La fogna web: non aprite quei tombini

L’altra sera nel suo tg, Enrico Mentana, dopo aver mandato il video di quel Di Folco che vomita insulti contro il povero Willy, si chiedeva come sia possibile che roba del genere continui a circolare sul web senza che nessuno intervenga. Qualche giorno prima, anche Carlo Verdone ha detto qualcosa che andava detto, a proposito dell’esasperazione del politically correct che – soprattutto nel mondo dell’arte – “è una patologia fortemente limitante della libertà d’espressione”.

Il rapporto tra le due affermazioni mi sembra chiaro. Per cui se Verdone mostra nel suo ultimo film il fondoschiena di sua figlia con gli slip, ecco i soliti critici occhiuti saltare su col ditino alzato. Una forma di censura, ci avverte, che in qualche modo può “incatenare” registi e sceneggiatori inducendoli all’autocensura (“avremo meno battute, non si potrà dire nulla, faremo meno ridere”). Mentre quell’altra feccia umana che si firma Gabriele Bianchi può tranquillamente congratularsi in Rete con gli assassini di Colleferro, tra gli applausi della fogna (“come godo che avete tolto di mezzo quello scimpanzé, siete degli eroi”). Una differenza di trattamento abbastanza evidente. Poiché i sacerdoti del politicamente corretto, esercitano una forma d’ipocrisia distruttiva, ricattatrice e dunque antieconomica e fuori mercato. Come del resto accade a ogni genere di spettacolo che giunga al pubblico stravolto, mutilato, castrato nella sua creatività.

Mentre i Di Folco & compari agiscono nel libero mercato globale dell’orrore, dove a prevalere è sempre la merce più infame e disgustosa. Tanto che spesso sembrano obbedire, come in certe pellicole porno, a copioni predefiniti dove l’accanimento razziale e l’oltraggio di genere (donne, gay) si accompagna al tipico insulto politico: “Buonisti di merda”. Più questi snuff movie appariranno osceni e disumani, e più clic faranno. E (non giriamoci intorno) più contatti generano mercato in Rete, e dunque più pubblicità, e dunque più quattrini (e grossi titoli-spot sui giornali).

È un particolare genere d’intrattenimento difficile da sanzionare. Uno, perché coperto quasi sempre dall’anonimato. Due, perché il sorcio che finisce in trappola provvede subito a piagnucolare sincero pentimento (o la superpanzana di qualcuno che gli ha smerdato lo smartphone a sua insaputa). Con un buon avvocato rischia al massimo una multa. Perciò (e con Mentana sfondo una porta aperta), la sola, efficace difesa contro i miasmi della cloaca web e degli odiatori di mestiere sono dei robusti tombini che non andrebbero mai sollevati. Mentre, caro Verdone, l’unico rimedio contro i bigotti della correttezza è farli incazzare ancora di più, con le tue strepitose e scorrettissime battute.

Di chi è la colpa di Colleferro? Sta’ a vedere che è di Conte

L’altra sera a Otto e mezzo è successa una cosa strana. Si stava parlando dell’omicidio del giovane Willy Monteiro Duarte avvenuto a Colleferro, che Gruber ha introdotto così: “Anche il presidente Conte si è detto scioccato, ha anche chiamato i genitori del ragazzo”. Beppe Severgnini è furente: “Il presidente del Consiglio non ha il diritto, arrivo a dire, di essere scioccato, perché fa il presidente del Consiglio. Ma non lo sa cosa succede nelle notti italiane?”. Così dalla cronaca nera, con naturalezza, si è passati a parlare dei difetti di Conte, che ignora che “abbiamo un codice penale arretrato” (non a caso detto codice Conte) che spetta al presidente del Consiglio modificare (e non al Parlamento, come invece è in questa realtà). Gruber ha girato la questione a Diego Bianchi: “Conte dovrebbe cercare di garantire una giustizia rapida e un intervento delle forze dell’ordine e aprire gli occhi di fronte alle periferie degradate?”. Risposta: “In quanto presidente del Consiglio dovrebbe essere il primo a rispondere alla domanda ‘che messaggio stiamo dando ai nostri figli’”.

Ma che, davvero? Posto che la sicurezza spetta al ministro dell’Interno, forse con Monti, Letta o Renzi non c’erano omicidi? I componenti del governo devono mettersi a fare le ronde per strada (o a citofonare ai presunti delinquenti)? Forse il problema è che Conte abbia parlato? Ma se non avesse parlato, sicuri che non lo si sarebbe accusato di tacere troppo, di essere un burattino, di permettere che i giovani si ammazzino per strada, etc.? E se invece di “scioccato” si fosse detto “per niente stupito”, staremmo qui a parlare di quanto Conte sia tollerante con la violenza nelle periferie? Forse avrebbe dovuto usare un sinonimo, per non essere preso in mezzo in un dibattito surreale? Non è un po’ ingiusto, un po’ unfair (questa è per Severgnini), questo tiro al bersaglio?

Mail box

 

Se invece che italiani fossero stati africani

Quattro italianissimi bianchissimi hanno massacrato di botte un ragazzino (Willy Duarte) di colorito meno bianco. Hanno colpito a pugni e calci il suo volto, il suo torace fino a ucciderlo. Praticavano sport di lotta ed erano già noti per la loro violenza. Erano, e lo sono tuttora, di destra. A quanto sembra sono ammiratori del periodo fascista. Quattro energumeni che massacrano un esile e bravo ragazzino che cerca di difendere un amico. Sembra che i familiari non vi trovino nulla di strano in tale orribile delitto. Ma se fossero stati quattro africani a massacrare di botte un bianco ragazzino italiano? A me sembra che picchiare uno fino a farlo morire sia omicidio più che volontario, altro che preterintenzionale. Bisogna agire sulla funzione educativa della scuola che dovrebbe apportare correttivi adeguati a tali ambienti familiari degradati. Salvini, Meloni, i leghisti, i vari fascistoidi cosa dicono? Nulla, perché forse a loro va bene così.

Albarosa Raimondi

 

L’opinione pubblica deve dire la sua

Oggi Luca Bizzarri, riguardo alle ovvie ripercussioni sociali del delitto di Colleferro, scrive questo: “Un assassino è ‘presunto’ fino a che un tribunale dice che è un assassino. Un popolo che vuol farsi giustizia da sé è un popolo senza giustizia. È un popolo, appunto, di picchiatori”.

Sembra che ultimamente si usi il concetto di presunzione di innocenza a sproposito per sembrare più illuminati degli altri e dare la sensazione di non cedere alle pochezze del popolino, che si scaglia sui social a commentare la notizia del giorno. Ma la presunzione di innocenza, o meglio, di non colpevolezza, riguarda l’imputato a cui viene garantito il giusto processo e la facoltà di difendersi dalle accuse. Credo che di fronte a fatti di cronaca che investono la sensibilità collettiva, sia naturale che l’opinione pubblica, così come i media, si sentano chiamati a dire la loro. Questo non significa sentirsi giudici, ma esseri pensanti, ed è grazie anche a questo se sappiamo che George Floyd non è morto di overdose e Cucchi di epilessia. Sono però d’accordo sul fatto che sia meglio evitare di alimentare campagne di odio basate su conclusioni frettolose (colpa dei tatuaggi? delle palestre? o delle arti marziali), e verificare invece l’esito delle indagini. Ma se l’avesse scritta così, magari non sarebbe finito in tendenza.

Valentina Felici

 

Questo referendum è una porcata

Il Fatto è schierato ventre a terra per il Sì; esercitando così un suo sacrosanto diritto. Ok, forse allora è propaganda per le masse popolari quella che Corrias attribuisce agli altri e pratica lui, quando parla dei “nuovi crociati del No con gli sci sulle spalle”. Ma Corrias cita anche a carico del No “il solito modo di non fare nulla visto che non si può fare tutto”. E se invece fosse “il solito modo di fare porcate visto che non si può fare tutto”, non sarebbe il caso di rassegnarsi? Qualche porcata in meno, come questo taglio del numero dei parlamentari, a parer mio si potrebbe sicuramente fare.

Vittorio Melandri

 

Caro Melandri, la “porcata” è stata votata quattro volte (e decine di volte nei decenni passati) con maggioranze amplissime da quello stesso Parlamento che i fautori del No vorrebbero difendere a spada tratta. Ma da chi? Dal Parlamento stesso?
M. Trav.

 

I poteri forti vogliono far fuori Conte

Conte è, probabilmente, il miglior premier che l’Italia abbia mai avuto nell’ultimo trentennio. Pertanto i giornaloni tutti stanno cercando in tutti i modi di abbatterlo. L’arrivo dei 209 milioni dall’Europa è un’occasione troppo ghiotta per i “capaci” che non possono perderla. Allora mi chiedo: davvero mancano gli strumenti al presidente del Consiglio per difendersi da questo continuo martellare di fake news? Mi sembra che i 5 Stelle stiano a guardare.

Diego Tummarello

 

Il motivo del mio Sì al taglio degli eletti

Il mio è un Sì in difesa degli articoli 56 e 58 della Costituzione che stabiliscono l’esistenza di un’assemblea parlamentare “eletta a suffragio universale e diretto dagli elettori”. Vota No, invece, chi ha calpestato quella Regola partecipando sia alla formazione del “Porcellum”. Il mio è un Sì in difesa della Democrazia contenuta nella mia “Costituzione-testamento di centomila morti”. Vota No, per coerenza, chi ha calpestato la volontà popolare espressa nei referendum sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, del 1993, e chi sta ignorando, da 9 anni, la espressa volontà popolare del referendum 2011 sull’ acqua pubblica. Il mio è un Sì in difesa dell’Eguaglianza contenuta nella Costituzione all’articolo 3. Credo che sarà un “Sì-termometro” per misurare il grado della Democrazia in questo Paese. È la coerenza che impone il No a coloro che hanno condiviso le leggi anticostituzionali. Una di queste fu quella che regalò ai partiti i rimborsi elettorali elargiti due volte in caso di fine legislatura anticipata (legge n.51/2006) o quella che consentì di aumentare il rimborso delle cosiddette spese elettorale ai partiti (legge n.157/1999), oppure ancora la legge che “cambiò le lire in euro” (legge 156/2002). Ecco i motivi del mio Sì.

Vito De Russis

L’istruzione è per ricchi? Necessari borse di studio e sostegni pratici

Tra pochi giorni è previsto l’avvio dell’anno scolastico e accademico, e vorrei soffermarmi su un aspetto fondamentale di cui si compone il sistema istruttivo, ovvero il diritto allo studio. Come sancito dalla nostra Costituzione, l’istruzione è un diritto e, in quanto tale, deve essere considerata. Purtroppo, ci troviamo di fronte a belle parole destinate a rimanere sulla carta: la cultura e l’istruzione odierne sembrano essersi trasformate in meri optional elitari e di lusso, il cui unico comune denominatore è rappresentato dai soldi e dalle tasse da sborsare per provare a conseguire una propria formazione. Ritengo che sia impensabile richiedere migliaia di euro per potersi iscrivere a una facoltà e per ottenere la laurea, senza la quale oggigiorno è estremamente difficile trovare lavoro. A questa mia affermazione alcuni potrebbero ribattere spiegando che gli esoneri e le agevolazioni vengono calcolati e proporzionati a seconda del reddito: tuttavia, se ragionassimo in questo modo, non sarebbe più possibile parlare di diritto allo studio, il quale non deve prevedere alcuna distinzione di ceto o di censo.

Come esiste il diritto alla salute, ugualmente lo Stato dovrebbe intervenire e investire in un’istruzione più inclusiva. Tutti noi siamo tenuti a versare le tasse per sostenere il sistema pubblico e per ottenerne in cambio servizi infrastrutturali, architettonici, di comunicazione e istruttivi. Le istituzioni, quindi, dovrebbero fornire un’offerta formativa gratuita tramite i contributi da noi pagati; sebbene gli esoneri sulle tasse di iscrizione e di corso possano aiutare fasce meno abbienti, bisogna tener conto di altre spese, tra cui gli abbonamenti ai mezzi di trasporto (o la benzina per chi usufruisce dell’automobile) e i prezzi esorbitanti dei libri: per quest’ultimi non mi sembra che siano previsti da parte del governo sconti degni di nota. Da non dimenticare, inoltre, gli affitti a peso d’oro degli appartamenti. Ampliando il discorso alla scuola dell’obbligo, permangono criticità e diseguaglianze a proposito del materiale necessario per affrontare qualsiasi anno scolastico. Nella lunga attesa che si prospetta per riscontrare qualche sviluppo positivo, bisognerebbe adottare delle politiche adeguate, come una maggiore erogazione di borse di studio o aiuti economici. Solo allora potremo affermare di aver creato un’Italia civile, libera, efficiente e degna di essere la culla della storia e della cultura occidentale.

 

Si torna a scuola, ma come verrà spiegato il Covid?

Come si insegna il Covid a scuola? Alla fine, speriamo, arriveranno i banchi, gli spazi aggiuntivi, gli insegnanti necessari e le scuole torneranno a funzionare. Ma bisognerebbe preoccuparsi anche di come verrà “insegnato” il Covid-19 (abbreviazione per Coronavirus Disease-2019). Verrà ripetuto anche in aula quello che da mesi affermano, come un disco rotto, tv, giornaloni e giornalini e cioè che siamo stati invasi da un “virus cattivo”, attaccati da un “nemico imprevedibile e invisibile” e via, inventando un racconto di comodo che ignora le cause profonde, strutturali, scientifiche e sociali delle nuove pandemie emergenti da zoonosi?

La drammatica esperienza vissuta da milioni di giovani di tutte le età andrebbe elaborata nelle scuole con amorevole cura e grandi competenze. Sia per contrastare la “pandemia depressiva” causata dalla desocializzazione da distanziamento fisico e da dipendenza da Internet, sia per evitare l’imbroglio di una “ripresa” che non cambia nulla, anzi.

L’accurata analisi dei motivi che hanno scatenato l’epidemia sarebbe un formidabile banco di prova per ripensare i modelli pedagogici e didattici in uso nelle nostre scuole. Proprio quest’anno in cui dovrebbe iniziare l’ora di lezione di Educazione ambientale e alla sostenibilità (voluta dall’ex ministro alla Pubblica Istruzione Lorenzo Fioramonti). Poca cosa e confinata nell’ambito della “educazione civica”, perciò stesso non idonea a “intrecciare saperi, competenze e pratiche innovative” di insegnanti ed educatori/trici. Prendiamo per buoni, comunque, gli auspici del ministro all’Ambiente, Sergio Costa: “Con l’inserimento dell’educazione ambientale vogliamo far sì che le generazioni future abbiano una coscienza ambientale maggiore di quella che la mia generazione ha dimostrato di avere”. Quest’anno è anche il centocinquantesimo della nascita di Maria Montessori, che diceva: “Il bambino è il maestro” (vedi il volume di Cristina De Stefano, Rizzoli, 2020). Cominciamo quindi con la pratica dell’ascolto e mettiamo in cattedra Greta Thunberg e le altre del suo movimento, che di “coscienza ambientale” sembrano averne già molta. Per “spiegare” la diffusione delle nuove patologie virali e batteriche non bastano i virologi. Serve staccare l’occhio dal microscopio e guardare come funziona il mondo attorno a noi: naturale e culturale, biologico ed economico, emozionale-spirituale e fisiologico-cognitivo. Rompere gli steccati degli specialismi e acquisire una visione trans-disciplinare. Se tutte le cose sono interdipendenti nella grande rete dei sistemi viventi, allora abbiamo bisogno di una “alfabetizzazione ecologica” (Fritjof Capra, Speaking Nature’s Language: Principles for Sustainability, 2011, www.ecoliteracy.org/nature-our-teacher/ecological-principles), che può esplicitarsi attraverso un progetto educativo unitario, un’opera eco-pedagogica. Le Linee guida e le indicazioni del Miur per l’ora di educazione ambientale sono davvero poca e misera cosa. Per cominciare mi accontenterei di un corso rapido ai docenti sul “salto interspecifico” (spillover) dovuto alla distruzione degli ecosistemi e alla perdita di biodiversità, alla caccia e al commercio degli animali selvatici, agli allevamenti intensivi e al consumo di suolo, agli stili di vita e alla abitudini alimentari. Tutti effetti collaterali di un sistema di sviluppo controproducente.

Nei prossimi giorni non affideremo alla scuola solo l’igiene dei nostri figli, ma anche le loro inquietudini, la loro capacità di comprensione, il loro desiderio di sapere come agire per cambiare questo mondo malato.

 

Come diceva Wojtyla: salviamo il tempo libero (dall’industria)

Sfoglio dei vecchi ritagli cartacei (io non utilizzo il web) e trovo un mio articolo sul Giorno del 23.3.1990 intitolato “L’invito del Papa e il tempo rubato”. Papa Wojtyla, dopo aver visitato gli stabilimenti della Fiat di Chivasso, aveva ammonito imprenditori e lavoratori a “rispettare la sacralità della domenica” suscitando la furibonda risposta di Confindustria. E a ragione, dal punto di vista di quegli strangolatori. Perché il discorso di Wojtyla andava ben al di là della domenica, ma investiva l’intero modello di sviluppo occidentale. Cioè riguardava i ritmi assassini a cui è costretto un lavoratore oggi (Amazon per tutti, ritornando al presente). E investiva il feticcio totalitario della produzione, per cui noi oggi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre. Universione che ho definito “paranoica”. Nel senso che quando non siamo al lavoro come produttori, lo siamo come consumatori. Il “tempo libero”, tipica invenzione e mostruosità moderna, che segnala tra l’altro la totale alienazione dell’uomo, non è in realtà che un ulteriore bene di consumo perfettamente inserito nella catena di montaggio della produzione.

Insomma, per dirla con linguaggio più semplice dei CCCP: “Produci, consuma, crepa”. Quando non siamo costretti a lavorare, siamo costretti a consumare. Ecco perché, a dispetto dell’enorme velocità di cui godiamo grazie alla tecnologia e che ci facilita ogni cosa, noi oggi viviamo la straordinaria e angosciante esperienza di non avere mai tempo.

La società preindustriale non conosceva il tempo libero, ma aveva tempo. Perché i ritmi del pur duro lavoro di quegli uomini, legati com’erano a quelli della natura, erano più lenti, più ampi, meno affannosi, più armonici, più biologicamente giusti di quelli attuali. A differenza di oggi, lavoro e tempo libero non erano drasticamente e innaturalmente separati, ma il tempo dell’uomo, proprio perché seguiva i ritmi della natura, era un continuum in cui il lavoro sfumava nel riposo e viceversa. E in questo lento fluire c’era lo spazio, anche psicologico, per la riflessione, la pausa, l’ozio laborioso, l’attività fantastica e il divertimento semplice e istintivo e non coatti, drogati ed eterodiretti quali sono quelli cui si è costretti nel cosiddetto “tempo libero”.

I ritmi e le esigenze industriali hanno spazzato via tutto ciò. Ma proprio per questo c’è estremo bisogno che, come diceva Papa Wojtyla, e come dice oggi in un modo un po’ confusionario Beppe Grillo parlando di “tempo liberato”, resista almeno un giorno dedicato al sacro.

Il che vuol dire, si sia noi religiosi o laici, un giorno liberato tanto dal lavoro quanto dal consumo e dedicato solamente a noi stessi.

Il lockdown potrebbe essere considerato una formidabile occasione per riflettere sul senso che ha la nostra vita all’interno di questo modello di sviluppo e sullo stesso modello di sviluppo. Ma da tanti segnali vedo che siamo pronti a ricominciare come prima, peggio di prima.

 

La Puglia può diventare la Caporetto di Pd e M5S

Nel rebus elettorale e referendario del 20 e 21 settembre, c’è un’incognita che incombe sul futuro della Puglia e potrebbe produrre ripercussioni anche sul piano nazionale. Il governatore uscente, Michele Emiliano, rischia la poltrona per il “fuoco amico” che proviene dalle file della maggioranza di governo, cioè dagli stessi alleati del Partito democratico.

Oltre alla defezione di Italia Viva, che ha voluto candidare Ivan Scalfarotto alla presidenza della Regione, è il “distacco” del M5S a insidiare ora la rielezione di Emiliano, l’esponente “dem” considerato più vicino ai cinquestelle.

Dopo la recente visita di Luigi Di Maio a Bari, durante la quale il ministro degli Esteri ha escluso il “voto disgiunto” e ha ribadito il sostegno alla candidata del Movimento, Antonella Laricchia, sembra ridursi l’ipotesi che almeno una parte dei pentastellati possa appoggiare nelle urne il presidente uscente per un secondo mandato.

Il “disimpegno” dei cinquestelle giocherebbe a tutto favore di Raffaele Fitto, l’ex governatore di centrodestra già transitato da Forza Italia al Popolo delle Libertà e approdato infine sulle sponde di Fratelli d’Italia al seguito di Giorgia Meloni.

Proviamo a fare un po’ di conti, in base all’ultimo sondaggio Swg pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno.

Nel testa a testa fra il candidato del centrodestra e quello di centrosinistra, al momento il primo risulta in leggero vantaggio: la “forchetta” dei pronostici per Fitto va dal 38 al 42 per cento, mentre quella di Emiliano oscilla fra il 37 e il 41 per cento. Distaccata la Laricchia (11-15 per cento) e praticamente fuori gioco Scalfarotto (4-6 per cento). A questi, va aggiunto Pierfranco Bruno di Fiamma Tricolore (1-2 per cento).

Con i voti di Italia Viva, dunque, la gara forse sarebbe stata aperta. Ma senza la convergenza dei 5stelle a favore del governatore uscente, è quasi certamente chiusa. Nel frattempo, Fitto ringrazia e gongola in attesa di raccogliere i frutti della diaspora giallorossa.

Fa bene adesso Di Maio a mettere le mani avanti, dichiarando che i risultati delle Regionali – come sarebbe logico – non avranno conseguenze sulla stabilità del governo.

E ha pure ragione chi ribatte che Ferruccio Sansa, il candidato del Pd in Liguria, avrebbe fatto meglio a non pronunciarsi per il No nel prossimo referendum sulla riduzione dei parlamentari, provocando il risentimento del M5S prima di essere contraddetto dal Sì ufficiale di Nicola Zingaretti.

Sta di fatto, però, che su questa china gli alleati di governo rischiano di perdere la Puglia, dopo 15 anni e tre consecutive legislature di centrosinistra con Nichi Vendola (2005-2015) ed Emiliano.

A questo punto, resta da chiedersi a che cosa serve il “voto disgiunto”, previsto dalla legge elettorale. Serve, appunto, a favorire l’aggregazione dei consensi, la governabilità e la stabilità della giunta. E a chi può essere utile il “voto utile”? Allo schieramento di centrosinistra, in primo luogo, per non andare all’opposizione e lasciare la Regione in mano alle destre; ma anche ai 5Stelle per non mettere a repentaglio l’equilibrio della maggioranza parlamentare che supporta Conte, in un momento già incerto e difficile per il Paese.

La Costituzione italiana, per nostra fortuna, garantisce la “libertà di voto” e non si può escludere perciò che alla fine, nel segreto della cabina, un certo numero di elettori pentastellati decidano autonomamente di confluire sul nome di Emiliano.

Nonostante i limiti e qualche errore della sua gestione, gli va riconosciuto il merito di aver fronteggiato efficacemente la pandemia, chiamando a Bari il virologo Pierluigi Lopalco. Altri punti a favore di Emiliano sono gli investimenti sui trasporti e sull’ambiente, insieme alla difesa a spada tratta del progetto di riconversione ecologica per “l’Ilva green” a Taranto.

Nello scenario contrario, cioè in caso di una vittoria del tandem Fitto-Meloni favorita dalle divergenze tra i partner di governo, si assisterebbe a un doppio suicidio politico. Sia per il Partito democratico sia per il Movimento 5 Stelle.

La Puglia potrebbe diventare così la Caporetto dei giallorossi.

 

Lo struzzo, il pessimista e il poeta che crede vere le affermazioni in rima

Per fuorviarci, i propagandisti non usano solo gli errori di ragionamento, ma anche i limiti della nostra mente, che possono portarla a commettere errori cognitivi. Altri errori per motivazione emotiva o morale: errore del realismo naïf (credere di vedere la realtà in modo oggettivo, senza errori; che i fatti siano evidenti per tutti; che una persona ragionevole sia d’accordo con noi; e che chi non è d’accordo con noi sia disinformata, irragionevole o capziosa), della inclusione (non considerare prodotti, ricerche, metodi o saperi di un gruppo diverso dal nostro), del risultato atteso (manipolare un esperimento o interpretarne i dati in modo da confermare le proprie attese), di omissione (non considerare le omissioni tanto pericolose o immorali quanto le azioni), di ottimismo (sovrastimare le eventualità positive), dello struzzo (ignorare una situazione negativa), della certezza (sovrastimare la validità delle proprie risposte), di pessimismo (sovrastimare le eventualità negative), di proiezione (sopravvalutare quanto in futuro condivideremo le nostre preferenze e i nostri valori attuali), di reazione (fare il contrario di ciò che uno vorrebbe farci fare per non sentirsi limitati nella nostra libertà d’azione), di svalutazione reattiva (sottostimare una proposta solo perché è del nostro avversario), di tentazione (sovrastimare la propria resistenza alle tentazioni), di rima (percepire come più veritiere le affermazioni in rima), di compensazione del rischio (prendersi rischi maggiori all’aumento della sicurezza percepita), di percezione selettiva (le attese influenzano la percezione), di validazione soggettiva (credere vero ciò che il proprio credo richiede lo sia, e attribuire in base a ciò correlazioni e coincidenze), della terza persona (credere che i messaggi comunicati dai media abbiano più effetto sugli altri), di unità completata (l’esigenza di portare a termine una data unità di un compito), di difesa (indignarsi di più con un criminale in base alla propria vicinanza personale o situazionale con la vittima), del consenso (sovrastimare il grado di consenso degli altri a sé), di superiorità (rispetto alle qualità altrui, sovrastimare le proprie qualità positive, e sottostimare quelle negative), del mondo giusto (credere che il mondo sia fondamentalmente giusto, e che quindi una ingiustizia inspiegabile sia meritata dalle vittime), della fortuna morale (attribuire statura etica in base al risultato di un evento), del cinismo naïf (aspettarsi più errori cognitivi dagli altri che da se stessi), della variabilità personale (credere che la propria personalità e il proprio comportamento siano più imprevedibili di quelli altrui), dell’imbranato (credersi meno abili di altri in compiti difficili).

Errori per influenza sociale. Errore di acquiescenza (esperimento di Asch: l’appartenenza a un gruppo porta a modificare il proprio comportamento, i propri giudizi e, in una certa misura, anche le proprie percezioni per conformarsi alle aspettative del gruppo), di condivisione (esperimento di Sherif: la norma creata dal gruppo viene interiorizzata inconsapevolmente), di obbedienza distruttiva (esperimento di Milgram: l’influenza di un’autorità riconosciuta come legittima può indurci a obbedire a sue richieste immorali e distruttive), di valanga (un credo collettivo diventa sempre più plausibile quanto più viene ripetuto nel discorso pubblico), di gregge (fare o credere cose perché altri le fanno o le credono), di efficacia (credere che un gruppo giudichi meglio di un solo individuo).

(7. Continua)

 

“Willy a terra con gli spasmi e gli saltavano ancora sopra”

“Ho un vivido ricordo di un paio di loro che addirittura saltavano sopra al corpo di Willy già inerme”. È notte fonda a Colleferro, sono le 4 passate di domenica scorsa quando Emanuele Cenciarelli “nonostante l’agitazione che ho tuttora” racconta ai carabinieri l’accanimento della squadraccia fascista di Artena sul corpo del povero Willy Monteiro Duarte, 21 anni, amico con cui è uscito per passare un sabato sera come tanti, tra qualche drink, chiacchiere e risate spensierate.

Le parole di Cenciarelli sono nero su bianco nell’ordinanza di convalida dell’arresto con cui il gip Giuseppe Boccarrato conferma il carcere ravvisando “una manifesta incapacità di resistere agli impulsi violenti” ai fratelli Gabriele e Marco Bianchi, 26 e 24 anni, detti “i gemelli di Artena” e a Mario Pincarelli, 22 anni; manda ai domiciliari Francesco Belleggia, 21 anni. L’accusa è un macigno: “In concorso tra loro, cagionavano la morte di Willy Monteiro Duarte con atti diretti a percuotere o provocare lesioni al medesimo, colpendo con pugni e calci al capo ed al corpo, provocandone la caduta a terra con conseguente arresto cardiocircolatorio”. In più “con le aggravanti di aver commesso il fatto per futili motivi, connessi a una lite all’interno di un locale, e approfittando di circostanze di tempo, ora notturna, tali da ostacolare la privata difesa”.

A pochi passi dal barbaro omicidio, nella stazione dei carabinieri, all’alba di domenica – mentre dall’ospedale arriva la notizia della morte di Willy e scattano le manette ai polsi delle bestie della squadraccia – si susseguono le deposizioni degli amici della vittima. Al terribile racconto di Cenciarelli si aggiunge quello di Matteo Larocca: “Alle 3 abbiamo visto dei ragazzi discutere: uno era Mario Pincarelli e l’altro Federico Zurma, a questo punto Willy che conosceva Zurma va verso di lui per capire cosa stesse avvenendo. Dopo di ciò ci allontaniamo e andiamo verso la nostra macchina parcheggiata. A questo punto dal nulla arriva un suv Audi a forte velocità, scendono cinque persone e tre di loro cominciano a picchiare selvaggiamente qualsiasi persona lì sul posto. Willy che era vicino a me viene picchiato selvaggiamente”. Willy cade, “si rialza, quindi, viene colpito ripetutamente” e di nuovo “cade a terra, viene picchiato con calci e pugni”. Poi “i picchiatori sono saliti in macchina e sono scappati a forte velocità”.

Quali sono i futili motivi che scatenano tanta violenza? Lo racconta ai carabinieri poco dopo Federico Zurma, il vecchio amico di scuola che Willy avrebbe voluto togliere dai guai avendolo visto “discutere” con personaggi poco raccomandabili. Federico passa il sabato sera con altri amici nel locale “Due di picche”, dopo l’una e mezza il gruppo decide di ritornare alle proprie abitazioni. Federico spiega: “Le mie amiche Azzurra, Ludovica e Rebecca mi riferivano di essere state apostrofate in modo volgare da alcuni ragazzi lì sul posto. Io e il mio amico Alessandro Rosati, fidanzato di Azzurra, ci siamo fatti indicare i ragazzi che le avevano importunate e siamo andati da loro a chiederne conto. Alessandro li riconosceva per dei ragazzi di Artena. Ci scambiamo qualche battuta, dopodiché uno di loro (Francesco Belleggia) mi veniva incontro chiedendomi il perché lo stessi fissando”. Sale la tensione. “Quindi all’improvviso questo ragazzo mi colpiva con un pugno sul volto facendomi rovinare sulle scale”. La discussione e gli spintoni tra i due continuano mentre attraversano la strada insieme a diversi altri ragazzi alcuni dei quali cercano di dividerli. L’amico di Belleggia, Michele Cerquozzi, telefona ai “gemelli Bianchi”. Passano pochi minuti. A quel punto, racconta Federico, “qualcuno mi urlava che il mio amico Willy, coinvolto nel parapiglia, si trovava steso a terra e io, facendomi spazio tra la gente, in effetti notavo Willy a terra sul marciapiede, preso da spasmi tipo delle convulsioni”. Sfilano a deporre in tanti quando ormai è già domenica mattina, un’altra ragazza, Faiza Rouissi, conferma: “Un ragazzo rimaneva a terra e nonostante fosse disteso delle persone lo picchiavano. So chi sono: i gemelli di Artena e Mario Pincarelli”. Poi tocca a Marco Romagnoli: “Willy era disteso a terra, ho notato subito che aveva problemi di respirazione e sono riuscito con le mani a estrargli la lingua dalla bocca. Poi lo colpivo con degli schiaffetti sul volto per farlo riprendere, ma lo stesso non aveva reazioni”. Larocca qualche ora dopo ha aggiunto: “Uno di loro ha sferrato un calcio all’altezza del petto di Willy facendolo cadere in terra e mandandolo a sbattere contro una macchina parcheggiata. Willy è riuscito a rialzarsi ma è stato nuovamente tempestato di calci e pugni. Addirittura mentre era in terra hanno proseguito a sferrare calci e pugni, tanto che Willy non è più riuscito ad alzarsi”. Intanto l’autopsia conferma l’ovvio: Willy ha riportato “un quadro politraumatico e una lesività polidistrettuale”. Fredde parole che si possono tradurre con una sola: “Massacrato”.

Riforma intercettazioni, Dna a secco: i procuratori non inviano più le carte

Le Procure italiane hanno interrotto le comunicazioni delle intercettazioni e delle informative che le contengono alle banche dati delle Direzioni Distrettuali e della Direzione Nazionale Antimafia.

La riforma delle intercettazioni entrata in vigore il 1º settembre prevede il travaso di tutti gli audio e le carte relativi all’archivio digitale e all’archivio documentale di ogni Procura. Non c’è una norma specifica che faccia un’eccezione per le banche dati antimafia. Così i procuratori delle maggiori città, Francesco Greco di Milano, Michele Prestipino di Roma e Giovanni Melillo di Napoli hanno affrontato la questione nelle loro circolari emanate tra luglio e agosto e da oggi pubblicate integralmente in esclusiva nella newsletter del Fatto Quotidiano a disposizione dei nostri abbonati.

I tre procuratori sono al lavoro per varare nuovi regolamenti interni che adattino le prassi alla nuova legge. Però, per prudenza, nelle tre circolari annunciano che – per ora – bloccheranno la trasmissione dei file e delle carte alle banche dati della propria Dda e della Dna. Scrive il procuratore di Napoli Melillo nella sua circolare del 10 luglio 2020: “Specifiche modifiche del Regolamento della Banca dati della Direzione distrettuale antimafia saranno introdotte al fine di assicurare il contemperamento delle fondamentali finalità di strumento di circolazione informativa e di coordinamento investigativo proprie del sistema di gestione delle banche dati di cui all’art. 117, comma 2-bis, cpp con le istanze di rafforzamento della protezione dei dati personali e della segretezza delle comunicazioni poste a fondamento del richiamato intervento legislativo”.

Identici concetti sono espressi nelle circolari dei procuratori di Roma e Milano. Però Melillo aggiunge in più un invito al legislatore a colmare la lacuna: “Con evidenza, dalla novella derivano profili di contraddizione logica fra i due apparati di disciplina non agevoli a ridursi in via interpretativa, come tali meritevoli, forse, di adeguata considerazione del legislatore”.

Poi arriva la frase che annuncia il black-out, contenuta anche nelle circolari dei procuratori di Roma e Milano: “Nessun inserimento di atti (…) afferenti a procedimenti penali instaurati dopo il 31 agosto 2020 sarà eseguito fino all’adozione di tali disposizioni”.

L’ex procuratore nazionale antimafia, ora europarlamentare del Pd, Franco Roberti, spiega: “La banca dati Sidda-Sidna è sicura ma comprendo la preoccupazione dei procuratori. Ci vuole effettivamente un adeguamento dei regolamenti delle Dda per tenere conto della nuova normativa che mira a tutelare la riservatezza di indagati e terzi intercettati. Si potranno inserire in banca dati gli atti ma rispettando le nuove norme. Il legislatore potrebbe accompagnare questo adeguamento dei regolamenti delle Dda con una norma interpretativa”.

In attesa dei nuovi regolamenti, a fare le spese di questo black-out temporaneo saranno le indagini. La banca dati Sidda-Sidna è vitale per la circolazione delle notizie tra le Procure e anche tra queste e la Direzione Nazionale.

I pm inseriscono non solo gli atti pubblici ma anche quelli ancora segreti. Il problema è che ora le intercettazioni non sono più carte segrete ordinarie ma sono considerate materiale da isolare e sterilizzare dalla riforma Orlando, recepita con modifiche dall’attuale Governo giallorosso.

Di qui i problemi.

Finora la circolazione delle notizie prevaleva sulla riservatezza. Se i magistrati di Catanzaro intercettavano un palermitano che si incontrava con gli indagati calabresi a Milano senza fare reati, i magistrati inserivano le intercettazioni in banca dati a beneficio dei colleghi. Dopo la riforma però quell’intercettazione confluisce nell’archivio digitale di Catanzaro e, se ritenuta irrilevante, va distrutta. Così i pm di Palermo e di Milano non potranno leggerla. Probabilmente non basterà un regolamento a sanare questo “effetto collaterale” della riforma delle intercettazioni. La riservatezza vale per tutti, anche per i mafiosi e i loro amici.