Isolamento da 14 a 7 giorni “Perdiamo il 7-8% dei casi”

Ricorda il professor Andrea Crisanti, virologo dell’Università di Padova, che “la maggior parte delle persone risulta positiva a due giorni dal contagio e presenta sintomi dopo cinque, un 7/8 per cento però può essere riconosciuto solo più tardi. Per questo l’isolamento è stato esteso a 14 giorni nel periodo che abbiamo chiamato di contenimento del virus, ora invece siamo nella fase della convivenza”. È una parziale apertura al dibattito europeo sulla riduzione dei tempi della quarantena. La Francia ha accelerato, il ministro della Sanità, Olivier Véran, ha detto che il Consiglio scientifico “considera possibile ridurre l’isolamento da 14 a 7 giorni in certe situazioni” e ha rinviato la decisione al Consiglio di difesa di venerdì. Spiega che “si è più contagiosi nei primi 5 giorni dopo la comparsa dei sintomi o dopo un test positivo. Poi la contagiosità diminuisce”. Peraltro, segnala Véran, “la maggior parte dei francesi non rispetta le misure”. La Commissione europea è disponibile. Dei cinque giorni di forte contagiosità ha parlato ancora, nei giorni scorsi, Christian Drosten, virologo di punta dell’ospedale Charité di Berlino. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha ipotizzato la riduzione a 10 giorni dell’isolamento.

Il filo rosso che lega Parigi, Berlino, Bruxelles e Ginevra è la preoccupazione per l’economia. Roma si adegua, ne discuterà il Comitato tecnico scientifico. I sette o i dieci giorni sono possibili “se verranno confermate le evidenze scientifiche in tal senso”, osserva il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri. Il ministro Roberto Speranza auspica una linea comune in Europa.

A Massimo Galli, direttore delle malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, la linea francese non piace: “È una scelta burocratica in un Paese pieno di infezioni, come la scelta dei 14 giorni o quella italiana di obbligare alla quarantena chi viene da Romania e Bulgaria e fare solo il tampone a chi arriva da Spagna, Grecia, Malta e Croazia. L’Oms aveva indicato che si poteva rientrare al lavoro dopo 14 giorni senza tampone perché al suo interno ci sono Paesi poveri e meno organizzati che non possono moltiplicare i test”. Anche nella Francia ricca e organizzata Véran ha detto che non andranno oltre il milione di tamponi a settimana; oggi sono di meno. In Italia Crisanti ha proposto di farne 3-400 mila al giorno, il triplo degli attuali, proprio perché l’apertura delle scuole, la ripresa del trasporto pubblico e il voto del 20 e 21 settembre moltiplicheranno le occasioni di contagio, per di più in vista dell’influenza. Il governo sta valutando, nel Comitato tecnico scientifico si dubita della possibilità di superare il milione di tamponi a settimana.

Il vero problema, secondo Crisanti e Galli, è sempre quello di tenere alto il numero dei test: “Le persone che escono dall’isolamento dopo sette giorni lo fanno o no? Mi pare di capire di no. Senza, c’è maggiore probabilità di mettere in circolo degli asintomatici”, avverte il professore del Sacco di Milano. “Ridurre la quarantena evitando la responsabilità di fare più tamponi sarebbe pura demagogia”, taglia corto il professore di Padova. La sua proposta prevede investimenti su laboratori e macchine, ma c’è da potenziare anche le aziende sanitarie territoriali se è vero che a Milano, come scriveva ieri il Corriere della Sera, superati gli attuali cento casi al giorno, non si è più in grado di fare il tracciamento. “Ogni persona ha in media una decina di contatti, cento positivi sono mille persone da tracciare, isolare e controllare. Oggi sono quasi 1.400 contagi in tutta Italia, vuol dire 14-15 mila persone da tracciare. In Francia hanno migliaia di casi al giorno, in breve milioni di persone in quarantena. È chiaro che il periodo può essere accorciato, per questo ho proposto di fare il test subito, a 48 ore dal contatto. Poi, se negativo, l’asintomatico può andare ma se possibile dev’essere ricontrollato”. I rischi? “Può rimanere fuori il 7/8 per cento dei casi, ma è come il metro o i due metri di distanza, nessuno lo sa davvero. Mi preoccupa che si proceda senza dati certi”.

C’è anche chi propone di rinunciare di abbandonare il criterio del doppio tampone: “Ho l’impressione che ci sia la volontà di un ritorno alla normalità a tutti i costi quando invece la situazione non lo permette”, ribadisce Galli. Preoccupato anche per le elezioni: “Durante le grandi pestilenze del 500 e del’600 le processioni hanno aumentato di molto la diffusione del morbo. E lì bisognava che una pulce o un pidocchio saltassero da una persona all’altra, una cosa più difficile di un colpo di tosse. Macron è stato massacrato dalla stampa internazionale per aver indetto le elezioni facilitando la prima ondata. Ora convocare tutti gli italiani tutti insieme negli stessi posti in due giorni di fila non mi pare una scelta saggia, dopo l’estate che abbiamo avuto e i numeri di questi giorni”.

Bonus 600 euro, l’Inps non dà i nomi al “Fatto”

Il tempo è scaduto, ma la soluzione ancora non c’è. Tra oggi e domani scadranno infatti le richieste di accesso civico inviate dalla stampa – tra cui quella del Fatto – all’Inps per conoscere i nomi dei politici che hanno chiesto il bonus da 600 euro destinato alle partita Iva. Sappiamo che si tratta di 5 parlamentari (tre sono noti: i leghisti Andrea Dara e Elena Murelli e il 5Stelle Marco Rizzone) e di qualche decina di consiglieri regionali, ma un mese dopo lo scoppio dello scandalo l’ente previdenziale ritiene di non poter fornire ancora i nomi degli interessati.

Il motivo? Il Garante della privacy ha aperto un’istruttoria nei confronti di Inps per verificare se l’Istituto abbia scoperto in maniera legittima l’identità dei politici, scorporandoli dal totale dei richiedenti (pur senza rivelarne pubblicamente i nomi) per capire se avessero diritto al bonus. L’istruttoria è ancora aperta, motivo per cui il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ritiene di non poter divulgare le generalità dei furbetti.

A prescindere dal fatto che i nomi siano di interesse pubblico e che non ci siano limitazioni alla privacy di ostacolo alla pubblicazione – questione comunque dibattuta, su cui il Garante della privacy ha già specificato di non poter fornire parere formale – l’Inps non vuole rischi: cosa accadrebbe se divulgasse i nomi e poi, giorni dopo, il Garante giudicasse illegittimo il modo in cui l’ente li ha ottenuti?

Sul merito, l’Inps è stato interpellato anche dalla Commissione Lavoro della Camera, che ha già audito una volta Tridico e che poi lo ha sollecitato via mail ad aggiornare i deputati. Il presidente, però, ha chiarito alla Commissione che ogni decisione sulla divulgazione dei nomi resta sospesa fino a che il Garante non chiuderà – si spera con esito positivo – l’istruttoria.

Per sbloccare lo stallo, la Commissione Lavoro convocherà a breve Pasquale Stanzione, il presidente dell’Autorità garante per la privacy, sperando possa dare delucidazioni al riguardo. Il rischio è che comunque se ne parli dopo l’election day del 20-21 settembre, quando invece Inps avrà già dovuto rispondere al Fatto sulla richiesta di accesso civico: stando così le cose, è probabile che l’ente chieda una proroga dei termini, dovendo interpellare i contro-interessati (i politici che hanno chiesto il bonus). Un modo per non negare tout court l’accesso agli atti, rimandando l’eventuale pubblicazione a quando l’istruttoria sarà chiusa.

“Dopo il Sì, preferenze e Camere differenziate”

“Questa riforma è un primo passo verso altre più importanti: la differenziazione delle due Camere, una legge elettorale che permetta ai cittadini di scegliersi i rappresentanti e un sistema che porti al meccanismo della sfiducia costruttiva come in Germania”. Gian Candido De Martin, professore emerito di Diritto Pubblico alla Luiss e storico allievo del grande giurista Vittorio Bachelet, fa da controcanto ai cattolici che – da Rosy Bindi a Silvia Costa a Gero Grassi –­ si sono espressi per il No al taglio dei parlamentari. De Martin, invece, voterà convintamente Sì.

Perché, professore?

Perché, nonostante alcune perplessità, sono convinto che questo sia un primo passo che va verso la direzione giusta: una razionalizzazione per rendere più funzionale il Parlamento in vista di una riforma più organica. Il prossimo passo sarà una differenziazione delle due Camere, con un Senato delle autonomie e una sola Camera politica che darà la fiducia al governo.

Ci vuole un’ulteriore riforma?

Sì, credo che il nuovo assetto dovrà essere simile a quello tedesco: due Camere con poteri differenziati, una sola che dà la fiducia al governo e il meccanismo della sfiducia costruttiva che assicura un bilanciamento tra il potere legislativo e quello esecutivo.

Il taglio porterà un vulnus di rappresentanza come dicono molti fautori del No?

No, su questo non sono d’accordo. Il problema è la qualità della rappresentanza che dipende dalla legge elettorale: per questo vanno eliminate le liste bloccate.

Quale legge elettorale andrebbe approvata secondo lei?

Penso che quella in discussione in questo momento (il Brescellum, ndr) sia una buona legge: proporzionale e con una soglia di sbarramento equilibrata. Se ci fossero anche le preferenze sarebbe ancora meglio

Rosy Bindi e molti cattolici dicono che questa riforma mette in pericolo la Costituzione “antifascista” e potrà portare a una deriva autoritaria. Cosa ne pensa?

Il No preclude ad altre riforme e io non vedo pericoli per la democrazia, considerando che il taglio dei parlamentari è in tutti i progetti di riforma costituzionale degli ultimi 30 anni. E comunque 600 parlamentari sarebbero in linea con i Parlamenti degli altri Paesi europei: anche lì c’è un pericolo democratico?

Proporzionale e voto ai 18enni per il Senato. I “correttivi” al taglio

L’accordo c’era già, scritto nero su bianco e firmato da tutti i capigruppo dei partiti di maggioranza di governo. Ed era un impegno ben preciso: incardinare entro l’anno i quattro “correttivi” che vengono chiesti oggi dai sostenitori del No, soprattutto nel centrosinistra. Ovvero: la riforma elettorale “da presentare entro dicembre”; l’equiparazione dell’elettorato attivo e passivo di Camera e Senato; il superamento della base regionale per l’elezione di Palazzo Madama; e infine il riequilibrio del peso dei delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica. Quattro punti fermi, che oggi sono stati incardinati in Parlamento, al contrario di quello che dicono molti sostenitori del No. Tre su quattro arriveranno in aula dopo il referendum, perché non c’erano i tempi tecnici per approvarli, mentre dopo i tentativi di ostruzionismo delle opposizioni, domani il Senato concluderà la prima lettura sull’equiparazione dell’elettorato attivo delle due Camere (anche i 18enni potranno essere votati). “I correttivi avanzano nei tempi previsti” dice il deputato Pd, Stefano Ceccanti.

Il testo base della legge elettorale Brescellum (dal deputato del M5S, Giuseppe Brescia), un proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, invece sarà votato domani in Commissione e arriverà in aula il 28 settembre dopo l’ostruzionismo di ieri del centrodestra che ha fatto slittare tutto. Alla Camera la maggioranza dovrà correggere la legge per garantirsi il voto favorevole anche di LeU e Italia Viva, che chiedono di abbassare la soglia di sbarramento per paura di non entrare in Parlamento, ma “Siamo favorevoli a un sistema proporzionale che è il più giusto per la fase storica che stiamo vivendo – spiega Federico Fornaro, deputato di LeU –. Ma la soglia di sbarramento va abbassata soprattutto dopo la riduzione del numero dei parlamentari: noi puntiamo di portarla dal 5 al 4%”. Sulla legge elettorale, ieri, è intervenuto anche Luigi Di Maio per dimostrare che su questo tema i giallorosa fanno sul serio: “Il Sì al referendum del Pd rafforza la maggioranza – ha detto l’ex capo politico del M5S – ora terremo fede ai patti sulla legge elettorale”.

Il 25 settembre, tre prima dell’approdo alla Camera del “Brescellum”, a Palazzo Madama arriverà anche il ddl costituzionale Fornaro che farà da integrazione all’ipotetico taglio di 345 parlamentari in caso di vittoria del Sì al referendum. Il testo di legge del deputato di LeU permetterà di modificare altri due articoli della Carta: il 57 per passare da un Senato eletto “su base regionale” a uno su base “circoscrizionale” equiparando di fatto le due Camere e l’83 per riequilibrare il numero dei delegati regionali che eleggeranno il presidente della Repubblica passando da tre a due per ogni regione. Qui il processo sarà più lungo visto che, come il taglio dei parlamentari, questo è un disegno di legge costituzionale e ci vogliono le solite due letture distanziate da tre mesi. Almeno un anno e mezzo. “Il primo correttivo serve per cercare di ridurre gli effetti di compressione della rappresentanza prodotti dalla riduzione del numero dei parlamentari al Senato consentendo di avere lo stesso sistema elettorale per entrambe le Camere ed eliminando la possibilità di maggioranze diverse – spiega Fornato –. Il secondo correttivo serve per ridurre di un terzo i delegati che voteranno il presidente della Repubblica in proporzione al taglio dei parlamentari”.

Infine, come richiesto da molti giuristi, un quarto correttivo sarà approvato giovedì dal Senato, dopo il primo via libera della Camera: l’equiparazione tra elettorato attivo e passivo. Se passasse questa riforma il nostro diventerebbe un bicameralismo quasi simmetrico anche per la sua composizione: per Camera e Senato potranno votare i 18enni (oggi al Senato lo può fare solo chi ne ha compiuti 25), mentre continuerà a esistere la differenziazione tra le candidature (minimo 25 anni a Montecitorio e 40 a Palazzo Madama). Qui i tempi sono molto più stretti: il disegno di legge potrebbe essere approvato in via definitiva a inizio 2021.

Crescita doppia e sei macro-aree: le linee guida del Recovery plan

I tempi, è ormai chiaro, non saranno brevi. Il Recovery Plan verrà consegnato a Bruxelles “tra gennaio e aprile 2021” ha confermato ieri il ministro per gli Affari europei, Vincenzo Amendola, che questa mattina presiederà il Ciae, il Comitato interministeriale che a Palazzo Chigi dovrà redigere il documento e che come primo passo approverà le linee guida.

Per queste ultime la bozza è pronta, un documento di 32 pagine che si divide in quattro “sfide” e sei “missioni” che danno vita a una serie di azioni nel “medio-lungo termine” per “raddoppiare il tasso di crescita dell’economia” portandolo in linea con la media Ue all’1,6% e aumentare il tasso di occupazione di 10 punti percentuali per arrivare al 73,2% della media Ue.

Tra le sfide si contano “migliorare la resilienza e la capacità di ripresa dell’Italia”; “ridurre l’impatto sociale ed economico della crisi pandemica”; “supportare la transizione verde e digitale”; “innalzare il potenziale di crescita dell’economia e la creazione di occupazione”. Digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica; salute; infrastrutture nel segno della sostenibilità; istruzione e ricerca; inclusione sociale e territoriale sono invece i sei grandi filoni individuati. Molteplici i traguardi fissati: si va dal completamento della fibra ottica alla decarbonizzazione dei trasporti, dalla lotta al dissesto idrogeologico agli investimenti per l’economia circolare. Prevista anche un’accelerazione sullo sviluppo della rete stradale e della rete ferroviaria, il cablaggio con fibra di scuole e università, misure per incentivare il lavoro femminile, l’attuazione del Piano per il Sud. C’è spazio anche per il Fisco, il piano è sempre il solito: rivedere l’intero sistema ridisegnando le aliquote Irpef, il tutto all’interno di una legge delega di riforma del lavoro da approvare “entro aprile 2021”.

Detto delle buone intenzioni, manca chiarezza su tempi e cifre. Dopo la pausa estiva riprende in acque turbolente la navigazione del Recovery Fund e del budget Ue 2021-2027. Si parte dai negoziati tra Consiglio e Parlamento europeo, dove si profilano discussioni ad alta tensione sulla condizionalità sullo Stato di diritto, con il premier ungherese Viktor Orbán che minaccia di bloccare tutto il pacchetto economico al momento della ratifica del suo Parlamento.

Un braccio di ferro potrebbe dilatare i tempi di un accordo tra le due istituzioni Ue e far slittare lo stanziamento dei 750 miliardi di aiuti (circa 209 per l’Italia, di cui 90 di sovvenzioni) del Recovery Fund. L’obiettivo è chiudere con le procedure per le adozioni nazionali – il passaggio più delicato – entro fine anno. Per farlo, secondo il Consiglio, è necessario trovare un’intesa con l’Eurocamera a settembre.

Bonus a chi paga con la carta: per il piano servono 3 miliardi

Soldi indietro a chi paga con strumenti diversi dal contante. Ma il quantum non è ancora ufficializzato. Sicuramente la percentuale a favore del consumatore che farà acquisti con carte di credito, bancomat o altri pagamenti elettronici sarà un numero tondo, facile da capire e non conterrà virgole. Forse il 10% su una spesa complessiva annuale di 3mila euro. I fondi, in teoria, ci sono in attesa che la prossima legge di Bilancio rifinanzi la misura. Il premier Giuseppe Conte preme per far partire il 1° dicembre il cashback, (che aveva ribattezzato “bonus Befana”) previsto dall’ultima manovra, rinviato nel decreto Rilancio e reinserito nel decreto Agosto dopo che i 3 miliardi stanziati sono stati destinati all’emergenza Covid. Così come la lotteria degli scontrini è stata fatta slittare al 2021. Questa volta, però, non ci saranno ulteriori rinvii.

Nell’incontro a Palazzo Chigi di lunedì sera con i principali operatori di servizi di pagamento (da American Express a Postepay, dalle banche a Nexi fino a Satispay), Conte è stato chiaro: “Il passaggio che ci attende è storico per il sistema Paese, ognuno deve fare la propria parte. Pagare tutti, pagare meno”. Le indicazioni per attuare il piano sono chiare. Tecnicamente, il meccanismo di cashback prevede delle soglie personali di spesa e delle soglie minime di transazione per evitare di premiare le fasce più benestanti a scapito dei piccoli consumatori. E che, con un solo grande acquisto, un viaggio o una tv di ultima generazione, si raggiunga la spesa annuale complessiva. Insomma, nessuno deve restare escluso. Così, per favorire l’utilizzo della moneta elettronica anche per i piccoli acquisti, come il chimerico caffè al bar, il governo spinge per un approccio pragmatico e ragionato. “Bisogna incentivare e stimolare i consumatori per far aumentare la frequenza degli acquisti senza contanti”, ha spiegato Conte. E la risposta è stata positiva. Per la prima volta il premier ha ottenuto piena condivisione da parte degli operatori del settore al piano di incentivi ai pagamenti cashless, cioè con carta elettronica. È dall’autunno scorso che Conte ha fatto della riduzione dei pagamenti in nero un pallino personale. “Favorire una digitalizzazione dei pagamenti senza penalizzare, può condurre al cambiamento delle abitudini di vita dei consumatori”, è tornato a ribadire ieri al suo arrivo a Beirut.

Insomma, un approccio pratico e pragmatico al piano cashless che il premier aveva già illustrato alle associazioni di commercianti e artigiani nel corso degli Stati generali a metà giugno. Allora le preoccupazioni hanno prevalso. Colpa dei costi per gli esercenti di dotarsi di attrezzature adeguate e dell’annosa questione delle commissioni sui pagamenti che ammontano in media all’1,1%, ma che per un piccolo commerciante possono superare anche l’1,75 se si aggiungono il canone mensile per il noleggio del Pos o la gestione del conto corrente. Ma su questo punto Conte ha chiesto agli operatori di “fare uno sforzo a favore degli esercenti, perché il cashback farà crescere il mercato e, di conseguenza, aumenteranno i guadagni per tutti”. Intanto da luglio i gestori possono beneficiare di una detrazione per pagamenti con il Pos.

Il forte aumento degli acquisti online degli ultimi mesi, causa il lockdown, ha suggerito al governo di andare con più forza in questa direzione. Ma il gap con gli altri Paesi resta enorme. In Italia un pagamento su 4 avviene ancora in contanti e, anche se ogni anno in media la quota di pagamenti elettronici aumenta di circa il 10% (nel 2019 il valore del transato delle famiglie ha raggiunto 240 miliardi), l’Italia è terzultima per numero di pagamenti con Pos in Europa. Mentre a livello mondiale, il Paese è tra le 30 economie con maggior incidenza del contante sul Pil. “Con il cashback è prevedibile che la crescita dei pagamenti elettronici possa raddoppiare passando dal 10 al 20% e anche oltre”, spiega Alberto Dalmasso ceo di Satispay che si ritroverà a confrontarsi con Conte e con gli altri operatori già a fine settembre. La road map è complessa: l’obiettivo è l’operatività dei test già a novembre, mentre il governo sta ultimando il decreto attuativo del piano in attesa del via libera del Garante della privacy per l’intreccio del flusso dei pagamenti.

“Il premier? È il migliore possibile” A “Giuseppi” solo applausi e sorrisi

Il marziano che arriva da Roma per una volta non ha la cravatta. Meglio un po’ meno dandy, avrà pensato Giuseppe Conte prima di atterrare tra bandiere non più solo rosse e profumi di tigelle e cappelletti. Arriva in un pianeta che non sarebbe il suo, eppure sono solo applausi e sorrisi per il presidente del Consiglio, l’Ospite con la O maiuscola, quella delle serate con i giornalisti e le telecamere e i cassieri che ridono. “Grande pres” urlano a Conte quando alle 20.40 entra alla festa dell’Unità di Modena. È un debutto, forse l’ultimo che gli restava da fare nei due anni e qualcosa da premier.

Ma tutto fila liscio nell’Emilia che è sempre lei, disciplinata. Conte, di ritorno da Beirut, concede qualche selfie e saluta a lungo la folla. Tanti militanti ma anche curiosi, come Melissa, commessa di Sassuolo che lo mette in chiaro: “Sei un giornalista? Scrivilo che a me Conte piace anche come uomo, e poi avrei voluto vedere gli altri con il Covid, chissà che avrebbero fatto al suo posto”. Certo, “anche Matteo Salvini non mi dispiace” ammette. Ma va benissimo anche così a Conte. Gli urlano “bravo” in diversi dalla folla. Neanche una nuvola. Gli operai di un’azienda locale specializzata in trattori, la Goldoni Arbos, erano davanti la festa con i loro volantini, perché i compratori cinesi sembrano voler sbaraccare. L’assessore regionale al Lavoro li ha rassicurati. E allora tutto bene. Si intuisce già dal pomeriggio, quando la festa è un cantiere nel quotidiano allestimento. Un militante che ha 60 anni e forse più semina disinfettante sul tavolo del ristorante tipico, circondato da scritte che reclamizzano la crostata all’amarena, l’erbazzone dolce e le immancabili tigelle. “Giuseppe Conte? È il migliore possibile al momento, alternative non ne abbiamo davvero” riassume con il tono di chi ne ha visti anche troppi di leader. In poche sillabe, è l’umore della base del Pd che anima l’evento. Gente a cui Conte piace anche perché di questi tempi è meglio farselo piacere, visto che il partito è al governo, le destre lì fuori già mordono e il premier che tiene tutto assieme si presenta bene. “Lo accoglieremo bene” giurano ore prima del suo arrivo la signora che mette le tovaglie come uno dei cuochi, Maurizio: 81 anni, berrettino bianco e bermuda, “e 47 anni ininterrotti di servizio a questa festa, il Covid me lo mangio”. Prima di andare in pensione faceva il sindacalista della Cgil, ora giustifica così il suo placet a Conte: “La dialettica marxista ci insegna che la società evolve e con esse deve evolvere l’analisi: quindi bene lui e bene il rapporto con i Cinque Stelle, se stanno con noi al governo vuol dire che sono cambiati”. Ma questo premier, qualche difetto ce lo avrà… Maurizio sorride come un gatto soriano: “Doveva stare più attento nel rapporto con la Lega. Poi sa, io verso gli avvocati ho sempre nutrito qualche pregiudizio, ma si supera tutto. Piuttosto Conte deve prendere il Mes, è il primo consiglio che gli darei”. Due signori, dentro un altro ristorante, apparecchiano. Hanno evidente voglia di dirlo, al cronista: “Ora è tempo di amicizia con tutti e di solidarietà, bisogna parlare con i grillini. Conte magari neppure lo voteremmo, però ora va appoggiato”.

Per i vialoni tra gli stand Andrea, 20 anni. Cammina con il pass dell’organizzazione al collo e raccomanda a tutti di rimettersi la mascherina. “Alcuni ti mandano a cagare” ammette senza rancore. Lo sai che sei uno dei pochissimi giovani, qui? “Sì, ma io ci sono cresciuto alla festa, sono qui per aiutare”. E Conte? Pausa, stilettata: “Non credo in lui come in nessun politico, sono qui perché è meglio esserci”. Ore dopo, il Conte senza cravatta sale su un palco di fronte a 200 persone, distanziate ovviamente, sulle note di Piazza Grande di Lucio Dalla (cantata da Tosca). E ringrazia, per davvero: “Grazie per gli applausi sentiti e calorosi”. Le mani gliele battono ancora, spesso, durante l’intervista con Maria Latella. Racconta pure e a lungo della spiegazione al figlio di 13 anni, Niccolò, su come comportarsi a scuola in tempi di pandemia. Lo fa per difendersi preventivamente dalla rogna delle rogne. E la platea approva. Perché il marziano bisogna tenerselo stretto.

“Rimpasto è una parola vecchia. Il Recovery vale più delle urne”

Il premier Giuseppe Conte, alla sua “prima” assoluta a una Festa dell’Unità, sale sul palco di Modena con una scritta a caratteri cubitali sullo schermo: Bella Ciao. Il contesto è questo e lui si sente a suo agio: “Ho ricevuto applausi molto calorosi” ammette quando l’intervistatrice Maria Latella gli chiede se si senta “a casa sua”. Poi si entra nel merito dei dossier e le prime domande non possono che essere politiche. Prima Conte torna sul suo dualismo con l’ex presidente della Bce Mario Draghi a cui, con l’assenso di Merkel e Macron, aveva chiesto di fare il presidente della Commissione europea, ma quest’ultimo aveva rifiutato perché “stanco”: “Si vuole creare una rivalità tra me e lui che non esiste, io ho raccontato quell’aneddoto per dimostrare la mia stima per lui”.

Ma il cuore delle risposte di Conte riguarda il futuro del governo messo a dura prova dalle prossime elezioni regionali del 20-21 settembre. Il premier sembra escludere la possibilità di un “rimpasto” in caso di sconfitta dei giallorosa: “È una parola vecchiotta e logora e non è che se lo scrivete tutti i giorni allora sarà così – spiega Conte tra gli applausi – poi il mio governo ha un obbligo morale: dopo la pandemia, abbiamo ottenuto 209 miliardi dall’Unione europea per il Recovery Fund e adesso dobbiamo stendere un piano e spendere bene quei soldi per far ripartire l’Italia”. Ciò detto, il premier ha auspicato che Pd e M5S si uniscano a partire dalle prossime elezioni: “La destra va unita e se le forze del governo si presentano sparpagliate si affrontano le sfide in modo impari ”.

Oltre a tranquillizzare gli italiani sulla riapertura delle scuole (“Entro ottobre arriveranno tutti i banchi”), il premier ha elencato tutti i dossier aperti su cui il governo sta lavorando – da Tim ad Autostrade fino all’ex Ilva e al ponte sullo stretto – per confermare l’unità con Nicola Zingaretti: “Lo sento tutti i giorni e non abbiamo mai avuto incomprensioni”. Nemmeno sul Mes su cui il segretario Pd ha insistito anche ieri: “Adesso non siamo in grado di dire se ne avremo bisogno, in ogni caso ne discuteremo in Parlamento”. Incalzato da Latella, la chiusura è su Matteo Salvini, fischiato dal pubblico: “Le manca?” chiede la giornalista. “Salvini non può mancare a nessuno” risponde.

È tornato Il Male

Scorrendo la mazzetta dei quotidiani, cresce il dubbio che sia tornato Il Male con i suoi falsi d’autore, tipo “Arrestato Ugo Tognazzi: è il capo delle Br”. Avete presente la direzione del Pd sul referendum? Era descritta come una conta drammatica dall’esito incertissimo, una tonnara all’ultimo sangue tra Sì e No in un partito diviso a metà, spaccato, dilaniato, sull’orlo della scissione e della cacciata del segretario. La Stampa: “Referendum, l’imbarazzo del Pd: il partito quasi costretto al Sì. Tantissime voci critiche”. Sapete com’è finita? 188 Sì e 13 No (i superstiti delle tantissime voci critiche, soffocate nottetempo nel sangue). Del resto sarebbe stato ben curioso se il Pd, favorevole al taglio da quando si chiamava Pci, promotore nel 2008 di un ddl identico a quello del M5S (200 senatori e 400 deputati) se non per le firme in calce (Zanda e Finocchiaro), che un anno fa aveva votato la riforma alla Camera con tutti gli altri, se la fosse rimangiata. Ma l’inconsolabile Riportino Folli non ci vuole stare e riattacca su Repubblica la tiritera del “gran numero di esponenti di primo piano per il No” (13 a 188) e si consola con “i miliardi del Mes sanitario al più presto”, che non c’entrano una mazza e in Europa non vuole nessuno (tranne forse Cipro).

Libero: “Il Pd è così malmesso che basta Zingaretti a fargli ingoiare il Sì”, ma fra indicibili “sofferenze, mal di pancia e difficoltà” (188 a 13). Il manifesto: “Il sofferto Sì di Zingaretti” (188 a 13). La Stampa: “La sofferenza dei referendum” (188 a 13). Una sofferenza quasi pari a quella di Mattarella, “seccato” (l’ha saputo il Messaggero) perché Conte, rispondendo a una domanda alla festa del Fatto, ha osato dire che è un ottimo presidente e, se volesse, lo sarebbe anche in un secondo mandato: bella “seccatura”. Sul Riformista Emma Bonino vuole “salvare la democrazia da questo scempio populista”: vedi mai che tagliando i parlamentari lei resti fuori dopo appena 9 legislature (più 4 europee). Sul Messaggero Carlo Nordio spiega che il referendum sarà “senza vincitori né vinti” (quindi non vince il Sì o il No) e “comunque il Parlamento subirà conseguenze impreviste, forse il suo stesso scioglimento” (certo, come no). Il Corriere intervista un fake di Zanda, che dichiara restando serio: “Se oggi il referendum riguardasse la mia proposta del 2008 voterei ugualmente No”, cioè l’altro Zanda gli fa proprio ribrezzo. Dev’essere un fake pure il Galli della Loggia intervistato dalla Verità: “Mattarella non doveva dare l’incarico a uno sconosciuto senza identità”, cioè a Conte, indicato due volte in due anni dalla maggioranza parlamentare; la prossima volta incarichi Galli della Loggia, noto frequentatore di se stesso.

Poi c’è il piano per il Recovery Fund: da mesi leggiamo che “il governo è in ritardo” (rispetto a cosa non si sa: la consegna è a ottobre) e non ha progetti, ma solo vecchi “fondi di magazzino per svuotare i cassetti”. Ora scopriamo sul Messaggero che “Parte l’assalto ai fondi Ue. Già ‘sforati’ i 209 miliardi”: cioè i progetti sono troppi. Il “ritardo” fa il paio con quello delle scuole, che riaprono il 14 settembre (a parte il Trentino che anticipa e la Campania che ritarda, come peraltro ogni anno), ma tutti ne scrivono come se fossero già spalancate da settimane. E ovviamente non funziona nulla (Repubblica: “Scuola, partenza a metà”): studenti seduti su casse dell’ortofrutta e soffocati da mascherine di plexiglass, cattedre di cartapesta occupate da passanti presi a caso per insegnare, genitori a rotelle che inseguono la Azzolina e Arcuri, cose così. Intanto la Raggi s’è lasciata sfuggire nientemeno che il Tribunale dei Brevetti (ha solo tutti i ministeri e tutte le ambasciate) e la finale di Coppa Italia (senza pubblico: slurp): “Roma, capitale delle occasioni perse”, “Ennesimo schiaffo per una città senza più appeal” (Repubblica), “Il disinteresse della Raggi per la città che governa” (Messaggero).
Il Corriere si arrapa ogni giorno per “il piano segreto” di metà febbraio sul Covid “ignorato” e “negato” dal governo: peccato che non sia segreto (se ne parla da fine marzo) e non sia un piano sul Covid, ma uno studio-oroscopo con vari scenari fino a 66mila morti (per fortuna evitati proprio perché il governo non lo ignorò). Salvini scrive al Corriere per chiedere spiegazioni dal governo, ma non si capisce bene su cosa: difficilmente uno che attacca Conte per aver disposto il lockdown del 10 marzo (con 631 morti, 10mila infetti e 5mila ricoverati) può rinfacciargli di non averlo fatto a metà febbraio (con due contagiati in tutt’Italia e zero morti); e poi si scopre che il “piano nascosto alle Regioni” fu consegnato a Speranza dal delegato nel Cts della Lombardia (Matteo, ritenta: sarai più fortunato). L’unico che non ha ancora capito niente è Fontana, che sul Giornale deduce dai verbali del Cts che “avevamo ragione noi” e “la Lombardia ha sempre detto la verità” (in quei verbali c’è di tutto, tranne quello che dice lui, ma poi con calma sua moglie e suo cognato glielo spiegano). Seguono, sul Giornale, i consueti pronostici sulla caduta di Conte, che da due anni ha i minuti contati: sfumate per ora le opzioni Draghi, Franceschini, Giorgetti, Di Maio, Sassoli, Bertolaso, Guerini e forse Scalfarotto, ora si scalda “Gualtieri per il dopo Conte”. Se tornasse Il Male con un falso giornalone dal titolo “Arrestato Gigi Proietti: è il capo dell’Isis”, tutti commenterebbero: “Embè?”.

Addio Gianni Serra, bravo regista dimenticato senza un vero perché

Un dimenticato, come tanti grandi tardivamente scoperti. Gianni Serra se n’è andato così, a 86 anni, lasciando rimorsi a chi si accorgerà chi è stato solo nel post mortem. E ne aveva sofferto il regista già pittore da giovane (si era esercitato nello studio del cugino Ernesto Treccani) e poi studente di cinema a Parigi. Ha lavorato prevalentemente per la televisione – arrivò alla Rai di Milano appena ventenne – ma si è cimentato con personalità anche nel cinema.

Per quanto ammalato e cosciente di non aver ancora molto da vivere, Serra non aveva fatto pace con l’indifferenza che ha celato il suo talento, ma anche con la crudeltà con cui parte della critica si è accanita nei confronti di alcuni suoi lavori. In tal senso il riferimento va subito al film La ragazza di via Millelire, la sua opera più controversa e conosciuta, che nel 1980 corse per il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia. Qui i critici del tempo si spaccarono, e benché avesse dalla sua nomi eccellenti come quello di Umberto Eco allora in giuria, che voleva premiarlo col massimo riconoscimento, fu condannato e accusato con etichette che gli sono rimaste indelebili, “film denigratorio, vergognoso, nocivo”.

E pensare che La ragazza di via Millelire ha invece tutti i requisiti per essere considerata L’amore tossico di Torino (Claudio Caligari al par suo apprezzato solo post mortem..), rappresentazione di quella società disperata e “intossicata” in ogni senso di Mirafiori Sud, fatta di dropout allo sbando, baby prostitute come la protagonista Betty di appena 13 anni.

Un’opera talmente realistica e sconvolgente, secondo i benpensanti, che ne segnò per sempre la reputazione; a poco servì, purtroppo, che a sostenerlo ci fosse Diego Novelli, l’allora sindaco di Torino, che gli aveva fornito importanti suggerimenti in fase di sceneggiatura attraverso casi reali di disagio umano e sociale di quella profonda periferia torinese. A omaggiare Gianni Serra, ora che lui non può più saperlo, saranno un ricordo e una proiezione de La ragazza di via Millelire, il 26 ottobre, nel corso della rassegna torinese Piemonte Movie Glocal Festival.