Asili, si parte in Lombardia. A Milano fuori 4mila bimbi

A Bolzano e provincia ieri è suonata la prima campanella per i bambini e i ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado. Ma non ci sono solo le primarie, le secondarie o gli istituti superiori alle prese con i nuovi problemi organizzativi imposti dall’era Covid. Ci sono anche gli asili e le scuole dell’infanzia, fondamentali per permettere alle famiglie di riorganizzare vita e lavoro, alle donne di non essere costrette a scegliere tra maternità e professione. In questo caso c’è chi ha anticipato i tempi, come la Lombardia. Anche il Comune di Milano ieri ha riaperto i nidi e le materne (in tutto, circa 30mila posti). E sembra aver superato l’ostacolo che si era presentato in luglio, con 3mila bimbi in graduatoria, assegnatari del posto, tagliati fuori dall’asilo. Solo una questione di tempi di verifica della situazione alla luce delle nuove misure di sicurezza richieste dall’epidemia, dice ora l’assessore all’Educazione Laura Galimberti. “Ancora non sapevamo quali sarebbero state le regole del gioco. Così abbiamo deciso di prevedere prima i 19mila bimbi confermati, cioè quelli già iscritti che passavano all’anno successivo, e poi di procedere mano a mano con le nuove iscrizioni”, aggiunge Galimberti. Nel frattempo sono state aperte 19 sezioni in più e assunti in deroga, prolungando le graduatorie del 2016, circa 300 tra educatrici e insegnanti. Tutto bene? Non proprio. E non solo perché resta da verificare se effettivamente per tutti quei tremila bimbi il problema non ci sia più (il primo confronto con i sindacati, dopo la riapertura, è previsto domani). Ma anche perché ne restano fuori quasi altri quattromila: quelli in lista d’attesa. Bimbi che in passato generalmente venivano riassorbiti, almeno in parte, nel corso dell’anno. “Ma stavolta stiamo aspettando: non abbiamo ancora il polso della situazione”, ammette Galimberti. Tutti bambini, questi, che di fronte all’incognita potrebbero essere spinti verso strutture private (con rette mensili dai 500 ai 600 euro). Sulla base delle indicazioni nazionali e regionali, nelle scuole materne si è adottata l’organizzazione a “bolle” per evitare trasmissione di contagi: in pratica si evitano le interazioni tra una sezione e l’altra, se negli spazi comuni avviene uno scambio scatta la sanificazione. “Ben vengano le misure di sicurezza, ma ci sarebbe piaciuta altrettanta attenzione anche per l’aspetto pedagogico”, dice Patrizia Nappi, del comitato Priorità alla scuola. Patrizia è una mamma, raccoglie rabbia e malumori delle altre mamme. Prima di tutto per il caos. Alcune educatrici si sono presentate ai bimbi solo con la mascherina, altre “bardate – prosegue Nappi – come fossero medici o infermieri in un reparto ospedaliero di terapia intensiva. In assenza di comunicazione, nessuno di noi è stato in grado di preparare i bambini a un simile cambiamento”. Certo, in molti casi i dispositivi di protezione individuale devono ancora arrivare e questo spiega le differenze. Ma c’è di più. Gli inserimenti, che cominceranno la prossima settimana, termineranno il 22 ottobre e non all’inizio del mese come è sempre avvenuto. Il Comune ha deciso di farli a gruppi di tre bimbi per una durata di tre giorni. “Indipendentemente dalla capacità di adattamento del singolo corrono solo voci”, protesta Nappi.

Difficile pensare che lo stesso caos non si presenti anche in altre città, come Torino che riaprirà nidi e materne il 14 settembre, Bologna o Genova (giovedì prossimo). A Roma, a 48 ore dalla riapertura dei 212 nidi a gestione diretta del Campidoglio – coinvolti quasi 14mila bimbi tra zero e tre anni – le premesse sono all’insegna della disorganizzazione. “In diverse strutture di diversi Municipi non ci sono ancora i termoscanner (ne servono due per ogni struttura, nda) e c’è carenza di mascherine e disinfettanti”, denuncia Marco D’Emilia della Fp Cgil Roma e Lazio. Il Comune ha stanziato 9 milioni di euro per potenziare l’organico e garantire il rapporto di 1 educatore ogni 7 bimbi, ma i sindacati chiedono più fondi per il personale. Numerose le denunce anche per i giardini incolti. In queste ore è scattato anche un altro allarme: gli istituti stanno nominando d’ufficio i referenti Covid senza avvertirli e senza aver attivato dei corsi. “Sono troppe le educatrici che hanno ripreso a lavorare senza le necessarie garanzie di sicurezza”, ammonisce D’Emilia.

Padre Luca Bucci denunciato per molestie. È il fratello del sindaco della città di Genova

Un nuovo caso di abusi su minori rischia di scuotere la Curia genovese. Accanto alla vicenda, svelata dal Fatto, di don Franco Castagneto – l’ex parroco della chiesa di Santa Teresa, accusato di molestie su cui ora indaga la magistratura –, ci sono due fascicoli aperti dai pm di Genova e Savona su una nuova denuncia della Rete l’Abuso, associazione fondata da Francesco Zanardi a tutela delle vittime di violenze del clero. Nell’esposto datato 30 luglio, si riporta la testimonianza di A.C., 38 anni, operaio in un piccolo comune del Savonese. Racconta di aver subito nell’estate del 1994, quando aveva 12 anni, ripetuti abusi da “padre Luca”, uno degli educatori dei campi dei frati cappuccini a Loano. Contatti proibiti, fino alla masturbazione. Tutto, dice, sarebbe riemerso dopo tanti anni in cui il trauma rimosso lo ha portato a sviluppare disturbi psichici e tossicodipendenza. Tramite una foto, A. riconosce l’accusato in padre Luca Maria Bucci, frate nel convento di Santa Margherita Ligure, medico e cappellano all’ospedale di Rapallo. E fratello minore del sindaco di Genova, Marco.

Venerdì 4 settembre, la Squadra Mobile di Savona, su delega del pm Giovanni Battista Ferro, ha ascoltato la presunta vittima in audizione protetta, alla presenza di uno psicologo. Anche se i fatti del 1994 sarebbero prescritti, gli investigatori vogliono vagliare l’attendibilità della denuncia e ricostruire i contorni della vicenda, che potrebbe dar luogo a responsabilità civile. Non solo. Nell’esposto, Zanardi fa riferimento a una segnalazione più recente che coinvolgerebbe sempre padre Bucci, arrivata – dice – alla sua associazione all’inizio del 2017: “La sottovalutammo in quanto a Genova si svolgevano le elezioni comunali e pensammo a una strumentalizzazione di carattere politico”, scrive. Inoltre, “per i presunti fatti (…) che si sarebbero consumati in Genova, non avevamo nessun nominativo di presunte vittime”. Ora che una presunta vittima è venuta allo scoperto, è proprio su possibili episodi più recenti – forse denunciati alle gerarchie ecclesiastiche – che indaga per competenza la Procura del capoluogo guidata da Francesco Cozzi. Sabato Zanardi è stato ascoltato dai carabinieri e ha prodotto alcune registrazioni audio. Si tratta di telefonate in cui l’attivista, fingendosi la vittima, incalza il frate chiedendogli conto dei fatti del 1994. Dialoghi che, per il modo in cui sono stati carpiti, non possono avere valore di prova, ma nel corso dei quali Bucci avrebbe fatto alcune importanti ammissioni. Anche quelli saranno valutati dai pm. Raggiunto dal Fatto, padre Luca nega qualsiasi coinvolgimento nella vicenda e di essere a conoscenza di accuse a suo carico. Già nei prossimi giorni potrebbe formalizzarsi un’ipotesi di reato.

Cronista denuncia Beppe Grillo: “Mi ha spintonato”

Non sembra il massimo dell’eleganza la reazione che ha avuto Beppe Grillo, ieri mattina, davanti a un giornalista che voleva intervistarlo in spiaggia a Marina di Bibbona (Livorno), con il cellulare in modalità telecamera. “Intorno alle 10 ho incontrato Beppe Grillo in uno stabilimento balneare. Ero nella zona per realizzare un servizio per Dritto e Rovescio trasmissione di Rete4 condotta da Paolo Del Debbio – racconta il collega Francesco Selvi –. Dopo essermi qualificato ho fatto alcune domande di politica al signor Grillo con il cellulare acceso. Grillo prima ha cercato di portarmi via il cellulare poi dopo avermi spruzzato addosso del liquido igienizzante mi ha spinto con forza facendomi cadere indietro da una scala che collega lo stabilimento alla spiaggia”. Selvi, 51 anni, è caduto male, per fortuna sulla sabbia, ma si è fatto male a una gamba: al Pronto soccorso di Cecina gli hanno dato 5 giorni di prognosi per un trauma distorsivo del ginocchio. Non è chiaro se abbia provocato volontariamente la caduta: “Lo spintone però me l’ha dato”, chiarisce il giornalista. Non è stato possibile raccogliere la versione del fondatore del M5S.

Fiorentino, ex inviato del tg di La7, ex capo della Comunicazione del ministero dello Sport con Luca Lotti, Selvi ha collaborato con varie testate e di recente anche con la piattaforma tv Loft: “È inaccettabile che un leader politico, un personaggio pubblico, si comporti così”. Non dice se sporgerà denuncia, ha ripreso alcune immagini: si vede Grillo che mette una mano sul telefono, poi la caduta e lui che guarda il cronista da in cima alle scale. Paolo Del Debbio preferisce mandarle in onda giovedì sera su Rete4. Solidarietà dall’Associazione stampa toscana e dalla Fnsi. La candidata leghista in Toscana, Susanna Ceccardi, si indigna: “Vergognoso”. Grillo non ha un buon rapporto con i giornalisti. In passato, però, si era limitato a insultarli: “Servi, pennivendoli, mediocri”, cose così.

Sfiducia a Fontana e studio segreto: oggi in Consiglio

Sarà un consiglio regionale – il primo dopo la pausa estiva – tutto da seguire, quello di oggi in Lombardia. Un po’ perché all’ordine del giorno c’è la “mozione di fiducia per il presidente Attilio Fontana”. Un po’ perché arriva a due giorni dalla rivelazione del ministro della Salute Roberto Speranza, dal palco della festa del Fatto, sul “dossier segreto” sull’emergenza Covid-19: “La scelta di non rendere pubblico lo studio del Cts fu dello stesso Cts”, ha detto Speranza, aggiungendo che proprio quel report “io lo ebbi da un delegato della Regione Lombardia”. Il delegato è Alberto Zoli, 64 anni, dg dell’Azienda regionale Emergenza Urgenza (Areu), il 112, per capirci. Uomo di fiducia di Fontana e Gallera, tanto che è difficile credere che Zoli non abbia avvertito del report i suoi capi. Da qui l’imbarazzo del centrodestra, che da giorni utilizzava la (falsa) segretezza come una clava. Il governo deve “chiarire i silenzi”, aveva tuonato Matteo Salvini sul Corriere della Sera. E il governo ha chiarito: un dossier “né segreto e neppure non condiviso. Ma una farsa del centrodestra per sviare l’attenzione dal disastro Fontana-Gallera”, commenta il capogruppo M5S, Massimo De Rosa. Il ritorno in aula coincide, dicevamo, con la mozione di sfiducia a Fontana “per la disastrosa gestione dell’emergenza Covid in Lombardia”, sottoscritta da tutte le opposizioni tranne che da Patrizia Baffi (Iv), che ha negato l’appoggio “perché frutto di un’elencazione di fatti ancora sommari”. Ennesima dimostrazione di come anche in Regione, Iv sia più vicina alla maggioranza che all’opposizione. Parole che fanno ancora più specie, se si considera che proprio Baffi era stata eletta (con i soli voti del centrodestra) presidente della commissione di inchiesta sull’emergenza covid, prima di essere costretta alle dimissioni per le proteste delle opposizioni. Una commissione che ancora oggi non riesce a vedere la luce per colpa della maggioranza.

Anche Marina è positiva al Coronavirus. Per B. “cauto ottimismo” al San Raffaele

Anche Marina Berlusconi positiva al Covid-19. La primogenita dell’ex premier sembrava averla scampata e invece ieri è stata diffusa la notizia che pure lei – dopo Barbara, Luigi e due nipoti – ha contratto il virus. La presidente Fininvest “si è autoisolata nella sua abitazione di Milano dove continua a lavorare al telefono e via web”. Starebbero bene, invece, il marito e i suoi due figli. Non si può dire se Marina abbia preso il virus dal padre, fatto sta che tra i due, contatti recenti ci sono stati. Dopo aver lasciato la Sardegna, infatti, B. ha fatto tappa a Valbonne, la residenza provenzale della figlia dove aveva trascorso il lockdown, poi sul lago Maggiore, prima di tornare ad Arcore. E pure qui i due si sarebbero visti. Continua intanto con cauto ottimismo la degenza di Berlusconi al San Raffaele. “Il quadro clinico complessivo appare in miglioramento”, ha detto ieri il professor Zangrillo. B. continua a essere curato con il Remdesivir. Ci vorranno ancora 3-4 giorni senza problemi per poter considerare il leader forzista fuori pericolo.

“Rappresentanza: dipende più dalla legge elettorale”

Tra le più sensate tesi a sostegno del Sì al taglio dei parlamentari c’è un ragionamento: la riforma in ultima lettura è stata approvata con una maggioranza larghissima, praticamente all’unanimità, dalla Camera. E quindi “votare No aggraverebbe il sentimento di sfiducia che già esiste nei cittadini verso le istituzioni”. Parola di Valerio Onida, presidente emerito della Consulta. Che subito, sulla questione del rapporto tra riforma costituzionale e legge elettorale, chiarisce: “Il numero dei componenti da eleggere è indipendente dal sistema elettorale, e viceversa. È chiaro che riducendosi il numero complessivo degli eletti si alza la cosiddetta ‘soglia implicita’, cioè aumenta il numero di elettori che sono necessari per eleggere un parlamentare. Vorrei sottolineare, per coloro che sono preoccupati per le sorti del principio di rappresentanza, che da anni quando si discute di legge elettorale si sente parlare di correttivi che favoriscano la governabilità, i quali incidono sul principio di rappresentanza assai più del numero di parlamentari”.

Professore, è stupito dai ripensamenti dell’ultima ora di molti parlamentari che hanno votato Sì e oggi si dicono contrari? E perché si vuole riproporre ora il meccanismo del 2016, quando la sorte del governo era legata a doppio filo all’esito del referendum sulla riforma Renzi-Boschi?

Mi pare che i ripensamenti siano dovuti a considerazioni di opportunità politica, che nulla hanno a che vedere con il merito della riforma in sé. C’è chi spera nella fine di questo esecutivo, chi no; c’è chi detesta i 5S “antropologicamente” e non vuol sentire parlare di nulla che arrivi da quella parte… Ma sono tutte cose che non interessano il merito della riforma.

Lei dice: la rappresentanza non è un problema di quantità.

In un Paese con 50 milioni di elettori il fatto che gli eletti siano 300 in più o in meno poco cambia.

Parliamo di qualità, allora. Il giudizio sull’efficienza delle Camere e la qualità dei parlamentari è unanimemente pessimo. Per non dire della scarsa fiducia dei cittadini.

Parliamone pure, ma nulla c’entrano le riforme costituzionali o le leggi elettorali… Il punto centrale qui è la qualità degli organismi intermedi, cioè dei partiti e delle grandi organizzazioni sociali. Se avessimo partiti forti, il rapporto di fiducia tra elettori ed eletti sarebbe assicurato dalla consonanza di valori. Invece oggi la militanza e il voto spesso si esauriscono nel seguire un leader, il rapporto fiduciario non riguarda i valori o i programmi, ma la persona del leader di turno. È un problema complesso, che investe il sistema politico.

Lei dice: dopo l’approvazione della riforma non sono necessari correttivi. Si obietta, per esempio, che il lavoro delle Commissioni sarà infernale o addirittura impossibile, specie in Senato.

Ma si può organizzare il lavoro in un minor numero di commissioni o assegnare gli stessi parlamentari a più commissioni; si può ad esempio ricorrere di più a commissioni bicamerali, e ridurre la lunghezza dei dibattiti in aula. Di per sé, un Senato di 200 membri può lavorare benissimo!

E le maggioranze necessarie per le votazioni degli organi istituzionali?

Qui contano semmai le maggioranze qualificate prescritte. Quanto alla composizione dell’assemblea comune che elegge il presidente della Repubblica, il fatto che il peso dei rappresentanti delle Regioni (tre per ogni Regione, salvo che per la Valle d’Aosta, indipendentemente dalla dimensione della Regione) proporzionalmente aumenti non è affatto un inconveniente. I costituenti hanno voluto per l’elezione del presidente una base più ampia di quella parlamentare, proprio perché si tratta di eleggere colui che rappresenta l’unità della nazione: e la previsione dei rappresentanti regionali, eletti in modo da assicurare la rappresentanza delle minoranze, prescindeva dal numero dei parlamentari, che fra l’altro all’inizio non era fisso ma destinato a variare in rapporto alla popolazione.

Ci sono altre riforme costituzionali secondo lei necessarie?

La modifica introdotta con la legge ora sottoposta a referendum non ha nulla a che fare con le più ampie prospettive di eventuale riforma del Parlamento, come il possibile ripensamento del cosiddetto bicameralismo paritario, ad esempio riservando alla sola Camera il voto di fiducia al governo a affidando al Senato solo il concorso nella deliberazione delle leggi. Che il sistema di elezione del Senato sia poi “a base regionale”, è un elemento su cui non interverrei, poiché si tratta appunto di far sì che il Parlamento esprima in qualche modo anche il sistema delle autonomie regionali. Allo stato attuale, varrebbe invece la pena di parificare le condizioni per l’elettorato attivo e passivo nelle due Camere, perché l’idea originaria di un Senato come “Camera degli anziani” non ha più molto senso.

Parlamento italiano il più caro d’Europa

Stipendi, rimborsi, diarie, pensioni, ex vitalizi, contributi ai gruppi, spese per la manutenzione e per la produzione di carta tra leggi, dossier ed emendamenti. E chi più ne ha più ne metta. Quando si parla del Parlamento italiano, bisogna immaginare un grande moloch che pesa per 1,6 miliardi all’anno sulle casse dello Stato: come il fatturato di Ikea Italia o quanto i soldi messi dalla Banca Europea degli Investimenti per la sanità italiana durante l’emergenza Covid.

Eppure, tra i sostenitori del No al referendum sul taglio dei parlamentari del 20-21 settembre, una delle principali argomentazioni è proprio questa: “Si risparmia poco, il prezzo di un caffè ogni anno”, ha detto l’ex commissario alla Spending Review, Carlo Cottarelli, in un’intervista a Repubblica. Problema: il calcolo viene fatto rapportando i risparmi – per Cottarelli sono 57 milioni l’anno, per Roberto Perotti 100 – alla spesa pubblica italiana annua. Ergo: lo 0,007%. Ma non se ne capisce la ragione: il risparmio derivante dal taglio di 345 parlamentari (230 deputati e 115 senatori) va rapportato al costo annuo del Parlamento e non alla spesa pubblica italiana. In base a questo calcolo, e prendendo per buona la stima del professor Perotti della Bocconi, con il Sì la percentuale del risparmio aumenterebbe di molto: non più 0,007% ma il 6% del costo annuo del Parlamento italiano. “Sempre meglio che zero”, sostiene il professor Roberto Perotti dell’Università Bocconi. Non solo: comparando i costi di Camera e Senato con quelli degli altri legislativi in Europa e nel mondo, il nostro Paese è in cima alla classifica dei Parlamenti più costosi.

Noi e l’Ue.Il costo del Parlamento italiano si ricava dal Bilancio di previsione del 2019 di Camera e Senato: in base a questi dati, la Camera costa 970 milioni mentre il Senato 550 per un totale di circa 1,5 miliardi. Il bilancio di Montecitorio si divide tra i 538 milioni di “spese correnti di funzionamento” e 413 di spese previdenziali (pensioni per ex deputati ed ex dipendenti). Agli italiani la Camera costa 145 milioni di euro, tra indennità (81 milioni) e rimborsi spese dei parlamentari in carica (64 milioni). Facendo un paragone solo tra le Camere basse degli altri Paesi europei (ovvero le uniche elettive e che votano la fiducia al governo) l’Italia risulta di gran lunga in cima alla classifica: la Camera dei deputati, con i suoi 970 milioni, costa a ogni italiano 16,2 euro all’anno. Al secondo posto tra le grandi democrazie europee c’è la Germania: il Bundestag, l’unica Camera elettiva, quest’anno ha raggiunto un costo simile al Parlamento italiano (970 milioni) ma con più rappresentanti (709) e una popolazione maggiore, 70 milioni di abitanti. Il Bundestag quindi costa a ogni tedesco 14,1 euro all’anno. Molto staccate le Camere basse degli altri Paesi europei: l’Assemblea Nazionale francese, con i suoi 577 deputati, costa 570 milioni l’anno (7,7 euro per ogni cittadino), la House of Commons britannica 650 milioni (3,74 euro) per 650 membri e il Congreso de los diputados spagnolo solo 85 milioni (1,8 euro) per i suoi 350 membri. Un decimo dell’Italia. Se allarghiamo il confronto ai Paesi extraeuropei, la House of Representatives degli Stati Uniti, composta da 435 deputati, costa 1.291 miliardi di dollari ogni anno, ma la popolazione americana è cinque volte quella italiana: ogni anno la Camera costa 3,4 dollari ai cittadini americani.

In base ai calcoli di Roberto Perotti, il Sì al taglio porterebbe a un risparmio di circa 100 milioni all’anno tra Camera e Senato e di circa mezzo miliardo a legislatura. Non proprio bruscolini.

Perotti individua anche le voci specifiche: il taglio di 345 parlamentari permetterà di risparmiare 22 milioni di indennità, 35 milioni di rimborsi spese, diaria e assistenti personali e altri 20 milioni per vitalizi e doppia pensione. Così si arriva a circa 80 milioni, 20 in più rispetto ai 57 stimati da Cottarelli. Ma secondo Perotti a questi 80 milioni ne vanno aggiunti altri 20 tra i costi delle due Camere che variano a seconda della composizione: la manutenzione, le pulizie dei locali, la produzione di carta e così via. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e “padrino” della riforma, Riccardo Fraccaro, alla festa del Fatto ha spiegato che in realtà il risparmio di mezzo miliardo a legislatura è sottostimato: “Questa è una buona riforma indipendentemente dal risparmio. Chi è in Parlamento sa che, oltre ai costi di indennità e rimborsi, le due Camere spendono anche per la consistenza dei gruppi parlamentari e per i servizi”.

stipendi più alti.Non solo il taglio del numero dei parlamentari. Molti fautori del No sostengono che, invece di ridurre i rappresentanti, si poteva risparmiare tagliando gli stipendi dei parlamentari. Ed è proprio su questo punto che Luigi Di Maio, ex capo politico del M5S, sta facendo campagna per il Sì: “Dal 22 settembre proporrò una legge sul taglio degli stipendi”. E non sarà facile visto che, secondo uno studio dell’Independent parliamenty standards authority (Ipsa) del 2016, i parlamentari italiani sono quelli che guadagnano di più al mondo: ogni anno lo stipendio di un deputato o senatore è di 134.360 euro, contro i 127.800 dei rappresentanti americani, 88.030 dei tedeschi, 74.005 dei britannici, 57.809 dei francesi e 32.289 degli spagnoli. La Camera specifica che il confronto tra gli importi lordi è “difficile” perché questi paesi hanno “regimi fiscale e previdenziali non sempre pienamente confrontabili”. Ma il dato resta: su dodici Paesi la media degli stipendi è di 82.918 euro e l’Italia la supera del 45%.

Lo Zingaro evade: i soliti giudici di Sassari

Arriveranno a Sassari gli ispettori del ministero della Giustizia, incaricati dal ministro Alfonso Bonafede di verificare l’operato del Tribunale di sorveglianza dopo l’ennesima fuga dell’ergastolano “Johnny lo Zingaro” (soprannome per le sue origini sinti), all’anagrafe Giuseppe Mastini, pluriomicida sessantenne, coinvolto anche nell’indagine per l’uccisione di Pier Paolo Pasolini. Mastini, di cui non si ha traccia da sabato scorso alle 12.20, per quel giorno sarebbe dovuto rientrare nel carcere di Sassari dopo un permesso premio. Invece si è dato alla fuga, come aveva già fatto appena tre anni fa. “Ho attivato immediatamente l’ispettorato, ha dichiarato il ministro. Quella (del permesso premio, ndr) è una decisione del Tribunale di sorveglianza. Ho ritenuto che ci fossero i presupposti, vista la gravità del fatto, per verificare con la giusta attenzione quello che è accaduto”.

A concedere il permesso a Mastini è stata una giudice monocratica, Luisa Diez: era il tredicesimo permesso premio dal febbraio 2019. Ciascuno dei permessi premio è sempre stato di dieci giorni, lo “Zingaro” non ne ha avuti solo durante il lockdown. Questa volta ha fatto perdere le tracce dopo essere stato nella casa famiglia “Don Giovanni Muntoni” dei salesiani di San Giorgio, una borgata di Sassari. Quando sabato non si è presentato al carcere di massima sicurezza di Bancali, il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) ha diramato una nota per far avviare le ricerche.

Lo “Zingaro” ha proprio il vizietto di non rientrare dai permessi premio. E pensare che nel luglio del 2017 era stato mandato a Sassari perché ritenuto un posto ad alta sicurezza. Poco prima, il 30 giugno, non era più rientrato dopo un permesso dal carcere in provincia di Cuneo.

La sua è una carriera criminale che comincia da bambino. A undici anni commette un omicidio, negli anni 80 diventa tristemente noto a Roma per rapine e furti. Finito in carcere, ottiene una licenza premio nel 1987. Già allora non torna in carcere e uccide. È accusato dell’omicidio della guardia giurata Michele Giraldi, del ferimento del carabiniere Bruno Nolfi, del sequestro di Silvia Leonardi. Viene riarrestato nel 1989. Quindi, la fuga di sabato è la terza nella storia da detenuto di “Johnny lo Zingaro”.

Quello di Sassari è lo stesso Tribunale di sorveglianza che ha concesso i domiciliari al camorrista Pasquale Zagaria per rischio Covid, mandandolo a casa nella zona rossa del Bresciano e quando, grazie al decreto Bonafede, il Dap indica una struttura sanitaria dove mandarlo, se il tribunale avesse revocato i domiciliari, i giudici, invece, decidono di riservarsi e di portare il decreto davanti alla Consulta. In passato, ci sono state altre polemiche, anche della commissione parlamentare guidata da Rosy Bindi. Per esempio, per alcuni permessi, in questo caso di “necessità”, cioè per seri motivi familiari, concessi a boss come Ignazio Ribisi (Cosa Nostra, Palma di Montechiaro) e Domenico Gallico (’ndrangheta).

Contratti, dopo le sparate Bonomi ora vuole trattare

Dieci milioni di lavoratori italiani che aspettano il rinnovo del contratto nazionale e l’aumento di stipendio, ma l’unico impegno concreto, se così si può definire, assunto dal presidente della Confindustria ne copre solo 100 mila. Perché nel primo incontro con i segretari di Cgil, Cisl e Uil, ieri pomeriggio, Carlo Bonomi ha promesso che farà di tutto per sbloccare presto la trattativa che riguarda la sanità privata, o meglio convenzionata, con gli addetti che aspettano gli aumenti da ben 14 anni e negli scorsi mesi sono scesi ripetutamente in piazza.

Per gli altri sembra non esserci tutta questa fretta. Ma allo stesso tempo, il nuovo leader degli industriali – che nelle scorse settimane era salito in cattedra con le sue uscite sui “contratti rivoluzionari” – ora sembra molto più propenso al dialogo con la controparte. Nessuna preclusione di partenza sui rinnovi, nessuna necessità di insistere sui pur evidenti punti di distanza emersi nei giorni che hanno preceduto l’incontro. Così dice chi era presente al tavolo. Bonomi, che aveva a fine agosto tuonato contro “il vecchio scambio del Novecento tra salario e lavoro”, ieri si è limitato a dire che “i contratti devono essere lo strumento per disegnare l’industria del futuro”. Maurizio Landini, leader della Cgil, ha detto che da parte dei sindacati “c’è stata la richiesta di una tassazione di favore per i rinnovi contrattuali”. Il leader della Uil, Pierpaolo Bombardieri ha sostenuto che “la rivoluzione si fa ridando potere d’acquisto ai lavoratori. Se così non avvenisse, la faremmo andando in tutti i luoghi di lavoro a spiegare quello che succede”.

Le distanze restano, dunque, anche perché la riunione non ha toccato i contenuti, piuttosto si è soffermata sul metodo, sulle regole del gioco. Il numero uno della Confindustria ha detto che bisognerà “chiarire alcuni punti del Patto della fabbrica”, ossia l’accordo con cui i rappresentanti delle imprese e dei lavoratori si sono dati, nel 2018, le norme per la contrattazione collettiva. È un tema che ha fatto irruzione a fine luglio con il rinnovo del contratto dell’industria alimentare. In quell’occasione, tra i rappresentanti delle imprese si è consumata una clamorosa lacerazione. I sindacati Flai Cgil, Fai Cisl e Uila hanno convinto tre delle tredici associazioni di imprese a firmare un rinnovo da 119 euro in più al mese, nonostante il diktat arrivato dalla Federalimentare. Hanno detto sì Unionfood, Assobirre e Ancit. A quell’accordo sono seguite dichiarazioni su dichiarazioni dei vertici della Confindustria convinti che non rispetti il Patto della fabbrica, quindi non vada applicato. Ma la realtà sta in questi giorni scavalcando le rigidità di Bonomi. In questi giorni, infatti, anche diverse imprese che appartengono alle dieci organizzazioni non firmatarie stanno comunque decidendo spontaneamente di applicare il nuovo contratto. Lo hanno confermato ai sindacati la Jde, gigante del caffè titolare tra gli altri del marchio Hag, Fontanafredda, Campari e Citterio. Dopo il sacrificio compiuto durante il lockdown, quando gli addetti dell’agro-alimentare sono rimasti attivi nonostante la situazione critica del Paese, ora queste aziende sono pronte a sconfessare i loro rappresentanti e a premiare i loro dipendenti. In tutte le altre imprese, quelle che restano fedeli alla Confindustria, i sindacati ieri hanno proclamato altre quattro settimane di scioperi degli straordinari. “L’azione di protesta sindacale – ha detto Stefano Mantegazza, segretario Uila – proseguirà ed è destinata ad intensificarsi nei confronti di tutte quelle aziende che non applicano il contratto sottoscritto lo scorso 31 luglio”.

La linea degli industriali non prevede di concedere aumenti sugli stipendi minimi, al massimo sul “salario di produttività”. Ecco perché il percorso è in salita. Con l’autunno entreranno nel vivo le trattative per i metalmeccanici. Le imprese hanno sempre preteso di poter tenere le fabbriche aperte durante la quarantena nazionale, oggi però sembrano poco propense ad accogliere le richieste di Fiom, Fim e Uilm. Molto complicata la situazione per i lavoratori del legno e soprattutto per quelli della moda, molto colpiti dagli effetti del Covid.

Un’altra chiusura di Bonomi è arrivata sull’ipotesi di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario: “Non è quella la strada – ha detto – come ha dimostrato la Francia di Mitterand”.

Non nominare Draghi invano. Ma Conte lo disse già nel 2019

Nel raccontare la richiesta a Mario Draghi di candidarsi alla guida della Commissione europea, Giuseppe Conte sembra aver commesso, agli occhi della stampa italiana, un reato di lesa maestà. Quasi come se non si potesse nominare invano il nome dell’ex presidente della Bce.

Particolarmente duro il direttore del Corriere della Sera, che ne sta facendo una questione di principio visto che ha già dedicato all’argomento due articoli in due giorni consecutivi. Ieri Luciano Fontana ne ha scritto di suo pugno: “Non mi è piaciuto Giuseppe Conte quando ha rivelato di aver proposto Draghi per la guida della Commissione europea: offerta che l’ex governatore avrebbe rifiutato perché ‘stanco’”. Poi ha ricordato l’articolo del giorno precedente di Francesco Verderami secondo il quale quella proposta “era un ballon d’essai senza alcuna intesa con Francia e Germania”. “Sarebbe meglio lasciare in pace Draghi, non tirarlo in ballo in manovre politiche”.

Su Repubblica di domenica, Stefano Cappellini bacchetta Conte per la prima risposta “sbagliata” dopo il lungo silenzio, segnalando che la risposta “non elegante” tradisce “un certo nervosismo”. E su La Stampa, Federico Geremicca: “I pochissimi che hanno potuto raccogliere qualche scarna valutazione dell’ex presidente della Bce lo descrivono con aggettivi che vanno oltre lo scettico: oggi insomma non vedrebbe alcuna condizione per qualunque suo impegno in ruolo politico-istituzionale”. Chissà, si chiede Geremicca, se era questo che sperava Conte provando a “snidare il tecnico tanto stanco”.

Chissà quali erano quei giornali che il giorno dopo l’intervento di Draghi al Meeting di Rimini dello scorso agosto titolavano: “Un messaggio al governo”; “Draghi, le verità scomode”: “Statisti a lezione da Supermario”. E poi ancora “Draghi, riserva della Repubblica”, “L’ombra che inquieta Conte” e così via (Ovviamente erano il Corriere della Sera, La Stampa e anche Repubblica).

Chi ha tirato in ballo Draghi in tutte le posizioni politico-istituzionali possibili – premier al posto di Conte, presidente della Repubblica, super-commissario alla ricostruzione, etc. – non vuole che Conte citi Mario Draghi non per offrirgli un incarico, ma per raccontare quello che gli ha già offerto.

Ripercorrendo la vicenda che ha portato alla nomina di Ursula von der Leyen si scopre che, invece, le cose non sono state così improbabili. Anzi.

Nel giugno-luglio del 2019 l’individuazione della presidenza è molto travagliata. L’accordo di massima che avrebbe dovuto portare alla guida della Commissione l’esponente del primo gruppo parlamentare a Strasburgo, in questo caso i popolari, naufraga subito. Il tedesco Manfred Weber viene impallinato dagli stessi Popolari e l’intesa tra questi e i Socialisti che avrebbe portato a Franz Timmermans, non passa anche per l’ostilità degli altri gruppi politici, liberali in primis, che sanno di poter contare sull’appoggio di Emmanuel Macron.

L’Italia, che al tempo è governata da M5S e Lega, si infila in queste frizioni e si schiera anch’essa contro Timmermans particolarmente inviso a Matteo Salvini: “Attenti a non rinfocolare l’antieuropeismo”, spiega Conte a Merkel e Macron. E la cancelliera tedesca capisce che in effetti la frattura con l’Italia non è auspicabile e inizia a fare marcia indietro. A quel punto Conte lascia da parte gli oltranzisti, compreso il gruppo di Visegrad, e si siede al tavolo dei Paesi più grandi per concertare il nome. Nel giro di poco tempo avanzano i nomi di due donne, Von der Leyen e Kristalina Georgieva che poi finirà alla presidenza del Fmi al posto di Christine Lagarde. Lo stesso Conte sta trattando contemporaneamente lo stop alla procedura di infrazione europea contro l’Italia.

Che il presidente del Consiglio consulti Draghi lo si può confermare agilmente via agenzia di stampa. Il 2 luglio 2019: “Angela Merkel e Mario Draghi sono due persone che io stimo, ma che personalmente mi hanno detto di non essere disponibili” a essere nominati al vertice dell’Ue. Lo dice il premier Giuseppe Conte a Bruxelles (Ansa).

Ma, in un frangente in cui Conte deve fronteggiare la costante pressione di Salvini, c’è l’importante dichiarazione dell’ altro importante esponente della Lega (allora) a far capire il clima: “Draghi presidente metterebbe a tacere tutti”. Era un Giancarlo Giorgetti che poteva permettersi di dire “di Draghi non dico niente perché è mio amico e poi dicono che sono amico dei poteri forti. Ma è evidente che è uno che metterebbe a tacere tutti quanti”.

Il nome circolava, quindi, e Macron o Merkel lo sapevano e Conte ha fatto le sue mosse anche con il loro avallo. Era una partita difficile e infatti non è andata in porto. Ma esisteva, sottotraccia. Oggi è uscita fuori, ma trattandosi di Draghi non si può dire.