Nel penultimo giorno utile la risposta è arrivata. Ed è quella anticipata dal Fatto: per non rendere pubblici i nomi dei furbastri del bonus, l’Inps si trincera dietro al Garante della privacy. Che “ha aperto un’istruttoria in merito al trattamento dei dati personali effettuato dall’Istituto”, si legge nella lettera di riscontro all’istanza di accesso civico avanzata dal direttore Marco Travaglio. Come noto, infatti, il Garante sta verificando se l’ufficio Antifrode dell’Inps ha commesso un illecito andando a vedere chi, tra parlamentari, consiglieri regionali e amministratori locali, ha richiesto il bonus da 600 euro destinato alle partite Iva in difficoltà. Poi la vicenda è divenuta di dominio pubblico. Ebbene, l’indagine dell’Authority – dice il documento – “al momento rende incerta la possibilità di poter procedere legittimamente all’attività che sarebbe necessaria per riscontrare puntualmente la Sua domanda. Di conseguenza, l’Istituto ha al momento sospeso ogni ulteriore attività di trattamento di tali dati, differendo l’istruttoria del procedimento sulla Sua istanza di accesso civico”.
Tradotto: finché il Garante non ci dirà se abbiamo fatto bene o male a indagare sui furbastri, non comunicheremo i nomi degli ultimi due parlamentari (quelli che hanno chiesto il sussidio senza riceverlo, ndr). I primi tre, i leghisti Andrea Dara ed Elena Murelli e il 5stelle Marco Rizzone, sono già noti. Ora le strade sono due, spiega l’avvocato Caterina Malavenda, tra i massimi esperti italiani di diritto dell’informazione: “Si può fare ricorso, sostenendo che il rinvio della decisione sia in realtà un diniego mascherato, oppure attendere la conclusione dell’istruttoria, dopodiché l’Inps sarà obbligato a dare una risposta nel merito”. Il ricorso va presentato entro 20 giorni al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza dell’ente previdenziale. Il quale è tenuto, prima di decidere, a chiedere un parere proprio al Garante per la privacy: “Si tratta di un parere formale, diverso dai comunicati emessi finora (in cui il Garante ha dichiarato che nulla osta alla pubblicazione, ndr)”, spiega Malavenda. “A mio parere – precisa – il modo in cui l’ente ha ottenuto i nomi in questo caso non è rilevante. Di fronte a una richiesta di accesso civico, la funzione pubblica si esplicita nel comunicarli”.
L’alternativa è attendere il termine dell’indagine aperta dal Garante, di cui però non si conosce lo stato di avanzamento. Qualcosa potrebbe capirsi con l’audizione in commissione Lavoro, a Montecitorio, del presidente dell’Autorità Pasquale Stanzione, voluta dalla presidente dem Debora Serracchiani per “chiarire le condizioni che ancora ostano alla pubblicazione” dei nomi dei politici. L’appuntamento, però, non è ancora calendarizzato e probabilmente slitterà a dopo le elezioni regionali, quando il termine dei 20 giorni per proporre ricorso sarà a un passo dalla scadenza.