Vybora net: in russo vuol dire “non c’è scelta”. È il titolo del primo video che quasi per scherzo Stefan Svetlov postò nel 2015 sul canale Youtube che aveva aperto, una satira triste contro i politici di Minsk. In migliaia lo videro cinque anni fa su Nexta, lo stesso media che ora su Telegram raggiunge milioni di bielorussi simultaneamente. Mentre Minsk è in rivolta, Stefan rimane seduto dietro a uno schermo a Varsavia, in esilio dalla sua patria dove non può più tornare, e continua a far scorrere il flusso di notizie che hanno tenuto informati in queste settimane i cittadini che si ribellano a Lukashenko. Stefan, dall’inizio del primo giorno delle manifestazioni dello scorso 9 agosto – in bilico tra attivismo, dissidenza, giornalismo –, ha cominciato a diffondere notizie prima sulla frode elettorale in corso, poi sulle violenze compiute dagli Omon, polizia anti-sommossa, contro i manifestanti. Oltre alle informazioni che il potere censura, il blogger diffonde mappe dei percorsi liberi dalle pattuglie per la fuga durante le proteste, fornisce dettagli su come evitare gli arresti. È grazie a Nexta – che in lingua bielorussa vuol dire “qualcuno” –, che i bielorussi hanno aggirato la versione del regime, la sua censura e infine anche l’oblio del resto del mondo, a cui sarebbero stati destinati, se il blogger non avesse continuato a lavorare con sei redattori a Varsavia, tenendo testa, dall’inizio delle manifestazioni, alla propaganda statale del presidente, forte di un potere ininterrotto da 26 anni. In costante aggiornamento, Nexta ha fornito notizie sulla sorte dell’ultima delle tre “fidanzate combattenti” dell’opposizione, Maria Koselnikova, scomparsa due giorni fa a Minsk dopo essere stata prelevata da ignoti. Per non varcare la frontiera ucraina, raggiunta sotto minaccia degli uomini del Kgb che miravano a espellerla dal Paese, avrebbe stracciato il suo passaporto per rendere illegale il suo attraversamento del confine. Ora Maria è detenuta nella regione di Gomel. Lo ha detto il quartier generale dell’aspirante presidente, Viktor Babariko. E mentre l’Europa formalmente si indigna e minaccia Minsk di aver superato la linea rossa, Lukashenko ha dichiarato ai russi dell’agenzia Tass: “Forse sono da troppo tempo al potere, ma non c’è nessun altro che può difendere il popolo bielorusso”. Per poi aggiungere: “Se cade la Bielorussia, poi toccherà anche alla Russia”.
La tattica di Trump. Joe Biden non conta: l’avversaria è Kamala
La strategia è chiara, la tattica pure. La campagna di Donald Trump dà per perso il voto popolare – impossibile rimontare l’handicap di milioni di voti dello Stato di New York e della California – e punta sugli Stati in bilico, dove, come accadde nel 2016, migliaia di suffragi fanno la differenza: Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Arizona, North Carolina, ancora più, questa volta, di Florida e Ohio. Per riuscirci, Trump e i suoi mettono nel mirino Kamala Harris, la vice di Joe Biden: vogliono farne lo spauracchio dei bianchi dei sobborghi eleganti delle grandi città, la capopopolo di Black Lives Matter, la strega cattiva dell’America Great Again. Ma lei li mette tutti a terra con un paio di scarpe Converse Chuck Taylor: le indossa in Wisconsin e vola sui social, facendo rosicare Melania, che pure le apprezza.
L’operazione della campagna di Trump ha cominciato a prendere forma nel Labor Day, il 1° maggio degli Stati Uniti. Trump ha preso di petto la Harris sui vaccini anti-Covid: “È incompetente”. E il suo vice Mike Pence le si è contrapposto sulle violenze antirazziste. La strategia deriva dai sondaggi: dopo le Convention, Biden resta davanti a Trump a livello nazionale anche in doppia cifra, mentre è vulnerabile negli Stati in bilico. La tattica nasce da due considerazioni: il presidente candidato ha capito che, nel ticket democratico, la Harris gioca all’attacco e Biden fa il quarterback. Inoltre, Trump è convinto di potere “mettere a posto” Biden nei loro tre dibattiti televisivi: ha la battuta più pronta e la lingua più tagliente di Sleepy Joe e, soprattutto, non ha paura di fare gaffe perché spararle grosse è il suo standard.
Diverso il discorso per l’unico dibattito tra i due vice il 7 ottobre: la Harris appare più aggressiva, più preparata e più telegenica di ‘pesce lesso’ Pence, i cui discorsi sono omelie da assemblea evangelica, non da platea televisiva. I media liberal, Politico, Washington Post, New York Times, mettono però in evidenza all’unisono un problema per i repubblicani: la Harris non corrisponde affatto all’identikit che loro ne fanno, non è una Masaniello degli afro-americani ed è, anzi, una versione nera e democratica dello slogan di Trump Law & Order, donna di legge e procuratore per vocazione. Le va più stretto il rapporto con le frange più dure del movimento antirazzista che con i bianchi moderati. Nelle ultime ore, è emersa una nuova grana per il magnate candidato: Biden raccoglie più fondi di lui, i soldi in cassa cominciano a scarseggiare e gli tocca metterci del suo, 100 milioni di dollari. E dire che nella classifica di Forbes dei Paperoni d’America è già sprofondato dal 275° al 339° posto. Anche Biden, nelle ultime sortite, è andato giù pesante con Trump: “Vive in base a un codice di menzogne, avidità ed egoismo”, ha detto, parlando in Pennsylvania. Evocando il passato militare di suo figlio Beau, un reduce dell’Iraq morto per un tumore al cervello nel 2015, il candidato democratico alla Casa Bianca ha duramente attaccato il magnate presidente per le parole spregiative attribuitegli nei confronti dei caduti americani della prima guerra mondiale, che avrebbe definito dei “perdenti”.
Trump nega e accusa i fake news media. Il Washington Post gli attribuisce questo pensiero: “I vertici al Pentagono non mi amano perché loro non vogliono altro che combattere guerre, così tutte quelle meravigliose aziende che fanno bombe, aerei e tutto il resto sono contente”. Una narrativa – osserva il giornale – che contrasta con l’atteggiamento condiscendente verso l’apparato militare-industriale dell’Amministrazione Trump, che fa della vendita d’armi un importante strumento della sua politica estera. Il presidente è pure tornato a parlare di coronavirus: “Produrremo un vaccino sicuro ed efficace a tempo record… sarà sul mercato alla fine dell’anno o anche prima, forse nel mese di ottobre o novembre, prima di un giorno speciale”, ovvero l’Election Day, il 3 novembre. La Harris non crede a una parola di queste promesse. I contagiati dal Covid-19 negli Stati Uniti superano i 6.300.000 e i decessi si avvicinano ai 190.000.
Fuffologia, ecco l’Italia degli eterni “luoghi comuni”
Mario Draghi è una risorsa della Repubblica. Non bisogna tirarlo per la giacchetta. La Sanità lombarda è un’eccellenza. Il centrodestra al nord ha un’ottima classe dirigente. Tante volte gli antifascisti sono più fascisti dei fascisti. I magistrati d’estate non lavorano: hanno 60 giorni di ferie. Mussolini ha sbagliato ad allearsi con Hitler. L’intestino è un secondo cervello. Roma come metafora. Chissà Pasolini cosa ne avrebbe detto. Non sono d’accordo coi fascisti, ma anche loro hanno diritto di parola. Berlusconi ha dato lavoro a migliaia di persone e pagato miliardi di tasse. No, grazie, sono celiaca. Mantenere la prescrizione dopo la condanna di primo grado è una battaglia di civiltà. La Lega di Bossi era antifascista e antiberlusconiana. Tante volte il vero razzista è il nero. Passiamo a letto un terzo della nostra vita. Giuliano Ferrara se fosse magro sarebbe bellissimo. In Italia c’è un conflitto tra politica e magistratura. Gli evasori comunque pagano l’Iva sui beni di lusso. Gli stessi padri costituenti erano insoddisfatti del Parlamento. Salvini è un politico abilissimo. Renzi è machiavellico e scaltro. Su certe cose ha ragione Renzi.
Bisogna aiutare le imprese. Anche gli imprenditori sono lavoratori. La Lombardia è locomotiva d’Europa. Milano città europea. C’è bisogno di una rivoluzione liberale. Ilvo Diamanti almeno scrive chiaro. Le elezioni si vincono al centro. Favino ha reso umano Craxi. Tangentopoli ha rovinato l’Italia. Bisogna ripartire dai giovani. Non bisogna lasciare la sicurezza alla destra. C’è stato uno scollamento sentimentale tra Pd e popolo. Renzi almeno aveva provato a riunirli. Lo smart working penalizza tutta la cittadinanza. Ci vuole una legge elettorale che la sera delle elezioni si sappia chi ha vinto. C’è un accanimento giudiziario verso X (per ogni X indagato). Basta bonus a pioggia. Quando c’era Alemanno le strade erano pulite. Giorgia Meloni è schietta. Al sud la vita costa meno quindi è giusto che guadagnino meno. A Roma ci sarebbero volute le Olimpiadi. Ci vuole più meritocrazia. Ci vuole governabilità. Bisogna fare come Berlino. D’Alema è intelligentissimo. Vittorio Sgarbi dovrebbe parlare solo di arte. Houellebecq non mi piace, ma sui musulmani ha ragione. L’altolà del Colle. Gelo sul Colle. Nota del Colle. Colle: è scontro.
Nel 2011 in Italia c’è stato un golpe. Zingaretti è una brava persona. Mattarella: sobrio. Io non l’ho interrotta per favore lei non interrompa me. Paola Taverna è una pasionaria. I problemi non sono né di destra né di sinistra. Bisogna distinguere tra morti per e con coronavirus. I greci hanno sperperato gli aiuti. Trump sarà cafone, ma è almeno è simpatico. Non lasceremo indietro nessuno. Il populismo si alimenta di odio. Bisogna chiudere la stagione dell’odio. Pisapia è una risorsa della sinistra. La dieta mediterranea è la più sana. Gli immigrati ci servono, altrimenti chi raccoglie i pomodori? Dobbiamo cercare ciò che ci unisce, non ciò che ci divide. Eataly è cara ma vende cose genuine. Bisogna conquistare i voti dei moderati. Salvini sarà pure un cazzaro, ma non gli si può impedire di manifestare. Se si è garantisti si è garantisti con tutti. Siamo tutti intercettati. Dell’Utri è un sopraffino bibliofilo. Briatore se è arrivato dove è arrivato qualche qualità ce l’ha. La scuola deve preparare al lavoro.
Bisogna costruire ponti, non muri. Non possiamo bloccare una nazione per i No Tav. Bisogna battere i pugni sul tavolo in Europa. Nella Lega il più competente è Giorgetti. Il Pd si deve aprire alla società civile. Tony Blair è stato un grande innovatore. L’altro giorno alla stazione Termini ero l’unico italiano. I dipendenti pubblici non hanno voglia di fare niente. L’agricoltura andrebbe incoraggiata. Il Covid ha colpito i ricchi come i poveri. La paura fa più morti del Covid. Ogni anno muoiono xmila persone di infarto. La sinistra sinistra sa dire solo no. Ci vuole una flat tax. I giovani italiani guadagnano meno perché le imprese pagano troppe tasse. Il ceto medio è il più penalizzato. Non ci devono essere cittadini di serie A e di serie B. Ci vuole più flessibilità. Bettini è cresciuto a pane e politica. Era meglio il Battisti con Mogol. Spendiamo troppo in pensioni. Bertolaso è uno che risolve le cose. Se non era per lui L’Aquila ancora era un cumulo di macerie. Come diceva Rino Formica… Non sono leghista ma Zaia è competente. La Bellanova è stata bracciante. Neanche Benedetto Croce era laureato. I renziani sanno fare politica. Sharon Stone a 62 anni ne dimostra 40.
Uno deve ringraziare che il lavoro ce l’ha. Non valorizziamo i nostri capolavori. Il 50% del patrimonio artistico del mondo è in Italia. Bergoglio è simpatico. Bergoglio è al soldo di Soros. Mattarella è un’icona rock. Il Covid lo portano gli immigrati e i giovani delle periferie. Bisogna recuperare gli antichi borghi. L’Italia è un museo diffuso. Ormai leggo solo Dagospia. Basta dire che i politici sono tutti uguali. L’Europa deve essere dei cittadini, non dei burocrati. Bisogna rivedere il suffragio universale. Baricco è profondo. Il reddito di cittadinanza blocca la crescita. La spesa pubblica elevata apre alla Troika. È indubbio che una parte della magistratura è politicizzata. I medici di famiglia non servono più. Checco Zalone dovrebbe essere proiettato nelle scuole. La Scala è il tempio della lirica. San Siro è la Scala del calcio. La cultura è il petrolio d’Italia. Il latte di capra è più digeribile. Bisogna trarre un vantaggio da questa situazione negativa. Crisi in giapponese significa pericolo + opportunità.
Inquinamento Tap, venerdì parte il processo. A giudizio anche gli attivisti per le barricate
Stanno per essere depositati in Procura a Lecce nuovi documenti contro il gasdotto Tap, l’ultimo tratto del corridoio sud del gas proveniente dall’Azerbaigian e contestato dalla comunità di Melendugno (Lecce) dove l’impianto dovrebbe entrare in funzione entro fine anno. Venerdì nel capoluogo salentino a distanza di poche ore inizieranno i processi: l’uno a carico dei vertici di Trans Adriatic Pipeline e dei rappresentanti delle aziende che hanno eseguito i lavori, tra cui Saipem; l’altro a carico di oltre 100 attivisti di cui un terzo donne, per reati connessi alle proteste, ovvero violazione della zona rossa, dei fogli di via, imbrattamento, getto di cose pericolose, violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. Nel decreto notificato al consorzio internazionale e a 18 persone, tra cui il direttore Luca Schieppati, Michele Mario Elia, ex country manager, Gabriele Lanza, project manager, e Marco Paoluzzi, direttore dei lavori, il sostituto procuratore Valeria Farina Valaori ha contestato, oltre ai reati di inquinamento ambientale, contaminazione della falda acquifera con metalli pesanti anche cancerogeni ed espianto degli ulivi fuori dal periodo autorizzato, la realizzazione del gasdotto “su aree sottoposte a vincolo paesaggistico, idrogeologico e dichiarate zone agricole di notevole interesse pubblico in assenza di autorizzazioni ambientali, idrogeologiche, paesaggistiche ed edilizie”. Per la magistratura sarebbero illegittime la Valutazione di impatto ambientale e l’Autorizzazione unica ambientale, poiché non terrebbero conto degli “effetti cumulativi”. Dai nuovi documenti emerge che l’illegittimità potrebbe configurarsi anche per l’autorizzazione alla costruzione, rilasciata dall’allora ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi il 20 maggio 2015, in assenza di autorizzazione paesaggistica. Durante la conferenza dei servizi del 3 dicembre 2014, presso il Mise, la Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici espresse parere negativo, che – a suo dire – non poteva essere superato per legge. Infatti, il 27 gennaio 2015 il soprintendente per la provincia di Lecce, Francesco Canestrini, scriveva al Mise sostenendo che quanto deliberato fosse “illegittimo, sia nel merito sia nella forma”. In seguito fu lo stesso direttore generale del Mibact, Francesco Scoppola, a segnalarlo all’allora premier Renzi: “Non si possono non segnalare elementi di perplessità”, scrisse, poiché il “motivato parere negativo espresso dalla Soprintendenza” non si poteva considerare un atto superato. Nel verbale di quella conferenza dei servizi, a firma del Mise, però, si legge tutt’altro, ovvero che la Soprintendenza “avrebbe espresso parere di massima favorevole con prescrizioni”.
Caserma Piacenza, nuove denunce contro i militari
Estremamente collaborativo e pronto a raccontare tutto, anche le violenze commesse all’interno della caserma Levante di Piacenza (da ieri dissequestrata). L’appuntato Giuseppe Montella in queste settimane è stato sentito più volte dai pm Matteo Centini e Antonio Colonna sugli abusi, le torture, le rapine agli spacciatori commessi (almeno) dal 2017 al 2020 dalla sua banda. L’inchiesta Odysseus della Procura guidata da Grazia Pradella sta arrivando alle battute finali: entro ottobre verranno sentiti tutti i testimoni principali, giorno dopo giorno vengono raccolte le decine e decine di segnalazioni e denunce che riguardano il gruppo.
Oltre alla testimonianza di una trans e di un artigiano, vittime di differenti episodi di violenze, ci sarebbero infatti diverse persone che in questi anni hanno subito le angherie dei carabinieri infedeli. Montella avrebbe accusato tutti i colleghi di aver partecipato in egual misura, una visione contestata da alcuni degli imputati. L’appuntato avrebbe negato inoltre di aver intascato i soldi sottratti agli arrestati, ma di averli poi ceduti agli informatori fedeli per ringraziarli. Il suo stile di vita non confermerebbe però questa versione, a partire dalla villa con piscina. La caserma degli orrori è stata dissequestrata: gli accertamenti documentali sono stati ampi e precisi. Nelle mani degli inquirenti ci sono ore di intercettazioni che hanno registrato in diretta abusi e torture compiute ai danni di spacciatori, presunti in molti casi. Non verranno invece fatti gli esami con il luminol alla ricerca di tracce ematiche o biologiche. Montella e altri testimoni, non tutti indagati, hanno già confermato gli episodi. In un caso l’appuntato si vantò anche con il figlio undicenne della violenza e delle botte inferte a un uomo. Con la moglie era ancora più esplicito, “Minchia, amore, però l’abbiamo massacrato”. È probabile che le ipotesi di reato per i 6 militari coinvolti – già gravi come tortura, spaccio, estorsione – aumenteranno.
La squadraccia si difende: “Non lo abbiamo colpito noi”. E sul web si scatena il razzismo
Il branco si difende e rigetta le accuse. Anzi chiama in causa quelli che, secondo loro, sono i responsabili della morte di Willy. “Non siamo stati noi, ecco i nomi di chi ha partecipato a quella rissa”, hanno annunciato ieri davanti al gip di Velletri, Marco e Gabriele Bianchi, i due fratelli della “banda di Artena”. Scattano anche accuse incrociate per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, il giovane ammazzato di botte sabato notte a Colleferro. Ora i fratelli Bianchi si ritagliano un ruolo di “pacieri”, intervenuti per sedare un confronto tra due gruppi scoppiato per un “apprezzamento” a una ragazza. Nei loro confronti non è contestata l’aggravante dell’odio razziale. “Non lo abbiamo toccato Willy – hanno detto i Bianchi –. Abbiamo visto un parapiglia e siamo arrivati per dividere. Abbiamo sbracciato, ma il ragazzo non è stato colpito da noi, non ricordiamo neanche di averlo visto a terra”. La polizia postale, intanto, ha avviato un’indagine su diversi i profili Facebook e Twitter che contengono insulti alla giovane vittima di colore o plauso per i suoi presunti assassini.
Nostra casa Terra e la sfida al Covid
Questo del Covid è un passaggio storico per l’umanità intera, non è solo una questione personale: adesso vediamo un’umanità abbastanza prostrata. Lei che impressione ha di questa situazione?
Il 13 settembre 2013 mi trovavo a Parigi per lavoro quando il telefono squillò. Numero sconosciuto, recitava lo smartphone. “Sono Papa Francesco”, attaccò il mio interlocutore e, tra l’incredulo e l’emozionato, iniziammo una conversazione che si chiuse con un abbraccio virtuale. Una settimana prima, gli avevo scritto una lettera in seguito al suo primo viaggio pastorale a Lampedusa in segno di solidarietà con i migranti della rotta mediterranea; mai però mi sarei immaginato di sentire la sua voce dall’altro capo del telefono. Parlammo di terra, ecologia, cibo e religione. Parlammo delle nostre nonne e della saggezza contadina piemontese. Ridemmo e ci promettemmo di incontrarci presto. (…)
Dialogo del 9 luglio 2020
CARLO PETRINI Questo del Covid-19 è un passaggio storico per l’umanità intera, non è solo una questione personale: adesso vediamo un’umanità abbastanza prostrata. Lei che impressione ha di questa situazione?
PAPA FRANCESCO Lei ha detto prostrata, no? lo direi anche, tante volte, calpestata. Calpestata da questo virus e da tanti virus che noi abbiamo fatto crescere. Questi virus ingiusti: un’economia di mercato selvaggia, un’ingiustizia sociale violenta, dove le persone muoiono come animali e vivono, anche, tante volte come animali. Dove lo sfruttamento del lavoro è all’ordine del giorno, dove i popoli perdono la propria identità nelle mani dei populismi selvaggi che vogliono salvarli con le loro idee, le loro dottrine, con l’indottrinamento… forse è troppo pessimista quello che sto dicendo. Ma io guardo alle periferie. Io credo che sia necessario decentrarsi oggi. E andare lì, dove si gioca il futuro.
CARLO PETRINI Nelle periferie?
PAPA FRANCESCO Nelle periferie, sì. Nelle periferie reali, esistenziali o sociali, purché siano periferiche. Non da un centro che esiste, ma che è solamente virtuale, non reale. È come la catena di Sant’Antonio, anche l’economia è diventata così: tu credi di avere centomila lire, ma ne hai solo due. Bisogna andare sul concreto, sulla vita della persona. Da una crisi non si esce uguali: si esce migliori o peggiori. A noi sta la scelta in questo momento.
CARLO PETRINI Ecco, la scelta è una scelta collettiva? Stiamo davanti all’esigenza di una politica di base forte per andare in quella direzione?
PAPA FRANCESCO Esatto, questo è importante. Una politica che dica mai a un’economia selvaggia di mercato, mai alla mistica delle finanze a cui non ci si può aggrappare perché sono aria. Un nuovo modo di intendere l’economia, un nuovo protagonismo dei popoli. Mai ai populismi, che siano essi politici, culturali o religiosi. Sì ai popolarismi, dove i popoli crescono, si esprimono ognuno con le caratteristiche proprie e in comunità. Mai al settarismo religioso. (…) Per fortuna però inizia a esserci coscienza. Come Le ho già raccontato, l’anno scorso sono venuti a trovarmi alcuni pescatori della zona di San Benedetto del Tronto. Pescatori non di grandi barche, non di quelle barche industriali che fanno tutto. L’anno scorso mi hanno detto che avevano tirato fuori sei tonnellate di plastica in una sola barca, ricorda? Bene, quest’anno mi hanno detto che i loro interessi si sono ampliati e hanno tirato fuori 24 tonnellate di rifiuti dei quali dodici erano tonnellate di plastica. Hanno preso coscienza e hanno capito che dovevano pulire il mare. Qui in Vaticano è più facile prendere coscienza e muoversi di conseguenza perché è uno Stato piccolissimo: perciò qui i pesticidi che usiamo nel giardino sono tutti naturali. Anche per la luce, si è cambiato il sistema: abbiamo i pannelli solari sull’aula Paolo VI che generano energia sufficiente per illuminare anche questa casa. Anche qui dentro non c’è plastica, c’è soltanto quella bottiglia di acqua che è vecchia e rimane qui per essere riutilizzata, ma a parte questa non c’è proprio più plastica. È una cosa piccola, ma questa coscienza deve andare avanti in tutto il mondo. È vero, io ho ricevuto qui l’anno scorso un gruppo di imprenditori del petrolio, di alto livello. E mi hanno detto: “Ma se noi in questo momento facciamo il cambio e cerchiamo un altro tipo di energia, mettendo da parte il petrolio, ci sarà una seconda crisi mondiale come quella del ’30!”, ed è vero. Ma è anche vero che ci vuole la saggezza di fare le cose lentamente, senza togliere il lavoro. Perché il lavoro è come l’aria della nostra cultura, senza il lavoro l’uomo diminuisce …
CARLO PETRINI Sì, siamo a un bivio molto interessante. Perché da un lato, dopo questa situazione, auspicano tutti un cambiamento. Dall’altro lato, adesso, con questa sofferenza, si tende a tornare come prima, cioè agli stessi valori di prima.
PAPA FRANCESCO È così, si stanno preparando a questo ritorno.
CARLO PETRINI È questa la grande contraddizione!
PAPA FRANCESCO No no, è vero che alcuni stanno lavorando a questo ritorno. Ma noi dobbiamo preparare altro! L’alternativa! E vincere con questa alternativa. A questo lavora il gruppo post Covid nel Dicastero dello sviluppo umano, con il Cardinal Turkson. Sì, perché in molti si stanno preparando con tre pennellate di vernice per dire poi “Ah, tutto è cambiato!”, ma invece niente è cambiato. Si deve cambiare con il decentramento.
CARLO PETRINI Quindi la logica è quella di essere diffusi e far passare questa idea di cambiamento a livello mondiale.
PAPA FRANCESCO Sì. Per esempio, i movimenti popolari sono delle vie possibili. (…) La gente è protagonista della storia. Bisogna aprire gli orizzonti, lasciare che la cultura di ogni popolo si esprima e che ci sia un rapporto tra le culture. Una globalizzazione poliedrica con tutte le culture insieme, non quella sferica che annienta tutte le culture. No all’uniformità, sì all’universalità. Dobbiamo far risorgere queste riserve dei popoli. Al contrario, qual è la soluzione proposta oggi, la più facile? I populismi! I populismi cosa fanno? Vanno con un’idea, aggrappano il popolo sotto un’idea, seminano paura – per esempio la paura dei migranti viene dai populismi – e alcuni discorsi di certi leader politici di qualche Paese che ho sentito vanno davvero nella direzione di un populismo pericoloso.
Luis, migrante economico, ce la può fare: la Juve lo aspetta
Luis è un migrante economico. Viene da un Paese in cui la guerra non c’è, ma le condizioni di vita sono difficili. È una società polarizzata: i ricchi sono molto ricchi e i poveri sono molto poveri.
Luis avrebbe anche trovato un lavoro in Italia, ma lo status di extracomunitario senza documenti regolari, gli impedisce l’assunzione. Il datore di lavoro, un’azienda del Nord ha già due extracomunitari (un brasiliano e uno statunitense) e non può accoglierne un altro.
L’unica speranza, per Luis, sarebbe la cittadinanza italiana, come la moglie, i cui avi partirono dal Friuli.
L’azienda piemontese ha bisogno urgente di un dipendente, entro fine mese, poi guarderebbe altrove. Tempi troppo stretti, soprattutto per Luis, visto che per ottenere la cittadinanza ci vuole molto tempo.
È vero che Luis ha già un fascicolo aperto anni fa (quando già pensava di venire in Italia a lavorare), ma ora la corsa contro il tempo è quasi proibitiva. Servono accertamenti, documenti, dichiarazioni e dimostrare di conoscere la lingua italiana, livello B1, il terzo.
Ma Luis ha avuto le stelle dalla sua parte. L’azienda piemontese ha smosso mari e monti, una gara pazzesca di solidarietà, documenti e indagini della polizia materializzati in poche ore. Oggi Luis siederà davanti a una commissione e pronuncerà qualche parola di italiano (“ciao”, “buongiorno” e “manciare buono”) e, se tutto va bene, tra una decina di giorni potrà iniziare a lavorare.
Sulla paga, sul salario, ci si è già messi d’accordo: 10 milioni di euro in tre anni. Sa che, come accade a tutti gli altri migranti economici, verrà insultato dalla gente per il suo colore: ma non della pelle, solo della maglia.
Luis Suarez è il nuovo centravanti della Juventus.
Immaginate se i bianchi fossero neri
Immaginiamo la scena a parti invertite: due fratelli di origine africana che in un luogo qualunque del nostro Paese massacrano di botte un ragazzo italiano, esile, indifeso che ha visto un amico aggredito e cercava di proteggerlo. Immaginiamo i dibattiti incendiari nei talk televisivi (soprattutto in alcuni) sull’invasione incontrollata e selvaggia di chi non contento di toglierci il lavoro ci toglie anche la vita (oltre naturalmente a contagiarci con i virus più esiziali). Immaginiamo le fiaccolate di protesta contro chi non ha impedito l’orrendo pestaggio (il governo complice). Immaginiamo le accuse contro gli amministratori imbelli (se il sindaco del luogo fosse progressista). E le accuse degli amministratori “lasciati soli”, rivolti contro il governo complice e imbelle (se il sindaco del luogo fosse patriottico). Immaginiamo i commenti indignati dei cittadini: quelli erano bestie, dovevano arrestarli prima ma spacciavano, facevano paura e forse c’è chi li proteggeva. Immaginiamo le polemiche sulle tare animalesche (e sulle culture sanguinarie) di determinate etnie. Immaginiamo cosa urlerebbero certi politici di una certa parte, se alla vigilia di importanti elezioni amministrative fossero avanti nei sondaggi. Immaginiamo cosa balbetterebbero certi politici della parte avversa se alla vigilia di importanti elezioni amministrative fossero indietro nei sondaggi. Immaginiamo le risse da pollaio nei suddetti talk, con le reciproche accuse di razzismo e di buonismo (quelle ci saranno sempre e comunque, se fanno ascolti).
Ma no, chiedo scusa, questo è soltanto un vaneggiamento privo di senso. È un paragone assurdo, improponibile e anche offensivo. Come (leggiamo sui giornali) avrebbe detto qualcuno vicino ai fratelli Bianchi (!), a proposito di Willy Monteiro Duarte, 21 anni, picchiato a morte domenica scorsa a Colleferro: “In fin dei conti cosa hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario”.
Il nostro No è contro una democrazia ancor più oligarchica
Il popolo italiano chiamato al referendum del 20-21 settembre vive un perfetto caso di “democrazia del monosillabo” (A. Di Giovine). Non potremo distinguere, o argomentare: dovremo scegliere tra Sì e No, su una questione complessa. Benché si tratti di una proposta puntuale e intellegibile – diminuire i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200 –, le sue implicazioni sono molto meno ovvie, investendo direttamente democrazia e rappresentanza, e il funzionamento delle Camere, la legislazione elettorale, lo svolgimento delle campagne, l’elezione degli organi di garanzia costituzionale. Persone affini per cultura politica si separeranno, ritrovandosi al fianco di soggetti con cui, in condizioni più articolate, nulla vorrebbero spartire. E così, dal lato del No, ai difensori del parlamentarismo democratico si affiancano gli interessati difensori della partitocrazia e gli opportunisti della crisi di governo; per il Sì, alla gran massa spinta dalla più triviale propaganda – “costano troppo, sono tantissimi, non fanno niente, rubano tutti” – si uniscono sinceri difensori del parlamentarismo.
È, questo pasticcio, uno dei motivi per cui è stato un errore aver voluto cambiare, per l’ennesima volta, la Costituzione, dividendo il fronte che 4 anni fa aveva saputo fermare la riforma Renzi. Allora gli italiani capirono che no, non era la Costituzione il male dell’Italia: era solo il bersaglio di partiti e governi che, non riuscendo a cambiare il Paese, cercavano un diversivo. “La Costituzione va attuata: non cambiata”, dissero gli italiani. È vero anche oggi: dov’è il cambiamento radicale che milioni di elettori si aspettavano dal M5S? Ancora una volta, la Costituzione diventa il capro espiatorio di un fallimento politico. Allora si voleva colpire il Parlamento, limitarne l’autonomia in nome del decisionismo dell’esecutivo. Oggi si torna a indicare nel Parlamento la fonte di tutti i mali: le forbici che tagliano i seggi parlamentari esplicitano lo spirito di questa riforma, che è un violento antiparlamentarismo. Per i 5S l’altra metà della riforma è l’introduzione del vincolo di mandato che legherebbe i parlamentari agli ordini dei capi. Col taglio numerico a essere (ancor più) tagliati fuori dalle Camere saranno il dissenso, la libertà di giudizio, il pensiero critico. Avremo meno rappresentanza: non una migliore rappresentanza. Con meno posti i capi dei partiti blinderanno i propri fedelissimi. Nel 2016 un governo aveva legato la sua stessa sopravvivenza alla riforma costituzionale e oggi Nicola Zingaretti candidamente confessa che il Pd vota Sì per tenere in piedi il governo: confondendo l’utile immediato con un progetto per il futuro. Una miopia che è l’esatto contrario della presbiopia dei Padri costituenti: che scelsero di non essere ostaggio del loro presente, guardando lontano.
Sono tanti i motivi del nostro No: non è vero che i parlamentari siano troppi o costino troppo, e non è vero che producano troppo poco. Invece è vero che: col taglio, i grandi partiti saranno sovra-rappresentati; senza prevedere (stabilmente in Costituzione) una legge proporzionale, gli organi di garanzia saranno in mano alle maggioranze elettorali; con collegi molto grandi, la politica sarà ancor di più venduta ai ricchi. Insomma, avremmo una democrazia ancora più oligarchica di oggi. Ai sostenitori del Sì, convinti in buona fede di combattere la “casta”, chiediamo: davvero pensate che in un Paese con i nostri livelli di povertà e disoccupazione, con il diritto negato a casa e a salute, con una scuola così umiliata, il successo più importante sia cambiare la Costituzione tagliando i rappresentanti in Parlamento?
Cari amici, rispetto il vostro orientamento anche se non lo condivido. Ma ciò che voi difendete non è la Costituzione del 1948, che non fissava l’attuale numero di parlamentari, ma un’altra riforma costituzionale: quella voluta da Dc&C. nel 1963.
Tomaso Montanari e Francesco Pallante