Ricorda il professor Andrea Crisanti, virologo dell’Università di Padova, che “la maggior parte delle persone risulta positiva a due giorni dal contagio e presenta sintomi dopo cinque, un 7/8 per cento però può essere riconosciuto solo più tardi. Per questo l’isolamento è stato esteso a 14 giorni nel periodo che abbiamo chiamato di contenimento del virus, ora invece siamo nella fase della convivenza”. È una parziale apertura al dibattito europeo sulla riduzione dei tempi della quarantena. La Francia ha accelerato, il ministro della Sanità, Olivier Véran, ha detto che il Consiglio scientifico “considera possibile ridurre l’isolamento da 14 a 7 giorni in certe situazioni” e ha rinviato la decisione al Consiglio di difesa di venerdì. Spiega che “si è più contagiosi nei primi 5 giorni dopo la comparsa dei sintomi o dopo un test positivo. Poi la contagiosità diminuisce”. Peraltro, segnala Véran, “la maggior parte dei francesi non rispetta le misure”. La Commissione europea è disponibile. Dei cinque giorni di forte contagiosità ha parlato ancora, nei giorni scorsi, Christian Drosten, virologo di punta dell’ospedale Charité di Berlino. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha ipotizzato la riduzione a 10 giorni dell’isolamento.
Il filo rosso che lega Parigi, Berlino, Bruxelles e Ginevra è la preoccupazione per l’economia. Roma si adegua, ne discuterà il Comitato tecnico scientifico. I sette o i dieci giorni sono possibili “se verranno confermate le evidenze scientifiche in tal senso”, osserva il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri. Il ministro Roberto Speranza auspica una linea comune in Europa.
A Massimo Galli, direttore delle malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, la linea francese non piace: “È una scelta burocratica in un Paese pieno di infezioni, come la scelta dei 14 giorni o quella italiana di obbligare alla quarantena chi viene da Romania e Bulgaria e fare solo il tampone a chi arriva da Spagna, Grecia, Malta e Croazia. L’Oms aveva indicato che si poteva rientrare al lavoro dopo 14 giorni senza tampone perché al suo interno ci sono Paesi poveri e meno organizzati che non possono moltiplicare i test”. Anche nella Francia ricca e organizzata Véran ha detto che non andranno oltre il milione di tamponi a settimana; oggi sono di meno. In Italia Crisanti ha proposto di farne 3-400 mila al giorno, il triplo degli attuali, proprio perché l’apertura delle scuole, la ripresa del trasporto pubblico e il voto del 20 e 21 settembre moltiplicheranno le occasioni di contagio, per di più in vista dell’influenza. Il governo sta valutando, nel Comitato tecnico scientifico si dubita della possibilità di superare il milione di tamponi a settimana.
Il vero problema, secondo Crisanti e Galli, è sempre quello di tenere alto il numero dei test: “Le persone che escono dall’isolamento dopo sette giorni lo fanno o no? Mi pare di capire di no. Senza, c’è maggiore probabilità di mettere in circolo degli asintomatici”, avverte il professore del Sacco di Milano. “Ridurre la quarantena evitando la responsabilità di fare più tamponi sarebbe pura demagogia”, taglia corto il professore di Padova. La sua proposta prevede investimenti su laboratori e macchine, ma c’è da potenziare anche le aziende sanitarie territoriali se è vero che a Milano, come scriveva ieri il Corriere della Sera, superati gli attuali cento casi al giorno, non si è più in grado di fare il tracciamento. “Ogni persona ha in media una decina di contatti, cento positivi sono mille persone da tracciare, isolare e controllare. Oggi sono quasi 1.400 contagi in tutta Italia, vuol dire 14-15 mila persone da tracciare. In Francia hanno migliaia di casi al giorno, in breve milioni di persone in quarantena. È chiaro che il periodo può essere accorciato, per questo ho proposto di fare il test subito, a 48 ore dal contatto. Poi, se negativo, l’asintomatico può andare ma se possibile dev’essere ricontrollato”. I rischi? “Può rimanere fuori il 7/8 per cento dei casi, ma è come il metro o i due metri di distanza, nessuno lo sa davvero. Mi preoccupa che si proceda senza dati certi”.
C’è anche chi propone di rinunciare di abbandonare il criterio del doppio tampone: “Ho l’impressione che ci sia la volontà di un ritorno alla normalità a tutti i costi quando invece la situazione non lo permette”, ribadisce Galli. Preoccupato anche per le elezioni: “Durante le grandi pestilenze del 500 e del’600 le processioni hanno aumentato di molto la diffusione del morbo. E lì bisognava che una pulce o un pidocchio saltassero da una persona all’altra, una cosa più difficile di un colpo di tosse. Macron è stato massacrato dalla stampa internazionale per aver indetto le elezioni facilitando la prima ondata. Ora convocare tutti gli italiani tutti insieme negli stessi posti in due giorni di fila non mi pare una scelta saggia, dopo l’estate che abbiamo avuto e i numeri di questi giorni”.