“L’odio per i grillini è cretino, oppure complice di Salvini”

“Questi intellettuali di finta sinistra che hanno il tic dell’antigrillismo e che ogni giorno attaccano il governo stanno facendo il gioco di Salvini. Quindi o sono complici della destra pre-fascista o sono cretini perché non lo capiscono”. Domenico De Masi, 82 anni, è uno dei sociologi più noti del nostro paese e parla così degli intellettuali “di sinistra” – da Roberto Saviano in giù – che, a partire dalla nascita del governo giallorosa, si occupano solo di criticare il premier Conte ma soprattutto il M5S. A prescindere, ovviamente.

Professor De Masi, cosa ne pensa dell’uscita di Saviano, che ha mandato a quel paese Nicola Zingaretti per il suo Sì al referendum?

È un fenomeno molto interessante che va analizzato per tappe…

Partiamo dalla prima.

In primo luogo bisogna stabilire un punto: la differenza tra sinistra e destra esiste ancora. Essere di sinistra significa stare dalla parte degli ultimi, dei più deboli e non da quella dei potenti. Molti di questi intellettuali di cui stiamo parlando non hanno nulla a che fare con la sinistra.

Ovvero?

In Italia abbiamo tutta una serie di intellettuali che si definiscono di sinistra ma poi usano il paradigma di destra. Non solo Saviano o Massimo Gianni ma sto parlando anche di tutto il gruppo Repubblica: cos’ha di sinistra? Sono tutti neoliberisti e non socialdemocratici e su politiche di sinistra come il reddito di cittadinanza, il decreto dignità o l’estromissione dei Benetton da Autostrade si sono sempre detti contrari schierandosi a destra. E poi, soprattutto, sono sempre pagati dal proprio padrone, Fca, e quindi non potranno mai scrivere contro l’azienda. Se uno ha dei valori e dei modi di pensare che sono di destra e poi si autodefinisce di sinistra ingenera confusione o, se se ne accorge, è un imbroglione.

Perché attaccano i 5 Stelle?

Questi finti intellettuali pensano che il loro problema sia il M5S: non solo c’è un preconcetto nei loro confronti ma anche una spocchia antropologica. Il confronto con i 5 Stelle li fa sentire intellettuali di alto livello, anche se non stiamo parlando di Karl Popper o Albert Einstein. Questi pensano che i grillini siano inferiori a loro. Se non ci fossero loro chissà con chi se la prenderebbero e tra l’altro urlare contro il M5S per loro è uno spasso doppio: oltre a criticarli, vanno anche contro una cosa di sinistra.

Saviano&C. però attaccano a testa bassa anche il governo.

Hanno scelto di criticare il governo facendo finta di non capire che l’alternativa non è una destra crociana e moderata ma prefascista. Con questa presa di posizione sono complici di Salvini. Nel caso in cui, invece, non se ne rendano conto, sono solo dei cretini ma non credo proprio visto che sono mesi che stiamo provando a farglielo notare. Quindi è impossibile che non se ne siano accorti.

Magari tifano per Mario Draghi per sostituire Giuseppe Conte come presidente del Consiglio.

Ah, questa è bella (ride, ndr)… ma chi è Draghi? Cosa vuole fare? Dove vuole andare e con quale maggioranza? E poi, scusate, Draghi sarebbe la sinistra? Non credo proprio: ha avallato tutte le politiche neoliberiste dell’Unione Europea.

Quindi secondo lei la nuova sinistra è l’alleanza Pd-M5S?

Sì, penso proprio di sì. Chi è di sinistra oggi deve prendere atto che non può stare al governo senza i 5 Stelle e poi che questo esecutivo ha fatto molte cose progressiste: reddito di cittadinanza, decreto dignità, i bonus, l’estromissione dei Benetton da Anas. Prima di trovare una cosa di sinistra come il reddito di cittadinanza bisogna tornare agli anni Settanta con la riforma sanitaria.E pensare che molti lo criticano.

Al referendum come voterà?

Voterò Sì, perché anche se ridurre il numero di rappresentanti per me significa ridurre la democrazia, in tutti questi anni abbiamo ampiamente capito che 945 parlamentari non siano in grado di organizzarsi. E poi perché bisogna salvare questo governo.

“È una riforma liberale. Contrarie solo le élite”

“Il liberalismo è un metodo che guarda ai problemi della realtà per risolverli. Liberalismo è anzitutto pragmatismo e l’approvazione di questa riforma potrebbe essere un passo in avanti per la risoluzione dei problemi del nostro Paese”.

Così Pietro Paganini, docente di Management dell’innovazione alla John Cabot University di Roma e fondatore di Competere.eu (think tank liberale) spiega la sua posizione sul referendum costituzionale dei prossimi 20 e 21 settembre. “L’obiettivo è migliorare la qualità della rappresentanza che invece è drasticamente peggiorata in questi anni. Il nostro Parlamento così come è adesso non funziona”, spiega il professore ed ex presidente della Fondazione Einaudi. “È giusto dire Sì per aumentarne l’efficienza e la trasparenza. Certo, una riforma complessiva e più articolata sarebbe stata la cosa migliore, ma meglio essere consapevoli della realtà e approvare la riforma come segnale di cambiamento”.

“Non so come Einaudi avrebbe votato – ammette Paganini – ma sicuramente, da grande innovatore quale era, si sarebbe già battuto per migliorare la condizione del Parlamento”. Il promotore del comitato “Sì delle libertà” passa quindi a spiegare le radici liberali della sua scelta: “Non cambiare per rimanere ancorati a una Costituzione immobile è ideologico”. “Molti dei liberali solo a parole – continua – voteranno No solo perché ostili a chi ha proposto questa riforma”. Il riferimento è chiaramente al Movimento 5 Stelle. “Chi non accetta la diversità del pensiero altrui, come gli odiatori per partito preso non sono veramente liberali”.

Per Paganini sul tema si configura un nuovo scontro tra élite e popolo. “Vedo un unico fronte unito di protetti che spinge per il No – puntualizza –. La globalizzazione e il liberalismo devono essere a vantaggio di tutti, non solo di una parte, e penso che sono fenomeni di questo tipo che hanno portato alla nascita del M5S; chi vuole negare e contrastare la libertà, non è un vero liberale”. Passando poi ai due argomenti centrali per i fautori del No, la riduzione della rappresentanza e gli esigui risparmi, Paganini chiarisce che per lui “non è una questione di quantità, semmai di qualità, degli eletti”. “Se dovessimo guardare al numero di eletti, allora andrebbero aumentati i seggi in Parlamento, e basterebbe ciò a migliorare le cose”, argomenta l’economista. Per Paganini la democrazia “non è in pericolo perché dal 1963 i rappresentanti eletti sono aumentati”. “Eleggiamo infatti – continua – il Parlamento di Strasburgo e i consigli regionali”. A prova di quanto dice, il professore cita il recente studio dell’Istituto Cattaneo: “Rimarremmo nella media europea e proporzionalmente, come rappresentanza, saremmo ancora al di sopra degli Stati Uniti”. Per il liberale anche quello dei bassissimi risparmi è un tema che non regge. “Non è tanto il risparmio in sé, il vero costo – spiega – è rappresentato dall’inefficienza del nostro Parlamento, per colpa del quale siamo stati sanzionati con 800 milioni dall’Ue negli ultimi 15 anni”.

Spudorati del No: i campioni d’assenteismo eletti all’estero

Mario Alejandro Borghese ha 39 anni, è nato in Argentina e da sette anni è deputato in Italia, eletto nella circoscrizione del Sudamerica. L’ultima volta che lo si è visto alla Camera era il 27 febbraio: quasi sette mesi fa, troppi anche facendo grazia del periodo di lontananza forzata per il lockdown.

Eppure Borghese, in barba all’assenteismo, in queste settimane si sta dando un gran daffare nella campagna per il No al referendum sul taglio dei parlamentari, che ritiene una “violazione della democrazia”. Ed è in buona compagnia: proprio come lui, gran parte degli onorevoli eletti all’Estero mancano dal Parlamento da mesi, ma sono impegnatissimi a raccontare le ragioni del No e la minaccia “alla rappresentanza”.

Detto di Borghese, medico iscritto al gruppo Maie alla Camera, si può far menzione dell’onorevole Fausto Longo. Deputato alla seconda legislatura, è stato eletto col Pd in Brasile, Paese che ama talmente tanto da aver tentato di diventarne parlamentare tre mesi dopo esser stato confermato nel nostro Parlamento alle elezioni del 2018. L’ultima sua votazione alla Camera risale al 5 febbraio: un sollecito al governo per impegnarsi a promuovere alcuni siti per la sicurezza di chi viaggia all’estero. Poi più nulla per più di sette mesi, ma guai a parlare di riduzione degli eletti: “Voto No, è un danno alla rappresentanza”. È tornata solo da una settimana invece Fucsia Nissoli, già montiana e poi berlusconiana, eletta con Forza Italia nel Nord e Centro America. A settembre ha approfittato del rientro dalle ferie per rivedere il Parlamento, dove non era presente alle votazioni d’aula dal 24 febbraio. Niente che turbi la “rappresentanza” più del taglio degli eletti, a suo dire: “è una riforma finta, è solo un taglio alla rappresentanza soprattutto per gli eletti all’estero”. Nello specifico, a preoccupare così tanto i parlamentari delle circoscrizioni estere c’è un decurtamento di sei posti: con il Sì alla riforma, dagli attuali 12 deputati eletti fuori confine si passerebbe a 8 e dai 6 senatori previsti si scenderebbe a 4.

Circostanza che toglie il sonno a Luis Lorenzato, eletto con la Lega in Brasile e sparito dall’aula dal 20 febbraio fino a oggi, a eccezione della settimana dal 20 al 26 luglio in cui non ha fatto mancare i suoi voti in Parlamento. Adesso Lorenzato si divide tra il Sudamerica e l’Italia per la campagna elettorale: “È una riforma populista per fare uno show, è il cancellamento del diritto a essere rappresentati”. Più contenuto – si fa per dire – il periodo di lontananza dall’aula di Angela Schirò, deputata eletta nella circoscrizione Europea con il Pd: all’annuncio del lockdown, eravamo a inizio marzo, ha salutato il Parlamento fino a luglio inoltrato. Oggi non trova pace: “Come farà un futuro elettore all’estero al Senato a rappresentare 1.400.000 italiani? Come farà a conciliare i lavori in aula e in Commissione con la presenza sul territorio?”.

Dubbi legittimi, su cui forse potrà chiedere consigli a Francesca La Marca, deputata canadese eletta col Pd. Anche qui, armi e bagagli appena prima della chiusura per il lockdown e tanti saluti fino a metà luglio, quando peraltro è tornata in Italia e in Parlamento annunciando sui giornali che non avrebbe rispettato i 14 giorni di quarantena obbligatori per chi rientrava dal Nordamerica: “Un carabiniere mi ha detto che essendo deputata sono esentata dalla quarantena”, confessò al Corriere. Oggi è sul fronte del No al referendum: “La riforma penalizza gli italiani residenti all’estero. Se dovesse passare il Sì verrebbe dato un messaggio sbagliato per quanto riguarda il nostro ruolo”. Per avere un messaggio “giusto”, invece, basta che tutto resti com’è.

La Sinistra per Salvini

Dopo il “va’ a cagare” di Roberto Saviano a Nicola Zingaretti perché il Pd (con 188 voti a 13) osa tenere posizione del Pci-Pds-Ulivo-Ds-Pd degli ultimi 40 anni sul taglio dei parlamentari, si sono ufficialmente aperte le iscrizioni al nuovo partito “Sinistra per Salvini a sua insaputa” (di Salvini, ma anche della Sinistra medesima). Il tesseramento sarà però riservato ai soli meritevoli, previa rigorosa selezione dei requisiti, di cui anticipiamo qui un breve manuale-decalogo di istruzioni.

1. Al solo sentir nominare Giuseppe Conte, assumere un’espressione infastidita, malmostosa e sarcastica da “Che ci tocca vedere e come siamo caduti in basso, signora mia!”. Praticamente la stessa di Salvini,Maglie e Capezzone.

2. Sul referendum per il taglio dei parlamentari, annunciare un No a prescindere e poi restare sul vago: il problema è un altro, ci serve ben altro, c’è modo e modo, risparmiare è una vergogna (e poi si risparmia poco), con tutto quel che succede nel mondo, quel taglio non aiuta i poveri e i disoccupati e i malati di Sla, insomma non se ne può più. Alla mala parata, buttare lì parole come “populismo”, “antipolitica”, “antiparlamentarismo” e “rappresentanza”, che si portano su tutto. Omaggiare i Padri costituenti del 1948, sperando che nessuno si ricordi che i 945 parlamentari li decise la Dc nel ’63 per moltiplicare le poltrone. E, alle obiezioni di Carlassare, Zagrebelsky, Onida, De Siervo, Zaccaria e altre scartine, opporre i solidi argomenti dell’ultimo giureconsulto reclutato da Repubblica: Billy Costacurta.

3. Rimuovere dai propri scaffali libracci come La Casta di Stella e Rizzo (2007), non sia mai che si notino sullo sfondo nelle dirette tivù. Se interrogati sul punto, negare di averli mai letti e, tanto meno, condivisi. Il silenzio sul referendum dei due autori aiuterà prima o poi a credere che non siano mai stati neppure scritti.

4. Ricordare che Grillo, con i suoi Vaffa contro i condannati in Parlamento, è volgare e violento, mentre Saviano, col suo “va’ a cagare” all’incensurato Zingaretti, è elegante e delicato.

5. Ripetere che i 5Stelle sono di destra come la Lega, Di Maio è uguale a Salvini e il Pd, alleandosi col M5S, è diventato di destra: invece prima, con l’Innominabile, il Jobs Act, la Buona scuola, i tagli alla sanità, le leggi pro-evasori, l’Italicum, il Rosatellum e la Costituzione Boschi- Verdini, era terzinternazionalista. In caso di obiezioni, citare i dl Sicurezza (senza dire che Salvini li ha copiati dai compagni socialisti spagnoli) ed evitare di menzionare Reddito di cittadinanza, dl Dignità, Anticorruzione, blocca-prescrizione, manette agli evasori, rimborsi ai truffati dalle banche, bonus ai bisognosi, cacciata dei Benetton.

Sennò poi la gente pensa che abbiano fatto più cose di sinistra i 5Stelle in 2 anni che la sinistra in 40.
6. Leggere e memorizzare gli editoriali di Molinari, di Giannini, di Damilano, di De Angelis, di Folli, di Franco, di Cassese, dei due Merlo e di due Feltri su tre. Poi, se restano dubbi, usare come bussole Orfini, Zanda, Casini e Violante e Finocchiaro, che portano sempre buono.
7. Nei momenti di perplessità, ripetere alcuni mantra auto-rassicuranti perché auto-avveranti: “Le scuole non riapriranno mai più perché la Azzolina è un’incapace”, “Il Recovery Plan non verrà mai presentato e perderemo tutti e 209 i miliardi del Recovery Fund perché Conte è un cialtrone”, “I boss non li scarcerano i giudici di sorveglianza, ma quel mafioso di Bonafede che ha fatto la vera trattativa Stato-mafia: l’ha detto quel programma dove urlano tutti”, “La Lamorgese è peggio di Salvini”, “Il Pd deve tornare a sinistra con Gori o Bonaccini, così magari rientrano pure i renziani e Calenda, e Bonomi si iscrive”, “I 5 Stelle sono morti”, “Salvini, comunque la si pensi, è un grande politico”, “Di Maio faceva il bibitaro”, “De Benedetti è di sinistra”, “Con Forza Italia si deve dialogare perché è piena di competenti”, “La classe dirigente della Lega al Nord è piena di amministratori validi”, “Il governo ha gestito benino il lockdown, ma era facile”, “I Dpcm sono eversivi”, “Ci hanno nascosto i piani pandemici”, “Le discoteche le ha riaperte il governo”, “Basta bonus a pioggia”, “Vietare i licenziamenti è incostituzionale e danneggia la ripresa”, “Aspettiamoci i forconi, le sommosse, le rivolte sociali e i moti di piazza a settembre, massimo a ottobre”, “Conte cade la sera del 21 settembre, anzi domani”.
8. Nel tempo libero, come hobby, elogiare Draghi e la Cartabia, senza dimenticare Amato, Cassese, Cottarelli e Bertolaso, come “riserve della Repubblica”, pronunciandone i nomi con aria estasiata, occhi trasognati, mani giunte e un filo di bavetta alla bocca. Così la gente penserà che, se cade Conte, tutti si precipiteranno in massa a votare le riserve della Repubblica anziché i titolari Salvini, Meloni&C.
9. Non domandarsi mai come si fa a combattere le destre avendo gli stessi nemici, cioè sparando sullo stesso premier e lo stesso governo su cui sparano anche Salvini e la Meloni: potrebbe affacciarsi qualche dubbio sul concetto di combattere Salvini e la Meloni.
10. Non domandarsi come mai, se questo governo è nemico della sinistra, lo è pure di Confindustria e dei gruppi Fiat-Fca, Berlusconi, De Benedetti, Caltagirone, Riffeser, Angelucci, Romeo e dei loro house organ: potrebbe sopraggiungere qualche dubbio sul concetto di sinistra. E pure di destra.

Le sorelle Macaluso e la Dante trova il suo inno alla vita (libero e generoso)

“Chissenefrega se donna o uomo, uscirei dal problema di genere: dovremmo vedere un film senza sapere chi lo ha diretto, sarebbe un esperimento da fare”. A sette anni di distanza dal premiato esordio Via Castellana Bandiera, Emma Dante torna in Concorso a Venezia con Le Sorelle Macaluso, e in attesa del palmares ufficiale, può vantare un riconoscimento ufficioso: tra tanti diorami in Mostra, la sua opera seconda è un inno alla vita libero, appassionato e generoso. Sopra tutto, un peana alle virtù della sorellanza, che “mi fa tornare bambina, mi fa pensare a donne guerriere, alla forza di quando si sta insieme”.

Emma e le sue sorelle, Maria, Pinuccia, Lia, Katia, Antonella, nate e cresciute in una palazzina in via Messina Marina al quartiere Brancaccio di Palermo, di cui apprezziamo l’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia in tre momenti capitali e liminari, altrettante veglie funebri. Tratto dalla sua fortunata pièce, due premi Ubu, scritto con Elena Stancanelli e Giorgio Vasta, prodotto da Marica Stocchi e Giuseppe Battiston, arriva oggi nelle nostre sale, e facendosi largo tra le discriminazioni – la regista non si capacita degli ospiti tutti maschili al Festival della Bellezza, “un’anomala inquietante, da analizzare in seduta psicanalitica” – e i manifesti coevi – “L’omosessualità per me non è un tema speciale, ma una cosa naturale come la morte” – riscopre il sapore della normalità, della vita colta nel suo farsi e disfarsi, che siano il ballo in riva al mare sulle note di Sognare, sognare di Gerardina Trovato, “Vivere adesso e non domani”, gli amplessi rubati e rumorosi o le colluttazioni che ammaccano appena il volersi bene.

“Un film sulla vecchiaia come traguardo incredibile dell’esistenza”, che deve tanto alla freschezza e alla complicità – tre mesi di workshop prima delle riprese – del cast, in cui il volto noto è quello della brava Donatella Finocchiaro. Dodici attrici per cinque sorelle a cui il cinema ha permesso, a differenza del teatro, di trovare una casa e una colombaia: si respira empatia, Le Sorelle Macaluso è un luogo in cui riconoscersi nelle differenze e nell’amore di verità. Non stupisce dunque che la Dante accolga favorevolmente la decisione della Berlinale di eliminare le distinzioni di genere nei premi attoriali, “l’interpretazione è ermafrodita, non ha sesso, uno è bravo o meno, non maschio o femmina”, ma la Mostra è squassata da un’altra decisione, ben più drastica, che riguarda gli Oscar: l’Academy ha introdotto degli standard di rappresentazione e inclusione da rispettare per concorrere nella categoria Miglior Film, che saranno pienamente effettivi dal 2024. Donne, gruppi razziali o etnici, LGBTQ+, disabili psichici e fisici, sordi o duri d’orecchi dovranno avere quote dedicate sullo schermo (attori protagonisti, cast, storia), sul set (crew) e nelle società cinematografiche (dagli stagisti ai dirigenti), al fine di “catalizzare un cambiamento duraturo ed essenziale nel nostro settore” o, se preferite, di instaurare la dittatura del politicamente corretto, che di arte non è sinonimo ma contrario.

Per fortuna al festival c’è Pupi Avati, che in una pausa di lavorazione di Lei mi parla ancora, dal libro di Giuseppe Sgarbi e con Renato Pozzetto, ritira il Premio Bresson della Fondazione Ente dello Spettacolo e fa amarcord: “Mi sento un essere speciale: ero un venditore di surgelati e avevo sposato la ragazza più bella di Bologna, ma quando ho visto 8 ½ di Fellini mi sono deciso a prendere la strada del cinema. Aver convinto, all’epoca, i miei amici del Bar Margherita a vederlo è il capolavoro della mia vita”.

 

Le parole sono importanti. I discorsi inediti di Camus

Mercoledì, Bompiani licenzia “Conferenze
e discorsi (1937-1958)”
di Albert Camus,
per la prima volta tradotti
in Italia. Anticipiamo
stralci de “La crisi
dell’uomo”, intervento
che il premio Nobel tenne
negli Usa nel 1946.

La comunicazione è ciò che oggi dobbiamo tener vivo per difenderci dall’omicidio. E per questo, ora lo sappiamo, dobbiamo lottare contro l’ingiustizia, contro l’oppressione e contro il terrore, perché sono questi tre flagelli a fare regnare il silenzio tra gli uomini, ad alzare fra loro barriere, a renderli indecifrabili gli uni agli altri e a impedire loro di trovare l’unico vero valore che possa salvarli da questo mondo desolante, che è la lunga fraternità degli uomini in lotta contro il loro destino. Alla fine di questa lunga notte, adesso finalmente sappiamo che cosa dobbiamo fare di fronte al mondo dilaniato dalla crisi.

Che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo:

1) Chiamare le cose con il loro nome e renderci conto che uccidiamo milioni di uomini ogni volta che accettiamo di pensare certi pensieri. Un uomo non pensa male perché è un assassino. È un assassino perché pensa male. Perciò si può essere un assassino senza apparentemente avere mai ucciso. Ed è così che siamo più o meno tutti degli assassini. La prima cosa da fare è quindi il rifiuto puro e semplice con il pensiero e con l’azione di qualunque forma di pensiero realista e fatalista.

2) La seconda cosa da fare è decongestionare il mondo dal terrore che vi regna e che impedisce di pensare bene. E poiché ho sentito che proprio in questa città si tiene una sessione importante dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, potremmo suggerirle che il primo testo scritto di questa organizzazione mondiale proclami solennemente, dopo il processo di Norimberga, la soppressione universale della pena di morte.

3) La terza cosa da fare è ridimensionare la politica attribuendole il ruolo secondario che le spetta. Non si tratta, infatti, di dare a questo mondo un vangelo o un catechismo politico o morale. E la grande iattura della nostra epoca è invece che la politica pretende di fornirci insieme un catechismo, una filosofia completa e talora persino un’arte di amare. Ma il ruolo della politica è far funzionare le cose, non risolvere i nostri problemi interiori. Ignoro, per quel che mi riguarda, se esista un assoluto. Ma so che non è di ordine politico. L’assoluto è una questione che non concerne tutti: concerne ciascuno di noi singolarmente. E occorre impostare i rapporti reciproci in modo che ciascuno abbia l’agio interiore di interrogarsi sull’assoluto. La nostra vita può anche appartenere agli altri ed è giusto donarla quando è necessario. Ma la nostra morte appartiene solo a noi. E questa è la mia definizione di libertà.

4) La quarta cosa da fare è cercare e creare, a partire dalla negazione, i valori positivi che permetteranno di conciliare un pensiero negativo e le possibilità di un’azione positiva. È il compito che spetta ai filosofi e del quale ho fornito solo un accenno.

5) La quinta cosa da fare è capire che questo approccio implica la creazione di un universalismo in cui potranno ritrovarsi tutti gli uomini di buona volontà. Per uscire dalla solitudine occorre parlare, ma occorre parlare in modo schietto e non mentire mai e dire tutta la verità che si conosce. Ma si può dire la verità solo in un mondo in cui questa è definita e fondata su valori comuni a tutti gli uomini. Non è certo Hitler a poter decidere che questo è vero e quest’altro non lo è. A nessun uomo al mondo, né oggi né mai, è permesso decidere che la sua verità è così giusta da poter essere imposta agli altri. Solo la coscienza comune degli uomini, infatti, può nutrire una simile ambizione. E occorre ritrovare i valori di cui vive questa coscienza comune. La libertà che per finire dobbiamo conquistare è il diritto di non mentire. Solo a questa condizione conosceremo le nostre ragioni di vivere e di morire.

Questo è, per quel che ci riguarda, il punto cui siamo giunti. E forse non era il caso di andare tanto lontano per arrivare qui. Ma dopo tutto la Storia degli uomini è la storia dei loro errori e non della loro verità. La verità forse è come la felicità, è semplice e non ha storia. Significa forse che per noi tutti i problemi sono risolti? No di certo. Questo mondo non è né migliore né più ragionevole. Non siamo ancora usciti dall’assurdo. Ma abbiamo perlomeno una ragione per provare a cambiare la nostra condotta, ed è proprio quella ragione che finora ci mancava. Il mondo continuerebbe a essere desolante se non ci fosse l’uomo, ma l’uomo c’è e ci sono le sue passioni, i suoi sogni e la sua comunità. Alcuni di noi, in Europa, uniscono a una visione pessimistica del mondo un profondo ottimismo riguardo all’uomo. Non abbiamo la pretesa di sottrarci alla Storia, poiché nella Storia ci siamo già.

Pretendiamo solo di lottare dentro la Storia per preservare dalla Storia quella parte dell’uomo che non le appartiene. Vogliamo solo ritrovare la via verso una civiltà in cui l’uomo, senza distogliersi dalla Storia, non le sarà più asservito, in cui il dovere che ogni uomo ha nei confronti degli altri uomini sarà controbilanciato dalla riflessione, dal tempo a propria disposizione e dalla parte di felicità che ciascuno deve a se stesso.

 

Attentato al vicepresidente. Salta il tavolo con i talebani

Sussulti di conflitto nell’Afghanistan senza pace, nonostante le tregue e le aperture al negoziato: ieri mattina, a nord-est del centro di Kabul, la Capitale, un attentatore kamikaze ha attaccato il convoglio del vicepresidente Amrullah Saleh, che si stava recando in ufficio. Saleh, già sfuggito a un’azione dei talebani, e il figlio che viaggiava con lui sono rimasti praticamente illesi – una foto su Facebook lo mostra con la mano fasciata –, ma l’esplosione ha fatto una dozzina di vittime e numerosi feriti, fra cui alcuni uomini della sua scorta.

La dinamica dell’attentato, che non è ancora stato rivendicato, non è ancora chiara: pare che un ordigno sia detonato al passaggio del convoglio. L’attacco a Saleh coincide con l’attesa dell’inizio in Qatar dei colloqui di pace tra governo di Kabul e insorti e potrebbe segnarne un ennesimo rinvio. I negoziati dovevano cominciare il 10 marzo, poi ad agosto, ma sei mesi sono trascorsi tra esitazioni e preliminari, con un ininterrotto stillicidio di azioni ostili letali – nemici delle trattative albergano in entrambi i campi –. La settimana scorsa, il governo aveva però annunciato il completamento dello scambio di migliaia di prigionieri talebani con soldati regolari catturati, spianando la strada all’avvio dei negoziati. Secondo Emergency, l’organizzazione umanitaria italiana il cui ospedale di Kabul non è lontano dall’area dell’attentato, la deflagrazione dell’ordigno ha innescato una catena di esplosioni: a saltare, le bombole del gas di negozi della zona. Sono state danneggiate anche alcune abitazioni. Emergency opera a Kabul dal 2001, con un centro chirurgico che cura le vittime della guerra e dove, nei primi sei mesi di quest’anno, sono stati ammessi oltre mille feriti di guerra: un cifra che dà una misura della situazione di insicurezza nel Paese, mai davvero pacificato a 19 anni quasi esatti dall’intervento statunitense dell’ottobre 2001, conseguente agli attacchi all’America dell’11 Settembre 2011, concepiti nei santuari di al Qaeda sulle montagne tra Afghanistan e Pakistan. Quello di ieri mattina è l’episodio più grave dopo che, a fine agosto, le forze di sicurezza afghane avevano ucciso oltre 30 talebani e ne avevano feriti una ventina: gli insorti preparavano un attacco nel distretto di Imam Sahib, Kunduz settentrionale. Lo stesso giorno, almeno 13 civili erano morti nell’esplosione d’un ordigno lungo una strada nel Kandahar meridionale.

Dopo l’accordo di fine febbraio tra talebani e Stati Uniti, il Paese pareva potersi avviare alla pace. Ma, in realtà, è stato tutto un succedersi di scaramucce, attentati anche a siti religiosi, vittime civili. Le riluttanze del governo ad accettare l’accordo Usa-talebani di cui non era parte, i contrasti politici e personali fra notabili afghani, la presenza nel Paese di altre forze con proprie agende (l’Isis e quel che resta di al Qaeda), tutto ciò ha innescato tensioni e violenze. Senza dimenticare l’impatto dell’epidemia da Covid-19. Una svolta è venuta dall’accordo sulla spartizione del potere tra il presidente rieletto Ashraf Ghani e il suo eterno secondo Abdullah Abdullah: a fine maggio, iniziavano così gli scambi di prigionieri, mentre Washington avviava il ritiro delle truppe, quel che preme a Donald Trump.

Migranti, a Lesbo cenere e vergogna

Se il fuoco abbia divorato il lager di Moria, eufemisticamente chiamato campo profughi, sull’isola greca di Lesbo, perché appiccato da qualche profugo o dagli abitanti di Mitilene esasperati dalla situazione, o si sia propagato da uno dei tanti accesi fuori dalle tende per cucinare quel poco raccattato nei dintorni, non è chiaro. Ciò che si sa è che la struttura con una capacità di 3mila posti era abitata da 13mila richiedenti asilo costretti a vivere in condizioni abominevoli. Condizioni rese ancora più difficili da quando la scorsa settimana il campo è stato messo in isolamento in seguito al contagio da Covid di 35 richiedenti asilo.

Stando alle prime informazioni, migliaia di loro sono in giro nelle campagne. La preoccupazione principale delle autorità è che eventuali nuovi contagiati non ancora sottoposti al tampone si aggirino liberamente diffondendo il virus. L’agenzia dell’Onu per i Rifugiati, ha reso noto che nel campo c’erano “circa 4mila minori, tra cui 407 bambini non accompagnati”. Giorgos Koumoutsakos, viceministro della Sanità ha dichiarato che “la priorità è proteggere i vulnerabili che vivevano a Moria” aggiungendo che verranno trasferiti in hotel e in alloggi sicuri”. L’incendio, domato dopo alcune ore, ha fatto deflagrare una situazione già oltre il limite. Si tratta della cronaca di una morte annunciata di quello che era diventato un girone dantesco dove le donne erano costrette a dormire con i pannolini per non dover uscire dalle tende la notte alla ricerca di un angolo isolato per espletare i loro bisogni rischiando di essere violentate.

A causa del cibo insufficiente e nauseabondo distribuito dallo Stato greco e pagato dall’Unione europea, molti profughi si arrangiano cacciando tutto ciò che può essere commestibile. E quando il primo ministro Kyriakos Mistotakis lo scorso marzo era andato sull’isola per spiegare agli abitanti che avrebbe fatto costruire un nuovo campo, questi si sono ribellati. Anche per “l’isola rossa” per antonomasia (così veniva chiamata Lesbo fino alle scorse elezioni) tutti questi profughi che si accampano ovunque, data la mancanza di posti all’interno di Moria, non sono più tollerati. Il premier greco ha dichiarato lo stato di emergenza per 4 mesi, nel tentativo di usare le forze dell’ordine – inviate a migliaia sull’isola – per tamponare la crisi e aspettare nuovi aiuti dall’Unione europea che con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che “Atene non verrà lasciata sola”. Nessuno crede a questa ennesima dichiarazione uguale alle precedenti che non hanno generato finora alcun cambiamento. Dopo 5 anni dalla grande ondata di profughi arrivati sulle isole greche di fronte alla Turchia a bordo di gommoni, e dopo l’accordo di respingimento tra la Ue e la Turchia, nulla è risolto: manca il personale per evadere le richieste d’asilo. “La mancanza di personale è dovuta alla politica di contenimento dell’immigrazione del governo Mitsotakis. Non c’è volontà di evadere in tempi celeri le richieste di asilo. Ma è proprio sulle 5 isole, la più grande è Lesbo dove questa politica appare più disumana”, ci spiega da Kos Andrea Contenta, esperto di affari umanitari della Ong Medici senza Frontiere. “Dallo scorso marzo le condizioni dei richiedenti asilo sono peggiorare a causa della sospensione dell’accordo di rimpatrio tra Ue e Turchia che era entrato in vigore nel 2016. Oggi nelle cosiddette prigioni all’interno dei campi ci sono centinaia di richiedenti asilo a cui non era stato accordato lo status e che sarebbero dovuti venire respinti in Turchia. Inoltre dallo scorso maggio il ministero dell’Immigrazione ha deciso di sfrattare dai campi, dalle pensioni e dai rifugi messi a disposizione dallo Stato più di 11 mila persone che hanno ottenuto la protezione umanitaria. Questi ora non sanno dove andare e cosa fare dato che non c’è un programma di integrazione”, conclude l’esperto di Msf.

Nel tardo pomeriggio di ieri, mentre le autorità di polizia diramavano la notizia della probabile origine dolosa dell’incendio della notte precedente, causato probabilmente da alcuni profughi come rimostranza contro il lockdown imposto nel campo, un altro incendio è divampato, bruciando il poco rimasto. “Questo fatto mette in luce le conseguenze devastanti di una politica europea fallita in termini di migrazione. La responsabilità è collettiva. L’Ue e gli Stati membri devono agire con spirito di solidarietà e sulla base del principio della condivisione delle responsabilità. Ciò significa garantire che i richiedenti asilo e rifugiati ora sfollati di Moria abbiano accesso a un rifugio, dove i loro diritti, dignità e vita siano rispettati e salvaguardati, a maggior ragione in tempi di pandemia”, sostiene Spyros Oikonomou, responsabile per le politiche migratorie del Consiglio greco per i rifugiati, partner della organizzazione umanitaria Oxfam da anni operativa sul campo. In Grecia ci sono 120mila richiedenti asilo di cui 27mila sulle 5 isole dell’Egeo dove la capacità totale dei campi profughi è di 6.300 posti. L’Europa ha stanziato 700 milioni di euro per la gestione dei migranti in Grecia di cui 280 milioni per quanto riguarda le strutture”.

La leggerezza di Sinisa non è “colpa degli italiani”

Mi ero ripromessa di non scrivere niente di Mihajlovic e del Covid perché un uomo che ha una leucemia acuta, subisce un trapianto di midollo osseo, viene ricoverato tre volte, affronta la chemioterapia ed è sulla strada della guarigione definitiva, merita solo un rispettoso silenzio. Tanto più che- va ricordato- Mihajlovic ha detto cose preziose, durante la malattia.

Preziose perché non ha nascosto le sue fragilità e non ha fatto passare il messaggio stucchevole che la sua reazione potente alla malattia potesse servire da modello a qualcuno. “Non penso di essere un eroe, sono un uomo normale con pregi e difetti. Ho solo affrontato questa cosa per come sono io, ma ognuno la deve affrontare come vuole e può. Nessuno deve vergognarsi di essere malato o di piangere”. Poi è arrivato il Covid e, come premettevo, non volevo partecipare alla danza delle polemiche sulle sue vacanze smeralde. Certo, che una persona con i suoi recenti trascorsi abbia deciso di passare le vacanze in Sardegna tra partite di calcetto, cene in discoteca e a stretto contatto con familiari che a loro volta andavano nei locali più affollati dell’isola, mi ha stupita. Mai però quanto mi ha stupita la sua intervista di ieri alla Gazzetta in cui l’allenatore del Bologna spiega a noi altri scemi che magari abbiamo fatto vacanze più ritirate pur godendo di ottima salute, che lui non ha sbagliato nulla e che se la pensiamo diversamente siamo invidiosi della sua vita, delle sue vacanze, delle sue partite a calcetto con Briatore. Naturalmente, sale in cattedra all’indomani della sua guarigione dal Covid, mica prima. E allora parliamo dell’intervista. La sua premessa è che dopo quello che ha passato, per lui il Covid è stato bere un bicchiere d’acqua, ma negare la pericolosità della malattia è di chi “ha dimenticato troppo in fretta quello che è successo tra febbraio e maggio. La memoria corta è uno dei drammi della nostra società. Non si trae mai vero insegnamento da ciò che accade”.

Ora, mi sarò distratta un attimo, ma in che modo Mihajlovic avrebbe dimostrato, quest’estate, di avere una memoria migliore della nostra? Perché puoi anche decidere di salire sul pulpito, ma se su quel pulpito ci sono una ventina di persone con te senza mascherina e i camerieri del Billionaire che sventolano i tovaglioli, temo che la tua credibilità sia pari a quella di Salvini che bacia il rosario. Ma andiamo avanti. “Non ho avuto nessuna paura del Covid, solo molto fastidio per essere stato costretto ancora una volta ai box, mentre la mia squadra era in ritiro”. Ecco. Il suo, di fastidio. Non quello della società e dei calciatori che per il secondo anno di seguito (il primo era evidentemente giustificato) si ritrovano a iniziare la preparazione senza l’allenatore. No, il suo. E questo, spiace dirlo, anche lasciando da parte ogni considerazione su salute e imprudenze, non è un grande esempio neppure da professionista. Hai avuto una malattia importante, la società ti ha sostenuto, ti ha aspettato, ha sofferto con te, il minimo che tu possa fare la stagione seguente è ricambiarla col massimo della professionalità. E durante un’epidemia, un professionista il cui ruolo è fondamentale e portante in un gioco che smuove interessi e investimenti per milioni di euro, ha il dovere di preservarsi il più possibile, con la maggior disciplina possibile. Spiace dirlo, ma la Sardegna non pullulava di allenatori al Billionaire. C’erano modi più saggi per assecondare il legittimo desiderio di vacanza. E no, farlo notare non è una questione di “invidia”, come Mihajlovic da cui ci si aspetterebbero argomenti più elevati ha sostenuto nell’intervista. “Sono andato in vacanza come ogni estate in Sardegna. Gli italiani ti perdonano tutto, ma non il successo. E io ci aggiungo, anche la felicità”.

Ora, a parte che questi italiani sarebbero anche quelli che il successo gliel’hanno consegnato con opportunità, fama e denaro, non si comprende perché criticare il suo stile di vita alla luce del contesto generale dovrebbe essere argomento da sfigati che invidiano le sue vacanze in Costa Smeralda. Non ci crederà, forse, Mihajlovic, ma io quelle cene al Billionaire con l’attempato milionario iraniano e la sua fidanzata 19enne non gliele ho invidiate neppure per un attimo. E il suo successo mi lascia abbastanza indifferente, dal momento che non ambisco ad allenare il Bologna, sebbene dopo Ventura che ha allenato l’Italia, una mia stagione nel Bologna non sia del tutto da escludersi. Infine, Mihajlovic chiude l’intervista rifugiandosi nel benaltrismo da bar (“eh, allora chi non ha fatto neppure il tampone?”, “eh, allora chi è andato in vacanza in Puglia?”, “eh ho giocato a calcetto, ma allora gli altri?” “eh, e allora il distanziamento sugli aerei?”), facendo un’ultima scivolata: “Io non so come il virus sia arrivato a casa mia. I miei figli sono andati in discoteca? Sì. Erano aperte, era difficile impedirglielo, sono stati sbagliati i decreti. (…) Sono stato sfigato”.

Mi permetto di dire che i figli avrebbero potuto trovare divertimenti alternativi alle discoteche, dopo quello che tra ospedali e paura avevano attraversato, ma sorvoliamo.

Non sorvolo invece su altro, e spero che Mihajlovic ci pensi su. Il nostro futuro non dipenderà dai decreti, ma dal buonsenso individuale. E questa fase somiglia incredibilmente a una partita di calcio: si vince se ognuno fa la sua parte. E no, non si perde per semplice sfiga. Quella capita, ma se hai una partita importante, la sera prima sei a festeggiare al Billionaire e il giorno dopo vedi due porte anziché una, il nome giusto è un altro: superficialità.

Roma, capitale nuda senza “poteri”

Sere fa, la sindaca Virginia Raggi a La7 ha affermato: “Roma Capitale non può essere l’ancella della Regione Lazio. È un problema da porre a tutti nella prossima legislatura”. In effetti, Roma è la sola grande Capitale europea a non fruire di un regime istituzionale speciale, di una governance che la differenzi in modo radicale dagli altri Comuni.

D’altra parte, nessuna forza politica romana ha posto sinora questo problema-chiave. Fra i politici nazionali, ricordo soprattutto una proposta avanzata da Giuliano Amato: il Washington D.C. (District of Columbia).

Dopo decenni di dibattiti si è giunti alla non-soluzione di una serie di Città Metropolitane, fra cui Roma, con elezioni di secondo grado, un cappello neppure da Generale messo sul più vasto Comune italiano (129.000 ettari, in origine 200.000, contro i 66.000 del secondo, Ravenna) suddiviso in 20 Municipi, da un massimo, il VII, di ben 308.000 abitanti (vicinissimo a Catania) a un minimo, l’VIII, di 131.000 (come Ferrara). Col funzionamento anchilosato di un decentramento di fatto riaccentrato con la elezione diretta del sindaco (1993) e col rattrappimento dei Consigli. La Regione Lazio interviene anche su decisioni fondamentali del Campidoglio: per esempio col suo (mediocrissimo) Piano Casa sulla zona deliziosa dei Villini, gonfiando a favore della speculazione le cubature, sfigurando la città del primo 900. È soltanto uno degli episodi di Roma Capitale “ancella della Regione”.

Roma è “un caso” nel quadro europeo. Come superficie, viene dopo le conurbazioni turche di Ankara e Istambul, alla pari con la Greater London e prima di Parigi, Berlino, Madrid. Che fruiscono di un regime da autentica e riconosciuta Capitale. Quale vide e volle Roma nel 1861 Camillo Cavour quando la indicò come la sola città italiana che non avesse “soltanto glorie municipali”. Purtroppo morì due mesi dopo e nessun uomo di governo era autorevole quanto lui. Altri, non pochi, erano per Firenze. Per Roma tutta la sinistra risorgimentale, Garibaldi, Mazzini, oltre ai liberali alla Quintino Sella. Il quale sarà il regista della Terza Roma, dopo Cesari e Papi (anche se la modernizzazione l’hanno già portata i Francesi di Napoleone con toponomastica stradale, illuminazione notturna, cimiteri, Pincio, piazza del Popolo, ecc). Sella dice “no” all’industria e a masse operaie a Roma, sì a Scienza e Cultura. Francesco Crispi imprime una stretta autoritaria centralista che fa parlare di “Prefettura del Tevere”. Con Giovanni Giolitti invece, generosa apertura autonomistica esemplata dalla straordinaria Giunta Nathan, che con le municipalizzate e altro (Auditorium, Musei e GNAM) struttura la Roma moderna e democratica. Ma sopravviene Mussolini e trasforma Roma in una iper-Capitale, addirittura dell’Impero, con un governatorato difficile da valutare, tanto dirige e decide tutto Lui. Dopo il 1945, la Dc dà vita per contro a una ipo-Capitale, anche se è Giuseppe Pella a varare nel 1953 una legge con fondi speciali: rimarranno i soli “straordinari” per la Capitale fino alla legge Craxi-Mammì del 1984, votata solo nel 1991. Dopo ben 38 anni di finanziamenti normali nei quali, anzi, Roma riceve per abitante somme inferiori a Napoli o Bari, e può starci, a Milano, Firenze o Bologna. Con la legge per Roma Capitale essa riceverà fondi a singhiozzo: più alti per fortuna l’anno dell’Auditorium, 254 miliardi di lire in sole tre annualità dopo un duro scontro fra il bi-ministro Paolo Baratta e il Ragioniere generale dello Stato, Andrea Monorchio. Fondi annuali più bassi in genere e addirittura nulli col governo Berlusconi, che clamorosamente la definanzia. Capitale de che? E all’estero?

BERLINO. città-Stato, Land di se stessa con altri due Comuni e dodici Distretti. È amministrata dall’Assemblea rappresentativa, dal governo e dall’amministrazione. Berlino conta quattro voti nel Bundesrat, la Camera dei Land. Le competenze sono quelle degli altri Länder con qualche maggior autonomia. Ma in Italia per questa formula bisogna modificare la Costituzione.

PARIGI. La Grand Paris (2010), 153 Comuni, governa una rete di trasporto pubblico passeggeri (con fondi statali) e su una politica di nuova edilizia coerente. La Societé du Gran Paris sovracomunale e sovra dipartimentale è responsabile del piano d’assieme. Alla Saclay-Paris competono ambiente e sviluppo del polo scientifico-tecnologico di Saclay, con regole ambientali, una zona di protezione naturale e agricola non inferiore ai 2.300 ettari, ecc.

LONDRA. La Greater London Authority è composta dal sindaco (Mayor) e da una Assemblea (London Assembly) di 25 membri. Eletti ogni 4 anni contemporaneamente, ma con voto disgiunto. Il sindaco ha grande ruolo, potere di impulso nella Grande Londra. Deve approntare politiche di pianificazione territoriale, di sviluppo economico, per l’ambiente (aria, acqua, inquinamento, biodiversità). Ne riferisce ai 33 Boroughs (borghi) che mantengono competenza soprattutto in campo edilizio. Il sindaco gestisce direttamente il Transport for London e la London Development Agency. Dalla GLA (Greather Authority of London) dipendono: il Transport for London (mezzi pubblici, ferrovie leggere, manutenzione strade, licenze taxi, metropolitana su delega del governo), la London Development Agency (Londra quale centro economico e commerciale); la Metropolitan Police Authority (Sicurezza e Ordine pubblico); la London Fire ad Emergency Planning Authority (servizi di emergenza e incendi). È una soluzione flessibile.

MADRID. La Capitale spagnola ha un livello comunale (Ayuntamiento) e uno regionale (Comunidad Autotoma de Madrid): 3 e 6 milioni di abitanti rispettivamente. Formano la Capitale. Organi dell’amministrazione: il sindaco (Alcalde), il Consiglio (Pleno o Ayuntamiento pleno) e Junta de Gobierno. Anche in questo caso hanno un ruolo di programmazione e di indirizzo, mentre l’attuazione di queste politiche è decentrata ai Distritos divisioni territoriali per una gestione decentrata e partecipata. La Comunidad di Madrid si compone di 179 municipi.

Conclusione: Roma in retroguardia, anche rispetto a Vienna dove il Borgomastro partecipa alla pari alle riunioni del governo in cui si trattano i problemi della Capitale.