“Cari compagni”: Venezia vede rosso coi russi e la Iotti

Una Mostra di lotta e resistenza. Oltre il Covid c’è di più, un obbligo di verità, strappato a segreti e prigionie di Stato, rivendicato da militanti tradite, politiche appassionate, contadini tenaci e neri combattenti.

La carica la suona il maestro russo Andrei Konchalovsky, che disseppellisce sullo schermo un massacro censurato per sessant’anni, quello perpetrato tra l’1 e il 2 giugno del 1962 a Novocherkassk: uno sciopero in fabbrica soffocato nel sangue dall’Armata Rossa e/o il Kgb, 26 i morti, 87 i feriti. È l’Unione Sovietica di Nikita Krusciov, il carovita e i tagli salariali innescano la rivolta operaia, la repressione è brutale, ma la prima inchiesta ufficiale, affidata all’investigatore Yuri Bagraev qui consulente, arriverà solo nel 1992: “Un buco nero, non se ne poteva parlare prima di Gorbaciov. Mi sono basato sui documenti, metà film è fatto con i resoconti stenografici”.

Bianco e nero e rapporto d’aspetto 4:3, attori non professionisti e pulizia formale, Cari Compagni! (Dorogie Tovarischi!) si dà titolo ironico e infila la camera nella brutalità del regime, nel tradimento degli ideali e nell’occultamento dei fatti. Konchalovksy affida alla moglie, la bravissima Julia Vysotskaya, la protagonista Lyudmila, membro del Partito comunista locale, fedelissima alla linea: quando non ha notizie della figlia diciottenne, si mette a cercarla, rimpiange Stalin “come Togliatti o Gramsci”, mastica amaro ma non molla. Il colpevole? Non l’ideologia, ma il potere: “È sempre lo stesso, ha un solo obiettivo: preservare se stesso”.

Impegnato in “un affresco documentario sul lockdown in Russia, molto divertente: i russi sono come i napoletani, famosi per non attenersi alle regole”, il regista teme per il cinema, “finiremo a vedere i film a letto da soli”, e per il teatro, “non si può farlo a casa”, sopra tutto, si prepara alle “rivolte sociali: stanno tornando” e staccherebbe la spina, almeno a Internet: “La nostra mente ne è distorta, tutto diventa banale, anche la verità. Servirebbe un lockdown con le candele, dovremmo tornare a scrivere lettere, come facevano Tolstoj, Stendhal, Cechov e Van Gogh. Oggi invece mandiamo Sms con ‘mi sono tagliato i capelli, ciao’”.

Tenuta a battesimo dal Kgb, ora la dezinformatzija non conosce confini, e Caetano Veloso lo sa bene: “Vorrei portare ai giovani più decisione e chiarezza, perché credo che, soprattutto in Brasile, siano sotto una nube di disinformazione”. A Venezia è in cartellone il documentario Narciso Em Férias, di Renato Terra e Ricardo Calil, che ne inquadra l’arresto durante la dittatura militare il 27 dicembre 1968: al pari di Gilberto Gil, il cantautore venne prelevato dalla propria casa a San Paolo, messo in isolamento e poi in carcere. Un rischio attuale? “In Brasile oggi abbiamo un abbozzo di autoritarismo, però la situazione è diversa da quella del ’68, si ha paura di perdere i propri diritti”.

Quelli per cui si è sempre spesa Nilde Iotti, “una grande donna del Novecento, tra passione politica e senso civile”: attraverso materiale di repertorio, testimonianze e i pensieri riconsegnati da Paola Cortellesi, il regista Peter Marcias alle Giornate degli Autori fa del doc Nilde Iotti, il tempo delle donne non solo rendiconto biografico, ma rivelatorio affaccio sul presente. Parola d’ordine presa di coscienza, anche per l’attrice afroamericana premio Oscar Regina King, fuori concorso con l’esordio alla regia One Night in Miami, dove fissa l’incontro, all’indomani della sconfitta inferta a Sonny Liston nel 1964, tra Cassius Clay e gli amici Malcolm X, Sam Cooke e Jim Brown: “Le uccisioni di George Floyd e Breonna Taylor ci dimostrano che la lotta per l’uguaglianza razziale è lungi dall’essere conclusa. Abbiamo più che mai bisogno l’uno dell’altro”.

L’unione fa la forza anche in Spaccapietre (Giornate) dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio, che mandano in missione il Salvatore Esposito di Gomorra contro il caporalato, e nell’Omelia contadina di Alice Rohrwacher e Jr, “un’azione cinematografica per scongiurare la scomparsa di una cultura millenaria”, quella dell’Alfina, altopiano tra Lazio, Umbria e Toscana, falcidiato dalle monocolture intensive.

Eppure, la speranza c’è, anche se è dura: “Nella vita ogni lieto fine – dice Konchalovsky – è un miracolo”.

@fpontiggia1

L’arte di correre scalzi. L’impresa di Bikila a Roma

Quarantadue chilometri e 195 metri, scalzo. L’impresa che Abebe Bikila compie a Roma il 10 settembre 1960 è ricordata nella storia olimpica per quel particolare: la mancanza delle scarpe, che le prime cronache collegano alla “povertà” dell’Africa e che poi verranno trasformate nel mito dell’africano che può correre “senza aver bisogno di niente”. In verità le scarpe, Abebe, le ha lasciate in un chiostro nei pressi del Campidoglio per il timore delle vesciche che avrebbero potuto procurargli, non distanti dalla giacca della tuta e dalla fede nuziale. Sotto i suoi piedi, del resto, ha uno strato calloso che ha incuriosito anche i medici che lo hanno visitato a Roma prima della partenza.

Aveva compiuto da poco 28 anni, Abebe, sposo da sei mesi di Yewedbar cui aveva promesso di tornare a casa con la medaglia d’oro e la giacca con il leone di Giuda cucito sul petto. Prima di quell’Olimpiade aveva corso solo due maratone, una con un tempo interessante: 2 ore, 21 minuti e 23 secondi, poco più di sei minuti sopra il record del mondo del sovietico Sergej Popov, tra gli ovvi favoriti per la medaglia d’oro a Roma, assieme al marocchino Abdesiem Rhadi e al britannico Denis O’ Gorman.

La corsa di fondo, allora, non era ancora dominata dagli atleti africani. Il mito dell’epoca era Emil Zátopek, cecoslovacco, ex operaio della fabbrica di scarpe Bata, che nel 1952 a Helsinki, dopo aver ottenuto l’oro nei 5mila e nei 10mila, decise di correre per la prima volta la maratona: prese il terzo oro, fissò il record olimpico a 2 ore 23 minuti e 4 secondi, e divenne suo malgrado il biglietto da visita dei comunisti trionfatori dello sport.

È nel 1960 però, quel 1960 che sta ridisegnando con le dichiarazioni di indipendenza post coloniale la geografia dell’Africa, che debuttano a Roma i primi atleti del “continente nero”. La kermesse fino ad allora era riservata al solo Sudafrica della segregazione razziale anche se l’Etiopia aveva partecipato con 12 atleti ai Giochi di Melbourne del ’56, ma senza andare a podio. Atleti che nessuno aveva visto e misurato fino a quel momento e che porteranno a casa in tutto tre medaglie, due nella maratona.

Figlio di Demssie, pastore di Jalo che aveva combattuto gli italiani nella guerra di Etiopia, soldato egli stesso, al servizio del Negus Hailé Selassié riportato al trono dagli inglesi nel 1941, Abebe Bikila sente profondamente la sfida “coloniale”. Al secondo chilometro il passato se lo ritrova davanti: di fronte alla sede della Fao, al Circo Massimo, gli appare l’obelisco di Axum sottratto all’Etiopia nel ’37 dalle milizie del Duce. Ci è passato diverse volte lì sotto, assieme al suo allenatore Onni Niskanen, uno svedese nato in Finlandia e arrivato in Etiopia come consigliere militare nel ’46 con il preciso compito di far sviluppare lo sport tra i cadetti.

A differenza delle altre maratone, nella Città Eterna per la prima volta non si corre nei pressi dello stadio dei giochi: i 42 km partono dal Campidoglio, seguono per via Cristoforo Colombo (dove in quell’edizione dei Giochi si registra uno dei primi casi di morti per doping nel ciclismo, il danese Knud Enemark Jensen), il Grande Raccordo Anulare (ancora in via di completamento), infine l’Appia per ritornare verso il centro città. Immaginate i piedi di Abebe (lo fa in maniera mirabile Sylvain Coeher nel suo libro Vincere a Roma, di fresca edizione per 66thand2nd), alle cinque e mezza del pomeriggio di un giorno caldo di settembre, passare dai sampietrini all’asfalto dell’Eur, dall’“autostrada” del Gra ai basoli dell’Appia Antica.

Non c’erano tante informazioni, al tempo. Bikila sa che deve fare attenzione al pettorale numero 69 di Popov, al 73 di O’ Gorman e al 26 di Rhadi. Quei tre numeri se li scrive sulla mano sinistra per tenerli a mente, ma il sudore li cancellerà presto. Quando attorno al trentesimo chilometro si affianca al numero 185 non sa che è quello del marocchino Rhadi, che ha rimesso la maglia con cui aveva gareggiato nei 10mila, ma capisce che quello è il passo che può e deve tenere per arrivare in fondo. Lo scatto arriva poco dopo aver passato la villa di Alberto Sordi, affacciato al terrazzo con alcuni ospiti, sulla fine del viale delle Terme, proprio nei pressi della Fao e dell’obelisco sottratto dai soldati fascisti. Rhadi non ce la fa a tenere il passo, i russi sono troppo dietro: chiude in 2 ore 15 minuti e 16 secondi. Sette minuti e spicci sotto Zatopek, un secondo sotto Popov e il record del mondo. Il suo numero 11 all’arrivo con le mani aperte resta l’immagine di quell’Olimpiade.

La storia ha infine un risvolto amaro. Bikila rivince la maratona 4 anni dopo a Tokyo (è il primo a vincere due maratone olimpiche): questa volta ha le scarpe e rifà il record del mondo in 2 ore, 12 minuti e 12 secondi. Si ritira a metà gara a Messico ’68 (l’oro sarà dell’altro etiope Momo Wode, allenato sempre da Niskanen). L’anno dopo un incidente stradale nei pressi di Addis Abeba lo paralizza dalla vita in giù. Nel 1972 partecipa ai Giochi paralimpici di Heidelberg: tiro con l’arco. Muore nel 1973, a 41 anni: emorragia cerebrale. In quell’anno Emil Zatopek è ancora al lavoro nelle miniere di uranio di Jachymo, punito dal regime per aver appoggiato la Primavera di Praga.

Le dirette seguite da 3mln su Fb. Tra i più seguiti Conte e Ferilli

Un successo. Per il primo anno la consueta festa del nostro giornale non si è tenuta, causa Covid, alla Versiliana a Marina di Pietrasanta. Ma in streaming, con tutti gli incontri visibili online sul sito del fattoquotidiano.it, la piattaforma di Loft Tv e i nostri social.

Oltre 2 milioni e mezzo di visualizzazioni su Facebook. Più di 10mila commenti. La tre-giorni della Festa del Fatto, tra dirette streaming e i video degli incontri visualizzati, ha raggiunto milioni di utenti social e nostri lettori che si sono connessi per seguire il tradizionale appuntamento. Su Facebook, Marco Travaglio batte tutti con il suo “Scena da un manicomio” (sia come utenti unici che come visualizzaioni). Segue Sabrina Ferilli intervistata da Andrea Scanzi e Luca Sommi, con 800mila visualizzazioni. E poi è il turno dei politici: il premier Giuseppe Conte, con Antonio Padellaro e Peter Gomez, e la ministra Lucia Azzolina intervistata da Paolza Zanca e Mario Portanova (oltre 600mila visualizzazioni). E il ministro Roberto Speranza (400mila view). E, immancabile, Franca Leosini e le sue “regole del delitto imperfetto” intervistata da Selvaggia Lucarelli.
Vince invece come numero di interazioni social il dibattito col premier Conte.
Sul nostro sito ilfattoquotidiano.it, i contenuti dedicati alla festa hanno raggiunto un milione di pagine visualizzate nei tre giorni di dibattiti.
La diretta è stata trasmessa anche dalla piattaforma TVLOFT su tvloft.it e sull’app dedicata.

Il Fatto e gli scoop-fantasma: notizie che gli altri non citano

Tre giorni di eventi, decine di migliaia di collegamenti in diretta streaming, decine di firme e ospiti d’eccezione. Ma non solo: dalla festa del Fatto Quotidiano (quest’anno eccezionalmente non alla Versiliana, come da tradizione, per le limitazioni imposte dal Covid) sono uscite anche notizie di rilievo. Nel weekend le home page dei siti erano monopolizzate dai contenuti del nostro evento: le parole di stima del premier Conte verso Mattarella e Draghi, lo scontro tra il ministro Speranza e Matteo Salvini, i piani per l’utilizzo dei fondi europei annunciati dal ministro Gualtieri. Eppure, a leggere i giornali, c’è qualcosa che stona: nei riferimenti a queste dichiarazioni, è difficile vedere citata la festa.

Sulla Stampa si legge: “Chiedi ai partecipanti al Forum Ambrosetti del ruolo che potrebbe avere Mario Draghi e alzano gli occhi al cielo. Alcuni pensano alle parole pronunciate qui sabato dal premier, che vedrebbe bene un secondo mandato di Sergio Mattarella”. Peccato che le “parole pronunciate qui” non fossero state pronunciate “qui”, a Cernobbio, dal premier Giuseppe Conte, ma alla festa del Fatto, rispondendo alla domanda di Antonio Padellaro su un eventuale rinnovo del mandato quirinalizio (“Se ci fossero le condizioni, un Mattarella bis lo vedrei benissimo”). Così come omessa la fonte anche per quello che riguarda la rivelazione su Mario Draghi, cui il premier offrì la guida della Bce. Vale anche per Sky Tg24 che riporta le dichiarazioni di Conte alla festa, su immagini di Cernobbio.

Sul Corriere di ieri, nel basso di pagina 2 si parla dell’ipotesi di utilizzare i fondi del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per gli investimenti sanitari. Si cita una frase del ministro della Salute Roberto Speranza: “Da dovunque vengono i soldi, se sono spesi per la salute si tratta di una spesa giusta”. Parole pronunciate alla festa del Fatto, nell’incontro con Gad Lerner e Maddalena Oliva. Ma la citazione anche qui sembra superflua. Domenica, invece, il quotidiano di via Solferino pubblica una pagina sui “quattro nodi ancora irrisolti” in vista del ritorno a scuola. Si riportano due dichiarazioni della ministra Lucia Azzolina. Una sugli errori nelle graduatorie: “Solo piccole criticità”. L’altra sulle richieste di esonero per docenti “fragili”, che secondo la ministra sarebbero appena 200 o 300. I nostri lettori possono immaginare in che occasione la Azzolina abbia detto queste parole. Quelli del Corriere non lo sapranno mai.

Poi c’è Repubblica. Ieri il quotidiano di Maurizio Molinari dedica l’apertura di pagina 4 a quella che è tra le notizia più “pesanti” uscite dalla festa del Fatto. E cioè la rivelazione, da parte del ministro Speranza, che il famoso “studio segreto” del Comitato tecnico-scientifico sugli scenari del Covid gli fu sottoposto dal delegato di Regione Lombardia Alberto Zoli. Con buona pace di Matteo Salvini che accusava, ancora ieri, il governo di aver tenuto all’oscuro le Regioni sui pericoli della pandemia. Bene: nelle 3 mila battute del pezzo non c’è nemmeno un accenno alla fonte della notizia. Idem sulla Stampa, che ieri a pagina 9 sostanzialmente riproduce l’intervento del ministro alla festa. Frasi forti, buone per il titolo: Salvini è un “piccolo leader che mette gli interessi di parte dinanzi a quelli del Paese”, la pandemia è “un fatto così grande da non meritare il teatrino della polemica politica”. Nemmeno mezza citazione.

E il brutto vizio di evitare di citare la fonte della notizia, se si tratta del Fatto, si estende anche a faccende meno istituzionali. Ancora il Corriere, ancora ieri, attenzione al taglio basso di pagina 4. Tema: cosa voteranno alle prossime comunali i “famosi” residenti a Roma. Esordio con una quote di Sabrina Ferilli: “Ad oggi non ho motivi per non rivotare Virginia Raggi”. Lo ha detto, indovinate un po’, alla nostra festa, intervistata da Andrea Scanzi e Luca Sommi. Ma anche qui nessuna citazione, of course. Forse, visto l’andazzo, sarebbe stato chiedere troppo.

Negazionisti Covid: figli della pericolosa follia del “diniego”

Non so se il raduno di sabato scorso a Roma mi ha suscitato più ilarità o più sgomento, fin dal luogo scelto per la partenza: la Bocca della Verità (con la maiuscola, ovviamente), a dare dignità mitica di valori assoluti a una compagine di No mask, No vax, No alla scienza, No alla minaccia del virus che ci assedia. Insieme a mamme, cardinali, devoti a diete mistiche, a medicine alternative, più – pare – qualcuno che sostiene che la terra è piatta.

Lascio ad altri la valutazione dell’intento politico di chi li raggruppa e li organizza, anche se non è affatto chiaro cosa propongano in alternativa. Per parte mia, mi chiedo piuttosto quali siano i meccanismi psicologici che muovono individui così disparati. Penso in primo luogo alle analogie con la “fase dell’opposizione”, durante la quale i bambini dicono “No” a qualunque cosa, senza alcuna discriminazione dei contenuti, per il piacere di opporsi, appunto, come segno di affermazione di sé. Però quelli hanno due o tre anni.

Ben più serio ed esente da qualunque sfumatura di ingenuità è invece il fenomeno del “negazionismo”, che sembra ispirare le frange più accanite di questi manifestanti. I capostipiti del negazionismo sono coloro che da decenni appunto negano la realtà storica del nazismo e dei suoi misfatti. La funzione del gruppo è evidentemente quella di rinforzare gli adepti nella loro credenza, di sostenerne l’autostima e di eludere ogni senso di responsabilità e di colpa; trasformando in valore ideale la distorsione dell’evidenza e – come è ben noto – scatenando una carica violenta di aggressività contro chiunque tenti di contraddirli.

Il modello di funzionamento psicologico alla base è un meccanismo di difesa ben noto in psicoanalisi fin dal tempo di Freud: il “diniego”, per cui un paziente si rifiuta di ammettere un contesto di realtà oggettive e percettive che gli è sgradito, fonte di angoscia e paura. È un grave sintomo di area psicotica, delirante, che protegge dalla sofferenza, ma al prezzo di sacrificare una parte della realtà (ad esempio, un vistoso sintomo di malattia). La caratteristica del diniego è che la follia si concentra su un nucleo circoscritto, mentre il resto della persona funziona relativamente bene, in contatto con le leggi del mondo reale circostante.

Esistono però anche forme parziali, episodiche di diniego: come chiudere impulsivamente gli occhi per non vedere qualcosa di brutto. Per restare nell’ambito del tema odierno della pandemia, lo facciamo un po’ tutti quando ci diciamo “andrà tutto bene”, “a me non succederà niente”. Sono piccoli espedienti per rassicurarci, momentaneamente utili, innocui se non sfociano nell’incoscienza e – qui sta il punto – se non si trasformano in “movimenti” sistematici e in comportamenti di gruppo.

Temo peraltro che a favorire questi ‘capricci cognitivi’ contribuiscano alcuni equivoci culturali dominanti. Per il timore di essere intolleranti, rischiamo di scambiare per ‘libertà’ la scarica incontrollata dell’impulso. E riteniamo che sia democratico dare pari dignità a qualunque estemporanea opinione messa a confronto con le evidenze scientifiche (sempre sottoposte, per metodo, a ripetute revisioni e verifiche). Come se si trattasse di credere o non credere nel riscaldamento globale, nel covid, nell’essere mortali. Non basta a tranquillizzarci che i seguaci siano relativamente pochi, poiché sono diffusi in tutta Europa. Io invece continuo a pensare che dobbiamo rispettare le persone, non le idee.

Ripensando alla mia incertezza iniziale, concludo che tutto questo surreale e pittoresco ‘movimento’ non mi fa ridere (non riesco a mandar giù neppure gli oroscopi che infestano la carta stampata). Mi suscita invece un forte sgomento, perché è pericoloso e ci consegna alla superstizione, al pregiudizio, all’elusione della fatica di pensare.

BoJo spariglia le carte e minaccia l’Ue

Inizia oggi a Londra l’ottavo round di trattative per l’accordo commerciale che dovrebbe scattare a mezzanotte del 31 dicembre 2020

L’ atmosfera fra i negoziatori in capo, David Frost per il Regno Unito e Michael Barnier per l’Unione europea, è fra il gelido e l’ostile, viste le novità di ieri. La prima: Boris Johnson ha dichiarato: “Se vogliamo che sia ratificato per fine anno, l’accordo con i nostri amici europei deve essere trovato entro il Consiglio europeo del 15 ottobre. Non ha quindi alcun senso pensare a trattative oltre questa scadenza. Se non ci mettiamo d’accordo prima, non vedo come possa esserci un trattato di libero scambio fra noi, e dovremo accettarlo entrambi e andare avanti”. Cioè separarsi senza accordarsi. Il famigerato no deal.

La seconda, scoop del Financial Times ridimensionato ma non smentito dal governo. Downing Street sta lavorando a un progetto di legge per consentire al Parlamento di stracciare parti del Withdrawal Agreement, l’accordo di divorzio firmato da entrambe le parti a fine gennaio. Fra le voci girate nel fine settimana, e riprese da giornalisti affidabili, anche la proposta, se non cederà alle richieste britanniche, di “punire” Bruxelles impedendo alle società europee di raccogliere denaro sui mercati londinesi. Roba da far saltare i negoziati a un mese dal dunque. Come nota il caporedattore Economia del Financial Times, le piazze finanziarie di Francoforte, Dublino e Amsterdam non aspettano altro. Problema: chi mai si fiderà di un Paese che non rispetta gli impegni internazionali? Chi siglerà accordi commerciali equilibrati post Brexit con un Regno Unito completamente screditato? E qual è il movente di questa strategia? Politico offre tre interpretazioni. La prima: BoJo vuole l’accordo ma sta facendo pressione per imporre un cambio di rotta nel mandato di Michel Barnier sui dossier divisivi di pesca e aiuti di Stato, o forse anche per farlo cadere dalla poltrona. La seconda: BoJo vuole far saltare i negoziati, ma spera che sia Bruxelles a far saltare il tavolo. La terza: BoJo è in calo verticale di consensi anche nel suo stesso partito e ha bisogno di dare un contentino ai falchi per farsi perdonare la disastrosa gestione del Covid e degli esami di maturità. Qualunque sia la verità, la situazione è disperata ma non seria.

Assange è già in manette, ma lo arrestano di nuovo

Dopo sei mesi di black-out a causa del Covid, in cui non ha potuto incontrare nessuno, né i suoi familiari né i suoi avvocati, il fondatore di WikiLeaks si è presentato ieri in aula a Londra, per l’inizio delle udienze cruciali del suo processo di estradizione negli Stati Uniti. Confinato in un box di vetro, un volto bianco spettrale e una magrezza preoccupante, Julian Assange è apparso visibilmente provato. Il dibattimento è iniziato in modo singolare: Assange, arrestato l’11 aprile 2019 e in carcere ormai da oltre un anno, è stato arrestato di nuovo ieri mattina, in aula. Perché? A fine giugno scorso, nel bel mezzo del caos Covid, gli Stati Uniti hanno emesso un nuovo atto di incriminazione che non aggiunge alcuna accusa al vecchio: Washington vuole estradarlo e chiuderlo per sempre in una prigione per aver pubblicato i documenti segreti del governo americano che rivelano crimini di guerra e torture, ma nel nuovo atto il creatore di WikiLeaks viene dipinto come un hacker.

Un tentativo evidente di indebolire la protezione giornalistica di cui gode. E così, con un nuovo atto di incriminazione, è servito un nuovo arresto. “Sì, hanno riarrestato un uomo già in prigione. Questo processo è meno serio dei processi sovietici”, ha twittato subito Edward Snowden dal suo esilio a Mosca. In aula i reporter erano pochissimi: la maggior parte di noi giornalisti era collegata in videoconferenza. “In questo processo è in ballo la libertà di stampa e la democrazia”, racconta al Fatto Quotidiano Juan Passarelli, anche lui all’udienza. Filmmaker guatemalteco di origini italiane, Passarelli ha passato gli ultimi dieci anni a documentare molti eventi del caso WikiLeaks. “Ho iniziato a filmare nell’ottobre 2010, durante la pubblicazione dei documenti sulla guerra in Iraq”, spiega al Fatto. “L’atmosfera in cui WikiLeaks lavorava era calma, ma le infrastrutture informatiche e le comunicazioni dell’organizzazione erano sotto attacco. E Julian Assange non si sentiva sicuro, tanto che cambiava il posto in cui dormiva ogni giorno”, ricorda. Passarelli racconta momenti di grande tensione di questi ultimi dieci anni, soprattutto dentro l’ambasciata, quando ormai tramontata l’era di Rafael Correa, il presidente dell’Ecuador che aveva concesso asilo a Julian Assange, è subentrato Lenin Moreno, completamente ostile, tanto da avergli revocato la protezione, permettendo così alle autorità inglesi di arrestarlo.

Juan Passarelli non ricorda di aver mai visto il fondatore di WikiLeaks disperato in questi dieci anni, ma sofferente sì, soprattutto quando Moreno lo tagliò fuori dal mondo, senza visite e senza Internet. “Julian vive per il suo lavoro: impedirgli di farlo, vuol dire togliergli l’ossigeno”. Ricorda anche quanto fosse triste assistere alla sua reclusione nell’ambasciata, senza via d’uscita, tanto che a volte lui giocava a fare dei videomontaggi che facevano apparire Assange al mare o in montagna: ovunque, purché finalmente fuori da quelle quattro mura in cui è rimasto per sette anni senza mai un’ora d’aria.

La cosa positiva è che, anche nei momenti peggiori, Assange ha avuto buoni amici, che hanno cercato di mantenerlo vivo, stimolandolo, portandogli ora un nuovo tipo di caffè, ora un nuovo cibo, per spezzare la routine. Coi bambini, poi, “Julian Assange ha un talento”, racconta Passarelli: “Non l’ho mai visto alle prese con i suoi, ma ricordo che un giorno la rapper inglese M.I.A. portò il suo in ambasciata e fu interessante guardare Julian Assange insegnare al bimbo a usare il computer: lo trattava da adulto e funzionava”. Oggi però il fondatore di WikiLeaks è in prigione e a rischio di rimanerci per sempre, se verrà estradato. “Voglio usare i miei film per informare la gente, soprattutto i più giovani, di quello che ha passato negli ultimi dieci anni”, conclude Juan Passarelli.

Delitto Kashoggi la sentenza “farsa” contro gli assassini

Nessuno si aspettava che il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, detto MBS, sarebbe stato accusato dell’ omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi avvenuto quasi due anni fa, il 2 ottobre, nel consolato del regno dei Saud a Istanbul. Eppure c’era qualcuno che fino a ieri riteneva che il tribunale di Ryad avrebbe confermato le cinque condanne a morte per l’assassinio del giornalista saudita, espatriato negli Stati Uniti da anni dopo aver scritto articoli sulla corruzione della casa regnante e dell’ampio entourage. Agnes Callamard, relatrice speciale delle Nazioni Unite per le esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, ha anche trovato “prove credibili” che il principe Mohammed e numerosi alti funzionari sauditi fossero responsabili dell’omicidio sulla base di un rapporto investigativo pubblicato nel giugno 2019. Ma il tribunale ha commutato i verdetti precedenti e condannato a 20 anni cinque persone, mentre altre tre sono state condannate da sette a dieci anni. Siccome gli otto condannati non sono stati identificati, è come se nulla fosse accaduto. Del resto continuano a lavorare per la casa regnante l’ex vice capo dell’intelligence, Ahmed al-Assiri che il tribunale turco lo scorso marzo aveva accusato di essere colui che aveva pianificato l’omicidio e lo smembramento del cadavere per farlo scomparire e di aver messo assieme la squadra della morte. Anche Saud al-Qahtani, di cui Il Fatto si era occupato per i suoi contatti con il nostro paese, continua a fare il consigliere della casa reale e il supervisore, cioè il censore, dei media. I giudici turchi lo hanno accusato di aver guidato l’operazione dando ordini alla squadra della morte. Il verdetto è arrivato dopo che i figli di Khashoggi hanno dichiarato (lo scorso maggio) di aver “perdonato” gli assassini, una mossa condannata come una “farsa della giustizia” da un esperto dell’Onu. La fidanzata di Khashoggi che lo aveva atteso per un intero giorno fuori dal consolato dove avrebbe dovuto ritirare dei documenti per poterla sposare ha commentato così: “Il verdetto della corte saudita si prende di nuovo gioco della giustizia. Le autorità saudite chiudono il caso senza fare sapere al mondo chi sia il vero responsabile per l’omicidio di Jamal, chi l’ha pianificato, chi lo ha ordinato, e dove sia il suo corpo”. Hatice Cengiz ha promesso che continuerà a battersi per dare giustizia all’uomo che avrebbe voluto sposare.

Minsk: 30 giorni da ribelle. Lukashenko, il “re” è solo

Gli uomini in passamontagna che l’hanno prelevata nel centro di Minsk, nei pressi del museo nazionale, l’hanno sbattuta dentro un minibus scuro dove c’era scritto solo “comunicazione”. È sparita così, ieri, Maria Kolesnikova, una delle donne della troika dell’opposizione bielorussa, l’unica delle “fidanzate combattenti” a non essere fuggita ancora all’estero. Anche se la polizia dice di non saperne nulla, il Consiglio di coordinamento fondato dalle sfidanti del presidente, ha subito accusato del rapimento l’autocrate dai baffetti neri, il dittatore dal pugno di ferro, dall’arroganza insieme ridicola e spietata, che rimane al potere dal 1994: Aleksandr Lukashenko.

Lo chiamano “l’ultimo dittatore d’Europa”: è rimasto intoccabile per 26 anni in quel pezzo di mondo sopravvissuto al collasso dell’Unione Sovietica, dove, grazie al culto della personalità e alla propaganda posticcia elaborata dal suo apparato, la violazione costante dei diritti umani e gli onnipotenti tentacoli degli uomini grigi del suo Kgb, ha imposto per decenni che venisse venerato come il batiyshka, il padre di una patria che ha impoverito e umiliato, e che ora ne chiede la fuga. O la testa. Incuranti di polizia, manganelli e manette – nonostante il disinteresse europeo – certi bielorussi continuano da sempre a manifestare contro il presidente. Non solo dall’ultimo weekend di marce, quando in migliaia sono scesi in strada e poi, come sempre, in centinaia sono finiti di cella. La stessa rabbia, con cifre di partecipanti inferiori, è stata mostrata nelle strade nel 2010, quando le manifestazioni nella Capitale scoppiarono a piazza dell’Indipendenza al termine delle elezioni presidenziali, di cui anche allora, Lukashenko si attribuì la vittoria con l’80% delle preferenze. “Vi avevo avvisato, non viviamo in una democrazia senza cervello”: lo dichiarò quando giornalisti e oppositori finirono in prigione allora come oggi. Tra loro c’erano avversari e candidati che lo avevano sfidato, come Andrey Sannikov, ex ministro degli Esteri ora in esilio. La miccia delle rivolte risultò all’epoca troppo corta e lo fu anche in seguito: nel 2011 ed ancora dopo nel 2017.

Questa volta qualcosa è cambiato. Il caudillo ha avuto per nemici molte donne, ma anche attivisti sul web che con i cellulari e le videocamere sono stati pronti a registrare le violenze per farle vedere al resto del mondo. Meriti della copertura delle rivolte, nonostante i tagli a internet delle autorità che hanno tentato di silenziare il flusso di informazioni, vanno a Belsat, la tv indipendente bielorussa che trasmette dalla Polonia, e al canale digitale Nexta, attivo solo su Telegram ed Instagram, il social dove fino a due giorni fa si sono incontrate le tre fidanzate: la leader simbolo Svetlana Tikhanovskaya in esilio in Lituania, le alleate Veronika Tsepkalo in Polonia e Maria, ora probabilmente nelle viscere delle caserme del Kgb di Minsk.

Nelle ultime ore anche l’attivista Olga Kovalkova ha lasciato la Bielorussia dopo essere stata minacciata. Tante donne contro un uomo solo. Tra loro c’è l’esile Nina Bahinskaya, 73 anni, capelli color ovatta, gli occhiali e le rughe davanti agli uomini neri dell’antisommossa. “Un eroe del nostro tempo” – come il titolo di un famoso romanzo russo –: è così che la chiamano le ragazze vestite di fiori e fiocchi bianchi, colore e simbolo del dissenso slavo non violento. La “nonna di Minsk” è diventata l’ultima icona della lotta al presidente “malato e psicopatico, pilotato da Mosca”. Se qualche rara scritta sugli ultimi striscioni diceva timidamente niet all’annessione con la Federazione russa, i volti noti dell’opposizione hanno ribadito più volte la vicinanza e amicizia con la Russia e il suo popolo. Putin, senza esporsi poi troppo, ha detto che i plotoni che Lukashenko gli aveva chiesto di riservargli in caso di emergenza sono pronti, ma della potente sorella Mosca, né la Minsk ufficiale né quella in rivolta, vogliono ancora attirare attenzione, entrambe consce del ruolo chiave giocato dalla Russia nell’economia nazionale al collasso: circa un sesto delle riserve auree del Paese, cioè quasi un miliardo e mezzo di dollari, sono andati bruciati, ha informato ieri la banca nazionale. Domani sarà un mese esatto dall’inizio delle manifestazioni scoppiate in seguito alle elezioni del 9 agosto scorso, settimane di proteste in cui ininterrottamente è stato ripetuto: “Vattene, Sasha”. Per la prima volta è stata la popolazione a rivolgere un imperativo al suo autocrate, chiamato solo con il suo diminutivo, e non il contrario.

Il fascismo è contro la legge, eppure serve un manuale

Chi denigra la democrazia, le sue istituzioni e la Resistenza, o svolge propaganda razzista, in Italia, commette reato. Chi lo ha stabilito? Una fanatica “toga rossa” seguace dell’antifascismo militante fuori tempo massimo? No, sta scritto nell’articolo 1 di una legge del 1952 recante la firma del ministro degli Interni dell’epoca, tale Mario Scelba, non proprio un estremista comunista. Pochi ricordano l’articolo 9 della legge Scelba che impegna lo Stato, con appositi finanziamenti, a diffondere nelle scuole la conoscenza delle tragedie recate all’Italia dal ventennio fascista. Andrebbe avvertito chi scambia Bella ciao per un canto “divisivo”.

In una democrazia, la scuola pubblica ha il dovere di spiegare il contrario.

Sono informazioni contenute in un utile manuale pratico di Antifascismo quotidiano, questo il titolo del libro curato dal presidente emerito dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi), Carlo Smuraglia, appena pubblicato dall’editore Bordeaux.

Coordinato da Smuraglia, un gruppo di giuristi, ex magistrati e avvocati ha passato in rassegna la legislazione vigente per segnalare – come dice il sottotitolo – gli “Strumenti istituzionali per il contrasto a neofascismi e razzismi”.

Gli autori prendono spunto da una constatazione: troppe volte i rappresentanti delle associazioni democratiche che si rivolgono alle autorità – prefetti e questori – per prevenire o sanzionare manifestazioni di apologia di fascismo e di incitamento all’odio razziale, si sentono rispondere che purtroppo la legislazione vigente non consente di perseguirle.

Tale risposta non dipende solo da un clima di diffusa indulgenza, ma più spesso dipende da vera e propria ignoranza della normativa.

E allora sarà bene andare preparati all’incontro con i responsabili dell’ordine pubblico, affinché non se la cavino con una lavata di mani.

A smentire il luogo comune secondo cui fascismo e razzismo nel 2020 non sarebbero perseguibili non è solo la XII disposizione finale della Costituzione, ma almeno tre diverse leggi in vigore: la già citata legge Scelba; la legge Mancino; e la sezione “Delitti contro l’eguaglianza” che dal 2018 integra il nostro Codice penale.

Sono norme grazie a cui, in caso di necessità e urgenza, gli ufficiali di polizia giudiziaria possono assumere provvedimenti immediati, salvo successiva convalida del giudice competente. E a chi sostiene che applicando la legge si lederebbe la libertà d’opinione dei fascisti e dei razzisti, la Corte europea dei Diritti dell’uomo risponde senza equivoci: il richiamo ai diritti delle minoranze non può essere invocato da chi lo adopera impropriamente come arma per la distruzione dei fondamenti della democrazia.

Basterebbe gettare uno sguardo su quanto già avvenuto in altri Paesi dell’Unione europea per capire quanto sia pericolosa la deroga dalle normative vigenti cui la destra italiana ci sollecita di continuo. Benvenuto dunque a un breviario legale pratico di antifascismo e antirazzismo in difesa della Costituzione.