Nessun rinvio sulla scuola. “Le mascherine ci saranno”

La reunion pubblica è quella delle grandi occasioni, come solo l’imminente riapertura delle scuole post-Covid può essere, dopo mesi di polemiche monotematiche. Ieri, a palazzo Chigi si è tenuta una conferenza stampa unificata Conte-Azzolina-Speranza-De Micheli, rispettivamente premier e ministri dell’Istruzione, della Salute e dei Trasporti. Ognuno ha dato conto del suo operato e, in un momento in cui resta poco spazio per le attese, è stato messo qualche punto: dal numero di studenti che potrebbero dover affrontare l’inizio delle lezioni con la mascherina al banco alla possibilità, in caso di docente in quarantena, di svolgere la didattica a distanza. Extra conferenza: l’allarme mascherine, secondo il commissario Arcuri, non c’è. E chi lo invoca è in malafede. Ma andiamo con ordine.

1. Studenti senza metro

Sono ancora 50mila, secondo quanto detto ieri dalla ministra Azzolina. “A giugno avevamo un 15% circa di criticità, dunque circa 1 milione senz’aula. Questa estate abbiamo fatto un lavoro enorme e oggi sono circa 50mila”. Staranno a casa? “No, andranno con la mascherina anche senza metro. Ma sono situazioni residuali che stiamo risolvendo”. Si punta infatti sulle soluzioni che dovranno trovare gli enti locali anche con i fondi per gli spazi aggiuntivi e – è la prospettiva di Viale Trastevere – trattandosi soprattutto di studenti di regioni meridionali che apriranno più tardi, si conta di riuscire a risolvere per tempo. Intanto, secondo i dati del ministero, le nuove aule ricavate sono 5.177, 4.812 quelle ampliate. Azzolina ha poi annunciato che nel weekend verranno nominati 60mila supplenti e che altre 70mila nomine verranno fatte successivamente dai dirigenti scolastici. Ha assicurato che si manterrà il tempo pieno, la refezione scolastica: “Alle scuole – ha detto – è stata raccomandata la massima cura nel cercare e trovare apposite soluzioni, tutte quelle percorribili, pur di non sacrificare lo svolgimento di momenti di aggregazione così importanti nella crescita individuale”.

2. Le mascherine ci sono

Il premier Conte ieri ha poi ribadito che ci saranno 11 milioni di mascherine chirurgiche al giorno per tutti gli studenti. I numeri della struttura commissariale sono questi: 41 milioni di mascherine chirurgiche già consegnate (gli studenti sono 7 milioni e vengono consegnate ogni settimana) mentre è in corso una spedizione di 110 milioni, di cui 77 milioni per i più grandi e 33 milioni per i più piccoli. Numeri che fanno da contraltare ai timori espressi ieri dall’Associazione nazionale dei presidi che, attraverso il suo presidente, parlava dell’arrivo di mascherine “per pochissimi giorni”. Dunque assicurano che ci sono e sono già state diffuse e che quindi bisogna diffidare di chi dice che non ci sono. Anzi. Il commissario straordinario Arcuri fa sapere di aver ricevuto segnalazioni su scuole che avrebbero detto ai genitori di procurarsele autonomamente e di aver loro risposto inviando la bolla di consegna a dimostrazione dell’arrivo dei dispositivi. Il timore, ora, è che ci possa essere chi ne approfitta, più o meno in malafede, magari nel tentativo di accumulare riserve o di favorire farmacie e tabaccai.

3. I prof in quarantena

“Se dovesse capitare che un insegnante vada in quarantena si farà la didattica a distanza. Gli studenti non possono perdere giorni di scuola” ha detto poi ieri la ministra. Ma i contorni di questa novità non sono ancora definiti, nel senso che sicuramente la didattica a distanza sarà obbligatoria se la classe o la scuola dovesse andare in quarantena, ma ancora non si sa se sarà estesa anche al docente che dovesse risultare “lavoratore fragile” e dunque sarà esonerato. I sindacati aspettano ancora di incontrare il ministero, che rimanda da giorni, oggi dovrebbe essere la volta buona.

4.Genitori e congedi

Ieri il presidente della Repubblica ha firmato il decreto legge che dà il via libera agli interventi urgenti per l’inizio dell’anno scolastico, inclusi quelli sui trasporti per cui sono stati stanziati 200 milioni aggiuntivi. Si stabilisce che un genitore potrà lavorare in modalità agile durante la quarantena del figlio se ha meno di 14 anni mentre se lo smart working non è possibile, uno dei genitori può astenersi dal lavoro usufruendo di un’indennità pari solo al 50 per cento della retribuzione. Vengono stanziati 50 milioni di euro per il 2020.

5. Ognuno come vuole

Cresce l’insofferenza degli enti locali: molti Comuni, spinti anche dall’orientamento che arriva dalle Regioni di appartenenza, stanno cercando di posticipare l’apertura delle scuole. E così anche i presidi premono: solo nel Lazio, i comuni di Cassino e Anagni hanno già deliberato il rinvio; ad Anzio e Nettuno c’è la richiesta dei dirigenti scolastici. In Liguria sei sindaci hanno emanato ordinanze per rinviare l’apertura al 24 settembre. Non è detto, però, che abbiano il potere di farlo. “Scoraggiamo i sindaci da emanare altre ordinanze, perché sono valide solo se ci sono problemi statici, di sicurezza o inagibilità delle strutture scolastiche”, ha detto il presidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani. Anche perché, far perdere altri giorni di scuola agli alunni (una settimana almeno) per attendere le elezioni implica che quei giorni dovranno poi essere recuperati.

Avviso: Ora anche Cartabia. È “Risorsa”

Si avvisano le Signorie Vostre Illustrissime dei Giornaloni che da oggi Mario Draghi non è più solo in quanto Risorsa (inestimabile) del Paese e della Repubblica. Marta Cartabia ha presieduto la sua ultima udienza da presidente della Corte costituzionale ed è automaticamente promossa anch’ella a Risorsa del Paese e della Repubblica. Pregansi quindi le Signorie Vostre Illustrissime dei Giornaloni di estendere il seguente avviso ai vari notisti: Franco, Folli, Sorgi ecc. ecc.
Nello loro pregiate note quotidiane, Franco, Folli, Sorgi ecc. ecc. d’ora in poi devono affiancare all’invocato, necessario, indispensabile governo della Risorsa Draghi anche l’ipotesi di un invocato, necessario, indispensabile governo della Risorsa Cartabia. Si raccomanda la citazione delle predette Risorse quotidianamente finanche dando la precedenza per galanteria alla Risorsa Cartabia (che del resto viene prima anche alfabeticamente). Riassumendo: da qui al 20 settembre si ritiene urgente ricordare che il posto di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi verrà preso hic et nunc dalla Risorsa Cartabia o dalla Risorsa Draghi.

Casaleggio jr. a Roma tratta su “Rousseau”. Ma dice no a Di Maio sul vertice collegiale

Il 5Stelle inviso a quasi tutti i grillini scende nella Roma dei Palazzi, a fiutare quanto gli siano ostili. Ma soprattutto a trattare con il capo politico reggente Vito Crimi e altri big, per schivare lo scontro definitivo sul controllo della piattaforma web Rousseau, la sua creatura. Però in guerra è meglio non mostrarsi arrendevoli, così Davide Casaleggio tiene il punto.

Appena uscito dalla Camera, il manager dice no a una segreteria politica per il M5S, invocata dall’ex capo Luigi Di Maio e vivamente consigliata anche dal Garante, Beppe Grillo: “Una leadership collegiale c’è già, il Team del Futuro, e ha 200 persone. È l’organizzazione di cui ci siamo dotati e abbiamo votato”. Lui vorrebbe un capo politico, cioè Alessandro Di Battista, l’unico big che gli è rimasto vicino. Mentre il Team che difende è disseminato di persone di sua fiducia. Parole che suscitano ira, diffusa. Però Casaleggio alla Camera cerca anche un accordo su Rousseau. I maggiorenti del M5S gli hanno offerto un contratto di servizio tramite cui rendere l’associazione Rousseau un gestore esterno della piattaforma. Sarebbe un compromesso, di sicuro migliore della semplice cessione al Movimento del portale. Così Casaleggio ha buon gioco a ridirlo: “La piattaforma Rousseau è sempre stata a disposizione del M5S e io ho sempre lavorato gratis per il Movimento”. Ma fuori microfono tratta sul contratto, con Crimi e altri big. Anche membri dell’associazione Rousseau e i alcuni collaboratori lo esortano ad accettare. E fonti qualificate dicono che l’intesa sarebbe vicina. Ma da Roma un 5telle di rango descrive una situazione più complicata: “Davide sta alzando il prezzo, proponendo un accordo alla sue condizioni”. E nella partita entra anche la politica, con Casaleggio che non vuole essere lasciato al margine. Di Maio spinge per una segreteria votata anche sul web, subito dopo le Regionali (gli iscritti dovrebbero scegliere tra organo collegiale e singolo capo). E infatti a Tg2 Post l’ex capo lo dice: “Serve una leadership forte, metterò fretta al M5S su questo”.

Ma per farlo vanno sciolti die nodi, come il no di Casaleggio. “Sul voto sulla leadership deciderà il capo politico con il comitato di garanzia” ricorda citando lo Statuto. Per poi rivendicare il suo peso: “Devo capire di che voto si tratta”. Perché è in guerra.

Ferrovieri, fabbri, maestri e casalinghe: le famiglie “normali” dei giallorosa

Con le analisi sull’alleanza tra 5Stelle e centrosinistra ci si è riempito festival e giornali. Nell’ultimo anno si sono scomodati politologi, sondaggisti e intellettuali vari, chi alla ricerca “dell’anima” dei giallorossi, chi convinto ci fosse perlomeno un bacino elettorale molto simile.

L’altro giorno, intervistato alla Festa del Fatto da Gad Lerner e Maddalena Oliva, il ministro Roberto Speranza ha dato però un’interpretazione inedita dell’unione: “Cosa unisce uno come me a Luigi Di Maio o agli altri 5Stelle? Rappresentiamo una tensione popolare del Paese. Nessuno di noi ha il triplo cognome, io sono figlio di un artigiano e di un’insegnante, lui di un piccolo imprenditore. È un tratto di cambiamento profondo, popolare, che sta dentro alla sinistra e che è dentro anche ai 5Stelle”.

Non siamo certo agli hijos del pueblo dell’anarchismo spagnolo, ma i fatti rendono onore alla riflessione di Speranza, perché in effetti i ministri dell’esecutivo – specie quelli della generazione di Speranza – hanno in comune una provenienza familiare ben lontana dall’establishment, dalla classe dirigente, dall’élite del Paese. Speranza cita Di Maio, figlio di un piccolo imprenditore edile e di una insegnante di italiano e latino, ma il discorso vale per molti loro colleghi.

Qualche esempio? Lucia Azzolina, titolare dell’Istruzione, è figlia di una casalinga e di un agente di polizia penitenziaria in servizio – tra gli altri – negli istituti di Brucoli e Cavadonna, nella provincia di Siracusa in cui è nata la ministra. Siciliano è anche Peppe Provenzano, esponente dem responsabile per il Sud e la Coesione territoriale: padre fabbro e mamma maestra. Stefano Patuanelli, 5Stelle allo Sviluppo economico, la sua storia l’ha raccontata in un’intervista alla Verità: “Mia madre era casalinga, mio padre era commercialista ed è morto a 49 anni, quando ne avevo 23. In pochi giorni siamo passati dal benessere alla sopravvivenza, appesi alla pensione minima di mia madre da 750mila lire”. Anche Paola De Micheli (Pd, Trasporti) ha affrontato la morte del padre molto giovane, quando aveva solo 19 anni, dopo essere cresciuta nei campi a Pontenure (Piacenza) tra “pomodori, grano, mais”, “qualche vacca” e “un macello” di proprietà della famiglia. Ricchi? “Siamo stati poveri per molti anni, mio papà aveva subito un fallimento”, disse una volta al Corriere.

Fabiana Dadone, ministra M5S della Pubblica amministrazione, è figlia di due dipendenti pubblici: padre ferroviere, madre insegnante. Era invece operaia la mamma di Federico D’Incà – grillino responsabile dei Rapporti col Parlamento –, prima di diventare commessa in un supermercato mentre il marito Italo, padre del ministro, dirigeva un’azienda agricola.

Tra i 5Stelle c’è poi Vincenzo Spadafora, titolare dello Sport, il cui papà ha lavorato come ferroviere e la cui mamma era invece casalinga, mentre i genitori del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si danno da fare come commerciante (il padre) e maestra (la madre). Sono invece andati in pensione il papà e la mamma di Paola Pisano, titolare dell’Innovazione: entrambi laureati in Fisica, hanno lavorato per Alenia Spazio (società all’epoca di Finmeccanica), poi la madre ha deciso di dedicarsi all’insegnamento nelle scuole superiori.

Senza dimenticare, a conforto delle parole di Speranza, il caso di ministri con qualche anno in più – su tutti Teresa Bellanova, figlia di braccianti e a sua volta lavoratrice nei campi fin da giovanissima; o Lorenzo Guerini, figlio di un impiegato e una cuoca – o quello del presidente Giuseppe Conte (padre segretario comunale, madre insegnante): storie che, anche a prescindere dalla politica, rappresentano una radice comune per gli alleati di governo.

“Il M5S segua di più Conte: siamo il nuovo riformismo”

Giuseppe Provenzano, ministro del Mezzogiorno e della Coesione sociale, già responsabile lavoro del Pd, è alla sua prima esperienza di governo e finora si è sempre comportato con molta circospezione. Ora, anche dopo quelli che ritiene dei successi del suo ministero, si è un po’ scaldato e parla non solo di Sud, ma anche di politica.

Sorpreso dell’accoglienza avuta da Conte alla festa del Pd?

Non solo non sono sorpreso, ma sono contento. Il nostro mondo esprime sempre una grande saggezza e ha capito che Conte ha fatto una scelta di campo. Per Conte, destra e sinistra pari non sono, e io spero che il M5S lo segua.

In che senso dovrebbe seguirlo?

Spero che il M5S sciolga il nodo sulla sua natura, perché qui c’è il destino dell’alleanza. Ad esempio, facendo più campagna elettorale in Liguria (dove c’è un candidato comune Pd-M5S, ndr) che in Puglia.

Eppure sembra che ci sia una maggiore omogeneità.

Ci sono segnali che vanno in questa direzione, ma dopo le Regionali abbiamo bisogno di un chiarimento. Penso sia stato un errore dividere il campo alle Regionali facendo un favore a Salvini. Vale per il M5S così come per Italia Viva. Il voto non è un referendum sul governo, ma non si può ignorare il carico politico che la destra ha messo sul passaggio elettorale. Se ti apri alle alleanze, poi devi perseguirle con serietà.

Il ministro Speranza individua nella provenienza dal popolo un tratto caratteristico di questo governo. Ci si ritrova?

Anche io ho un’origine popolare, ma non saprei farne un tratto antropologico. Sul piano politico, però, noto che la vera discontinuità di questo governo, non solo rispetto al precedente, ma anche agli ultimi venti anni, è sul terreno economico-sociale. Non abbiamo risposto alla crisi con l’austerità, affamando il popolo, ma salvando il tessuto sociale e quello produttivo, mettendo le persone prima di tutto.

Il Pd è dunque cambiato?

È il merito della segreteria di Zingaretti e dovremmo rivendicarlo con maggior forza. Il riformismo negli ultimi decenni veniva associato alla riduzione dei diritti, mentre ora si riafferma come allargamento delle basi di democrazia. È stata decisiva la svolta in Europa e il governo ha posizionato l’Italia sulla frontiera più avanzata. Questa svolta restituisce un senso della parola riforma e archivia la stagione dell’antipolitica. Quando la politica diceva che ‘non ci sono alternative’ veniva percepita solo come un costo. Ora invece ha l’opportunità storica (e le risorse) per compiere delle scelte.

Come spiega il Sì al referendum al vostro mondo che vota No?

Non certo per ‘tagliare i politici’, come disse Renzi nel 2016. La riduzione dei parlamentari, peraltro invocata da decenni, è stata una condizione essenziale nell’agosto dello scorso anno, per la prosecuzione della legislatura. Non l’ha posta il Pd, noi ci siamo battuti per i correttivi e sulla legge elettorale non accettiamo tentennamenti. In alcuni compagni e amici che votano No colgo una reazione all’antipolitica e una richiesta di buona politica di cui tener conto. Ma la qualità della rappresentanza non dipende dal numero. Aggiungo che tra i correttivi di cui non si parla c’è la legge sull’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione e quindi sul ruolo dei partiti.

Come vanno impiegati i fondi del Recovery fund?

La Commissione accetterà i piani dal prossimo gennaio, dobbiamo impiegare questo tempo per migliorare capacità progettuale e attuazione. L’obiettivo è garantire livelli essenziali di prestazioni, di servizi: scuola, salute, mobilità, connettività. Per quanto riguarda il Sud, uno dei progetti a cui sono più affezionato è quello di San Giovanni a Teduccio: combinare università, grandi imprese e riqualificazione territoriale con il contributo di reti di cittadinanza.

Però siete continuamente attaccati come inconcludenti.

Il punto è che c’è una partita politica di fondo. C’è chi vuole tornare a contrapporre lo sviluppo all’equità. E invece l’equità sociale e territoriale così come la sostenibilità sono condizioni non solo per rilanciare la domanda, ma anche per recuperare competitività.

Perché Confindustria ce l’ha tanto con il governo?

Non mi preoccupa l’espressione di interessi legittimi o l’idea che possano essere meglio tutelati con un altro governo. Noi però dobbiamo guardare all’interesse generale e fin qui ho ascoltato critiche generiche come il pregiudizio anti-imprese o qualunquiste come quella per cui ad agosto noi eravamo in vacanza. Ieri ho avuto un incontro molto positivo con tutte le rappresentanze delle imprese sul rilancio produttivo del Mezzogiorno. Confindustria è l’unica che non si è presentata. Ha detto che manderà una memoria scritta. Forse la democrazia ‘negoziale’ che ha in mente è una democrazia ‘epistolare’.

Chi è il nemico principale del governo?

Nelle critiche di certi mondi e di certa stampa io non vedo il nemico. Il nemico del governo è la destra nazionalista di Salvini e Meloni, che nel corso di questi anni, schierandosi contro l’Europa, si è schierata contro l’interesse dell’Italia. E che continua ad accarezzare pulsioni particolari che vengono dal profondo del Paese, come dimostrano i fatti di cronaca. Noi, invece, dobbiamo bonificare le paludi del risentimento e della rabbia per impedire che certi mostri della nostra storia possano tornare.

Ora d’aria per il No

Nel 2004 fece scalpore il caso di Michele Martinelli, sindaco uscente di Capannori (Lucca) che, trovandosi momentaneamente agli arresti domiciliari per corruzione in campagna elettorale, dava appuntamento ai concittadini ogni giorno alle ore 18 in punto sotto casa sua per i suoi comizi dalla finestra o dal balcone. Il fatto che fosse di FI fece meno scalpore, tantopiù che allora il centrodestra si faceva chiamare Casa delle Libertà, ovviamente provvisoria. Infatti, sotto le sue finestre, oltre ai numerosi fan, elettori e complici a piede libero, solevano radunarsi i candidati della sua lista per ascoltare compunti le omelie del galeotto casalingo, anche sulla legalità e l’etica. Una volta, mentre lui concionava dal balcone, il capetto di An annunciò un’interpellanza all’ingegner ministro Castelli perché inviasse gli ispettori alla Procura di Lucca che si era permessa di arrestare un sindaco sospettato di mazzette (e poi condannato sino in Cassazione). Alla fine, non si sa come, Martinelli perse le elezioni e arrivò un incensurato. Ora, con qualche variante, la storia si ripete. Roberto Formigoni, condannato a 5 anni e 10 mesi per associazione a delinquere, corruzione e finanziamento illecito (tangenti per almeno 6,6 milioni da due cliniche private in cambio di 250 milioni di fondi pubblici), quindi scarcerato e spedito ai domiciliari dopo appena 5 mesi da un giudice di sorveglianza che confonde i mesi con gli anni, farà campagna elettorale per il No al taglio dei parlamentari. E non dovrà neppure disturbarsi a comiziare dalla finestra o dal balcone.

Siccome siamo in Italia, 70 mesi di reclusione diventano 5 e pure il concetto di arresti domiciliari è piuttosto elastico: il noto pregiudicato ha due ore d’aria al giorno per andare a zonzo fuori casa (“Sfrutto ogni minuto per uscire: incontro la gente e tengo rapporti sperando di poterlo fare un giorno anche di più” ̀, minaccia sul Corriere). E ha deciso di impiegarle al meglio: facendo il testimonial del No, come se non bastassero altre mascotte del calibro di B., Cirino Pomicino, Sgarbi, Brunetta, Borghi, Bobo Craxi (a nome del padre), Monti, Casini, Orfini, Gori, Zanda, Finocchiaro, Violante, Panebianco, Cassese e tutto il cucuzzaro, giornaloni inclusi. La sua presenza come guest star della Maratona del No sabato a Milano non deve stupire: il popolare Forchettoni, dall’alto dei suoi 6 mandati parlamentari, 2 europei e 4 regionali, opina che “meno parlamentari vuol dire più potere ai capibastone dei partiti” (che finora, con 945 parlamentari, non contavano nulla). Adesso, se gli eletti scendono a 600, lui e quelli come lui hanno il 36,5% di possibilità in meno di entrare in Parlamento. E poi come fanno a rubare?

Fellini, il realista magico: nei suoi film c’è sempre la melancolia, che tinge di nero anche il comico

Dei grandi anniversarî di quest’anno, ho fin qui omesso di ricordare il centenario della nascita di Federico Fellini. Ma come passarlo sotto silenzio? Si tratta di uno dei più grandi genî dell’intera storia del cinema. Una personalità della quale una delle cifre si può considerare un realismo fantastico: la realtà sempre vista con un alone magico e lunare. Di questa cifra elementi ricorrono: le processioni di seminaristi e pretini, che poi mettono capo al defilé cardinalizio in Roma. Oppure l’attenzione verso l’avanspettacolo: Luci del varietà, Roma. Questo è uno dei suoi tratti di genio, perché anche certe inquadrature sordide del pubblico non riescono a nascondere il fatto che l’avanspettacolo, capace di coinvolgere Totò, Peppino De Filippo, Sordi, è una grande forma d’arte trascorrente per lazzi osceni, volgarità …

Poi c’è sempre una melancolia che tinge di nero anche il comico. Pensiamo a I vitelloni, con quel che capita ad Alberto Sordi o a Leopoldo Trieste con il vecchio capocomico retore (Achille Majeroni), che lo porta di notte sulla spiaggia tempestosa nel tentativo di sedurlo. Da I vitelloni vien fuori il senso che non siamo nulla. In fondo lo stesso deriva da La strada e da Le notti di Cabiria, i films successivi. Poi arriva La dolce vita: la melancolia, il senso del nulla si avanzano, anche di tra il vitalismo del bagno nella fontana di Anita Eckberg o dell’eros facile e spinto. La dolce vita è anche un ritratto impareggiabile della società italiana della fine degli anni Cinquanta e dell’inizio dei Sessanta; ha dunque anche un forte valore politico. E qui si deve osservare come un artista in apparenza privo di diretti rapporti con la politica come Fellini sia in realtà anche d’essenza duramente politica: la sua inquadratura del mondo ne contiene anche un giudizio. Ecco perché non riesco a considerare una continuazione de La dolce vita La grande bellezza di Sorrentino, ove una mano atta al colore riesce al massimo a registrare a modo suo la realtà senza dare un giudizio su uomini e cose.

Viene Le tentazioni del Dottor Antonio. Solo un genio poteva comprendere quale genio e valorizzare Peppino De Filippo, il quale, grazie a lui, qui s’invera come sommo attore sì surreale, sì grottesco, ma tragico. Che peccato che a Totò non sia capitata l’occasione di lavorare con Fellini; il regista l’apprezzava tanto che in un’intervista lo chiama “San Totò”. Dopo 8½, svagato e surreale, e Giulietta degli spiriti, viene il Satyricon: un capolavoro della letteratura latina viene ricomposto e trasformato con assoluta fedeltà allo stile, non fosse, anche qui, l’aggiunta di un tocco di melancolia che l’originale non possiede.

La melancolia, proprio nel senso di umor nero, vince in Casanova. Il grande amatore e avventuriero si spense miseramente a Dux in Boemia, quale salariato del conte Waldstein e perseguitato dal maggiordomo. Le allucinate inquadrature di Fellini danno una trafittura.

Indi un altro duro documento politico, Prova d’orchestra; e ricordiamo che quasi sempre le musiche dei suoi films sono del grande compositore Nino Rota. Dopo E la nave va, l’avventura si chiude con lo struggente Ginger e Fred: anche questo, un trionfo della melancolia.

Quel Canto “Notturno” nel Medio Oriente di Rosi

Venezia

“Uno sguardo diverso sul Medio Oriente, il film nasce dove si interrompe il titolone, la breaking news, la notizia da consumare: qui c’è qualcosa di più intimo”. Dopo Sacro GRA, Leone d’Oro 2013, e Fuocoammare, Orso d’Oro nel 2016 e candidato all’Oscar, Gianfranco Rosi torna con Notturno, in Concorso alla 77esima Mostra di Venezia, prossimamente ai festival di Telluride, Toronto, New York, Londra, Tokyo e Busan e da oggi nelle nostre sale.

“Non cerco la bellezza dell’immagine, ma la complicità della luce”, premette il regista, eppure il film delega alla bellezza la sopravvivenza dell’umano, e viceversa: un esterno notte girato nel corso di tre anni sui confini “mentali, psicogeografici” fra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano riguadagnando la luce nel buio, senza tempo né spazio, tra chi rimane e chi non è più. Dopo i cartelli iniziali che addossano all’ingerenza occidentale la distruzione del Medio Oriente qui e ora, e che stridono con la successiva assenza di indicazioni geografiche, Notturno ci prende per gli occhi e ci mostra i bambini yazidi sopraffatti dall’orrore, le madri yazide a cui l’Isis ha rapito le figlie, le prove teatrali dei pazienti psichiatrici, le guerrigliere curde che si riscaldano, i carnefici di Daesh assiepati nelle carceri, il cantore di strada che sveglia la città lodando Allah, il tredicenne Alì che caccia e assiste cacciatori per sfamare la famiglia, chi tra canneti e crepitio di armi da fuoco insegue la selvaggina.

Cinque i mesi di montaggio durante il lockdown, con “il futuro sospeso, il senso di attesa” che tracimavano la contingenza mediorientale per intercettare la condizione esistenziale della pandemia, oggi Rosi spera che “il pubblico colga il senso incredibile di vita, con la stessa profondità, universalità e identificazione che ho provato io per ciascuna di queste persone”. “La notte perché potesse proteggermi, le nuvole per coro greco”, una macchina da presa “pesante” per trovare un compromesso tra posizione morale e tensione estetica, tra documentario, giacché “come lungometraggio di finzione sarebbe sbilenco e sgrammaticato”, e “un modo di filmare, mi piacerebbe pensare, alla John Ford”.

Il crinale è quello po-eticamente infido dei suoi lavori precedenti, ma il sospetto della teatralizzazione, della coreografia delle azioni e dei sentimenti stavolta è meno vincolante, meno pregiudicante: se il dispositivo si sente, la bellezza di Notturno, anziché imposta e sovrapposta, appare scovata, rivelata e salvaguardata nella realtà che inquadra. Meglio che in Fuocoammare, il calco inibisce il calcolo, “la necessità del racconto” non richiede sacrifici umani. L’eccezione è forse per i bambini yazidi dell’orfanotrofio: sono incontri non protetti, li guardiamo in faccia mentre indicano le teste decapitate e le torture che hanno disegnato, mentre verbalizzano l’inferno. Non sarebbe stato preferibile tenerli fuoricampo o inquadrarne la nuca? “Sarebbe stato ipocrita, piuttosto dovevo trovare la giusta distanza. Quella stanza degli orrori è una Norimberga dove si compie il processo alla storia: avevo dubbi se mettere la scena, come già quella dei cadaveri in Fuocoammare, ma l’avvertivo come il punto d’arrivo, un atto dovuto, una testimonianza fondamentale”. Chissà che il titolo non venga dal leopardiano Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, chissà che Rosi non si sia sentito sospeso tra la “vergine luna” e “la vita mortale”.

 

L’amico geniale di Pavese

L’ultima lettera di Cesare Pavese a Nicola Enrichens, direttore didattico a Santo Stefano Belbo, il paese natale dello scrittore, porta la data del 6 luglio 1950, un mese e mezzo prima del suicidio. Aveva appena vinto il Premio Strega con La bella estate. Da Torino, su carta intestata della casa editrice Einaudi, scrive: “Caro Enrichens, la ringrazio del suo telegramma. Troppa degnazione per una faccenda pettegola e mondana come lo Strega. Come ho già scritto agli amici di S. Stefano, verrò presto a trovarvi, entro il mese. Arrivederci e grazie ancora, Pavese”.

Con la lettera del 6 luglio si interrompe la corrispondenza fra Pavese (1908-1950), che si apprestava a chiudere per sempre con il “mestiere di vivere”, ed Enrichens (1915-1983), che la guerra aveva portato in Piemonte, dalla sua Contursi Terme, in provincia di Salerno, e che dopo l’8 settembre del 1943 aveva aderito alla Resistenza. Si erano conosciuti nel giugno del 1949. Non furono un’amicizia e uno scambio epistolare di poco conto, se Italo Calvino, il 16 giugno del 1964, scrisse al dirigente scolastico: “Le lettere a Lei sono molto importanti, perché con Lei Pavese s’era messo a discutere delle cose che gli stavano più a cuore, fatto che non gli succedeva quasi con nessuno”.

A citare la lettera di Calvino è Mariarosa Masoero, la studiosa torinese che ha raccolto il carteggio inedito fra lo scrittore di La luna e i falò e il maestro, curandone la pubblicazione. Con il titolo “Noi non siamo come i personaggi dei libri”. Carteggio (1949-1950), il libro esce in questi giorni per le Edizioni dell’Orso di Alessandria (pagine 123, euro 18) nella collana del Centro interuniversitario per gli studi di Letteratura italiana in Piemonte “Guido Gozzano-Cesare Pavese”; è corredato da alcuni scritti in versi e in prosa di Enrichens e da una postfazione del magistrato Paolo Borgna, autore, tra l’altro, di una bella biografia di Alessandro Galante Garrone.

Pavese ed Enrichens si erano incontrati a Santo Stefano Belbo, rammenta la Masoero. Il direttore didattico, una sera, “all’Albergo della Posta, vide un bambino che strappava le pagine del romanzo di Pavese Paesi tuoi e le bruciava in un camino. Gli si avvicinò e gli disse: ‘Lo sai che quel libro lo ha scritto un tuo compaesano?’. Decise allora di cercare qualche parente dello scrittore e, tramite la cugina Federica, strinse amicizia con il capitano Eugenio Pavese. Insieme decisero di invitare lo scrittore a tornare a Santo Stefano Belbo. Pavese accettò l’invito e nel giugno del 1949 Nicola Enrichens lo incontrò per la prima volta a casa del suddetto cugino”. Da allora “le visite si ripeterono. Enrichens accompagnava Cesare tra i filari delle viti, sulle colline, dove facevano lunghe passeggiate: proprio allora Pavese iniziò a scrivere La luna e i falò”.

Il carteggio si apre con una lettera di Pavese, al quale Enrichens aveva mandato un suo libretto di poesie. Il 16 giugno del 1949, con la consueta franchezza, gli fa sapere che “pur tra enormi difetti, la Sua voce è sincera”. E prosegue: “Ma questa Sua ingenuità espressiva non è, in tempi di furberia stilistica come i nostri, priva di pregio”. Menziona poi Guido Gozzano, “che è un gigante di stile”. Il direttore didattico gli chiede consigli letterari e libri, gli sottopone i suoi testi, non nasconde la sua opinione sul Pavese uomo, come il 16 novembre del 1949: “Lei deve aver molto sofferto la solitudine, e questo si sa anche dal fatto della Sua avventura del confino”; e aggiunge: “Sono rimasto meravigliato della Sua concezione della vita, che in me, come Le ho detto, varie volte assume aspetti negativi, pessimistici”.

Pavese si dilunga a scrivere, si apre, dialoga, polemizza. Il 26 luglio del ’49 gli dice: “Noi in Italia siamo oggi provinciali; tutti i concetti che reggono la nostra vita politica, scientifica, filosofica, ecc. sono di origine straniera (democratismo, idealismo, storicismo, ecc.): non c’è altro da fare che studiare bene questi campi e capirli criticamente, invece di accettarli bell’e dissodati dai giornalisti, e illudersi di essere così dei romani antichi. La cultura italiana oggi non esiste: esiste una cultura europea, se non mondiale”. E, qualche mese dopo, gli scrive: “Tranquillizzi sua moglie: Lei non diventerà comunista… io stesso lo sono molto sui generis”.

Il 27 agosto del 1950, a Torino, Pavese si uccide. Nell’aprile del ’51,Enrichens scrive all’editore Einaudi per proporre un premio letterario intitolato all’amico scomparso: “Le scrivo per proporLe di lanciare un premio letterario, da conferirsi ogni anno in S. Stefano Belbo, nell’anniversario della morte del compianto Cesare Pavese, di cui ero amico”. Però non se ne farà niente per decenni.

Missione di pace e argine turco, perché Conte sorride a Beirut

L’Italia ha fatto un investimento di lungo periodo nella stabilità e sicurezza del Libano, attraverso una serie di strumenti che vanno da quello militare, con il nostro impegno in Unifil – di cui esprimiamo il secondo contingente con oltre 1.000 unità – e Mibil (la missione bilaterale italiana, ndr), alla cooperazione allo sviluppo, ai rapporti culturali ed economici”. In un’intervista al quotidiano L’Orient-Le Jour pubblicata nel giorno della sua missione a Beirut, Giuseppe Conte riafferma il ruolo dell’Italia “in prima fila per la ricostruzione” in Libano. Il premier inizia la sua visita dall’area del porto dove sono avvenute le esplosioni il 4 agosto, poi sale a bordo della nave “San Giusto”. Vede poi il presidente della Repubblica Michel Aoun, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Nabih Berri, il presidente del Consiglio dimissionario Hassan Diab, e il presidente del Consiglio incaricato, Mustapha Adib.

Infine, visita l’ospedale da campo dell’operazione umanitaria “Emergenza Cedri”. Il viaggio era allo studio dagli inizi di agosto. Ma prima del premier erano venuti il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini ed Emanuela Del Re, viceministro agli Esteri. Proprio l’impegno militare è centrale per il nostro Paese: il generale Del Col guida la missione Onu. Il premier è il secondo capo di governo europeo, dopo Emmanuel Macron, a venire in Libano. Una “gerarchia” che è nei fatti, visto che la Francia mantiene un’influenza “coloniale” sul Paese. Per l’Italia giocare un ruolo nel quadrante mediorientale è centrale, soprattutto ora con le ingerenze crescenti della Turchia. Conte ha visto anche alcuni esponenti della società civile, che hanno messo l’accento sulla necessità di un percorso politico che porti a libere elezioni e sul timore che il nuovo governo si muova secondo i vecchi schemi di potere.

Nelle dichiarazioni alla stampa finali il premier ha ribadito che gli aiuti sono legati a obiettivi e finalità condivise. Manca infatti una settimana allo scadere del tempo concesso dalla comunità internazionale, Macron in testa, al neo premier Adib, titolare di passaporto anche francese, per formare il governo. Dalle macerie che dal 4 agosto ricoprono più di metà Beirut e sotto cui sono morte 192 persone sono stati estratti anche 6.000 feriti che giacciono mutilati nei letti dei pochi ospedali funzionanti o nelle case di parenti e amici ancora in piedi: sono soprattutto quelli rimasti sordi o ciechi. Beirut conta molti giovani che rimarranno invalidi e bisognosi di assistenza sanitaria e sociale. Che purtroppo non esiste nonostante i miliardi in aiuti finanziari confluiti per la ricostruzione dopo la lunga e sanguinosa guerra civile finita ufficialmente nel 1989 con gli accordi di Taif. Ma i problemi sono rimasti per l’assetto settario imposto dagli accordi che permettono alle solite famiglie e clan pre-guerra di continuare a far parte della casta politica. Nonostante si avvicini la scadenza che il “protettore” Macron – forte del ruolo cruciale della Francia in Libano – ha imposto per la nascita del nuovo governo, la situazione è in stallo. La causa principale è la decisione del leader del partito armato sciita Hezbollah, Hassan Nasrallah, di non voler rinunciare a comandare, seppur nascondendosi dietro l’alleato principale, il presidente cristiano maronita Aoun, leader del partito Movimento Patriottico. Non solo Macron, ma anche gli altri Paesi europei, tra cui l’Italia, che è una delle principali nazioni partner commerciali, hanno chiesto oltre alla formazione veloce dell’esecutivo, l’attuazione di riforme strutturali da sempre rimandate in cambio di nuovi aiuti economici. Anche il Fondo Monetario Internazionale non ha voluto sottoscrivere l’agognato accordo di salvataggio.