L’Inps nega i nomi dei furbastri: “Chiedete al Garante Privacy”

Nel penultimo giorno utile la risposta è arrivata. Ed è quella anticipata dal Fatto: per non rendere pubblici i nomi dei furbastri del bonus, l’Inps si trincera dietro al Garante della privacy. Che “ha aperto un’istruttoria in merito al trattamento dei dati personali effettuato dall’Istituto”, si legge nella lettera di riscontro all’istanza di accesso civico avanzata dal direttore Marco Travaglio. Come noto, infatti, il Garante sta verificando se l’ufficio Antifrode dell’Inps ha commesso un illecito andando a vedere chi, tra parlamentari, consiglieri regionali e amministratori locali, ha richiesto il bonus da 600 euro destinato alle partite Iva in difficoltà. Poi la vicenda è divenuta di dominio pubblico. Ebbene, l’indagine dell’Authority – dice il documento – “al momento rende incerta la possibilità di poter procedere legittimamente all’attività che sarebbe necessaria per riscontrare puntualmente la Sua domanda. Di conseguenza, l’Istituto ha al momento sospeso ogni ulteriore attività di trattamento di tali dati, differendo l’istruttoria del procedimento sulla Sua istanza di accesso civico”.

Tradotto: finché il Garante non ci dirà se abbiamo fatto bene o male a indagare sui furbastri, non comunicheremo i nomi degli ultimi due parlamentari (quelli che hanno chiesto il sussidio senza riceverlo, ndr). I primi tre, i leghisti Andrea Dara ed Elena Murelli e il 5stelle Marco Rizzone, sono già noti. Ora le strade sono due, spiega l’avvocato Caterina Malavenda, tra i massimi esperti italiani di diritto dell’informazione: “Si può fare ricorso, sostenendo che il rinvio della decisione sia in realtà un diniego mascherato, oppure attendere la conclusione dell’istruttoria, dopodiché l’Inps sarà obbligato a dare una risposta nel merito”. Il ricorso va presentato entro 20 giorni al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza dell’ente previdenziale. Il quale è tenuto, prima di decidere, a chiedere un parere proprio al Garante per la privacy: “Si tratta di un parere formale, diverso dai comunicati emessi finora (in cui il Garante ha dichiarato che nulla osta alla pubblicazione, ndr)”, spiega Malavenda. “A mio parere – precisa – il modo in cui l’ente ha ottenuto i nomi in questo caso non è rilevante. Di fronte a una richiesta di accesso civico, la funzione pubblica si esplicita nel comunicarli”.

L’alternativa è attendere il termine dell’indagine aperta dal Garante, di cui però non si conosce lo stato di avanzamento. Qualcosa potrebbe capirsi con l’audizione in commissione Lavoro, a Montecitorio, del presidente dell’Autorità Pasquale Stanzione, voluta dalla presidente dem Debora Serracchiani per “chiarire le condizioni che ancora ostano alla pubblicazione” dei nomi dei politici. L’appuntamento, però, non è ancora calendarizzato e probabilmente slitterà a dopo le elezioni regionali, quando il termine dei 20 giorni per proporre ricorso sarà a un passo dalla scadenza.

Recovery Plan, serve più tempo: il Parlamento vuol dire la sua

“Noi ci eravamo premuniti per consegnare il piano alla metà di ottobre, invece i tempi ufficiali della Commissione europea si dilatano: il 15 ottobre non va consegnata la versione completa ma solo le linee guida”. Mentre “il piano completo va consegnato da gennaio 2021”. È lo stesso Giuseppe Conte a informare sui tempi. E così ieri al primo Ciae (Comitato interministeriale degli Affari europei) della ripresa, presieduto dal premier, si è rimasti ai preliminari, senza iniziare a discutere di progetti. Ovvero, il cronoprogramma per la presentazione del piano e le linee guida. Spiega Enzo Amendola, ministro agli Affari europei, alla fine della riunione, che comunque ha dato il via alla bozza di linee guida, pur con qualche modifica, con 6 principali missioni” (digitalizzazione, rivoluzione verde, infrastrutture, istruzione, formazione e ricerca, equità, Salute): “A breve arriveranno quelle della Commissione Ue, che incroceremo con le nostre”. In realtà, il lavoro è andato avanti per tutta l’estate: si parla di centinaia di progetti arrivati, che dovranno essere valutati, armonizzati e accorpati. Una sfida non solo centrale per il Paese ma imperdibile per chi deve gestirla: 209 miliardi sono un motivo sufficiente per puntellare questa maggioranza anche da parte di chi è più scontento.

Nel frattempo, qualche malumore si registra in Parlamento. “Siamo al lavoro per dare indirizzi”, dice il capogruppo del Pd, Graziano Delrio. Una dichiarazione che nasconde lo stupore e la rabbia rispetto a quella che considera un’esclusione del Parlamento dalla costruzione delle linee guida. Il presidente della Camera, Roberto Fico, a luglio aveva annunciato: “Dobbiamo formulare un atto di indirizzo”. Conte in corso di giornata precisa che “c’è tempo per le interlocuzioni con tutti”. Ma intanto convoca per stamattina a Palazzo Chigi i capigruppo di maggioranza.

La Serie A si vende ai fondi d’investimento. Ma per ora la “newco” è solo un annuncio

Per alcuni è la svolta epocale che la Serie A attendeva da anni. Nel calcio italiano, dove tutto cambia per non cambiare, potrebbe essere solo l’ennesimo annuncio a effetto. La Lega calcio ha deciso (ma non ancora fatto per davvero) di creare una media company e vendersi ai fondi di investimento stranieri. Il prezzo da pagare è altissimo: perdere sovranità e trasformare il pallone in un prodotto finanziario. Ma significherebbe avere anche tanti soldi con cui rilanciare il nostro calcio (circa un miliardo e mezzo), più manager indipendenti e meno Claudio Lotito al potere (che infatti è contrario). Quello della media company è un piano a cui il presidente Dal Pino lavora da mesi, come “paracadute” al rischio che la prossima asta dei diritti tv sia un fiasco: il progetto del canale della Lega si è arenato, Sky non sborserà più il miliardo per il campionato. L’alternativa sono i fondi, che ovviamente non regalano nulla, investono, comprano un pezzo di Serie A. Sul tavolo restano due proposte, leggermente diverse fra loro, sempre per il 10% della newco: la cordata Cvc-Advent-Fsi offre 1,625 miliardi, Bain-Nb Renaissance 1,35 miliardi ma con bonus e un minimo garantito sui diritti tv.

Il progetto è passato all’unanimità, ma in realtà i presidenti non hanno deciso quasi nulla. La delibera prevede solo di “proseguire le attività necessarie alla creazione di una media company” e di “individuare un partner di private equity”. La società non è ancora stata fatta: in questo cavillo confidano gli oppositori che non si sono ancora arresi (Lotito non si arrende quasi mai).

La vera differenza rispetto al passato probabilmente sta nei rapporti di forza: stavolta il progetto è sostenuto da tutte le big. In prima fila Andrea Agnelli e la Juventus, ma anche le milanesi, Urbano Cairo, la Roma. Con la newco, la Serie A potrebbe vendere un pezzo di se stessa e far entrare nuovi capitali; anche la governance non sarebbe più in mano ai patron ma a manager indicati dai partner commerciali, e quindi, si spera, più illuminati.

I dubbi, però, sono tanti. Come sarà gestito questo fiume di denaro? In una logica virtuosa, dovrebbe servire a migliorare il sistema. Il rischio è che finisca nelle tasche dei patron, per aggiustare i conti traballanti dei club. È per questo che tanti presidenti si sono convinti. Ma in Serie A negli ultimi 10 anni si sono alternate 37 squadre diverse, premiare solo chi ne fa parte oggi rischia di essere illegittimo (infatti il Monza di Galliani e B. è già sul piede di guerra). L’equivoco, in fondo, è sempre lo stesso: il calcio cerca cambiamento, i suoi padroni soltanto soldi.

Tav, la disputa del nuovo deposito rifiuti

Una nuova variante, l’ennesima, per ospitare a Susa un cantiere con materiali di scavo del tunnel di base del Tav. Una variante che, pur costituendo un “imprevisto e una novità” rispetto al programma, non sarà soggetta a una valutazione di impatto ambientale, perché Regione Piemonte e Telt si sarebbero accordati per non farla eseguire. È la denuncia dell’Unione montana Valle Susa. L’ipotesi è respinta da Telt, che ribadisce: “Non c’è alcuna variante”. Semplicemente, replica la società, sono allo studio soluzioni per risolvere la questione del deposito di Salbertrand compatibilmente con i tempi dell’opera e tra queste si sta valutando di usare “temporaneamente” l’ex pista di guida sicura di Susa, come già previsto da una delibera Cipe. Secondo Telt, non ci sarebbe bisogno né di una variante né di una nuova Via.

L’Unione montana ritiene invece che ciò che Telt definisce deposito già autorizzato, in realtà sia un maxi-cantiere che impatterebbe pesantemente sul territorio. L’origine della contesa nasce dall’intoppo, noto da mesi, dell’area di Salbertrand. Qui Telt ha previsto un deposito per i residui di scavo e una fabbrica per lavorare il calcestruzzo. Ma qui, da molti anni, giacciono cumuli di rifiuti (con scarti di lavori dell’autostrada del Fréjus e altro materiale scaricato da privati), di cui uno impregnato di amianto.

In dieci anni la Finanza ha sequestrato tre volte la zona e vari esposti sono stati spediti in Procura. La presenza dei rifiuti rallenta, secondo l’Unione montana, i lavori. Telt ribadisce che l’area verrà sgomberata in tempo e che, nel caso in cui gli enti titolati allo sgombero non procedessero, lo farebbe Telt al loro posto, rivalendosi in danno. Finché però i rifiuti non saranno sgomberati, a Telt serve un deposito. Ecco perché si sta valutando l’area di Susa, già esclusa, anni fa, per problemi di ordine pubblico. Si pensava che i No Tav qui avrebbero potuto impedire i lavori.

Salerno, l’operazione “sospetta” di De Luca da 70mila euro in più. La replica: “È un box”

Secondo il quotidiano La Verità, l’Unità informazione finanziaria avrebbe segnalato all’Antiriciclaggio di Bankitalia il presidente Pd della Campania, Vincenzo De Luca: avrebbe pagato 70.000 mila euro in più un lussuoso appartamento di Salerno rispetto al prezzo ufficiale di 860.000 euro, metà dei quali coperti con un mutuo. La segnalazione risalirebbe al maggio 2019 e l’avvocato di De Luca, il professore Andrea Castaldo, replica così: “Notizia suggestiva, fantasiosa e falsa, tale importo (i 70mila euro, ndr) è stato infatti corrisposto per l’acquisto di un locale box auto, con regolare atto notarile”. L’articolo fa riferimento anche a più di un milione di euro che il figlio Piero, deputato dem, e sua moglie, avrebbero fatto rientrare dal Lussemburgo, dove De Luca jr ha lavorato come avvocato della Corte europea. Anche Piero De Luca sarebbe destinatario di una segnalazione.L’avvocato Castaldo spiega che si è trattato di un normale trasferimento del conto in Italia, e le cifre riguardano risparmi di dieci anni di lavoro e la vendita di una casa familiare.

“Troppi annunci creano illusioni e minori cautele”

“Uno stop durante la fase di sperimentazione può capitare”. D’altra parte “troppi annunci possono creare aspettative infondate”. Mauro Pistello, direttore della virologia clinica al policlinico di Pisa e vicepresidente della Società Italiana di Microbiologia, invita alla cautela.

È uno stop o una semplice fase di valutazione?

È un evento atteso, può accadere in tutte le fasi della sperimentazione. La sua durata dipenderà dall’entità del danno e dalla probabilità che si verifichi di nuovo.

Il candidato avrebbe causato un’infiammazione del midollo. È un danno grave?

È un problema importante. Fenomeni simili si sono verificati in altri vaccini, in casi sporadici anche in quelli antinfluenzali. Molte volte tuttavia c’è una base autoimmune, quindi spesso il problema è dovuto a una iper-reattività dell’individuo.

Usa e Russia corrono, anche con i titoli sui giornali. La Commissione Ue ha annunciato le prime dosi “entro novembre” e Speranza ha parlato di “2 o 3 milioni di dosi entro l’anno”.Non è troppo presto?

Sono annunci che creano aspettative prima ancora che il prodotto sia stato testato. Così si suscitano speranze che, se non sono false, rischiano di essere mal riposte. E questo può creare comportamenti non consoni al momento che stiamo vivendo.

Ad esempio?

Il cittadino potrebbe dire ‘vabbè, tra poco arriva il vaccino’ ed essere meno rispettoso delle regole. Ma le aziende hanno come fine il profitto. Uscite a effetto del tipo ‘io sono più avanti’ o ‘il mio è più efficace’ consentono loro di capitalizzare a livello azionario sui mercati.

Martedì sera Di Lorenzo diceva in tv che sarebbe arrivato entro novembre. Invece c’è stato lo stop. E in questa partita l’ad di Irbm, oltre a essere uno degli interlocutori del governo, rappresenta l’Italia.

A me già sembravano un’accelerazione le parole del ministro Speranza. Doveva funzionare tutto straordinariamente bene perché si potesse avere qualche risultato tangibile entro fine novembre. Ma anche se tutto andasse per il meglio, poi il vaccino dovrebbe essere prodotto, si dovrebbero testare i lotti e così via. Tutti cercano di tagliare il traguardo, perché chi arriva primo si assicura una valanga di dollari e di euro.

Si stanno accorciando tempi che credevamo obbligati?

Secondo le metodologie tradizionali sarebbero serviti vari anni. In genere si valuta se il prodotto è tossico, si stabilisce la dose corretta per produrre anticorpi, si cerca di capire se i singoli soggetti risultano protetti e alla fine viene fatto lo studio su larga scala per capire il livello di protezione. In questo caso le misurazioni di tossicità, dosaggio e risposta anticorpale sono state accorpate in una sola fase.

Ci potrebbero essere conseguenze sull’efficacia?

Sì, da un punto di vista del livello e della durata della vaccinazione. Se io la facessi oggi e fossi esposto al virus tra un mese probabilmente avrei una protezione più elevata che se lo fossi tra sei mesi perché gli anticorpi tendono a diminuire nel tempo. L’accorpamento delle fasi non consente di valutare il livello di protezione e la sua durata nel tempo. È il prezzo che si paga per avere il vaccino al più presto.

Vaccino, Oxford ferma i test Oms: “Funzionerà nel 2022”

Per tutti è solo “un incidente di percorso”. Un caso “da mettere in conto” sulle circa 50.000 persone fin qui testate in sei Paesi nel mondo. Eppure, proprio su quello che era stato presentato come il rush finale, la sperimentazione del vaccino anti-Covid di Oxford si è fermata. Ed è probabile che le prime dosi non vengano distribuite entro fine anno, a dispetto dell’ottimismo manifestato anche dal ministro della Salute, Roberto Speranza. È il vaccino su cui puntano l’Unione europea e l’Italia, che ci ha messo 187,5 milioni di euro. I ricercatori britannici sono stati bloccati dal Data and Safety Monitoring Board, il comitato indipendente che vigila sulla sperimentazione, per un caso di mielite trasversa in uno dei volontari. È una malattia infiammatoria del midollo spinale che, nelle forme più gravi, può portare a paralisi parziali.

La “reazione avversa” si sarebbe manifestata su un paziente britannico fra la fine della fase-2 e l’inizio della fase-3. La fine della sperimentazione era prevista entro settembre. “È solo una sospensione temporanea che prova la serietà dell’azienda, in attesa che il comitato di esperti indipendente valuti questo singolo caso”, ha fatto sapere Pascal Soriot, ceo della società anglo svedese AstraZeneca che conta di iniziare al più presto la produzione industriale. La casa farmaceutica sta “lavorando per accelerare la revisione al fine di ridurre al minimo qualsiasi potenziale impatto sulla tempistica”. Sarebbe, in realtà, il secondo evento “critico”: il primo, per i media inglesi, risale ad aprile ma non avrebbe determinato lo stop alle procedure.

La mielite trasversa è un possibile (seppur raro) effetto collaterale registrato per diversi vaccini, come quelli contro epatite e tubercolosi, ma non è escluso che sia insorta indipendentemente dalla somministrazione: dovrà essere accertato. “Si trova anche nella letteratura sui vaccini influenzali”, spiega Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, secondo il quale “per sospendere la sperimentazione devono aver avuto motivi importanti e gravi: attendo la relazione”. La persona interessata dall’ “incidente di percorso”, secondo fonti di AstraZeneca, sarebbe in via di guarigione. Per il Financial Times la sperimentazione potrebbe riprendere la prossima settimana: dipenderà dal comitato indipendente. Ballano miliardi di euro, in Borsa e non solo. “Nessun vaccino sarà mai autorizzato senza la piena garanzia per la salute delle persone”, ha rassicurato Speranza.

La corsa sfrenata al vaccino preoccupa gli esperti. Corrono i cinesi, corrono i russi, corre Donald Trump che con il vaccino vorrebbe vincere le elezioni e di novembre e nei giorni scorsi è stato frenato proprio dalle aziende farmaceutiche. Anche AstraZeneca contava di fare presto. Solo martedì sera, a sospensione già avviata – in India ne scribvevano già lunedì – Piero Di Lorenzo della Irbm di Pomezia, a Porta a Porta, diceva che “il vaccino potrebbe esser pronto già a novembre”. La sua Advent Srl è partner dello Jenner Institute di Oxford. “La sospensione attuale rappresenta un elemento di ulteriore prudenza”, ha spiegato ieri Di Lorenzo al Fatto. “Questa vicenda dimostra che serve prudenza”, ha affermato Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani di Roma. E anche Andrea Cristanti, microbiologo dell’Università di Padova, conferma: “Lo stop è normale, mai sviluppato un vaccino in un anno”. In genere, dice, ce ne vogliono cinque. Pierpaolo Sileri, viceministro della Salute, non ha mai creduto al vaccino nel 2021. Questo significa che bisogna lavorare su altro: sui farmaci, sui tamponi, sulla gestione dell’isolamento. Anche l’Organizzazione mondiale della Sanità avverte: il vaccino “non è una formula magica che arriverà a gennaio e risolverà i problemi del mondo”, ha detto la dottoressa Soumya Swaminathan, ricercatrice dell’Agenzia Onu, spiegando che per arrivare a un “60% o il 70%” di immunizzati “bisognerà aspettare fino al 2022”.

La battuta di arresto di Oxford, secondo Statnews.com, condiziona anche gli altri candidati vaccini, sei dei quali sono nella fase 3 della sperimentazione, che ora cercano eventuali reazioni avverse simili. Ma la corsa continua. L’Unione europea – che aveva già prenotato 400 milioni di dosi ad AstraZeneca, di cui 75 milioni per l’Italia –ha annunciato di aver concluso “colloqui esplorativi” per assicurarsi 300 milioni di dosi del vaccino della Pfizer-BioNtech, sesto accordo dopo quelli con Sanofi, Johnson&Johnson, CureVac, Moderna e, appunto, AstraZeneca.

“Il taglio lo voglio dal 2013. Draghi? Arriva la destra”

Pier Luigi Bersani dà una lezione alla sinistra schierata per il No contro il governo Cont-2 e spiega la necessità di un’alleanza organica tra Movimento 5 Stelle e Partito democratico. Nell’intervista di martedì sera a DiMartedì su La7, il leader di Articolo 1 ha spiegato a lungo tutte le ragioni, soprattutto politiche, che lo spingono a confermare il taglio dei parlamentari.

Ecco il suo l’intervento:

“Secondo me, questo governo sta riuscendo a trasmettere, con Conte, Speranza e Gualtieri, un’impressione di stabilità, che invece anche nell’ambito stesso della maggioranza ancora non vedo”.

“Le forze della maggioranza non comprendono fino in fondo la storia italiana. Quando le forze democratiche prossime non riescono a capire che devono avere un progetto insieme tirano la volata alla destra, come successe nel 1994. Detto questo non capisco perché sia dentro i 5Stelle, sia nel Pd, continuano a esserci forze interne che non si rassegnano, che coltivano comunque una volontà di rendere provvisorio questo accordo”.

“Non arriva Draghi qui se fallisce questo governo, arriva la destra! Dove non arriva la sinistra arriva la destra! L’ipotesi di Draghi è estrema, solo se il presidente della Repubblica chiama, ma non è questo il caso. Il mondo si sta ricomponendo in due campi. La destra è seminegazionista sul Covid così come sul clima, mentre la sinistra prova a far qualcosa. Due visioni del mondo contrapposte”.

“Tanti in Articolo 1 e non solo, anche in casa mia, sono per il No. Ma quando c’è un cambiamento ragionevole questo non lo si può lasciare in mano alla demagogia. È il progressismo che deve riuscire a cambiare. Nella mia storia, io mi sono sempre battuto per la riduzione del numero dei parlamentari, ma per cosa? Per antipolitica? Per risparmiare? No! Perché ho sempre pensato che fosse necessaria più efficienza nel quadro parlamentare grazie anche a una riduzione del numero dei parlamentari. Qui non stiamo parlando della Costituzione del ’48, ma di una riforma costituzionale del ’63”.

“Io penso che il referendum innescherà un processo, penso che così si aprirà un cantiere di riforme. Anch’io credo che la legge elettorale vada cambiata. Bisogna tener presente che esiste però anche un No insincero, nato solo per mettere in difficoltà il governo e tra M5s e Pd”.

“Il vaffa più grosso l’ho preso io dai 5Stelle, ma qui se non si organizza con un accordo tra noi non arriva Draghi, ma arrivano Meloni e Salvini”.

“L’Italicum era altra cosa rispetto a questa riforma! Noi saremmo arrivati a Erdogan. Lì c’era in gioco la Costituzione”.

“Non è vero che è irrilevante questo referendum, come molti dicono, non è irrilevante una riforma del Parlamento! Il discredito del Parlamento viene anche da come appare, ma oggi si riempie solo quando si litiga e si urla. È vero che si sono dette tante stupidaggini su questo referendum, ma se uno canta in modo stonato una canzone non è che butto via la canzone”.

“Bisogna provarci a organizzare un campo alternativo a Meloni e Salvini. Vogliamo correggere le scelte fatte nel ’63. Non la Costituzione del ’48! Non voglio lasciare in mano a Salvini e alla Meloni una cosa per la quale il Pd quando c’ero io presentò la proposta di passare a 600 parlamentari. Poi anche nel mio programma del 2013 Italia Bene Comune c’erano delle riforme costituzionali simili a questa”.

“L’antipolitica non l’hanno inventata i 5Stelle. Quando abbiamo abbattuto le province solo per risparmiare due soldi, c’erano i 5Stelle? E quando Renzi diceva basta un sì e tagliamo i politici? O quando nel film di Dino Risi del 1963 il protagonista esclama: ‘Si chiama Pappamento!’. La verità è che l’antiparlamentarismo è una storia di un bel pezzo della borghesia italiana, che non avendo tagliato la testa al re vuole il guinzaglio corto col potere, e quindi va contro il Parlamento. Gli stessi che hanno tirato la volata ai 5Stelle adesso dicono No e attaccano i grillini. Ma io, nonostante il vaffa che mi arrivò ai tempi, non ci sto!”.

“Non si può dire che non ci sia stato un netto cambio di rotta dei 5S. Ma da ambo le parti ci sono alcuni che lottano contro l’alleanza; deve invece proseguire in modo organico, questo progetto politico, per dare speranza e futuro al Paese”.

Il vaffa di Saviano e la “sinistra per Salvini”

Per gettare definitivamente la maschera con un’uscita pop, Roberto Saviano, ha deciso di citare Max Gazzè della Favola di Adamo ed Eva: “Ma andate a cagare voi e le vostre bugie” ha twittato ricolmo d’ira lo scrittore. Il destinatario era chiaro: il segretario Pd, Nicola Zingaretti, ma anche, di riflesso, Giuseppe Conte e il M5S. Il pretesto della ribellione twìttarola di Saviano – “Le rivoluzioni finiscono sempre a tavola” avrebbe detto Leo Longanesi –­è la decisione della direzione Pd di votare Sì al referendum sul taglio dei parlamentari. Bum: è lesa maestà per tutto quel mondo della sinistra che da trent’anni propone di ridurre il numero degli eletti. Eppure no, l’ordine di scuderia è questo: essere contrari a prescindere. Il motivo? Mica per ragioni nobili.­No, la contrarietà di molti, a sinistra, si basa su una semplice equazione che suona così: “Se una cosa buona la vuole il M5S, allora noi siamo contrari”. A prescindere. Tant’è che Dario Franceschini ha risposto a Saviano parlando di “caduta di stile, piena di inspiegabile rancore” e lo scrittore ha controreplicato: “Stile è essere di destra fingendosi di centrosinistra?”. Con il suo vaffa neopopulista, Saviano è diventato l’icona della sinistra salviniana che ha il tic genetico dell’antigrillismo da quando è nato il Conte II. Anche a costo di aprire la strada alla destra di Salvini e Meloni. Ché la sinistra salviniana, pur cullando il sogno di Draghi, non ha alternative alla sconfitta.

No al taglio perché No.L’ultimo in ordine di tempo a opporsi al referendum in chiave filodestra è Mattia Santori, leader delle Sardine. ADiMartedì ha spiegato il suo No al referendum con una motivazione pregnante. Il problema non è la rappresentanza o la mancata efficienza del Parlamento, ma le parole: “Durante il lockdown abbiamo studiato tanto, soprattutto sul percorso e sulle parole che accompagnano un referendum. Per questo votiamo No”. Ma Santori si tradisce e rivela il vero motivo della contrarietà delle Sardine, ovvero il M5S: “Più sento parlare Di Maio, soprattutto sui costi, più non mi fido. Pensate che il M5S sia una forza leale che porterà a casa altre riforme?”. Stesse argomentazioni del direttore dell’Espresso Marco Damilano, che nel numero del 30 agosto ha stampato Luigi Di Maio su una poltrona dorata da Ancien Régime. Ed è proprio per questo che il settimanale del gruppo Gedi si è posizionato sul No: “Questo è un brandello di riforma – ha scritto Damilano – è un contributo allo smantellamento di un altro pezzo di istituzioni”. Da parte di chi? Ma ovvio, di Di Maio, che “di questo referendum è l’immagine”. Anche Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, vota No per lo stesso motivo: per non “gonfiare le vele ai populisti”. Ergo: Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Sulla stessa scia anche Massimo Giannini che su La Stampa del 23 agosto ha parlato di “deriva confusionaria” e di “un’autoamputazione del Parlamento che nutre la fame di rivincita delle forze populiste e sovraniste come M5S e Lega”.

Subalterni al M5S. Poi c’è la teoria secondo cui il “governo più a sinistra della storia” (copyright Berlusconi) ormai sarebbe costituito da due partiti: il M5S e un partito “senza identità” genuflesso ai grillini, ovvero il Pd. “Il taglio dei parlamentari è una bandierona populista: una vittoria per Di Maio e noi saremo i portatori d’acqua”, ha detto a Rep il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori. Sulla stessa linea, l’ex dalemiano Matteo Orfini che, insieme a Gori, sogna di fare le scarpe a Zingaretti: “È stato un errore madornale andare coi 5Stelle – va dicendo da mesi – abbiamo il virus della subalternità”. Per questo, ça va sans dire, anche lui vota No. Chi invece preferisce contraddire se stesso pur di andare contro il M5S è il senatore dem Luigi Zanda, ex tesoriere del partito che nel 2008 aveva presentato, con Anna Finocchiaro, una proposta di legge identica a quella attuale. Ma lui vota No lo stesso e anzi: “Voterei No anche alla mia proposta” ha confessato al Corriere. Contento lui. Luciano Violante, invece, motiva il suo No sperando che questo possa portare al “terremoto nel M5S”, ha detto al Riformista. Poi c’è chi, riferendosi al Pd, parla di “scissione politica e sentimentale” tra “sinistra e popolo” sul referendum: “Il problema è enorme – ha scritto ieri il vicedirettore dell’Huffington Post Alessandro De Angelis – il cuore pulsante di un partito di sinistra è un’idea di cambiamento, più o meno moderato, ma cambiamento”. Qualunque cosa voglia dire.

Meglio B.Se Michele Serra parla del M5S come il frutto di “una mediocrità sociale”, all’appello non mancano due punti di riferimento della sinistra che analizzano “antropologicamente” il M5S. Ergo: un pericolo per la democrazia. Sabino Cassese lo definisce “eversivo” e “incostituzionale” e Carlo De Benedetti, ex proprietario di Repubblica e oggi passato a Domani, da mesi ha riabilitato lo storico avversario: “Meglio B. di Conte”. Chissà cosa ne pensano i lettori di Repubblica.

Lezioni web, tamponi e sanificazione: così le strutture affrontano i primi casi

Quattro bambini piccoli positivi, due studenti delle superiori contagiati, un caso sospetto e una bidella palermitana risultata affetta da Covid-19: è questo il bilancio, solo parziale, dei primi giorni di scuola. La ripresa, come atteso, ha già fatto i primi conti con il Coronavirus e dal Nord a Sud è scattata la paura nelle famiglie ma anche il protocollo previsto dalle indicazioni dell’Istituto superiore di sanità. Con esiti variegati.

Il primo caso si è registrato al nido “Il Bucaneve” di Pergine Valsugana, gestito dalla cooperativa “Città Futura”, che ospita 65 bambini. Dopo quattro giorni dalla riapertura si è scoperto che un bambino di due anni era positivo al coronavirus. La famiglia ha portato il piccolo all’ospedale dove hanno riscontrato il contagio. Immediatamente è stata avvertita la struttura della scuola ed è scattato il protocollo. “Sono stato contattato – spiega il sindaco Roberto Oss Emer – dall’assessore provinciale e abbiamo deciso con l’Asl di chiudere solo la sezione frequentata dal bambino”. A finire in quarantena e a essere sottoposti al tampone sono stati i cinque compagni del piccolo e le due educatrici: tutti risultati negativi. “Nella nostra scuola – specifica il primo cittadino – abbiamo suddiviso in sezioni ben distinte gli allievi: sei bambini per ciascuna. Nessun bambino può entrare in contatto con altri al di fuori del proprio gruppo così le insegnanti non possono avvicinarsi alle colleghe delle altre sezioni. Questa gestione ha funzionato”.

A solo due giorni dall’apertura dell’anno scolastico, anche l’Alto Adige ha registrato il suo primo caso Covid in un asilo. Nella sezione tedesca a San Candido un bambino è infatti risultato positivo. Lunedì scorso non è stato bene e ha accusato dei sintomi, la conferma è poi arrivata dal tampone. I suoi venti compagni e le rispettive famiglie ora sono in quarantena, ma l’asilo non è stato chiuso. Sono però stati sanificati i vani e i giochi utilizzati dal gruppo.

A Piacenza, altro caso alla scuola dell’infanzia paritaria “Nostra Signora di Lourdes”. A spiegare com’è andata è la coordinatrice didattica Francesca Astorri: “Il primo settembre il bambino si è presentato a scuola ed è rimasto un’ora, dalle 10 alle 11 con sei bambini e due insegnanti. Lunedì scorso l’Asl ci ha avvertito che un allievo della nostra scuola è risultato positivo perché c’era un famigliare contagiato. Hanno voluto sapere le persone che sono state a contatto con l’alunno ma hanno valutato di non mettere in quarantena nessuno e di fare il tampone a tutti bambini della sezione”. Ieri il risultato: nessun positivo.

Intanto anche in Calabria, l’asilo di Mirto di Corsia è stato chiuso dopo un caso di positività. A Crema, alla scuola dell’infanzia “Iside Franceschini” l’Ast Valpadana ha invece deciso di mettere in quarantena tutta una sezione dopo il sospetto di un bambino contagiato a causa di una “febbriciattola”. Il tampone è poi risultato negativo.

Anche alle superiori durante i corsi di recupero è emerso qualche caso: il primo all’istituto tecnico “Malignani” di Cervignano del Friuli; il secondo riguarda uno studente reggiano di 15 anni risultato positivo.

Infine sono scattati corsi di recupero online al liceo “Danilo Dolci” di Palermo dopo aver scoperto una bidella positiva al test sierologico. “La signora – spiega il preside Matteo Croce – ha fatto l’esame e ci ha subito comunicato il risultato. A quel punto ho sospeso i corsi in presenza e previsto i collegi docenti online. Al via anche la sanificazione dei luoghi frequentati dalla bidella”.