Di Maio mette fretta ai big: serve subito una segreteria

L’appello ai big a fare muro, e a farlo in fretta, sta dietro quella frase: “Al Movimento serve una leadership forte”. Luigi Di Maio lo ha ripetuto spesso negli ultimi giorni, e il messaggio è soprattutto per gli altri maggiorenti. Da qui a breve bisogna trovare un accordo sulla nuova guida, possibilmente “una leadership plurale”, cioè una segreteria politica, “perché quando c’è un capo si deresponsabilizzano tutti” teorizza a Rtl. Per questo fa un mezzo passo indietro, di nuovo: “Non sto pensando di tornare a fare il capo politico”. Casomai il primus inter pares, il coordinatore di una segreteria con dentro tutte le anime del M5S. Perché c’è da rimettere assieme i pezzi di un Movimento frammentato. “Ma bisogna stare uniti, soprattutto per fermare Davide Casaleggio e dare un segnale ad Alessandro Di Battista” scandisce un dimaiano di governo. Cioè al possibile aspirante capo. L’obiettivo è non farsi bruciare da Casaleggio, che ha fissato un nuovo evento per il 4 ottobre, sfruttando la lentezza del M5S “romano” che non ha ancora trovato una data per gli Stati Generali. Ma ora i big pensano a un rilancio, cioè alla nomina di una segreteria subito dopo le Regionali, prima del congresso.

Per arrivarci, però, Di Maio chiede un patto di ferro tra maggiorenti, da blindare poi con il voto degli iscritti sul web. Sempre che Casaleggio non forzi e che Di Battista non si frapponga. “Gli chiedono da giorni di partecipare a iniziative elettorali in Puglia” ripetono varie fonti. Ma per ora l’ex deputato resiste. Ha impegni personali (ha appena avuto il secondo figlio), e sa che un suo ritorno sui palchi con Antonella Laricchia, la grillina che corre contro il governatore dem uscente Michele Emiliano, farebbe molto più rumore dei comizi in Puglia di Di Maio, “sobriamente” a favore della Laricchia (dai palchi ha schivato riferimenti a Emiliano). Però, dopo il voto, non potrà più aspettare.

Incubo Toscana: le Sardine in piazza contro la Ceccardi

A lla retorica della roccaforte rossa espugnata dalla destra ci si è persino già fatti l’orecchio, con tutti quei Comuni già conquistati dalla destra. Adesso che al voto per le Regionali in Toscana mancano meno di due settimane, il centrosinistra deve scongiurare il male peggiore: passi che il fortino comunista non sia più quello di un tempo, ma qui non si può perdere. Anche a costo che il centrodestra sbanchi in 4 delle altre 5 regioni al voto, la Toscana deve tenere. Motivo per cui il Nazareno, dopo l’allarme dei sondaggi, è stato coinvolto direttamente nella campagna elettorale di Eugenio Giani, al cui soccorso si muoveranno pure le Sardine.

Politica e società civile, dunque, perché una vittoria della leghista Susanna Ceccardi metterebbe nei guai seri il segretario, Nicola Zingaretti, con possibili conseguenze anche sulla maggioranza di governo. Lo scorso fine settimana, Zingaretti ha inviato in Toscana due emissari, ovvero il coordinatore politico Nicola Oddati e il capo comunicazione Marco Furfaro, e da allora chiama i vertici del partito locale tutti i giorni. L’obiettivo è svoltare un campagna elettorale ritenuta finora debole, anche e soprattutto perché debole è il candidato Eugenio Giani: “Un conto è andare in giro a tagliare nastri e mangiare tartine – è la malizia di un big del Pd toscano – un conto è scaldare i cuori e prendere i voti”.

E così il Pd ha deciso una quattro giorni di mobilitazione dei vertici nazionali nelle Regioni – in cui la Toscana, va da sé, sarà appuntamento centrale – a cui parteciperà lo stesso segretario. Negli scorsi giorni, poi, un assist a Giani lo hanno provato a dare 180 sindaci – dal fiorentino Dario Nardella a Matteo Biffoni, sindaco di Prato – che hanno scritto una lettera in suo sostegno. Con loro si è mosso anche Enrico Rossi, l’attuale governatore rientrato nel Pd dopo anni di militanza in LeU, che si è rivolto agli elettori di M5S e Toscana a Sinistra con un appello al voto disgiunto in favore di Giani.

Basterà? Dal Pd sperano di sì, ma oltre che alla destra guardano con preoccupazione anche all’alleato renziano, cioè quell’Italia Viva che nei sondaggi non sfonda più del 4 o 5% (mesi fa si parlava del 10%) nonostante proprio Matteo Renzi abbia condizionato fortemente la decisione sulla candidatura di Giani e la formazione delle liste. E c’è poi da vedere quel che Renzi farà alla mini-Leopolda in programma l’11 settembre, con il Pd che farebbe volentieri a meno delle solite intemerate nei confronti dei giallorosa di governo, non certo il miglior viatico verso il voto.

Dove non arrivano i partiti spera di arrivare la mobilitazione delle Sardine, che in questi giorni hanno annunciato una manifestazione a Cascina (Pisa) in programma per sabato: un aperitivo a base di vino (“il vino della ragione”) e mozzarella di bufala (“come le bufale che racconta la Ceccardi”). Difficile però che si torni anche solo da lontano ai fasti delle piazze emiliane – decisive per la riconferma di Stefano Bonaccini – un po’ perché il coronavirus ha stroncato gli assembramenti, un po’ perché, anche potendo, quei numeri sono irripetibili. E questo nonostante pure Mattia Santori, leader nazionale, abbia assicurato la sua presenza in quella che fu la città amministrata dalla Ceccardi, prima sindaca leghista della Regione. Per dar l’idea: la raccolta fondi lanciata dalle Sardine per sostenere l’evento di Cascina ha finora registrato 29 donatori in quattro giorni. Per evitare la disfatta servirà ben altro.

Franceschini s’inabissa: oggi diserterà la festa dell’Unità

Il forfait è arrivato nel weekend: Dario Franceschini non andrà alla Festa dell’Unità di Modena. Il dibattito era previsto per stasera (poi ci sarà Conte, ma la decisione del premier è stata successiva). La motivazione ufficiale data agli organizzatori è che il capo delegazione Dem è stato convocato dalla Lega in Senato in Commissione per parlare di turismo. Un appuntamento che non poteva saltare. Eppure, non risulta che abbia trovato un altro “buco” in agenda per partecipare alla kermesse nazionale del suo partito. Per adesso, insomma, la sua partecipazione non è in programma. Segnali.

Il ministro della Cultura, dunque, si inabissa, aspettando i risultati delle Regionali. Per ora, la strategia è quella di non mollare platealmente Zingaretti. Anche per questo ieri, in direzione, ha preso la parola per il Sì al referendum. Però lui e Lorenzo Guerini, non solo leader di Base Riformista, ma anche ministro della Difesa, stanno cercando una exit strategy, un piano B. Per il Pd e pure per il governo. Per adesso, quale non è chiaro. Il segretario appare sempre più scontento di come vanno le cose, temendo di essere l’unico a pagare in caso di sconfitta. Ma neanche lui ha in testa una via d’uscita chiara.

Per ora, i capi corrente del partito non hanno individuato una figura che li garantisca di più. Andrea Orlando è pur sempre il vicesegretario, Stefano Bonaccini non convince, anche perché percepito come il cavallo di Troia di Matteo Renzi. Ma da quando sta in politica, Franceschini è sempre stato determinante con i suoi spostamenti e le sue scelte per la vittoria dei candidati segretari. Rispetto a uno Zingaretti in disgrazia finale, c’è da scommettere che troverà un cavallo vincente.

In gioco rischia di esserci pure la tenuta del governo. Per adesso, l’ordine di scuderia del capo-delegazione è quello di provare (ancora) a puntellare il governo. Anche se nei mesi gli entusiasmi per Conte si sono progressivamente spenti e da tempo ormai il distacco è evidente. Tanto che non si trovano dichiarazioni a favore del premier recenti.

Ma per andare avanti c’è una condizione irrinunciabile: mettersi d’accordo su come spendere i soldi del Recovery Fund. Da qui, può nascere la prosecuzione del governo Conte così com’è, un mega rimpasto (che però appare pericoloso: tolto un pezzo, il rischio è che frani tutto). O persino un Conte ter. Non convince, invece, l’ipotesi di Mario Draghi: in molti nel Pd pensano che non sia il caso di sostenere un altro governo tecnico. Ma che sarebbe meglio eventualmente sostituire Conte tramite un accordo tra i leader politici. E in questo caso torna come possibile premier il nome di Franceschini. C’è però la variabile numero 1 proprio per il suddetto Dario: non è un segreto per nessuno che aspiri a fare il presidente della Repubblica. In nome di questa ambizione, potrebbe persino aprire la strada a Draghi: con lui a Palazzo Chigi, il Quirinale avrebbe il candidato più forte fuori dai giochi.

Zingaretti schiera il Pd sul Sì. I dem temono per il governo

Mezza online e mezza in presenza: la direzione del Pd sembra ricalcare la natura ibrida della decisione del segretario, Nicola Zingaretti, di schierare il partito sul Sì al referendum. Decisione sofferta, arrivata dopo più di un mese di tentennamenti e di tentativi di portare a casa almeno il voto in un ramo del Parlamento sulla legge elettorale. “Mentre propongo il Sì, dobbiamo respingere le motivazioni banali che il taglio del numero dei parlamentari farebbe risparmiare soldi allo Stato. I risparmi sarebbero minimi. Il motivo principale sta nel fatto che a questo atto possono seguire altre riforme”. Ufficialmente, dunque, è un Sì per le riforme. In nome del superamento del bicameralismo perfetto, come ribadisce lo stesso segretario. In realtà deriva da una considerazione di opportunità politica: non si può dire di No, tanto più che secondo i sondaggi non c’è partita. E poi, era tra gli accordi di governo. Eppure, i dubbi trapelano da un’altra battuta di Zingaretti: “Se vince il No, non cade il governo” (in contraddizione con quanto detto precedentemente). E i malumori del partito si evincono dalla scelta di presentare due ordini del giorno: uno specifico sul referendum, l’altro sulla relazione del segretario. L’idea di una parte di minoranza era presentarne uno solo, per far risaltare i no al segretario. Alla fine, prende 188 sì e 13 no il primo, 213 sì e un astenuto (mentre 6 non partecipano al voto), il secondo.

A presentarsi al Nazareno sono in prima linea i sostenitori del No: Gianni Cuperlo e Luigi Zanda, insieme a Matteo Orfini e ai suoi. Il testo dell’odg rivendica il ruolo dei dem: “Riteniamo si siano chiariti i dubbi relativi alla volontà delle forze politiche di maggioranza di rispettare gli impegni assunti insieme”. Dunque, “per queste ragioni e in coerenza con il nostro profilo riformatore”, il Pd sceglie il S.. Ma poi considera anche le ragioni dei sostenitori del No: “La discussione al nostro interno è stata ed è articolata e in questo senso si comprendono alcuni rilievi di chi ha maturato una posizione contraria al taglio dei Parlamentari”. Passaggio, questo, che a Base Riformista di Lorenzo Guerini, sta particolarmente a cuore.

Dopodiché, la verità la dice Dario Franceschini nel suo intervento: “Semplificherei il nostro Sì con una cosa che in politica bisogna sempre avere presente: pacta sunt servanda. Quando abbiamo fatto nascere questo governo una delle condizioni più importanti poste dal M5S era la riduzione dei parlamentari”. Non si poteva fare diversamente. E poi, è un modo anche per sottolineare che quelli che non rispettano i patti sono i Cinque Stelle. Nella relazione di Zingaretti il passaggio che i suoi “stressano” è un altro: “Noi siamo al governo finché questo governo fa cose utili. Se ci fossero troppi nodi aperti e la situazione della Repubblica dovesse peggiorare il nostro impegno sarebbe inutile”. In realtà è il suo mantra ormai da mesi. Così come l’esortazione (ribadita anche ieri, ma finora disattesa dal premier) di usare il Mes. Con il malumore rispetto all’incidenza del Pd nell’esecutivo che ormai tocca praticamente tutti. A partire dal suo consigliere numero 1, Goffredo Bettini. Dietro l’angolo ci sono le Regionali. Con lo spettro di una sconfitta netta. Perdere la Toscana è una china di non ritorno, che può portare a travolgere la segreteria dem, ma pure il governo. Se il Pd tiene Campania e Toscana, lo scenario non è esaltante. Se, viceversa, vince anche in Puglia, gli equilibri possono rimanere questi. Comunque vada, è chiaro che se vince il Sì al referendum, il Pd non potrà rivendicare la vittoria. Nei ragionamenti che si fanno a latere, il più importante è quello sul Recovery Fund: con 209 miliardi da spendere, nessuno ha voglia di lasciare il campo ad altri. Le soluzioni aperte sono molteplici: Gianni Letta, che a un certo punto si manifesta davanti al Nazareno, sembra un presagio.

Nominare D. invano

Sabato, quando Conte ha raccontato alla festa del Fatto la proposta (già nota) fatta a Draghi di presiedere la Commissione europea e declinata dall’interessato per stanchezza, ho pensato: ora i giornaloni la pianteranno per qualche ora di rompere le palle a tutti (anzitutto a Draghi) col governo Draghi, l’opzione Draghi, l’agenda Draghi, Draghi che leva il sonno a Conte, Draghi di qua, Draghi di là; se l’ex presidente della Bce ed ex un sacco di altre cose un anno fa rifiutò la carica più prestigiosa d’Europa, è improbabile che crepi dalla voglia di mettersi lì a trattare giorno e notte con partiti e partitucoli italiani in cerca di una maggioranza per metter su un governo e poi per tenerlo in piedi. Naturalmente peccavo di ingenuità: da due giorni sul Giornale Unico Nazionale è tutto un piagnucolare perché Conte ha osato rivelare l’episodio, come se l’avesse insultato o picchiato. Voi direte: hanno le prove che ha detto il falso? Hanno ricevuto smentite da Draghi o dalle cancellerie europee che avevano condiviso il suo nome con Conte? Macché. Del resto, salvo pensare a un raptus di follia, non si vede perché mai il premier avrebbe dovuto inventarsi quella storia col rischio, la certezza di essere smentito.

Ma ormai Draghi, senza che l’abbia mai chiesto, è oggetto di un culto della personalità non politico, ma religioso, che lo rende intoccabile e addirittura ineffabile e che, al solo nominare il suo nome invano, fa scattare tutto l’establishment come la rana di Galvani. Una corsa alla piaggeria che avevamo visto solo alla corte di San Re Giorgio. Repubblica, affranta, stigmatizza sdegnata “la battuta maliziosa, gratuita e non molto elegante sulla stanchezza del presunto rivale” (come se Draghi non fosse un essere umano che a 73 anni ha tutto il diritto di essere stanco), che “tradisce un certo nervosismo” (e perché mai? Boh). Sul Corriere Francesco Verderami, che di Conte e Draghi sa molto più di Conte e Draghi, rivela che “fu buttata un po’ a caso” da “un premier dal peso non rilevante” (infatti, dopo il no di Draghi, Conte propiziò con Merkel e Macron l’elezione della Von der Leyen coi voti decisivi del M5S, poi strappò la quota massima di Recovery Fund). A Luciano Fontana, direttore del Corriere, la cosa “non è piaciuta” perché non sta bene “tirare in ballo Draghi per manovre politiche” (quindi detesta pure i commentatori e cronisti del Corriere che da mesi tirano in ballo Draghi per manovre politiche). Ed è certo che la proposta era un “ballon d’essai senz’alcuna intesa con Francia e Germania” (invece risulta che Conte avesse in tasca l’ok di Merkel e Macron). Resta dunque la solita domanda: che avrebbe dovuto fare Conte per piacere a lorsignori? A parte non esistere, si capisce.

Ai piedi dell’arte. Il Ferragamo di Guadagnino

Non esistono piedi brutti, esistono scarpe brutte”. E se lo dice Salvatore Ferragamo c’è da credergli: calzolaio bambino, calzolaio delle star, calzolaio dei sogni. Un’epopea made in Italy che il regista Luca Guadagnino riconsegna allo schermo: il docufilm Salvatore – Shoemaker of Dreams è Fuori concorso alla Mostra di Venezia e verrà prossimamente distribuito da Lucky Red.

Dal desiderio infantile covato a Bonito, Irpinia, della cui bontà convincerà i genitori riluttanti confezionando nottetempo le scarpe per la Prima Comunione della sorella, all’apprendistato a Napoli; dal viaggio in America, con “una pesante valigia, due camicie, un cambio di biancheria, un paio di calzini, salame e formaggio” e la terza classe nauseabonda dello Stampalia mollata a caro prezzo per la seconda, al successo a Hollywood, dove è ai piedi di Lillian Gish, Gloria Swanson, Mary Pickford, Douglas Fairbanks, Rodolfo Valentino, e non è sottomissione, ma successo. Il ritorno in Italia, la scelta di Firenze, il fallimento, l’acquisto di Palazzo Spini Feroni, un’avventura artigianale e imprenditoriale insieme che sconfina nella leggenda. Per Guadagnino, Ferragamo è la risposta a una teoria di domande, “cosa è il genio? Come nasce un sistema, che sia il cinema o la moda? E l’ossessione furiosa di una ricerca costante di idee e creazione come si sposa con la tradizione e i valori della famiglia?”. In sessantadue anni (1898-1960) appena, Salvatore ha messo a sistema l’intuizione, standardizzato il genio, coniugato al futuro la tradizione. Il segreto? “Ho dato la comodità alle donne del mondo intero, prima di tutto. È sulla comodità che ho costruito la mia immaginazione, tutti i modelli che sognavo”. Il progetto nasce nel 2017: Guadagnino legge l’autobiografia Salvatore Ferragamo. Il calzolaio dei sogni (Electa, nuova edizione), ne è avvinto, contatta gli eredi, si mette a lavorare con la Fondazione e il Museo, nonché la sceneggiatrice, la giornalista di moda Dana Thomas, e il documentario prende forma, scontando il controllo della famiglia – figli e nipoti, parlano tutti, non sempre con qualcosa da dire – ma beneficiando dell’archivio prezioso, e dunque di registrazioni d’epoca, interviste radiofoniche rilasciate in Australia e alcuni capitoli del memoir recitati dallo stesso autore.

Voce narrante di Michael Stuhlbarg, talking heads illustri, da Martin Scorsese alla costumista Deborah Nadoolman Landis, il caso Ferragamo è analizzato anche da celebri colleghi quali Manolo Blahnik, “determinazione e non ambizione, un ragazzo di bottega che ha fatto carriera così” e Christian Louboutin, “arrangiarsi è stata la sua più grande invenzione”. L’uomo che sussurrava ai piedi, ricambiato: “Amo i piedi, loro mi parlano”. L’artefice non solo di un’inedita arte calzaturiera, ma di un nuovo modo di intendere la calzata, riconoscendo l’importanza dell’arco plantare: centinaia i brevetti depositati, altrettante le dive servite, da Marilyn Monroe, che il doc curiosamente trascura, a Sophia Loren, da Joan Crawford ad Anna Magnani, senza dimenticare i registi con cui collabora, Cecil B. DeMille per I Dieci Comandamenti e Il re dei re, D. W. Griffith per La rosa bianca e Raoul Walsh per Il ladro di Bagdad. E, ovviamente, Scorsese, che all’uopo cita Bob Dylan, “non trovi te stesso, ma crei te stesso”, e butta un occhio in patria: “Gli Usa sono ancora in creazione, e oggi viviamo la prova più grande dalla Guerra Civile”. Al fianco di Salvatore è stata Wanda Miletti, la mater familias scomparsa nel 2018, a lei con una battuta il compito di sfrondare l’agiografia e illuminare di senso e sentimento: “Uomo buono come il pane. Anche se duro. Buono”.

Sempre fuori concorso, Guadagnino ha presentato a Venezia il cortometraggio Fiori, Fiori, Fiori!, resoconto del suo viaggio nella natia Sicilia a trovare gli amici, tra cui Claudio Gioè, dopo il lockdown: è piccolo, intimo, libero. Sono tante le vie del cinema. Perfino estatiche, in cima all’Etna. E chissà Guadagnino quali predilige.

Scatti d’infanzia: le fotografie dei bimbi tra le macerie in Siria

C’è una camera oscura in Siria dove i bambini fanno diventare la guerra una fotografia. Tra i ruderi che il conflitto si è lasciato indietro ora ci sono le pellicole in bianco e nero di Serbest Salih, 27 anni, fotografo di Kobane: “Io sono un rifugiato come i miei studenti e voglio che cambino la loro vita”. Il corso di fotografia che Serbest ha organizzato per i ragazzini siriani, curdi, iracheni, turchi, dura tre mesi: “Dopo ricevono una macchina analogica per due settimane, hanno un numero di foto limitate da scattare. All’inizio del corso nessuno di loro sa esprimersi, alla fine ognuno impara a farlo a suo modo. Usano la fotografia come un sentimento e non un linguaggio”. Sono bambini le cui fughe dalle bombe sono rimaste a metà o rimangono intrappolati dietro il confine sbagliato.

La camera oscura sta tra macerie e polvere, vestiti stesi sui fili che collegano una casa all’altra, tra gli enormi cerchi bianchi delle paraboliche, la miseria che si inspessisce e in cui loro continuano ad abitare. Mentre la storia viaggia sulle loro teste, osservano il mondo con lo sguardo concesso dalla loro età, scattano tragedie ad altezza bambino, registrano un panorama screziato dal dolore. Serbest nel 2015 ha collaborato per 10 mesi con l’ong tedesca Welthungerhhilfe, ma “dopo la camera oscura è rimasta aperta grazie a donazioni volontarie per 350 studenti”.

L’album della sua scuola siriana è un serbatoio di memorie infantili, flash sparati nel buio quando cade la neve o il sole brucia rovente. Si vedono ragazzi tirare calci a un pallone, caseggiati popolari, fuochi accesi sul pavimento da chi non ha più un tetto sulla testa tra tappeti mediorientali e destini identici di povertà comune.

A volte per scattare i bambini si avvicinano ai soggetti per allontanarsi da qualcos’altro: alcuni si fotografano mentre costruiscono pupazzi di neve, altri somigliano alle loro ombre o sembrano statue di cera, plasmate dalla sopraffazione degli adulti. Lontano da Kobane, dove si trova ora, Serbest sogna di poter costruire un giorno una camera oscura viaggiante, una carovana fotografica che attraverserà la Siria intera. Intanto il ragazzo mostra immagini che rivolgono le stesse domande a tutti, ma non si aspettano più spiegazioni da nessuno.

Storia di due ombrelli siriani: tra le centinaia di foto, Serbest ama di più quella delle persone di spalle sotto due parasole, finalmente vicine dopo anni di silenzio. “È stata scattata da una ragazzina siriana di 14 anni, Ceylan. Per anni la sua famiglia non ha mai rivolto una parola agli altri abitanti del suo palazzo, ma da quando ha cominciato a ritrarre le persone del vicinato le ha aiutate a conoscersi. I bambini sono diventati i fotografi dei loro quartieri: quando un adulto ha bisogno di una foto per un documento, chiede aiuto a loro”.

Ci sono altre 2 ultime verità in fila. “Nessun adulto avrebbe mai pensato che le foto realizzate da un bimbo in guerra potessero essere interessanti”. Quando Serbest ha mostrato le immagini dei suoi alunni, molti si sono stupiti dei loro sorrisi massicci e larghi, quelli che esprimono il piacere nudo di essere bambini. Laggiù sorridere all’obiettivo è una piccola resurrezione in cellulosa tra galline e capre dopo i proiettili. “Molte persone credono che i bambini nelle zone di conflitto, o i rifugiati, siano capaci solo di percepire, vedere, fotografare la tristezza intorno a loro. Le foto dimostrano il contrario, loro sono alla ricerca della felicità”.

Scuola sul web in Argentina: l’educazione non è per tutti

In Argentina, dove l’anno scolastico inizia a marzo e finisce a dicembre, non è previsto alcun programma nazionale per il rientro in classe prima della fine dell’anno, a dicembre dunque. Sempre più insegnanti e associazioni si preoccupano delle gravi conseguenze che potrebbe causare questa prolungata parentesi educativa a distanza. Sempre di più chiedono che si torni a scuola, denunciando “l’irrazionalità” della politica attuale del governo in province dove non si registrano contagi al Covid-19 da sei mesi o dove il lockdown è stato allentato.

Il ministro dell’Educazione del governo di Alberto Fernández ha più volte sottolineato che “le aule saranno più eterogenee” al rientro. Sentito più volte sull’argomento, il ministro non ha precisato il numero esatto di studenti che nel frattempo in alcune province, ad agosto, hanno lasciato gli schermi per tornare in aula. Da due settimane la problematica della scuola “virtuale”, a distanza, alimenta il braccio di ferro tra la città di Buenos Aires (a destra) e il governo nazionale (di centrosinistra), che rifiuta di aprire un modulo scolastico destinato ai 6.500 bambini che hanno difficoltà ad accedere alla rete Internet.

La priorità viene data al controllo della situazione sanitaria. L’epidemia di coronavirus continua del resto ad avanzare, con oltre 380.000 casi e 8.000 decessi registrati giovedì 27 agosto. “La scuola a distanza continuerà ad aggravare le disuguaglianze già esistenti – sostiene Nicolás Welschinger, sociologo specializzato nella questione dell’istruzione e delle tecnologie – tanto più che, dagli anni 90, il sistema educativo si è frammentato, tra scuole dei poveri, scuole delle classe media e scuole delle élite, che siano pubbliche o private, con una grande disparità di risorse”. In un paese dove il 60% dei minori vive in povertà, la scuola “virtuale” fa dell’accesso a Internet un ulteriore fattore discriminante. La connessione a Internet, instabile, di scarsa qualità, a volte crea problemi anche nei quartieri privilegiati delle grandi città. In totale, il 17% dei bambini di 15 anni non ha accesso a una connessione Internet a casa. C’è poi un altro problema che alimenta la frattura digitale: l’accesso ai dispositivi elettronici.

Secondo l’Ong Argentinos por la educación, non avendo un computer in casa, più della metà dei bambini della scuola primaria dipende dai telefoni cellulari dei genitori per inviare i compiti e seguire le lezioni online. Tutto ciò è un freno alla continuità pedagogica. Secondo i dati del ministero dell’Educazione, il 10% degli studenti non ha attualmente alcun contatto o ha contatti sporadici con la scuola. Una percentuale stimata a più del 40% dal sindacato degli insegnanti Uda. “Il principio della scuola è di omogeneizzare, combattere le disuguaglianze. Ma spostando lo spazio scolastico dagli istituti alle case, tutto dipende dalla situazione familiare dei bambini: alcuni sono seguiti dai genitori che hanno un bagaglio culturale, altri soffrono ancora di più di non potere andare a scuola”, osserva Nicolás Welschinger. E intanto le disuguaglianze continuano ad accentuarsi. “L’importante è che mio figlio non debba ripetere l’anno”, dice Yenny. A 34 anni, Yenny, dipendente di una cooperativa, vive al di sotto della soglia di povertà nella Villa 31, la principale bidonville di Buenos Aires. Come i tanti lavoratori precari, la donna sbarca il lunario con gli aiuti dello Stato. È grazie al sussidio speciale che può acquistare le schede Internet che, in assenza di una rete wi-fi, permettono al figlio Lucas di 9 anni di inviare i compiti. “Ci ho messo tutto l’impegno possibile per aiutarlo, ma è difficile. Ho imparato da capo le cose con metodi diversi, come per esempio le divisioni. Per fortuna ho finito il liceo”, dice Yenny.

Ma le lezioni in videoconferenza sono state annullate perché non c’erano abbastanza studenti all’appello. “Noi ci connettevamo, facevamo tutto quello che si doveva fare”, insiste. “Con la maestra risolvo gli esercizi più velocemente, invece a casa sono più lento”, spiega suo figlio, un bambino delle elementari appassionato di matematica e sport. Con il lockdown in vigore da più di cinque mesi a Buenos Aires e nella sua regione, Lucas ci confida: “Mi mancano la mia maestra e i miei compagni, giocare, discutere. Mi annoio”. Yenny ammette che, per timore del virus, esiterà comunque a rimandare il figlio in aula nel caso dovessero decidere di riaprire le scuole. In altri istituti l’attività scolastica procede invece senza intoppi. Mercedes Alarcón insegna in una scuola privata per allievi dell’alta borghesia, a Villa Elisa, a 45 km a sud di Buenos Aires. “Le lezioni a distanza hanno i loro limiti. Ma tra i corsi in videoconferenza e lo scambio dei compiti tramite una piattaforma online, constato con sorpresa che a questo stadio dell’anno il tasso di alfabetizzazione degli allievi che imparano a leggere e scrivere è al livello di un anno normale”. In mancanza “di un legame, di un contatto emotivo essenziale per l’apprendimento”, il suo istituto ha deciso di mantenere un contatto personalizzato con i bambini, instaurando una chiamata ogni 15 giorni per un momento di scambio e di gioco.

“Tutti hanno accesso a Internet e tutte le famiglie sono presenti”, sottolinea l’insegnante. In questo paese, grande cinque volte la Francia, i bambini delle regioni rurali, dove la connessione a Internet è scarsa o inesistente, vivono l’educazione a distanza con più difficoltà. “Sarà difficile evitare gli abbandoni scolastici e riavvicinare gli allievi alla scuola – ritiene Patricia Juan Ramón, direttrice dell’associazione Minkai, che aiuta gli studenti delle scuole rurali di Tucumán (Nord) –. Ci siamo resi conto che sempre più genitori chiedono ai bambini di andare a lavorare nei campi”. La frattura tra le città e la campagna era già importante prima della pandemia. “Nelle zone rurali, il 30% degli allievi di scuola primaria non si iscrive alla scuola secondaria. E tra chi lo fa, solo un quinto termina il liceo”, dice Patricia Juan Ramón. L’aumento della povertà potrebbe spingere i bambini delle famiglie più svantaggiate a lasciare la scuola per lavorare. Allora, nelle zone rurali di Tucumán, gli insegnanti fanno prova di ingegnosità per conservare un legame con le famiglie. “Inviamo messaggi audio WhatsApp, facendo attenzione che non siano troppo lunghi perché arrivino a destinazione. Lasciamo dei tempi di consegna dei compiti piuttosto lunghi. Gli insegnanti distribuiscono dei quaderni, che poi recuperano per le correzioni”. Per rimediare ai limiti della rete Internet, il governo ha distribuito 18 milioni di libri di esercizi agli studenti di tutto il paese e ha organizzato delle lezioni trasmesse alla radio e alla tv pubblica. Internet e gli abbonamenti telefonici e televisivi sono stati di recente dichiarati “servizi pubblici”, congelando di fatto le tariffe fino alla fine dell’anno. Il ministero dell’Educazione sostiene inoltre che si sta sviluppando un piano contro l’abbandono scolastico. La scuola a distanza minaccia anche di aggravare le disuguaglianze di genere, hanno avvertito la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Eclac) e l’Unesco nel loro ultimo rapporto. I lavori domestici e la cura dei familiari ricadono soprattutto sulle bambine, allontanandole ancora di più dalla scuola. Gli studi dimostrano che le bambine sono anche meno a loro agio con la tecnologia rispetto ai bambini. “Sulla scuola in Argentina riposano molte esigenze. È un luogo di apprendimento, di alfabetizzazione digitale, ma anche di sostegno sociale, di aiuto alimentare e un freno alla violenza di genere. Molte denunce vengono effettuate proprio nelle istituzioni scolastiche”, osserva il sociologo Nicolás Welschinger. Con un crollo del Pil del 9% in America Latina quest’anno, l’Eclac si preoccupa per il probabile calo degli investimenti nell’istruzione pubblica, “un diritto fondamentale”, necessario “non solo per costruire sistemi resilienti, ma anche per contribuire all’emancipazione sociale”.

Traduzione di Luana De Micco

Porto di Cagliari. Da Londra a Nuoro, tremano i 207 del terminal in mano a una società misteriosa

Si tinge di giallo il dramma dei 207 lavoratori del terminal container del porto di Cagliari, licenziati un anno fa dal concessionario, la multinazionale tedesca Contship, che ha rescisso il contratto preferendo puntare su Tangeri. A poche ore dalla scadenza della cassa integrazione, l’Autorità Portuale presieduta da Massimo Deiana, accademico in quota Pd, ha annunciato d’aver ricevuto, dopo vari tentativi andati a vuoto, un’istanza della “società di diritto inglese Pifim, in avvalimento con la Port of Amsterdam International”.

La società olandese, emanazione dell’Autorità Portuale di Amsterdam, non ha risposto alle nostre domande, anche a fronte dei pochi enigmatici elementi reperibili sull’identità della capogruppo, sconosciuta al settore portuale.

Sul suo sito Pifim si presenta come un fondo di investimenti con 400 impiegati, ma le tracce della sua esistenza sono scarse. L’indirizzo londinese corrisponde a un immobile per il quale si cercano affittuari. Fra i pochi documenti rintracciabili sul locale registro delle imprese si vede un conto economico 2018 negativo per 300mila sterline e un prospetto finanziario “sintetico e non certificato” (e incongruente col primo documento) da cui risulterebbe una disponibilità liquida di 100 milioni di sterline. Dall’unico recapito email arriva un no comment e la precisazione di una presenza in Italia “nel settore dell’alluminio, con un gruppo di compagnie strategiche che impiegano 400 persone”.

Il primo direttore, nel 2016, fu Fabio Castaldi, avvocato di stanza a Londra, esperto di fiduciarie e diritto internazionale. Con oltre 240 società dai non chiari fini create negli ultimi 10 anni, Castaldi risulta avere diversi guai giudiziari: è a processo a Vicenza e a Catania per riciclaggio.

Tornando a Pifim, dopo un paio di passaggi l’amministratore diviene nel 2017 il nuorese Davide Pinna, affiancato dalla concittadina Anna Maria Corrias. Proprio a Nuoro esiste una Pifim Srl, di cui Pinna e Corrias a fine febbraio hanno ceduto il capitale a tal Antonino Ninniri, domiciliato allo stesso indirizzo di Bolotana (Nu) a cui è domiciliato Pinna. Pifim è formalmente attiva (1 addetto) nel settore della consulenza e controlla due società (Pifim Factory e Pifim Re) amministrate da Pinna, risultanti inattiva in un caso e nell’altro sprovvista di bilancio (come la capofila dal 2016 del resto).

Malgrado tutto ciò Deiana, in cerca di rinnovo del mandato in scadenza a dicembre, non si scompone: “La valutazione dell’incartamento è all’inizio, ma i sopralluoghi condotti dagli offerenti nei mesi scorsi dimostrano grande competenza. E c’è l’avvalimento di Port of Amsterdam: ci sono ottime prospettive”. Sarà. Ma ieri, “malgrado la possibile proroga della cassa integrazione concessa da Dl Agosto”, denunciano Cgil, Cisl e Uil, Contship s’è rifiutata di procedere al congelamento dei licenziamenti (e di commentare). E, descritta l’alternativa, il futuro ai portuali cagliaritani è apparso assai incerto.

 

La battaglia ora: ridurre l’orario per evitare l’ecatombe sociale

È urgente e necessario mettere a punto una soluzione vera e permanente per quando finirà il blocco legale dei licenziamenti che il decreto “Agosto” ha prorogato, non senza sfrangiature, fino al mese di dicembre. I vertici di Confindustria hanno già cominciato a reclamare la libertà di licenziamento e la cessazione dei sussidi in favore di poveri e lavoratori in difficoltà.

La soluzione più efficace e semplice per governare gli esuberi, evitando, però, i licenziamenti di massa, sarebbe la riduzione della settimana lavorativa da cinque a quattro giornate, opinione confermata da autorevoli prese di posizione di politici europei. Ad esempio, il capo dei sindacati metalmeccanici tedeschi Jorg Hoffman, ma anche la presidente del Partito socialdemocratico austriaco Pamela Rendi-Wagner hanno indicato la settimana di quattro giorni (“Vier-Tage-Woche”) come formula privilegiata a cui ricondurre, intanto, l’istituto della “Kurzarbeit”, l’ammortizzatore sociale simile ai nostri contratti di solidarietà, ma da assumere, poi, come regime ordinario dell’orario lavorativo.

Proprio questo è il valore strategico della proposta di riforma dell’orario: nell’immediato, in presenza di esuberi di personale conseguenti al lockdown, li elimina, riproporzionando le ore lavorative ai minori volumi produttivi, ma una volta recuperato il livello di produzione “ante-pandemia” espande, invece, l’occupazione rendendo necessaria l’assunzione di nuovi lavoratori per ricostruire il necessario monte-ore lavorate. Nel nostro ordinamento, d’altro canto, è già stata normata una prima volta la “trasformazione” dei contratti di solidarietà “difensivi” in contratti di solidarietà “espansivi”. Le questioni da affrontare e risolvere sono, però, di due ordini: economico e politico-giuridico.

Il problema economico nasce dalla necessità di compensare la riduzione di orario perché essa avvenga “a parità di salario”, il che può apparire molto o troppo costoso, ma solo perché non si riflette sull’alternativa inevitabile nel caso che, invece che alla riduzione di orario, si ricorra ai licenziamenti come vorrebbe Confindustria.

Gli esuberi sono stimati in 1 milione di lavoratori e licenziarli significa non soltanto provocare un trauma sociale insopportabile, ma anche “spendere” immediatamente 1 milione di indennità di disoccupazione (Naspi), con durata fino a 24 mesi ed importo di circa mille euro mensili. Insomma, dare il via ai licenziamenti significa spendere 20 miliardi, col risultato di trovarsi sull’orlo della guerra civile. Con quei 20 miliardi, invece, si potrebbe compensare, perché avvenga a parità di salario, la riduzione della settimana lavorativa da cinque a quattro giornate per 5 milioni di lavoratori, l’esubero sarebbe eliminato senza condannare nessuno alla disoccupazione.

Ma c’è di più: con il Fondo “Sure” sono stati stanziati e assegnati all’Italia circa 28 miliardi di euro di prestiti destinati proprio alle riduzioni di orario e, dunque, ben si può dire che il rifiuto dei licenziamenti grazie alla riduzione d’orario è, effettivamente, una scelta europea.

Dal punto di vista normativo, poi, va segnalato che con l’articolo 14 del decreto Agosto è stata implicitamente accolta nel nostro ordinamento la regola, o canone, del licenziamento come ultima ratio, nel senso che è vietato licenziare senza prima aver esaurito tutta la Cassa integrazione richiedibile.

Ed allora sarebbe sufficiente, in sede di conversione del decreto, richiedere il preventivo esperimento anche della riduzione dell’orario lavorativo settimanale a 4 giornate, con contratti di solidarietà difensiva, che potrebbero diventare una componente di un più complessivo contratto aziendale “di ripartenza”, nel quale potrebbero trovare posto altri importanti capitoli quali le salvaguardie anti-contagio, la regolamentazione dello smart working, i piani di riqualificazione professionale, gli incentivi per la ripresa.

Alla riduzione della settimana lavorativa va assegnata fin d’ora una valenza non più emergenziale ma di riforma definitiva del mercato del lavoro in tutti i comparti produttivi perché possa poi passare da una funzione difensiva ad una espansiva dell’occupazione.

Per questo andrà modificata la legge del 2003 in materia di orario di lavoro, così da ridefinire l’ “orario normale” in 4 giornate e 32 ore di lavoro settimanali, e, per altro verso, limitare la possibilità o la convenienza del ricorso al lavoro straordinario. Dovranno essere previsti, per converso, opportuni incentivi economico-normativi per realizzare “a parità di salario” la riduzione oraria, e di essi occorre cominciare a discutere immediatamente, anche nel quadro di una riforma fiscale che privilegi i redditi da lavoro in modo da passare senza soluzione di continuità dalla fase difensiva a quella espansiva.