Impossibile tamponare tutti in continuazione

Nel mondo l’andamento generale della pandemia è in calo. In Italia, nelle ultime settimane, dopo un crollo generale dei dati pandemici, stiamo assistendo a un, seppur modesto, aumento di soggetti positivi. Effetto postumo delle vacanze, lo avevamo previsto, ma anche fenomeno dovuto soprattutto al nuovo metodo di indagine adottato. Oggi si eseguono migliaia di tamponi in più e si procede al tracing, cioè vengono sottoposti al test tutti i contatti del soggetto positivo. In una infezione che provoca sintomi, perlopiù non gravi, nel 5% dei casi positivi, il numero assoluto di questi ultimi risulta poco significativo. Ciò che deve essere preso in considerazione sono i ricoveri e soprattutto i decessi. Questi ultimi, accertato che si tratti di morti per Covid e non, come spesso è avvenuto, morti per svariate patologie e poi risultati positivi al Covid, sono intorno alla decina. Oggi il trend è in lieve rialzo, ma molto contenuto. Certamente, se è assolutamente doverosa l’attenzione al fenomeno, non è giustificabile ritenersi in emergenza.

L’emergenza vera è in altri settori. Sono i docenti che si rifiutano di essere sottoposti ai controlli, sono le centinaia di botteghe che vediamo chiuse e che probabilmente non riapriranno più, è lo smart working che riduce un importante indotto commerciale, oltre a privare un confronto lavorativo e sociale. Preoccupante è la situazione socio-economica. Ci troviamo davanti a una domanda alla quale spesso stiamo sfuggendo dal rispondere o alla quale si danno risposte evasive. La strategia che si vuole intraprendere è quella di inseguire il virus a ogni costo o di conviverci con il minor danno possibile? In parole povere, dobbiamo continuare a tamponare tutta la popolazione? E, visto che si può diventare positivi un minuto dopo aver eseguito il tampone, dobbiamo ripeterlo ogni giorno? Decidiamo di prenderci cura solo dei sintomatici? Dobbiamo mettere in quarantena tutti i positivi, incuranti dei milioni di giorni di lavoro perduti? Prendiamo atto, al momento, che non abbiamo armi specifiche nei confronti del virus e decidiamo di conviverci accettando il danno minore?

La risposta, se fosse solo scientifica, sarebbe univoca. Tamponare tutti e in continuazione. In realtà, ha importanti implicazioni sociali, economiche, politiche. Sopraggiungono responsabilità non irrilevanti. Bisogna fare i conti con le risorse economiche, umane ma anche strumentali sanitarie disponibili. Sappiamo che non ci sarebbero strumenti e kit diagnostici sufficienti a soddisfare una domanda così importante. È una condizione comune al mondo. Dobbiamo ottimizzare le risorse? Le istituzioni governative ci devono una risposta.

 

Red Carpet Venezia. In passarella c’è di tutto tranne il cinema

Dal Muro di Berlino al Muro di Venezia. La Mostra è un esperimento di convivenza con il Covid, ma anche con i sogni, di cui il cinema resta lo spacciatore più titolato. Se nei film prosegue la cupa tendenza degli ultimi anni (commedia estinta, sfighe pandemiche, dagli analisti di Wall Street ai cammellieri afghani, alle carceri ivoriane), il vero simbolo dell’Anno Zero è il Red carpet: una delle poche cose rosse rimaste ad attrarre le masse versa in evidente crisi d’identità. Transennato e incellofanato alla maniera di Christo, il Tappeto rosso è reso invisibile ai fan, ridotti a intercettare qualche celebrità nel tragitto dall’Excelsior prima di rassegnarsi a farsi i selfie tra di loro, tanto con le mascherine tutto fa brodo. Questo Tappeto che c’è ma non si vede (dal vivo) e si vede anche se non c’è (in tv, sul web) è la nuova terra promessa dei Vip, nessuno escluso. I grandi della celluloide sono quasi assenti? Meglio. Nastro ricco mi ci ficco. Matteo Salvini è venuto fino a Venezia “a vedere un bel film italiano” (forse vicino a casa sua danno solo film americani), e come lui sono arrivati Elodie direttamente da Amici, Nunzia De Girolamo direttamente da Ballando con le stelle, Giorgina Rodriguez con il cartellino del prezzo (dell’abito, si capisce), Madalina Ghenea, Giulia De Lellis, Cecilia Rodriguez… Va bene mescolare alto e basso, ma l’alto dov’è? Modesta proposta prima che il Leone d’oro si trasformi nel Grande fratello. Nell’anno in cui i comuni mortali devono misurare la febbre e mostrare gli accrediti dieci volte al giorno, istituiamo un accredito anche per il red carpet. Unico requisito: avere avuto a che fare con il cinema una volta nella vita. Dalla diva al venditore di popcorn, va bene tutto. Ma il Festival di Sanremo e Temptation Island non bastano. Per i fan di Madalina e Cecilia si facciano piuttosto dei tappetini a parte, su ordinazione dei follower. Mai come nell’anno del Muro di Venezia è importante mettersi al servizio della cultura, non mettere la cultura al proprio servizio. Diamo al cinema quello che è del cinema, e al tappeto quello che è dei tappezzieri.

Mail box

 

Questa politica pensa soltanto a se stessa

Sono un operaio in cassa integrazione Covid, ma nonostante questo non percepisco un centesimo da fine maggio. Ho affitti arretrati, bollette e spese varie da pagare. Mi sento abbandonato dalla politica: tutto il panorama politico mi sembra che stia pensando soltanto alle elezioni imminenti, ovvero ai “loro posti di lavoro”. Come vengono pagati regolarmente a fine mese tutti gli stipendi in primis quelli dei politici, ancor prima dovrebbero essere pagati gli stipendi da cassa integrazione, anche se bassissimi.

Elia Rauzino

 

Utilizziamo l’Avis contro il Coronavirus

Gli automezzi mobili già in circolazione come quelli dell’Avis o di altri enti, facilmente requisibili, potrebbero essere usati per istituire per una capillare ricerca con campioni e/o test rapidi sul tutto il territorio italiano. Così si potrebbero individuare gli asintomatici. A quel punto sì che funzionerà l’app “Immuni” e tutti saremo più sicuri da “contatti accidentali”. A parer mio poi, gli ingressi degli enti statali andrebbero attrezzati con termoscanner e non con ridicole pistole giocattolo. Gli apparecchi rilevatori di presenza si potrebbero facilmente sostituire con altri che inglobano anche la funzione di controllo temperatura corporea.

Angelo Vitale

 

Meglio pochi ma buoni, per questo voterò Sì

Sono sempre più convinto di votare Sì al referendum. La mia convinzione deriva anche dalla percentuale di presenze e dalla scarsa produttività degli eletti: “Meglio pochi ma buoni”. Spero che vengano reintrodotte le preferenze alle prossime elezioni e in questo modo sia più facile avere rappresentanti validi e impegnati. Per le elezioni regionali mi ritorna in mente Montanelli che, in un momento di scelta importante, ci chiedeva di “votare bene, turandoci il naso”. Ora è il momento di comportarci nello stesso modo. È impensabile premiare Salvini che sa soltanto sbraitare comportarsi come un bullo. L’onorevole Meloni, apprezzabile solo per la sua coerenza, ci può dare altrettanto poco. Il pericolo, in questo caso, non è lei ma gli “scalmanati” che la circondano.

Paolo Benassi

 

Complimenti a voi per la bellissima festa

Anch’io mi venderò. Soprattutto se potrò farlo insieme a Nina Zilli, in un contesto speciale, come la festa del Fatto Quotidiano. Mi venderò per promuovere il solo quotidiano che riesco a leggere, quindi vorrò proporlo a tutti coloro assetati di notizie vere e ben proposte nella vostra nuova veste grafica. Ricordo ne sbirciavo l’immagine della prima pagina, prendendola da Facebook e la ingrandivo per poter leggere il fondo di Travaglio. Poi mi sono reso conto che in questo modo il giornale non avrebbe venduto niente e un quotidiano simile meritava il mio apporto economico. Mi sono abbonato e così posso godere dell’articolo intero e anche di quelli proposti da: Lucarelli, Fini, Padellaro, Luttazzi per dirne alcuni. Spero che queste feste si replichino più volte nel prossimo futuro, nonostante i negazionisti della verità.

Massimo Caprabianca

 

Bisognerebbe dire grazie a Lucia Azzolina

Sono una lettrice del vostro giornale, sono un’insegnante in pensione di Milano e desidero che lei pubblichi questo messaggio. Ho insegnato circa 40 anni in diverse scuole pubbliche e nessun Ministro dell’Istruzione si è mai preoccupato di cambiare banchi e altri arredi e fare un’edilizia leggera. E’ una vera manna caduta dal cielo. E’ una vera ingiustizia criticare questa ministra, sono persone incompetenti e non hanno esperienza diretta sulla scuola. Sono sicura che questa ministra darà lavoro a molte persone.

Giuseppina Marrese

 

La nuova impennata dei contagi mi spaventa

Spero siano vere le notizie sul vaccino al Covid-19 che già il prossimo novembre verrà distribuito a milioni di dosi. La situazione sul fronte del contagio da Covid si fa sempre più preoccupante. Aumentano infatti quotidianamente ricoveri e malati in terapia intensiva. La “folle estate” appena trascorsa ci ha fatto ripiombare nell’incubo che mesi di sacrifici di massa avevano allontanato. Come ha scritto Oscar Wilde “niente è più necessario del superfluo”.

Mauro Chiostri

 

La sinistra deve andare unita per non perdere

Cominciamo col dire che il Partito Democratico non è più la vera sinistra e lo dimostra ogni giorno che passa. Ma bisogna essere più che…diciamo incauti, per non capire che la sinistra popolare è in attesa che il vertice batta un colpo, siamo vivi. Volete stare divisi dagli alleati per motivi logistici, benissimo però dovete essere uniti nelle competizioni politiche. Non è di sinistra perdere per non far vincere l’alleato. Sveglia! Cambiamo insieme l’Italia e facciamo la storia.

Omero Muzzu

F1, ritirare la Ferrari? È un totale disastro, ma l’addio sarebbe peggio

Caro Fatto, vista l’ennesima disfatta della Ferrari, non sarebbe più dignitoso ritirarsi?

Stefano Cioni

 

Gentile Stefano, il suo provocatorio ma in fondo non azzardato suggerimento è spiazzante perché va a colpire la Ferrari, mica bruscolini: un mito tricolore, uno dei monumentali emblemi nazionalpopolari che hanno esaltato nel secondo dopoguerra l’immagine di un’Italia vincente, progredita, creativa, innovativa. La Ferrari è già tradizione. Come si dice oggi, un brand ormai inattaccabile, tra i più celebri e solidi del mondo. Capace, in un certo senso, di replicare il Rinascimento nel sofisticato pianeta dei motori (e poi della moda, del design e del buongusto). L’auto, per generazioni di italiani, ha rappresentato la furia di vivere, il rombo degli scappamenti gridava tutta la rivincita sul malessere esistenziale, per molti era la vetrina del riscatto sociale, per tanti la libertà di muoversi. Sulle minuscole utilitarie si sognava il Cavallino Rampante, le monoposto rosse, i trionfi dei piloti, gli eroi che in ogni Gran Premio rischiavano la vita e talvolta la lasciavano in pista. Enzo Ferrari, ha scritto qualcuno, riuscì a trasformare l’auto sportiva in filosofia.

La Ferrari ha vinto tantissimo, così come ha perso spesso, venire sconfitti fa parte del gioco, quando ti batti contro il meglio tecnologico e progettuale del resto del mondo. Tuttavia, ciò che sta succedendo in queste settimane è davvero insopportabile e umiliante. Un tradimento. La Ferrari si è sempre battuta alla pari con le scuderie avversarie tedesche, americane, inglesi, francesi. In F1, il marchio di Maranello, quanto a vittorie, non è mai stato secondo a nessuno: 16 volte campione del mondo. Gli altri? La Williams 9, la McLaren 8, la Mercedes 6. Purtroppo, il doppio ritiro di Monza ha eclissato la memoria del trionfale passato. Un disastro. Ma ritirarsi sarebbe uno sbaglio. La crisi va affrontata di petto, non scappando. I problemi sono tecnici e manageriali. I soldi non mancano. Manca la coesione che aveva fatto della Ferrari un modello. Dove passione, estro, fantasia e invenzione si coniugavano con le geniali intuizioni degli ingegneri.

Leonardo Coen

Da comprimario a protagonista vero: c’è Speranza

Circola in Rete un video esilarante. Una conduttrice del Tg1, testuale, a un certo punto, dice: “Il ministro della Speranza, Salute”. Errore sublime e al contempo illuminante. Sublime, perché un ministro della Speranza in effetti non ci farebbe male (ancor più se si chiamasse Salute). E illuminante, perché il ministro reale non è mai stato un gran campione nell’attirare l’attenzione. Il che, di per sé, non è necessariamente un difetto. Vuol dire non brillare in carisma, ma vuol anche dire a volte lavorare duro lontano dai riflettori. Ed è questo il caso.

La storia di Roberto Speranza, nato il 4 gennaio 1979 a Potenza, è assai singolare. Fino a questo governo sembrava, e mi sa che era proprio error nostro, un “pollo di allevamento” (per dirla con Pasolini e Gaber-Luporini). Travolto mediaticamente da un quasi esordiente Di Battista all’inizio della precedente legislatura, per un po’ ha incarnato “l’uomo dell’establishment” se rapportato alla scapigliatura del primo grillismo. Poi però, giorno dopo giorno, Speranza ha fatto capire perché Bersani l’abbia sempre adorato. Proprio l’allora segretario Pd, nel 2012, scelse lui, Alessandra Moretti e Tommaso Giuntella come triumvirato del giovane bersanismo arrembante. In breve tempo la seconda si ritrovò iper-renziana e il terzo evaporò. Speranza, no: fedele a Bersani fino alla fine. Il 15 aprile 2015 si dimise da capogruppo Pd alla Camera, in dissenso con la decisione del governo Renzi di porre la fiducia sull’Italicum. E due anni dopo se ne andò (con Bersani, of course). Eletto deputato nel 2018 con Liberi e Uguali, ridotto all’irrilevanza dal Salvimaio e televisivamente meno efficace di un Fratojanni. Coordinatore Nazionale prima e segretario poi di Articolo Uno, dunque in via teorica potente, ma all’atto concreto ben poco decisivo nelle patrie sorti. Poi, l’imponderabile. Salvini si suicida al Papeete, nasce il Conte-2 e Speranza entra nel governo. Però dalla porta di servizio. Non tutti lo ricordano, ma la lista dei ministri ritardò perché – giustamente – i bersaniani dissero a Conte una cosa tipo: “Okay che siamo in pochi, però al Senato siamo decisivi. Dunque non trattateci come la figlia della serva”. Così, al fotofinish, ad Articolo Uno viene dato un dicastero di peso. La Salute. A Speranza. Quello che c’era, ma non c’era.

Alzi la mano chi avrebbe previsto, di lì a qualche mese, che sul povero Speranza sarebbe caduta addosso un meteorite chiamato “pandemia mondiale”. Da comprimario a protagonista assoluto. Speranza si è giocato tutto, e se lo sta ancora giocando. Dentro il governo, ieri come oggi, resta il più terrorizzato all’idea di qualsivoglia “apertura”. Per quasi tre mesi, durante il lockdown, è andato da Floris con lo sguardo perso e una pettinatura cotonata sempre più Jackson Five, cercando di non dir nulla fingendo di dir tutto. Speranza ha sempre lo sguardo tenero di uno da cui dipende la sorte del mondo, e in effetti un po’ è così. Se potesse applicherebbe un’efferata detartrasi con la scimitarra ai vari Briatore, ma non cerca mai la polemica: non ha tempo, non ha voglia. Speranza tira dritto, sgobba molto e lavora bene. Ai fuochi d’artificio preferisce i fatti. Sarà per questo che da mesi, nelle classifiche dei politici più stimati dagli italiani, è al secondo posto. Davanti ha solo Conte, dietro ha tutti gli altri. Dalla Meloni a Salvini, da Zingaretti a Di Maio. Giù giù fino a Renzi (in fondo, ovviamente). Sono anni che la sinistra cerca un leader: stai a vedere che lo aveva in casa da vent’anni, e neanche se n’era accorta. Fraintendendolo addirittura per un maggiordomo.

 

A furia di comprimere il virus, ce lo terremo per trent’anni

Oltre al Covid esiste, come se non bastasse, anche un “Long Covid”. Persone guarite ufficialmente da questa rognosissima influenza (ma sarà poi un’influenza, vai a sapere) accusano gli stessi sintomi e malesseri di quando erano malate: una grande stanchezza, debolezza, ansia, perdita di memoria, dolori muscolari. È comprensibile per chi ha vissuto un grande stress. Più curioso è che più o meno gli stessi sintomi li avvertono persone che non solo non hanno avuto il Covid, ma non ne sono state nemmeno sfiorate. Qui entra in campo la paura, componente consustanziale all’essere umano che può essere positiva, perché è grazie alla paura che noi abbiamo potuto sopravvivere per millenni a differenza di altre specie animali, ma anche, come in questo caso, negativa perché paralizzante. Basta uno starnuto, un colpo di tosse, un po’ di stanchezza (ma chi non è stanco in questa società ossessiva e nevrotica?) che subito si pensa al Covid e alla morte. Paura del tutto irrazionale perché in Italia i morti per Covid sono attualmente lo zero virgola della popolazione. Bisognerebbe che tutti ci ricordassimo del detto di Epicuro: “Muore mille volte chi ha paura della morte”. Che è proprio la situazione irrazionale che stiamo vivendo, peraltro in una società che, per una sua folle ubris non contempla la morte biologica, quella inevitabile che prima o poi arriva per tutti, ma l’ha proibita, scomunicata, dichiarata pornografica.

Credo però che in molti di noi più che la paura della morte operi un autentico e molto razionale terrore della trafila delle “quarantene”. Che – ne sono abbastanza convinto – faranno più danni del Covid. L’ansia abbassa le difese immunitarie che si aprono a malattie ben più pericolose. Ma questo lo potremo sapere solo a epidemia superata e sempre che sia superata. L’aver tentato di bloccarla in tutti i modi ci espone a continui colpi di ritorno (a uno assistiamo in questi giorni) come una molla troppo compressa torna su con la stessa forza con cui l’abbiamo schiacciata. E un’altalena del genere può continuare all’infinito.

Il governo italiano ha deciso una linea, poi seguita più o meno da tutti gli altri Paesi europei, e l’ha portata avanti in modo coerente; forse l’unico appunto che gli si può fare è di non aver rafforzato i presidi sanitari fin dal momento in cui l’epidemia è comparsa in Cina, perché oggi tutto si muove a velocità supersonica. Io, che per fortuna di tutti non sono presidente del Consiglio, avrei seguito una linea completamente diversa. Storicamente le epidemie non nascono a caso, arrivano quando c’è un eccesso di popolazione. Nel mondo non siamo poi molti, 7,5 miliardi circa, ma questa cifra è moltiplicata proprio dalla velocità degli spostamenti per cui, forzando un po’ il paradosso, è come se stessimo tutti nello stesso posto. L’epidemia ha la funzione di sfoltire questo eccesso di popolazione. Nel mondo i morti per Covid si aggirano fra gli 800 e i 900mila. Quanti sarebbero stati senza le misure di contenimento presi dai vari Paesi? Il doppio, il triplo? Nell’ultima guerra mondiale, in un’area molto più ristretta (Europa e Giappone) i morti sono stati 50 milioni. La guerra ha avuto la funzione di un’epidemia, per fortuna altrimenti in Europa ci saremmo trovati con una sovrappopolazione non sopportabile. Se si fosse lasciato che l’epidemia sfogasse liberamente il suo corso alla fine se ne sarebbe andata, per mancanza di alimento, come sempre se ne sono andate le epidemie e se ne sarebbe riparlato fra trent’anni. Invece rischiamo di portarcela appresso per trent’anni ancora e forse più.

Caro Massimo, alla tua età il tuo mi pare come un chiaro tentativo di suicidio, che spero fallisca. Ma perché vuoi trascinarti dietro migliaia di persone che alla pelle ci tengono?

 

I nuovi crociati del “No” con gli sci sulla spalla

A due settimane dal voto tira già un’arietta da crociata, tra i santi soldati che innalzano gli stendardi del No al taglio dei parlamentari, riforma che pure nel tempo non remoto del pre-Covid avevano voluto e pubblicamente votato con maggioranze sino al 98 per cento tra Camera e Senato, ma pazienza. Hanno cambiato idea proprio in difesa della Camera e del Senato tanto sacri nei loro perimetri da saltarci dentro e fuori, come giocassero a palla prigioniera.

Non è l’incoerenza a disturbare loro il sonno, ma la ferita inferta alla Costituzione, la quale per la verità nacque senza assegnare i seggi né alla Camera, né al Senato, ma di nuovo pazienza, ora fanno finta che quei numeri, 630 deputati, 315 senatori, contengano una loro verità intrinseca, come quelli della Cabala che per i sapienti era l’albero della vita e per loro sono l’albero dove morirà la rappresentanza, anzi la democrazia, se malamente tagliato.

Anche se nulla li impensieriva quando nei limpidi palazzi la rappresentanza del popolo veniva garantita dai segretari di partito che scrivono e sigillano le liste, né quando saltavano fuori campioni della rappresentanza come Razzi, Scilipoti, De Gregorio, o assenteisti cronici come Michela Vittoria Brambilla, in quota animali domestici.

Le crociate non contengono logica, ma fede. Sufficiente per sostenere che “il taglio dei parlamentari è un progetto antipolitico, anzi eversivo”, in diretta continuità con Mani Pulite, inteso come golpe anticasta che liquidò in un bagno di sangue giudiziario i cinque partiti caposaldo della Prima Repubblica.

I quali caddero non perché rubavano tutti i soldi disponibili, compresi quelli per i terremotati, la sanità, la scuola, il Mezzogiorno, persino la cooperazione con l’Africa dov’erano maestri i socialisti, ma per agevolare la presa del potere da parte dei comunisti di Achille Occhetto, purtroppo all’ultimo momento sostituito con Silvio Berlusconi che si era fatto largo tra i feriti e i caduti dal suo villone di Arcore incastonato a metà strada tra la Villa Wanda di Licio Gelli e quella di Hammamet.

Ma le crociate, sempre al netto degli stermini, sono anche un notevole catalogo di pregiudizi che non evolvono. Ai tempi del referendum per l’abrogazione della legge che istituiva il divorzio, la Chiesa era ancora ferma agli inganni puerili dei papi che lo definivano “contrario alla legge naturale divina”. Sostenendo che “a causa del divorzio il patto nuziale diminuiva la dignità della donna che correva il pericolo di essere abbandonata dopo che aveva servito come strumento di piacere al marito” (il contrario non era previsto dai papi).

Mentre i comunisti – per religione speculare – definivano le battaglie divorziste “esasperazioni, provocazioni di gruppi anticlericali”, come sosteneva Enrico Berlinguer, oggi santo di ogni lungimiranza, che mettevano in pericolo “l’unità di intenti” tra le masse popolari social comuniste e quelle cattoliche.

Tanto è vero che la giovane deputata Luciana Castellina, tra uno skilift e l’altro, sosteneva che “il divorzio non interessa le masse. È roba buona per attrici e finanzieri, le forze popolari hanno ben altro a cui pensare”.

E dunque il taglio dei parlamentari oggi è “ghigliottina alla Robespierre” come dice Pier Ferdinando Casini, immaginandosi Maria Antonietta. E un Angelo Panebianco, testa fine del riformismo, si schiera per il No considerando il taglio un tentativo di “aggredire e sfregiare” la democrazia parlamentare, non di riformarla, ma di colpirla “in quanto casta”. Per Renzi la riduzione dei parlamentari “è uno spot”. Per Bertinotti “la lesione finale a un declino fino all’eutanasia della istituzione parlamentare”. Per Matteo Orfini “la distruzione della democrazia”. Per Cacciari “una cavolata, un avanti popolo nella chiacchiera universale”. Per Luciano Violante “un errore” se non si cambia prima il contesto, cioè la legge elettorale, i collegi, le funzioni del Senato, l’introduzione della sfiducia costruttiva.

Ne parliamo nel 2030. Che è il solito modo di non fare nulla visto che non si può fare tutto. E praticare l’eterno benaltrismo, lo slalom di chiacchiere per restare immobili. Proprio come ai tempi della giovane Castellina. E sempre sciando a nome delle masse popolari.

 

Ancoraggio, ambiguità, contrasto e gli altri “fratelli” dell’errore

Per fuorviarci, i propagandisti usano non solo gli errori di ragionamento, ma anche i limiti della nostra mente, che possono portarla a commettere errori cognitivi (Gilovich, Griffin & Kahneman, 2002). I più comuni sono l’errore di conferma (credere di più alle informazioni che confermano le proprie convinzioni invece che a quelle che le contraddicono), quello di corrispondenza (attribuire il comportamento altrui alla personalità, sottostimando le influenze del contesto), di conclusione (giudicare la forza logica di un argomento in base alle proprie convinzioni sulla verità o falsità della conclusione), di auto-validazione (attribuirsi più responsabilità per i successi che per i fallimenti, e interpretare le ambiguità in modo conveniente), di zoom (considerare solo una parte della questione, dare troppa importanza a un suo aspetto) e di retrovisione (credere di aver saputo prevedere un evento dopo che è successo). L’Enciclopedia Britannica e Wikipedia, però, ne elencano molti altri. Non so come ci riescano.

Errori per eccesso o mancanza di informazioni. Errore di ancoraggio (prendere decisioni basandosi sulla prima informazione trovata), di modellizzazione (percepire schemi tra dati casuali), di ambiguità (evitare opzioni che la mancanza di informazioni rende dubbie), di automazione (decidere basandosi eccessivamente sulle informazioni di sistemi automatizzati), di contrasto (percepire di più o di meno uno stimolo se paragonato a uno stimolo contrastante), di enciclopedia proiettata (per chi è più informato non è facile assumere la prospettiva di chi è meno informato), di validità (credere che nuove informazioni aggiungano dati rilevanti per una previsione, anche quando non è così), della verità illusoria (credere che una affermazione sia vera perché è facile da capire, o perché ripetuta più volte), dell’informazione inutile (cercare informazione anche quando non può influire sull’azione), dello strascico (considerare significativo un dato statistico che può essere un risultato casuale, dovuto alle dimensioni del parametro indagato), di trivialità (dare un peso eccessivo a banalità), di paragone (legge di Weber–Fechner: la difficoltà di paragonare piccole differenze fra grandi quantità), di somma zero (percepire erroneamente una situazione come se fosse a somma-zero, cioè la situazione in cui uno guadagna a spese di un altro).

Errori per scorciatoia euristica. Sono i più frequenti. Errore di correlazione (percepire una correlazione inesistente fra due eventi), di antropocentrismo (usare analogie umane per ragionare su fenomeni biologici meno familiari), di attenzione (tarare la propria percezione sui propri pensieri ricorrenti), di disponibilità euristica (sovrastimare la probabilità di eventi che sono più presenti nella propria memoria, in quanto più recenti o più insoliti o più connotati emotivamente), di cecità (ignorare l’informazione generale e considerare solo quella pertinente a un caso specifico), di interpretazione statistica (paradosso di Berkson: la tendenza a interpretare in modo sbagliato esperimenti statistici che contengono condizioni probabilistiche), di congruenza (verificare ipotesi solo con test diretti, invece di testare ipotesi alternative), di specificità (presumere che condizioni specifiche siano più probabili di quelle generiche), di distinzione (giudicare più diverse due opinioni quando le si valuta insieme, di quando le si valuta separatamente), di durata ignorata (giudicare un episodio non considerando la sua durata), della tradizione (usare un metodo solo nel modo in cui lo si è sempre fatto).

(5. Continua)

 

Troppe notizie infastidiscono i nostri giornali

Approfitto di questo spazio per confessare una serie di fatti deplorevoli di cui mi sono macchiato, sabato scorso, nel corso dell’intervista al premier Giuseppe Conte alla festa del Fatto Quotidiano.

1. Provo, innanzitutto, dolore e vergogna nel rievocare la scena che ha emozionato il pianeta (e La Verità). Il presidente del Consiglio dichiara che i morti in Italia per Covid-19 sono stati 135mila. Io che mi azzardo a correggerlo ricordando che, al momento, il numero delle vittime è di circa 35mila. Lui che ribadisce: “135mila, punto”. Io che non insisto pensando: a) si tratta di un evidente lapsus dovuto alla stanchezza e alla canicola di mezzogiorno. b) se puntualizzo ancora, hai visto mai che si alza e se ne va? c) Conte è parte di un vasto complotto contro gli italiani. Basta leggere infatti “Negazionisti al #Tg2: “135mila sono i morti#fake programmati per la prossima stagione autunno-inverno. In Italia muoiono 650.000 persone ogni anno. Vuoi vedere che non si trovi il modo di spacciarne 135.000 Covid?”. Era così evidente, perché diavolo non ci ho pensato?

2. A Peter Gomez e a chi scrive, Conte rivela di aver proposto a Mario Draghi la presidenza della Commissione europea, che egli ha però rifiutato perché “si sentiva stanco”. Ha l’aria di una notizia, e infatti si mobilitano all’unisono le migliori penne del giornalismo, con traboccanti espressioni di sdegno e riprovazione. Ma Conte come si permette? Chi si crede di essere? Come osa pronunciare, invano, il nome di SuperMario? E poi è mai possibile che un personaggio di tale levatura possa essere “stanco”? Il premier si vergogni di tali velenose insinuazioni.

3. A domanda sull’elezione del nuovo capo dello Stato fissata per il 2022, Conte si esprime per un secondo mandato di Sergio Mattarella. Sembra una notizia, e infatti i venerati colleghi si lasciano andare a reazioni indispettite. Ma Conte come si permette, chi si crede di essere, come osa? Per poco non viene denunciato per il reato di vilipendio al capo dello Stato.

4. Conte spiega che con il virus che non molla la presa, il ritorno del pubblico negli stadi sarebbe un azzardo. Assomiglia a una notizia, e infatti solleva vasta indignazione: Conte di che s’impiccia, non sa che il Paese è stufo della soffocante dittatura dei Dpcm, che limita la libertà dei cittadini di ammalarsi in santa pace? Insomma, una via crucis lastricata di notizie, subito saccheggiate dai siti e dagli schifatissimi giornali. Comprensibile perciò che Pietro Senaldi, su Libero, parli di “pennivendoli” (noi) e “venditori di tappeti” (Conte), visto che anche lui di notizie in vita sua non ne ha mai vista una.

La squadraccia senza gloria dei fratelli Bianchi picchiatori

“Quando arriva la squadraccia fascista dei fratelli Bianchi qua si trema, meglio andare via. Hanno già pestato persone altre volte. Prima o poi qualcuno doveva morire sotto i loro pugni ed è stato il povero Willy”. “Li avete visti? Sono macchine costruite per uccidere”. Questo il tono dei discorsi ascoltati per tutta la giornata di ieri, a parlare sono amici e compagni che hanno portato fiori, sciarpe e magliette della Roma, nel parchetto dietro la stazione dei carabinieri dove il corpo di Willy Monteiro Duerte, 21 anni, è stato trascinato da Marco e Gabriele Bianchi, 26 e 24 anni, con Mario Pincarelli, 22 anni, e Francesco Belleggia, il geometra 21enne che all’avvocato ora dice: “Sono distrutto”.

Ma Willy è morto, sotto pugni e calci, vittima di una spedizione con l’unica colpa di aver provato a far calmare animi agitati pronti alla rissa. Si è messo in mezzo. Così finisce una vita, i suoi sogni di diventare chef cancellati per sempre insieme al suo impegno nell’Azione cattolica. Arrestata la banda dei quattro perché, spiega il capitano dei carabinieri Ettore Pagliano “colti in flagranza di reato, poi c’è un quinto ragazzo indagato che non avrebbe partecipato direttamente al pestaggio”. Una squadraccia che ha sferrato i colpi mortali alla fine di un sabato sera ad alto tasso alcolemico, nella piazzetta dei pochi locali di Colleferro, un po’ esagerato da chiamare movida come va di moda fare, sopra largo Santa Caterina.

È partito da subito il diluvio parasociologico teso quasi a giustificare i pugni “nel solito degrado”, ma non siamo in una orrenda periferia metropolitana, lo scenario non è quello dei cliché sempre buoni per spiegare ai salotti del centro le borgate ai confini di Roma. Colleferro è un paesone con una dignità architettonica, progettato in larga misura tra gli anni Trenta e Sessanta da Riccardo Morandi, l’ingegnere ormai tristemente noto per essere il “padre” del ponte di Genova crollato, ma all’epoca uno dei più prestigiosi ingegneri a livello internazionale. I fratelli Bianchi vivono nella poco distante Artena dove, se cercherete casermoni di cemento da perder fiato e speranza, sporcizia e caos, troverete invece l’ordinatissimo centro storico “non carrozzabile più vasto d’Europa”, arroccato sulla roccia, costruito nel Cinquecento, una meraviglia per occhi e cuore. Ancora qualche chilometro e si arriva a Lariano, città nota in tutto il Lazio per il pane e per il legname. Qui, all’ingresso del paese, deviando leggermente, c’è un’edificio di vetro: la mega palestra dove i fratelli Bianchi hanno perfezionato le tecniche di arti marziali miste. All’ingresso capannelli di ragazzi e ragazze non parlano d’altro. “Solo uno degli ultimi episodi: un vigile urbano aggredito per aver invitato uno di loro a mettere la mascherina”. “Tutti sapevano che quelli stavano così, di fuori, facevano estorsioni, recupero crediti”. “Ora accuseranno la palestra ma che c’entriamo?”. La Federazione pugilistica corre ai ripari: “Uno dei quattro balordi è stato tesserato fino al 2018. A questo personaggio sarà interdetta sine die la possibilità di tesserarsi con la Fpi e allenarsi nelle palestre affiliate”.

Foto e video sui social della squadraccia raccontano vite impostate su culto della violenza, auto tamarre, volgarità, come quella che trasuda da un video postato poco dopo la morte di Willy, poco prima dell’arresto nel pub di Artena dove i carabinieri erano sicuri di trovare il branco in preda ad alcol e droghe.

Il vescovo di Velletri monsignor Vincenzo Apicella ha fatto mea culpa: “Siamo tutti corresponsabili, siamo seduti su una polveriera”. E nel fiume di parole scontate, banali e a tratti irritanti dei politici le uniche degne di nota sono quelle affidate ai social da un grande vecchio della sinistra come Emanuele Macaluso: “Qual è la vita sociale in tanti comuni, e non solo nel Mezzogiorno? I partiti, come centri di aggregazione politica e culturale, non ci sono più. Anche la Chiesa non svolge nessuna attività sociale. Si avverte una netta regressione, anche civile. Il Pd non si pone questi problemi. La vita politica si svolge nell’incontro-scontro dei vertici, senza il concorso politico e umano di masse popolari. Se qualcuno pensa che queste mie parole esprimano solo nostalgia per un vecchio modo di fare politica si sbaglia. E sbaglia chi su questi gravi fatti, che sembrano di cronaca, non apre una riflessione politica”.