babele” – di voler costruire il labirinto più grande del mondo. E dopo tanti anni ci è riuscito, nel 2015 lo ha inaugurato dietro casa, nella campagna parmense, il Labirinto della Masone: una grande stella piumata che si vede da un aereo di linea in quota, con i sentieri disegnati da canne di bambù e una piramide al centro – “sono l’unico architetto a cui è stato chiesto di progettare una piramide vera dai tempi degli Egizi” ricorda puntuale l’architetto Piercarlo Bontempi, colui che l’ha progettato insieme a Ricci. All’ingresso di questo nuovo Vittoriale c’è anche un museo, con tutta la sua collezione, che corre da Mazzola Bedoli a Bernini, da Canova a Ligabue – con spiccata predilezione per il Neoclassico – fino ad arrivare a quella Jaguar E-Type che ha accompagnato i suoi sogni di giovane dandy. Laissez-moi cultiver mon jardin, con questa frase di Voltaire, nel 2004, Franco Maria Ricci sembrò congedarsi dai suoi lettori, per dedicarsi al labirinto: “Io, come molti signori di una volta, mi dedicherò alla costruzione di un giardino. Ci saranno rovine e bambù, all’ombra dei quali nasceranno un grande labirinto, una biblioteca, un museo e tante altre cose superflue”. Detto, fatto. Però a metà, nel senso che – fortunatamente – non ha lasciato orfani i suoi lettori: troppo forte il richiamo della giungla. Quando Ricci diceva “superfluo” non parlava sul serio, perché si sa, l’Etica trova il suo naturale pendant nell’Estetica, altrimenti adieu. Perché poi anche la fonetica, come la vita, potrebbe trarre in inganno: FMR pronunciato in francese suona éphémère, che vuol dire effimero. Ma qui di effimero non c’è niente, anzi, qui c’è l’eternità. Quando ha compiuto ottant’anni al Teatro Regio di Parma, tempio del melodramma, il gotha della cultura italiana lo ha festeggiato insieme alla moglie, Laura Casalis, compagna di vita e di progetti. Perché se il labirinto è quel luogo in cui si vaga a lungo senza sapere dove si andrà a finire, éphémère la sua strada l’ha trovata da giovane. E aveva un orizzonte preciso, quello della bellezza. Magari nascosta tra le impertinenze di un ciuffo di bambù.

 

Referendum: smettetela con l’uso politico del No

Mi sono risolto per il Sì al referendum, ma riconosco l’anima di verità inscritta in alcune delle ragioni del No. Di più: penso che, a dispetto del carattere dicotomico del referendum, se ben motivate, le ragioni del Sì e quelle del No non si escludono reciprocamente. Sottolineo: se ben motivate.

Lo conferma la circostanza che, a differenza che nel caso della riforma Renzi-Boschi, quando i più titolati costituzionalisti si schierarono per il No, oggi essi si sono divisi. Come a dire: si può muovere da una medesima visione e cultura costituzionale e tuttavia approdare a un voto diverso. Senza settarismi. Stando così le cose, sarebbe utile resistere a due tentazioni: 1) quella di esasperare la portata del contrasto (quasi che il taglio fosse o la soluzione dei problemi del Parlamento o, per converso, un colpo mortale alla democrazia); 2) quella di dilatare a dismisura l’oggetto (come se in gioco fosse il mito fallace – chi lo può negare? – della democrazia diretta come sostitutiva della democrazia rappresentativa), anziché concentrarsi sullo specifico, limitato quesito. Ciò detto, tuttavia, non possiamo ignorare che il referendum si sia oggettivamente caricato a dismisura di una valenza politica. Non voglio essere frainteso (sarebbe in contraddizione con la premessa): chi si è convinto per il No per ragioni di merito inerenti al quesito fa bene a esprimersi di conseguenza. Solo non prestandosi, più o meno consapevolmente, all’uso politico del No che taluni ne stanno facendo.

Qualche esempio. Penso a chi, retrospettivamente, colpevolizza Pd e sinistra per avere votato il taglio in quarta lettura alla Camera nel quadro del patto sottoscritto con il M5S all’atto del varo del Conte 2. Minimizzando, con il senno di poi, le ragioni – più esplicitamente la ragione, ovvero scongiurare elezioni dall’esito già scritto – di quella decisione. Avallata da tanti improvvisati critici di oggi. Decisione, spero lo si converrà a sinistra, che qualche serio guaio ce lo ha risparmiato (su pandemia e Ue, non poco).

Penso al palese intento, coltivato non solo da destra, di minare il processo in atto (certo faticoso e incompiuto) dell’ispessimento del carattere politico dell’alleanza tra i partner di governo. La sola via per porre le premesse per ripristinare una sana competizione politica, pena consegnarsi e consegnare il Paese alle destre. Penso, ancora, non già ai No schietti e motivati di elettori e militanti del Pd, ma a quelli di settori del suo ceto politico curiosamente sortiti alla destra e alla sinistra interna al partito: cioè dai renziani di ieri e di oggi che osteggiano l’alleanza con il M5S senza avanzare una strategia alternativa (cultori a parole di una vocazione maggioritaria, che si risolve nel suo contrario: un destino minoritario!); e alla sedicente sinistra interna che mette a capo gli Orfini, il poliziotto cattivo di Renzi, artefice e regista del trionfo della Raggi a Roma, con il suo desertificante commissariamento del Pd romano e la cacciata del sindaco Marino via notaio. Penso infine a certe voci della sinistra purista e testimoniale – paradigmatico il caso delle invettive di Saviano – che, non ne dubito, in buona fede, tuttavia certo non concorrono a quella unità di un fronte democratico e progressista alternativo alle destre oggi favorite.

Ribadisco: il No vanta anche buone ragioni, ma c’è modo e modo, tono e tono per farle valere, possibilmente senza farsi troppo del male. Avvertenza: sia chiaro che vale anche per i sostenitori del Sì. Tutti, si vorrebbe, consapevoli che la storia non finisce il 21 settembre, che la partita non si chiude lì.

 

Così i limiti della nostra mente possono (spesso) aiutare i propagandisti

Per fuorviarci, i propagandisti non usano solo gli errori di ragionamento, ma anche i limiti della nostra mente, che possono portarla a commettere errori cognitivi. Altri errori per influenza sociale: errore di cortesia (esprimere un’opinione che è più corretta socialmente della propria, per non offendere nessuno), della vittima identificabile (reagire di più quando è in pericolo una singola persona identificata invece di un gruppo), del passante (tendenza a non intervenire in un’emergenza se ci sono altre persone presenti), di desiderabilità sociale (sottolineare caratteristiche socialmente desiderabili nel proprio carattere e nel proprio comportamento, ignorare quelle indesiderabili), di status quo (preferire che le cose restino come sono), di stereotipo (attendersi che il membro di un gruppo abbia certe caratteristiche senza avere informazioni su di lui), di genere (associare qualità positive più alle donne che agli uomini, o viceversa), di autorità (ritenere più accurate le opinioni di una persona autorevole, indipendentemente dal loro contenuto), dell’attribuzione di gruppo (credere che le caratteristiche del membro di un gruppo riflettano il gruppo intero, o credere che le decisioni del gruppo riflettano le preferenze dei membri, anche quando i dati disponibili dicono il contrario), di alone (la tendenza dei tratti positivi o negativi di una persona a tracimare da un’area della personalità a un’altra nella percezione altrui), di percezione asimmetrica (credere che la conoscenza di chi frequentiamo sia maggiore di quanto loro conoscano noi), di trasparenza (sovrastimare l’abilità altrui di conoscerci, e la nostra di conoscere loro), dell’omogeneità (vedere i membri del proprio gruppo come più diversificati rispetto ai membri di altri gruppi), dell’informazione condivisa (la tendenza dei membri di un gruppo a parlare di più di informazioni che tutti i membri conoscono, invece che di quelle conosciute da pochi), della parole socialmente utili (in molte lingue, sono in numero maggiore le parole relative alle interazioni sociali), del gruppo (sopravvalutare i membri del proprio gruppo, o trattarli in modo migliore rispetto agli altri), dell’attribuzione al gruppo (attribuire qualcosa al gruppo invece che ai suoi membri).

Errori per limite mnemonico. Errore della coerenza (ricordare i propri giudizi e i propri comportamenti passati in modo da farli assomigliare a quelli attuali), della scelta (ricordare meglio le scelte effettuate in passato invece che le scelte scartate), dell’ego (ricordare un evento in modo che soddisfi la propria autostima), di frequenza (una parola o un nome o una frase o una cosa imparati di recente sembrano riapparire nella quotidianità con una frequenza maggiore), dell’umorismo (ricordare meglio i fatti divertenti invece di quelli neutri), dell’autoproduzione (ricordare meglio le proprie affermazioni invece di quelle simili, ma altrui), della verità illusoria (credere vera un’informazione a noi familiare), del livellamento (perdere i dettagli di un ricordo dopo un certo tempo), dell’affinatura (sopravvalutare i dettagli ricordati), della modalità orale (si ricordano meglio gli ultimi elementi di una lista se presentata in forma orale invece che in forma scritta), della lista lunga (più la lista è lunga, maggiore è il numero di fatti ricordati), del contesto erroneo (confondere il contesto di un’esperienza), della congruenza d’umore (si ricordano meglio le informazioni congruenti con l’umore attuale).

(8. Continua)

Mail box

 

 

Aboliamo le Regioni così calerà il debito

Gentile Travaglio, ho avuto modo di leggere diverse volte che abolirebbe le Regioni. Concordo assolutamente, infatti quando Renzi propose l’abolizione delle Province mi chiedevo come mai non avesse pensato ad abolire le Regioni. Guardando la curva del debito pubblico italiano, è facile verificare come sia cresciuto moltissimo a partire dal ’70, anno di nascita delle regioni. Allora il debito pubblico era sotto il 40 per cento del Pil per poi impennarsi fino ad arrivare al 140 per cento a fine 2019. È una coincidenza? il debito pubblico dipende da altro oppure le Regioni hanno contribuito in maniera sostanziosa a questo incredibile aumento? Mi risulta poi anche che tutte le Regioni italiane, chi più e chi meno, sono state sotto l’occhio della magistratura. Circa 400 sono stati i consiglieri regionali rinviati a giudizio e gran parte di loro condannati. Fermo restando che la Sanità deve comunque essere gestita dallo Stato in quanto, si è capito, le Regioni danno luogo a sprechi e corruzione.

 

Ridurre i parlamentari è giusto, ma non così

Grazie per l’attenzione direttore Marco Travaglio, ma insisto. La porcata non sta nel ridurre il numero dei parlamentari in sé, ma nel modo in cui lo si ottiene. A parer mio servirebbe, come diceva Adriano Olivetti “una sintesi tra le idee e non un compromesso tra le forze”. Nonostante la divergenza di vedute, continuerò comunque a provare profonda stima nei suoi confronti.

Vittorio Melandri

 

Caro Melandri, l’unico “modo” che conosco per ridurre il numero dei parlamentari è ridurre il numero dei parlamentari. Punto. È anche una questione di rispetto per gli elettori italiani, che nel 2006 e nel 2016 hanno (giustamente) bocciato le “grandi riforme” (o controriforme) di B. e Renzi che nascondevano dietro il taglio dei parlamentari molti altri cambiamenti dannosissimi.

M. Trav.

 

Le riforme si fanno una alla volta

Interrogato, vorrei rispondere a Tommaso Montanari con una domanda: ma se invece voto No che succede ai livelli di povertà e disoccupazione, al diritto negato a casa e salute, alla scuola umiliata e aggiungiamoci anche la fame nel mondo? Cosa c’entra? Oggi il tema è questo, su questo siamo chiamati a dare un giudizio, e le riforme si fanno una alla volta.

Franco Dolfi

 

Vedendo chi non vuole il taglio, sono per il Sì

I personaggi schierati per il No sono la maggior pubblicità a votare Sì. Approvando il taglio si può cambiare la legge elettorale; con il No si andrebbe alla paralisi.

Diego Tummarello

 

“Dall’odio insegnato mi ha guarita l’amore”

La senatrice Liliana Segre ieri ha compiuto novant’anni: in questa sua vita ha conosciuto tante, inenarrabili manifestazioni dell’odio: il disprezzo delle leggi razziali fasciste, l’egoismo e l’indifferenza di chi ha chiuso in faccia a lei e i suoi familiari in fuga la frontiera che li separava dalla salvezza, la ferocia e l’orrore del campo di sterminio, la perdita dei suoi familiari, la rovina prodotta in lei da queste atroci esperienze e ancora oggi minacce e offese razziste e fasciste.

Tutto ciò avrebbe potuto insegnarle a odiare, solo a odiare. E invece questa donna meravigliosa ha saputo, giorno dopo giorno, ritrovare l’amore non solo per sé e per il proprio ambito familiare, ma anche per chi ha incontrato sulla strada della sua vita ed essere testimone di giustizia e di verità per tutti gli uomini di tutti i giorni, specialmente per i giovani, ai quali si rivolge con dolcezza e con fermezza sempre rispettando la persona e testimoniando senza infingimenti la realtà storica e gli alti valori morali che la caratterizzano.

La sua figura, la sua vita e le sue parole ci stimolano perché non ci si faccia prendere da stanchezza e indifferenza, perché le ragioni della giustizia, della libertà, dell’affermazione dei diritti umani siano il punto di riferimento del nostro agire, oggi quando, come ci ha ricordato la stessa senatrice Liliana Segre, migliaia di persone tra torture e disperazione vengono gettate nell’inferno del Mediterraneo nell’indifferenza appena mascherata da qualche rammarico per comportamenti altrui. Per questo sono preziosi i novant’anni di Liliana Segre e a lei va il ringraziamento degli iscritti e dei simpatizzanti dell’Associazione S.A.O. – Saveria Antiochia Osservatorio antimafia, e il nostro augurio che per molti anni ancora il suo sorriso ci possa insegnare a vincere l’odio, a scegliere l’amore.

Vincenzo Viola e Jole Garuti

Delitto Willy omicidio volontario? Importanti le abitudini degli indiziati

 

 

Gentile Fatto, non sono un giurista. Sono un cittadino come tanti. E tuttavia io penso che se più persone picchiano in modo brutale un ragazzo, con calci e pugni, in faccia, in testa e in altre parti del corpo, ripetutamente anche col ragazzo ormai a terra, fino a provocargli la morte quasi immediata, il reato di cui gli assassini dovrebbero essere accusati è “omicidio volontario” e non “omicidio preterintenzionale” (non volevamo ucciderlo). Come semplice cittadino attendo il processo. Povero ragazzo e povera famiglia. Tutta la mia solidarietà. Cordiali saluti.

Prof. Luigi Roselli

 

Gentile professore, è verosimile che la questione da lei sollevata se la porranno, sviluppando l’indagine, anche i magistrati competenti. Come sempre, si tratta di applicare le norme generali sull’omicidio adattandole al caso specifico, cioè alla ricostruzione del fatto materiale commesso. Stando alle brutali modalità con le quali è stata provocata la morte del giovane Willy Monteiro Duarte (che lei ha ben riassunto in base alle cronache), sarebbe assurda ogni ipotesi di semplice imprudenza, negligenza o imperizia e quindi di omicidio colposo. L’alternativa principale è fra omicidio preterintenzionale (quando si colpisce a morte qualcuno che però non si voleva uccidere) e omicidio volontario o doloso , che si ha quando si colpisce per uccidere. C’è però un’altra possibilità, quella dell’omicidio volontario con dolo cosiddetto eventuale o indiretto. Nella graduazione dell’intensità del dolo in relazione alla rappresentazione volitivo-conoscitiva del soggetto, dottrina e giurisprudenza hanno individuato la fattispecie della “accettazione del rischio”. Vale a dire che quando si accerta che il soggetto si è rappresentato seriamente la possibilità che si verifichi l’evento morte e tuttavia ha deciso di agire lo stesso, accettando tale rischio, l’omicidio può ritenersi doloso e quindi volontario, ma con dolo – appunto – eventuale. Un peso nelle valutazioni dei magistrati potrà indubbiamente avere anche la circostanza che due degli indiziati sono esperti praticanti di una disciplina “sportiva” etichettata come MMA: un mix di calci , pugni , colpi di karate e arti marziali assortite, che poco si confà con il ruolo di pacieri che i due si sono ritagliati nel primo interrogatorio. Sta di fatto che l’immenso sdegno e il ribrezzo suscitati dalla vicenda sono sacrosanti. E tuttavia persino nel tremendo e orribile caso cui si riferisce la lettera, è giocoforza ricordare – tecnicamente – la presunzione di non colpevolezza.

Gian Carlo Caselli

“Il sole” in estasi per il clan Agnelli

La passione della grande stampa per la famiglia Agnelli è cosa nota. Ci piace però pensare che ieri perfino nella real casa torinese si siano imbarazzati per l’attenzione del Sole 24 Ore. Il giornale di Confindustria ha aperto con un titolo forte: “La sfida degli Agnelli: entra la quinta generazione”. E che sarà successo mai? A quanto pare, tenetevi forte, nella Giovanni Agnelli BV comandano gli Agnelli. Parliamo della cassaforte, rigorosamente olandese, che riunisce i rami della dinastia (dagli Elkann ai Camerana ai Nasi, dai Rattazzi ai Ferrero di Ventimiglia), cento persone che vivono di rendita grazie ai dividendi Exor, la holding olandese che controlla l’impero a partire da Fca. Ebbene, pare che il “gruppo Giovanni Agnelli” (John Elkann) sia salito di ben il 2% nell’azionariato dell’ex accomandita; “il gruppo Umberto Agnelli” (Andrea Agnelli) pure, e così anche il “gruppo Giovanni Rasi” rappresentato da Alessandro Nasi, cugino di John. E quindi? Boh. Però c’è “la quinta generazione in campo”: Andrea, per dire, è entrato nel cda insieme a tal Benedetto Della Chiesa, nipote di Maria Sole Agnelli. Ma non è finita qua: pare che alcuni giovani della dinastia sono entrati pure nel “nuovo Consiglio di famiglia”, che si riunisce ogni anno per discutere “i risultati del gruppo già noti al mercato”. Incredibile.

Viva Costacurta, almeno è sincero: il no è anti-m5S

Dice a Repubblica, Alessandro Costacurta (pilastro del Milan di Arrigo Sacchi e della Nazionale), che vota No “per non vedere le facce di Di Maio e Toninelli trionfanti”. Evvai, ci voleva un calciatore per dire la verità vera su quei No che sono convintamente No per la semplice, fondamentale ragione che se vincesse il Sì, poi toccherebbe “vedere le facce di Di Maio e Toninelli trionfanti”. Finalmente una schietta scelta di campo, lontana dai gargarismi giuridico-legislativi di tutti quei No falsi come Giuda, che si arrampicano sui vetri straparlando di rappresentanze e rappresentatività. Per non dovere ammettere che il problema non è costituzionale (del taglio dei parlamentari, chissenefrega) e neppure politico, bensì antropologico e lombrosiano. All’ex duttile difensore rossonero, Di Maio e Toninelli (e forse anche Bonafede e la Azzolina) stanno maledettamente sulle palle e pur di non vedere le loro facce trionfanti farebbe perfino autogol. Se, per dire, quelle facce avessero detto No, lui avrebbe detto convintamente Sì, perché il vero problema dei No sono i 5Stelle e tutto ciò che si portano appresso: da Virginia Raggi a Giuseppe Conte, a Nicola Zingaretti (che per i vari Costacurta ha la classica faccia del No costretto a dire Sì dai grillini). Certo, non tutti i No nascono e vivono sulle antipatie, anche se il fatto personale è politico. Infatti, non si può negare che nel flop subito dalla riforma costituzionale del 2016 c’era molto della vasta insofferenza per la faccia di Matteo Renzi. Ora è innegabile che i “No a prescindere”, di tanti politici, giornalisti e intellettuali, elencati ieri da Giacomo Salvini sul Fatto Quotidiano, abbiano nella loro pancia una tenace ostilità verso il governo giallorosa. Ciò non toglie che un’entrata alla Costacurta da parte, per esempio, dei colleghi Marco Damilano, Massimo Giannini, Maurizio Molinari contribuirebbe a fare chiarezza nel dibattito politico sottraendolo a certe fumosità da giureconsulti. Prendendo esempio da Roberto Saviano, andato oltre le facce di Di Maio e Toninelli con un takle a piedi uniti su Zingaretti, Conte e M5S, degno di quello celebre di Claudio Gentile sulle caviglie di Maradona: “Ma andate a cagare voi e le vostre bugie”. Viva la faccia.