Colleferro. È troppo alto il tasso di “fascistità” e di violenza nell’aria

Non c’era bisogno dei recenti fatti di cronaca, come l’omicidio di Colleferro, per capire che nel Paese è in atto, e a piede libero, una certa tendenza alla “fascistità”. Mi scuso per la brutta parola, ma siccome quando si parla di “fascismo” tutti saltano su come tappi a dire che non è allarmante, che sono casi isolati, eccetera eccetera, allora mi appello a quest’altra categoria dello spirito. Che sarebbe – i due fratelli di Colleferro e gli altri due accusati di omicidio lo dimostrano bene – più una predisposizione al fascismo, diciamo un’inclinazione armoniosa di accoglienza: ammazzare di botte la gente, del resto è una specialità della casa da almeno un secolo.

Si è letta sull’argomento molta sociologia improvvisata, come sempre in questi casi, e anche qualche tentativo di minimizzare: il bullismo, le arti marziali… Insomma, anche se stavolta sarà più difficile, sta sempre in agguato l’avvoltoio che dirà: “Ragazzate”. Il fatto che a Colleferro e dintorni li conoscessero tutti, e tutti sapessero del loro alto tasso di violenza e “fascistità”, non migliora le cose, anzi, sta a testimoniare che ampie dosi di quel virus, anche organizzate, sono vive e operative nel tessuto sociale, qui e là, in tutto il Paese. In qualche modo conosciute, in qualche modo tollerate, emergono poi a cose fatte, dopo il pestaggio, dopo il morto.

Eppure, l’argomento è frettolosamente circumnavigato, ogni volta l’attenzione si sposta su altri fattori, questa volta la polemica è virata sulle palestre e le arti marziali, altre volte sul disagio sociale, altre ancora sul bullismo, o lo spaccio. Insomma, c’è un gran lavorìo dei titolisti per allontanare dalle tragedie come quella di Colleferro (e se ne contano ormai parecchie) anche solo il sospetto di elementi di fascismo applicato. Poi, quando leggi le cronache, gli ambienti, le frequentazioni, i loro video sui social, i parenti che dicono “tanto ha solo ammazzato un immigrato”, ti accorgi che invece il tasso di “fascistità” è alto, anche quando non si tratta di fascismo conclamato tipo saluti romani e svastiche tatuate. Un’adesione fisica, insomma, quasi pre-ideologica, che si esprime a cazzotti e intimidazioni, che rappresenta, per le formazioni della destra ultras (e meno ultras), un notevole terreno di caccia.

Non è solo la cronaca nera, a rilevare varie pulsioni fasciste e molta “fascistità” già matura e pronta da cogliere. La manifestazione negazionista di Roma, per esempio, ha generato sui media un misto di condanna e sarcasmo, ma tutti incentrati sulla stupidità dei presenti. Il finto prete che parla del demonio, la signora preoccupata che la avvelenino coi vaccini, il complottismo esasperato e esilarante del “ci controllano col 5G”. Pochi hanno invece fatto notare che la manifestazione è stata convocata da Forza Nuova, formazione fascista, e che sul palco ha parlato il leader Giuliano Castellino, già condannato a cinque anni e sei mesi (primo grado) per aggressione. Insomma, grande biasimo e grande sarcasmo per i mattacchioni e gli svitati che danno la colpa del Covid a Bill Gates, ma poco scandalo sul fatto che un fascista già condannato per un pestaggio possa in qualche modo organizzare un raduno in piazza.

È come se questo conclamato e visibile aumento del tasso di “fascistità” nell’aria venisse un po’ volutamente ignorato, aggirato, sottaciuto o messo in ombra, un po’ come se creasse imbarazzo, o fastidio, invece di essere trattato per quello che è: una (un’altra!) emergenza nazionale.

Flick e il guazzabuglio logico dei tifosi del No

L’intervista al professor Flick, su Repubblica del 2 settembre, costituisce ulteriore prova del guazzabuglio logico e della sostanziale irrilevanza degli argomenti branditi da auguri e vestali del No al referendum.

Secondo il presidente emerito della Consulta, la riduzione dei parlamentari si risolverebbe in un provvedimento sorretto da ragioni di politica spicciola, legate al momento politico attuale. Per giunta “una misura sbagliata perché non tiene conto della differenza che vi deve essere tra una legge costituzionale e una ordinaria”. Nessuna delle due critiche appare condivisibile, con l’aggravante che la seconda è deviante sotto il profilo giuridico.

Sulla prima: collegare una riforma costituzionale a motivi quasi bagatellari rappresenta una forma quanto meno di scortesia da parte del professore nei confronti del Parlamento che, nella composizione numerica da lui difesa, l’ha approvata a larghissima maggioranza. Le ragioni di politica spicciola, aggravate dal legame con il momento politico attuale, sembrano risolversi in una critica alla decisione del Pd di saldare, sulla riduzione dei parlamentari, l’accordo di governo con M5S.

Sembra, però, inelegante assumere la sfera di decisioni di un partito come punto focale di valutazione di un tema che travalica le posizioni di singoli e associazioni e riguarda il futuro della nostra democrazia. Tutto questo in contrapposizione a una riforma che premia il miglioramento della rappresentanza, l’efficienza della produzione normativa e una riduzione di spesa (sulla quale il professor Perotti ha pronunciato parole definitive).

Quale legge, poi, è svincolata dal momento politico nel quale viene presa? Ovviamente nessuna. Il problema è la qualità del prodotto, in quanto capace di fornire risposte adeguate, anche in prospettiva, alle istanze che l’hanno determinato e rispetto a quali platee. La posizione dell’illustre accademico non si sintonizza così con gli assiomi della logica.

Sulla seconda: l’affermazione appare francamente incomprensibile. In che senso si dovrebbe tener conto della differenza tra legge costituzionale e legge ordinaria? Nel nostro caso il problema non si pone dal momento che per riformare il testo costituzionale occorre una legge di pari rango e forza, come è pacifico per la gerarchia delle fonti normative. In più semplici parole: per passare da 945 a 600 parlamentari non v’è altro modo che modificare le norme della Costituzione che prevedono i numeri più alti, sostituendole con altre di pari natura e valore, come peraltro è avvenuto. Anche nel 1963 quando si aumentò il numero dei parlamentari sulla spinta dell’avida partitocrazia, fu indispensabile il ricorso alla legge costituzionale. In quella circostanza, peraltro, non passarono tre mesi tra la legge costituzionale n. 2 del 9 febbraio e le elezioni tenutesi il 28 e 29 aprile del medesimo anno e disciplinate dalle leggi elettorali del 1948, ma con il ben più elevato numero di seggi! Individuare differenze tra tipi di legge e natura dei provvedimenti significa, alla stregua di quanto occorso, assumere una posizione per partito preso.

Probabilmente non volendolo, il professor Flick offre, tuttavia, argomenti sicuri per il taglio dei parlamentari quando sottolinea la delegittimazione dell’attuale Parlamento (quello cioè a quota 945), “messo nell’angolo nel dialogo tra Stato e Regioni sul federalismo” e addirittura “dimenticato nella sequenza dei famigerati Dpcm per contrastare il Covid”. A questi poco brillanti risultati delle due pletoriche Camere (che evidentemente funzionano tutt’altro che bene), il professore aggiunge la ciliegina dell’Election Day per riforma costituzionale ed elezioni regionali, “tale da mandare in tilt la capacità di decisione”. Sulla questione, tuttavia, dovrà modificare l’indirizzo del reclamo, rivolgendolo alla Corte costituzionale che ha dichiarato inammissibili i ricorsi contro l’unificazione della data delle elezioni. Cioè all’organo da lui, anni fa, prestigiosamente presieduto.

 

Gli errori più comuni, dall’Ikea all’oroscopo alla pagliuzza altrui

Per fuorviarci, i propagandisti non usano solo gli errori di ragionamento, ma anche i limiti della nostra mente, che possono portarla a commettere errori cognitivi. Altri errori per scorciatoia euristica: errore dello scommettitore (credere che le probabilità future siano modificate dalle occorrenze passate), della mano fortunata (credere che una persona avrà successo in un’iniziativa perché ha avuto successo in un passato evento casuale), dell’uovo oggi (preferire guadagni immediati a guadagni futuri), dello strumento abituale (sovrastimare un metodo conosciuto, sottovalutando alternative), della probabilità ignorata (non considerare la probabilità quando si decide nell’incertezza), della normalità (rifiutarsi di prevedere o di reagire a un disastro che non è mai successo prima), del risultato (giudicare una decisione in base al risultato ottenuto invece che sulla base della qualità della decisione quando fu presa), di pianificazione (sottovalutare il tempo necessario a eseguire un compito), di novità tecnologica (sopravalutare l’utilità sociale di un’invenzione o di un’innovazione, senza considerarne limiti e debolezze), di pseudocertezza (evitare il rischio se ci aspettiamo un esito positivo, scegliere il rischio se ci aspettiamo un esito negativo), di paradigma (effetto Semmelweis: rifiutare nuove evidenze che contraddicono un paradigma), di probabilità inferiore (giudicare la probabilità dell’intero come inferiore alle probabilità delle sue parti), di surrogazione (credere che la misurazione sia la realtà misurata).

Errori per motivazione emotiva o morale. Errore di sopra-e-sottovalutazione (effetto Dunning-Kruger: l’incompetente tende a sopravalutarsi un esperto in materia, l’esperto a sottovalutarsi), della pagliuzza (considerarsi meno fallaci di altri, vedere di più gli errori cognitivi altrui), della scelta rosea (ricordare le proprie scelte come migliori di ciò che furono), di stolidità (ricredersi in modo insufficiente di fronte a una nuova evidenza), di personificazione (caratterizzare animali, oggetti e concetti come se possedessero tratti, emozioni e intenzioni umane), di rinculo (rinforzare la propria opinione precedente per svalutare un’evidenza), della suggestione continua (credere a un’informazione sbagliata anche quando è stata corretta), di declinismo (credere che la società o un’istituzione tenda al declino, o che il futuro sia nero, rispetto a un passato dorato), di empatia ignorata (sottostimare l’influenza dei sentimenti, in sé e negli altri), di oroscopo (giudicare accurata la descrizione di sé fornita da altri in termini generici, ma presentata come personalizzata), di framing (trarre conclusioni diverse da una stessa informazione, a seconda di come viene presentata), della difficoltà attribuita (giudicare una difficoltà come eccessiva rispetto a ciò che è davvero), dell’ostilità attribuita (interpretare il comportamento altrui come ostile, anche se non lo è), dell’Ikea (dare più valore a ciò che assembliamo noi stessi, a prescindere dalla qualità del risultato), del controllo (sovrastimare la propria influenza sugli eventi), dell’impatto (sovrastimare la durata o l’intensità dell’impatto di stati emotivi futuri), dell’insensibilità alla dimensione (sottovalutare la variazione in esempi di ridotte dimensioni), della simpatia (dare preferenza indebita a qualcosa solo perché ci è familiare), della credenziale morale (autorizzare un proprio pregiudizio in base ai propri non-pregiudizi passati).

(6. Continua)

Mail box

 

 

 

È importante la base regionale del Senato?

Deluso e amareggiato, mi sono accorto che Marco Travaglio ritiene “buono” il correttivo della base circoscrizionale al Senato. Ma tolta la base regionale al Senato ci avvieremo al congedo delle Regioni storiche verso le aggregazioni macroregionali.

Michelangelo Castellarin

 

Caro Michelangelo, si figuri che io le Regioni le abolirei proprio!

M. Trav.

 

La ministra Azzolina sta lavorando bene

Mi è piaciuta la vostra intervista alla ministra Azzolina. Ma qualcuno nel frattempo mi sembra impegnato a tentare di trasformarla, con un certo disgustoso sessismo, in un bersaglio, come accadde a Toninelli. Durante il governo Conte I, l’ex ministro non mi è mai parso meno impreparato di altri. Anche se non ho mai accettato che abbia lasciato mano libera su ogni infrastruttura, valutando secondo costi-benefici solo il Tav. Eppure però subì invece un massacro mediatico per farlo diventare una macchietta, epitome di tutto il M5S. La scuola ha tanti e seri problemi e non mi pare che perdere tempo nel trovare bersagli aiuti a risolverli. Sono felice che la Azzolina abbia sufficiente spirito per non prestarsi a ciò.

G. C.

 

Ricordiamoci dei danni di Fitto in Puglia

Il centrodestra ha distrutto la sanità pubblica in Puglia, per non parlare delle Ferrovie Sud-est e della gestione rifiuti. Emiliano invece è l’immagine di un Pd “per bene”. Ma ha continuato politiche alla Fitto: come aver nominato persone di destra in Anpal. Ora nelle liste di Emiliano ci sono molti esponenti dell’ex (ex?) centrodestra: uno per tutti, Pippi Mellone, che voleva chiudere l’Anpi a Nardò. C’è poi tra le file del Pd un trasformista per eccellenza. Tale Alessandro Delli Noci: nell’ordine Centrodestra, Udc, poi con Salvemini (sindaco di Lecce), quindi ora con Emiliano. Onestissimo, ma in assoluto inaccettabile. Anche per questo non voterò mai Emiliano. Il mio voto per i 5Stelle è inutile? Se non fosse per la Laricchia, andrei al voto solo per il taglio dei parlamentari, ovviamente per il Sì.

Marco M.

 

Complimenti a voi per l’intervista a Conte

Volevo complimentarmi per l’intervista al premier Conte alla festa del Fatto. Un bell’esempio, per me che vivo in Uk, di giornalismo anglosassone, con giornalisti cortesi ma incalzanti. Una rarità.

Marco Marcello

 

Stupore e disappunto. Queste le reazioni di Nando dalla Chiesa quando scopre – con quasi cinque anni di ritardo – che il Garante nazionale si chiama Garante dei diritti delle persone private della libertà e non come preferirebbe lui Garante dei detenuti. Lo stupore si trasforma in una rivendicazione linguistica e sociale. Vengono scomodati Tullio De Mauro e Italo Calvino, i netturbini e le collaboratrici domestiche. E vengono evocati in un curioso melting pot gli ergastolani (chiamati “fine pena mai” con un classico travestimento semantico che tanto aborre), le mogli degli uomini di mafia, i testimoni di giustizia, i bambini schiavi, le prostitute minorenni, gli ostaggi vittime dei sequestri. Se il Garante è delle persone private della libertà, è la conclusione del sociologo, si deve occupare anche di loro. Tra tanto stupore, ciò che stupisce davvero è la non conoscenza da parte dell’autore della definizione di privazione della libertà data dalle Nazioni Unite nel 2002, intesa come “ogni forma di detenzione o imprigionamento o collocazione di una persona in un luogo sotto custodia che non le sia consentito lasciare volontariamente, su ordine di un’autorità giudiziaria, amministrativa o di altro tipo”. È a questo che fa riferimento il nome del Garante nazionale. Non solo, quindi, ai detenuti. Anzi – come è noto ai più – l’area penale è solo uno dei quattro ambiti di intervento dell’Autorità di garanzia. Ci sono anche l’area dei migranti, con particolare riferimento ai Centri di permanenza per i rimpatri, agli hotspot e ai rimpatri forzati; l’area delle Forze di Polizia, con le camere di sicurezza e i locali ai posti di frontiera; l’area della salute, in particolare relativamente ai trattamenti sanitari obbligatori e alle strutture residenziali per persone con disabilità o anziane, come è emerso con evidenza in questo tempo di Covid. Nessun travestimento semantico, dunque e nessuna peste del linguaggio. Solo un termine per fare chiarezza, solo parole a cui conseguono fatti. Perché il carcere e i detenuti sono solo una parte di un tutto più vasto. Quello, appunto della privazione della libertà. Più che un linguista, forse serve un giurista.

Mauro Palma, Garante dei diritti delle persone private della libertà

 

Molte cose non so di diritto. Ma so per certo che cosa scrive oggi il sito del ministero della Giustizia: “Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale”. Prima missione dichiarata: vigilare sull’esecuzione penale (non uno dei tanti ambiti, dunque). Il medesimo garante (persona stimabilissima) si attribuisce invece un’altra definizione, ossia “Garante delle persone private della libertà personale”, liberandosi della parola proibita. Così la lingua si distacca dalla realtà (anche giuridica) e semina, come spesso accade in questi casi, confusione nel vocabolario e nel buon senso.

Nando dalla Chiesa

Scuola. Meglio il rientro improvviso che non riprendere affatto le lezioni

 

 

Caro “Fatto”, ho 15 anni, frequento un liceo di Avellino e sono appassionato di politica e del Fatto Quotidiano in versione cartacea, che leggo avidamente. So che può sembrare strano. Scrivo questa email alle 00.21. Ciò di cui parlo potrà sembrare banale e superfluo, ma per me non lo è. Perché è l’ennesima manifestazione di un sistema scolastico marcio, che non dipende dal ministero ma dal basso e che ha perso di vista il suo scopo. Alle 19.13 ho saputo che, improvvisamente, fra poche ore avrei ricominciato le lezioni. Se questo vi sembra un messaggio di un ragazzo che non ha voglia di tornare a scuola vi sbagliate. Sono sempre andato bene, spesso benissimo e l’ho fatto semplicemente studiando. Ma oggi è stato toccato il mio orgoglio, il mio grido di libertà, la mia voglia di capire perché l’incubo di iniziare la scuola da un momento all’altro si sia avverato e in un modo vile… Secondo voi si possono richiamare “al lavoro” gli studenti due giorni prima con un messaggio Whatsapp?

Rivedrò alcuni dei miei prof. che ovviamente vorranno integrare gli argomenti, interrogare, controllare i compiti. Ma io ho fatto ben poco perché prevedevo di avere ancora qualche settimana di libero sfogo. So che per le ordinanze è tutto corretto, per me non lo è.

Gabriele

 

Caro Gabriele,credo che ormai tu abbia già iniziato le lezioni e, se ti va, facci sapere come è stato tornare a scuola. Come scrivi nella lettera, che abbiamo dovuto accorciare, è tutto regolare: le scuole, i Comuni, le Regioni hanno la loro autonomia gestionale sulla scuola perché questo permette loro di adeguare l’organizzazione alle forze e agli strumenti che hanno a disposizione. Tutti i territori, infatti, sono diversi. Quest’anno, poi, è tutto più difficile e pare che l’abbiano capito anche i politici: rientrare a scuola è fondamentale e vale la pena smorzare le polemiche. Abbiamo trascorso un periodo di emergenza, bisogna lavorare per evitare che ce ne sia un altro e spero che anche i tuoi docenti ne tengano conto nel giudicare qualche compito non fatto per tempo. Continua sempre a pretendere l’efficienza cui hai diritto (che non capiti, in tempi normali, di saperlo con così poco preavviso!) ma chiudi un occhio solo per questa volta: la scuola che ricomincia all’improvviso è un incubo, il rischio che non inizi proprio o che non dia la possibilità di recuperare, è peggio. Facci sapere!

Virginia Della Sala

Renzi e le trame del Csm non potremo più leggerle

Matteo Renzi che al generale Michele Adinolfi svelava nel 2014 quel che pensava davvero dell’allora premier in carica quando in pubblico diceva “Letta stai sereno”. E ancora, la conversazione del marzo 2017 tra il medesimo leader di Italia Viva con il babbo Tiziano appena investito dall’inchiesta Consip o anche le trame dietro le nomine dei magistrati. Tutto questo non finirà mai più sulle pagine di un quotidiano.

Le intercettazioni penalmente irrilevanti, ma politicamente no, dal primo settembre scorso sono destinate a rimanere segrete, senza neanche essere trascritte, nel calderone di un archivio digitale che ogni procura sta cercando di mettere a punto tra mille difficoltà (come spieghiamo accanto). Sono le conseguenze della riforma che da dieci giorni a questa parte ha cambiato la disciplina delle intercettazioni. Nel nuovo regime, la tutela della privacy ha prevalso sull’interesse dei cittadini a essere informati anche di ciò che non sia ritenuto strettamente legato alle indagini. Con conseguente danno per la stampa.

Per tutti i procedimenti iniziati dal primo settembre, quindi, nessuna intercettazione che riguarda dati sensibili o irrilevanti ai fini delle indagini finirà più nei provvedimenti agli indagati. “Conversazione non rilevante” sarà la frase che più si leggerà all’indomani del deposito degli atti. Non si potranno leggere nelle ordinanze di misura cautelare, nè nei decreti di autorizzazione o proroga delle intercettazioni né tantomeno nelle informative. E pure nelle richieste di misura cautelare dei pm verranno riprodotti, solo “i brani essenziali delle comunicazioni e conversazioni intercettate”. I nuovi principi sono rimarcati nelle circolari delle principali Procure (Milano, Napoli e Roma), in cui vengono indicate nuove disposizioni per operare alla luce della riforma.

Chi sceglierà dunque le intercettazioni rilevanti o meno sarà la polizia giudiziaria. I procuratori, consci del pericolo di delegare in bianco alle polizie questo delicato compito, nelle circolari raccomandano ai pm nell’attività di “vigilanza e direzione delle indagini” il controllo di “una rigorosa selezione” e prescrivono una “interlocuzione costante anche informale”. I magistrati dovranno vagliare ogni passaggio e “i casi dubbi dovranno essere tempestivamente sottoposti” alla loro valutazione, come sottolineato nella circolare della procura di Napoli.

Tutto ciò che non sarà strettamente legato alle indagini o che riguarda la privacy degli intercettati, resterà dunque sconosciuto ai più, limitando anche il controllo da parte della stampa sull’operato dei potenti intercettati e in genere dei terzi sulle scelte della magistratura. Dimentichiamo tutti i casi in cui a scoprire pasticci nelle trascrizioni delle conversazioni sono stati avvocati o giornalisti. È scritto nella circolare del procuratore capo di Napoli, Giovanni Melillo: “Nelle richieste di misure cautelari” saranno “riprodotti soltanto i brani essenziali delle comunicazioni e conversazioni intercettate”. E lo stesso varrà anche per le informative di polizia giudiziaria. “Benché tale disposizione non sia espressamente riferita anche agli atti d’indagine – scrive Melillo – sarà necessario che la polizia giudiziaria si attenga al medesimo principio nella redazione delle annotazioni che danno conto (…) degli esiti delle intercettazioni”. “Di regola, delle intercettazioni rilevanti – si aggiunge – la polizia giudiziaria riferirà al pm con annotazioni brevemente riassuntive del loro contenuto, riproducendo il tenore letterale delle stesse” solo qualora risulti necessario “per la compiuta rappresentazione dei fatti”.

Sebbene quelle trascritte per intero negli atti saranno davvero poche, tutti gli audio delle conversazioni saranno conservati nell’archivio digitale segreto, al quale potranno avere accesso, a parte polizia giudiziaria e pm, gli avvocati degli imputati.

Qui un nuovo passaggio: qualora i legali dovessero ritenere rilevante qualche intercettazione esterna agli atti, ne potranno chiedere la trascrizione al gip. Che, sentito il parere del pm, può autorizzare o meno. Se la risposta è negativa, quelle conversazioni andranno distrutte. Nella circolare della Procura di Napoli si ribadisce che “il pm dovrà vigilare in modo particolarmente penetrante perché non siano documentate intercettazioni di cui è vietata l’utilizzazione”, in primis i colloqui dell’indagato con il difensore. “Nei casi di conversazioni irrilevanti o non utilizzabili”, la polizia giudiziaria, nei brogliacci di ascolto, dovrà omettere ogni indicazione sul contenuto e dovrà indicare solo “i soggetti in comunicazione”, sigillando tutto con “conversazione non rilevante ai fini delle indagini” o “conversazione non utilizzabile”.

Ci sono poi le conversazioni con parlamentari, quando vengono intercettati “per caso”. Come è avvenuto nell’indagine della Procura di Perugia con i colloqui tra Palamara e i deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti. La circolare della Procura di Milano spiega che in questi casi si “dovrà omettere ogni indicazione relativa al loro contenuto”, indicando solo “i soggetti in comunicazione, gli estremi identificativi del progressivo con data e orario delle conversazioni, aggiungendo la dizione (…) ‘conversazione con parlamentare’”.

Nuove intercettazioni, ecco cosa non funziona

Dopo sei rinvii e tre anni, alla fine la riforma delle intercettazioni di Andrea Orlando, fatta propria con numerose correzioni dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, entra in vigore. Il debutto è slittato (causa Covid-19) al 1° settembre. Data infausta per ovvie ragioni. Le Procure sono state impegnate in una corsa contro il tempo in pieno agosto con gli uffici a mezzo servizio. I capi delle Procure hanno emanato alcune circolari per spiegare ai pm come funziona concretamente l’uso delle intercettazioni nella nuova era. Il 6 luglio, il procuratore Francesco Greco, a Milano, ha scritto una direttiva di 10 pagine, il 10 luglio è intervenuto con una circolare di 13 pagine Giovanni Melillo a Napoli, mentre il 4 agosto, Roma ha emanato una nota del Procuratore Michele Prestipino e dell’aggiunto Paolo Ielo. La novità principale della normativa è l’Adi (Archivio Digitale delle Intercettazioni), nel quale saranno “conferite” tutte le intercettazioni, sia quelle rilevanti per il pm sia quelle che lo stesso ritiene irrilevanti. I difensori poi potranno a tempo debito ascoltare gli audio e chiedere di trascrivere, salvandole dalla distruzione, altre conversazioni ritenute utili. Sarà alla fine il giudice delle indagini preliminari a dire cosa va tenuto e cosa distrutto e il teatro di questo duello sarà la sala ascolto. A Roma, per esempio, sarà situata al piano terra della palazzina C di piazzale Clodio. I varchi di accesso saranno vigilati. Chiunque entri (avvocato o magistrato) sarà schedato e video-registrato e dovrà lasciare il telefonino in un armadietto. Niente foto al pc. Niente a che vedere con il regime attuale. I legali potevano estrarre comodamente una copia degli audio e delle trascrizioni che poi spesso (non solo da parte loro) finivano nelle mani dei giornalisti. La nuova legge mira a spezzare questo circuito, vizioso evidentemente per il legislatore ma talvolta virtuoso, come insegnano numerosi casi di cronaca da Consip in giù. Spesso le conversazioni definite irrilevanti dai pm non lo erano affatto per il pubblico. Solo grazie ai giornalisti – che spesso le vagliavano con maggiore attenzione – quelle intercettazioni riprendevano vita nel dibattito pubblico. Ora invece (vedi il pezzo accanto) andranno distrutte.

Ma come funziona l’iter per la separazione delle intercettazioni “buone” o “rilevanti” (da conservare) da quelle “cattive”, perché ritenute lesive o non inerenti all’indagine, invece da distruggere? Al termine delle operazioni di intercettazione o al massimo dopo la chiusura delle indagini preliminari (se e quando il giudice autorizza per ragioni di segretezza il differimento del conferimento all’archivio) tutti gli audio e i verbali di trascrizione dovranno sparire dalla circolazione ed essere travasati nell’archivio. Nella pratica la polizia giudiziaria va all’archivio con dischetti e pen drive per il travaso di file audio e verbali. Poi distrugge ogni copia e supporto.

Le regole valgono per tutti i procedimenti iscritti dal primo settembre. In teoria dovrebbe già essere in vigore. In pratica ci sono molti intoppi.

Il primo problema è il limite tecnologico delle attrezzature informatiche messe a disposizione dal ministero. Al Fatto risulta che – nelle prove tecniche di queste settimane – alcune intercettazioni si sono perse nel travaso all’archivio digitale.

Non solo. Per ora i sistemi adottati permettono di conferire nell’archivio e mettere a disposizione dei legali solo 5mila progressivi alla volta. Ogni progressivo corrisponde a una telefonata. Nelle indagini lunghe non è raro trovare un solo “bersaglio” telefonico che produce più di 100mila telefonate con conseguenti 20 riversamenti.

L’altro problema è quello delle postazioni di ascolto. Roma disporrà di una sala con 35 postazioni riservate agli avvocati, ma per esempio a Caltanissetta saranno solo 4 e a Perugia appena 2. Numeri esigui per i maxi-processi. Il rischio è che gli avvocati chiedano di ascoltare tutti insieme le intercettazioni di un fascicolo, facendo saltare il banco. Il ministero sta cercando le soluzioni al problema del tetto dei 5mila progressivi “travasati” al giorno: si dice che presto si dovrebbe arrivare a 17mila.

Un altro grande problema è la parolina “immediatamente”. La riforma appena entrata in vigore impone alla polizia giudiziaria di trasferire ai pm i risultati delle intercettazioni “immediatamente” dopo la fine delle operazioni. I tre capi delle Procure di Roma, Milano e Napoli propongono nelle loro circolari, con vari accenti, un’interpretazione della norma per addolcire quel termine. Conferire immediatamente dopo la fine dell’intercettazione su un telefono renderebbe difficile poi per la Polizia giudiziaria scrivere l’informativa per il pm. E così – per la circolare di Melillo – “l’espressione ‘immediatamente’ deve essere riferita alla chiusura delle complessive attività di intercettazione svolte nell’ambito del procedimento, in tale nozione dovendosi ricondurre non solo le operazioni di registrazione ma anche quelle concernenti la redazione dei verbali di trascrizione”. In pratica solo quando la Polizia trascrive l’ultimo verbale di intercettazione scatta l’obbligo di conferire e distruggere le copie.

La distruzione delle copie pone un altro problema: se il server salta o si brucia? Per il procuratore di Napoli Melillo, non ci sono eccezioni o dubbi per le ditte private che fanno le intercettazioni su delega dei pm: “Eseguito il conferimento e verificata la corretta esportazione dei dati nell’archivio digitale, il gestore procederà alla cancellazione dai propri server delle registrazioni e dei verbali conferiti, rilasciando conforme attestato, del quale si darà atto nei provvedimenti di liquidazione delle relative spese”.

Quindi non si potranno pagare le ditte se prima queste non rilasciano una quietanza della distruzione. La Procura di Roma nelle sue disposizioni interne più recenti ha tentato di salvare capra e cavoli: “Fino a nuova disposizione effettuato il conferimento i supporti mobili contenenti il materiale conferito sono custoditi presso l’archivio delle intercettazioni fino alla definizione del primo grado di giudizio”. Per qualche tempo quindi, anche se l’archivio digitale andasse distrutto, grazie a questa sorta di archivio fisico temporaneo dei supporti delle intercettazioni, a Roma qualcosa resterebbe. La Procura di Napoli, invece, è per la linea drastica e parla di “distruzione o formattazione dei supporti informatici utilizzati per l’esportazione dei dati”.

Attilio dixit: “Non abbiamo colpe”

Nella gestione della crisi Covid-19, noi non abbiamo sbagliato niente, mentre voi del governo non ne avete azzeccata una. La responsabilità della strage è tutta dell’esecutivo, come dimostra il rapporto segreto del Cts mai conosciuto da Regione Lombardia. In sintesi, è stata questa ieri la linea difensiva durante il dibattito sulla mozione di sfiducia presentata da tutte le opposizioni (meno Italia Viva) contro il presidente Fontana (respinta con 49 no e 29 sì). Il dibattito, a tratti surreale, si era aperto col “derby” delle mascherine: da una parte i consiglieri Pd che indossavano le chirurgiche, per ricordare come la Regione più ricca d’Italia si sia trovata senza Dpi, dall’altra i colleghi della maggioranza che brandivano quelle “a fenicottero” inviate da Roma. Anche il M5S ha fatto la sua parte, regalando alcuni scatoloni a Fontana e alla sua Giunta per “fare le valigie”.

Un muro contro muro: da una parte Pd, M5S e +Europa a ricordare la carenza di tamponi; gli ospedali trasformati in bombe di contagio; le mancate zone rosse di Alzano e Nembro; l’Ospedale alla Fiera; l’inchiesta Diasorin; le centinaia di medici di base mandati allo sbaraglio senza protezioni; i regali alla sanità privata. Dall’altra, la maggioranza a ripetere della Lombardia “sfortunata” e colpita da una situazione senza precedenti nel modo più pesante; la lacunosa gestione degli aiuti; l’eccessivo utilizzo di decreti. E, soprattutto, il famoso rapporto segreto del Cts. E quando a Fontana è stato fatto presente che quel rapporto fosse in mano a un suo fedelissimo fin dall’inizio (il presidente dell’Areu, Alberto Zoli), anzi, che fosse stato proprio Zoli a illustrarlo al Cts, come svelato dal ministro Roberto Speranza, l’unica risposta è stata: “Vorrei far presente che se Regione Lombardia è composta da persone serie, che avendo sottoscritto un patto di riservatezza mantengono riservate le notizie in loro possesso, non una colpa, ma una dimostrazione di serietà”…

Ma la più strenua difesa di Fontana, quella che ha suscitato più di una standing ovation della maggioranza, è arrivata dalla parte dell’aula dove siede chi non governa. Dalla consigliera di Italia Viva, Patrizia Baffi: “L’opposizione non ha né i numeri né le prove per emettere un giudizio di colpevolezza”, ha attaccato. “Presidente, qualcuno le deve delle scuse”, perché mozioni come quella in discussione “sollecitano gli animi forcaioli”, creando un “clima da Anni di Piombo”. E per dimostrare la tesi, non ha esitato a ricordare come fuori dal Pirellone ci fossero i militanti del Carc con i cartelli “Fontana assassino”. Un’elegia tanto smaccata, da essersi meritata uno scatolone del M5S pure lei, sebbene non fosse stato preventivato a inizio seduta.

Caso camici-Fontana: Dini puntava a 2,7 milioni di euro

Per lui si è mossa a difesa anche Giulia Martinelli, influente zarina lombarda, già compagna di Matteo Salvini, e capo segreteria del presidente della Regione Lombardia. È lei che ha raccontato di un Attilio Fontana “sbigottito” davanti alla notizia del contratto siglato tra l’azienda di suo cognato e la centrale acquisiti della Regione (Aria) per la fornitura di 75 mila camici al costo di 513 mila euro. Lo stesso governatore in diverse uscite pubbliche ha spiegato di essere tranquillo e fiducioso che tutto si sgonfierà. In realtà i recentissimi sviluppi dell’indagine milanese vanno nella direzione opposta svelando come l’affare dei camici per la Dama di Andrea Dini, cognato di Fontana, fosse di ben altra portata rispetto al già noto mezzo milione. Stando a quanto risulta in Procura, infatti, il guadagno a cui puntava Dini era di 2,7 milioni di euro, un tesoretto che equivale a circa 450 mila camici che Dama avrebbe voluto fornire ad Aria e al Pio Albergo Trivulzio (Pat).

Nulla, dunque, che abbia a che fare con le presunte donazioni di cui Dini e Fontana hanno parlato solo successivamente. Anche perché Dama, risulta in Procura, a causa del Covid vedeva all’orizzonte l’annullamento pressoché completo del fatturato 2020. L’affare dei 2,7 milioni, come emerge dall’indagine, sarà discusso in più occasioni, ma non andrà mai in porto e al momento non è oggetto di contestazioni da parte dei pm. Ai magistrati risulta però chiaro quale fosse il progetto di Dini.

Il cognato del governatore la cui azienda è titolare del noto marchio Paul&Shark intendeva lavorare su due fronti. Il primo è quello di Aria dalla quale Dama il 16 aprile otterrà l’ormai famoso affidamento per la fornitura di 75 mila camici. Fornitura mai completata e dalla quale nasce l’indagine che vede indagati Fontana, il cognato Dini e l’ex dg di Aria Filippo Giovanni. Tutti accusati a vario titolo di turbata libertà nella scelta di contraente e di frode in pubbliche forniture, reato quest’ultimo contestato al presidente della Regione. Quel mezzo milione, dunque, sarebbe stato solo un “piccolo antipasto” prima del “piatto principale” rappresentato dalla fornitura ad Aria di 1,2 milioni di euro di camici. Il progetto, secondo l’indagine, avrebbe ottenuto anche un ok informale dallo stesso Bongiovanni (resterà però solo sulla carta).

Ancor più robusto il fronte del Pio Albergo Trivulzio (Pat), la storica Baggina dei milanesi, già travolta dall’indagine sulle morti sospette da Covid nelle sue Rsa. Qui, al momento, nessun dirigente risulta indagato. Il copione è però identico con l’ipotesi di un conflitto d’interessi, visto che le nomine dei vertici sono condivise tra Comune e Regione. La vicenda del Pat era già stata svelata dal Fatto l’8 agosto scorso. Ora anche questa storia rientra negli atti dell’inchiesta. Pure qui, come per Aria, si assiste a un “antipasto” servito il 30 aprile con un affidamento diretto in regime di urgenza per la fornitura di 6.600 camici a 48.312 euro. Viene siglato due settimane dopo quello di Aria. Il 27 aprile Ugo Ammannati, responsabile dell’area Alberghiero-Economale e Provveditorato del Pat, avvia una procedura negoziata in regime di urgenza per la fornitura di 224 mila camici per circa 1,5 milioni. La determina sarà vistata anche dal direttore del Dipartimento tecnico-amministrativo Rossana Coladonato e passerà sul tavolo del dg Giuseppe Calicchio, indagato per le Rsa e la cui nomina al Pat fu proposta da Fontana.

Questo, secondo la Procura, l’obiettivo di Dama che puntava a guadagnare 1,5 milioni di euro. Ancora a fine aprile il Pat necessita di mille camici al giorno. Da qui l’avvio della procedura negoziata che dovrà concludersi il 12 maggio, data troppo lontana rispetto alle esigenze, e che consiglia Ammannati a firmare l’affidamento a Dama dei 6.600 camici. L’azienda di Andrea Dini partecipa anche alla gara negoziata per i 224 camici. Inizialmente si presentano 21 aziende scelte, si legge nelle determina, “sulla base delle informazioni riguardanti la qualificazione economica, tecnica, professionale”. Dama, invece, stando al documento, “si presenta attraverso i contatti con l’area Alberghiero-Economale” insieme ad altri quattro. Dei 26 partenti presenteranno l’offerta in 4. Tra loro Dama che consegna l’offerta 4 minuti dopo la chiusura fissata alle 12 del 12 maggio. La procedura negoziata sarà però revocata con una determina del 3 giugno perché “la Protezione civile Regione Lombardia ha garantito il fabbisogno urgente di camici”. In quello stesso periodo con un’intervista ad Andrea Dini, Report svela lo scandalo dei primi 75 mila camici.

Allarme test rapidi negativi di agosto: “Uno su sei si è poi rivelato positivo”

I tamponi rapidi per il Covid funzionano? Non del tutto. Oltre una persona su sei fra quelle risultate negative al ritorno dalle vacanze in agosto, in realtà era positiva. Quasi una su tre, fra quelle analizzate con il test meno affidabile. Lo rivela una relazione riservata dell’Istituto Spallanzani di Roma, di cui Il Fatto Quotidiano è in possesso. Il documento di sei pagine, sottoscritto dalla direttrice del laboratorio, Maria Rosaria Capobianchi, è allegato a una missiva del 20 agosto del dirigente dell’Area rete ospedaliera della Regione Lazio, Giuseppe Spiga, che invita all’utilizzo dei test rapidi anche nei pronto soccorso. Si tratta dei tamponi veloci impiegati da Ferragosto all’aeroporto di Fiumicino.

Il documento mette nero su bianco i dati sulla validazione dei test antigenici prodotti dalla Sd Biosensor Inc., lo “Standard Q” e lo “Standard F”, utilizzati nell’ultimo mese proprio su spinta dello Spallanzani e dell’unità di crisi della Regione Lazio. I tamponi sono stati rianalizzati in laboratorio fra Roma e Emilia-Romagna, ma il risultato non combacia. Per quanto riguarda lo “Standard Q”, di 850 test risultati negativi sul posto, infatti, ben 256 in realtà erano positivi, il 30% del campione. Migliori i dati relativi allo “Standard F”, il tampone con “segnale fluorescente”: di 306 test rapidi risultati negativi, 55 erano positivi (il 18% circa). Si tratta di “dati di sensibilità clinica” non in linea con quelli dichiarati dalla società produttrice dei tamponi.

Il discrimine, a quanto emerge, è da ricercarsi nella carica virale dei soggetti. In relazione al test dichiarato più affidabile, lo “Standard F”, emerge come un’infezione al 10% presenti un valore predittivo positivo “solo” del 76,94%, mentre in presenza dello 0,5% di prevalenza il dato scende fino al 13,11%. “Il campione di tamponi positivi utilizzato nell’analisi è rappresentativo della situazione epidemiologica attuale – si specifica nel documento – con carica virale relativamente bassa se paragonata ai valori osservati sui soggetti, per lo più pazienti sintomatici, analizzati nel periodo di massima attività epidemica”. Il campione preso in esame dallo studio è di 933 test per lo “Standard Q” e 359 per lo “Standard F”, ma nello stesso periodo, in porti e aeroporti, sono state testate almeno 4.000 persone al giorno. I “falsi negativi”, dunque, potrebbero essere migliaia.

I prodotti della Biosensor Inc sono arrivati anche nei drive-in e l’idea è di allargarli ai pronto soccorso. Lo Spallanzani punta sui test antigenici e la Regione Lazio, accodandosi al bando del Veneto, ha annunciato l’acquisto di 1 milione di tamponi rapidi per utilizzarli nelle scuole: lo stesso kit, infatti, è in grado di analizzare 20 perone, praticamente una classe intera. “È un rischio che ci siamo presi, ma è meglio di niente, nessuno ti dà la sicurezza al 100%”, spiega Pier Luigi Bartoletti, medico e componente dell’unità di crisi regionale del Lazio. Dall’introduzione di questi test, la città di Roma ha quintuplicato i tamponi effettuati, dato cui si sta accodando il resto del Paese. Solo il Lazio viaggia a un ritmo di 10.000 tamponi al giorno, di cui l’80% sono appunto test rapidi.

“Non ci risulta che alcun falso negativo abbia generato focolai”, tranquillizza ancora Bartoletti, che aggiunge: “Sono complementari ai tamponi tradizionali e ai test sierologici, ognuno ha la sua funzione”. Né il Lazio né il Veneto hanno comunicato il costo complessivo della maxi-fornitura di tamponi: “Passa tutto dalla struttura commissariale del governo”, spiegano dalla Regione Lazio.