A Bolzano e provincia ieri è suonata la prima campanella per i bambini e i ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado. Ma non ci sono solo le primarie, le secondarie o gli istituti superiori alle prese con i nuovi problemi organizzativi imposti dall’era Covid. Ci sono anche gli asili e le scuole dell’infanzia, fondamentali per permettere alle famiglie di riorganizzare vita e lavoro, alle donne di non essere costrette a scegliere tra maternità e professione. In questo caso c’è chi ha anticipato i tempi, come la Lombardia. Anche il Comune di Milano ieri ha riaperto i nidi e le materne (in tutto, circa 30mila posti). E sembra aver superato l’ostacolo che si era presentato in luglio, con 3mila bimbi in graduatoria, assegnatari del posto, tagliati fuori dall’asilo. Solo una questione di tempi di verifica della situazione alla luce delle nuove misure di sicurezza richieste dall’epidemia, dice ora l’assessore all’Educazione Laura Galimberti. “Ancora non sapevamo quali sarebbero state le regole del gioco. Così abbiamo deciso di prevedere prima i 19mila bimbi confermati, cioè quelli già iscritti che passavano all’anno successivo, e poi di procedere mano a mano con le nuove iscrizioni”, aggiunge Galimberti. Nel frattempo sono state aperte 19 sezioni in più e assunti in deroga, prolungando le graduatorie del 2016, circa 300 tra educatrici e insegnanti. Tutto bene? Non proprio. E non solo perché resta da verificare se effettivamente per tutti quei tremila bimbi il problema non ci sia più (il primo confronto con i sindacati, dopo la riapertura, è previsto domani). Ma anche perché ne restano fuori quasi altri quattromila: quelli in lista d’attesa. Bimbi che in passato generalmente venivano riassorbiti, almeno in parte, nel corso dell’anno. “Ma stavolta stiamo aspettando: non abbiamo ancora il polso della situazione”, ammette Galimberti. Tutti bambini, questi, che di fronte all’incognita potrebbero essere spinti verso strutture private (con rette mensili dai 500 ai 600 euro). Sulla base delle indicazioni nazionali e regionali, nelle scuole materne si è adottata l’organizzazione a “bolle” per evitare trasmissione di contagi: in pratica si evitano le interazioni tra una sezione e l’altra, se negli spazi comuni avviene uno scambio scatta la sanificazione. “Ben vengano le misure di sicurezza, ma ci sarebbe piaciuta altrettanta attenzione anche per l’aspetto pedagogico”, dice Patrizia Nappi, del comitato Priorità alla scuola. Patrizia è una mamma, raccoglie rabbia e malumori delle altre mamme. Prima di tutto per il caos. Alcune educatrici si sono presentate ai bimbi solo con la mascherina, altre “bardate – prosegue Nappi – come fossero medici o infermieri in un reparto ospedaliero di terapia intensiva. In assenza di comunicazione, nessuno di noi è stato in grado di preparare i bambini a un simile cambiamento”. Certo, in molti casi i dispositivi di protezione individuale devono ancora arrivare e questo spiega le differenze. Ma c’è di più. Gli inserimenti, che cominceranno la prossima settimana, termineranno il 22 ottobre e non all’inizio del mese come è sempre avvenuto. Il Comune ha deciso di farli a gruppi di tre bimbi per una durata di tre giorni. “Indipendentemente dalla capacità di adattamento del singolo corrono solo voci”, protesta Nappi.
Difficile pensare che lo stesso caos non si presenti anche in altre città, come Torino che riaprirà nidi e materne il 14 settembre, Bologna o Genova (giovedì prossimo). A Roma, a 48 ore dalla riapertura dei 212 nidi a gestione diretta del Campidoglio – coinvolti quasi 14mila bimbi tra zero e tre anni – le premesse sono all’insegna della disorganizzazione. “In diverse strutture di diversi Municipi non ci sono ancora i termoscanner (ne servono due per ogni struttura, nda) e c’è carenza di mascherine e disinfettanti”, denuncia Marco D’Emilia della Fp Cgil Roma e Lazio. Il Comune ha stanziato 9 milioni di euro per potenziare l’organico e garantire il rapporto di 1 educatore ogni 7 bimbi, ma i sindacati chiedono più fondi per il personale. Numerose le denunce anche per i giardini incolti. In queste ore è scattato anche un altro allarme: gli istituti stanno nominando d’ufficio i referenti Covid senza avvertirli e senza aver attivato dei corsi. “Sono troppe le educatrici che hanno ripreso a lavorare senza le necessarie garanzie di sicurezza”, ammonisce D’Emilia.