Mascherine cinesi, cade il peculato di Arcuri. Resta l’abuso d’ufficio: “Favorì Benotti & C.”

Cade l’accusa di peculato per Domenico Arcuri. Resta l’abuso d’ufficio, in attesa delle richieste dei pm. La Procura di Roma ha chiuso l’inchiesta sull’acquisto, a marzo 2020, da parte della struttura commissariale per il Covid-19 allora guidata dall’attuale ad di Invitalia, di 801 milioni di mascherine dalla Cina al prezzo di 1,25 miliardi di euro. Indagato con Arcuri l’allora suo vice Antonio Fabbrocini – che risponde pure di frode in pubbliche forniture e falso documentale – e, per traffico d’influenze illecite, i mediatori di quella fornitura. Fra questi l’ex giornalista Rai, Mario Benotti che, per i pm romani, sfruttò “le relazioni personali ed occulte con Arcuri” ottenendo che “quest’ultimo assicurasse ai partner (…) una esclusiva in via di fatto nell’intermediazione delle forniture (…)”. Ad Arcuri e Fabbrocini, in sostanza, i pm imputano l’assenza di un contratto per la mediazione di Vincenzo Tommasi, l’imprenditore “partner” di Benotti che con l’ex banchiere di San Marino, Daniele Guidi, si è occupato della fornitura e ha incassato una provvigione di 78 milioni di euro, di cui 12 milioni andati a Benotti, 5,8 milioni all’ecuadoriano Jorge Solis e altri 12,2 milioni (novità che emerge dall’avviso di conclusione indagini) finiti a Guidi su un conto di Hong Kong. Incassi, per i pm, sfuggiti al controllo pubblico proprio per l’assenza di una “forma scritta ad substantiam dei contratti stipulati”, omissione ritenuta “intenzionale”, anche “in danno del Fondo costituito presso” Palazzo Chigi. Non solo. Per i pm, Arcuri e Fabbrocini avrebbero assegnato “la quasi totale esclusiva” a Tommasi, “negando agli altri importatori anticipazioni dei pagamenti”, ma concedendole “alle società cinesi (…) prima di ogni verifica in Italia sulla qualità delle forniture”. Questo punto, nasce dall’accusa di frode in pubbliche forniture per Fabbrocini (responsabile unico della procedura), Tommasi e Guidi per la presunta “non conformità” o “pericolosità” di circa 700 milioni di mascherine vagliate dall’Agenzia Dogane e da laboratori privati consulenti dei pm, “con l’artifizio di far pervenire al Cts test report e certificati di conformità non genuini” e in un caso “falsi”. “Sono soddisfatto dell’archiviazione del peculato – ha commentato ieri Arcuri – Ora chiariremo anche l’abuso d’ufficio, contestato per la mancata applicazione di un Regio decreto del 1923”. Chiesta l’archiviazione per Antonella Appulo, ex collaboratrice di Benotti, e Francesca Chaouqui, allora consulente della comunicazione dell’ex giornalista.

Aspi, class action da 4,5 mld: 3mila per ogni ligure

È stata depositata presso il Tribunale di Roma l’istanza che sancisce l’inizio di una class action da 4,5 miliardi contro Autostrade per l’Italia per “risarcire i liguri del danno d’immagine, economico e sociale subito a causa del crollo del ponte Morandi e dei cantieri autostradali infiniti”. “La più grande class action della storia d’Italia”, l’ha definita il capogruppo della Lista Sansa in Consiglio regionale della Liguria, Ferruccio Sansa, che ha promosso l’azione legale con l’avvocato Mattia Crucioli, senatore de L’Alternativa c’è. “Stimiamo un danno di 3 mila euro per ogni ligure, la vicenda del ponte Morandi ha aperto il vaso di Pandora delle mancate manutenzioni autostradali”, dicono i ricorrenti, citando lo studio redatto da un team di esperti coordinato dalla commercialista Elsie Fusco, che ha calcolato i “danni patrimoniali” come inflazione, calo del Pil e del valore delle case, conseguenti al crollo del ponte. “Ogni ligure avrebbe subito 977 euro di danni dal 2018 al 2020 più altri 977 euro dal 2021 al 2023, quando dovrebbe finire l’impatto dei cantieri”.

Il “regalo” ai docenti No-vax: possono tornare al lavoro, ma non in cattedra

Finisce lo Stato di emergenza e i docenti non vaccinati, quelli che erano stati sospesi perché si erano rifiutati di fare il vaccino, potranno tornare a lavorare dal 1º aprile e, in buona sostanza, riavere il loro stipendio. Ma non tornare in cattedra, il ministro non ha voluto che stessero in contatto con gli alunni. Andranno – prevede il decreto legge pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale – a svolgere delle non meglio definite (perché toccherà ai dirigenti scolastici identificarle) “attività di supporto alla istituzione scolastica” mentre a insegnare resteranno i supplenti che già erano stati chiamati durante la sospensione dei titolari. Resteranno fino alla fine dell’anno o fino al momento in cui i docenti titolari, circa 4mila, non decidano di mettersi in regola con il vaccino.

Lo stesso articolo 8 del decreto stanzia anche la cifra per questa misura: 29 milioni di euro di cui 15 presi dal fondo per la valorizzazione della professionalità dei docenti e delle istituzioni scolastiche statali, che è anche quello da cui si è a un certo punto pensato di far arrivare parte dei soldi per aumentare lo stipendio dei docenti. “In caso di mancata presentazione della documentazione – si legge – (i dirigenti, ndr) accertano l’inosservanza dell’obbligo vaccinale e ne danno immediata comunicazione scritta all’interessato. L’atto di accertamento dell’inadempimento impone al dirigente scolastico di utilizzare il docente inadempiente in attività di supporto alla istituzione scolastica”.

Il decreto non prevede nulla di simile per il personale sanitario, invece, che fino al 31 dicembre vede prorogato l’obbligo di vaccinazione e dunque la sospensione in caso di inadempienza. L’eccezione, si legge nei commi successivi, riguarda quindi solo il personale scolastico e gli ultra cinquantenni per i quali basterà il green pass base, ottenibile quindi anche con un semplice tampone negativo. E anche le forze dell’ordine e i militari. Un controsenso, praticamente: permane l’obbligo vaccinale per queste categorie, ma si può andare a lavorare con il tampone. L’escamotage è che per loro è prevista la sanzione da 100 euro che finora era destinata solo agli ultracinquantenni non in regola.

Ma il decreto riserva anche una spiacevole novità per tutti i lavoratori fragili della Pubblica amministrazione: dal 1º aprile dovranno rientrare al lavoro. E questo nonostante nelle bozze del decreto uscite dal Consiglio dei ministri fosse stabilito che chi soffre di patologie gravi potesse svolgere il lavoro in modalità agile fino al 30 giugno 2022 anche con la cessazione dello stato di emergenza. Ma come già successo la scorsa settimana con la norma “salva appalti”, saltata all’ultimo dal decreto Energia, anche in questo caso c’è stata una “manina” che ha deciso di stralciare la norma che aveva trovato il consenso di maggioranza e governo.

“Ora si viene a sapere che ci sarebbe un problema di copertura finanziaria, che tenere i lavoratori fragili in smart working ha un elevato costo aggiuntivo. Ma non è vero. La decisione del governo è incomprensibile e inaccettabile. Così si mette seriamente a rischio la salute dei lavoratori più fragili”, denuncia Marco Carlomagno, segretario generale della Flp. Ora i dipendenti della Pa affetti da gravi patologie dovranno rientrare negli accordi individuali già stipulati dai sindacati.

Via Figliuolo, non i militari. I poteri eccezionali restano

Lo stato d’emergenza finisce il 31 marzo. Il commissario straordinario, generale Francesco Paolo Figliuolo, lascia l’incarico e potrà dedicarsi anima e corpo al Comando operativo di vertice interforze. Ma i poteri d’emergenza restano, solo che invece del commissario li eserciterà un “direttore” che dovrebbe essere un altro ufficiale delle forze armate, magari con qualche medaglia in meno sul petto, anche perché lavorerà con i militari della struttura di Figliuolo. Cambiano i nomi, la sostanza rimane. All’articolo 2 dell’ultimo decreto legge Covid, il n. 24 finalmente pubblicato la sera del 24 marzo a sette giorni dall’approvazione, si legge che “dal 1° aprile 2022 è temporaneamente istituita un’Unità per il completamento della campagna vaccinale e per l’adozione di altre misure di contrasto alla pandemia”, che ci sarà un direttore nominato dal presidente del Consiglio e avrà “i poteri attribuiti al Commissario straordinario”. Ci sarà un vice: Giovanni Leonardi, il segretario generale del ministero della Salute, scelto dal ministro Roberto Speranza.

Il direttore potrà agire “in deroga a ogni disposizione vigente” e soprattutto stipulare contratti “sottratti al controllo della Corte dei Conti, fatti salvi gli obblighi di rendicontazione”, come prescrive il richiamato articolo 122 del decreto 18 del 17 marzo 2020, che risale a quando l’Italia fu travolta dal virus e Giuseppe Conte nominò Domenico Arcuri, sfiduciando di fatto l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli. Due anni dopo c’è ancora bisogno di poteri emergenziali anche se il messaggio di “liberi tutti” è passato, vedremo poi se dovremo fare vaccinazioni annuali come quelle contro l’influenza e cosa ci riserveranno l’autunno, le varianti e le condizioni del sistema sanitario. Intanto le terze dosi vanno a rilento.

I poteri speciali restano, perché la regionalizzazione della Sanità e i tagli del passato non consentono al ministero della Salute di gestire il post-emergenza. Se ne farà carico dal 1° gennaio 2023 e fino ad allora affiancherà i militari. Entro il 1° ottobre il ministero di Speranza dovrà fare i concorsi per assumere “tre dirigenti di seconda fascia, tre direttori sanitari e 50 unità di personale non dirigenziale con professionalità anche tecnica”, per un costo di 760 mila euro nel 2022 e di 3.043 milioni l’anno dal 2024 in poi. Ma nove mesi, nella gestione del Covid-19, sono un tempo lunghissimo in cui tutto può accadere.

Il decreto di due giorni fa, come sempre di faticosa lettura nonostante i Migliori al governo, stabilisce il complesso calendario per l’eliminazione di green pass e super green pass tra il 1° aprile e il 1° maggio, il destino degli obblighi vaccinali, l’abolizione delle quarantene da contatto, del sistema dei colori legati al rischio e dell’obbligo di mascherina anche al chiuso e le nuove regole per le scuole. Così, salvo sorprese, faremo la primavera e l’estate, ma il governo valuterà a seconda dei contagi e della situazione degli ospedali. La sfida principale per le Regioni è intanto smaltire le mostruose liste d’attesa per le cure non Covid: il rinvio di migliaia di diagnosi, di controlli e di interventi chirurgici anche per tumori e malattie gravissime hanno prodotto e produrranno sofferenze e decessi oltre a significativi profitti per la sanità privata a cui si rivolge chi può pagare.

I numeri del monitoraggio settimanale di ieri non fanno sorridere. Aumenta l’incidenza per la terza settimana consecutiva ma meno della settimana precedente: da 725 a 848 nuovi casi in 7 giorni ogni 100 mila abitanti, con punte fino ai 1.548 dell’Umbria; la crescita è nell’ordine del 16% mentre la settimana scorsa superava il 40%. Sale l’indice di riproduzione del virus Rt calcolato dall’Istituto superiore di Sanità: al 9 marzo era 1,12, il valore stimato al 15 marzo è addirittura 1,44, quello relativo ai ricoveri 1,08. Sopra 1 l’epidemia si espande, ma si scommette sul fatto che Omicron e Omicron 2 per quanto più contagiose sono meno patogene e meno letali. Negli ospedali tornano a salire i ricoveri ordinari Covid, ma non le terapie intensive che tuttavia rallentano la discesa. Le previsioni dell’Iss dicono che da qui a un mese potrebbero avere problemi, nei reparti ordinari, gli ospedali di diverse Regioni specie del Centro-sud: in ordine di rischio Marche e Umbria, Calabria, Abruzzo e Puglia e altre. Per la prima volta dai primi di febbraio risalgono i morti: nell’ultima settimana sono stati 975 e cioè l’1,8% in più rispetto ai sette giorni precedenti. È il campanello d’allarme che raccomanda misure adeguate a tutela degli anziani e delle persone più fragili.

Ds, Dl, Udeur, Ap, Idv: i partiti “morti” rimangono in vita per salvare la cassa

C’è chi resta in vita per proteggere il simbolo, chi per i soldi e chi vuole rientrare dalla finestra. Molti dei partiti che pensiamo morti sono in realtà ancora attivi.

Margherita-dl. Il partito fondato da Francesco Rutelli vive un paradosso: è durato 5 anni – dal 2002 al 2007 – ma la sua liquidazione va avanti da un decennio. Fino al 2011 ha continuato a incassare soldi pubblici, in parte finiti nelle tasche dell’allora tesoriere Luigi Lusi (condannato a 7 anni). Dal 2012 è gestito da un Collegio di liquidatori (3 componenti, il presidente è Roberto Montesi) e da un Comitato dei garanti (altri 3 membri), impegnati in cause civili per recuperare un po’ del patrimonio sottratto. Contattato dal Fatto, Montesi spiega che “sono ancora in corso le cause nei confronti delle banche ritenute, a parere del Collegio, corresponsabili di alcuni dei fatti accaduti”, motivo per cui “l’attività del Collegio proseguirà sino al termine di queste cause”. Tutti i soldi recuperati (circa 10 milioni) sono stati restituiti allo Stato e così sarà in futuro, elemento che comunque distingue il partito. Ma non mancano le uscite. Il Comitato dei garanti costa 100 mila euro di stipendi l’anno, il presidente del Collegio dei liquidatori 50 mila. Il marchio è al sicuro: “Il collegio ha il compito di tutelare il simbolo e impedirne a chiunque l’utilizzo”.

Democratici di sinistra. Anche l’altra gamba del Pd è ancora in vita. Se ne occupa Ugo Sposetti. I Ds si trascinano un debito da 100 milioni verso le banche: “Tra poco approviamo il nuovo bilancio – conferma lo storico tesoriere – e non mi aspetto cifre molto diverse”. Anche perché le entrate sono al minimo: “Avevamo un piano per azzerare i debiti entro il 2017. La cancellazione dei rimborsi elettorali lo ha reso irrealizzabile”. E ora? “Abbiamo una dipendente in aspettativa e diverse cause aperte. Poi resterà la procedura di chiusura con sovraindebitamento”. Una strada, assicura Sposetti, che tutela lui e Piero Fassino (titolare del simbolo) da responsabilità personali. Proprio Fassino si tiene il marchio: “Il simbolo non può essere usato da altri, è una misura di tutela”. La vera fortuna del partito è al sicuro. Prima della fondazione del Pd, Sposetti ha trasferito l’immenso patrimonio immobiliare a una rete di 68 fondazioni che si sono ritrovate quasi 2.500 tra Case del popolo, sezioni di partito, sedi locali dei sindacati.

Udeur. Clemente Mastella lo tiene nascosto, tanto da non averlo presentato neanche nel gruppone di liste che lo hanno sostenuto a Benevento. “È un partito superato”, minimizza il sindaco. Anche per l’Udeur, l’accanimento che lo tiene in vita è giustificato con “le vertenze in corso”, ma dalla lettura del bilancio 2020 (approvato nell’ufficio del sindaco) il giro di soldi non è irrilevante. L’ultimo avanzo di esercizio è di 290 mila euro, il patrimonio netto è in negativo di 800 mila. Mastella è stato da poco assolto in due filoni del processo sul “sistema Udeur”, un presunto ingranaggio di nomine pubbliche truccate. La cassa del partito era un salvagente per possibili cattive sorprese in Tribunale.

Ap. Se ad Angelino Alfano tornasse la voglia di politica, un partito lo avrebbe già. Alternativa Popolare è ancora operativo, sotto la guida dell’ex deputato Paolo Alli. L’home page del sito è rimasto alle Europee 2019: “Ma prima di chiudere un partito che ha avuto un minimo di storia bisogna pensarci bene”, confessa Alli. Anche perché, un paio d’anni fa, Ap si è ritrovata a poter costituire una componente del Misto con 3 deputati, tutti fuoriusciti dal M5S. La componente si è formata a maggio 2020 e si è estinta dopo 6 mesi, ma con questo incastro di scatole cinesi si è aggiudicata i contributi della Camera: 84 mila euro.

Idv.Antonio Di Pietro è fuori dal 2014, quando gli iscritti scelsero Ignazio Messina. Oggi l’Idv è un circolo per pochi (dalle tessere associative l’anno scorso sono arrivati 400 euro), ma restare aperti significa aver accesso al 2×1000: 53 mila euro nel 2020. Niente male per un partito fantasma. Un buon inizio per pagare quegli 488 mila euro di debiti coi fornitori.

“Banca Intesa omise i controlli sui flussi anomali di Luigi Lusi”

Luigi Lusi, arrestato nel 2012 e poi condannato definitivamente a sette anni nel 2017 per aver fatto sparire oltre 20 milioni dalle casse della Margherita, poteva essere smascherato e fermato molto prima. Probabilmente già al momento dell’acquisto nel 2008 della favolosa casa di via Monserrato diventata la sua residenza romana, grazie a una consistente frazione di quella cospicua liquidità, sottratta con artifici contabili al partito e abusando della qualità e dei suoi poteri di tesoriere.

È quanto emerge da una sentenza della Cassazione che ha respinto il ricorso volto in definitiva a preservare il diritto di credito di Banca Intesa titolare di ipoteca volontaria sull’immobile oggetto di confisca disposta dalla Corte di appello della Capitale. Perché? Gli Ermellini hanno stabilito che l’Istituto bancario ha colpevolmente omesso i controlli e gli accertamenti minimi “pur a fronte delle peculiari connotazioni del caso specifico, che imponevano, al fine di fornire la dimostrazione della diligenza prestata, il compimento delle attività istruttorie, secondo le comuni regole e prassi bancarie”. Controlli che avrebbero consentito “all’istituto di avere contezza di flussi di danaro in entrata e in uscita dai conti correnti personali e delle società facenti capo al Lusi in ragione dell’ingente appropriazione di cui si rendeva autore proprio in quel medesimo contesto temporale in cui avvenne l’acquisto del cespite confiscato”. Ma riavvolgiamo il nastro. Sull’immobile in questione nella centralissima via Monserrato a due passi da Campo de’ Fiori, venne iscritta un’ipoteca il 15 luglio 2005 in favore di Banca Intesa San Paolo per l’importo di 3,8 milioni di euro a garanzia del contratto di mutuo fondiario concesso (per 1,9 milioni) all’acquirente originario, una vecchia conoscenza di Lusi, ossia Giuseppe L’Abbate. Un consulente con un contratto di lavoro triennale ritenuto comunque solvibile dalla Banca che successivamente nulla aveva avuto da ridire (o da controllare) al momento della vendita dell’immobile dopo appena tre anni dall’acquisto, in favore di una società, la ITT riconducibile a Lusi. Che aveva liquidato L’Abbate con una girandola di assegni, e si era accollato il pagamento delle rate residue del mutuo in via esclusiva. In questo passaggio di mano i controlli per verificare la solvibilità e l’affidabilità e, più in generale, la personalità di Lusi vennero ritenuti superflui dall’istituto. E questo nonostante gli usi bancari, la normativa in materia di reimpiego o riciclaggio di attività illecite nella concessione del credito che impongono di attenersi “ordinariamente a un livello di diligenza piuttosto elevato”. E invece niente. Di qui il verdetto: “L’avere omesso colpevolmente di adeguare gli accertamenti istruttori alle specifiche caratteristiche delle operazioni finanziate e del soggetto mutuatario, a fronte, invece, di una situazione che presentava indici di anomalia ignorati dalla banca, non approfondendoli, integra il profilo di colpa per omesso adattamento alle caratteristiche del rischio dell’operazione”.

Il broker Torzi ci prova: “Vaticano ha violato la Cedu”

Le modalità, “estranee al diritto italiano ed europeo”, con cui la gendarmeria vaticana ha raccolto le fonti di prova, potrebbero salvare Gianluigi Torzi da una parte delle accuse mossegli dalle autorità italiane. I legali del broker molisano – indagato Oltretevere nell’ambito dell’affare sul Palazzo di Londra per truffa ed estorsione e, in Procura di Roma, per autoriciclaggio e altri reati fiscali – ieri hanno presentato istanza di inutilizzabilità degli atti trasmessi per rogatoria dal Vaticano. Una memoria, formulata dall’avvocato Marco Franco, sostiene che le chat e le acquisizioni ottenute dalle Gendarmeria non fossero in alcun modo inerenti alle accuse con cui la Procura di Roma aveva chiesto la rogatoria. Di fatto, il Vaticano avrebbe girato ai pm romani tutto l’incartamento violando, secondo i difensori di Torzi, i principi sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, cui si rifà l’ordinamento italiano ma non quello vaticano. Un’istanza che, se accolta dal gup, farebbe cadere almeno una parte delle accuse, quelle relative ai reati tributari. L’udienza preliminare è stata rinviata al 1º luglio. Il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria aveva ricostruito come una parte dei 15 milioni ottenuti in Vaticano sarebbe stata impiegata da Torzi per l’acquisto di azioni di società quotate nella borsa italiana, per oltre 4,5 milioni di euro, che gli ha consentito, dopo pochi mesi, di conseguire un guadagno di oltre 750 mila euro e ripianare il debito di 670 mila euro di altre due aziende.

Uccise la moglie, assolto anche in appello: “Fu delirio di gelosia: è infermità mentale”

La sentenza che aveva fatto insorgere il mondo femminista, gridare allo scandalo parte dell’opinione pubblica, magistrati e perfino spinto il ministero ad annunciare un’ispezione negli uffici di Brescia – poi in verità mai avvenuta – è stata confermata anche in appello. Secondo “un elementare principio di civiltà giuridica, l’imputabilità ai sensi dell’art. 85, comma I, del codice penale che dice che ‘Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile’” per usare le parole del giudice Roberto Spanò, che in primo grado aveva assolto perché incapace di intendere e volere per un vizio di mente dettato dalla patologia del delirio di gelosia, l’81enne Antonio Gozzini. Professore in pensione, nel 2019 uccise in casa la moglie più giovane di 20 anni, Cristina Maioli, prima colpita con un mattarello, poi con un coltello. E infine vegliata per un giorno intero. Alla base del caso ci sono due perizie psichiatriche, una disposta dall’accusa e l’altra dalla difesa. Entrambe hanno riconosciuto l’incapacità di intendere e di volere dell’imputato. In primo grado il pubblico ministero Claudia Passalacqua, nonostante il parere anche degli esperti da lei stessa nominati, aveva chiesto la condanna all’ergastolo altrimenti – disse in aula – passa il concetto che chiunque è geloso può uccidere la compagna”. “Si tratta di un verdetto assolutorio con il quale la Corte non intende certo riservare al Gozzini un salvacondotto o un trattamento indulgente a fronte della perpetrazione di un’azione orribile, ma semplicemente tener conto di un elementare principio di civiltà giuridica, quello secondo cui non può esservi punizione laddove l’infermità mentale abbia obnubilato nell’autore del delitto la capacità di comprendere il significato del proprio comportamento”, ribatté il giudice nelle sue motivazioni. Ieri invece è stato il procuratore generale Guido Rispoli a chiedere la condanna. Fermandosi a 21 anni. “La sua gelosia patologica non era mai emersa prima dell’omicidio. Se n’è parlato solo a posteriori, nel tentativo di trovare una causa di non punibilità” la tesi dell’odierna accusa. Rigettata dai giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia che hanno nuovamente assolto Antonio Gozzini, che a 81 anni è ritenuto socialmente pericoloso e per questo è stato associato a una Rems. Assolto perché incapace di intendere e volere, ma non libero.

Mail box

 

“Usciamo dai Mondiali e pure dal conflitto”

Caro Draghi, oltre che dal calcio mondiale, per favore escludici anche dalla guerra.

Lorenzo Gambarotta

Non capendo nulla di calcio, mi domando se l’uscita dai Mondiali dell’Italia è anch’essa merito di Draghi, visto che la vittoria degli Europei gli era stata attribuita automaticamente.

Asli Haddas

 

Grazie alle cronache “dal fronte” di Luttazzi

Voglio ringraziare Daniele Luttazzi per le sue cronache di guerra. Sono convinta che se, oltre ai lettori del Fatto, anche altri avessero l’occasione di leggere la cronaca degli eventi che dai Tracchia contro le gemelle Mastrocinque arrivano a coinvolgere il resto del mondo, si farebbero senz’altro un’idea più precisa di ciò che ci sta succedendo.

Daniela Serroni

 

Sulla pace, la Chiesa odia le banalizzazioni

Nel corso dell’ultima puntata di Dimartedì, la sgradevolezza del trattamento riservato a Mons. Ricchiuti mi ha obbligato a una riflessione. L’umanità varia che popolava lo studio incalzava il Monsignore a schierarsi, sorridendo benevolmente (o malevolmente) della sua difficoltà a volerlo fare. Qualcuno provava a imbeccarlo, come il maestrino con lo scolaretto che non si applica abbastanza; qualcun altro, ostentando arroganza, ha rinunciato ad argomentare per ridurlo all’insignificanza. Mons. Ricchiuti non trovava le parole soltanto perché non condivideva la lingua manichea dei suoi interlocutori, essendo la sua lingua ispirata a un Dio che, scandalosamente, sta accanto alla vittima come al carnefice.

Sandra Risucci

 

Solidarietà ai cronisti: l’informazione sia libera

Il professor Orsini è uno dei personaggi più popolari e controversi del momento. Hanno subito cercato di tacitarlo. Di censurarlo. Di ridicolizzarlo. Qual è la sua colpa? Di esprimere opinioni controcorrente, ostiche, urticanti, certamente non gradite a tutti. Per me si chiama democrazia, confronto tra opinioni. Hanno iniziato a criticarlo perché sarebbe “vanesio” e “narcisista”. Accusa che fa sorridere. Annovero tanti miei colleghi tuttologi, che con fare saputello ci spiegano tutte, ma proprio tutte, le cose della vita. Qual è il loro timore? Che Orsini possa toglier loro un po’ di spazio? Che uno studioso possa far passare in secondo piano le loro sapienti elucubrazioni? Ora un esponente del Pd lo annovera tra i “pifferai di Putin”. Ancora una volta, qual è la colpa di Orsini? Di non adeguarsi al “decalogo” della buona informazione, che consiste nel ripetere a pappagallo e all’ossessione alcuni concetti che non corrispondono alla realtà dei fatti? C’è davvero un clima di censura così potente? Tutto “deve” sempre essere al limite della propaganda? Sembra di essere in Russia. Ribadisco: sappiamo tutti distinguere i dettagli di quel che avviene in Ucraina. Ma a me la propaganda fa schifo anche quando sostiene le tesi di cui sono più convinto. Solidarietà a Orsini. Solidarietà al professor Luciano Canfora. Solidarietà Franco Cardini. Solidarietà a Marc Innaro, del quale non possiamo più ascoltare le (ottime) corrispondenze dalla Russia. A me piace ascoltare Orsini. Come mi piace ascoltare chiunque abbia qualcosa da dire, magari distante anni luce da come la penso io, ma che mi fa riflettere.

Marco Menduni

 

Spie russe a Bergamo e le ville degli oligarchi

Mi ha colpito il commento di Severgnini circa l’allontanamento del prof. Orsini dal talk della Rai. Severgnini sostiene che, se non ci fosse stata la Nato, Putin sarebbe già arrivato a Lisbona. Credo che invece Putin sia già arrivato anche lì e cerco di spiegarmi: giorni fa si è scatenata una polemica sui fatti della missione umanitaria russa nel bergamasco. Zona in cui, in quel momento, i morti per Covid erano concentrati. A parte l’uso temerario che fa passare per spioni medici ed infermieri che erano venuti, rischiando il contagio, a dare una mano alla sanità italiana e lombarda, vorrei far presente a al giornalista che i russi sono già presenti in tutta Europa. Potrebbe fare una bella inchiesta sulle ville in Italiane, ma certamente anche spagnole e portoghesi… magari nella stessa Lisbona, dove gli oligarchi russi della cerchia di Putin hanno potuto fare e disfare a loro piacimento delle fortezze inavvicinabili e incontrollabili dalle quali, oltre ad affari sporchi, si può fare anche spionaggio. In Toscana se ne contano a centinaia.

Franco Novembrini

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo di ieri “La Rai può pagare tutti tranne Orsini” abbiamo per errore inserito Ferruccio de Bortoli e Claudio Cerasa tra i colleghi che percepiscono un compenso per le partecipazioni a Che tempo che fa su Rai3. Ci scusiamo con gli interessati.

Covid più contagi per una nuova variante e per minore prudenza

Gentile redazione, non sarà che il recente aumento dei casi e dei ricoveri ordinari sia dovuto al fatto che gli ospedali hanno finalmente ripreso le attività e chi viene ricoverato è sottoposto a tampone e, se positivo, risulta, come erroneamente è sempre stato, tra i ricoverati solo “per Covid”?

Cristina Guercilena

 

Gentile Cristina, certamente sono aumentati i ricoveri per patologie non Covid e per gli interventi programmati che erano slittati a causa della pandemia. E dal momento che chi viene ricoverato è necessariamente sottoposto al tampone è presumibile che questo possa aver influito sul numero dei nuovi casi. Ma non è certo questa la spiegazione del recente aumento dei casi, dopo una fase nella quale sembrava che ci fossimo messi alle spalle la crescita vertiginosa dei contagi. Del resto, secondo autorevoli virologi ed epidemiologi, una possibile ripresa era prevedibile. Ed è legata anche all’allentamento delle misure prudenziali che ciascuno di noi adotta per evitare di contrarre il virus, a partire dal distanziamento sociale.

Un allentamento dovuto alla fine dello stato di emergenza e alla progressiva eliminazione delle misure restrittive imposte dal governo. Le ricordo, infatti che, a partire dall’1 aprile, non saranno più in vigore molte restrizioni. Prima di tutto ci sarà maggiore flessibilità per quanto riguarda il Green pass. Agli over 50 basterà infatti, avere il certificato che si ottiene a seguito dell’esecuzione del tampone. Inoltre per gli ultracinquantenni viene del tutto eliminata la sospensione dal lavoro (e dalla retribuzione) in caso di mancata vaccinazione. Il super Green pass inoltre non sarà più richiesto per salire sui mezzi di trasporto pubblico né per accedere a bar e ristoranti all’aperto. Dal 1° maggio, infine, il pass non sarà più richiesto. Un ritorno alla normalità che certamente influisce sul nostro modo di vivere e relazionarci agli altri, dimenticando a volte la prudenza. Senza contare che, soprattutto, dobbiamo fare i conti con una nuova variante, Omicron-2, che è più contagiosa della sorella Omicron e a cui si deve la ripresa della pandemia.

Natascia Ronchetti