In Europa. Ancora 1500 infrazioni aperte, soprattutto green

Abbiamo un problema di aria, ma su quello ci stiamo lavorando con la Commissione Europea. Ma abbiamo ancora anche un problema di acque: lo ha ricordato un rapporto stilato dal Movimento 5 stelle e presentato al Parlamento Europeo la settimana scorsa che spiega quanto ancora c’è da fare in Europa attraverso la conta dei procedimenti d’infrazione ancora aperti: in totale sono 1571 e, neanche a dirlo, la maggior parte riguarda l’ambiente (421 procedure). L’Italia, per dire, dopo ben tredici anni ancora non riesce a garantire che 620 città (in 16 regioni) siano dotati di sistemi di raccolta delle acque reflue urbane e che quelle che entrano nelle reti fognarie siano adeguatamente trattate prima dello scarico. In Grecia, non sono riusciti a introdurre misure adeguate contro l’inquinamento delle acque dai nitrati utilizzati in agricoltura (come in Belgio). Sempre in tema acque, la Spagna è in infrazione per non aver tutelato abbastanza l’habitat in alcuni suoi corsi d’acqua mentre Finlandia ed Austria non hanno garantito alcune specie animali, soprattutto uccelli, dall’aggressività della caccia “fuori stagione”.

Ma la lista è molto lunga se si aggiunge l’eventuale non conformità alle norme europee (in sintesi, i casi di quei paesi che ci hanno provato ma non ci sono riusciti fino in fondo): dalla Francia che non ha adeguato (in linea con le norme Ue) la trasparenza sull’accesso alle informazioni al Lussemburgo. Insomma, se non siamo in malafede siamo ancora molto distratti. “Questi dati sono allarmanti e dimostrano tutta l’ipocrisia europea – ha detto Sabrina Pignedoli, europarlamentare del Movimento 5 Stelle e relatrice al Parlamento europeo della “Relazione di iniziativa sull’applicazione del diritto europeo per gli anni 2017, 2018, 2019” – : da un lato si parla di Green New Deal e si stendono i tappeti rossi a Greta Thunberg, dall’altro non si rispettano le più elementari regole ambientali che ci siamo dotati. L’ambiente, che è uno dei pilastri della Carta dei diritti fondamentali della UE La Commissione europea dovrebbe correggere le violazioni al diritto europeo da parte degli Stati membri con la moral suasion e, se non dovessero bastare, anche con la minaccia di ridurre i fondi europei. L’Europa non è un bancomat ma una comunità di valori”.

Brennero, il tunnel serve ma altri dieci miliardi no

L’analisi costi-benefici non è più di moda, dopo la breve parentesi di Graziano Delrio al ministero delle Infrastrutture (“si annuncia ma non si fa”), dei 5Stelle (“si fa ma se ne smentiscono i risultati”), e dell’attuale governo (“neanche parlarne”). Confindustria, costruttori e destre assentono felici. Vale l’“arbitrio del principe”, che non deve render conto di alcuna scelta di come spende i soldi dei contribuenti.

Fuori degli italici confini invece quell’antiquato metodo sembra ancora dominare (in un recentissimo documento dell’Ocse sulle infrastrutture spagnole, in quello della Corte dei Conti Europea che stronca le analisi “di comodo” fatte dai singoli paesi per giustificare alcune loro grandi opere, nell’auditing interno della Commissione, e negli Stati Uniti quando c’era Barack Obama (Donald Trump non sembra interessato).

Tornando da noi, il quadro normativo sembra essere quello stabilito dall’ex ministro dem Delrio per blindare le sue scelte: ha fatto approvare al Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) “in solido” i piani pluriennali di Anas e FSI, che contengono tutte le opere definite “strategiche” da lui senza alcuna analisi, nemmeno di traffico, e stop. Il gioco è fatto, e consente a tutti i ministri della maggioranza e dell’opposizione di dichiarare impunemente “i soldi ci sono, basta spenderli”. Delrio era arrivato a 133 miliardi, Matteo Renzi e l’attuale sottosegretario al Mit Giancarlo Cancelleri intorno ai 150, la ministra Paola De Micheli a 200, e via miliardando. Non essendo giuristi, potremmo sbagliare, e qualche analisi rimanere necessaria. Speriamo cioè di essere smentiti, e vederle presto pubblicate.

Veniamo ora al progetto del tunnel del Brennero – costo: otto miliardi e rotti – già avviato e in parte finanziato dalla Commissione Europea. Un tunnel un po’ più lungo del Frejus (Tav), con il quadruplo del traffico. Un progetto certamente molto più sensato della Torino-Lione, che ha contribuito anche a disvelare un piccolo, vergognoso segreto italiano: quando i 5 Stelle erano anti-grandi opere, videro che l’analisi economica su cui si basava quella scelta era molto vecchia, e con risultati assai incerti. Chiesero alla all’allora commissaria europea per i trasporti, Violeta Bulc, di aggiornare l’analisi. La risposta fu illuminante: “La normativa italiana non richiede alcuna analisi economica o finanziaria quando un progetto sia interamente a carico delle casse pubbliche”. Cioè se sono soldi dei contribuenti, se ne può far quel che si vuole, anche buttarli. Questo per legge.

Il tunnel consentirà di far transitare treni merci più pesanti con una sola locomotiva, e treni passeggeri a 250 km/ora, un po’ meno di una vera Alta Velocità, che ne richiede 300. Ma ora emerge che, nel silenzio generale, si inizia a raddoppiare, pezzo per pezzo, anche la linea tra l’uscita dal tunnel (Fortezza) e Verona. Sono quasi 200 km in montagna o in un fondovalle densissimo di agricoltura, insediamenti e infrastrutture. Si dovrà dunque costruire quasi tutto in galleria o in trincea. Gli ultimi progetti in pianura vedono costi intorno ai 50 milioni al km. Non ci si sbaglia dunque a stimare un costo totale minimo di 10 miliardi, probabilmente tutti a carico delle casse pubbliche italiane. Ci sono però due aspetti peculiari: sulla la linea attuale transitavano nel 2019 circa 120 treni al giorno, su una capacità di almeno 200, e questo nonostante, come è noto, tariffe altissime sull’autostrada parallela e sui carburanti, e generosi sussidi al modo ferroviario. Inoltre il traffico varia con Pil, che con il virus ha preso un duro colpo, si riprenderà di sicuro, ma ci vorranno anni. Poi avere quattro binari sul versante italiano non è che serva molto se oltre il Brennero ne rimangono due (identica situazione della Tav). Gli austriaci, è vero, stanno raddoppiando la linea nella valle dell’Inn, ma la domanda di trasporto è con la Germania, che nemmeno ha deciso se gli conviene farlo (la Corte dei Conti europea, infatti, esprime molti dubbi sull’intera vicenda).

La scheda del progetto Fortezza-Verona del Ministero dei Trasporti non accenna a conti economici o finanziari, né a previsioni di traffico, pur essendo molto dettagliata. Accenna solo al fatto che il progetto è “utile per l’ambiente”,

E qui i dubbi sono molto solidi. I francesi avevano stimato che il cantiere della Tav generava 10 milioni di tonnellate di CO2, ma alcuni studi danno valori inferiori. La Corte dei conti Ue dice che solo per andare in pari (cioè prima di avere benefici ambientali dal progetto Tav), con previsioni molto ottimistiche di spostamento di traffico sulla ferrovia ci vorranno 25 anni dopo la sua apertura, ma 50 se lo spostamento sarà più moderato.

Il progetto complessivo tunnel del Brennero-Fortezza-Verona genera verosimilmente molte più emissioni da cantiere di quello Tav, e occorre aggiungere che tutti gli studi concordano che tra qualche decina di anni le emissioni di CO2 del traffico stradale saranno inferiori in media a quelle attuali. Forse anche solo per l’avvento dei camion più pesanti e quindi meno inquinanti per unità trasportata, che già oggi circolano nei paesi scandinavi.

Cioè anche senza le famigerate analisi costi-benefici, ma limitandoci agli aspetti ambientali, sembra che si stiano prendendo rischi assurdi con i soldi pubblici.

Torna il supereuro e non è affatto una buona notizia

Per l’Eurozona c’è una nuova grana: l’euro forte. Il primo settembre la moneta unica è arrivata a valere 1,20 dollari, record da oltre due anni, per poi scendere leggermente. L’apprezzamento dell’euro rappresenta per molti una minaccia alla ripresa e alla stabilità monetaria e preoccupa anche la Banca centrale europea. Francoforte teme che una moneta più pesante penalizzi le esportazioni, trascini in basso i prezzi (deflazione) e aumenti la pressione per un maggiore stimolo monetario. Serve una risposta, perché “il mercato potrebbe interpretare i tassi di interesse come strutturalmente più alti nell’area euro, con il rischio di un ulteriore apprezzamento”, ha dichiarato al Financial Times una fonte anonima del consiglio della Bce.

A “pompare” la valuta europea sono vari fattori. Sergio Cesaratto, professore all’Università di Siena, sottolinea che la ragione principale sono le scelte americane di politica monetaria. Il capo della Fed, Jerome Powell, ha annunciato che la banca centrale tollererà una maggior inflazione. “Con tassi di interesse già bassi, l’inflazione più alta porterà a tassi reali negativi – afferma Cesaratto – e gli Stati Uniti attireranno un minor flusso di capitali. La bilancia dei pagamenti andrà in rosso e provocherà un indebolimento del dollaro”. Un calo che in parte è stato già anticipato dai mercati.

L’euro si è rafforzato anche per effetto dell’accordo sul Recovery Fund e di un rimbalzo dell’attività economica maggiore del previsto. Fattori che hanno trasmesso la percezione di un’Eurozona più solida. Senza dimenticare che in partenza la moneta unica era probabilmente sottovalutata rispetto al dollaro. L’Europa, dunque, si trova nella trappola della deflazione e con un euro che si rafforza. È verosimile che questo porterà la Bce a tagliare ancora le stime sull’inflazione (il suo obiettivo è portarla poco sotto il 2%).

L’euro forte avrà seri contraccolpi sull’economia reale: i settori italiani più vulnerabili sono l’alimentare, il tessile e l’abbigliamento. Se si pensa che negli ultimi anni è stato l’export a tenere a galla l’economia, si capisce la preoccupazione degli ambienti produttivi. Alla debolezza della domanda interna, già fiacca prima della pandemia, si aggiungono ora le incertezze valutarie.

Come fare? Sono lontani i tempi in cui in pochi mesi Draghi riusciva a svalutare l’euro del 25% con politiche super-espansive. La Bce di Christine Lagarde è ancora alle prese con la sua “revisione strategica” delle politiche monetarie, attesa per la prima metà del 2021. Per il momento, potrebbe aumentare il programma di acquisto di titoli (Pepp) varato dopo lo scoppio della pandemia. Secondo Cesaratto, l’Eurozona sarà costretta a seguire l’esempio americano. È la linea che traspare dalle parole di Philip Lane, capo economista della Bce, che ha definito “rilevante” il livello dell’euro/dollaro e ha aperto a misure più accomodanti.

Il capo della Bundesbank Jens Weidmann si è già detto contrario. Berlino vuole un euro forte? “Suppongo di no”, risponde Cesaratto. “La Germania non ha mai basato la sua competitività sulla debolezza della moneta o sulle svalutazioni competitive. Anzi, il marco forte permetteva importazioni a buon prezzo e questo contribuiva a mantenere contenuti i costi di produzione, inclusi i salari. Ma Berlino a quel tempo approfittava del keynesismo degli altri Paesi”.

E ora? “Ora l’economia mondiale è in difficoltà e gli Usa minacciano misure protezionistiche contro i beni tedeschi: penso che la Germania non veda di buon occhio un euro troppo forte”. Gli Stati Uniti, però, potrebbero essere indispettiti da una svalutazione dell’euro e reagire con nuovi dazi. “Ora la soluzione è potenziare il mercato interno. La Germania deve decidere cosa fare da grande: rilanciare il mercato nazionale e quello europeo”.

Il grande affare delle Borse: l’assalto ai gestori dei mercati

A 24 anni dalla sua privatizzazione e a 13 dalla cessione alla Borsa di Londra, si profila una corsa a tre per conquistare Borsa Italiana. Piazza Affari è stata messa in vendita dal gruppo London Stock Exchange per incassare 3,3 miliardi che serviranno a finanziare parte dei 22,7 necessari al Lse per comprare Refinitiv, provider di servizi finanziari controllato al 55% da Blackstone e al 45% da Thomson Reuters.

In gara per accaparrarsi Milano ci sono la Borsa francolandese Euronext, principale piazza finanziaria europea per capitalizzazione (oltre 4.300 miliardi, otto volte Milano e più del doppio di Francoforte), i tedeschi di Deutsche Boerse e anche Six, l’operatore che gestisce la Borsa di Zurigo. La scadenza per presentare le offerte vincolanti è l’11 settembre. Quella che riguarda Piazza Affari è solo l’ultima tra le aggregazioni nel settore, una giostra mossa da motivi economici e geopolitici che negli ultimi 20 anni ha ridisegnato gli assetti mondiali della finanza.

Le cifre del business da sole non bastano a spiegare la gara. La Borsa di Londra che controlla Piazza Affari nell’ultimo esercizio ha segnato un robusto aumento dell’8% dei ricavi a 2,59 miliardi ma un calo del 2% dell’utile operativo non normalizzato a 737 milioni. I dividendi sono comunque aumentati del 16% a 78,4 centesimi per azione.

Il gruppo realizza solo meno di un quinto dei suoi ricavi dalla classica attività delle offerte pubbliche iniziali e del trading sulle azioni. Il vero core business, che genera il 40% degli incassi, sono i servizi informativi e di gestione degli indici, cresciuti del 7%. Un altro 39% dei ricavi proviene dai servizi post vendita e di gestione dei rischi. Gli analisti valutano Borsa Italiana fra 3,3 e 4,3 miliardi, più del doppio degli 1,6 spesi da Londra per acquistarla 13 anni fa. Piazza Affari realizza un margine operativo lordo del 60% dei ricavi, in linea con la media dei concorrenti, e ha previsioni di profitti in crescita.

Ma l’interesse per Borsa Italiana nasce soprattutto dal fatto che si tratta dell’unico listino europeo che controlla il mercato telematico Mts sul quale si scambia il debito pubblico nazionale, il terzo per dimensioni al mondo. Non a caso il 24 luglio 2019 a presiedere Mts è stata nominata Maria Cannata che, dal 2000 al 2018, è stata direttore generale del debito pubblico del ministero del Tesoro.

Per questo motivo il Governo ha dato il via libera a una partecipazione di Cassa Depositi e Prestiti all’offerta della cordata Euronext ponendo però alcuni paletti sull’autonomia e la governance di Piazza Affari. Nel caso di acquisto dell’intero asset (Borsa e Mts) Cdp diverrebbe azionista di Euronext garantendo in mani italiane la presidenza della Borsa di Milano e alcuni seggi nel cda dell’operatore di Parigi.

La vendita di Borsa Italiana si inserisce nel periodo d’oro dei mercati finanziari, sganciati dal trend dell’economia reale a causa dell’inondazione di liquidità offerta dalle Banche centrali. Denaro finito a gonfiare quotazioni e scambi che hanno consentito alle società che gestiscono le Borse di realizzare ricavi in continua crescita e profitti molto elevati.

Nel mondo oggi esistono 250 Borse sulle quali, solo a livello azionario, sono quotate 53mila società con una capitalizzazione aggregata di circa 80mila miliardi. Il settore è molto concentrato: Intercontinental Exchange (Ice) è la maggior Borsa globale in termini di ricavi con il 14,6% del totale mondiale (4,37 miliardi), in crescita annua del 4,5%, seguita da Cme Group (4,12 miliardi di ricavi). A livello europeo Deutsche Boerse di Francoforte è stata la Borsa più attiva in Europa, con il 22,5% dei ricavi dell’area, seguita dal gruppo Lse della Borsa di Londra con il 16,5% dei ricavi europei.

I ricavi totali delle borse nel 2019 sono arrivati al record di 29,9 miliardi, in crescita del 16% rispetto al 2017. Il business consente di realizzare margini operativi medi ingenti, nell’ordine del 60% dei ricavi: il triplo di quelli delle migliori società di investimento. Dietro quest valanga di profitti c’è il boom della vendita dei dati finanziari raccolti dalle Borse e degli indici che ne sono tratti, che ha realizzato ricavi in aumento del 7,7% su base annua.

La quota crescente degli investimenti finanziari che si sposta verso gli strumenti collettivi di investimento passivi come gli Etf sancisce la fine del vecchio modello di business delle Borse: in passato i ricavi arrivavano da commissioni sulle transazioni, oggi vengono dalla creazione e vendita di indici alle società che gestiscono gli Etf e dalla vendita dei dati sul trading.

Ogni borsa ha il monopolio naturale delle informazioni sui dati dei titoli che quota, vero carburante per il trading ad alta frequenza, un mercato da miliardi di utili annui nel quale i computer compra-vendono automaticamente in continuazione titoli per sfruttare minime differenze di prezzo con operazioni che durano milionesimi o miliardesimi di secondo. Dati che le Borse vendono a prezzi sempre più alti: secondo alcune analisi il Nyse, la Borsa di New York, nell’ultimo decennio ha aumentato i ricavi dai dati di mercato da 10 a 30 volte anche grazie a continui rincari. Poiché ai risparmiatori le commissioni di compravendita costano ormai in media pochi centesimi ogni 100 euro investiti, questi rincari comprimono i margini delle società di trading.

Le fusioni e acquisizioni tra Borse sono così strumenti per realizzare non tanto economie di scala ma integrazioni tra diverse offerte di prodotto in termini di dati venduti al mercato. Negli ultimi vent’anni si è assistito a una continua girandola di acquisizioni e fusioni, proposte realizzate o naufragate, ma anche di separazioni e divorzi tra mercati. In Europa dalle integrazioni sono emersi tre campioni: il gruppo della Borsa di Londra, la tedesca Deutsche Boerse ed Euronext, che ha accorpato intorno alla Borsa francese i mercati di Amsterdam, Bruxelles, Lisbona e Dublino.

Ad aprile 2007 Euronext si fondeva con il Nyse, la Borsa di Wall Street. A ottobre 2007 la Borsa di Londra conquistava Borsa Italiana pagando 1,6 miliardi di euro. Altre operazioni però non sono andate a buon fine, come l’acquisizione del dicembre 2004 della Borsa di Londra da parte di Deutsche Boerse, rifiutata dagli inglesi che a dicembre 2005 respingevano anche un’offerta della banca d’affari australiana Macquarie e a febbraio 2007 un’altra proposta del Nasdaq. Nel 2011 l’integrazione tra la Borsa di Wall Street e Deutsche Boerse veniva bloccata dall’Antitrust Ue. Per restare solo a quest’anno Euronext, tornata single a giugno 2014, ha conquistato la Borsa di Oslo mentre gli svizzeri di Six a giugno hanno comprato la Borsa spagnola pagando 2,8 miliardi.

Proprio l’interesse delle autorità Antitrust segnala la rilevanza geopolitica di queste operazioni. Le autorizzazioni, concesse o negate, seguono la politica internazionale. Con la Brexit e l’ulteriore avvicinamento del Regno Unito agli Usa, Londra è diventata estranea rispetto al contesto Ue. Intanto sta scendendo in campo la Cina: a ottobre è saltato il tentativo della Borsa dell’ex colonia britannica di Hong Kong di comprare la Borsa di Londra. Non manca chi vede un possibile interesse cinese per Borsa Italiana, alla luce dei recenti accordi tra Roma e Pechino. Ma i dubbi sul sistema finanziario cinese e le crescenti tensioni tra Cina e Occidente, anche sul fronte finanziario, si sono rivelati sinora un ostacolo insormontabile all’internazionalizzazione delle Borse della Repubblica Popolare.

Tele-Visioni. Madre Teresa e Mike a tu per tu (e scusate per l’interruzione di un sogno)

Stanotte ho sognato Mike Bongiorno che intervistava Madre Teresa di Calcutta, sì proprio lei, la grande benefattrice che ha dedicato la sua esistenza al bene del prossimo, ai poveri, agli ammalati e ai bisognosi in genere. Un’iniziativa lodevole della televisione, un atto dovuto a una persona che ha rinunciato alla sua vita per il bene degli altri. L’unico piccolo problema era che il grande Mike, anche lui a suo modo un benefattore per tutti i programmi televisivi che ci ha regalato, era fermamente convinto di parlare non con Madre Teresa di Calcutta, ma con la protagonista dell’omonima commedia musicale Oh Calcutta, in scena da più di trent’anni sui palcoscenici di tutto il mondo: “Allora siora Teresa, so che lo spettacolo è un grande successo ed è stato visto da milioni di persone, che ci può dire in proposito?”. Malgrado il silenzio glaciale di Madre Teresa, Mike non perdeva tempo e la incalzava con altre mille domande: “Vedo che lei siora Teresa, non vuole rivelarci nulla dello spettacolo, ci dica almeno qualcosa della trama, per esempio so che c’è un balletto in cui tutti gli attori e i ballerini danzano completamente nudi…”, ostinato mutismo di Madre Teresa. Nel frattempo nello studio televisivo regnava il caos : tecnici, assistenti, cameraman si sbracciavano disperatamente per avvisare il grande Mike del clamoroso errore che stava facendo, ma nessuno riusciva a fermarlo. Mike come un fiume in piena continuava implacabile: “Siora Teresa, mi piacerebbe che lei accennasse una delle mille canzoni dello spettacolo…” – urla soffocate dell’assistente di studio, volto pietrificato di Madre Teresa, pubblico singhiozzante in silenzio – “Corre voce che lei per la versione italiana abbia proposto Don Lurio come suo partner?”. All’improvviso un cartello: “Per motivi tecnici la trasmissione sara ripresa il più presto possibile o il più tardi!”. È inutile io la sera devo mangiare leggero.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

 

Manicomi e fascismo. Le donne pazze e partigiane in lotta per la libertà, nel segno di Franco Basaglia

Il luogo è la premiazione del Premio Capalbio, fatta con le dovute maschere e le dovute distanze nella piazza di un borgo larga abbastanza da evitare assembramenti. Ma la data dell’evento (29 agosto) coincide con l’anniversario della scomparsa di Franco Basaglia, lo psichiatra anti-psichiatra che ha liberato i matti e li ha fatti diventare di nuovo esseri umani, come in una fiaba. Se ne è ricordata Silvia Meconcelli, brava e già nota scrittrice grossetana, che è venuta a parlare di un suo piccolo libro appena pubblicato.

Il libro non è da poco (Pazze di libertà, editoreAlter Ego) e non lo è l’autrice che in un intervento breve e stringato ha fatto quello che non si fa. Ha narrato bene e in fretta due operazioni. La prima è la follia delle donne come metafora: sei in manicomio perché non vogliono lasciarti cercare la libertà, che non spetta alle donne. La seconda è che c’è un universo più grande, tenebroso e potente intorno, un contenitore rigido che vuole rendere impossibile la libertà di tutti, e per questo ha bisogno di manicomi e prigioni e di interpretare ogni rivolta come follia, e di punire subito la follia con la morte.

Silvia Meconcelli, nella breve spiegazione del suo libro e nel suo caldo ricordo di Basaglia, ha detto la parola giusta che spesso, invece, viene sostituita da divagazioni. La parola è “fascismo”: l’ingrediente indispensabile per motivare ogni caccia alla libertà. Nel libro di cui sto parlando troverete un modo nuovo di associare e interpretare molte cose che conosciamo, ma preferiamo collegare in contesti più cauti. C’è il manicomio pre-Basaglia, narrato da un racconto tagliente come pezzi di vetro, in cui tutto è organizzato per fare (possibilmente per sempre) il maggior male possibile a persone prive di ogni identità e libertà (premonizione dei lager ). C’è il medico assassino insediato dietro il filo spinato del linguaggio e degli strumenti della medicina, usati tutto il tempo come corpi contundenti contro il malato o il presunto malato.

C’è il fascista travestito da medico, che fa con gusto il fascista, non il medico, mentre fuori si è accesa la lotta di liberazione; altra grandiosa metafora con cui l’autrice racconta la battaglia per la dignità, vista dal privato (un amore) e dal punto di vista della Storia, una lotta che non può finire fino a quando c’è oppressione, e il suo senso di impegno senza scadenze in un mondo libero dalla minaccia solo se la conosce.

Silvia Meconcelli vi conduce in un viaggio carico di eventi, personaggi, ricordi di sopravvissuti e storie di famiglia e di famiglie, insieme alle sue donne matte, ai suoi medici sadici e insieme ai suoi partigiani che sono la nostra memoria comune. Ma la dedica a Basaglia, accende sul libro e sulla sua narrazione una luce in più. Ci conferma che è tutto vero, è tutto accaduto. E accade anche oggi.

 

Egitto. New Alamein: il nuovo (caro) gioco di Al Sisi

L’Egitto sta trasformando El Alamein una città-vacanze che promette entro 4-5 anni di battere altre destinazioni turistiche come Sharm el-Sheikh e Hurghada. New Alamein, a pochi km dal confine con la Libia, è l’ultimo tentativo dell’Egitto di ridistribuire la sua popolazione, diversificare il suo prodotto turistico ed espandere il suo spazio urbano. Il governo del presidente al Sisi sta spendendo miliardi di dollari per la costruzione della città, con un enorme distretto turistico costiero con oltre 15.000 camere d’albergo, un lungomare di 14 km sul Mediterraneo, grattacieli, parchi di divertimento, cinema e teatri e un enorme quartiere commerciale. La città includerà anche un’area residenziale, con migliaia di appartamenti per egiziani con reddito limitato ma anche appartamenti, ville e chalet per ricchi egiziani e arabi. Il quartiere storico della città includerà il cimitero di guerra, che ospita i resti delle migliaia di vittime delle tre grandi battaglie che si combatterono qui fra luglio e novembre del 1942 vinte dall’esercito imperiale britannico che segnarono la disfatta dell’Afrika Korps di Rommel e dei sogni italiani in Nord Africa. Secondo il governo New Alamein, destinata ad avere 6 milioni di abitanti, sarà dotata di un aeroporto internazionale e di un elettrotreno per i collegamenti con Il Cairo e Alessandria. Avrà propri impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare e centrali elettriche. Prima che questa zona potesse essere sviluppata, milioni di mine terrestri sono state rimosse dall’area e altre ancora aspettano sotto la sabbia lungo la costa. New Alamein è una delle venti New Town che l’Egitto sta costruendo per ospitare 30 milioni di abitanti, inclusa una nuova capitale amministrativa alla periferia del Cairo, che raggiunto i 24 milioni di abitanti. La costruzione di queste nuove città cerca di far fronte alla forte pressione demografica. Il 95% dei suoi abitanti – 102 milioni – è concentrata lungo il fiume Nilo e nel suo Delta, mentre la maggior parte del Paese è quasi disabitato e le proiezioni indicano che la popolazione egiziana raddoppierà entro il 2078.

 

Riecco il Ponte sullo stretto: uno scherzo che ha 50 anni

La politica italiana si specchia nelle grandi opere, ma sul mitologico “Ponte sullo stretto di Messina” si assiste a un balletto inquietante. Nel 1984, il ministro del Mezzogiorno, Claudio Signorile, annunciò in pompa magna che “il ponte si farà entro il 1994”. Non era nemmeno stato deciso se fare il ponte o un tunnel sotto il fondale (“subalveo”) o, come propose l’Eni, un tunnel (“alveo”) ancorato al fondale. Era ancora in piedi la commissione che doveva valutare i 143 progetti del “Concorso Internazionale di idee” lanciato nel 1969. Ci sono voluti 20 anni per concludere che l’unica soluzione era il ponte. Il progetto è stato portato avanti nonostante la valanga di critiche e dubbi sulla fattibilità. Cinquant’anni dopo siamo ancora lì. La ministra dei Trasporti Paola De Micheli ha appena nominato una commissione di 16 esperti “per capire qual è lo strumento migliore per collegare Sicilia e Calabria. Su ferro, su strada e con una pista ciclabile”. Le ipotesi – si apprende – “sono tre: il ponte, il tunnel subalveo o il tunnel alveo”.

Sembra uno scherzo. Nel 2012 il governo Monti fermò il progetto scatenando la guerra legale col consorzio Eurolink, capeggiato da Salini Impregilo, che aveva vinto la gara del 2005 e pretende le mega penali concesse da un accordo segreto col governo Berlusconi del 2009 (in primo grado ha perso).

Ora si ricomincia. Matteo Renzi sostiene le ragioni dell’amico Pietro Salini, che chiede miliardi allo Stato. Il viceministro ai Trasporti Cancelleri (5 Stelle) sponsorizza il progetto del tunnel subalveo dell’ingegner Giovanni Saccà. De Micheli avvia commissioni.

Il partito del cemento ha trattato per decenni i critici del ponte come terrapiattisti, oggi la politica ci dice che forse il Ponte non va bene, meglio il tunnel. Dopo la commissione sarà affidato un nuovo “progetto di fattibilità”. Altri soldi, dopo i 300 milioni già spesi per alimentare – come per il Tav Torino-Lione (e magari con fondi europei) – il mondo di mezzo fatto di professionisti e burocrati che fa del battersi per un’opera (meglio se irrealizzabile) un mestiere redditizio. Forse serve anche a dare l’alibi al mega progetto di portare l’alta velocità ferroviaria in Sicilia. Salini, intanto, festeggia.

Calciomercato. I 700 milioni di Leo Messi: e la Spagna dichiara guerra all’Inghilterra

Il gong l’ha solo interrotto, ma il match del secolo prosegue: un match paragonabile a quello del 1974 a Kinshasa (Zaire) tra i due giganti Muhammad Alì e George Foreman. Stavolta però i colossi non incrociano i guantoni e non saltellano tra le corde di un ring, ma indossano mascherine e entrano ed escono da uffici postali dotati di burofax: il documento certificato con cui Leo Messi aveva chiesto al Barcellona, senza ottenerla, la risoluzione del suo contratto scatenando una guerra di proporzioni inimmaginabili.

Una guerra non tanto fra giocatore e club, o tra club acquirente (il Manchester City, stando ai si dice) e club cedente (il Barcellona), ma a un livello ben più alto, fra nazione e nazione, Inghilterra contro Spagna che per chi non lo sapesse sono i Muhammad Alì e i George Foreman del calcio mondiale. Stando ai dati Uefa, la Premier League, cioè la lega di calcio inglese, vende i diritti tv del suo campionato nel mondo incassando 1,7 miliardi mentre la lega spagnola (Liga) si ferma poco sotto, a quota 1,5. Due Gulliver nel paese dei Lillipuziani se è vero che i diritti della serie A italiana nel mondo valgono 371 milioni, quelli della Bundesliga (campionato tedesco) 280 e quelli della Ligue 1 (Francia) 80: cifra, questa, destinata a lievitare al prossimo rinnovo grazie alla presenza di due campioni di risonanza mondiale come Mbappè e Neymar. Ma perché il ventilato passaggio di Messi dal Barça al Manchester City, rimandato forse solo di un anno, stava provocando uno sconquasso?

Elementare Watson, direbbero al 221B di Baker Street, Londra. La verità è che il passaggio di Messi dalla Liga alla Premier League modificherebbe in toto i rapporti di forza tra calcio inglese e calcio spagnolo arricchendo enormemente il primo e impoverendo il secondo, con la Liga destinata a divenire semplice sparring partner della Premier inglese. Il calcio spagnolo ha sostanzialmente tenuto botta alla dipartita di CR7 sbarcato nel 2018 sulle coste italiane; ma Messi è senza dubbio il giocatore più forte e ammirato del pianeta e il suo passaggio oltre Manica getterebbe la Spagna, già in difficoltà, in una crisi totale. Uno studio sui calciatori di maggior valore presenti in Europa, reso noto nei giorni scorsi da Kpmg Football Banchmark, ha evidenziato come tra i primi 50 ben 23 – praticamente la metà – giochino in Inghilterra. A questi 23 occorre aggiungere Havertz (17°), Werner (24°) e Zijech (48°), tutti freschi d’acquisto da parte del Chelsea; ed è chiaro a tutti come lo strapotere inglese, se Messi dovesse indossare la maglia del City, diverrebbe insostenibile a dispetto del 7° posto occupato da Leo nella classifica in questione, dovuto solo a motivi anagrafici. A precederlo, per la cronaca, sono il 21enne Mbappè, valutato 200 milioni, e poi Neymar, Sterling, Sancho, Salah e Manè. Per questo la Liga ha spalleggiato senza se e senza ma il Barça nella fulminea e feroce battaglia legale d’inizio agosto ribadendo la validità della clausola rescissoria da 700 milioni necessaria a Messi per liberarsi. Risultato: Barça-Messi 1-0. O meglio: Spagna-Inghilterra 1-0.

In attesa di vedere cosa accadrà a giugno 2021, resta da aggiungere che fra i 50 calciatori più preziosi d’Europa quelli che giocano in serie A sono 4 e nessuno è italiano: parliamo di Lukaku (14°) valutato 92,5 milioni; De Ligt (21°) 83,7; Dybala (35°) 74,7 e Cristiano Ronaldo (41°) 71,7.

 

La peste del linguaggio. Quando il detenuto diventa una “persona privata della libertà”

Ma benedetti figli, non ce l’hanno un linguista? Non dico un Tullio De Mauro, ma una persona di buon senso che conosca l’italiano? Mi riferisco a chi in Parlamento, nei ministeri o altrove maneggia con straordinario sprezzo del ridicolo la nostra lingua per sfornare leggi e norme. Stavo giusto meditando su quale persona o situazione scegliere per queste Storie italiane quando un telegiornale della sera ha rivoluzionato tutto. Parlando dello scandalo primaverile delle cinquecento scarcerazioni in massa di boss e trafficanti, il notiziario ha nominato un “Garante delle persone private della libertà”. Che una volta era prima di tutto garante dei detenuti. I quali, a quanto pare, annoverano ora tra i loro diritti quello di non essere più chiamati tali. Una nuova, classica operazione di travestimento semantico. A volta queste operazioni hanno un senso, come quando la domestica è diventata “collaboratrice domestica”. Altre volte sono ridicole, come quando il netturbino (già diverso dallo spazzino) sarebbe dovuto diventare operatore ecologico. Altre volte sono tragicomiche, come in questo caso. Che cosa vuole dire “persone private della libertà”? Si rendono conto gli sprovveduti di quel che scrivono?

Purtroppo non c’è più un Calvino che deplori, quando arriva, “la peste del linguaggio”. Ma qui la peste del politicamente corretto colpisce davvero senza pietà. Perché a essere privati della libertà non ci sono solo i detenuti, che ogni persona assennata continuerà a chiamare tecnicamente, e senza intenti offensivi, “detenuti”. Ma ci sono altre numerose schiere di persone.

Per esempio le donne – mogli, fidanzate e figlie – degli uomini di mafia. Ne stiamo leggendo ormai una quantità di storie raccapriccianti. Vere forme di schiavitù, rispetto alle quali la libertà di azione e di parola di un detenuto diventa quasi un miraggio. Oppure ci sono i testimoni di giustizia, anch’essi privati della loro libertà e in più, spesso, anche del nome. Sono di fatto dei “fine pena mai”, perché non ci sarà mai un medico o un giudice, per quanto corrotto o codardo, capace di restituirli a vita libera. E di quale libertà godono poi i minori che si affastellano negli opifici cinesi, tra il posto di lavoro e la branda, senza poterne uscire per anni? E ancora, ma si potrebbe continuare a lungo: di che libertà godono le giovani prostitute vittime di tratta a sedici, diciassette anni, tenute come bestie-bancomat dalle organizzazioni che le sfruttano? E infine, pietra di paragone massima: e gli ostaggi dei sequestri di persona? Se le parole hanno un senso il Garante delle “persone private della libertà” deve occuparsi anche di tutti costoro, deve scovare i luoghi in cui i loro diritti vengono conculcati e poi difenderne la domanda di giustizia, trattandosi per di più non di “presunti colpevoli” ma di esseri certamente innocenti. Anzi: da che parte starà questa figura mitologica di garante, dovesse mai essere chiamata a scegliere tra i diritti di questi innocenti “privati della libertà” e quelli di chi, avendogliela tolta, incorresse poi nella punizione dello Stato? Quesito interessante e imbarazzante.

Già immagino qualcuno sorridere, con aria di superiorità. “Ma il garante mica deve pensare a tutte queste persone. Pensa ai diritti dei detenuti”. Appunto, e torniamo al punto di partenza. Se alla parola conseguono i fatti, tutto cambia (e forse non sarebbe male, visto che le categorie di cui abbiamo parlato sono totalmente indifese). Se le parole sono invece maquillage che toglie a una società i suoi significati, siamo alla truffa, o alla barzelletta. E significa che c’è il Covid ma c’è anche la peste del linguaggio. E a proposito. Quello che viene giustamente invocato è il distanziamento “fisico”. Contro le distanze sociali è da più di due secoli che ci battiamo. Ribadisco: dategli un linguista.