Una Mostra di lotta e resistenza. Oltre il Covid c’è di più, un obbligo di verità, strappato a segreti e prigionie di Stato, rivendicato da militanti tradite, politiche appassionate, contadini tenaci e neri combattenti.
La carica la suona il maestro russo Andrei Konchalovsky, che disseppellisce sullo schermo un massacro censurato per sessant’anni, quello perpetrato tra l’1 e il 2 giugno del 1962 a Novocherkassk: uno sciopero in fabbrica soffocato nel sangue dall’Armata Rossa e/o il Kgb, 26 i morti, 87 i feriti. È l’Unione Sovietica di Nikita Krusciov, il carovita e i tagli salariali innescano la rivolta operaia, la repressione è brutale, ma la prima inchiesta ufficiale, affidata all’investigatore Yuri Bagraev qui consulente, arriverà solo nel 1992: “Un buco nero, non se ne poteva parlare prima di Gorbaciov. Mi sono basato sui documenti, metà film è fatto con i resoconti stenografici”.
Bianco e nero e rapporto d’aspetto 4:3, attori non professionisti e pulizia formale, Cari Compagni! (Dorogie Tovarischi!) si dà titolo ironico e infila la camera nella brutalità del regime, nel tradimento degli ideali e nell’occultamento dei fatti. Konchalovksy affida alla moglie, la bravissima Julia Vysotskaya, la protagonista Lyudmila, membro del Partito comunista locale, fedelissima alla linea: quando non ha notizie della figlia diciottenne, si mette a cercarla, rimpiange Stalin “come Togliatti o Gramsci”, mastica amaro ma non molla. Il colpevole? Non l’ideologia, ma il potere: “È sempre lo stesso, ha un solo obiettivo: preservare se stesso”.
Impegnato in “un affresco documentario sul lockdown in Russia, molto divertente: i russi sono come i napoletani, famosi per non attenersi alle regole”, il regista teme per il cinema, “finiremo a vedere i film a letto da soli”, e per il teatro, “non si può farlo a casa”, sopra tutto, si prepara alle “rivolte sociali: stanno tornando” e staccherebbe la spina, almeno a Internet: “La nostra mente ne è distorta, tutto diventa banale, anche la verità. Servirebbe un lockdown con le candele, dovremmo tornare a scrivere lettere, come facevano Tolstoj, Stendhal, Cechov e Van Gogh. Oggi invece mandiamo Sms con ‘mi sono tagliato i capelli, ciao’”.
Tenuta a battesimo dal Kgb, ora la dezinformatzija non conosce confini, e Caetano Veloso lo sa bene: “Vorrei portare ai giovani più decisione e chiarezza, perché credo che, soprattutto in Brasile, siano sotto una nube di disinformazione”. A Venezia è in cartellone il documentario Narciso Em Férias, di Renato Terra e Ricardo Calil, che ne inquadra l’arresto durante la dittatura militare il 27 dicembre 1968: al pari di Gilberto Gil, il cantautore venne prelevato dalla propria casa a San Paolo, messo in isolamento e poi in carcere. Un rischio attuale? “In Brasile oggi abbiamo un abbozzo di autoritarismo, però la situazione è diversa da quella del ’68, si ha paura di perdere i propri diritti”.
Quelli per cui si è sempre spesa Nilde Iotti, “una grande donna del Novecento, tra passione politica e senso civile”: attraverso materiale di repertorio, testimonianze e i pensieri riconsegnati da Paola Cortellesi, il regista Peter Marcias alle Giornate degli Autori fa del doc Nilde Iotti, il tempo delle donne non solo rendiconto biografico, ma rivelatorio affaccio sul presente. Parola d’ordine presa di coscienza, anche per l’attrice afroamericana premio Oscar Regina King, fuori concorso con l’esordio alla regia One Night in Miami, dove fissa l’incontro, all’indomani della sconfitta inferta a Sonny Liston nel 1964, tra Cassius Clay e gli amici Malcolm X, Sam Cooke e Jim Brown: “Le uccisioni di George Floyd e Breonna Taylor ci dimostrano che la lotta per l’uguaglianza razziale è lungi dall’essere conclusa. Abbiamo più che mai bisogno l’uno dell’altro”.
L’unione fa la forza anche in Spaccapietre (Giornate) dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio, che mandano in missione il Salvatore Esposito di Gomorra contro il caporalato, e nell’Omelia contadina di Alice Rohrwacher e Jr, “un’azione cinematografica per scongiurare la scomparsa di una cultura millenaria”, quella dell’Alfina, altopiano tra Lazio, Umbria e Toscana, falcidiato dalle monocolture intensive.
Eppure, la speranza c’è, anche se è dura: “Nella vita ogni lieto fine – dice Konchalovsky – è un miracolo”.
@fpontiggia1