Col suo faccione incorniciato dalla zazzera bianca e che guarda il titolo scontato in difesa dei fratelli Bianchi da Colleferro, anche Claudio Martelli s’iscrive con ritrovata baldanza alla sinistra salviniana che odia gli usurpatori Cinque Stelle alleati del Pd. Parliamo dello Pseudo-Riformista edito dal noto Alfredo Romeo, che ieri ha dedicato quasi due pagine all’ex delfino craxiano per fargli esprimere, sulla scia del Saviano del gruppo Fca, il comandamento base del No a prescindere: “Il Pd si è piegato ai Cinque Stelle che mi stanno sulle palle”. Per nobilitare quindi le sue motivazioni, Martelli da consumato politico della Prima Repubblica, quando si parlava ore e ore per non dire nulla, per esempio spiega che con questa riforma gli oligarchi di partito “saranno totalmente arbitri della scelta dei candidati”. Azz! La scoperta del secolo: Martelli non ti muovere che adesso me la segno. Indi, in un vortice di cattivismo antropologico, l’ex numero due socialista (condannato) se la prende pure con la “follia talebana” delle intercettazioni e della prescrizione. Avanti il prossimo.
Politically correct: l’eccesso di tutela diventa censura
“Se un amico mi accoglie dicendomi ‘uelà sporco ebreo, come te la passi’ non mi offendo di certo. Ma se me lo gridano al raduno di Pontida assume ben altro significato”. Lo scrive Gad Lerner su FQ Millennium, il mensile diretto da Peter Gomez in edicola da domani con un numero sugli eccessi del politicamente corretto. Un numero ricco di opinioni contrapposte e approfondimenti sul tema tornato alla ribalta, fra l’altro, con il caso dei meme sull’abbronzatura di Di Maio. Ma il campo è ben più vasto. Perché dal linguaggio pubblico sono scomparse, per esempio, le case popolari (in favore del più neutro “edilizia residenziale pubblica”) e i poveri (diventati “meno abbienti”)? Davvero correggere “Gesù Bambino” in “Perù Bambino”, come accaduto in una scuola primaria friulana, è un modo per non offendere bimbi e famiglie di altri credi? Siamo sicuri che “migrante” sia una condizione più confortevole di “immigrato”? Siamo arrivati al punto in cui “se faccio una battuta sugli alpini gay, si offendono sia gli alpini che i gay”, lamenta il comico Paolo Rossi, mentre le piattaforme online cancellano film e tagliano scene di popolari serie tv, come Friends e Scrubs, diventate improvvisamente “scorrette”.
Qual è allora il limite oltre il quale la tutela di gruppi vittime di stereotipi diventa censura e “pensiero unico”, anzi, si trasforma in un “cambiamento culturale forzato e fittizio”, sostiene nel suo intervento Giordano Bruno Guerri?
Oppure è come la mascherina anti-Covid – è la tesi di Furio Colombo – che può dare fastidio, ma ci protegge da guai ben più gravi come razzismo e intolleranza?
Il tema è quanto mai complicato.
Come ci ricorda Lerner, l’impatto di certe parole cambia secondo chi le pronuncia e chi le subisce.
Nessuno in un primo momento, neppure nella sinistra più attenta al politically correct, si è scandalizzato per le immagini del ministro Di Maio, tornato molto abbronzato dalle vacanze estive, raffigurato in scene di Via col Vento o fra i migranti sui barconi. Quelle immagini ironiche, condivise dal ministro degli Esteri sui social, hanno avuto ben altro effetto sulla comunità afroitaliana. Su FQ Millennium lo spiega la giovane e battagliera scrittrice italo-ghanese Djarah Kan, che ribalta la questione: perché “non sono mai le persone oggetto di scherno a decidere cosa è accettabile e cosa no, chi può essere umiliato, quanto e come?”.
La battaglia contro il politicamente corretto appare di destra, dalle sparate di Donald Trump ai quotidiani che qui da noi si beano della parola “negro” (ormai impronunciabile negli Usa) sparata in prima pagina. L’eccessivo controllo del linguaggio comincia a stare stretto anche a sinistra, si legge nel recente appello di 150 progressisti, partito proprio dagli Stati Uniti.
“La logica dell’eufemismo ha preso la mano”, rimarca sul nostro mensile Paolo Flores d’Arcais, e rischia di diventare un diversivo per non affrontare i problemi reali (e sociali) sottostanti.
Così lo scrittore Roberto Prunetti – che ha sperimentato il razzismo anti-italiano quando faceva il lavapiatti a Londra – gioca a cambiare prospettiva: e se applicassimo il politicamente scorretto a bersagli diversi dal solito, cominciando a chiamare i ricchi, per lo più “vecchi maschi bianchi”, semplicemente “sfruttatori”?
Willy, in arrivo nuovi indagati. Verifiche sul calcio allo sterno
Il cerchio si allarga. Sotto la lente degli inquirenti che indagano sulla morte di Willy Monteiro Duarte ora c’è anche la posizione dei tre giovani che dopo il pestaggio costato la vita al 21enne originario di Capoverde sono tornati ad Artena con i fratelli Gabriele e Marco Bianchi, finiti in carcere insieme a Mario Pincarelli, e a Francesco Belleggia, ora ai domiciliari. Oltre ai quattro arrestati, c’è un quinto indagato, Vittorio Edoardo Tondinelli, che era con gli altri all’arrivo dei militari, intorno alle 4 del mattino. Ma non solo. Gli inquirenti stanno lavorando sul profilo degli altri ragazzi che si trovavano a bordo dell’Audi QZ. Michele Cerquozzi, in primis. Vecchio amico di Marco e Gabriele. Li ha chiamati – dicono loro – mentre stavano facendo sesso con delle ragazze per dare una mano a Pincarelli e Belleggia. Cosa gli avrebbe riferito di così grave da farli precipitare sul luogo nonostante il “momento intimo” (tutto da verificare, visto che i due non hanno indicato nulla delle donne con cui si accompagnavano)? Poi c’è Omar Sahbani, di cui si sa poco, solo che era in auto con gli altri. Cosa facevano? Hanno assistito alla rissa? Hanno partecipato?
Non sono gli unici punti oscuri della notte tra il 5 e il 6 settembre. Dai racconti dei testimoni affiorano incongruenze sugli ultimi minuti di Willy. Da quanto emerso, attorno alle 3 il giovane era andato in soccorso di Federico Zurma, l’amico di scuola, che insieme ad Alessandro Rosati litigava con Belleggia e Pincarelli. Ma del suo intervento nelle dichiarazioni dei due soccorsi e di Belleggia non c’è traccia. Il primo a parlare nell’ordinanza di convalida degli arresti è Emanuele Cenciarelli, che quella sera è con Willy, Matteo Larocca e Marco Romagnoli. Il ragazzo racconta che i tre assistono alla lite tra “Federico” e altri due ragazzi (Belleggia e Pincarelli). “A quel punto – mette a verbale – Willy si avvicinava al suo vecchio compagno di scuola che chiamava col nome di ‘Federico’ per capire cosa stesse accadendo e se avesse bisogno di aiuto’.
Lo stesso racconto fa anche Larocca: “Abbiamo visto dei ragazzi discutere verbalmente, tra cui uno era Mario Pincarelli e l’altro Federico Zurma”. “A questo punto – prosegue – il Willy che conosceva Zurma va verso di lui per capire cosa stesse avvenendo. Dopo di ciò ci allontaniamo”. La versione concorda con quella di Romagnoli: “Willy, dopo aver riconosciuto un suo amico in quel gruppo, si è avvicinato a quest’ultimo per chiedere spiegazioni su cosa stava succedendo”. I tre amici che erano con Willy, quindi, dicono che quest’ultimo va in soccorso di Zurma e di Rosati. Ma nessuno di questi due racconta l’episodio. Il primo si limita a dire che “altre persone si frapponevano tra noi due e ci allontanavano”, senza menzionare l’amico. Rosati del soccorso non parla neppure. Non ne parla neanche Belleggia, che ai pm specifica persino che nella lite tra Zurma e Pincarelli, Willy “era a due o tre metri di distanza”. Nel racconto di Belleggia, Willy appare solo “nei pressi dell’edicola” quando “i due fratelli Bianchi intervenivano colpendo (…) la vittima e l’amico di questa (Marco va verso Willy e gli tira un calcio e lui cade all’indietro”).
Determinante per il proseguo dell’inchiesta sarà capire se il colpo allo sterno sferrato a Willy sia stato un semplice “calcione” oppure una mossa di arti marziali. Nel secondo caso, sostengono fonti inquirenti, il pm Luigi Paoletti potrebbe variare l’accusa da “omicidio preterintenzionale” a “omicidio volontario”. Ma prima va capito chi fra Gabriele e Marc abbia picchiato il 21enne. Quasi tutte le testimonianze, infatti, concordano nel dire che solo uno dei due si è accanito sulla vittima, mentre l’altro si è concentrato nel picchiare Cenciarelli. Il problema è che Gabriele e Marco si somigliano. Tanto. Ai Castelli romani li chiamano “i gemelli”. Marco è indicato come il responsabile del pestaggio da Belleggia ma anche da Nicoleta Soceanu, amica di Willy; ad accusare Gabriele, è invece “con certezza” Faiza Rouissi (altra amica del 21enne ucciso). Nelle loro deposizioni, Marco e Gabriele parlano di “una spinta” nei confronti di Willy e Emanuele, ma a “spingere” Monteiro, per loro stessa ammissione, sarebbe stato Marco.
Infine c’è Pincarelli, il “terzo uomo”, che avrebbe acceso la scintilla con l’apprezzamento nei confronti di una ragazza del gruppo di Colleferro. È la testimonianza di Belleggia a indicare nel 22enne di Artena colui che potrebbe aver dato il colpo di grazia. Nell’Audi QZ, dopo la rissa “tutti hanno detto che Pincarelli aveva dato colpi a Willy mentre era a terra”.
Gara a chi era lontano da Adl Lotito: “Stava a 30 metri da me”
Riuniti in assemblea, seduti a pranzo in lunghe tavolate (ma oggi tutti assicurano a rigorosa distanza di sicurezza), fra confidenze, risate e trame segrete, i ricchi presidenti della Serie A si erano ritrovati mercoledì all’hotel Hilton di Milano per decidere le sorti del calcio italiano. Sempre un po’ riottosi alle misure anti-Coronavirus, infastiditi dal governo che li ha costretti a non giocare per mesi e ora non permette di riaprire gli stadi, progettavano di vendere un pezzetto di Serie A ai fondi d’investimento stranieri per rimediare ai loro buchi di bilancio.
Mentre già contavano i soldi, non sapevano che nella stanza c’era una “bomba Covid” pronta a esplodere. Uno di loro: Aurelio De Laurentiis, proprietario del Napoli, positivo al Coronavirus. È stato lui a comunicarlo al presidente Dal Pino che poi ha girato la ferale notizia, già nella serata di mercoledì, quando ha ricevuto l’esito del tampone.
L’aveva fatto in mattinata, poi come se nulla fosse era partito per Milano, dove ha incontrato dirigenti e presidenti, parlato a giornalisti all’uscita, anche senza mascherina. Il solito show alla De Laurentiis, ma stavolta il patron non era al meglio: un po’ indisposto, dolori di pancia, colpa di un’abbuffata di pesce e ostriche, aveva spiegato con i suoi modi da gagà. Di qui la domanda: sapeva o no del rischio che stava correndo e facendo correre ai colleghi? Dalla società assicurano che non ne aveva idea, che più volte gli è stata misurata la temperatura (a Capri prima del traghetto, in aeroporto, in hotel) e mai c’erano state anomalie, fino all’insorgere dei primi sintomi al ritorno a casa in serata. C’è però un precedente: il Napoli in casa un “infetto” ce l’aveva già, un dirigente, la cui positività era emersa a fine settimana scorsa. De Laurentiis con la squadra non ha contatti da tempo, tanto che per Gattuso &C. non sono scattate misure particolari. E poi si era già sottoposto a un altro tampone, negativo, tra domenica e lunedì. Quello di mercoledì era uno dei tanti test di routine a cui si sottopongono i membri delle squadre di calcio, la vicenda sarebbe solo una sfortunata coincidenza. Certo, quelle due spie accese avrebbero dovuto indurre a maggior prudenza.
Anche la procura della Federcalcio vuole vederci chiaro e potrebbe aprire un’inchiesta per verificare se il suo protocollo sia stato rispettato per davvero. Le regole Figc non bastano a prevenire del tutto i focolai, se in attesa dell’esito del tampone giocatori e dirigenti sono liberi di muoversi liberamente, al contrario di cittadini comuni (ma non potrebbe essere altrimenti con test ogni 4 giorni). Il caso ha voluto poi che ad essere colpito sia stato proprio ADL, che da giorni strepita per riavere tifosi e stadi pieni, e aveva aperto al pubblico il ritiro di Castel di Sangro, dove però c’era stato un terzo caso, stavolta di una giornalista al ritorno dalle vacanze: quel ritiro voleva essere una spallata al governo, nel tentativo di forzare la mano sulla riapertura degli stadi con l’appoggio delle Regioni. Un azzardo, che la società non aveva pagato visto che il caso di positività non aveva avuto conseguenze. Ora invece quella del patron azzurro manda nel panico il pallone. In totale sono coinvolte circa 70 persone, fra dirigenti che sono stati con lui dentro l’Hilton e addetti ai lavori che l’hanno incrociato all’esterno. Tutti potenzialmente a rischio, anche se ora fanno a gara a chi gli è stato più lontano: “Era a 30 metri da me”, giura Lotito, “nessun contatto” assicura la dirigenza dell’Inter. Di sicuro è andata male a Oreste Vigorito, patron del Benevento, che aveva accettato un passaggio sul suo aereo per rientrare in Campania: ora è in isolamento in attesa, ma non è l’unico. Tanti dovranno chiudersi in casa e aspettare l’esito dell’esame. De Laurentiis è tornato a Roma (autorizzato dalla Asl), insieme alla moglie pure lei positiva, sotto osservazione del Gemelli: chissà quanti presidenti l’hanno chiamato per fargli gli auguri.
Scuola a rischio buco: 13mila lavoratori positivi al sierologico
L’anno scolastico potrebbe iniziare senza 13 mila fra insegnanti e personale non docente. Tanti sono infatti i dipendenti del settore risultati positivo ai test sierologici fin qui effettuati nelle regioni. Circa il 2,6% delle 500 mila persone già testate, quasi il 50% di chi lavora nella scuola.
I dati, diffusi ieri sera dal Tg1, sono stati forniti dall’ufficio del commissario per l’emergenza Domenico Arcuri. La positività al test sierologico non significa essere portatori del virus, ma “solo” averlo contratto in precedenza. I 13 mila ora dovranno osservare un periodo di isolamento in attesa dell’esito del tampone. Chi risulterà negativo prima di lunedì potrà tornare al lavoro. Il dato diffuso non tiene conto dei 200 mila tra docenti e non docenti del Lazio, che opera in maniera autonoma. La regione più virtuosa è la Lombardia, con il 70% di test effettuati; ultima la Sardegna con il 5%. Entro il 24 settembre si deve arrivare al 60-70%.
Intanto si lavora a un piano in vista della riapertura. Si punterà soprattutto su screening di massa con “laboratori mobili”. Quindi tamponi rapidi antigenici, test molecolari rapidi e, da fine settembre, anche i test salivari. Si parte da Lazio e Veneto: se funziona, il modello si allarga in tutta Italia. “Una batteria formidabile” si è lasciato scappare con un certo ottimismo, uno dei partecipanti all’incontro fra i responsabili delle unità di crisi delle due regioni, distanti politicamente, ma vicine nella battaglia al contenimento del Covid. I tecnici si sono riuniti ieri a Padova per definire la strategia da applicare in vista del ritorno in classe, lunedì. Fra i partecipanti, per il Veneto, l’ordinario di Immunologia dell’Università di Padova (e consulente del governo), Andrea Crisanti, il direttore sanitario dello Spallanzani, Francesco Vaia, e il direttore regionale salute, Renato Botti.
L’obiettivo? Sommare diverse tecniche di screening, dal test sierologico fino al tampone classico in laboratorio. Come raccontato dal Fatto nei giorni scorsi, una relazione riservata dell’Istituto Spallanzani di Roma pone tanti dubbi sull’attendibilità dei test rapidi effettuati, ad esempio, nell’aeroporto Fiumicino sui vacanzieri di ritorno dalle mete a rischio, col 18% dei tamponi negativi che, alla controprova, erano in realtà positivi.
In generale, le regioni hanno già predisposto le indicazioni operative per la gestione dei casi sospetti. Tutte sono allineate alle linee guida dell’Istituto superiore di sanità, contenute in un rapporto messo a punto insieme ai ministeri della Salute e dell’Istruzione, all’Inail, alla Fondazione Bruno Kessler, alle Regioni Veneto ed Emilia-Romagna. Si prevede per prima cosa l’identificazione in ogni scuola di un referente Covid, con il coinvolgimento di pediatri e medici di famiglia, dei genitori, dei dipartimenti di Prevenzione. Nel caso in cui un alunno abbia una temperatura corporea superiore a 37.5° o un sintomo riconducibile al Covid, dovrà intervenire subito il referente scolastico. L’alunno dovrà essere collocato in un’area apposita, individuata dall’istituto, in compagnia di un adulto protetto da mascherina, indossata anche dal bambino se di età superiore ai 6 anni (ma solo se la tollera). L’alunno, se positivo, potrà rientrare a scuola dopo due tamponi negativi. Mentre il dipartimento di prevenzione dovrà avviare la sanificazione straordinaria della scuola, ponendo in quarantena coloro che sono entrati in contatto stretto con il ragazzo.
Fondi Ue, l’Italia quarta per frodi. I dati in attesa del piano europeo
Fondi europei destinati all’agricoltura finiti nelle mani di chi la terra non l’ha mai lavorata. Imprenditori che per evadere l’Iva hanno aperto società fittizie all’estero. Ma anche l’acquisto di centinaia di ettari di alpeggi d’alta quota grazie ai soldi riconosciuti dall’Europa, anche se quei pascoli non hanno mai visto una mucca. Tra il 2015 e il 2019 l’Ue ha messo a disposizione dell’Italia 47,4 miliardi di euro di cui troppi si sono trasformati in frodi. Affari sicuri, poco rischiosi e difficili da svelare che finiscono per buona parte alle mafie tra boss, gregari, prestanomi e insospettabili professionisti. Un rubinetto sempre aperto da cui la corruzione si abbevera a spese della comunità. Le frodi italiane sono note da tempo a Bruxelles e, proprio nelle settimane in cui si sta discutendo di come investire i 207 miliardi concessi all’Italia (tra trasferimenti diretti e prestiti), l’ultimo rapporto dell’Ufficio europeo antifrode (Olaf) dimostra che, come negli anni precedenti, l’Italia continua a frodare sui fondi.
Secondo l’Olaf, l’Italia resta quarta in Europa per numero di irregolarità nella gestione dei fondi Ue 2015-2019. Con 4.415 frodi rilevate, il Paese si colloca solo dietro a Spagna (11.029), Polonia (5.017) e Romania (4.968). In totale nel 2019, sono state registrate in tutta Europa 45.737 irregolarità. L’Italia, però, va meglio se si guarda all’impatto finanziario di queste infrazioni sul totale dei pagamenti: secondo l’Olaf ammonta a 98 milioni, pari all’1,22%, ben al di sotto della media europea (1,91%). Il Paese risale anche un posto in classifica, arrivando terza, se si guarda al numero di indagini concluse dall’Olaf con raccomandazioni di recupero dei fondi: sono 22 casi. Bene la risposta delle autorità giudiziarie italiane, che hanno dato seguito al 62% dei casi segnalati, contro una media Ue del 39%. Il report annuale dell’agenzia Ue getta pesanti ombre non solo sull’Italia, ma su tutti gli Stati membri con 181 indagini totali e la richiesta di recuperare 485 milioni di euro per il bilancio Ue. Basta pensare che l’Olaf tra il 2010 e il 2018 ha raccomandato il recupero di 6,9 miliardi di euro.
Restano tante le frodi Made in Italy, ma complessivamente quasi più da ladruncoli di risorse Ue che da geni del crimine comunitario, come nei casi dettagliati dal rapporto. Ci sono 3,3 milioni di euro recuperati dalla manipolazione di un appalto per l’acquisto di macchinari per la lavorazione a maglia. Sul fronte ambientale, spicca il Dieselgate. I fondi Ue destinati alla ricerca per ridurre le emissioni dei veicoli sono stati invece utilizzati per sviluppare un motore provvisto dell’impianto di manipolazione che elude le norme dell’Ue in materia di emissioni. Trova spazio nel dossier antifrode anche il contrabbando di sigarette: nel 2019 ne sono state sequestrate quasi 252 milioni pari a 14 milioni di euro di mancate entrate. Tra le frodi new entry c’è invece un progetto di ricerca ambientale che avrebbe dovuto sviluppare un sistema per facilitare il rilevamento degli incendi boschivi grazie a 400mila euro. Dietro a un consorzio di piccole imprese con sede in Irlanda, Francia, Spagna e Romania però c’erano dei criminali.
Dai fondi europei alle risorse del Recovery fund, un po’ di preoccupazione potrebbe esserci. Non per i timori, smentiti dal governo sui possibili ritardi sulla presentazione del piano di investimenti, ma per l’utilizzo dei fondi. “I benefici effettivi che l’Italia potrà ottenere dipenderanno dalla capacità del Paese di proporre interventi per rafforzare il potenziale di crescita economica attuandoli in tempi rapidi e senza sprechi”, ha spiegato Fabrizio Balassone, capo del Servizio Struttura economica della Banca d’Italia. Sempre che i fondi siano usati pienamente e senza inefficienze.
Lombardia, agli arresti i commercialisti della Lega
Sono agli arresti domiciliari da ieri pomeriggio i commercialisti della Lega Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba scelti da Matteo Salvini e dal tesoriere Giulio Centemero rispettivamente come revisore legale del gruppo Lega al Senato e direttore amministrativo alla Camera. Insieme a loro i militari del nucleo di Polizia economico-finanziario della Guardia di Finanza di Milano hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare anche per altre due persone: Michele Scillieri, altro commercialista vicino alla Lega, nel cui studio è stata domiciliato nel 2017 il partito Lega Salvini Premier, e Fabio Giuseppe Barbarossa, cognato di Scillieri. Sono tutti coinvolti nella strana compravendita di un immobile a Cormano, in provincia di Milano, avvenuta alla fine del 2017. Un capannone acquistato per 800mila euro dalla Lombardia Film Commission, l’ente pubblico controllato dalla Regione Lombardia e presieduto, all’epoca dell’affare, proprio dal commercialista salviniano Di Rubba. Di strano c’è che undici mesi prima lo stesso capannone era stato valutato 400mila euro: esattamente la metà del prezzo pagato con i soldi dei contribuenti lombardi.
Il procuratore aggiunto Eugenio Fusco e il pm Stefano Civardi, titolari delle indagini, contestano ai quattro arrestati, a vario titolo, i reati di peculato, turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Per la stessa vicenda a luglio era finito in carcere Luca Sostegni, considerato un prestanome usato dai commercialisti per realizzare la sottrazione di denaro pubblico. Negli ultimi due mesi Sostegni è stato interrogato più volte dai magistrati della procura di Milano, l’ultima delle quali lo scorso 25 agosto. La vicenda della Lombardia Film Commission era nata da un’inchiesta pubblicata da L’Espresso nell’aprile del 2019. L’immobile di Cormano è stato acquistato a febbraio del 2017 per 400 mila euro dalla Immobiliare Andromeda Srl. Come detto, undici mesi dopo questa società lo ha rivenduto alla Lombardia Film Commission per 800 mila euro. Oltre alla differenza di prezzo, il settimanale aveva messo in evidenza un’altra particolarità: i proprietari della Immobiliare Andromeda, beneficiaria della ricca plusvalenza, erano schermati da una fiduciaria, la Fidirev Srl. Indagando sulla vicenda, i magistrati della Procura di Milano hanno scoperto che dietro la fiduciaria c’era Barbarossa, il cognato di Scillieri. È stato lui a incassare gli 800mila euro pubblici, ma quei soldi sono stati subito dopo dispersi in mille rivoli. Finendo anche sui conti di società molto vicine ai commercialisti Di Rubba e Manzoni. Gli stessi scelti da Salvini come guardiani dei conti del gruppo Lega alla Camera e al Senato.
“Destra e sinistra sono uguali: chiunque vincerà si scorderà i terremotati”
Nel 2016, Flavia Giombetti ha perso tutto: la casa ma soprattutto “il futuro e la forza”, racconta emozionata. Oggi, quattro anni e molta acqua sotto i ponti dopo, presiede il Comitato “30 agosto” che riunisce le vittime del terremoto del Centro Italia che colpì prima a fine estate e poi due mesi dopo, il 30 ottobre.
Signora Giombetti, come procede la ricostruzione?
A rilento, negli ultimi anni si sono succeduti diversi commissari, ma è stato fatto poco. Oggi il commissario Legnini dice che si è ritrovato in mano una macchina farraginosa e rimettere le mani su tutto non è semplice.
E concretamente cosa è stato fatto?
Niente o quasi niente, solo nelle Marche sono stati danneggiati 35mila edifici e i cantieri già partiti sono poco più di 3mila. Ma la cosa più triste è un’altra: noi terremotati siamo presi in considerazione solo quando ci sono le elezioni. È una triste realtà, e basta farsi un giro nelle nostre zone per capire che non è ancora stato fatto niente. C’è la zona di Visso, i paesi intorno a Camerino, a Tolentino abbiamo 250 persone che vivono ancora dentro i container. Solo nel Tolentino gli sfollati sono 3mila.
La responsabilità è della politica?
Certo, i politici vengono qui prima delle elezioni e poi subito dopo si dimenticano. Eppure questo è un pezzo d’Italia che nel 2016 è stato completamente distrutto. In molte altre parti d’Italia si pensa che sia tutto ricostruito. Invece non è così. Adesso parlano tutti di Recovery Fund, ma per la ricostruzione non sono stati capaci nemmeno di usare tutti i fondi europei. Siamo ricordati dai candidati solo quando siamo vicini alle elezioni. Escono fuori tutti come funghi, tutti annunciano grandi novità: “Faremo questo per la ricostruzione, faremo quest’altro…”. Tutte persone che in quattro anni non si sono mai interessate al sisma.
A chi si riferisce?
A molti candidati, sia con Mangialardi sia con Acquaroli. Per esempio, Loredana Riccio (candidata con il Pd, ndr) che adesso si fa da portavoce della ricostruzione: ma io non l’ho mai vista in quattro anni. Per questo parliamo solo con il commissario Legnini, anche perché è lui ad avere le deleghe alla ricostruzione delle aree danneggiate.
Per voi chi deve vincere le elezioni?
I comitati sono apartitici, ma ognuno di noi ha la propria simpatia. La verità è che le persone le conosciamo e non c’è molta differenza tra centrodestra e centrosinistra. Per questo siamo molto preoccupati. Sono uguali, non ci sono differenze: tutti parlano e poi non fanno niente. Abbiamo chiesto tante cose al governatore del Pd Luca Ceriscioli, ma non è stato fatto assolutamente nulla, non sappiamo come governerà la destra, ma di certo le prospettive non sono buone.
Non vi ascoltano?
La questione del sisma è che deve essere vissuto: quando qualche politico si mette a sedere sulla poltrona, inizia subito a parlare in politichese, ma nella maggior parte dei casi non conoscono le condizioni in cui viviamo. Mangialardi ha fatto pure un gaffe qualche giorno fa. Ha detto: “Menomale che parliamo anche di qualcos’altro e non solo di infrastrutture o di sisma”. Uno non si può rendere conto di questo dramma per cui in venti secondi non hai più la casa, né un futuro oltre che viene a mancare la forza di una vita.
Come vedete le Marche del futuro?
Bella domanda (sospira, ndr)… mi auguro che ci sia un’attenzione particolare per le zone interne e per quelle più danneggiate dal terremoto. Perché con tutti i problemi che possiamo avere lungo la costa, ci stiamo dimenticando di una zona che va salvaguardata. Qui siamo stati abbandonati e sogno, un giorno, di rivederla com’era quattro anni fa.
Campania. Tutto per un selfie: Caldoro di cartone
Che differenza c’è tra un politico cartonato e un guappo di cartone? Il primo avrebbe le sembianze di Stefano Caldoro e il secondo quelle di Vincenzo De Luca, secondo la comunicazione via twitter, per la verità di non semplicissima comprensione, del candidato governatore del centrodestra in Campania. Ieri, infatti, Caldoro ha cinguettato la foto di se stesso abbracciato alla sua versione cartonata. Difficile distinguerli: in carne e ossa era quello a sinistra, sorridente in maniche di camicia azzurra, mentre #Cartoro era ritratto a destra in giacca blu e cravatta azzurrina a pallini berlusconiani.
Sì, l’alter ego dell’ex presidente della Campania si chiamerebbe proprio così: #Cartoro. Un bel Caldoro finto, sintetico, si spera non infiammabile, in scala 1 a 1. Il Caldoro vero – attenzione a non confonderli, è un attimo e rischi di portartelo a casa – ha invitato i suoi sostenitori a ritirarne una copia da portare nelle sedi dei comitati elettorali per scattare fotografie in sicurezza e senza l’obbligo della mascherina, così pare leggendo il tweet integrale. “Ecco #Cartoro! Scherzo, sono sempre io. I candidati (e i guappi) di cartone sono altri. Con il Covid è più difficile raggiungere tutti. E così ho pensato a una alternativa: i miei candidati mi daranno una mano a essere tra di voi come vorrei. Buon #selfiesicuro a tutti!”.
La singolare campagna non ha ottenuto per il momento adesioni stratosferiche. La prima a scattarsi una foto in sicurezza, e non poteva essere altrimenti, è stata la sorella superfan, Alessandra Caldoro. Altri selfie li hanno fatti gli azzurri Massimo Grimaldi, Annarita Patriarca, Amelia Forte e alcuni candidati delle civiche: Torquato Esposito, Rolando Scotillo, Ilenia Giocondo. Ne circola uno anche della leghista Angela Russo. La lista sicuramente crescerà.
Nelle Marche l’unico rosso rimasto è per la crisi
I marchigiani a stare nel mezzo ci sono abituati. Quasi una condizione esistenziale. Prima di tutto vivono in un luogo che galleggia tra l’essere una piccola regione e l’ambizione di diventare grande e turistica, almeno quanto le vicine Abruzzo e Umbria (fioccano recensioni sui giornali internazionali che invitano a visitare le Marche). Poi, viene la geografia: nascere a Urbino o ad Ascoli Piceno non è la stessa cosa. La prima è il nord rinascimentale; la seconda è lo sfarzoso sud di epoca medievale. A metà una linea Maginot – dove stanno Ancona, Fabriano e Macerata – che divide settentrione e meridione. Non a caso è l’unica regione d’Italia che si declina al plurale. Infine, c’è la storia politica: anche qui i marchigiani stanno in mezzo al guado. Guai a definire le Marche “regione rossa”. Proprio no: anche se negli ultimi 25 anni la Regione è sempre stata guidata dalla sinistra, nessuno dei quattro presidenti che si sono succeduti era un ex comunista. Non solo: durante la Prima Repubblica, il Pci è sempre stato all’opposizione e nelle Marche si sono alternati governi Dc e del Partito socialista. Poi Tangentopoli ha fatto il suo, come in molte altre zone d’Italia, e la sinistra diessina ha avuto la meglio, ma di rosso le Marche hanno ben poco. Anche così si può spiegare la previsione delle prossime elezioni regionali del 20-21 settembre: il ribaltone del centrodestra, a meno di scossoni dell’ultimo minuto, ci sarà. La fine dell’impero.
Che il vento marchigiano stesse spirando velocemente a destra, a dir la verità, lo si era capito da tempo. Almeno da un anno e mezzo, quando alle Europee del 2019 la Lega aveva fatto il botto passando dal 17,3% delle Politiche 2018 al 38% di un anno dopo (+4%) rispetto al risultato nazionale. Il doppio: da 153.742 a 291.061 preferenze. A scapito del Movimento 5 Stelle, che era stato il vero outsider delle elezioni regionali del 2015: il candidato Gianni Maggi era arrivato secondo con il 22% insidiando Luca Ceriscioli. Oggi, cinque anni dopo, la storia si è ribaltata: Maggi è fuoriuscito dal M5S in polemica con la mancata alleanza con il Pd correndo con una lista in sostegno del candidato dem Maurizio Mangialardi e in tutti i sondaggi i 5Stelle non superano mai il 10%. E allora, stavolta Giorgia Meloni e Matteo Salvini non si sono nemmeno dovuti impegnare tanto per rendere la regione contendibile e, soprattutto, avere ottime chance di vittoria: è bastato riesumare l’ex candidato a presidente della Regione, Francesco Acquaroli, che cinque anni fa aveva raccolto il 19% dei voti.
Acquaroli, un anonimo deputato di Fratelli d’Italia che negli ultimi anni ha accumulato più poltrone che meriti sul campo – ex consigliere regionale, ex sindaco di Potenza Picena, ex candidato alle Europee del 2019 (non eletto) – è diventato noto alle cronache per un fatto solo: aver partecipato, il 28 ottobre scorso, a una cena ad Acquasanta (Ascoli) in occasione della commemorazione della marcia su Roma. Acquaroli ha spiegato di non saperne nulla, ma era difficile non notare il fascio littorio sul menu, l’aquila imperiale, la scritta “Dio, Patria e Famiglia” ma soprattutto il ricordo del 28 ottobre 1922: “Una giornata memorabile e indelebile”. Prosit.
Contro di lui correranno il sindaco di Senigallia e presidente di Anci Marche, Maurizio Mangialardi, uomo del governatore uscente e non ricandidato Luca Ceriscioli e il consigliere regionale M5S, Gian Mario Mercorelli. I due si sono annusati – anche sulla spinta di Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio – ma non si sono mai presi veramente. Nessun tavolo, nessun dialogo e quindi nessuna alleanza. Mangialardi, un candidato molto debole, ha più volte provato a lanciare l’amo ai 5Stelle proponendo un patto su tre punti, “Green, sanità pubblica e un patto per spendere i soldi che arriveranno dal Recovery Fund”.
Ma il candidato grillino, un duro e puro della prima ora (“Se Di Maio vuole l’alleanza mi deve chiedere di lasciare il Movimento” ha detto al Fatto), ha sempre risposto picche, ispirato dai parlamentari pentastellati a partire da Patrizia Terzoni. Sicché Mangialardi, a due settimane dal voto, è indietro di circa 15 punti su Acquaroli e 10 nei sondaggi più benevoli: “Sarà un bagno di sangue – confida su richiesta di anonimato un dirigente dem delle Marche –ormai la partita è persa”. E allora c’è già chi si riposiziona e sale sul carro del possibile vincitore: “Che male c’è se la regione va a destra?”, ha detto il presidente di Confindustria Marche, Claudio Schiavoni nei giorni scorsi. Una tesi confermata anche da Luca Talevi, segretario regionale della Cisl: “Non so come finirà, ma se i sondaggi sono così netti significa che i marchigiani spingono per il cambiamento”.
la fine di un’epoca, nelle Marche, viene da lontano. In primis la crisi industriale che ha colpito duro la regione negli ultimi decenni: basti pensare ai fallimenti di storici marchi come Antonio Merloni e Berloni Cucine e alla vendita a stranieri di Indesit, Guzzini e Benelli. Il Covid ha dato il colpo di grazia al sistema produttivo marchigiani: secondo il report del 1º luglio della Banca d’Italia, le Marche sono la regione più colpita d’Italia sul fronte dell’occupazione con il 55% di addetti sospesi nei settori nel periodo di lockdown. Anche l’indice manifatturiero è stato il peggiore di tutta la Penisola: -22,4% nei primi quattro mesi dell’anno. Oltre alla crisi economica, il malcontento riguarda la gestione della Sanità che, anche sotto i governi di centrosinistra, è andata sempre più privatizzandosi: a fronte di un taglio di 1.300 posti letto (26%) nel decennio 2010-2019, le giunte di centrosinistra hanno portato la sanità privata dal 16,7 al 22,3%. E infatti le Marche sono state tra le regioni più colpite dal Covid-19 sui livelli di quelle del Nord Italia: un unicum rispetto alle vicine Umbria, Toscana e Abruzzo. Sulla campagna elettorale, ovviamente, è entrata anche la questione del terremoto che nel 2016 ha colpito molti Comuni tra Fermo e Macerata su cui tutti i candidati hanno grandi progetti per la ricostruzione: peccato che oggi sui 35mila edifici danneggiati, ci siano solo 3.600 cantieri in atto. Uno su dieci.